05.53 – RICCHI E POVERI NEL VANGELO (Luca 6.20-26)

05.53 – Ricchi e poveri nel Vangelo (Luca 6. 20-26)

20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. 24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. 26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.
”.

 

Non credo sia giusto concludere il discorso di Gesù sul monte senza occuparci di questo particolare di Luca relativo alle beatitudini. Del sermone sul monte Luca ci dà un rapporto più breve eppure non meno edificante, per quanto la questione se si tratti di un unico sermone o di due, uno detto “del monte” e l’altro “della pianura”, sia ancora aperta. Non è quindi possibile stabilire con assoluta certezza se Luca e Matteo ci propongano due versioni di uno stesso discorso, oppure se vi siano stati due momenti e due predicazioni distinte, per quanto dai contenuti simili fra loro. Pare giusto ricordare gli argomenti a favore dell’una o dell’altra tesi. A favore della teoria sul fatto che entrambi gli evangelisti si rifacciano ad un unico evento abbiamo che:

  • Inizio e fine di entrambi sono praticamente identici;
  • I princìpi ricordati da Luca si trovano nello stesso ordine generale di Matteo e spesso con quasi gli stessi termini;
  • Entrambi gli evangelisti ricordano lo stesso miracolo, cioè la guarigione del servo del centurione, come accaduto poco dopo il sermone, quando il Signore entrò in Capernaum.

A favore della teoria che vede due discorsi in due luoghi diversi abbiamo:

  • La diversità del luogo. Il sermone di Matteo fu pronunciato sopra un monte, quello di Luca in una pianura, o su un terreno ondulato che Gesù aveva raggiunto.
  • La diversità di tempo. Se Matteo cita la guarigione di un lebbroso, e subito dopo quella del servo del centurione, Luca menziona quella del solo servo del centurione.
  • Nonostante sappiamo che la narrazione evangelica non segua un ordine cronologico rigoroso, è da notare che Matteo pone la sua chiamata molto tempo dopo il discorso sul monte, mentre Luca la mette prima. Se avessimo due versioni di uno stesso sermone, come scrive Steward, “sembra incredibile che Matteo non solo ometta l’ordinazione degli apostoli (che sarebbe accaduta prima), ma posponga perfino la propria vocazione”.
  • La differenza di uditori. Oltre alla moltitudine proveniente dalla Giudea e Galilea, Matteo parla di molti provenienti dalla Perea e dalla Decapoli, ebrei. Luca, però aggiunge come presenti al sermone anche dei pagani dalle coste di Tiro e Sidone.
  • La diversità di contenuto. Luca non riporta la maggior parte del contenuto di Matteo e fa precedere certe parti del sermone da frasi che, pur non essendovi nel primo Vangelo, si raccordano alle sue in modo naturale.

Cosa possiamo concludere? Come esiste effettivamente il dubbio dei due luoghi, è pur vero che i sinottici collaborano tra loro con intersezioni stupende, soffermandosi su particolari degli stessi episodi che variano anche molto tra loro. Tra gli esegeti, alcuni antichi e moderni non si pongono neppure il problema che i discorsi di Gesù alle folle fossero stati due, come hanno fatto i primi scrittori greci. Il primo a porsi delle domande in merito fu Sant’Agostino.

Venendo al nostro testo, Luca come Matteo inizia con le beatitudini, non otto, ma quattro. Il numero otto in realtà rimane invariato, ma lo si raggiunge considerando quattro beatitudini ed altrettanti guai, quindi possiamo dire quattro benedizioni e quattro maledizioni che contrappongono le realtà dell’uomo spirituale e di quello naturale. Se, come è stato giustamente osservato, “il discorso della montagna vuole essere, per contenuto e scenario, il contrappunto messianico alla legge mosaica”, (Ricciotti), vediamo la delicatezza con la quale Gesù affronta l’argomento, andando dritto alla persona, alla sua psicologia, alla sua realtà invitando i uditori e lettori ad un attento esame. E, per noi che abbiamo cercato di sviluppare il discorso della “casa”, che può essere costruita sulla sabbia (terra) o sulla roccia, capire la benedizione o maledizione del povero e del ricco dovrebbe essere agevole.

Troviamo scritto: “La parola del Signore sarà loro come insegnamento dopo insegnamento, insegnamento dopo insegnamento, linea dopo linea, linea dopo linea, un poco qui, un poco là” (Isaia 28.13). È un testo tradotto da Giovanni Diodati, che preferisco a quello della CEI che, semplificando per i lettori, parla di “precetto su precetto” e “norma su norma”; comunque questa interpretazione tende a mettere un accento sulla progressività del cammino del credente nella dottrina e nella conoscenza e si raccorda alla costruzione della casa, dallo scavo delle fondamenta alla posa di mattone dopo mattone. Perché, finite le fondamenta, c’è tutto il resto da costruire.

Così arriviamo al quattro, che abbiamo già visto essere il numero dell’equilibrio, quello che consente all’uomo di stare, o sentirsi, al sicuro. Quattro beatitudini: i poveri, gli affamati, chi è nel pianto, chi è disprezzato e perseguitato a causa del Vangelo. Quattro maledizioni: i ricchi, i sazi, chi ride, chi gode di buona fama presso il consorzio umano terreno. L’errore più grossolano che si può commettere cercando di spiegare questi punti è quello di cadere nel sentimentalismo, vedendo i “poveri” materiali destinatari di beatitudini future e i “ricchi” di disprezzo, collegandoli magari tutti a quello della parabola del “ricco e Lazzaro”: sappiamo che Gesù qui non parla tanto di povertà o ricchezza materiale, quanto della condizione d’animo e del cuore.

