17.18 – IL VINO, SANGUE DI CRISTO I/II (Matteo 26.26: Luca 22.19; 1 Corinti 11.25)

17.18 – Il Memoriale: il vino, sangue di Cristo 1 (Matteo 26.26 – Luca 22.19 – 1 Corinti 11.25 )

 

27Poi prese il calice, rese grazie e lo diede a loro dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdóno dei peccati».

22E dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

 25Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

 

 

Giunti a questo punto, esaminato nei suoi aspetti fondamentali il significato del pane dato agli Undici, prima di affrontare i versi sopra riportati non possiamo non sostare sul fatto che i due elementi che Gesù presenta istituendo il memoriale trovano le loro radici nell’Antico Patto. Vero è che esiste una continuità assoluta fra i contenuti della Dispensazione della Legge e quella della Grazia, ma spesso si tende a considerarle come due periodi a sé, anche se si ha ben presente la frase di Gesù  venuto “Non per abolire, ma per portare a compimento” (Matteo 5.17,18) o, come altri traducono, “adempiere”. Tutta la Sua vita fu un adempimento e la Sua morte e resurrezione, col proprio corpo e sangue donato, portò alla piena attuazione quel piano di redenzione tanto a lungo atteso anche dagli stessi uomini che vissero in tempi molto lontani da Gesù a tal punto che Abrahamo “esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò” (Giovanni 8.56).

“Non per abolire” censura definitivamente la teoria secondo la quale l’Antico Patto sia annullato in toto né abbia più alcuna attinenza col Cristo mentre “per portare a compimento” colloca entrambi, Antico e Nuovo, nella loro giusta dimensione.

Chiarisce il concetto l’Apostolo Paolo in 1 Corinti 10: “Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto” (vv.1-5).

Qui, chiaramente, l’Apostolo ricorda la storia del popolo di Israele quando fu fatto uscire dalla terra d’Egitto, le cui vicende sono narrate nel libro dell’Esodo. “Tutti furono sotto la nube” che li guidava perché “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube per guidarli sulla via da percorrere e di notte su una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potevano viaggiare di giorno e di notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte” (13.21,22). Gli ebrei di quei tempi, dunque, non patirono il caldo terribile del deserto e neppure il freddo della notte.

“Tutti attraversarono il mare” ha riferimento col passaggio del Mar Rosso dopo che gli ebrei trascorsero in Egitto 430 anni di schiavitù. “Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante la notte risospinse il mare con un vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra” (14.21-22).

“Tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e sul mare” è la spiegazione del significato di quegli avvenimenti per i cristiani: guardando a quanto avvenuto in quei tempi antichi, la liberazione dall’Egitto è figura della redenzione operata da Gesù Cristo, il pellegrinaggio nel deserto l’immagine della vita dei credenti nel mondo loro estraneo e il paese di Canaan, terra promessa, un’ombra del regno dei Cieli, mentre il passaggio del Mar Rosso e lo stare sotto la nuvola sono figura del battesimo.

“Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale” è storicamente la manna, da loro mangiata “per quarant’anni, fino al loro arrivo in terra abitata: mangiarono la manna finché non furono arrivati ai confini della terra di Canaan” (16.35). Da notare il parallelismo tra “finché non furono arrivati” e “Voi annunciate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor. 11.26).

“Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale” è ha connessione con la roccia percossa da Mosè: “Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e tutto il popolo berrà” (17.8).

Ebbene Paolo, a conferma e sostegno del principio di continuità fra Antico e Nuovo, identifica la roccia nel Figlio di Dio, ed ecco che troviamo sia il “mangiate” che il “bevete”, oltre che la frase “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva” (Giovanni 7.37) e riferimenti. Scrive Giovanni Diodati: “Ecco che appare come i Padri godevano degli stessi benefici della Chiesa cristiana, benché in misura minore e non di meno molti fra loro furono puniti, sterminati e rigettati da Dio per i loro peccati”. Infatti leggiamo “Anche a noi, come quelli, abbiamo ricevuto il Vangelo, ma a loro la parola udita non giovò affatto, perché non sono rimasti uniti a quelli che avevano ascoltato con fede. Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo” (Ebrei 4.2).

