12.16 – MORIRE NEL PROPRIO PECCATO (Giovanni 8. 21-30)

12.16 – Morire nel proprio peccato (Giovanni 8.21-30)

 

21Di nuovo disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: «Dove vado io, voi non potete venire»?». 23E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». 25Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. 26Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». 27Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. 29Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30A queste sue parole, molti credettero in lui.

 

Ci troviamo di fronte al proseguimento del discorso iniziato a seguito dell’accusa mossa a Gesù dai farisei secondo cui dava testimonianza “di se stesso”, e abbiamo letto che Giovanni specifica al verso 30 “A queste sue parole, molti credettero in lui”, dando prova che “molti”avevano compreso l’urgenza di salvarsi a fronte di un tempo breve ancora loro concesso. A questa scelta, quei “molti”, erano giunti dopo aver compreso che Gesù non dava affatto testimonianza da solo e che non vi era nulla che impedisse loro di credere: bastava l’obiettiva constatazione che mai nessuno aveva parlato come Lui, dando prova di presentare verità come mai prima sentite, che ogni cosa detta trovava riscontro nel Suo modo di vivere ed agire nei confronti dell’uomo perché questi potesse essere spiritualmente guarito, sollevato; in poche parole, avesse un Pastore. La frase del verso 21 può essere considerata da un punto di vista storico, cioè rivolta ai farisei e a tutti coloro che ne condividevano la posizione (i “Giudei”, quindi tutto l’insieme delle autorità religiose), ma anche come qualcosa di lapidario, valida in ogni tempo fino al Suo ritorno. Ognuno di noi, infatti, ha un tempo di vita stabilito, con un termine che non conosce.

“Io vado”è chiaramente riferito alla Sua morte e resurrezione tornando così al Padre, ma è quel “e voi mi cercherete”che ha suscitato in me domande importanti perché mi sono chiesto come fosse possibile, una volta avuta soddisfazione con l’averlo soppresso, che venisse da loro cercato avendone in cambio la morte “nel loro peccato”. È indubbio che vi sia sproporzione fra l’annuncio della Sua dipartita, risolta in due parole a differenza di quando aveva parlato ai discepoli, e quelle impiegate a descrivere il destino dei Giudei, “voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato”, quindi un riferimento alla sorte che loro stessi avevano scelto. La ricerca cui fa riferimento Nostro Signore non allude a quella dettata dalla fede e dal pentimento, ma quella spinta dalla sola disperazione (come fu per Giuda quando capì che non avrebbe potuto tornare indietro), quando è imminente la rovina personale o collettiva. È facile trovare, storicamente parlando, il senso di queste parole in almeno due avvenimenti che si sarebbero verificati da lì a poco tempo.

Citando un passo della profezia delle settanta settimane di Daniele 9, vediamo la morte di Gesù, “un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui”, e la rovina di Gerusalemme nel 70 d.C., “il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario”(v.24), avvenimento terribile che durò dal 66 al 73, anno in cui avvenne la distruzione di Masada, caratterizzata dal suicidio di massa degli Zeloti coi propri figli e mogli. Giuseppe Flavio racconta che il numero complessivo di prigionieri catturati nell’intera guerra fu di 97mila e i morti pari a oltre un milione (1.100.000), numero superiore a qualsiasi altro sterminio prima di allora. L’assedio di Gerusalemme, piena di pellegrini là giunti per la festa degli Azzimi, fece un numero enorme di vittime a causa prima della peste e poi della fame conseguenti all’assedio. Il Tempio, orgoglio e simbolo della religione ebraica, fu distrutto, come da profezia di Gesù “Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non sarà lasciata pietra su pietra che non sia distrutta”(Luca 21.6) che su di lei pianse.

Altro avvenimento certamente angoscioso si verificò una quarantina di anni prima, proprio con la morte del corpo di Gesù, quando “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono”(Matteo 27.51,52); Matteo e Luca parlano di un’eclissi di sole che provocò “buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio”e che “Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornarono percuotendosi il petto”(21.44; v.49), gesto che solitamente alludeva al pentimento, ma qui credo esclusivamente formale, frutto del solo spavento di fronte a quanto accaduto perché altrimenti, alla prima riunione della futura Chiesa di Gerusalemme, non vi sarebbero certo state solo 120 persone.

Ecco allora che, a fronte di avvenimenti sui quali l’essere umano non può avere nessun controllo, c’è un “cercare” che è solo animato dal desiderio impossibile di vederli risolti e quindi, sotto questo aspetto che caratterizza sempre l’uomo radicato nella propria carne, non solo c’è un “non trovare”, ma soprattutto la morte “nel proprio peccato”come sola conseguenza di una vita vissuta nel costante di Lui rifiuto.

