17.15 – IL MEMORIALE: IL PANE, CORPO DI CRISTO I/III (Matteo 26.26; Luca 22.19)

17.15 – Il Memoriale: il pane, corpo di Cristo 1 (Matteo 26.26 – Luca 22.19)

26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo».

19Poi prese il pane, rese grazie e lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».

“Mentre mangiavano” è l’unica collocazione temporale che abbiamo dell’istituzione del memoriale che ci forniscono Matteo e Marco per cui sappiamo che Gesù prese il pane e il vino durante la celebrazione della Pasqua, per quanto in seguito cercheremo di approfondire tempi e modi. Premessa per tutte le riflessioni sull’istituzione del Memoriale è comunque quella che tale orientamento iniziale riguardi la cena che stava per finire per cui Nostro Signore non sostituì tanto il terzo calice, ma provvide prima a compiere la celebrazione comune a tutti gli ebrei per poi introdurre quello che può essere definito il simbolo concreto della Nuova Alleanza. In pratica, non tolse ma aggiunse, trasformando.
Luca, a sottolineare la distanza temporale che intercorse fra la frase “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” e a proposito del calice inziale, “Prendetelo e fatelo passare fra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vita, finché non verrà il regno di Dio”, impiega l’avverbio “Poi” che abbiamo letto.
Esiste anche, oltre alle versioni dell’episodio dei Sinottici, quella dell’apostolo Paolo in 1 Corinti 11.23 “Io ho infatti ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi, fate questo in memoria di me»”.
Comunque sia, probabilmente fra il primo e il terzo calice, Gesù compie un’azione del tutto nuova, non contemplata nel rito della Pasqua, che solo Lui aveva il diritto di fare: prende “il pane”, cioè una focaccia di pane azzimo, recita la benedizione, la spezza e la dà agli Undici. Proviamo ad esaminare queste quattro fasi.

