17.11 – IL BOCCONE INTINTO (Giovanni 13.23-30)

17.11 – Il boccone intinto (Giovanni 13.23-30)

 

23Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. 25Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. 27Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». 28Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; 29alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte.

 

In questo nostro esaminare gli eventi dell’ultima cena riguardo all’individuazione di Gesù in Giuda come traditore, veniamo agli ultimi momenti in cui lo stesso si soffermò col gruppo per l’ultima volta. Il verso 23 è quello che ci consente di stabilire la posizione di Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”, così ricordato anche in 19.26. Il fatto che si tratti di lui non è una deduzione arbitraria, ma un dato che si ricava chiaro in 21.20 quando si legge “Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce»?”.

A proposito della posizione assunta dall’Apostolo, non tutte le traduzioni concordano perché l’espressione “en to kòlpo” letteralmente sarebbe tanto “nel seno” quanto “a fianco” ed è la stessa usata in 1.18 “Il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. “Nel seno”, allora, sta ad indicare affinità ed indica un concetto per così dire “mobile”, che cioè si adatta alle circostanze: Gesù è “nel seno del Padre” perché è una cosa sola con Lui e dentro di Lui, cosa che di Giovanni e Gesù non si può dire. Viene da nutrire riserve sulla versione “…era coricato sul seno di Gesù” come corretta, ritenendo che “a fianco” sia più opportuna, senza nulla togliere all’affetto particolare che intercorreva tra i due uomini indicato dal verbo “agapào” cioè “accogliere con amore, avere caro, trattare affabilmente”.

A sostegno comunque di quanto sia difficile la lettura entrando nei dettagli, va tenuto presente che l’espressione “si trovava a tavola” induce in errore proprio perché la posizione su un lettino, o sdraiati su un divano quando si mangia, ci è estranea e che dobbiamo tenere conto del letterale “Uno dai suoi discepoli, (quello) che Gesù amava, era adagiato sul seno di Gesù” (Didaskaleion, don Piero Ottaviano oltre a Giovanni Diodati, Antonio Martini, San Gerolamo): ragionando sulla posizione già tratteggiata a grandi linee, scrive l’abate Ricciotti: «Il discepolo prediletto occupava il divano immediatamente a destra di Gesù cosicché, stando ambedue sdraiati ed appoggiati sul gomito sinistro, Gesù rivolgeva il petto verso Giovanni e di costui si poteva dire che era adagiato nel seno di Gesù; Pietro invece stava sul divano a sinistra di Gesù, e Gesù gli volgeva le spalle né lo vedeva direttamente. Perciò Pietro, approfittando della sua situazione, fece un cenno a Giovanni incitandolo a domandare a Gesù chi fosse il traditore di cui parlava; la manovra del resto era semplicissima, perché Pietro si era alzato sul busto, e attirata così l’attenzione di Giovanni gli avrà espresso il proprio desiderio a cenni, fatti più in alto della persona di Gesù ch’era ripiegato sul gomito sinistro».

Pietro “gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava” e non glielo domandò direttamente per due motivi, cioè sia per la scomodità della posizione, ma soprattutto perché temeva un rimprovero o di commettere uno sbaglio come avvenuto poco prima, quando aveva detto al Maestro “Tu non mi laverai i piedi in eterno”.

