17.09 – IL PRIMO CALICE (Luca 22.17,18)

17.09 –Il primo calice (Luca 22.17,18)

 

17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio.          

 

Personalmente devo dire che avverto molto la difficoltà del disporre cronologicamente gli eventi dell’ultima cena anche per la questione non tanto del giorno in cui avvenne, ma della data di cui abbiamo trattato, in cui è stato concluso che «Il 14 di Nisan» può leggersi anche come «Il 13» a seconda dei gruppi religiosi che lo osservavano.

Ora però tutti i quattro Evangelisti, nello scrivere degli avvenimenti del 14 (o 13), riportarono solo quanto effettivamente lo Spirito li autorizzò a scrivere e in ogni caso non era loro intenzione scendere nei dettagli cerimoniali che qualunque ebreo conosceva molto bene al contrario di noi che saremmo venuti dopo, privi di quel retaggio culturale. Sull’ipotesi avanzata da alcuni in base alla quale Giovanni scrive di un’altra cena perché non cita l’istituzione del Memoriale, ricordiamo che il quarto Vangelo viene scritto sul finire del I° secolo, quando già quella celebrazione era diventata d’uso comune nelle adunanze ecclesiastiche e fu probabilmente per questo motivo che l’evangelista non ne parlò, ritenendo di dare piuttosto dei fondamentali particolari aggiuntivi che i Sinottici non riportano. Come avremo modo di vedere, sarà l’apostolo Paolo a curarsi di fornire una versione dell’evento nel capitolo 11 della prima lettera ai Corinti.

Riassumendo quanto fino ad allora avvenuto, sappiamo che nel pomeriggio Pietro e Giovanni avevano portato l’agnello al Tempio dove i sacerdoti avevano provveduto a sacrificarlo per poi restituirlo spellato. La sera, questo veniva arrostito per la cena pasquale che, come già scritto, iniziava dopo il tramonto del sole per prolungarsi fino alla mezzanotte, ma a volte anche oltre. Quando tutto fu pronto, Gesù fece il suo ingresso nella sala coi suoi che si posizionarono a tavola (sui divani) e abbiamo rivelato l’anomalia di Giuda Iscariotha che occupò un posto che certo non era il suo, sùbito accanto a Giovanni. Il numero dei presenti era quindi di tredici, che non eccedeva il massimo consentito (venti persone), che presero posto in modo concentrico alla tavola che conteneva le vivande. Quindi il primo avvenimento ufficiale che contrassegnò la celebrazione di quella Pasqua, dopo le parole “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, perché io vi dico: non la mangerò più finché essa non si compia nel regno di Dio” (vv.15,16), fu secondo me l’alzarsi di Gesù, togliersi la veste, cingersi e lavare i piedi ai Suoi.

Ora è molto importante conoscere e memorizzare cosa avveniva alla cena pasquale perché verrà utile quando si considereranno diversi elementi raccontati dai quattro evangelisti: chi celebrava era il padre di famiglia o comunque la persona più autorevole o anziana del gruppo che versava il vino nella prima delle quattro coppe che sarebbero circolate fra i presenti.

E qui dobbiamo evidenziare che Gesù non celebrò quella Pasqua coi suoi familiari – sua madre e i suoi fratelli – come richiesto dall’Istituzione riportata in Esodo 12, ma la trascorse con coloro che, in prospettiva, avrebbero caratterizzato la Sua Chiesa divenendo di fatto la Sua vera famiglia. Nei dodici Apostoli, ad eccezione di Giuda Iscariotha, si sono identificati poi tutti coloro che hanno accettato e creduto al sacrificio di Cristo per la loro salvezza eterna, evitando così la condivisione della natura e della sorte dell’Avversario nello stagno di fuoco e zolfo.

Sappiamo che la ragione che spinse Gesù a desiderare così tanto di trascorrere e celebrare la Pasqua coi Suoi la troviamo nel fatto che da allora in poi quel rituale, quella festa, sarebbe stata sostituita dal Suo Memoriale costituito da un pezzo di pane, figura del Suo corpo percosso e trafitto per la salvezza dei peccatori, e da un calice di vino figura del Suo sangue sparso, versato per la remissione dei peccati.