IL PANE
Sappiamo che era senza lievito, sostanza che quando è presente nell’impasto si diffonde al suo interno impregnandolo e trasformandolo. Qualcuno ha scritto che “Così come il lievito permea l’intero impasto, il peccato si diffonde – notare il verbo, che implica uno sviluppo e una trasformazione graduale – in una persona, una Chiesa o una nazione – e penso a Israele – sopraffacendole e portando i suoi partecipanti alla prigionia e alla morte”, perché “Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” (Galati 5,9).
Ecco allora la rivelazione: quel pane azzimo non poteva che simboleggiare, avere altro riferimento se non al corpo di Cristo, il solo a potersi dire veramente esente dal peccato; nonostante agli ebrei fosse comandato “Fin dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele” (Esodo 12.15), in pratica il lievito lo portavano comunque dentro di loro. Ricordiamoci anche che quella sostanza non dovesse essere presente non solo il giorno di Pasqua e nei successivi, ma anche nei sacrifici, come da cap. 6 del libro del Levitico.
Dicendo ai Suoi “Questo è il mio corpo” Gesù indicava il rapporto con quel pane che aveva tra le mani e a nessun altro (né tantomeno a quello quotidiano) essendo, come sappiamo, l’unico essere umano (Figlio dell’uomo) a non aver commesso la minima infrazione alla Legge morale o cerimoniale istituita dal Padre.
Il pane è sempre stato la figura per eccellenza del nutrimento fin dai tempi più antichi e infatti la prima volta che compare è nel giudizio decretato su Adamo che lo avrebbe mangiato “col sudore del tuo volto” (Genesi 3.19).
Quando poi nella Bibbia si parla di carestia non viene scritto che mancava la frutta, la verdura o la carne, ma che “non c’era pane in tutta la terra” (47.13). Averne “a sazietà” era segno della benedizione di Dio (Esodo 16.3) e la stessa manna viene descritta da YHWH con queste parole: “Ecco, io sto per far piovere pane disceso dal cielo per voi” (16.4).
A questo punto, proprio partendo da queste parole, è facile pervenire a quelle del Figlio che, in quanto Parola di Dio, era Lui a relazionarsi con Mosè: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero” (Giovanni 6.32). La manna allora era una figura del Figlio di Dio che avrebbe preso un corpo simile al nostro, Colui che dichiarerà “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (v.35). Ancora: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Di che cosa si nutre l’essere umano? Di pane (in cui racchiudiamo tutti gli alimenti), ma anche – per quelli che si identificano, cercano e vogliono una vita vera – “di ogni parola che procede dalla bocca di Dio” (Matteo 4.4). Nutrirsi del corpo di Gesù, come vedremo, non è cannibalismo, ma fare proprio il Suo sacrificio per la nostra salvezza prima, e delle Sue parole poi mettendole in pratica ponendo così un confine fra religione e metodo di vita, assorbendole, assimilandole, eliminando l’opera del lievito consentendo allo Spirito di agire.
Il dogma della transustansazione fu definito dal Concilio di Trento (1545-1563), ma venne teorizzato anche prima dal domenicano Tommaso D’Aquino nella metà del 1200 circa che scrisse “un dogma è dato ai cristiani: il pane si trasforma in carne e il vino in sangue”. Andrebbe però risolto questo problema: se nel pane e nel vino, poi ostia consacrata, sono veramente presenti il corpo e il sangue di Gesù nel senso letterale del termine, cosa hanno mangiato i credenti dall’istituzione della Chiesa al giorno in cui fu proclamato il dogma? E poi, che senso avrebbe tutto questo, essendo proibito dalla legge mangiare la carne con il sangue, anche se di un animale – figuriamoci di un uomo –? Quando infatti Nostro Signore disse “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, provocò un’aspra discussione fra i Giudei che, fraintendendone il significato perché interpretandolo alla lettera – mi viene da pensare proprio come la Chiesa di Roma –, dissero “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ricordiamo che proprio l’aver preso queste parole senza ampliarne il senso provocò un serio turbamento da parte di “molti dei suoi discepoli” che “dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (v.60), e Lo abbandonarono (v.66).
In quella stessa circostanza Gesù disse ai Giudei scandalizzati: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. A questo punto, ciascuno può ricordare la frase sul non avere più sete credendo in Lui e trarre le conclusioni del caso. Anche qui, tenendo presente che “lo Spirito vivifica, ma la lettera uccide” (2 Corinti 3.6).
Credo che dicendo “la mia carne è vero cibo”, Gesù abbia voluto fare riferimento fra il semplice mangiare e il nutrirsi, verbi che non hanno lo stesso significato poiché il primo allude al soddisfare una necessità e un piacere, mentre il secondo ha una connotazione più profonda, implica la ricerca delle energie per affrontare la giornata o una fatica.
“Mangiare la mia carne e bere il mio sangue” allora significa identificarsi pienamente nell’opera di salvezza che il Figlio di Dio ha compiuto per noi, in concreto credendo, battezzandosi e celebrare il Memoriale di cui il pane e il vino sono gli elementi che si raccordano al corpo e al sangue del Signore. Come scrisse l’apostolo Paolo, infatti, “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice – quindi sono richiesti entrambi –, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”, cioè ritorni (1 Corinti 11.26).
Fra l’altro, in un altro passo in cui Gesù dice “Beato chi ha fame e sete di giustizia”, nessuno ha equivocato.

LA BENEDIZIONE
Sappiamo che c’era la preghiera di ringraziamento per il pasto quotidiano, ma abbiamo degli episodi in cui il suo significato andò oltre, come ad esempio nel caso della moltiplicazione dei pani e dei pesci in Matteo 14.15-21 in cui leggiamo che Gesù “recitò la benedizione”, stesse parole che troviamo nel nostro testo in esame. In quel caso abbiamo il ringraziamento al Padre per il miracolo che stava per compiersi, frutto del rapporto totale fra di loro nella collaborazione e nell’amore, ma nel Memoriale abbiamo la “benedizione” come approvazione divina al nutrimento spirituale rappresentato dal pane – corpo di Cristo e nel vino Suo sangue, un ringraziamento perché finalmente stava ancora una volta verificandosi ciò per cui il Figlio di Dio era venuto.
Sempre nella prima lettera ai Corinti (10.16) leggiamo “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione col sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione col corpo di Cristo?”: ecco spiegato credo una volta per tutte cosa voglia dire l’assunzione del pane e del vino nelle Assemblee cristiane.
Ciò che stava per essere dichiarato nella sera dell’ultima cena era che l’opera di Gesù sarebbe stata tale da renderci partecipi del Suo corpo e del Suo sangue a tal punto da potercene nutrire spiritualmente e la “benedizione” di quel momento sostituirà il valore nutritivo dei due elementi da sempre sinonimo di ciò che sfama il corpo e, per il vino, soddisfare le esigenze dell’animo per cui, recitando “la benedizione”, viene approvata ufficialmente l’istituzione del Memoriale prima ancora che fosse data agli uomini, prima di tutto agli Undici.
Ecco allora che, quando i credenti partecipano all’eucaristia, operano sotto la Sua benedizione, come abbiamo letto “annunciando la morte del Signore finché egli venga”.
La benedizione di Gesù è la garanzia che quel pane che di lì a poco sarebbe stato distribuito sarebbe stato davvero il Suo corpo e costituisce l’Amen più autorevole del Figlio dell’uomo quanto al corpo, e del Figlio di Dio quanto allo Spirito. Amen.
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17.14 – IL COMANDAMENTO NUOVO (Giovanni 13.34-35)

