17.15 – IL MEMORIALE: IL PANE, CORPO DI CRISTO I/III (Matteo 26.26; Luca 22.19)

17.15 – Il Memoriale: il pane, corpo di Cristo 1 (Matteo 26.26 – Luca 22.19)

26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo».

19Poi prese il pane, rese grazie e lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».

“Mentre mangiavano” è l’unica collocazione temporale che abbiamo dell’istituzione del memoriale che ci forniscono Matteo e Marco per cui sappiamo che Gesù prese il pane e il vino durante la celebrazione della Pasqua, per quanto in seguito cercheremo di approfondire tempi e modi. Premessa per tutte le riflessioni sull’istituzione del Memoriale è comunque quella che tale orientamento iniziale riguardi la cena che stava per finire per cui Nostro Signore non sostituì tanto il terzo calice, ma provvide prima a compiere la celebrazione comune a tutti gli ebrei per poi introdurre quello che può essere definito il simbolo concreto della Nuova Alleanza. In pratica, non tolse ma aggiunse, trasformando.
Luca, a sottolineare la distanza temporale che intercorse fra la frase “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” e a proposito del calice inziale, “Prendetelo e fatelo passare fra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vita, finché non verrà il regno di Dio”, impiega l’avverbio “Poi” che abbiamo letto.
Esiste anche, oltre alle versioni dell’episodio dei Sinottici, quella dell’apostolo Paolo in 1 Corinti 11.23 “Io ho infatti ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi, fate questo in memoria di me»”.
Comunque sia, probabilmente fra il primo e il terzo calice, Gesù compie un’azione del tutto nuova, non contemplata nel rito della Pasqua, che solo Lui aveva il diritto di fare: prende “il pane”, cioè una focaccia di pane azzimo, recita la benedizione, la spezza e la dà agli Undici. Proviamo ad esaminare queste quattro fasi.

IL PANE
Sappiamo che era senza lievito, sostanza che quando è presente nell’impasto si diffonde al suo interno impregnandolo e trasformandolo. Qualcuno ha scritto che “Così come il lievito permea l’intero impasto, il peccato si diffonde – notare il verbo, che implica uno sviluppo e una trasformazione graduale – in una persona, una Chiesa o una nazione – e penso a Israele – sopraffacendole e portando i suoi partecipanti alla prigionia e alla morte”, perché “Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” (Galati 5,9).
Ecco allora la rivelazione: quel pane azzimo non poteva che simboleggiare, avere altro riferimento se non al corpo di Cristo, il solo a potersi dire veramente esente dal peccato; nonostante agli ebrei fosse comandato “Fin dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele” (Esodo 12.15), in pratica il lievito lo portavano comunque dentro di loro. Ricordiamoci anche che quella sostanza non dovesse essere presente non solo il giorno di Pasqua e nei successivi, ma anche nei sacrifici, come da cap. 6 del libro del Levitico.
Dicendo ai Suoi “Questo è il mio corpo” Gesù indicava il rapporto con quel pane che aveva tra le mani e a nessun altro (né tantomeno a quello quotidiano) essendo, come sappiamo, l’unico essere umano (Figlio dell’uomo) a non aver commesso la minima infrazione alla Legge morale o cerimoniale istituita dal Padre.
Il pane è sempre stato la figura per eccellenza del nutrimento fin dai tempi più antichi e infatti la prima volta che compare è nel giudizio decretato su Adamo che lo avrebbe mangiato “col sudore del tuo volto” (Genesi 3.19).
Quando poi nella Bibbia si parla di carestia non viene scritto che mancava la frutta, la verdura o la carne, ma che “non c’era pane in tutta la terra” (47.13). Averne “a sazietà” era segno della benedizione di Dio (Esodo 16.3) e la stessa manna viene descritta da YHWH con queste parole: “Ecco, io sto per far piovere pane disceso dal cielo per voi” (16.4).
A questo punto, proprio partendo da queste parole, è facile pervenire a quelle del Figlio che, in quanto Parola di Dio, era Lui a relazionarsi con Mosè: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero” (Giovanni 6.32). La manna allora era una figura del Figlio di Dio che avrebbe preso un corpo simile al nostro, Colui che dichiarerà “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (v.35). Ancora: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Di che cosa si nutre l’essere umano? Di pane (in cui racchiudiamo tutti gli alimenti), ma anche – per quelli che si identificano, cercano e vogliono una vita vera – “di ogni parola che procede dalla bocca di Dio” (Matteo 4.4). Nutrirsi del corpo di Gesù, come vedremo, non è cannibalismo, ma fare proprio il Suo sacrificio per la nostra salvezza prima, e delle Sue parole poi mettendole in pratica ponendo così un confine fra religione e metodo di vita, assorbendole, assimilandole, eliminando l’opera del lievito consentendo allo Spirito di agire.
Il dogma della transustansazione fu definito dal Concilio di Trento (1545-1563), ma venne teorizzato anche prima dal domenicano Tommaso D’Aquino nella metà del 1200 circa che scrisse “un dogma è dato ai cristiani: il pane si trasforma in carne e il vino in sangue”. Andrebbe però risolto questo problema: se nel pane e nel vino, poi ostia consacrata, sono veramente presenti il corpo e il sangue di Gesù nel senso letterale del termine, cosa hanno mangiato i credenti dall’istituzione della Chiesa al giorno in cui fu proclamato il dogma? E poi, che senso avrebbe tutto questo, essendo proibito dalla legge mangiare la carne con il sangue, anche se di un animale – figuriamoci di un uomo –? Quando infatti Nostro Signore disse “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, provocò un’aspra discussione fra i Giudei che, fraintendendone il significato perché interpretandolo alla lettera – mi viene da pensare proprio come la Chiesa di Roma –, dissero “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ricordiamo che proprio l’aver preso queste parole senza ampliarne il senso provocò un serio turbamento da parte di “molti dei suoi discepoli” che “dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (v.60), e Lo abbandonarono (v.66).
In quella stessa circostanza Gesù disse ai Giudei scandalizzati: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. A questo punto, ciascuno può ricordare la frase sul non avere più sete credendo in Lui e trarre le conclusioni del caso. Anche qui, tenendo presente che “lo Spirito vivifica, ma la lettera uccide” (2 Corinti 3.6).
Credo che dicendo “la mia carne è vero cibo”, Gesù abbia voluto fare riferimento fra il semplice mangiare e il nutrirsi, verbi che non hanno lo stesso significato poiché il primo allude al soddisfare una necessità e un piacere, mentre il secondo ha una connotazione più profonda, implica la ricerca delle energie per affrontare la giornata o una fatica.
“Mangiare la mia carne e bere il mio sangue” allora significa identificarsi pienamente nell’opera di salvezza che il Figlio di Dio ha compiuto per noi, in concreto credendo, battezzandosi e celebrare il Memoriale di cui il pane e il vino sono gli elementi che si raccordano al corpo e al sangue del Signore. Come scrisse l’apostolo Paolo, infatti, “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice – quindi sono richiesti entrambi –, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”, cioè ritorni (1 Corinti 11.26).
Fra l’altro, in un altro passo in cui Gesù dice “Beato chi ha fame e sete di giustizia”, nessuno ha equivocato.