Ora vorrei citare un passo di Apocalisse, riferito ai tempi dei giudizi di Dio sull’umanità dopo il rapimento della Chiesa: “Il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli, non si ravvidero dalle opere delle loro mani; non cessarono di adorare i demòni e gli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno che non possono né vedere, né udire, né camminare. Non si ravvidero neppure dai loro omicidi, né dalle loro magie, né dalla loro fornicazione, né dai loro furti”(9.21). La stessa cosa, per quanto in piccolo ma che comunque rappresenta un indicatore molto significativo della condizione dei nostri tempi, la si è constata in occasione della pandemia originata dal Covid-19 in cui tutto si è fatto tranne che meditare costruttivamente non solo sulla fragilità della vita umana, ma sul significato ultimo di quanto accaduto e tutti, non appena questo si è ridotto, hanno ripreso a vivere come se niente fosse, salvo poi tornare a spaventarsi alla sua ripresa. Ogni essere umano infatti è costantemente chiamato a riflettere sulla precarietà della propria vita non considerando il tema a livello filosofico, ma per rimediare ad una condizione che altrimenti non può che giungere alla fine del tutto. Siamo in pratica, nel caso di specie, testimoni di un avvenimento che è solo paragonabile in modo infinitamente pallido a quanto è davvero imminente a giudicare dal livello di moralità che abbiamo raggiunto e dall’impegno posto nella distruzione del pianeta e nell’omologazione della moralità comune.

“Non mi troverete, ma morirete nel vostro peccato”nel senso che ogni uomo o donna, se non avrà creduto affidandosi fattivamente al Figlio di Dio, non potrà che morire portandosi dietro il peso, appunto, della propria condizione senza possibilità di presentare appello e dovrà adeguarsi alla sentenza che verrà pronunciata quando sarà costretto, suo malgrado, a presentarsi in giudizio dove Satana, come accusatore, avrà successo perché verrà a mancare proprio Gesù come Avvocato: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima d’espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”(1 Giovanni 2.1-5).

“Morire nel proprio peccato”si verifica quando si persiste nella condizione di morte rifiutando la vita, cosa che nessuno farebbe per il proprio corpo, ma che molti mettono in pratica per la loro anima.

Proseguendo nel testo, abbiamo ancora una prova ulteriore della cecità dei Giudei perché, se prima avevano ipotizzato che Gesù se ne andasse a predicare agli ebrei della dispersione in territorio pagano, qui pensano che stia per suicidarsi, gesto che presso quel popolo era messo allo stesso livello dell’omicidio: qui non trovano risposta, ma una frase che testimonia il profondo baratro che intercorreva tra loro, cioè“Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo”. Ecco, qui l’essere“di questo mondo”trova le tenebre come luogo di dimora stabile e rifiuto della luce. “Io sono la luce del mondo”.

“Se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati”amplia poi quanto scritto poco prima: occorre credere in Gesù come “Io sono”, quindi come Dio nella sua sostanza di Figlio, Parola fatta carne; viceversa la morte dell’anima sarà l’unica, inutile coperta con la quale “proteggersi” da un freddo irrimediabile visto (anche) nel “pianto e stridore di denti”. Come ha scritto un fratello, “Mediante le parole “Io Sono”, egli si fa conoscere come la sorgente della vita, della luce e della forza, si presenta come la invisibile Maestà di Dio e come ad unire nella sua persona, in virtù dell’essere suo essenziale, il visibile e l’invisibile, il finito e l’infinito”.

 

La domanda “Tu chi sei?”contiene tutto il disprezzo dei Giudei, perché sapevano che era discendente da Davide, ma qui credo che il riferimento sia alle sue umili condizioni di figlio del carpentiere che vogliono contrapporre a quell’ “Io sono”appena pronunciato: Gesù, secondo loro, non meritava di essere ascoltato anche per questo e persistono in questa tesi non capendo “che egli parlava del Padre”(v.21). La frase successiva, “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite”(vv.28,29) generò però una spaccatura in quel gruppo perché “a queste parole, molti credettero in lui”e sappiamo che proprio subito dopo inizierà un altro discorso diretto “a quei Giudei che avevano creduto in lui”(v.31). Si tratta di un riferimento sia alla Sua morte sulla croce, ma ancor di più alla conseguente resurrezione perché in un altro passo dirà “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”(12.32) dove quel “tutti”non è indistinto, ma riguarda tutte le Sue pecore che da lì in poi avrebbero creduto.

Infine, quel “saprete che Io Sono”ha riferimento con l’unicità nella resurrezione come insegnò l’apostolo Paolo in Romani 1.1-4: “…per annunziare il Vangelo di Dio che egli aveva promesso riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne. Costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la resurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro signore”. Sapere che Lui è l’ “Io Sono”costituisce la prima, profonda esperienza di ogni cristiano non di nome, ma di fatto. Sapere che Lui è, inoltre, fu anche dimostrato dagli avvenimenti che si verificarono alla Sua morte di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo soprattutto da individuare nello strappo della cortina, che sancì la fine della dispensazione della Legge come condicio sine qua non per il perdóno, per la giustificazione temporanea perché, una volta rimesso, il peccato si presentava puntualmente alla porta con tutta la sua forza distruttiva.