17.14 – Il comandamento nuovo (Giovanni 13.34,35)

34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Ultimamente le nostre riflessioni stanno riguardando un gruppo di versi, dal 31 al 35, in cui Nostro Signore presenta ai Suoi tre argomenti nuovi: il primo è la Sua glorificazione, il secondo la di Lui ricerca che avrebbero fatto senza poterlo trovare (fisicamente ma non spiritualmente), il terzo è il “comandamento nuovo” che va inquadrato alla luce della altrettanto nuova realtà che si sarebbe venuta a creare con la Sua morte e risurrezione. In altri termini il fatto che il “Figlio dell’uomo” fosse “glorificato” apriva due prospettive fino ad allora a loro sconosciute la cui comprensione sarebbe stata impedita agli altri uomini: i Giudei non lo avrebbero potuto trovare e sarebbero morti nel loro peccato, a differenza degli Undici e di tutti coloro che avrebbero creduto in lui; ora – nuovo annuncio – viene dato “un nuovo comandamento” che, a uno sguardo superficiale, tale non era, ma lo diviene se lo si inquadra sotto l’ottica della nuova condizione che si sarebbe aperta di lì a poco.
Il “nuovo comandamento” perfeziona e completa il “comandamento più grande” già enunciato da Gesù quando un Dottore della Legge, fariseo, “…lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il più grande comandamento?» Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»” (Matteo 22.35-40). In quella stessa circostanza, riferita da Marco, parlò uno scriba, che disse “«Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio»” (Marco 12.33,34).
Sappiamo già che per “prossimo” non si intendeva un generico appartenente al genere umano, ma al popolo di Israele; qui però Nostro Signore entra più nel particolare senza modificare il principio che stava alla base dell’amore visto in Levitico 19.17-19, “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. Osserverete le mie leggi”: venuto “non per abolire, ma per adempiere”, Gesù porterà il comandamento al suo punto più alto dando se stesso come esempio per cui il concetto va molto oltre al fare agli altri quanto vorremmo fosse fatto a noi (Matteo 7.12): “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” non lascia nessuno scampo alla non operosità anche interiore verso il fratello o sorella proprio perché Gesù è arrivato al limite estremo visto nel dare la propria vita in sacrificio per tutti coloro che il Lui avrebbero creduto. Abbiamo letto, quando lavò ai piedi ai dodici, che disse “Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (13.15) e l’apostolo Paolo, scrivendo ai Romani, esorta “… e il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore Gesù Cristo” (15.5,6).
Si potrebbe a questo punto affrontare il tema dell’amore nella Chiesa, ma non si finirebbe mai; se però ci limitiamo a quanto lasciato agli e dagli apostoli diventa possibile tracciare dei percorsi, delle idee. Dal testo nei due versi, oltre al fatto che viene dato un “nuovo comandamento”, vediamo che questo assume un fattore di riconoscimento per i cristiani visto nelle parole “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”. Questo vuol dire sia che gli Undici sarebbero entrati in una fase della loro vita in cui praticare l’amore gli uni verso gli altri sarebbe stato fondamentale, ma anche che quello sarebbe stato il loro segno di distinzione dal resto del mondo, in cui le persone si amano in modo diverso.
Oggi spesso chi è impegnato in àmbito religioso usa indossare un vestito particolare, un saio, una tonaca, un segno sopra un abito normale che le distingua e questo accade più o meno in tutte le confessioni, ma l’amore è qualcosa che va oltre tutto questo. Si ama non per interesse, non per secondi fini, ma è un modo di essere, è una relazione che scaturisce inevitabilmente nel momento in cui “due o tre” persone si ritrovano unite dal comune vincolo della fede. La Chiesa non è un’associazione di gente che condivide un interesse, quello che viene chiamato hobby o passione, ma un gruppo di salvati per grazia che hanno sperimentato, provato l’amore di Dio nei loro confronti e si riconoscono l’uno nell’altro.
È poi importante sottolineare che l’amore non è qualcosa di raggiungibile solo da chi ha una cultura particolare, ha fatto studi specifici, ma è una pratica alla portata di tutti i credenti che possono ritrovarsi diversificati quanto a doni, ma non certo in questo sentimento, che poi è pratica e dedizione. Se nelle varie Comunità Cristiane si insegnasse che come cristiani la prima cosa da cercare non è aspirare a compiti particolari, ma occorra amare l’altro rinunciando a sé, queste prospererebbero. Al contrario, senza di tutto questo, non si fa altro che replicare quel mondo che a parole si sostiene di avere abbandonato. Ma il mondo è prima di tutto dentro la persona e in un modo o in un altro vorrà sempre ritornare, magari sotto un’altra forma di quella che si censura. Così, la fede si trasforma in uno sterile esercizio “ascetico”.