 

Il rito della Pasqua ebraica prevedeva che il celebrante facesse circolare un primo calice di vino in cui ogni membro beveva o ne versava una parte nel proprio; quindi toccava alle erbe amare, simbolo dei patimenti in Egitto sotto il faraone, che venivano fatte passare dall’uno all’altro ed erano mangiate dopo essere state intinte in una salsa (Charoseth) fatta con noci, mandorle, datteri ed aceto. Più propriamente, questa ricordava il composto che gli schiavi erano costretti a impastare per realizzare i mattoni che servivano alle costruzioni in quel Paese straniero. Il pane, come sappiamo, era azzimo, cioè senza lievito che allora era madre: a parte le applicazioni già svolte, si può dire che quel lievito rappresentava il passato, il trascorso, vale a dire ciò che è impuro e privo di rinnovamento.

 

Dopo tutto questo veniva fatta circolare una seconda coppa di vino e mentre si beveva il padre di famiglia spiegava il significato della festa, quindi prendeva una delle focacce azzime e, dopo averla intinta, la mangiava assieme a un pezzo dell’agnello con tutti i presenti. Si recitava la prima parte dell’Hallel, inno costituito dai salmi da 113 a 118, dopo di che iniziava la vera cena.

Seguiva un terzo calice, detto “di benedizione” perché accompagnato da un’altra preghiera di ringraziamento, poi si recitava la seconda parte dell’Hallel e infine si mesceva il quarto. Tutti i quattro calici di vino stavano a rappresentare le altrettante azioni che Dio aveva compiuto per mezzo di Mosè, cioè fare uscire, liberare, redimere e prendere per Sé. Abbiamo quindi, riguardo alla distribuzione dei calici:

 

1: Consacrazione della festa di Pasqua;

2: Ricordo di come Dio avesse liberato gli ebrei dalla schiavitù d’Egitto;

3: Connessione con l’agnello sacrificato per segnare col suo sangue le case degli Ebrei e far sì che l’Angelo passasse;

4: Che Gesù né gli Undici presero – Giuda era già andato via –, era di ringraziamento per l’elezione del popolo di Israele.

 

Il primo calice ebbe la particolarità di essere dato a Gesù da qualcuno che credo potesse essere stato Pietro per ragioni di anzianità; fra l’altro il nostro testo è uno dei pochi a tradurre correttamente il verbo “dexàmenos”, che sarebbe “ricevuto (il calice) come dalle mani di un ministro”. La pericope “rese grazie e disse”, poi, si riferisce al fatto che Nostro Signore recitò le parole della tradizione “A te sia lode, o Signore Iddio nostro, Re del mondo, che hai creato il frutto della vigna”, che ritroviamo spiegate ai Dodici con le parole “Non berrò più il frutto della vigna, finché il regno di Dio sia venuto”, che abbiamo già sviluppato in parte.

Il calice di apertura è allora quello della tradizione, che affonda le sue radici nel ricordo dell’intervento di Dio a favore del Suo popolo liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto, ma quello che verrà costituirà l’apertura dell’alleanza nuova, infinitamente superiore a tutte le altre per quanto da loro proveniente.

Gesù, facendo passare fra i Suoi quel primo, conferma la tradizione della cena, ma al tempo stesso pone le basi perché potessero comprendere il significato del terzo, quello che sarebbe passato di lì a qualche tempo con le parole “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (v.20).

Il primo calice è quello che preannuncia un intervallo perché il frutto della vigna non sarà più preso fino al pieno compimento del regno, al quale prenderanno parte anche i Dodici, come leggiamo in Matteo 26.29, “Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui non lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio”.

A parte i significati del “bere” e della “vigna” a risaltare sempre, non solo di questo passo, è il fatto che Gesù non si vede MAI discosto dalla sua creatura e dalle sue pecore; ricordiamo ciò che dirà fra poco: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Giovanni 14.1-3). Teniamo presente che queste parole furono dette agli Undici perché non equivocassero la frase “Dove io vado, voi non potete venire”.  Non esiste Cristo senza il Suo popolo, e viceversa. Non esiste Dio se non c’è la Sua creatura da amare. È proprio per questo che la terra, al principio, era “informe e vuota” e chi non crede rende vani non solo la venuta e il sacrificio di Gesù, ma anche l’atto d’amore del creare del Padre, per cui, quando verrà l’ora del rendiconto, non potrà tornare che a e in quel deserto e quel vuoto. Vuoto assoluto, dove esiste solo il non essere, la muta e insopportabile assenza, il nulla come dimensione, ma con la coscienza di ciò che si era – la vita tanto amata e desiderata – e soprattutto si sarebbe potuti essere, verbo che appartiene a Dio. Credo che sarà questa contraddizione che farà esplodere lo “stridore di denti”.

Da sottolineare che il Signore non dice che avrebbe bevuto il frutto della vite “di nuovo”, ma “nuovo”, quindi in una forma diversa, che sarà la stessa di quei “Nuovi cieli e nuova terra” che tutti i veri cristiani aspettano.

