06.09 – LA RIVELAZIONE DEL FIGLIO (Matteo 11.17)

6.09 – La rivelazione del Figlio (Matteo 11.27)

 

27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.”.

 

            Siamo così giunti alla terza parte di questo verso, per la comprensione della quale va premesso che la presenza e la funzione dello Spirito Santo non erano ancora state rivelate da Gesù; questo avverrà quando, in uno dei suoi ultimi discorsi ai discepoli, dirà “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14.26). Le estensioni possibili su quest’ultima parte, quindi, vanno fatte tenendo conto delle parole sul “Consolatore” oltre alla promessa dell’abitare del Padre e del Figlio presso la persona che li ama: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Ibid. v.23). Questi due versi, quindi, devono essere necessariamente il filtro con cui leggere le riflessioni che seguiranno, al fine di evitare fraintendimenti e completare così i quadri che verranno prospettati.

Dal verso 27 di Matteo vediamo che la rivelazione di Cristo all’uomo avviene sempre dietro Sua scelta ed elezione esattamente come avvenne – citando i più noti – per gli apostoli e, dopo la Sua risurrezione, con Saulo di Tarso, chiamato poi Paolo, cioè “Piccolo”. Ricordiamo che, mentre Saulo si recava a Damasco con altri a perseguitare la Chiesa, “All’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Ma tu alzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno” (Atti 9.3-7). Ricordiamo anche l’apostolo Giovanni, chiamato quando era a Patmos per scrivere il libro dell’Apocalisse, e tutti coloro che si sentirono dire “Seguimi” di cui è scritto nei Vangeli. Così avviene ed è avvenuto per tutti i cristiani: non sono loro ad averlo voluto seguire di propria iniziativa, caso mai hanno accettato il Suo invito e rivelazione.

Ora non dobbiamo pensare, relativamente alla manifestazione di Gesù agli uomini dopo la sua risurrezione, a chissà quale evento umanamente prodigioso o miracolo eclatante poiché gli interventi di Dio, sempre grandi, sempre unici, non possono essere misurati sotto l’ottica della spettacolarità di cui l’uomo naturale è sempre alla ricerca. Al contrario la rivelazione di Cristo all’uomo di oggi, che avviene sempre tramite lo Spirito Santo che lo convince di peccato, giustizia e giudizio (Giovanni 16.8), passa attraverso varie tappe che si fondano sull’esperienza: s’incontra la sofferenza e ci si chiede perché. Si scopre di aver bisogno di aiuto e al tempo stesso che nessuno ce lo può dare, per lo meno in termini pieni. Si capisce che la nostra vita interiore non ha alcun senso e si inizia un percorso di ricerca e si lascia fuori da noi stessi ciò che disturba, ci appesantisce, non ci fa sentire naturalmente liberi. Già riconoscere che il mondo ha ben poco da offrire e deve per forza esserci qualcos’altro è spesso un buon inizio. Il resto, se a Lui ci si rivolge o Lo si cerca, lo fa il Figlio, che rivela il Padre non nella sua interezza, ma per quello che la persona può comprendere, quindi il Suo Amore, il piano di salvezza e redenzione per ciascuno. Se ci fosse rivelata pienamente la realtà di Dio, non solo non la comprenderemmo, ma la nostra mente soccomberebbe; per questo Gesù rileva il Padre che prima di tutto perdona il peccato, la nostra condizione di esseri imperfetti per natura dopo la disubbidienza dei nostri progenitori.

Pensiamo ora ai tempi dell’Antico Patto, cioè del Dio irraggiungibile eppure vicino al tempo stesso: quando erano in atto le vecchie dispensazioni c’erano delle “porte chiuse” che si aprivano occasionalmente. Il principio “Ricordati che Dio è in cielo e tu sei sulla terra” (Ecclesiaste 5.1), certamente valido ancora oggi, allora era inteso in senso fortemente restrittivo: lui era là e i suoi grandi interventi coinvolgevano il suo popolo nel bene (per le liberazioni dai nemici, le vittorie e la prosperità) e nel male (i giudizi, la dominazione straniera, le deportazioni, le malattie, carestie etc.) anche se di “male” non si può parlare perché tutto avveniva sempre col fine di ricondurli a Lui. Il rapporto privilegiato con Dio lo avevano avuto i patriarchi, i condottieri, i profeti, i Re o i Giudici, ma il singolo era visto in quanto comunità che diventava persona, non era contemplato chiaramente un rapporto individuale e le esperienze, salvo rari casi, erano collettive, quelle di un popolo testardo, “di collo duro” in cammino. Certo che il fatto stesso che una trasgressione specifica alla Legge andava regolata esclusivamente dal singolo che lo commetteva è indice di una relazione individuale che l’israelita aveva col Signore, ma si manifestava in modo differente dal nostro.

Nel Nuovo Patto infatti si apre una stagione nuova, diversa, non esiste persona che non porti dentro di sé le conseguenze dell’incontro con Cristo indipendentemente dal fatto che lo accolga o meno: le persone parlano con il Dio in terra che chiama e non con quello che giudica. E sappiamo che, subito le parole che stiamo esaminando in questo verso 27, Gesù farà un appello, “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io darò riposo alle anime vostre”. Gli uomini che hanno a che fare con Nostro signore nei Vangeli gli chiedono aiuto, di essere guarite, lo impegnano in discorsi dottrinali (Nicodemo) per comprendere, gli chiedono di seguirlo e a volte lo fanno e a volte si ritirano da lui non appena scoprono che devono mettere in gioco la loro vita, che devono mettere in atto una rinuncia, come i discepoli, gli apostoli e tutte le donne che facevano parte del suo gruppo. Lo ascoltano parlare e credono in lui oppure lo attaccano, lo tentano, tramano contro di Lui attendendo che venga il tempo per poterlo arrestare o uccidere. Altri addirittura lo vogliono fare re: nessuno, uomo o donna che sia, è mai rimasto indifferente e soprattutto nessuno è mai stato da Lui ignorato, mandato via o anche solo ascoltato distrattamente, nessuno si è sentito dire “Torna domani perché oggi ho da fare”, o “perché sono stanco”. Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio stesso, nato di donna come tutti, è venuto anche per ascoltare e le sue parole sono sempre state specifiche, precise per il singolo oltre che per la collettività che abbiamo visto finora nel sermone sul monte o nelle Sinagoghe.

