17.04 – Le versioni dell’ultima cena
A questo punto dell’esame degli eventi che caratterizzarono la celebrazione della Pasqua di Gesù coi discepoli, è necessaria una doverosa sosta per fissare alcuni elementi che, pur non modificando in alcun modo ciò che in quella sera fu detto e avvenne, sono comunque importanti. Più che riflessioni su un passo o un episodio per una volta fornirò dei dati, dei contenuti da mettere da parte per ulteriori sviluppi da parte di ciascuno. Per una questione pratica e di introduzione partirei dall’approccio che ogni cristiano ha nei confronti della Scrittura, che generalmente si basa su due posizioni differenti, una critica e l’altra che accetta ogni contenuto ritenendo che non vada mai posto in discussione.
Mi domando però: la fede è qualcosa di granitico, immobile, cieco e inattaccabile, o è piuttosto una piantina che cresce sempre di più, alimentata da dubbi (anche forti) risolti e da risolvere? Personalmente opto per la seconda ipotesi, perché altrimenti JHWH non avrebbe detto “Venite, e discutiamone insieme”, che costituisce chiaramente un invito al confronto, soprattutto scomodo. La fede cieca non ha mai illuminato nessuno, ma rende gli uomini degli automi che pensano allo stesso modo, hanno agli stessi usi, le medesime reazioni. La fede cieca genera il settarismo, l’integralismo e soprattutto quegli errori che fanno fallire la testimonianza, con posizioni mantenute ad oltranza nonostante l’evidenza dei contrari.
Quindi, quando il confronto dei testi genera discordanze, occorre chiedersi prima di tutto se sono apparenti o reali per poi affrontare la parte più impegnativa che consiste nello scavare nel testo, nella forma e nella storia, senza forzature. È una procedura che dobbiamo a noi stessi prima di tutto e agli altri, perché verrà sempre il momento in cui ci domanderanno in merito a un passo scomodo e, se saremo impreparati, avremo perso un’occasione di testimonianza.
L’estrema serietà della Paola di Dio, infatti, non ci consente di agire a nostro piacimento e soprattutto che prevalgano su di essa il sentimento perché, così facendo, scompare la consapevolezza di essere persone che da Lei dipendono. Così purtroppo è accaduto innumerevoli volte nella storia a tutti coloro che hanno voluto interpretare a loro vantaggio il testo senza preoccuparsi che vi fossero delle serie basi dottrinali per sostenere le loro tesi. Se nel vivere la fede cristiana, per “aiutarla” quando non si è in grado di gestire l’onestà con se stessi e con Dio, si cerca di fare leva sull’emozione, sulla sensibilità umana (il famoso pietismo) per instaurare con Lui un rapporto di tipo sentimentale, ecco che si pongono le basi per un’alterazione della relazione che non potrà portare al altro se non alla distanza.
Tutto questo per dire che l’approccio al testo evangelico, se non presenta alcuna difficoltà per determinare la propria salvezza, può fornirne molte dal momento in cui ci si trova di fronte alla necessità di armonizzare un racconto, un concetto anche fondamentale per la realizzazione di un “dunque” spirituale. E di questo occorre esserne consapevoli così come del fatto che le risposte sbrigative molto spesso sono degli adesivi di comodo con l’unico scopo di coprire un problema.
Ora quanto presentato appare anche nel caso dell’esame dell’ultima cena, tema enorme e molto delicato; se la nostra unica fonte di informazione fossero i sinottici non avremmo nessun problema, ma con il racconto di Giovanni, che completa il tutto portandolo a livelli immensi circa l’identificazione di Gesù con l’uomo, le domande che si pongono sono parecchie per cui stabilire cosa sia avvenuto in quella circostanza e con quale cronologia è tutt’altro che semplice: tutti i Vangeli pongono la cena pasquale nel giorno di giovedì e la morte di Gesù il successivo, ma la differenza sta nella data perché per i Sinottici la cena avvenne il 14, “Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua” (Marco 14.12 e l’analogo Luca 22.7), mentre Giovanni colloca i processi a Gesù e la Sua morte alla “Parasceve della Pasqua” (19.14), quindi, secondo le date dei sinottici, il giorno a lei precedente. Secondo la versione di Giovanni una lettura obiettiva rivela una contraddizione data dal fatto che, se Gesù morì il 14 Nisan, l’ultima cena da Lui celebrata non era quella pasquale. Ciò ha fatto sostenere alcuni che in realtà Nostro Signore avesse effettuato due cene coi Dodici, una raccontata da Giovanni che precedette di un giorno quella effettiva riportata dagli altri evangelisti in cui fu istituito il Memoriale. Ripeto che è una questione di numeri del giorno e non del loro nome perché giovedì e venerdì della Passione concordano.