Con il calice che apriva la cena pasquale i Dodici già potevano capire che quella era diversa da tutte le altre cui avevano partecipato e che una parte del popolo stava celebrando: le parole del loro Maestro suggerivano ancora una volta un progetto, un piano prima di tutto per Lui che ne era il protagonista e al tempo stesso l’artefice, e quindi per loro. Ci sarebbe stata anche una profonda differenza fra quel vino e quello che sarebbe stato fatto passare, “nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” per quanto la traduzione corretta sia “dato”, didòmenon.

 

A questo punto su ciò che avvenne da quando fu dato il primo calice possiamo fare delle supposizioni. La lettura comparata dei quattro Vangeli non ci porta ad avere certezze, ma solo ad ipotesi; anzi, sembra quasi che i racconti siano stati posti quasi per non arrivare a dati incontrovertibili. Questo mio stesso lavoro di organizzazione cronologica dei Vangeli, come già scritto, non vuole essere solo un modo necessario per esaminare dei fatti che altrimenti non affronterei in modo organico, provenendo da un ambiente in cui al metodo anche critico veniva preferita da parte di molti l’estemporaneità, cero con aderenza al testo, ma ben raramente con la volontà di andare oltre.

Verrebbe anche da pensare che dopo il primo calice (e il secondo non menzionato), iniziando la cena, emerse una vecchia questione come già accaduto in passato, e cioè “chi di loro fosse da considerare il più grande”, soprattutto considerando che Giuda si era seduto vicino a Giovanni, altrimenti Gesù non avrebbe potuto passargli il boccone intinto. È a questo punto, per chiudere una volta per tutte la questione del più importante fra loro, che Gesù avrebbe lavato i piedi a tutti i discepoli, compreso Giuda. È un’ipotesi da non sottovalutare, ma che ritengo improbabile perché sarebbe venuta meno la ritualità della cena, senza contare che se vi fosse tra i Dodici un “maggiore” era una questione da risolvere prima che tutto iniziasse, anche per gli insegnamenti che sarebbero venuti dopo. Gesù allora avrebbe potuto lavare i piedi dei Dodici prima di iniziare a parlare ai Suoi.

Successivamente abbiamo l’annuncio del tradimento e, seguendo il racconto di Giovanni, tutta una serie di detti ed episodi che non ci consentono di stabilire con precisione il momento in cui venne istituito il Memoriale, salvo che la distribuzione del pane anticipò il terzo calice. Teniamo presente che per i sinottici tutto questo avvenne “mentre mangiavano” e riferiscono di una cena durata almeno quattro ore.

Il primo calice è di apertura, rappresenta la base, consacra la festa di Pasqua e Gesù che la celebra è il Figlio di Dio, il Messia promesso, quello che avrebbe dovuto davvero condurre il Suo popolo alla vera liberazione, quella dal potere del peccato. Il successivo, il terzo, quello che già nella ritualità ebraica parlava di redenzione e dell’agnello sacrificato, sarà quello del sacrificio Supremo ed Unico che non è possibile identificare in altri se non nel Nome di Gesù perché, come disse l’apostolo Pietro, “In nessun altro c’è salvezza; non vi è, infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (Atti 4.12). Amen.

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17.08 – CAPITE QUELLO CHE HO FATTO PER VOI? (Giovanni 13.12-20)

17.08 – Capite quello che ho fatto per voi? (Giovanni 13.12-20)

 

12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. 16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

 

Credo che il verso di apertura, nonostante costituisca la descrizione della naturale conclusione del lavacro dei piedi dei Dodici, meriti qualche approfondimento. Gesù, terminato quanto voleva e doveva fare, riprende la propria veste, torna al suo posto, quello centrale, e chiede ai Suoi se avevano capito ciò che aveva fatto per loro, teniamo presente “per” e non “a”. È una domanda importante, che dal loro punto di vista era sicuramente circoscritta a quanto era appena avvenuto e che subito viene spiegata al verso 15, “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”, ma per noi ha un significato diverso, o meglio dev’essere inquadrato anche in un altro tempo, quello in cui viviamo. Non dobbiamo mai dimenticare, come più volte ripetuto, che quanto leggiamo nella Scrittura ha un senso per il periodo storico in cui è scritto e, siccome essa è viva e segue sia l’uomo che l’umanità nel suo percorso, ne ha un altro per noi, che non è diverso ma è più completo, è un aggiornamento.

