17.08 – CAPITE QUELLO CHE HO FATTO PER VOI? (Giovanni 13.12-20)

17.08 – Capite quello che ho fatto per voi? (Giovanni 13.12-20)

 

12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. 16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

 

Credo che il verso di apertura, nonostante costituisca la descrizione della naturale conclusione del lavacro dei piedi dei Dodici, meriti qualche approfondimento. Gesù, terminato quanto voleva e doveva fare, riprende la propria veste, torna al suo posto, quello centrale, e chiede ai Suoi se avevano capito ciò che aveva fatto per loro, teniamo presente “per” e non “a”. È una domanda importante, che dal loro punto di vista era sicuramente circoscritta a quanto era appena avvenuto e che subito viene spiegata al verso 15, “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”, ma per noi ha un significato diverso, o meglio dev’essere inquadrato anche in un altro tempo, quello in cui viviamo. Non dobbiamo mai dimenticare, come più volte ripetuto, che quanto leggiamo nella Scrittura ha un senso per il periodo storico in cui è scritto e, siccome essa è viva e segue sia l’uomo che l’umanità nel suo percorso, ne ha un altro per noi, che non è diverso ma è più completo, è un aggiornamento.

Cominciamo a ragionare sul verbo usato, capire, dal latino càpere cioè prendere, evidentemente per trattenere. L’uomo, del resto, si è sempre trovato nella condizione di comprendere per poter vivere la propria vita quotidiana dignitosamente e fin da bambino, ad esempio a scuola, ha dovuto capire in modo autonomo e personale ciò che studiava per elaborare i dati che gli venivano sottoposti. Capire dipende dall’intelligenza, non solo quella che si misura in QI, e da altre qualità ad essa direttamente connesse come la capacità di osservare, ascoltare, selezionare ciò che effettivamente è utile da ciò che non lo è. L’intelligenza infatti non è di un solo tipo, ma di nove e ciascuno di essi, unitamente a come abbiamo percorso il nostro sviluppo da quando siamo nati, fa di noi quello che siamo.

Va sottolineato che però se tutto ciò è valido nel quotidiano, nella vita orizzontale, per la comprensione degli elementi spirituali il sistema è completamente diverso perché non esiste, per quanto è la nostra natura umana, la possibilità di comprendere alcunché se non per intervento dello Spirito Santo: si tratta di due conoscenze, quella della vita di ogni giorno e quella spirituale, opposte e non è detto che chi è sapiente e intelligente nella prima lo sia anche nella seconda; pensiamo solo a quanto possiamo leggere in Matteo 12.25 in una preghiera di Gesù, “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”.

Il confronto fra le due conoscenze, umana e spirituale, lo vediamo in vari passi, come ad esempio il rimprovero di Nostro Signore alle folle quando disse “Quando vedete una nuvola salire da Ponente, subito dite: «Arriva la pioggia» e così avviene. E quando soffia lo scirocco, dite: «Farà caldo» e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Luca 12.54-57).

In questo verso Gesù chiama “ipocriti” quanti, tra quella moltitudine, si rifiutavano di approfondire la Sua parola e figura respingendo aprioristicamente il Suo insegnamento, ma alla base di tutto esisteva già il principio in base al quale “L’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito” (1 Corinti 2.14). Quindi ragionare sulla Scrittura senza avere la chiave dello Spirito non può portare ad altro se non a fraintendimenti e conclusioni profondamente errate e lo vediamo ogni qual volta un non credente parla del Vangelo o della Bibbia in genere. E la stessa cosa avviene per il religioso che in realtà, a parte il professare ciò che gli è stato insegnato, non ha alcuna idea di chi sia, in cosa creda e dove vada. Il religioso è sempre alla ricerca di Dio ma chi crede davvero, avendoLo trovato, segue un percorso di vita ed esperienze come da Giovanni 16.13, “vi guiderà a tutta la verità”.

Ora per il credente, entrato per Grazia in un territorio che prima gli era precluso, è importante pregare perché possa crescere in modo ordinato, vale a dire secondo Efesi 1.15-19 in cui leggiamo “…avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi – i membri della Chiesa –, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di Lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore”.