A questo punto avviene qualcosa di straordinario, descritto al verso 26 e cioè Gesù dà a Giuda un “boccone” intinto nella salsa, l’haroset: è un gesto che noi lo interpreteremmo – a parte per designare il traditore come da testo – come di cortesia, ma nell’antichità era cosa che si faceva solo nei confronti di invitati particolarmente importanti, era cioè un modo per onorare un commensale di riguardo. Quindi da un lato abbiamo Nostro Signore che onora il suo traditore e dall’altra Giuda che per l’ennesima volta rifiuta di ritrarsi dal suo proposito. Potremmo dire che tanto più Gesù prende iniziative per offrirgli l’opportunità di ravvedersi, quando più Giuda insiste nel proprio intento. Volendo fare del male al proprio Maestro, non sa che in realtà quel male lo fa a se stesso. E sono molti che oggi, come lui, fanno la stessa cosa. Le chiese come edifici, a prescindere dalla denominazione, sono sempre più vuote. In molti Paesi europei vengono convertite in alberghi, pub o messe in vendita, quando addirittura una moschea prende il loro posto. Tra coloro che le frequentano, poi, vi è chi lo fa perché è disposto a dare a Dio mezz’ora o un’ora alla settimana del proprio tempo, ma una volta uscito si dimentica di Lui. E facciamo caso a quanto stride questo comportamento con le parole dette ai Giudei “Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (8.47).

Giovanni chiese a Gesù chi fosse a tradire, ma il particolare “chinatosi sul petto di Gesù”, tradotto da tutte le versioni allo stesso modo, sta ad indicare che questo avvenne in modo sommesso, quasi sottovoce, e altrettanto lo fu la Sua risposta. Giuda prese quel boccone, ma ascoltò quanto fu detto? Quella cena non aveva carattere conviviale, non era un ritrovo chiassoso di vecchi amici che mangiano e bevono ciascuno raccontando aneddoti o parlando del più e del meno, ma una cena pasquale che commemorava un ricordo assolutamente sacro per cui, tenendo presente che attorno al piatto erano in tre, Gesù, Giovanni e Giuda, questi difficilmente non avrebbe potuto ascoltare quelle parole.

Ecco allora che, qualora Giuda non avesse sentito, quel suo accettare il boccone altro non era che l’inevitabile accadimento di un fatto storico previsto ma, se invece avesse compreso le parole dette a Giovanni, la sua era una piena assunzione di responsabilità e al tempo stesso di rifiuto categorico di fronte all’ultimo tentativo di recupero. Leggiamo che “Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui” (v.27) a indicare un momento preciso, un punto di non ritorno.

Si noti l’Avversario, e non un suo angelo. Prima abbiamo letto “Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariotha, di tradirlo”; prima ancora Luca usa la stessa espressione scrivendo “Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariotha, che era uno dei Dodici. Egli andò a trattare con i capi dei sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo a loro” (22.3).

Entrambi i due versi hanno lo stesso verbo, eisèrchomai, cioè venire, andare dentro, entrare, penetrare, ma è sottintesa comunque la forza sostenuta dal quarto significato. Non ci resta che concludere che, se Satana entrò in Giuda quando fece la trattativa coi capi dei sacerdoti e non lo avesse più lasciato, Gesù avrebbe parlato a lui e non all’apostolo, con gli stessi toni che usava quando scacciava i demoni; quello che posso pensare è che, dopo la prima volta, Satana lo lasciò per poi ritornarvi dopo avere accettato il boccone intinto, che costituì la sottoscrizione della propria colpevolezza e ruolo. Ecco perché quest’uomo, in quel lasso di tempo, fu lasciato ancora libero di scegliere. È un’interpretazione, come potrebbe essere che Luca abbia semplicemente voluto alludere al fatto che da quel momento in poi Satana iniziò a contare su Giuda per il tradimento e attendesse il momento propizio per impossessarsi di lui. Del resto, il demonio usa le persone a suo piacimento e non necessariamente ne fa una dimora stabile.

Questo, a prescindere, credo ci parli del fatto che la pazienza di Dio non è eterna, vale a dire che non sempre si ha la possibilità di scegliere fino all’ultimo ma arriva un momento in cui, pur vivendo, non si può tornare indietro, come nel caso del Faraone con Mosè, che dopo una resistenza del tutto volontaria si ritrovò con un cuore indurito direttamente da Dio. Io stesso ho conosciuto persone a Lui avverse, che non Lo hanno voluto considerare fino alla fine. Ecco perché bisogna cercare il Signore “mentre si trova”, e lo si deve invocare “mentre è vicino”.