Cominciamo a ragionare sul verbo usato, capire, dal latino càpere cioè prendere, evidentemente per trattenere. L’uomo, del resto, si è sempre trovato nella condizione di comprendere per poter vivere la propria vita quotidiana dignitosamente e fin da bambino, ad esempio a scuola, ha dovuto capire in modo autonomo e personale ciò che studiava per elaborare i dati che gli venivano sottoposti. Capire dipende dall’intelligenza, non solo quella che si misura in QI, e da altre qualità ad essa direttamente connesse come la capacità di osservare, ascoltare, selezionare ciò che effettivamente è utile da ciò che non lo è. L’intelligenza infatti non è di un solo tipo, ma di nove e ciascuno di essi, unitamente a come abbiamo percorso il nostro sviluppo da quando siamo nati, fa di noi quello che siamo.

Va sottolineato che però se tutto ciò è valido nel quotidiano, nella vita orizzontale, per la comprensione degli elementi spirituali il sistema è completamente diverso perché non esiste, per quanto è la nostra natura umana, la possibilità di comprendere alcunché se non per intervento dello Spirito Santo: si tratta di due conoscenze, quella della vita di ogni giorno e quella spirituale, opposte e non è detto che chi è sapiente e intelligente nella prima lo sia anche nella seconda; pensiamo solo a quanto possiamo leggere in Matteo 12.25 in una preghiera di Gesù, “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”.

Il confronto fra le due conoscenze, umana e spirituale, lo vediamo in vari passi, come ad esempio il rimprovero di Nostro Signore alle folle quando disse “Quando vedete una nuvola salire da Ponente, subito dite: «Arriva la pioggia» e così avviene. E quando soffia lo scirocco, dite: «Farà caldo» e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Luca 12.54-57).

In questo verso Gesù chiama “ipocriti” quanti, tra quella moltitudine, si rifiutavano di approfondire la Sua parola e figura respingendo aprioristicamente il Suo insegnamento, ma alla base di tutto esisteva già il principio in base al quale “L’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito” (1 Corinti 2.14). Quindi ragionare sulla Scrittura senza avere la chiave dello Spirito non può portare ad altro se non a fraintendimenti e conclusioni profondamente errate e lo vediamo ogni qual volta un non credente parla del Vangelo o della Bibbia in genere. E la stessa cosa avviene per il religioso che in realtà, a parte il professare ciò che gli è stato insegnato, non ha alcuna idea di chi sia, in cosa creda e dove vada. Il religioso è sempre alla ricerca di Dio ma chi crede davvero, avendoLo trovato, segue un percorso di vita ed esperienze come da Giovanni 16.13, “vi guiderà a tutta la verità”.

Ora per il credente, entrato per Grazia in un territorio che prima gli era precluso, è importante pregare perché possa crescere in modo ordinato, vale a dire secondo Efesi 1.15-19 in cui leggiamo “…avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi – i membri della Chiesa –, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di Lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore”.

Notiamo i verbi presenti in questi versi che dimostrano come, senza l’azione attiva del Padre e dello Spirito Santo – perché il Figlio ha già fatto la Sua parte –, tutto rimanga inerte: “vi dia”, “illumini”, “per farvi comprendere”.

I cristiani infatti, una volta salvati e battezzati, hanno davanti a sé un itinerario da percorrere che non può essere lasciato al caso con la sufficienza illusoria di chi si crede santo a prescindere, ma devono fare “molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti, ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore” (Efesi 5.15-17). E qui sono convinto che ci venga dato un soggetto di preghiera molto forte visto che, se non sappiamo, non conosciamo, non abbiamo dentro di noi, non saremo in grado di dare nulla di costruttivo agli altri.

Possiamo quindi leggere le parole contro i falsi maestri cioè quanti si pretendono tali, senza però esserlo secondo Dio: “Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina – attenzione che le une implicano l’altra – conforme alla vera religiosità, è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è un maniaco di questioni oziose e discussioni inutili. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la religione come fonte di guadagno” (1 Timoteo 6.3-5). Comprendere, capire, è quindi un prendere e tenere, custodire come un bene prezioso tanto le parole che le rivelazioni dello Spirito che contraddistinguono il credente nel dono e nella condotta.