Riguardo allo sterminio della “maggior parte di loro” e alla situazione terribile in cui versa chi partecipa al memoriale in modo indegno accennata nelle riflessioni precedenti, ricordiamo il commento di Paolo; “Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono” (1 Corinti 10.6), principio ribadito dai versi 7 a 22: “Non diventate idolatri, come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: «Il popolo sedette per magiare e bere e poi si alzò per divertirsi». Non abbandoniamoci all’impurità, come si abbandonarono alcuni di loro, e in un solo giorno ne caddero ventitremila. Non mettiamo alla prova il Signore nella sua pazienza come lo misero alla prova alcuni di loro e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittima dello sterminatore – cioè l’angelo esecutore dei giudizi di Dio, Esodo 12.13 –. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio e sono scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”.

Per concludere questa premessa, va considerato che nei testi riportati non si allude a quei peccati che ciascuno di noi commette per inavvertenza, distrazione o per il semplice fatto che siamo soggetti alla nostra imperfezione, ma quelli profani, di ribellione, di negativa disposizione mentale come in Ebrei 12.14-17: “Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; vigilate perché nessuno vi privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati. Non vi sia nessun fornicatore, o profanatore come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto: non si trovò infatti spazio per un cambiamento, sebbene glielo chiedesse con lacrime”.

 

Veniamo ora ai versi oggetto di riflessione, che ci parlano del sangue di Gesù raffigurato nel vino. Abbiamo letto “sangue dell’alleanza” e “la nuova alleanza nel mio sangue” e questo non può che farci considerare la precedente, quella in cui vivevano gli israeliti che fu sancita con modalità particolari nei capitoli da 20 a 24 del libro dell’Esodo con una serie di norme morali e di vita estremamente precisa, tutti conseguenza, provenienti dal primo comandamento del Decalogo che ne costituisce la base, “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me”.

Teniamo presente, a integrazione di concetti già espressi nella precedente riflessione quando abbiamo fatto qualche paragone tra l’Antica Alleanza e la Nuova, che “se la prima alleanza fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra” (Ebrei 8.7) e che “Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima, ma ciò che diventa antico invecchia ed è prossimo a sparire” (v.13): quindi è di fondamentale importanza capire che la Legge non è più una condicio sine qua non per arrivare a Dio, ma contiene sempre, a parte quella cerimoniale, i parametri per conoscere ciò che è a Lui gradito o meno. La Legge è interessante per tutti i riferimenti che ci vengono dati per capire il periodo meraviglioso di benedizione in cui viviamo, adempiuto e compiuto dal Figlio per la nostra salvezza e di cui abbiamo un anticipo proprio nel passo che andremo a leggere in Esodo 24.4-8 che costituisce l’ufficiale apertura di quella dispensazione: “Mosé andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti chi il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!»”.

Un patto, un contratto stipulato col sangue come base da cui partire perché “secondo la legge, quasi ogni cosa è purificata con sangue; e senza spargimento di sangue non c’è remissione” (9.22), ma che in futuro avrebbe collocato gli uomini in una dimensione totalmente nuova in quanto “era necessario che le cose raffiguranti quelle nei cieli fossero purificate con questi mezzi, ma la cose celesti stesse dovevano esserlo con sacrifici più eccellenti di questi” (v.23) ed arriviamo così al Figlio e al suo sangue offerto.

È stata per me una rivelazione quando ho scoperto che nei versi di Esodo che abbiamo letto l’Autore si limita a scrivere che Mosè mise il sangue di quei sacrifici in catini, ma l’apostolo Paolo parecchi secoli dopo ci informa che, per evitare che quel sangue si raggrumasse, lo stemperò con acqua: “…neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. Infatti, dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issópo, asperse il libro stesso e tutto il popolo, dicendo: «Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi». Alla stessa maniera con il sangue asperse anche la tenda e tutti gli arredi del culto. Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdóno” (Ebreo 9.18-21). “Sangue e acqua” che uscirono dal costato di Gesù quando l’anonimo soldato romano gli perforò il pericardio con una lancia (Giovanni 19.34).

Cristo “è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda – sotto la quale il sommo sacerdote dell’Antico Patto operava – più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario – dove c’era la presenza di Dio – non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale mosso dallo Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?” (vv.11-14).

E qui mi fermo. Come spesso accade, non ho sviluppato nulla, ma ho dato delle linee su cui riflettere ed è giusto che sia così, che ciascuno trovi la propria collocazione, dimensione in queste verità che hanno un bagliore così accecante che a volte non riusciamo a vederle. Ecco perché esiste l’opera dello Spirito. Amen.

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