Infatti: “Ora, noi sappiamo che tutto ciò che dice la legge lo dice per quelli che sono sotto la legge, perché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato. Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù”(Romani 3.19-24).

Mi viene in mente la diversa disposizione delle due Bibbie, quella Ebraica e quella Cristiana: la prima ha al centro la Legge, quindi i Profeti (anteriori con Giosuè, Giudici, Samuele 1 e 2 e Re 1 e 2, e posteriori con Isaia e tutti gli altri compresi Esdra, Neemia e 1 e 2 Cronache) e gli Scritti (i libri sapienzali), ma la seconda, quella cristiana parte dalla Legge e conduce progressivamente a Cristo mettendo appositamente i profeti per ultimi intendendo la Scrittura non come qualcosa di circolare, dove tutto ruota attorno alla Torah, ma lineare in direzione del Cristo. Credo che, tra i tanti argomenti portati da Gesù qui nel Tempio, vi sia stato anche questo. Amen.

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12.15 – CONFUTAZIONI AI FARISEI (Giovanni 8.13-20)

12.15 – Confutazioni ai farisei (Giovanni 8.13-20) 

13Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. 18Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». 19Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». 20Gesù pronunciò queste parole nel luogo del tesoro, mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora.

In questi versi sono narrate le reazioni dei farisei di fronte alla dichiarazione di Gesù come “luce del mondo”. La frase con cui esordiscono, precedute da “allora”, cioè “a quel punto”, “in conseguenza”, costituisce un’accusa di non credibilità: la Sua testimonianza, non essendo supportata secondo loro da alcuna prova attendibile, non poteva essere accettata. Ricordiamo che già in un’altra occasione, quella della guarigione del paralitico di Betesda, Gesù aveva risposto dicendo “Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace”(Giovanni 5.31,32). Subito dopo aggiunse “Io non ricevo testimonianza da un uomo, ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi”a significare che ciò che Lo supportava era quanto faceva e diceva. Tutto ciò aveva già posto molti, che in Lui avevano creduto, di salvarsi e sperimentare personalmente e nella maniera più inconfutabile chi fosse. Ancora una volta i farisei, qui come in questo episodio, non lo accusano di bestemmia e falso, ma rilevano che, in mancanza di“due o tre testimoni”, mancavano le prove necessarie per stabilire chi effettivamente Gesù fosse.

La frase con cui Nostro Signore risponde, però, va oltre: se nel passo appena citato aveva chiamato in causa il Padre che rendeva vera la Sua testimonianza perché Lui stesso, tramite i profeti, Lo aveva annunciato, qui, dicendo “Anche se io do testimonianza di me stesso”, parla della Sua funzione di “luce del mondo” specificando di sapere “da dove son venuto e dove vado”a differenza dei suoi oppositori: Gesù parlava di cose che solo Lui sapeva e che gli uomini, per la loro ignoranza, non potevano confermare né negare. In pratica viene chiamato in causa quel ragionamento libero, esente da preconcetti, che aveva costretto le guardie venute ad arrestarlo ad affermare pubblicamente “Mai un uomo ha parlato così”: “Mai”, cioè fra tutte le persone che avevano ascoltato in ambito religioso e di scienza delle Scritture, le Sue parole avevano risvegliato la loro coscienza. Anche il centurione che aveva sovrinteso all’esecuzione della croce fu costretto ad ammettere “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”(Marco 15.39). Ricordiamo poi la testimonianza data dal Padre stesso al battesimo di Gesù, “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”(Matteo 3.17), e alla trasfigurazione a cui viene aggiunto “ascoltatelo”(17.5).

La prima testimonianza, quindi, non fu di Gesù, accusato di darla isolatamente, ma del Padre. Infine, a proposito del riconoscerLo, possiamo pensare alle parole del cieco guarito di fronte a quelle dei farisei: “«Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio, ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi»”(Giovanni 9.29,30). Poco dopo, siccome quel cieco aveva una visione spirituale ancora imperfetta, fu guarito anche da quella: “Tu credi nel figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò davanti a lui”. (9.35-38).

Ecco allora che possiamo fare una considerazione evidente: per riconoscere Gesù quale Figlio di Dio, o “Figlio dell’uomo”secondo le profezie di Daniele, per il suo essere la “Parola fatta carne”, non è necessaria una cultura particolare, ma arrendersi all’evidenza, all’ascolto del Padre che chiama perché “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(6.44). Perché ciò accada, è necessaria una sensibilità che o si ha per natura, come fu per Natanaele o altri personaggi definiti “giusti”, o emerge a un certo punto della vita, come avvenuto per il ladro sulla croce che, a differenza dell’altro, non insultava Gesù, ma gli disse “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”(Luca 23.42). E a proposito in cui un’anima capitola di fronte all’invito del Padre ricordo un mafioso importante, di cui non rammento il nome perché sono passati molti anni, che bussò una notte a una caserma di Carabinieri con una Bibbia in mano, disse nome e cognome al piantone allibito aggiungendo che, alla luce di quanto aveva letto, non riusciva più a sopportare il peso di ciò che aveva fatto ed era giusto che si costituisse.