A proposito degli Undici notiamo che nella loro vita vi furono tre cambiamenti fondamentali: il primo lo abbiamo con la chiamata a seguire Gesù. Fu un periodo lungo tre anni e mezzo circa in cui condivisero con Lui le fatiche della predicazione in cui non compresero molte cose, ma tutte furono loro ricordate dal Consolatore al momento opportuno. Il secondo fu quando apparve loro e ad altri discepoli di cui leggiamo che “aprì loro la mente per comprendere le scritture” (Luca 24.45) e infine il terzo, il più noto, con la discesa dello Spirito Santo a Gerusalemme sotto forma di “come lingue di fuoco” (Atti 2.3). Si tratta quindi di un percorso in salita simile al nostro perché, anche se non abbiamo vissuto in quel tempo, è richiesto comunque anche a noi il permanere in una via di fede svolgendo il compito per il quale siamo stati chiamati. Dalla non comprensione iniziale, poi, poco a poco si cresce, si comprende non certo per possibilità umane nostre, ma per l’aiuto dello Spirito. E non c’è credente più importante di un altro, ma solo la diversità di doni anche se tutti hanno quello più importante visto nella salvezza.

La domanda “Capite quello che ho fatto per voi?” ha un significato storico, ma per l’uomo d’oggi è tutta incentrata tanto sul Suo Sacrificio quanto sui Suoi interventi quotidiani talché occorre dare una risposta adeguata, credendo per essere salvati prima e per fare la Sua volontà poi, crescendo; si tratta di una domanda rivolta a qualunque persona indipendentemente dalla sua condizione o stato sociale, che viene invitato anche a porsi dei profondi interrogativi: Gesù è esistito? Se sì, cos’ha fatto, cos’ha detto e soprattutto cos’ha da dire oggi? Come posso rispondere? Mi interessa, o i Vangeli sono il racconto di persone esaltate che hanno solo mitizzato un personaggio storico?

Per gli Undici radunati “Capite quello che ho fatto per voi?” era una domanda che non richiedeva una risposta, ma un invito all’ascolto come è comunque anche oggi, e infatti è il Maestro stesso a spiegarlo.

Il verso 13 è molto importante perché vediamo che, nonostante l’affetto e l’amore reciproco che legava il gruppo, i discepoli non chiamarono mai Gesù per nome o si permisero un rapporto confidenziale con Lui usando sempre le parole “Maestro” e “Signore”; questo ci parla della considerazione nella quale Lo tenevano e va ricordato che gli stessi titoli venivano dati dagli studenti ai loro maestri, essendo loro proibito chiamarli per nome. I discepoli usavano “Maestro” con riferimento ai Suoi insegnamenti, mentre “Signore” esprimeva sia il rispetto che il riconoscerlo come tale nel senso più alto del termine.

Abbiamo quindi da una parte Gesù che lava i piedi ai Dodici e dall’altra il Suo confermare questo titolo unitamente a quel “dite bene, perché lo sono” che in realtà è “…perché io sono”, quindi il riferimento è a Dio nella sua forma assoluta. Ricordiamo che chi ha ordinato “Sia la luce” è lo stesso che ha lavato i piedi ai Suoi come un padrone che insegna un lavoro ai suoi servi e quindi si aspetta che, da allora in poi, agiscano come da esempio ricevuto. Poi, il Dio che ha detto “Sia la luce” è lo stesso che apre “la loro mente per intendere le Scritture”, due luci con la seconda, se possibile, ancora più potente dell’altra. Ricordiamo che Adamo ed Eva, prima di cadere, non avevano bisogno che alcuno spiegasse loro nulla perché la comunione con il loro Creatore li rendeva in grado di orientarsi perfettamente nel loro cosmo, micro o macro non sappiamo.

Non è contemplato un servo che viva da solo, ma piuttosto che appartenga a una Comunità; infatti leggiamo “Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Romani 12.10), “Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo” (Galati 6.2), “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1 Pietro 5.5). Ecco allora spiegato il lavare “i piedi gli uni agli altri” in una forma un po’ più ampia grazie alle rivelazioni date dagli apostoli Paolo e Pietro.

Gesù conclude con le parole “Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica”: l’umiltà non è un atteggiamento, ma un modo di essere e soprattutto di vivere. Il superbo e l’altero sono convinti che tutto sia loro dovuto, pretendono di imporre il proprio volere sugli altri che disprezzano a prescindere, ma non sanno che “Il Signore ha in orrore il cuore superbo, certamente non resterà impunito” (Proverbi 16.4), “Perché è eccelso il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano” (Salmo 138.6).

Il nostro brano si conclude ancora una volta con Giuda Iscariotha, la cui persona e tradimento erano conosciute da Gesù fin dal momento in cui questo si aggregò al gruppo; certo non si era sbagliato nell’eleggerne Undici, ma quell’uno che lo avrebbe tradito era perché si adempisse un passo della Scrittura del re e profeta Davide in Salmo 41.9 “Anche l’amico in cui confidavo, ha levato contro di me il calcagno”, espressione per indicare una ribellione, il dare un calcio improvviso. Ancora una volta, quando leggiamo “affinché si compisse…” non dobbiamo intenderlo come se la persona in questione fosse telecomandata, ma perché la sapienza di Dio è incommensurabile.