Può essere utile il seguente specchietto:
mese Nisan Sinottici Giovanni
giorno 13 giovedì: ultima cena
giorno 14 giov: ultima cena venerdì: morte di Gesù
giorno 15 venerdì: morte di Gesù
In base al racconto dei Sinottici Nostro Signore fu arrestato nella notte tra il 14 e il 15, poi iniziarono i processi cui fu sottoposto e la Passione, ma tutto questo si scontra con una enorme difficoltà dovuta all’importanza e al carattere festivo che aveva il giorno di Pasqua, che cadeva appunto il 15: lì non era possibile fare alcun lavoro, valendo le stesse norme del riposo del sabato.
È quindi totalmente inconcepibile che gli avversari di Gesù, per quanto lo odiassero così profondamente e con tutta la fatica che avevano fatto per giungere al Suo arresto, trascurassero non solo la cena pasquale di quella notte, ma violassero il riposo compiendo tutte quelle azioni necessarie a condurli verso l’esecuzione del loro nemico; pensiamo solo al trasporto di armi ed altro materiale (“Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo”, Matteo 26.47), all’accensione del fuoco nella casa del sommo sacerdote (Luca 22.55), oppure al caso di Simone di Cirene di cui è detto che “veniva dalla campagna” da cui aveva finito di lavorare (Marco 15.21), per non parlare della preparazione di aromi e unguenti fatta dalle “donne venute con Gesù dalla Galilea” (Luca 22.55,56).
Ora, consideriamo tutte queste azioni, va da sé pensare che quella notte e quel giorno non era sacro né di riposo e quindi non si trattava del 15 di Nisan nonostante, se si seguono i sinottici, Gesù per loro morì in quella data, ma se il riferimento è a Giovanni la morte avvenne il 14.
Per risolvere la questione si sono applicati in molti, a volte anche stravolgendo elementari fondamenti storici. Eusebio di Cesarea (265-340), ad esempio, ipotizzò che gli avversari di Gesù vollero ritardare di un giorno la festa di Pasqua celebrandola il 16, altri sostennero che Giovanni fornisce una versione “allegorica” degli eventi e che Gesù morì, in quanto vero agnello pasquale, proprio il 15.
Il problema però è insolubile per chiunque ritenga il calendario come qualcosa di immutabile, come in effetti è per noi, in cui a ogni giorno corrisponde sempre un numero e un mese, ma ai tempi di Gesù non era così proprio in merito alle date sia della Pasqua che della Pentecoste, che cadeva il cinquantesimo giorno a lei successivo. Chi si confrontava su questi temi erano i Sadducei e i Farisei, ma senza pervenire ad alcunché di risolutivo per cui, quando la Pasqua cadeva di venerdì, la anticipavano di un giorno ed ogni gruppo seguiva il proprio calendario senza preoccuparsi di ciò che facevano gli altri.
Così, riunendo tutti gli elementi abbiamo, quanto a date sul mese di Nisan:
Sadducei Farisei Giorno Sinottici Giovanni
12 13 Mercoledì
13 14 cena dell’agn. Giovedì 14 ultima cena 13 ultima c.
14 cena dell’agn. 15 Pasqua Venerdì 15 Pasqua 14 c. dell’agn.
15 Pasqua 16 Sabato 15 Pasqua
Commentando questo prospetto, vediamo che Gesù, stando ai Sinottici, celebrò la cena il 14 secondo l’uso farisaico e per lo più del popolo. La maggioranza del Sinedrio però era costituita da Sadducei che consideravano quel giovedì come 13 e quindi ritardavano la cena alla sera del venerdì e la celebrazione della Pasqua al sabato. Così, quando leggiamo in Giovanni 18.28 “Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non volevano entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua”, significa che quanti portarono Gesù in quel luogo temevano di contaminarsi con il lievito che li avrebbe impediti nella celebrazione che avrebbero fatto la sera.
Non ritengo questa ricostruzione esente in toto da lacune, ma è comunque vero che sia la più plausibile.
Respingendo con forza la teoria in base alla quale Gesù celebrò una cena privata coi Dodici e il giorno dopo quella pasquale, resta il problema cronologico di quanto avvenne quella sera una volta che tutti presero posto accanto al loro Maestro: per farlo in modo efficace, occorre armonizzare il racconto dei quattro evangelisti, ma dalla lettura del testo di Giovanni appare chiaro che, essendo il suo Vangelo stato scritto per ultimo, non abbia voluto ripetere quanto scritto dagli altri e, come suo uso, dare la prevalenza ai detti e alle azioni del Signore Gesù. Del resto, cosa avrebbe potuto aggiungere – ad esempio – all’istituzione del Memoriale, così limpida e dottrinalmente chiara nei racconti di Matteo, Marco e Luca?
Ecco allora che Giovanni preferisce darci tutti quei particolari e indicazioni che altrimenti sarebbero andate perdute, come il lavacro dei piedi, il brevissimo dialogo con Giuda forse nell’ultimo tentativo di recuperarlo, l’immensa preghiera detta “sacerdotale” e molti altri. Anche una fugace lettura fra Sinottici e il nostro Evangelista mostra un divario quantitativo di dati enorme: Matteo e Marco dedicano all’ultima cena 9 versi, Luca 24, Giovanni 5 capitoli per un totale di 143 versi.
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