Notiamo i verbi presenti in questi versi che dimostrano come, senza l’azione attiva del Padre e dello Spirito Santo – perché il Figlio ha già fatto la Sua parte –, tutto rimanga inerte: “vi dia”, “illumini”, “per farvi comprendere”.

I cristiani infatti, una volta salvati e battezzati, hanno davanti a sé un itinerario da percorrere che non può essere lasciato al caso con la sufficienza illusoria di chi si crede santo a prescindere, ma devono fare “molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti, ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore” (Efesi 5.15-17). E qui sono convinto che ci venga dato un soggetto di preghiera molto forte visto che, se non sappiamo, non conosciamo, non abbiamo dentro di noi, non saremo in grado di dare nulla di costruttivo agli altri.

Possiamo quindi leggere le parole contro i falsi maestri cioè quanti si pretendono tali, senza però esserlo secondo Dio: “Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina – attenzione che le une implicano l’altra – conforme alla vera religiosità, è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è un maniaco di questioni oziose e discussioni inutili. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la religione come fonte di guadagno” (1 Timoteo 6.3-5). Comprendere, capire, è quindi un prendere e tenere, custodire come un bene prezioso tanto le parole che le rivelazioni dello Spirito che contraddistinguono il credente nel dono e nella condotta.

A proposito degli Undici notiamo che nella loro vita vi furono tre cambiamenti fondamentali: il primo lo abbiamo con la chiamata a seguire Gesù. Fu un periodo lungo tre anni e mezzo circa in cui condivisero con Lui le fatiche della predicazione in cui non compresero molte cose, ma tutte furono loro ricordate dal Consolatore al momento opportuno. Il secondo fu quando apparve loro e ad altri discepoli di cui leggiamo che “aprì loro la mente per comprendere le scritture” (Luca 24.45) e infine il terzo, il più noto, con la discesa dello Spirito Santo a Gerusalemme sotto forma di “come lingue di fuoco” (Atti 2.3). Si tratta quindi di un percorso in salita simile al nostro perché, anche se non abbiamo vissuto in quel tempo, è richiesto comunque anche a noi il permanere in una via di fede svolgendo il compito per il quale siamo stati chiamati. Dalla non comprensione iniziale, poi, poco a poco si cresce, si comprende non certo per possibilità umane nostre, ma per l’aiuto dello Spirito. E non c’è credente più importante di un altro, ma solo la diversità di doni anche se tutti hanno quello più importante visto nella salvezza.

La domanda “Capite quello che ho fatto per voi?” ha un significato storico, ma per l’uomo d’oggi è tutta incentrata tanto sul Suo Sacrificio quanto sui Suoi interventi quotidiani talché occorre dare una risposta adeguata, credendo per essere salvati prima e per fare la Sua volontà poi, crescendo; si tratta di una domanda rivolta a qualunque persona indipendentemente dalla sua condizione o stato sociale, che viene invitato anche a porsi dei profondi interrogativi: Gesù è esistito? Se sì, cos’ha fatto, cos’ha detto e soprattutto cos’ha da dire oggi? Come posso rispondere? Mi interessa, o i Vangeli sono il racconto di persone esaltate che hanno solo mitizzato un personaggio storico?

Per gli Undici radunati “Capite quello che ho fatto per voi?” era una domanda che non richiedeva una risposta, ma un invito all’ascolto come è comunque anche oggi, e infatti è il Maestro stesso a spiegarlo.

Il verso 13 è molto importante perché vediamo che, nonostante l’affetto e l’amore reciproco che legava il gruppo, i discepoli non chiamarono mai Gesù per nome o si permisero un rapporto confidenziale con Lui usando sempre le parole “Maestro” e “Signore”; questo ci parla della considerazione nella quale Lo tenevano e va ricordato che gli stessi titoli venivano dati dagli studenti ai loro maestri, essendo loro proibito chiamarli per nome. I discepoli usavano “Maestro” con riferimento ai Suoi insegnamenti, mentre “Signore” esprimeva sia il rispetto che il riconoscerlo come tale nel senso più alto del termine.