È scritto “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori”, “Oggi”perché la voce di Dio si fa sentire e, se la si ascolta davvero, genera una profonda crisi che può spaventare in quanto, nel momento in cui ciò avviene, si scopre la necessità di rivedere completamente la propria vita intesa come azioni, convinzioni, attitudini da correggere perché incompatibili con la realtà spirituale che viene posta davanti. È nel momento in cui l’uomo indurisce il proprio cuore respingendo la proposta di salvezza che determina la nullità del Vangelo, che sceglie di persistere nel proprio modo di vivere e, quindi continuerà ad agire e giudicare “secondo la carne”.

Dicendo “Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado”, Nostro Signore fa riferimento proprio alla condizione di ignoranza, carnale e diabolica, scelta da quelle persone che né allora né dopo si ponevano il problema di comprendere realmente chi fosse, come invece fece Nicodemo, personaggio a mio giudizio sotto certi aspetti fra i più “tormentati” (in senso positivo) del Nuovo Testamento che, a differenza dei suoi correligionari, trovò la forza di schierarsi dalla parte di Gesù. Giuda tradì senza altra possibilità della propria estinzione, Nicodemo seppe ricucire, chiamato da Dio, lo strappo interiore che lo dominava entrando a pieno titolo nella Chiesa di Gerusalemme. L’autore della lettera agli Ebrei riporta il verso dell’ “oggi”per tre volte in 3.8, 3.15 e 4.7; proprio in quest’ultimo illumina il concetto scrivendo “Dio fissa un nuovo giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo, «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori»”. Ecco allora che abbiamo un “se”, riferito al fatto che la voce di Dio è unica e si distingue da quelle false che portano alla perdizione. “Se”chiama in causa l’udito spirituale, quella sordità che caratterizza chiunque si dà al mondo radicandosi come una pianta nella terra: tanto più profonde sono le sue radici, tanto più esiste la difficoltà, se non l’impossibilità, ad essere estirpato da essa per venire trapiantato nei terreno, appunto, dello Spirito e del Perdóno.

“Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno”(v. 15) è la descrizione di un’altra caratteristica dell’uomo naturale, schiavo dei propri modelli di vita e convinzioni, pronto a giudicare il prossimo in base al suo metro valutativo corrotto – anche da una religione – che si scontra con il ruolo di Gesù fino al Suo ritorno: Egli non giudica nessuno, come dimostrò con la mancata condanna della donna adultera in quanto venuto “non a giudicare, ma a salvare ciò che era perduto”(Luca 19.10). E qui abbiamo il concetto di salvezza secondo l’uomo e secondo Dio: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”(Luca 9.24). Il giudicare cui fa riferimento Gesù in questo passo non allude alla formulazione di un giudizio di valore, ma il sottoporre il prossimo ad una sentenza di assoluzione o condanna, cosa che non fece mai nei suoi tre anni e mezzo circa di ministero: rimproverò, descrisse la condizione spirituale di molti, ma sempre dando loro la possibilità di porvi rimedio. L’uomo, ascoltando Cristo, ha sempre l’opportunità di tornare indietro, modificare la propria posizione, mutare itinerario.

Così leggiamo in Ebrei 2.1-4: “Per questo bisogna che ci dedichiamo con maggiore impegno alle cose che abbiamo ascoltato, per non andare fuori rotta. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disubbidienza ha ricevuto la giusta punizione, come potremmo noi scampare se avremo trascurato una salvezza così grande? Essa cominciò ad essere annunciata dal Signore, e fu confermata a noi da coloro che l’avevano ascoltata, mentre Dio ne dava testimonianza con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà”. Qui viene ricordata la parola scritta dell’Antico Patto, lasciata oggi a noi come esempio perché paragonassimo l’esperienza di un tempo lontano a quella possibile oggi identificata con le parole “una salvezza così grande”, prima non rivelata. Ed ecco che, perché questa proposta di “salvezza così grande”fosse credibile, fu supportata da “segni, prodigi e miracoli d’ogni genere”oltre che, per chi vive la dispensazione della grazia a tutti gli effetti, con “i doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà”.

Gli ultimi versi del nostro passo sono tristi e umilianti al tempo stesso, perché la domanda “Dov’è tuo Padre?”rivela tutta la volontà di persistere nella condizione di cecità di quelle persone, aggravata dal fatto che si consideravano guide illuminate del popolo. La domanda dei farisei è particolare perché non chiedono chi fosse il Padre di Gesù, lasciando intendere forse che avessero bisogno di un chiarimento, ma dove fosse, quindi lo sfidano a produrre una Sua manifestazione, stante il fatto che Dio non lo si poteva vedere. “Dov’è tuo Padre?”contiene quindi tutto il sarcasmo e la presunzione di quella gente, profondamente ancorata alla terra e alla carne. Per questo Gesù aggiunge “Voi non conoscete né me, né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio”: il Dio d’Israele non sarebbe stato più raggiungibile né con lo studio, né con la preghiera, né con le assemblee nella Sinagoga e soprattutto tramite i riti del Tempio perché le modalità di approccio erano cambiate e ben pochi lo avevano capito e ne gioivano.

