17.18 – IL VINO, SANGUE DI CRISTO I/II (Matteo 26.26: Luca 22.19; 1 Corinti 11.25)

17.18 – Il Memoriale: il vino, sangue di Cristo 1 (Matteo 26.26 – Luca 22.19 – 1 Corinti 11.25 )

 

27Poi prese il calice, rese grazie e lo diede a loro dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdóno dei peccati».

22E dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

 25Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

 

 

Giunti a questo punto, esaminato nei suoi aspetti fondamentali il significato del pane dato agli Undici, prima di affrontare i versi sopra riportati non possiamo non sostare sul fatto che i due elementi che Gesù presenta istituendo il memoriale trovano le loro radici nell’Antico Patto. Vero è che esiste una continuità assoluta fra i contenuti della Dispensazione della Legge e quella della Grazia, ma spesso si tende a considerarle come due periodi a sé, anche se si ha ben presente la frase di Gesù  venuto “Non per abolire, ma per portare a compimento” (Matteo 5.17,18) o, come altri traducono, “adempiere”. Tutta la Sua vita fu un adempimento e la Sua morte e resurrezione, col proprio corpo e sangue donato, portò alla piena attuazione quel piano di redenzione tanto a lungo atteso anche dagli stessi uomini che vissero in tempi molto lontani da Gesù a tal punto che Abrahamo “esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò” (Giovanni 8.56).

“Non per abolire” censura definitivamente la teoria secondo la quale l’Antico Patto sia annullato in toto né abbia più alcuna attinenza col Cristo mentre “per portare a compimento” colloca entrambi, Antico e Nuovo, nella loro giusta dimensione.

Chiarisce il concetto l’Apostolo Paolo in 1 Corinti 10: “Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto” (vv.1-5).

Qui, chiaramente, l’Apostolo ricorda la storia del popolo di Israele quando fu fatto uscire dalla terra d’Egitto, le cui vicende sono narrate nel libro dell’Esodo. “Tutti furono sotto la nube” che li guidava perché “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube per guidarli sulla via da percorrere e di notte su una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potevano viaggiare di giorno e di notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte” (13.21,22). Gli ebrei di quei tempi, dunque, non patirono il caldo terribile del deserto e neppure il freddo della notte.

“Tutti attraversarono il mare” ha riferimento col passaggio del Mar Rosso dopo che gli ebrei trascorsero in Egitto 430 anni di schiavitù. “Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante la notte risospinse il mare con un vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra” (14.21-22).

“Tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e sul mare” è la spiegazione del significato di quegli avvenimenti per i cristiani: guardando a quanto avvenuto in quei tempi antichi, la liberazione dall’Egitto è figura della redenzione operata da Gesù Cristo, il pellegrinaggio nel deserto l’immagine della vita dei credenti nel mondo loro estraneo e il paese di Canaan, terra promessa, un’ombra del regno dei Cieli, mentre il passaggio del Mar Rosso e lo stare sotto la nuvola sono figura del battesimo.

“Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale” è storicamente la manna, da loro mangiata “per quarant’anni, fino al loro arrivo in terra abitata: mangiarono la manna finché non furono arrivati ai confini della terra di Canaan” (16.35). Da notare il parallelismo tra “finché non furono arrivati” e “Voi annunciate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor. 11.26).

“Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale” è ha connessione con la roccia percossa da Mosè: “Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e tutto il popolo berrà” (17.8).

Ebbene Paolo, a conferma e sostegno del principio di continuità fra Antico e Nuovo, identifica la roccia nel Figlio di Dio, ed ecco che troviamo sia il “mangiate” che il “bevete”, oltre che la frase “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva” (Giovanni 7.37) e riferimenti. Scrive Giovanni Diodati: “Ecco che appare come i Padri godevano degli stessi benefici della Chiesa cristiana, benché in misura minore e non di meno molti fra loro furono puniti, sterminati e rigettati da Dio per i loro peccati”. Infatti leggiamo “Anche a noi, come quelli, abbiamo ricevuto il Vangelo, ma a loro la parola udita non giovò affatto, perché non sono rimasti uniti a quelli che avevano ascoltato con fede. Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo” (Ebrei 4.2).