Certo Gesù non lasciò i discepoli soli con questi due versi, ma ne estese il significato poiché proprio in quella stessa sera dirà “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (15.9). Perché? Perché l’amore è un sentimento che può essere frainteso e allora può venir gestito umanamente portando a conseguenze devastanti come il favoritismo, l’uso dei “due pesi e due misure”, la gestione scorretta dell’aiuto, del ministero e tanto altro.
Fu anche detto agli Undici “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (15.19) per cui la pratica della vita cristiana è alla base, il fondamento per un esercizio corretto di questa importante condizione che si ottiene quando la nostra persona, con il relativo attaccamento a ciò che appartiene alla carne e alla vita orizzontale, si fa da parte. È scritto “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. E la vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2.20. Per amare, quindi, non deve esistere nulla dentro di noi che sia più forte dell’amore per Cristo. Poi potremo pensare a cosa vuole che noi facciamo, ma non va mai anteposta la chiamata al compito, pena un profondo squilibrio interiore.
L’amore, quindi, non lo si può insegnare, ma scaturisce spontaneo da un genuino rapporto con Dio e a questo tema sia Nostro Signore sia gli Apostoli hanno dedicato molte parole. “Rimanete in me e io in voi” (15.4) è la condizione base in cui come cristiani ci dobbiamo trovare perché “come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche coi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (4-6).
Quanto descritto da Gesù è quindi il primo passo verso la pratica dell’amore; l’apostolo Pietro scrive “Dopo – sembra banale dirlo, non “prima” – aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna” (Ia, 1.22).
Giovanni, poi, ricordandosi delle parole del suo Maestro dettegli proprio quella sera, scriverà “Vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera. Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (Ia, 2.8-11). E a prevenire l’amore finto, di circostanza che a volte si respira nelle Comunità, la regola è: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con fatti e nella verità” (3.11) perché “Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (4.21).
Amare il fratello è immedesimarsi in lui. Una volta lessi una frase particolare in cui si affermava che dovremmo guardare ogni uomo con gli occhi di Cristo. Parole di effetto, ma che non dicono nulla perché, nonostante sia scritto, dopo un’accurata esposizione tra la forza dello Spirito e quella dell’uomo, che “noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Corinti 2.16), questo significa che grazie al Suo intervento abbiamo la mente aperta a comprenderne le parole, ma non certo possediamo la conoscenza di ciò che esiste nel cuore dei nostri simili.
Piuttosto, concluderei con la norma che troviamo in Romani 15.1-6: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere – notare il termine – di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me. Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Amen.
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17.13 – DOVE IO VADO VOI NON POTETE VENIRE (Giovanni 13.33)

17.13 – Dove vado io, voi non potete venire (Giovanni 13.33)

 

33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire.

 

Se si legge il racconto di Giovanni dai versi 31 e 35, è chiaro che riporta tre contenuti diversi fra loro, e cioè prima la glorificazione del Figlio dell’uomo, quindi l’impossibilità da parte degli Undici di seguirlo dove sarebbe andato, e infine il “comandamento nuovo” visto nell’amore reciproco. È quindi probabile che in questi versi l’Evangelista abbia voluto condensare concetti esposti in momenti non necessariamente in successione; dei tre, sicuramente il primo fu pronunciato appena Giuda Iscariotha uscì, gli altri prima o dopo il passaggio del secondo calice, quello che ricordava la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Prendo allora questo gruppo di versetti e cerco di analizzarlo consapevole dell’impossibilità di collocarli temporalmente a parte quanto già accennato.