Proviamo a paragonare quanto avvenuto in questo passo alle parole di Giovanni nel primo capitolo del suo Vangelo: “Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”(vv.11,12): un potere che prima non avevano e che qui viene ancora una volta respinto da persone cui null’altro importava se non mantenere vive tradizioni religiose e costumi privi di qualsiasi legame con Colui che già aveva detto “Voglio misericordia e non sacrificio”. Per loro, era meglio continuare così, ignorando il messaggio di chi “non è il Dio dei morti, ma dei viventi”(Matteo 22.23).

Infine l’ultimo verso della nostra lettura è “E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora”: potrebbe sembrare una ripetizione visto che Giovanni lo aveva ricordato altre volte; in realtà specifica questo a testimoniare che chi è lontano da Dio può desiderare tante cose, persone, cose o fatti, ma è del tutto impotente ad agire. Certo, in questo caso ci troviamo di fronte ad un avvenimento che era stato stabilito, concordato dal Padre e dal Figlio, ma non stava certo agli uomini determinare il quando e il come.

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12.14 – LA LUCE DEL MONDO III/III (GIOVANNI 8.12)

12.14 – La luce del mondo 3 (Giovanni 8.12)

  

12Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo: chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

 

DEL MONDO

“Mondo” è un termine che racchiude molti significati il più immediato dei quali è l’ambiente in cui l’uomo vive con tutti i suoi equilibri. Senza di lui non si ha “il mondo”, ma “la terra”che di lui costituisce la base, la premessa perché posa realizzarsi ed esistere. Il mondo è stato creato da Dio, è il risultato e l’immagine della Sua sapienza e potenza come emerge da una notevole quantità di passi, tra i quali possiamo citare il cantico di Anna, “Al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi egli poggia il mondo”(1Samuele 2.8), Salmo 24.1 e 50.12 in cui viene rivendicata la Sua proprietà, “Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti”e “Mio è il mondo e quanto contiene”. Da qui vediamo che il “mondo”, come già premesso, è un termine che si riferisce il più delle volte a ciò che di animato popola il pianeta e, secondo la Scrittura, tutto ciò che vediamo in esso è stato formato con la diretta partecipazione del Figlio. Se Giovanni è esplicito in proposito in 1.10 del suo Vangelo, “Era nel mondo e il mondo  stato fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto”, l’Antico Patto lo presenta in forma nascosta: parlando della Sapienza, così scrive Salomone in Proverbi 8.22-31: “il Signore mi ha creato come inizio della sua attività– quindi prima del “Sia la luce!”, nell’eternità che è il contrario del tempo come noi lo misuriamo – prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; quando non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti sull’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”. Possiamo allora considerare che a Salomone, che scrive nel 980 a.C. circa, come Isaia due secoli dopo, era stato rivelato che la terra aveva la forma di un globo, cosa che Aristotele inizierà ad ipotizzare nel 340 a.C.

Il Signore, che ha “formato la terra con la sua potenza, ha fissato il mondo con la sua sapienza, con la sua intelligenza ha dispiegato i cieli”(Geremia 51.15), ha però dovuto assumere dei provvedimenti precisi una volta che il peccato entrò a stravolgere i meravigliosi equilibri che aveva fissato: una lettura di quanto accaduto, che sposta la responsabilità originale della disubbidienza di Adamo ed Eva al comandamento ricevuto, ce la dà il libro della Sapienza con le parole “…ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono”(2.24) e qui vediamo sia il principale responsabile, l’Avversario, sia che la morte è il fine ultimo di ogni esistenza, e non poteva essere altrimenti visto che la “via, la verità e la vita”per sfuggirle non era stata ancora rivelata. Sarà l’apostolo Paolo, molti secoli dopo, a spiegare che “…a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato”(Romani 5.12). Il mondo, quindi, dall’estromissione da Eden, non fu letteralmente più lo stesso: privato della presenza, assistenza e amore incondizionato di Dio, si trasformò in un deserto di sospetti, fraintendimenti e di buio, per quanto caratterizzato dalle due generazioni di uomini, quella di Set che Lo cercava, e Caino che Lo rifiutava.

Il mondo può essere visto, sotto una certa ottica spirituale, anche come un territorio neutro in cui purtroppo entrambe le tipologie di uomini sono costrette a convivere: “Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del maligno”(Matteo 13.38), ma è soprattutto una fonte di miraggi e di illusioni, come dalla frase a conclusione dell’insegnamento su cosa volesse dire seguire Gesù: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la sua anima? O che cosa potrà dare in cambio della sua anima?”(Matteo 16.26).

L’uomo naturale trova nel mondo l’unica ragione di essere, cioè vivere ed esprimersi seguendo tutto ciò che lo attira e, nella misura in cui questa attitudine è presente, lo acceca rendendolo incapace di riconoscere la luce, come brevemente descritto nei due capitoli precedenti di queste riflessioni.