Riguardo allo sterminio della “maggior parte di loro” e alla situazione terribile in cui versa chi partecipa al memoriale in modo indegno accennata nelle riflessioni precedenti, ricordiamo il commento di Paolo; “Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono” (1 Corinti 10.6), principio ribadito dai versi 7 a 22: “Non diventate idolatri, come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: «Il popolo sedette per magiare e bere e poi si alzò per divertirsi». Non abbandoniamoci all’impurità, come si abbandonarono alcuni di loro, e in un solo giorno ne caddero ventitremila. Non mettiamo alla prova il Signore nella sua pazienza come lo misero alla prova alcuni di loro e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittima dello sterminatore – cioè l’angelo esecutore dei giudizi di Dio, Esodo 12.13 –. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio e sono scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”.

Per concludere questa premessa, va considerato che nei testi riportati non si allude a quei peccati che ciascuno di noi commette per inavvertenza, distrazione o per il semplice fatto che siamo soggetti alla nostra imperfezione, ma quelli profani, di ribellione, di negativa disposizione mentale come in Ebrei 12.14-17: “Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; vigilate perché nessuno vi privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati. Non vi sia nessun fornicatore, o profanatore come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto: non si trovò infatti spazio per un cambiamento, sebbene glielo chiedesse con lacrime”.

 

Veniamo ora ai versi oggetto di riflessione, che ci parlano del sangue di Gesù raffigurato nel vino. Abbiamo letto “sangue dell’alleanza” e “la nuova alleanza nel mio sangue” e questo non può che farci considerare la precedente, quella in cui vivevano gli israeliti che fu sancita con modalità particolari nei capitoli da 20 a 24 del libro dell’Esodo con una serie di norme morali e di vita estremamente precisa, tutti conseguenza, provenienti dal primo comandamento del Decalogo che ne costituisce la base, “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me”.

Teniamo presente, a integrazione di concetti già espressi nella precedente riflessione quando abbiamo fatto qualche paragone tra l’Antica Alleanza e la Nuova, che “se la prima alleanza fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra” (Ebrei 8.7) e che “Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima, ma ciò che diventa antico invecchia ed è prossimo a sparire” (v.13): quindi è di fondamentale importanza capire che la Legge non è più una condicio sine qua non per arrivare a Dio, ma contiene sempre, a parte quella cerimoniale, i parametri per conoscere ciò che è a Lui gradito o meno. La Legge è interessante per tutti i riferimenti che ci vengono dati per capire il periodo meraviglioso di benedizione in cui viviamo, adempiuto e compiuto dal Figlio per la nostra salvezza e di cui abbiamo un anticipo proprio nel passo che andremo a leggere in Esodo 24.4-8 che costituisce l’ufficiale apertura di quella dispensazione: “Mosé andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti chi il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!»”.

Un patto, un contratto stipulato col sangue come base da cui partire perché “secondo la legge, quasi ogni cosa è purificata con sangue; e senza spargimento di sangue non c’è remissione” (9.22), ma che in futuro avrebbe collocato gli uomini in una dimensione totalmente nuova in quanto “era necessario che le cose raffiguranti quelle nei cieli fossero purificate con questi mezzi, ma la cose celesti stesse dovevano esserlo con sacrifici più eccellenti di questi” (v.23) ed arriviamo così al Figlio e al suo sangue offerto.

È stata per me una rivelazione quando ho scoperto che nei versi di Esodo che abbiamo letto l’Autore si limita a scrivere che Mosè mise il sangue di quei sacrifici in catini, ma l’apostolo Paolo parecchi secoli dopo ci informa che, per evitare che quel sangue si raggrumasse, lo stemperò con acqua: “…neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. Infatti, dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issópo, asperse il libro stesso e tutto il popolo, dicendo: «Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi». Alla stessa maniera con il sangue asperse anche la tenda e tutti gli arredi del culto. Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdóno” (Ebreo 9.18-21). “Sangue e acqua” che uscirono dal costato di Gesù quando l’anonimo soldato romano gli perforò il pericardio con una lancia (Giovanni 19.34).

Cristo “è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda – sotto la quale il sommo sacerdote dell’Antico Patto operava – più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario – dove c’era la presenza di Dio – non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale mosso dallo Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?” (vv.11-14).

E qui mi fermo. Come spesso accade, non ho sviluppato nulla, ma ho dato delle linee su cui riflettere ed è giusto che sia così, che ciascuno trovi la propria collocazione, dimensione in queste verità che hanno un bagliore così accecante che a volte non riusciamo a vederle. Ecco perché esiste l’opera dello Spirito. Amen.

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17.17 – IL PANE, CORPO DI CRISTO III/III (Matteo 22.26 – Luca 22.19)

17.17 – Il Memoriale: il pane, corpo di Cristo 3 (Matteo 26.26 – Luca 22.19)

 

26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo».