La prima parola da sottolineare è “Figlioli”, greco tècnion cioè “bimbo, fanciulletto, figliolo, figlioletto”, che in tutti i Vangeli Gesù impiega solo qui. Vero è che in Giovanni 21.5 leggiamo “Figlioli, non avete da mangiare?”, ma la parola è pàis, che come significato primario ha “figlio, giovanetto, ragazzo”. E Giovanni, che scrive in greco, sicuramente fu in grado di cogliere le sfumature originali della lingua parlata dal suo Maestro, l’aramaico. Tècnion quindi, in misura maggiore rispetto a pàis, esprime il sentimento di Gesù verso i Suoi, il Suo lato paterno con riferimento alla fragilità che sarebbe emersa direi violentemente dal momento del Suo arresto fino a quando non apparirà loro una volta risorto.

L’idea che avevano di Lui come Messia e vederlo arrestato sarà un trauma violento come da Marco 14.27: “Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità, in verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire conte, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano tutti gli altri”. Questo è il quadro psicologico di quei momenti, e cioè tutti si ritenevano forti e incrollabili. Ma il pastore sarebbe stato percosso e le pecore disperse.

Lo scandalo allora non sarebbe stata una pietra sulla quale si inciampa e si cade, ma un macigno contro il quale sarebbero andati a sbattere che causerà il disorientamento più totale e non a caso il paragone è con quegli animali che, privi di una guida, si ritrovano senza qualsiasi riparo e orientamento. Pietro dirà anche “Signore, dove vai? Perché non posso seguirti? Io darò la mia vita per te” (v.37).

Nei due versi in esame Gesù dice tre cose: primo, sarebbe stato con loro “ancora per poco”. Non leggiamo “sarò” come ci aspetteremmo, ma “sono”, al presente perché essere con Lui allude all’esistere di una situazione continua, attimo per attimo, sotto la Sua guida e soccorso e così fu per tutti i tre anni e mezzo circa del Suo Ministero da loro condiviso.

Secondo, lo cercheranno nel senso che dovranno ammettere di non poter fare a meno di Lui, sperimenteranno il vuoto e vorranno averlo ancora con loro. Per questo dirà loro “Quado verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi mi date testimonianza, perché siete con me dal principio” (Giovanni 15.36). Il Consolatore sarà quello che supplirà la Sua mancanza, orientandoli e mettendoli in grado di formare e guidare la Chiesa, attivamente fino a quando restarono in vita e con i loro scritti che formano il Nuovo Testamento.

Il terzo punto è quello su cui possiamo soffermarci perché fa luce su una realtà complessa che prelude alla Vita con Lui. “Come ho detto ai Giudei”, i capi del popolo, è un riferimento a parole analoghe, ma cui seguono realtà profondamente diverse. Leggiamo in 7.33,34: “Ancora poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io voi non potete venire” (7.34). In 8.21 poi “Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire” (8.21). Anche agli Undici dice la stessa cosa, ma senza l’impossibilità di trovarlo e il morire nel loro peccato.

A quale momento si riferisce Gesù con quel “mi cercherete” detto ai Giudei? A quello finale, quando avrebbero dovuto fare i conti con Lui: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete». Allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tuo presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Ma egli vi dirà: «Non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia»” (Luca 13.25-27). Ancora, pensando al verso di Isaia che viene spesso citato in queste riflessioni che invita a cercare Iddio “mentre si trova” e “mentre è vicino”, quel “mi cercherete” allude a un’azione comunque ormai tardiva per risolvere il problema della propria destinazione eterna. Se è vero infatti che all’uomo è lasciato il libero arbitrio e la facoltà di scegliere chi servire, è altrettanto vero il fatto che il tempo, quando Gli si resiste, può essere poco e non è detto che si presenti un’altra opportunità di salvezza. Atteggiamento emblematico lo ebbero quei Greci nell’areopago che, sentendo parlare di risurrezione dei morti, dissero a Paolo “Su questo ti sentiremo un’altra volta” (Atti 17.32).