Definendosi “la luce del mondo”, Gesù non solo si propone, ma avverte che al di fuori di Lui non esiste alcun’altra via di uscita e quindi salvezza, che si concreta con l’illuminazione. Il mondo è un ambito in cui si vive, con le sue ragioni e sollecitudini che saranno sempre a Lui contrarie ed è proprio la Sua Parola a determinare una divisione tra ciò che è santo e gli appartiene e ciò che non lo è: la Parola è rivolta a tutti indistintamente, ma vediamo dalla parabola dei terreni che spesso viene portata via immediatamente, altre volte viene ascoltata, “ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto”(Matteo 13.22).

Il nostro verso poi è caratterizzato da una profonda promessa e verità, “chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”, quindi Cristo, “la luce del mondo”è sì paragonabile al sole per rendere agevole comprendere il concetto dell’illuminare, ma i verbi “seguire”, “camminare” e “avere” ci trasportano in un contesto completamente diverso: “seguire” significa non avere né volere alcun altro riferimento al di fuori di Gesù; questo riguarda fondamentalmente il “tendere a” e non una costrizione rituale, religiosa, un “ufficio delle ore” rigidamente costituito per non distrarsi. Se si segue un sistema così strutturato, per il quale peraltro ho estremo rispetto, si corre il rischio di banalizzare la vita cristiana e di renderla un dovere, un qualcosa da adempiere comunque e quindi si può insinuare la finzione, la ricezione di qualcosa che si trasforma in un’abitudine. Di qui può nascere la sterilità della persona che corre il rischio di passare da una prigione a un’altra.

“Seguire”, invece, è caratterizzato da quel continuo confronto col Maestro che si concreta attraverso la preghiera, la lettura della Sua Parola e soprattutto quel voler essere continuamente un tutt’uno con Lui in quanto Suoi fratelli. “Camminare nelle tenebre” sarà allora impossibile in quanto l’appartenenza a Cristo lo esclude, se effettivamente sarà tale. Infatti “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato”(1 Corinti 2.12). Credo che, sotto l’aspetto del camminare, ogni cristiano sia chiamato a considerare la misura in cui la Parola di Dio dimora in lui, perché si può sempre professare con le labbra, mentre il cuore è lontano dalla realtà effettiva. Giacomo, “fratello del Signore”scrive “Gente infedele! Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio? Chiunque vuole essere amico del mondo, si rende nemico di Dio”(4.4). L’apostolo Giovanni poi andrà oltre: “Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui”(1 Giovanni 2.15). Diventa allora chiaro che l’amare il mondo non è il rifiuto sistematico a qualunque attività che in esso si può sempre fare, ma l’adesione alla sua mentalità, a quella scala di valori e tipi di rapporto sociale che ben conosciamo perché un tempo era tutta cosa nostra.

Ora, però, il credente è caratterizzato dall’ultimo termine usato da Gesù in questo passo, avere “la luce della vita”, quindi qualcosa di estremamente più prezioso di una semplice lampada: avere la “luce della vita”è qualcosa che abbraccia ogni istante dei nostri giorni, che interviene nel momento in cui usiamo la prudenza e ci confrontiamo con Dio presentandogli le nostre richieste di aiuto perché i nostri passi siano illuminati. Non credo che avere “la luce della vita”sia qualcosa di garantito sempre e comunque, che sia gestibile a prescindere perché il tutto è subordinato dal “seguire”: “chi segue me”contiene due individualità precise viste nel discepolo e nel Cristo, nessun altro. E uno dei primi effetti è proprio l’abbandono, certo progressivo ma costante, del mondo che “passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno”(1 Giovanni 2.17).

Il fatto che Gesù sia “la luce del mondo”per quel poco che abbiamo esaminato, significa che illumina ogni cosa e soprattutto tutti, nessuno escluso, e ciò avviene attraverso il Vangelo scritto e predicato che ciascun essere umano è libero di accogliere o rifiutare: se si sceglie la prima opzione si ha un’importante promessa, “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(Matteo 28.20); nel caso della seconda, la prima conseguenza è che si aderisce al dio alternativo, quello che è chiamato “il principe di questo mondo”, ma anche, a proposito di chi non crede, di persone cui “il dio di questo mondo ha accecato la mente, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio”(2 Corinti 4.4).

Non si potrebbe concludere questa trilogia su Giovanni 8.12 senza ricordare che, se Nostro Signore è la luce del mondo, lo stesso sono o dovrebbero essere i cristiani: Gesù disse nel sermone sul monte “Voi siete la luce del mondo”e Paolo ribadisce “In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo”(Filippesi 2.15), quindi ci troviamo ancora nella regione della responsabilità e dell’impossibilità a dividere Cristo dai suoi fratelli. Le tenebre sono allora sinonimo di ignoranza, pericolo e peccato, la luce di conoscenza, sicurezza e santità, qui trasmissibili proprio perché la fonte è Gesù stesso e chi gli appartiene non può che rifletterne la natura vista negli astri, ciascuno fonte di luce maggiore o minore a seconda della sua funzione, ma non per questo classificabile da noi più o meno importante come purtroppo molti sono soliti fare secondo un metodo a mio giudizio discutibile.