19Poi prese il pane, rese grazie e lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».

 

PRENDETE, MANGIATE

Con queste parole si conclude l’orientamento di Gesù ai Suoi quanto al proprio corpo. Marco scrive “Prendete, mangiate”, Paolo – lo ricordiamo – “Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me”, quasi identico a Luca che scrive “dato per voi”.

È importante sottolineare che, a differenza a quanto avvenuto in passato, nessuno dei presenti si scandalizzò per quella frase e il motivo è di una semplicità disarmante, vale a dire che gli Undici compresero ciò che il loro Maestro intendeva, questo perché sono parole analoghe a quanto si diceva nella celebrazione consueta della Pasqua quando il più giovane della famiglia chiedeva al più anziano che la commemorava “Che significato ha per voi questo rito?” e riceveva in risposta queste parole: “Questo è il corpo dell’agnello che i nostri padri mangiarono in Egitto, questa pasqua è il nostro Salvatore e il nostro rifugio”. Non era quindi la stessa Pasqua, ma la sua commemorazione e infatti abbiamo le parole “Fate questo in memoria di me”.

Ora, guardando alla frase detta agli Undici, abbiamo due imperativi, “prendete” e “mangiate” che già introducono ancora una volta il principio della gratuità del dono a seguito di una chiamata. Gli apostoli non avrebbero mai potuto prendere e mangiare di loro iniziativa; se ciascuno si fosse alzato dal proprio posto e fosse andato a prendere quel pane, avrebbe compiuto un gesto assolutamente ordinario e comune, ma in quella sala è Gesù che, ancora una volta, dona sé stesso a una persona che lo accoglie. Prendere il pane significa proprio questo, accettare quanto il Signore ci porge ed ecco perché, celebrando il Memoriale, rinnoviamo quell’offerta prendendolo e – attenzione – mangiandolo, confermando così la nostra appartenenza a Lui e soprattutto di averne bisogno perché, considerando freddamente la cosa, un pezzo di pane non aggiunge nulla a una cena: non sazia, serve a poco e non è considerato. Se però lo inquadriamo nel suo vero significato, vale a dire il pane non come il risultato di una cottura, ma come corpo di Cristo, allora il suo valore diventa inestimabile.

Uno si dà a tutti e allo stesso modo, senza favoritismi perché una sola è stata la Sua morte e non ha sofferto di più per me e meno per te. E tutti i credenti, davanti a quel pane, sono uguali, peccatori perdonati cui è stata fatta la grazia della vita eterna per cui non possono esistere risentimenti o questioni irrisolte davanti a quel simbolo e chi lo prende si assume una grande responsabilità se si trova in condizioni che contraddicono il suo gesto. “Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse comunione col sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione col il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Corinti 10.16,17).

Mi spiego meglio citando le parole dell’apostolo Paolo ai credenti di Corinto: “…non posso lodarvi perché vi riunite assieme non per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova – dell’orgoglio e della carnalità –. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere?” (1 Corinti 11.17.20).

In questo passo, allora, sono racchiuse molte contraddizioni che si verificano ancora oggi nelle Chiese, soprattutto la prima vista nelle divisioni, nelle liti non risolte, negli appianamenti mancati e così ciò che per il mondo è la norma, nella Chiesa diventa un macigno dal peso enorme che grava sul capo e la coscienza di chi assume il pane e il vino in modo colpevole, vale a dire senza essere ciò che Cristo fu per il suo prossimo, ciò che furono gli Undici gli uni per gli altri. La Chiesa dev’essere composta da persone con un unico obiettivo comune, individuale e collettivo: il primo è il servizio per il Signore, che non significa fare chissà cosa, ma può essere benissimo il portare dignitosamente la pena del proprio giorno, cosa che non tutti fanno o accettano. Il secondo è la crescita nell’amore, anche questa cosa che non tutti seguono: se non ho la capacità di vedere nel fratello un perdonato come me, se non assorbo questo principio facendolo mio, non ho capito nulla.

E queste parole non sono scritte così per riempire un foglio, ma fanno parte di una dottrina molto ampia e particolare proprio perché il cristiano si confronta con Dio nel punto più alto proprio col Memoriale. Certo posso pregare, studiare la Sua Parola, vivere il mio quotidiano davanti a Lui, ma quando prendo il pane e il vino mi accosto a Lui con la responsabilità del caso e credo che se nelle Chiese si assumesse il pane azzimo e non quello di tutti i giorni sarebbe una cosa giusta perché responsabilizzerebbe di più le persone: sappiamo il significato che ha il lievito, abbiamo l’esortazione a toglierlo via “…per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (5.7) e soprattutto “Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e verità” (v.8). Eppure, anche se il pane azzimo diventasse una regola, si correrebbe comunque il rischio di sottovalutarlo perché il pericolo terribile che il simbolo si tramuti in forma a sé stante e in abitudine esiste sempre. Infatti, la frase “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” ha valore universale nel tempo.