Altra nota per me terrificante è il “morirete nel vostro peccato”, al singolare sia perché ciascuno ha il proprio, ma anche perché avranno rifiutato ostinatamente di affidarsi all’ “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1.29). Sta scritto “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Ebrei 3.8).  È bello considerare che nella stessa circostanza di 8.21 Gesù spiega il concetto per due volte dicendo “Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; infatti, se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati” (v.24) questa volta al plurale perché all’impossibilità di rimuovere quello primario, definito anche “peccato originale”, si aggiungono inevitabilmente i molti dovuti alla concupiscenza della carne, termine che si rifà a tutto quanto l’Ego tirannico della persona esige e ricerca per la propria soddisfazione senza mai poterla placare fino in fondo.

 

Tornando al nostro testo le ultime parole di Gesù sull’argomento sono “dove vado io, voi non potete venire”, impossibilità certo temporanea, ben diversa da quella in cui versavano i Giudei qualora non Lo avessero riconosciuto come l’ “Io sono”. La salvezza non è qualcosa di difficile da raggiungere, non è un concetto frutto di una mente mistica o esaltata, non è un sintomo di estrema presunzione, ma è il motivo per cui Gesù si è fatto uomo lasciando parole inequivocabili poi riprese ed allargate dagli Apostoli che ne fecero la base della loro predicazione, non recando alcuna utilità il credere in Dio quanto ad essere superiore generico.

Gesù è Colui “che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro” (Galati 1.4). Ecco perché disse “Ecco, io vengo per fare la tua volontà” (Ebrei 10.9; Salmo 40.9; 143.10).

Il verbo usato, “strappare” suggerisce un’azione immediata, brusca, per cui non è che uno possa “sperare di essere salvato”: o lo è o non lo è, non esistono luoghi intermedi di decantazione, un Purgatorio in cui uno possa purificarsi dai peccati nell’attesa di essere ammesso a un ipotetico Paradiso, o la possibilità di pregare per le anime dei defunti; la salvezza infatti la si ha nel momento in cui si crede in Gesù Cristo, si ha la conoscenza di quanto questa sia costata. Teniamo presente che “Certo, l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa” (Salmo 49,8,9).

La salvezza è un dato di fatto che non richiede qualità particolari, ma nient’altro che il riconoscere Gesù come Figlio di Dio che ha dato se stesso per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui. Ai membri della Chiesa di Efeso scrive “In Lui ci ha scelti prima della fondazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità” (1.4) per finire con “Voi non siete stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (2.19).

Se non sappiamo “né il giorno, né l’ora” perché “se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa” (Matteo 24.43), c’è una conoscenza più indispensabile di qualsiasi sistema di navigazione che leggiamo in Giovanni 14.1-4 quando, sempre nella cena pasquale celebrata coi suoi Apostoli, dirà “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me – perché entrambi sono Uno –. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. E il Figlio di Dio è la “via, verità e vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (14.6).

Ecco allora che quel “Dove vado io, voi non potete venire” detta agli Undici è una frase dal valore unicamente temporaneo a differenza della stessa rivolta ai Giudei che, a meno di un intervento di conversione, sarebbe pesata su di loro come una montagna. La temporaneità era data dall’attesa che il servizio a favore delle anime e della Comunità Ecclesiale si concludesse, nell’attesa che tutti ricevessero la “corona della vita che il Signore ha promesso a coloro che lo amano” (Giacomo 1.12). Amen.

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17.12 – ORA È GLORIFICATO IL FIGLIO DELL’UOMO (Giovanni 13.31,32)

17.12 – Ora è glorificato il Figlio dell’uomo (Giovanni 13.31-32)

 

31Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

 

Prima di esaminare il testo dobbiamo tenere presente la conclusione del verso 30 in cui leggiamo, a proposito di Giuda Iscariotha, che “…preso il boccone, uscì. Ed era notte”: mi sono infatti chiesto perché Giovanni si preoccupi di specificare quella parte del giorno fosse quando è noto che la cena pasquale iniziava al tramonto e durava molto tempo. L’unica ragione è che con quelle parole l’evangelista abbia voluto evidenziare che il percorso umano di Giuda, dal momento in cui uscì, a prescindere dal fatto che abbia avuto con sé un lume o la notte fosse stellata o con la luna, avvenne nell’oscurità interiore più totale. Citiamo in proposito 11.9,10: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui”. Ancora più significative le parole in 12.35,36: “Ancora per poco tempo la luce è tra voi. Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce”.