Credo a questo punto che, per non aggiungere contenuti e versi già citati in abbondanza, sia giusto fermarci qui anche perché, se letto con attenzione, ci troviamo di fronte a riflessioni che portano con sé molte domande: impossibile non porsele e soprattutto non risolverle come scritto in Romani 12.2. “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Amen.

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12.13 – LA LUCE DEL MONDO II/III (Giovanni 8.12)

12.13 – La luce del mondo 2 (Giovanni 8.12)

            12Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo: chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

 LA LUCE

È, come anticipato brevemente nello scorso capitolo, il complemento oggetto. Qui, senza di lui, resterebbe chiara l’identità di Gesù col Padre per l’ “Io sono”, ma non sapremmo nulla sulla Sua funzione, su ciò che gli uomini avrebbero dovuto conoscere di Lui: infatti, che Egli “è”nel senso più puro ed alto del termine era già stato manifestato attraverso i molti miracoli che aveva compiuto e le remissioni dei peccati di cui solo una minima parte è stata riportata. Ecco perché, a un certo punto del Suo ministero, Pietro e gli altri furono in grado di comprendere che Gesù era “Il Cristo”, certo dopo una rivelazione del Padre (Matteo 16.17).

Ora cerchiamo di esaminare, sinteticamente per quanto lo spazio di questo capitolo lo concede, la “Luce”, primo elemento di cui è comandata l’esistenza in Genesi 1.3, “Iddio disse: «Sia la luce!». E la luce fu”. È bello considerare che “Iddio”, preferibile al generico “Dio”perché è un termine racchiude tutte e tre le Sue forme e sostanza, non è detto che creò personalmente, ma che ordinò, come già osservato dal Salmista molto tempo prima di noi: “Egli parlò, e tutto fu creato; comandò, e tutto fu compiuto”(33.9). L’unico essere frutto del Suo progetto diretto, nel senso che intervenne materialmente, fu l’uomo e solo lui: “E Iddio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò”(1.27); come questo creare si manifestò è descritto in 2.7, “…il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Certo il racconto di questo libro è antropocentrico, teso a rivelare la prima verità che dev’essere conosciuta, e cioè che l’Universo fu fatto in funzione dell’uomo, poiché sappiamo che il Creatore riversò in questo sistema la Sua infinita intelligenza e qui possiamo ricordare come esempio Giobbe 38.4 e i suoi riferimenti: “Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri? Dimmelo, se sei tanto intelligente!”. Resta il fatto che l’uomo fu l’unico in cui il Creatore soffiò il Suo Spirito nelle narici.

La luce, tornando a Genesi, fu quella fonte di energia ordinata per prima in quanto senza di lei la vita non avrebbe potuto generarsi, rendendo possibile la creazione nel terzo giorno: “Produca la terra germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno l frutto con il seme, secondo la propria specie”. Possiamo facilmente comprendere che, poiché la luce fu la prima ad irrompere in un’eternità di buio, è il fenomeno con il quale Dio fece irruzione in un qualcosa di non definibile nei dettagli, ma certo “informe e vuoto”, con “le tenebre che ricoprivano la faccia dell’abisso”. Senza la Sua presenza e un Suo intervento, non possono infatti esistere altro che il buio più profondo e l’immobilità. Se poi prendiamo 1 Giovanni 1.5,“Dio è luce e in lui non vi sono tenebre”, troviamo la vera ragione per cui dovette separarle così come avverrà per le due generazioni, quella di Caino e quella di Seth, che prese il posto di Abele.

La separazione luce – tenebre,  immediatamente raffigurata nell’alternanza tra il giorno e la notte per quanto non caratterizzata dal buio completo, da allora in poi avrà un suo riferimento con la presenza o assenza di Dio in funzione degli uomini, come rileviamo in due episodi nel libro dell’Esodo: pensiamo alla penultima piaga che fu appunto caratterizzata dall’oscurità più totale talché gli Egizi “…non si vedevano più l’un l’altro e per tre giorni nessuno si poté muovere dal suo posto. Ma per tutti gli Israeliti c’era luce là dove abitavano”(10.23). Ricordiamo anche come Dio si caratterizzò nel cammino nel deserto, quando “…il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte”(13.21). Anche qui, abbiamo la stessa separazione, quella intercorrente fra una collettività guidata e un’altra, ben più numerosa, che operava nell’assenza, che nel libro di Giobbe è laconicamente descritta con le parole “Vi sono quelli che avversano la luce, non conoscono le sue vie, né dimorano nei suoi sentieri”(24.13).