Abbiamo quindi da una parte Gesù che lava i piedi ai Dodici e dall’altra il Suo confermare questo titolo unitamente a quel “dite bene, perché lo sono” che in realtà è “…perché io sono”, quindi il riferimento è a Dio nella sua forma assoluta. Ricordiamo che chi ha ordinato “Sia la luce” è lo stesso che ha lavato i piedi ai Suoi come un padrone che insegna un lavoro ai suoi servi e quindi si aspetta che, da allora in poi, agiscano come da esempio ricevuto. Poi, il Dio che ha detto “Sia la luce” è lo stesso che apre “la loro mente per intendere le Scritture”, due luci con la seconda, se possibile, ancora più potente dell’altra. Ricordiamo che Adamo ed Eva, prima di cadere, non avevano bisogno che alcuno spiegasse loro nulla perché la comunione con il loro Creatore li rendeva in grado di orientarsi perfettamente nel loro cosmo, micro o macro non sappiamo.

Non è contemplato un servo che viva da solo, ma piuttosto che appartenga a una Comunità; infatti leggiamo “Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Romani 12.10), “Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo” (Galati 6.2), “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1 Pietro 5.5). Ecco allora spiegato il lavare “i piedi gli uni agli altri” in una forma un po’ più ampia grazie alle rivelazioni date dagli apostoli Paolo e Pietro.

Gesù conclude con le parole “Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica”: l’umiltà non è un atteggiamento, ma un modo di essere e soprattutto di vivere. Il superbo e l’altero sono convinti che tutto sia loro dovuto, pretendono di imporre il proprio volere sugli altri che disprezzano a prescindere, ma non sanno che “Il Signore ha in orrore il cuore superbo, certamente non resterà impunito” (Proverbi 16.4), “Perché è eccelso il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano” (Salmo 138.6).

Il nostro brano si conclude ancora una volta con Giuda Iscariotha, la cui persona e tradimento erano conosciute da Gesù fin dal momento in cui questo si aggregò al gruppo; certo non si era sbagliato nell’eleggerne Undici, ma quell’uno che lo avrebbe tradito era perché si adempisse un passo della Scrittura del re e profeta Davide in Salmo 41.9 “Anche l’amico in cui confidavo, ha levato contro di me il calcagno”, espressione per indicare una ribellione, il dare un calcio improvviso. Ancora una volta, quando leggiamo “affinché si compisse…” non dobbiamo intenderlo come se la persona in questione fosse telecomandata, ma perché la sapienza di Dio è incommensurabile.

Qui il riferimento è ad Achitofel, personaggio emblematico che tradì Davide passando dalla parte del figlio Assalonne. Le sue parole furono “Mi metterò a inseguire Davide questa notte, gli piomberò addosso mentre è stanco e ha le braccia fiacche, lo spaventerò e tutta la gente che è con lui si darà alla fuga; io colpirò solo il re e ricondurrò a te tutto il popolo come ritorna la sposa al suo uomo. La vita di un solo uomo tu cerchi; la gente rimarrà tranquilla” (2 Samuele 17.1-3).

Vediamo che vi sono diversi punti in comune con l’uomo di Kerioth: anche lui tradì il suo Signore, anche qui abbiamo la frase “la vita di un solo uomo tu cerchi” che possiamo collegare alle parole di Caiafa “Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera?” (Giovanni 11.50). C’è poi la fine di entrambi, con suicidio per impiccagione.

Gesù conclude il suo discorso al verso 19, “…perché quando sarà avvenuto sappiate che io sono”, parole che hanno lo scopo di preservare gli Undici da eventuali dubbi sulla Sua persona: ricordando queste parole, non sarebbero stati disturbati dal pensare che non avesse previsto il tradimento di uno di loro. Invece, con l’attestato “io sono” rinnova ai Suoi il principio secondo il quale non era quel Messia che il popolo si aspettava, ma il Dio che legge i cuori e la storia dell’uomo. Anche il nostro, anche la nostra. Amen.

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