Tenendo presente questi versi, quindi, Giuda sceglie di allontanarsi dalla luce per entrare nel buio, va via da quel Maestro e Signore che in realtà non aveva mai conosciuto né riconosciuto. A un processo di rigenerazione e salvezza ne sceglie uno degenerativo e di condanna e se la vita di una persona, tanto in senso orizzontale che verticale, è costituita da una serie di tappe, il suo alzarsi e uscire ne è un’altra verso il non ritorno, quello che raggiungerà definitivamente con il bacio che Gli darà quale segno di riconoscimento concordato coi capi dei sacerdoti.

A parte altre, molte considerazioni possibili sulla persona di quest’uomo, ricordiamo che l’uscita di Giuda fu importante per Gesù che fino a quel momento aveva dovuto sopportare la sua presenza: andandosene, Lo lascia libero di comunicare senza interferenza alcuna ai Suoi discepoli contenuti riservati e fondamentali, di pregare per loro con parole mai riportate prima di allora e di istituire il Memoriale che, da lì in poi, sarebbe stato celebrato nella Chiesa. La presenza del traditore, infatti, sarebbe stata incompatibile con tutte le manifestazioni che si verificarono da lì in poi.

Rileviamo tutto questo dai due avverbi, “Quando”, scritto da Giovanni, e “Ora” pronunciato da Gesù, che credo siano sufficienti a dimostrare la totale estraneità di Giuda rappresentante non solo della totalità del profano, ma anche del rapporto formale e ipocrita in contrapposizione all’unico possibile, quello vero, costruttivo e profondo con il Signore che altro non è se non un rapporto reciproco di amore. Perfetto il Suo, imperfetto il nostro.

 

Leggendo le parole di Nostro Signore al verso 31, dopo “Ora”, consideriamo “il Figlio dell’uomo”, definizione che dà di sé nei Vangeli per un totale di 66 volte in cui il 6, numero dell’imperfezione, viene ripetuto due volte andando così a formare uno dei numeri perfetti della Scrittura, il 12, tutti comunque legati all’uomo. Non leggiamo “Ora sono stato glorificato”, ma “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”, indice del fatto che la gloria sarebbe stata in quanto uomo vero e perfetto perché l’espressione ebraica “figlio di” o “del”, significa comunione di natura e qualità a livello elevato, la stessa che troviamo anche quando si dichiara, o viene definito, come “Figlio di Dio”. In questo senso, il “Figlio dell’uomo” avrebbe raggiunto la Sua perfezione con la morte di croce e resurrezione, un futuro che qui troviamo al passato per una particolare caratteristica del tempo verbale impiegato.

Mi spiego: “è stato glorificato” è una traduzione di comodo da un tempo verbale greco sotto certi aspetti molto particolare perché, pur venendo reso al passato, possiede una vitalità molto difficile da rendere in italiano: indica l’azione pura e semplice, prescinde dalle categorie del tempo e della durata e ha la sottigliezza di essere valido nel presente, nel passato e nel futuro. E a questo punto, chiaramente, credo ci si apra un campo immenso di riflessioni che qui sarebbe dispersivo affrontare. Resta il fatto che, per la frase del verso 31, Gesù pone l’accento sul fatto che è al tempo stesso il “Figlio dell’uomo” e l’ “IO SONO”: per quanto riguarda il Suo secondo attributo certo non aveva bisogno di venire glorificato in quanto già possedeva questa caratteristica, ma quanto alla Sua condizione umana, certamente sì. Solo con una vita senza peccato e morendo innocente come Agnello di Dio in qualità di Figlio dell’uomo avrebbe potuto redimere quanti avrebbero creduto in Lui.

Abbiamo parlato di agnello, chiaramente in senso sacrificale per il peccato: doveva essere “senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre” (Esodo 12.5). Era un animale che rappresentava la fragilità e l’innocenza, ma garantiva un perdono temporaneo pur avendo il suo sacrificio un carattere riparatorio. Più che all’agnello sacrificale per i peccati e ai due che venivano offerti durante il giorno, che vanno sempre tenuti presente, il vero riferimento è a quello pasquale, poiché “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1 Corinti 5.7) e siamo stati “liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto né macchia” (1 Pietro 1.19).