Qui il riferimento è ad Achitofel, personaggio emblematico che tradì Davide passando dalla parte del figlio Assalonne. Le sue parole furono “Mi metterò a inseguire Davide questa notte, gli piomberò addosso mentre è stanco e ha le braccia fiacche, lo spaventerò e tutta la gente che è con lui si darà alla fuga; io colpirò solo il re e ricondurrò a te tutto il popolo come ritorna la sposa al suo uomo. La vita di un solo uomo tu cerchi; la gente rimarrà tranquilla” (2 Samuele 17.1-3).

Vediamo che vi sono diversi punti in comune con l’uomo di Kerioth: anche lui tradì il suo Signore, anche qui abbiamo la frase “la vita di un solo uomo tu cerchi” che possiamo collegare alle parole di Caiafa “Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera?” (Giovanni 11.50). C’è poi la fine di entrambi, con suicidio per impiccagione.

Gesù conclude il suo discorso al verso 19, “…perché quando sarà avvenuto sappiate che io sono”, parole che hanno lo scopo di preservare gli Undici da eventuali dubbi sulla Sua persona: ricordando queste parole, non sarebbero stati disturbati dal pensare che non avesse previsto il tradimento di uno di loro. Invece, con l’attestato “io sono” rinnova ai Suoi il principio secondo il quale non era quel Messia che il popolo si aspettava, ma il Dio che legge i cuori e la storia dell’uomo. Anche il nostro, anche la nostra. Amen.

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17.07 – SAPEVA CHI LO TRADIVA (Giovanni 13.10-11)

17.07 – Sapeva chi lo tradiva (Giovanni 13.10-11)

 

10Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

 

Nelle precedenti riflessioni avrei voluto sottolineare due punti, ma non è stato possibile per mancanza di spazio, che riguardano l’onniscienza di Gesù verso l’essere umano che, lo voglia o no, sarà costretto a confrontarsi con Lui.

L’affermazione “voi siete puri, ma non tutti”, infatti, è una considerazione che riguarda l’intimo, la profondità della persona, il suo conscio e l’inconscio di cui Gesù, in quanto Figlio Creatore, ha piena comprensione e lettura. Se ci chiedessimo quando questa Sua conoscenza dell’uomo è riferita dagli Evangelisti per la prima volta, credo che difficilmente sapremmo rispondere; al limite potrebbe venirci in mente il fatto che, quando qualcuno Gli chiedeva un miracolo, Gesù sapeva quanta fede costui aveva, oppure potremmo ricordarci degli abitanti di Nazareth, di cui è detto “lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Marco 6.5,6). Certo lo stupore di Gesù non era dovuto al fatto che non si aspettasse un simile atteggiamento, ma si tratta di una Sua reazione umana considerando il fatto che lì aveva vissuto per circa trent’anni, cifra più che sufficiente per conoscerLo. Possiamo però concludere che il Suo “…cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui” (Luca 2.40) era stato dimenticato dai nazareni che vedevano in Lui unicamente un loro concittadino.

Facciamo ora un confronto fra quanto avvenuto in quel villaggio e, ad esempio, Matteo 8.16 che riguarda gli avvenimenti di Capernaum, “Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati”: vediamo che la compassione e gli interventi di Gesù furono sempre conseguenza della fede presente nei beneficiari che la rivelarono a volte con parole, altre con sguardi, mentre in altre circostanze fu la lettura dell’intimo della persona, assieme al suo vissuto, a procurare l’aiuto risolutivo di Gesù che conosceva tutta la storia delle persone e non solo il  loro carattere.

Tornando però al tema della conoscenza di Nostro Signore dell’uomo, è una realtà che compare quasi subito, in Giovanni 2.23-25: “Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”. Quindi, come abbiamo letto, “conosceva tutti”, ciascuna delle persone presenti, così come conosce “tutti” anche oggi indipendentemente dal fatto che credano oppure no, siano salvati, lo stiano per essere oppure siano esclusi dal Suo regno per il rifiuto costante al Vangelo fino alla fine.

Abbiamo anche letto che “non aveva bisogno che alcuno gli desse testimonianza sull’uomo”, cioè gli desse delle informazioni, cosa che invece le altre persone chiedono spesso. La Sua conoscenza riguardava infatti il passato, il presente e il futuro di ciascuno, cosa che è ancora oggi.