LA BENEDIZIONE
Sappiamo che c’era la preghiera di ringraziamento per il pasto quotidiano, ma abbiamo degli episodi in cui il suo significato andò oltre, come ad esempio nel caso della moltiplicazione dei pani e dei pesci in Matteo 14.15-21 in cui leggiamo che Gesù “recitò la benedizione”, stesse parole che troviamo nel nostro testo in esame. In quel caso abbiamo il ringraziamento al Padre per il miracolo che stava per compiersi, frutto del rapporto totale fra di loro nella collaborazione e nell’amore, ma nel Memoriale abbiamo la “benedizione” come approvazione divina al nutrimento spirituale rappresentato dal pane – corpo di Cristo e nel vino Suo sangue, un ringraziamento perché finalmente stava ancora una volta verificandosi ciò per cui il Figlio di Dio era venuto.
Sempre nella prima lettera ai Corinti (10.16) leggiamo “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione col sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione col corpo di Cristo?”: ecco spiegato credo una volta per tutte cosa voglia dire l’assunzione del pane e del vino nelle Assemblee cristiane.
Ciò che stava per essere dichiarato nella sera dell’ultima cena era che l’opera di Gesù sarebbe stata tale da renderci partecipi del Suo corpo e del Suo sangue a tal punto da potercene nutrire spiritualmente e la “benedizione” di quel momento sostituirà il valore nutritivo dei due elementi da sempre sinonimo di ciò che sfama il corpo e, per il vino, soddisfare le esigenze dell’animo per cui, recitando “la benedizione”, viene approvata ufficialmente l’istituzione del Memoriale prima ancora che fosse data agli uomini, prima di tutto agli Undici.
Ecco allora che, quando i credenti partecipano all’eucaristia, operano sotto la Sua benedizione, come abbiamo letto “annunciando la morte del Signore finché egli venga”.
La benedizione di Gesù è la garanzia che quel pane che di lì a poco sarebbe stato distribuito sarebbe stato davvero il Suo corpo e costituisce l’Amen più autorevole del Figlio dell’uomo quanto al corpo, e del Figlio di Dio quanto allo Spirito. Amen.
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