E questo lo ricaviamo da un banale pronome, “voi”. Nostro Signore non dice “Beati” o “Guai ai”, ma “Beati voi” o “Guai a voi”, cioè si rivolgeva al pubblico eterogeneo che era convenuto là per ascoltarlo. Gesù parla come profeta e Dio inviato dal Padre – attenzione – dopo che si era manifestato in quello stesso luogo e a quella stessa gente prima guarendo le malattie e cacciando gli spiriti impuri che tormentavano alcuni di loro (Luca 6.18-19). Leggiamo: “C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente (…) che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti”.

Ecco. Io credo che tutti i presenti, indistintamente, ne fossero coscienti o meno, fossero potenzialmente dei poveri. Lo dimostrava il loro stesso trovarsi lì: “venuti per ascoltarlo” perché evidentemente il loro cuore e la loro mente non si era fino a quel momento saziata, mancava loro qualcosa, attendevano. “Essere guariti dalle loro malattie” perché la medicina, per quanto allora poco sviluppata, si era rivelata impotente a risolvere i loro problemi, come accade anche oggi nonostante il progresso e sia possibile connettere al corpo un arto artificiale e farlo funzionare collegando nervi trapiantati e reinnestati. Avevano bisogno di Cristo e solo loro sapevano se il loro essere là era dovuto alla volontà di risolvere un problema di contingenza o di eternità.

Chi è povero non guarisce dalla sua povertà con l’elemosina o un dono – ricordiamo le parole “I poveri con voi li avrete sempre”, (Marco 14.7) – chi ha fame l’avrà anche terminati gli effetti di un ricco pasto, chi piange tornerà a farlo e il perseguitato difficilmente troverà pace. Chi però si riconosce in queste categorie, o meglio nelle prime tre perché la quarta richiede un discorso a parte, in Cristo ha l’opportunità di ribaltare completamente la propria posizione: non sarà più uno dei tanti, ma diventerà un figlio di Dio, con tutte le prospettive di cui parla tutta la Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse. Sarà inserito nel Piano del Creatore perché gli avrà confessato il suo bisogno e desiderio.

Tutto poi è aumentato, stabilito, reso “ufficiale” dal numero quattro: le beatitudini e le maledizioni sono rivolte a chi si trova nella totalità della condizione del povero o del ricco. Eppure anche questa è una lettura frettolosa, per quanto veritiera; in realtà si riferisce alla condizione dell’uomo naturale nella sua essenza. L’apostolo Paolo un giorno scrisse “Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene” (Romani 7.18), descrizione perfetta della sua e nostra essenza: “in me, cioè nella mia carne” è riferito alle sue e nostre possibilità, capacità di realizzare qualcosa di positivo in termini spirituali. Sotto questo aspetto, e solo in questo, Paolo era povero. E infatti non mendicava, ma lavorava per mantenersi, facendo il tappezziere. La povertà è quindi interiore e solo in Dio può risolversi. Al termine della parabola dell’uomo ricco leggiamo: “Così è chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio” (Luca 12.21). Ed ecco il guaio del ricco ipocrita che porta avanti se stesso, i suoi desideri, attaccato a ciò che possiede, materialmente o interiormente, e che difende non volendoli lasciare. Gli basta essere così, si compiace della stima dei suoi simili che ragionano secondo metri umani che umiliano.

Vediamo, nella parabola dell’uomo ricco, che tutti i progetti di quell’uomo s’infrangono di fronte alla chiamata di Dio “Stolto, questa stessa notte ti sarà ridomandata la tua anima, e di chi sarà ciò che hai ammassato?” (Luca 12.20). Quella persona viveva una sua stabilità, la stessa della casa sulla sabbia: era convinto di poter sussistere all’infinito, illuso che i suoi possedimenti e guadagni potessero garantirgli una sopravvivenza non volendo accettare il fatto che, un giorno, non solo avrebbe dovuto perdere tutto, ma affrontare la prova finale, la stessa degli elementi naturali che si abbatterono sulla casa costruita sulla sabbia, senza fondamenta. Quella del ricco di cui parla Gesù, è così la soddisfazione piena nelle cose terrene rifiutando l’idea che queste abbiano un termine, come testimoniano le agende ricche di impegni per i domani che non ci appartengono e non è detto ci siano concessi, che ne potremo disporre. Eloquente Proverbi 10.15: “I beni del ricco sono la sua roccaforte”, cioè una città fortificata, ritenuta inespugnabile fino a prova contraria. E la storia, antica e moderna, ci insegna quanto l’idea della roccaforte sia soggetta a mutare. Ancora: “Non affannarti per accumulare ricchezze, sii intelligente e rinuncia. Su di esse volano i tuoi occhi, ma già non sono più” (Proverbi 23.4). È quel “già non sono più” che ci parla del fatto che il tempo scorre senza che ce ne accorgiamo, perché abbiamo in noi il ricordo dell’eternità per la quale eravamo stati progettati e, se gli anni si succedono l’uno dopo l’altro, l’uomo fondamentalmente rimane sempre lo stesso, se guarda all’orizzontalità della vita e alla terra. Ecco perché, per chi non è ricco in Dio e tiene all’adulazione e considerazione dei suoi simili, verrà la rovina esattamente come quella casa costruita senza saggezza.

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