Stante questa condizione la pericope “Voi siete puri, ma non tutti” rivela lo stato di assoluzione per gli undici, che avevano creduto in Lui con cuore sincero, e di condanna per uno.

“Puro” lo si dice di una sostanza che risulta esente da mescolanze con altri elementi e che quindi presenta intatte tutte le sue caratteristiche originarie; nel caso del credente comporta l’essere esente da impurità e quindi dal peccato che impedisce la relazione con Dio. Undici discepoli avevano creduto, dato loro stessi cioè tutto quanto potevano, al contrario di Giuda Iscariotha che era rimasto sempre e solo se stesso: nulla in quei tre anni e mezzo circa del ministero di Gesù (miracoli, guarigioni, parabole, discorsi alle folle o ai discepoli) lo aveva mai smosso. Nulla, nemmeno il discorso sul giogo del peccato che umilia e tiene schiavi contrapposto a quello dello Spirito, leggero e che dà sollievo. E come riassunto di quel periodo “l’uomo di Kerioth” aveva concordato il valore della persona di Gesù in 30 sicli d’argento, che abbiamo visto essere il prezzo di uno schiavo.

“Voi siete puri” è l’attestato di innocenza che gli Undici avevano e che possiamo collegare ad Apocalisse 2.17 quando Gesù glorificato dice “Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce al di fuori di colui che lo riceve”: queste parole contengono importanti verità identificabili nella “manna nascosta” che si riferiscono alla piena comunione con Lui, “pane disceso dal cielo” di cui si nutre solo chi Lo ha accolto, allo stato di innocenza di chi a Lui si affida visto nella “pietruzza bianca” che veniva gettata in un sacchetto quando, nei tribunali antichi, occorreva votare per l’innocenza o la colpevolezza della persona, nel qual caso la pietruzza era nera. Il “nome nuovo”, poi, sarà quello definitivo col quale verremo identificati nel Regno di Dio, quello che avremo come cittadini del cielo.

 

Ancora sull’onniscienza di Gesù sull’uomo è da considerare il commento di Giovanni alle Sue parole “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova nulla, ma tra voi vi sono alcuni che non credono” (6.64): “Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito” (65). Giuda Iscariotha quindi è un concentrato di negatività umane che poi, in un momento preciso, lo lasceranno completamente in balìa di Satana che lo abbandonerà una volta compiuto il suo compito.

Teniamo anche presente che non solo Gesù sa chi non crede, ma conosce nel profondo anche quelli che simulano una fede, di avere un dono, portano indegnamente un abito che li distingue dagli altri uomini o hanno un ruolo nella Chiesa che svolgono, come Giuda, per un tornaconto personale. Ricordiamo anche come questo sarà sempre motivo di eradicazione, come nel caso di Anania e Saffira (Atti  5) e del mago Simone (Atti 8).

La nota di Giovanni “sapeva chi lo avrebbe tradito” pone l’accento sulla parabola discendente Giuda che, non credendo e introducendosi abusivamente nel gruppo dei discepoli, intendeva dapprima di vedere se poteva trarne un guadagno e poi, avuta la responsabilità della cassa comune, trattenere per sé una parte delle offerte.

La situazione di questo apostolo – mi riferisco a prima del tradimento – è la stessa di chiunque va a incistarsi in un contesto ecclesiale rimanendo impermeabile alla Parola che salva, vivifica e rinnova.

Dell’apostolo traditore la Scrittura dice molto, ma ci soffermeremo solo sulle due definizioni che lo riguardano, cioè “Figlio della perdizione” e “ladro”: il primo termine, più che alludere al fatto della predestinazione alla condanna eterna, lo qualifica come una persona dedita ad un ministero avverso a Gesù e al progetto di Dio, lo stesso che avrà quel terribile personaggio di cui l’apostolo Paolo scrive in 2 Tessalonicesi 3-4: “Nessuno vi inganni in alcun modo. Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario”.

Il termine “figlio della perdizione” qualifica allora Giuda spiritualmente, paragonandolo allo stesso anticristo, mentre il secondo, “ladro”, ci informa sulla sua personalità come uomo. Chi ruba pensa solo a se stesso, a un guadagno che può ottenere appropriandosi di un bene altrui, non importa se piccolo o grande. Il ladro ha un profondo disprezzo per la proprietà del suo prossimo, deruba indifferentemente il ricco e il povero. Unica eccezione è costituita da colui che compie un furto per fame, per quanto debba comunque pagare una penale: “Non si disapprova un ladro, se ruba per soddisfare l’appetito quando ha fame; eppure, se è preso, dovrà restituire sette volte e consegnare tutti i beni della sua casa” (Proverbi 6.30).