“Prendere” e “mangiare” costituiscono il risultato di uno spostarsi per fare, ma non per consuetudine o per un rito cui sottoporsi per tradizione: Gesù è l’ ”Io sono”, “lo stesso di ieri, di oggi e per sempre” (Ebrei 13.8) e “Ogni volta che voi avrete mangiato di questo pane e bevuto di questo calice, voi annunzierete la morte del Signore, finché egli venga” (1 Corinti 11.26). Si perpetua il Suo ricordo, ma altrettanto lo deve essere il nostro comportamento e il nostro cuore perché “chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore” (v.27).

“Indegno” cioè non conforme alle Sue aspettative, cioè in presenza di un peccato non confessato e lasciato, di comportamenti e atteggiamenti scorretti, di isole di orgoglio che non vogliamo porre in discussione, di ostacoli che gestiamo volontariamente per resistere allo Spirito e così contristandolo. Chi è vittima o prigioniero di queste cose, ha l’obbligo di astenersi dall’assunzione del pane e del vino nel Memoriale. Ecco perché sempre nella stessa lettera leggiamo “Ciascuno dunque esamini se stesso e poi mangi del pane e beva del calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”.

Quindi è richiesta, prima dell’assunzione del simbolo, un esame di se stessi. Quando ero bambino, la Chiesa di Roma insegnava che non era possibile accostarsi all’eucaristia senza prima essersi confessati e nei versi dell’apostolo Paolo vediamo che l’autoesame non è cosa facile perché non si allude a uno sguardo superficiale, bonario, indulgente, ma a qualcosa di scrupolosamente severo: “esaminare” implica un’analisi, una valutazione, una ricerca, un’indagine, un controllo. Quando c’è un esame, di qualunque tipo esso sia (medico, forense, tecnico) implica sempre una valutazione estremamente accurata, osservazioni dirette e circostanziate; non può essere fatto da persone incompetenti e così dobbiamo essere noi nell’accostarci a quei simboli che sono santi perché rappresentano il corpo e il sangue di Colui che ha dato la vita per noi infinitamente puro, santo e innocente.

E credo dobbiamo prestare attenzione al fatto che stiamo parlando dello stesso Essere che non poteva essere visto dall’uomo senza che vi fosse una sua sopravvivenza: la libertà di accostarsi a Lui liberamente esiste fino al momento in cui esiste un peccato che permane, nel qual caso saremmo colpevoli, avendo letto “mangia e beve la propria condanna”.

Proseguendo nella lettura del testo, poi, troviamo “È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un gran numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo” (vv.30,31).

Abbiamo letto che l’esame siamo noi stessi a farlo e nessun altro: in questo caso ciascuno di noi sa ciò che ritarda il proprio cammino o addirittura lo ostacola e del resto, se ci pensiamo, la responsabilità che abbiamo davanti a Dio è assolutamente personale. Non provvedere a questo esame, comporta un giudizio visto nelle infermità, malattie e in alcuni casi la morte, qui così tradotta ma in realtà l’originale ha “dormire”, termine che allude a quello stato in cui versano i credenti nell’attesa della risurrezione del corpo.

Riguardo al tema degli ammonimenti di Dio, illumina Ebrei 12.5-12: “…avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate dritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire”.

Concludo qui le considerazioni sul pane, corpo di Cristo. Molte di queste saranno valide anche per il vino, Suo sangue. Ho però preferito affrontarli come due temi separati anche se non lo sono perché un corpo vivente implica necessariamente il secondo elemento. Corpo e sangue donato, corpo e sangue di cui nutrirci. Amen.

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17.16 – IL PANE, CORPO DI CRISTO II/III (Matteo 26.26; Luca 22.19)

17.16 – Il Memoriale: il pane, corpo di Cristo II/III (Matteo 26.26 – Luca 22.19)

 

26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo».

19Poi prese il pane, rese grazie e lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».