Possiamo dire che la stessa cosa accade oggi, per lo Spirito. Se Cristo non si rivela è solo perché all’uomo non interessa, sceglie di ascoltare e vivere dell’altro. Se non ci sono benefici tangibili come guarigioni da malattie, dimenticando che la prima a guarire dev’essere l’anima, o la risoluzione miracolosa di situazioni penalizzanti, non si crede. Per questo, ritenendo disonorevole darsi all’ateismo, si fa una fine ancora peggiore creandosi un dio su misura anche in quel cristianesimo che di Cristo ha solo il nome e si passa a pratiche aberranti, a manifestazioni popolari deleterie per la dignità e per la mente che prediligono la devozione per qualunque persona tranne quella di Gesù, l’unico in grado di salvare, che ha fatto tutto, che ha dato sé stesso per noi. C’è una responsabilità che porta chi lascia Cristo fuori dalla porta, ma peggio fa chi lascia entrare altri che non lo possono salvare, ma solo soddisfare i suoi bisogni carnali scambiati per spirituali: “Conosco le tue opere. Tu non sei freddo, né caldo. Ma poiché sei tiepido, non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”(Apocalisse 3.15,16). Interessante è un’altra versione che inserisce la frase “Oh, fossi tu freddo, o caldo!”.

Le ultime parole del verso 27 sulla volontà rivelatrice del Figlio sono strettamente connesse a quell’invito “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”, perché c’è tutto un universo spirituale che ci può essere rivelato e che va conosciuto. E tutto dipende dal cuore, dalla disponibilità a recepire, da come ci poniamo e confrontiamo con il Cristo.

Certamente impegnative le parole di Paolo ai Colossesi: “Cristo è al di sopra di tutte le autorità e di tutte le potenze di questo mondo. Dio è perfettamente presente nella sua persona e, per mezzo di lui, anche voi ne siete riempiti” (2.9): possiamo qui sottolineare “perfettamente presente”, “per mezzo di lui” e “riempiti”. Con la prima definizione abbiamo la conferma del fatto che “In Lui abita tutta la pienezza della deità”, con la seconda, “per mezzo”, abbiamo il ricordo della Sua funzione mediatrice, ma la terza, “riempìti” sta a indicare la possibilità che tutti hanno, “anche voi”, di pervenire alla conoscenza e alla pratica della fede.  Sono parole importanti che ai credenti di Colosse vengono ripetute ed ampliate nel loro significato più profondo: “Se dunque siete morti con Cristo– la condizione base di partenza – cercate le cose di lassù– quindi ci vuole impegno che nasce dall’acquisizione dell’inutilità di tutte le altre – dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti– cioè non appartenete più al mondo – e la vostra vita– quella vera – è ormai nascosta con Cristo in Dio!(…) Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio– quello del mondo, sempre uguale – con le sue azioni e avete rivestito il nuovo– vestirsi implica scegliere cosa indossare – che si rinnova– cioè cresce, scopre, cambia ogni giorno – per una piena conoscenza, ad immagine del suo creatore” (3.1-10). La conoscenza di Dio non la si acquisisce subito dopo aver creduto come molti pensano, ma con il tempo, la pratica, la consacrazione, le scelte e le rinunce.

Abbiamo allora tutto per poter vivere e crescere in virtù del fatto che Cristo ha voluto rivelarsi e, se riusciamo a staccarci dal nostro io che tende inevitabilmente a interferire e a trasferire le ambizioni terrene nell’ambito spirituale, avremo davvero tutte le opportunità possibili per crescere.

Ora io credo che, senza le lettere dell’apostolo Paolo che ci sono state tramandate, non avremmo l’illuminazione su molti passi e aspetti che gli Evangelisti ci hanno lasciato; ad esempio quando leggiamo “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica” (Filippesi 4.13), vediamo proprio le conseguenze della fede e del rapporto con Gesù che scruta e legge perfettamente il cuore dell’uomo che gli si presenta davanti. Questa è una delle ragioni per cui le preghiere vanno presentate nel Suo Nome, che alcuni intendono quasi come se fosse una formula per ottenere esaudimento, dimenticandosi che presentare al Padre una preghiera nel nome del Figlio significa porgerla dopo avere vagliato gli intenti, le motivazioni e l’utilità della stessa, la presenza di eventuali debiti che si hanno coi fratelli o sorelle, se viviamo in una condizione di peccati non confessati e lasciati o, ancora, se recitiamo una parte simile a quella dei Farisei che amavano la considerazione del loro prossimo e questo bastava.

Concludendo, il Figlio vuole rivelare il Padre. È venuto per questo, per aprire il Nuovo Patto di grazia tra lui e l’uomo, una rivelazione che gli uomini dei tempi antichi non conoscevano, in vista di quel “giorno” ultimo in cui tutto sarà concluso. Amen.

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