L’agnello dell’Antico Patto è una figura di Gesù: per essere offerto non doveva avere alcun “difetto né macchia”, figura del peccato e delle sue conseguenze, umiliando e deturpando la creatura umana di fronte agli occhi di Dio. Per quanto riguarda l’offerta di quello pasquale, poi, la prescrizione relativa era che non gli fosse spezzato alcun osso (Esodo 12.46), che ci parla dell’integrità del corpo intesa come struttura. Lo scheletro è l’intelaiatura che non solo lo sorregge, ma protegge gli organi e i tessuti molli sottostanti (pensiamo solo alla scatola cranica), consente l’equilibrio e il movimento; nel caso di Gesù le Sue ossa non furono spezzate perché era già morto, a conferma del fatto che nessun essere umano avrebbe potuto ucciderlo, avendo deposta la Sua vita volontariamente. Infatti: “Per questo il Padre mi ama, perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla per poi riprenderla di nuovo” (Giovanni 10.17,28).

Visto che stiamo trattando, seppur molto a grandi linee, la simbologia dell’agnello, notiamo che il comandamento relativo a quello pasquale non si limitava al non rompere nessun osso dell’animale, ma la commemorazione e il suo cibarsene era riservata ai circoncisi (Esodo 12.45, “L’ospite e il mercenario non ne mangeranno”). In più, la sua carne non poteva essere portata fuori casa (v. 46), questo, ai tempi, per evitare che una cerimonia così intima e individuale potesse trasformarsi in qualcosa di chiassoso e, per la Chiesa, abbiamo un’allusione al fatto che la partecipazione attiva al Memoriale è di esclusiva pertinenza dei salvati che la compongono.

 

Tutti i versi relativi all’agnello, tanto negli scritti dell’Antico che del nuovo Patto, raccontano la storia di Gesù al passato (l’A.T.), al presente (i Vangeli) e al futuro con l’Apocalisse dell’apostolo Giovanni. E qui ci colleghiamo a quel “Ora è glorificato” coi significati che il tempo aoristo comporta nel greco antico così come nel tempo passato ebraico. La storia dell’agnello è quella del Figlio dell’uomo che muore e risorge, ma anche quella del Dio che salva e, come abbiamo letto recentemente, metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Ed arriviamo così all’Agnello dell’Apocalisse in cui vediamo la gloria che gli viene data in cui il “nome superiore a quello di ogni altro nome” non ha attinenza col Suo essere Dio, ma con il Suo essere stato uomo perché, se Dio è Dio, l’uomo è uomo, ma Gesù Cristo, come Figlio dell’uomo, ha mutato quella condizione di profonda inferiorità in cui li aveva gettati il peccato di Adamo ed Eva per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui.

Solo l’agnello è risultato “degno di aprire il libro e sciogliere i sette sigilli” (Apocalisse 5): questo ci parla del fatto che, senza Gesù, tutto si sarebbe bloccato e sarebbe rimasto senza alcuna prospettiva futura, anzi sarebbe stato impossibile qualsiasi ingresso nell’eternità con Lui. Se non fosse “disceso dal cielo” e non avesse assunto forma umana, sarebbe rimasto in un’eternità svuotata di qualsiasi anima e il “libro” (della vita e non solo) sarebbe stato inutile perché non ci sarebbe stato nessuno da salvare né alcun progetto salvo un’assoluta, eterna autosufficienza delle tre Persone.

Invece il cantico che accompagna l’Agnello è il seguente: “Tu sei degno – il solo – di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra” (vv.9,10). Al verso 6 dello stesso capitolo è visto “un agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra”: si noti la posizione, “in piedi”, quindi nell’atto di presenziare o compiere qualcosa di legalmente importante: poi “come immolato”, che altre traduzioni riportano con “che sembrava essere stato ucciso”. In entrambi i casi il riferimento è al fatto che il Cristo porta sul suo corpo glorificato i segni di quanto affrontato, che rappresentano le credenziali di sofferenza, sacrificio e vittoria. L’agnello è poi rappresentato come dotato di una vista e di un potere perfetto, come Re assoluto per poi concludere in 22.1 in cui viene mostrato all’Apostolo “…un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello”. Acqua viva quindi che ristora davvero, quella che una volta bevuta non dà più sete (Giovanni 4.14). Infatti “Io sono l’alfa e l’omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darà gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita” (21.6).

Ecco, parlando dell’Agnello abbiamo trovato descritto, se pur brevemente, il percorso e la realtà spiegata ai versi 31 e 32 riportati in titolo: è il rapporto fra il Padre e il Figlio, del Dio e dell’uomo che ha vinto là dove noi non avremmo potuto che perdere. Amen.

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