 

IL PANE SPEZZATO E DATO

Se il pane è connesso al corpo di Gesù, il suo spezzamento lo è alle sue sofferenze fisiche, morali e spirituali che i Vangeli ci riportano con dovizia di particolari e le applicazioni possibili sono davvero tante. Abbiamo letto in Luca “dato per voi”, in 1 Corinti 11.24 “che è per voi”: il corpo di Cristo sarebbe stato consegnato agli uomini per essere percosso, processato e crocifisso, ma anche dato a tutti coloro che, credendo in Lui, si fossero salvati. Ed è assolutamente degno di nota il fatto che, mentre il pane fu spezzato, figura dell’universalità del sacrificio, non così fu il corpo perché altrimenti non si sarebbe identificato nell’agnello pasquale, di cui è detto “In una casa sola si mangerà: non ne porterai la carne fuori di casa, non ne spezzerete alcun osso” (Esodo 12.46; Numeri 9.12). Ancora, Salmo 34.19,20 “Molti sono i mali del giusto, ma da tutti lo libera il Signore. Custodisce tutte le sue ossa: neppure uno sarà spezzato”.

Pensiamo a quanto sia e sia stato considerato Gesù tanto ai tempi in cui visse, quanto dopo: “consegnato agli uomini” secondo Matteo 27.22, quindi al mondo e ai religiosi, viene crocifisso, ma,  “dato” a chi lo avrebbe seguito in un modo o in un altro, avrebbe costituito un dono di inestimabile valore che sarebbe stato custodito anche con la celebrazione del Memoriale. Agli uni Gesù viene consegnato “ai capi dei sacerdoti e agli Scribi; lo condanneranno a morte” (Matteo 20.18), agli altri, senza che avessero particolari meriti o qualità, accade il miracolo secondo il quale “Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio” (1 Giovanni 5.11). Se “chi non ama rimane nella morte” (3.11-21), Gesù ha raggiunto il punto più alto dell’amore ed ecco per cui la Sua opera fu perfetta e “il Padre gli ha dato un nome superiore ad ogni altro” (Filippesi 2.9).

È poi interessante osservare che le note al testo greco evidenzino che tanto “è per voi” quanto “dato per voi” sottindendano “spezzato” confermando la relazione con quanto fatto da Gesù. Del resto, traducendo letteralmente Paolo, “è per voi” ha lo stesso verbo “essere” usato per Colui che è, l’ “Io sono”. Non esiste il Figlio di Dio (che si donò alla sua creatura) senza un corpo perché tutta la Sua esistenza sulla terra è dipesa dal fatto di essere anche Figlio dell’uomo.

Quel pane non avrebbe potuto essere dato agli Undici intero perché ciascuno ne prendesse una parte, ma andava ridotto da Gesù stesso in porzioni perché un solo corpo sarebbe stato dato a tutti i credenti in Lui ed è così anche oggi; non per nulla i pani furono moltiplicati in un episodio che, come il nostro, testimonia l’infinito del Figlio così come lo è il fluire ininterrotto del Suo aiuto e del Suo amore. Come non finirono i pani, così non finisce il dono universale del corpo del Signore, fino a quando non sarà completato il numero dei salvati ci sarà sempre un frammento di quel pane spezzato. Ricordiamo anche come, a sottolineare che il pane e il vino non sarebbero stati solo per gli Undici, Matteo e Marco scrivono non “a voi”, ma “per molti” anche se riguardo al “sangue versato”, ma non esiste l’uno senza l’altro. Il tempo “dato”, poi, non può che richiamare Isaia 9.5 “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Un Figlio da ascoltare, seguire, amare, in cui vivere.

Pensiamo anche al significato del dare, che implica qualcosa che viene consegnato liberamente per decisione della persona che lo porge. “Dare” implica un offrire e in questo caso il soggetto è Dio stesso. Gesù, che dà se stesso in sacrificio, dà ai discepoli il pane spezzato. Se ci pensiamo, Iddio inteso come triade, ha sempre “dato”, a partire dal giardino di Eden all’uomo “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2.15) in una dimensione spirituale e santa. Il dono di Dio è sempre gratuito, si acquista “senza denaro e senza pagare” (Isaia 55.1) perché l’uomo non potrà mai estinguere il suo debito, esattamente come quel tale nella parabola che Lo implorava, ben sapendo che mai avrebbe potuto adempiere a quella promessa, “Abbi pazienza verso di me, e ti renderò tutto”.