Personalmente ritengo ci si debba concentrare sulla progressione espressa da Giovanni secondo la quale prima l’Avversario “mette in cuore” e a un certo punto, quando si arriva a piena convinzione e determinazione, “entra”. Scrive un fratello: “«Quel trionfo di Satana non fu l’atto di un momento, ma venne lungamente ed accuratamente preparato. Il tentatore, avvalendosi della cupidigia naturale di Giuda e del fatto che a lui era stata affidata la borsa della piccola comunità che formava la famiglia di Gesù, gli suggerì la frode per “far soldi” a spese del Maestro e dei compagni, e quando lo vide irritato perché l’olio profumato sparso da Maria sui piedi di Gesù non era stato piuttosto venduto e il prezzo dato a lui in custodia, gli suggerì che poteva compensare a tale perdita vendendo il suo Maestro alle autorità giudaiche. È probabile in proposito che il falso apostolo ebbe a combattere con la propria coscienza, ma ormai la sua libertà era compromessa, avendo dato ascolto al “leone ruggente che va attorno cercando chi possa divorare”».

Credo che sia un commento assolutamente idoneo alla vicenda; io aggiungerei soltanto che, forse, avendo visto il Maestro fare tanti miracoli e uscire indenne dalle molte volte in cui i Giudei volevano catturarlo o lapidarlo, Giuda si convinse che avrebbe fatto altrettanto anche quella volta: un ragionamento di una sufficienza terribile, direi “da bar” perché, come sappiamo, il fatto che Gesù avrebbe dovuto morire a Gerusalemme e in che modo era stato già comunicato ai discepoli da tempo.

Se si possono nutrire dei dubbi sul fatto che gli Undici avessero potuto ascoltare il breve dialogo tra Gesù e Giovanni, non ne esiste nessuno sul fatto che la frase “Quello che vuoi fare, fallo presto” fu sentita da tutti e infatti la fraintesero, come abbiamo letto ai versi 28 e 29.

Poi, se si legge distrattamente il racconto di Giuda che va dai sommi sacerdoti, non ci si sofferma su una frase molto importante, che è “E quelli gli fissarono trenta sicli d’argento” (Matteo 26.15): non è che concordarono il prezzo rinviando il “pagamento alla consegna”, ma glieli diedero in quell’occasione, in anticipo talché, dopo il tradimento, li riportò a loro gettandoli nel Tempio e andò a impiccarsi (27.3-5).

È interessante che la frase “Quello che vuoi fare, fallo presto” precedé l’assunzione del boccone. Giuda quindi lo prende come ultima azione, dopo aver vissuto circa tre anni e mezzo non solo col Signore, ma anche con tutti gli altri che a Lui dettero quanto poterono, amandolo sinceramente e seguendolo ovunque andasse.

Giuda esce. Se ne va, a mio parere, prima che venisse istituito il memoriale; partecipò solo al primo calice, quello del ricordo, che andava fatto perché così era comandato, quello che prendevano tutti gli israeliti indipendentemente dal fatto che avessero un “cuore di pietra” o “di carne”.

Ultima considerazione può essere fatta sul comportamento di Gesù, che non lo denuncia apertamente di fronte al gruppo; solo dopo, riannodando le fila dei discorsi, le profezie e i particolari, gli Undici capirono.

Nella santa cena c’è un prima, con Giuda, e un dopo, senza di lui; infatti Giovanni prosegue il suo racconto scrivendo “Quando fu uscito, Gesù disse” (31): lì cominciano nuove fondamenta come l’istituzione del memoriale e tutti quei contenuti che l’apostolo traditore non avrebbe mai potuto e dovuto ascoltare: non accogliendoli, li avrebbe oltraggiati. Dodici iniziarono un cammino, uno di loro si tolse. Saranno tutti gli altri a venire resi partecipi dell’immenso piano d’amore di Dio. Amen.

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