Abbiamo poi, riguardo a questo tema, un ultimo riferimento a Giuda nella preghiera sacerdotale di Gesù in Giovanni 17.12, “Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome – e quale garanzia migliore, quando è Lui a provvedere? –, quello che tu mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la scrittura”. Giuda disprezzò costantemente il suo Maestro perché altrimenti sarebbe stato fra coloro che il Padre aveva dato al Figlio.

Ora in Giovanni 6.65 abbiamo letto che “Gesù sapeva chi lo avrebbe tradito”, frase che ci parla di come dovette sopportare la presenza impura di Giuda per tutta la durata del Suo ministero sapendo che, essendo a Lui avverso, avrebbe rifiutato qualunque tentativo di recupero che, quando non va a buon fine, non fa altro che aggravare la posizione del possibile beneficiario. Possiamo ricordare, a proposito delle conseguenze della mancata risposta all’amore di Dio, le parole già riportate in altre occasioni a proposito della vigna del Signore: “Che cosa devo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia” (Isaia 5.5,6).

Confrontiamo in proposito Salmo 109.6-19, anche lui già trascritto in una precedente riflessione: “Suscita un malvagio contro di lui e un accusatore alla sua destra! Citato in giudizio, ne esca colpevole e la sua preghiera si trasformi in peccato. Pochi siano i suoi giorni e il suo posto lo prenda un altro. I suoi figli rimangano orfani e vedova sua mogli. Vadano raminghi i suoi figli, mendicando, rovistino tra le loro rovine. L’usuraio divori tutti i suoi averi e gli estranei saccheggino i frutti delle sue fatiche. Nessuno gli dimostri clemenza, nessuno abbia pietà dei suoi orfani. La sua discendenza sia votata allo sterminio, nella generazione che segue sia cancellato il suo nome. La colpa dei suoi padri sia ricordata al Signore, il peccato di sua madre non sia mai cancellato: siano sempre davanti al Signore ed egli elimini dalla terra il loro ricordo. Perché non si è ricordato di usare clemenza e ha perseguitato un uomo povero e misero, con il cuore affranto, per farlo morire. Ha amato la maledizione: ricada su di lui! Non ha voluto la benedizione: da lui si allontani! Si è avvolto di maledizione come una veste: è penetrata come acqua nel suo intimo e come olio nelle sue ossa. Sia per lui come vestito che lo avvolge, come cintura che sempre lo cinge”.

Ricordiamo anche come Giuda Iscariotha non fu mai discriminato né subì un trattamento diverso dagli altri, ma addirittura furono lavati i piedi anche a lui e che non rifiutò quell’interessamento: Pietro, lo abbiamo sottolineato, conscio della sua imperfezione, riteneva un’assurdità il fatto che Gesù gli lavasse i piedi, che i ruoli dovessero invertirsi, eppure accetto quel lavacro quando gli fu spiegato il motivo. Il lavare i piedi a Giuda costituisce un atto in cui non possiamo vedere una contraddizione perché tramite quello gli fu offerta una delle tante possibilità di tornare indietro. In altri termini, la scelta di tradire il Maestro doveva essere sempre e soltanto sua, non avrebbe mai potuto addurre un motivo diverso da una spinta personale ed egoistica.

Tra l’altro, proprio il lavare i piedi a Giuda ci insegna che a nulla servono le benedizioni o le preghiere che alcuni chiedono pur non abendo la minima intensione di cambiare atteggiamento o metodo di vita perché, altrimenti, questo apostolo non si sarebbe caratterizzato così negativamente.

Ho letto, in un recente studio su questo componente del gruppo apostolico, che Gesù andò a morire anche per lui, ma è una teoria accettabile solo se la si prende come assoluto: certo Nostro Signore ha dato se stesso in sacrificio perché tutti gli uomini se ne potessero appropriare, ma è quando ciò non si verifica che questo Suo immolarsi viene annullato e vilipeso. Si tratta quindi di una generalizzazione pericolosa. È infatti il rifiutare Gesù come salvatore che costituisce la “bestemmia contro lo Spirito Santo” che “non sarà mai perdonata” (Matteo 12.31).

L’uomo ha bisogno della remissione del peccato che ha ereditato in Adamo, ma anche di tutti quelli che, nella sua distrazione, commette. Ecco perché, quando Gesù si alzerà e tornerà alla tavola della cena, chiederà ai discepoli se avevano capito ciò che aveva fatto per loro. Amen.

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