Invece l’infinita potenza di Dio, nell’amore non meno che nel creare, arriva ad amare il mondo a tal punto da dare “il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia vita eterna”: “perduto” anonimo nel tempo e nello spazio per poi risorgere e condividere con l’Avversario il suo stesso destino, quindi perso due volte. Vediamo che la resurrezione tanto dei perduti quanto dei salvati testimonia il fatto che l’uomo è proprietà di Dio per cui non può sottrarsi in ogni caso alla Sua chiamata, ma il suo destino, da lui scelto, è quello che fa la differenza per l’eternità. Così, l’unico modo che una persona ha per appartenere davvero alla Storia è quello di credere per essere salvata e avere il posto preparato per lei da Gesù in persona nella “casa dalle molte stanze”.

Spezzando e dando il pane agli Undici Gesù compie in prospettiva la stessa azione di quando sarà percosso, umiliato e crocifisso, confermando così che tutto da parte Sua fu volontario. Come dirà a Pilato, “Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza della verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Giovanni 18.37). E la verità si concreta nella celebrazione del memoriale perché, prendendo parte al corpo e al sangue del Signore Gesù, i credenti non fanno altro che anticipare figurativamente ciò che avverrà quanto saranno risorti in salvezza; in Apocalisse 19.9 leggiamo “Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!» Queste parole sono vere”.

E a questo punto possiamo ricordare le parole di Gesù dette all’inizio della cena a proposito del calice inaugurale, “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” (Luca 23.14), frase meglio tradotta da Giovanni Diodati con “…finché tutto sia compiuto nel regno di Dio”, dove il “tutto” è chiaramente il conseguimento del numero di quanti sono scritti nel libro della vita, raggiunto il quale l’esistenza del mondo che conosciamo non avrà più alcun senso.

“Finché tutto sia compiuto”, poi, ci informa che ci sono due tempi nell’opera perfetta del Figlio di Dio perché la prima volta che disse “Tutto è compiuto” fu alla croce, alludendo al fatto che aveva adempiuto perfettamente tutte le Scritture e la Legge e quindi il Suo sacrificio poteva dirsi perfetto secondo le aspettative del Padre in prospettiva che fosse adempiuto (compiuto) il progetto per l’umanità. “Tutto” rappresenta anche la summa di tutte le dichiarazioni profetiche su di Lui che i Giudei non riconobbero allora come oggi. Quando il progetto di Dio arriverà a pieno compimento ci sarà la “festa di nozze” più volte ribadita in parabole ed è questo a cui Nostro Signore allude nel passo di Luca sul non bere “più il frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio” (22.18)

Nel pane e nel vino, quindi, vanno riconosciuti non solo il corpo e il sangue di Gesù, ma anche il Suo progetto. Prendo entrambi gli elementi del memoriale perché in Lui sono e vivo nonostante le mie imperfezioni, il mio peccare che viene perdonato, ma soprattutto faccio parte del Suo progetto secondo Galati 1.4: “Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen”. Sono parole che andrebbero lette come se fosse – e lo è – un testo giuridico. E si noti che il “mondo” è “malvagio” per sua stessa natura e in quanto tale sarà sempre ostile alla Parola di Dio, reale o predicata. Basta guardare a Caino, di cui è scritto che “…era dal maligno e uccise il suo fratello. E per quale motivo lo uccise? Perché le opere sue erano malvage, mentre quelle di suo fratello erano giuste” (1 Giovanni 3.11,12). Il mondo è “malvagio” anche quando parla di pace e solidarietà umana perché si tratta di una caratteristica che proviene dal suo interno più profondo.

Nel pane spezzato e dato, tornando in tema, ci sono anche tutte le conseguenze del sacrificio di Gesù che si dona così come dà il pane ai Suoi: le conseguenze di quel corpo “dato per molti” le vediamo a partire dal momento in cui Pietro parlò nel Concilio di Gerusalemme a proposito dello Spirito Santo dato anche ai Gentili: “Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza il loro favore – le nazioni – concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede” (Atti 15.7-9). Paolo poi, trattando lo stesso argomento in Romani 10.12 scrive che “non vi è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque invoca il nome del Signore sarà salvato”.

Gesù quella sera, spezzando e dando il pane agli Undici, dava se stesso per loro e per tutti quelli che, grazie all’opera degli Apostoli, avrebbero creduto: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Efesi 5.1) perché altrimenti non avremmo un “mediatore” fra noi e il Padre: “Uno solo infatti è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Timoteo 2.6). E in Tito 2.14 abbiamo “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, peno di zelo per le opere buone”.

Il pane spezzato e dato, allora è figura dell’infinito amore di Dio che si rinnova perpetuamente ogni qualvolta che il Memoriale viene celebrato. Amen.

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