La luce, o le tenebre, valgono tanto per un insieme di persone, ma soprattutto per il singolo che di esse fa un’esperienza diretta trattandosi di un àmbito a volte che si sceglie consapevolmente:“Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”(Isaia 5.20). Il fatto è che, poiché senza luce è impossibile vivere, ogni uomo decide di averne una, come da due passi che prendiamo ad esempio: “Certamente la luce del malvagio si spegnerà e più non brillerà la fiamma del suo focolare”(Giobbe 18.5) e “La lucerna dei malvagi è il peccato”(Proverbi 21.4); eppure, nonostante questo stile di vita, c’è chi sceglie altro: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”(Salmo 119.105) e “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?”(27.1).

Tralasciando le profezie sulla venuta della luce per il mondo che Matteo ha raccordato nel suo effetto più immediato quando Gesù venne ad abitare a Capernaum (4.12-17), vediamo che l’inizio del Suo ministero è descritto con le parole “Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”(v.17), le stesse parole con cui Giovanni Battista si presentava agli uomini, però non supportate da miracoli, guarigioni e, soprattutto, remissione dei peccati. Del Battista infatti è detto “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”(Giovanni 1.8). Possiamo paragonare allora il ministero che parte da Capernaum all’alba che piano piano anticipa il giorno, dissolvendo le ombre.

“Io sono la luce”, con cui Gesù si qualifica agli uomini dopo più di due anni di ministero, è la dichiarazione aperta di una delle Sue caratteristiche che formano un tutt’uno con il Suo essere Figlio di Dio che l’uomo deve conoscere e non per nulla Giovanni apre il suo Vangelo con “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”(1.4). E quella “vita”, a sua volte, la connettiamo a quell’ “albero” in Eden che consentiva ad Adamo ed Eva di essere illuminati, con quella vista che contemplava la visione del micro e del macro, la ricezione totale di frequenze che abbiamo perso perché con esse distingueva ogni essere anche spirituale che oggi non vediamo. Quindi, “Luce”e “Io sono”non lasciano dubbi sul fatto che non esiste altra alternativa se non quella di percorrere la propria vita illuminati da Dio attraverso il Cristo perché “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”(1.9), certo se la si accoglie. Si può dire che il Vangelo di Giovanni, più degli altri, parla di questo elemento, riportando le parole di Gesù “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre”(12.46): da qui in poi, questo elemento sarà sempre attribuito a Nostro Signore e al ruolo di rivelare il Padre. Parlando ad Agrippa, l’apostolo Paolo dirà “…ti mando alle nazioni per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me” (Atti 26.18).

Ancora, tornando al nostro verso, è da sottolineare l’articolo, “La”e non “Una” davanti a “luce” dalla quale vediamo chiaramente che non ce ne possono essere altre per poter pervenire a quella unica e vera di cui l’essere umano ha veramente bisogno; diversamente, come abbiamo visto brevemente nei pochi passi citati, se ne avrà una falsa, quella che ad esempio possedevano quei farisei che vengono chiamate “guide cieche”. E del resto questa confusione iniziò proprio nel momento in cui i nostri progenitori furono estromessi dal giardino di Eden dopo aver conosciuto certamente il peccato, ma soprattutto la menzogna poiché, una volta introdotti nel mondo corrotto, non si fidarono più l’uno dell’altro e Caino, riproducendo la tecnica dell’Avversario, disse a suo fratello “Andiamo ai campi”.

La menzogna è non solo bugia, ma seduzione, inganno, travisamento, tutto ciò che non è chiaro e, quindi, luce. La scienza umana in proposito, a conferma del fatto che il mondo è nelle tenebre sotto quest’ultimo aspetto, ha accertato che l’uomo acquista la capacità di mentire per il proprio tornaconto dall’età di cinque anni e che gli stessi animali non sono esenti da questa tecnica: lo fanno per sopravvivere, nascondendo il cibo, mimetizzandosi, lanciando falsi allarmi alle altre specie che, fuggendo da un determinato luogo, lasciano loro spazio per nutrirsi di quel cibo di cui altrimenti si sarebbero impossessati. E l’uomo può mentire anche a se stesso, spesso senza accorgersene. Questo esempio per far capire che le “tenebre” hanno un significato che va molto oltre quello della semplice assenza di una fonte luminosa, ma sono riferite ad un buio che ogni essere si porta dentro essendo stata, con il peccato, la luce di Dio preclusa ad ogni creatura che, da allora, può pensare solo alla sua sopravvivenza immediata. Ecco perché è da irresponsabili non accogliere e non rivolgersi a Cristo, unica e vera Luce. E, concludendo, possiamo dedurre che quando Gesù disse “In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”(Luca 18.17) e ne prese in braccio uno prendendolo ad esempio, si riferisse proprio all’innocenza che caratterizza i bimbi attorno ai quattro anni.

Tornando all’apostolo Giovanni, che di luce parla fin dal primo capitolo del suo Vangelo, possiamo concludere queste riflessioni con una citazione molto indicativa, illuminante: “Chi crede il lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”(3.18-21). Amen.

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12.12 – LA LUCE DEL MONDO I/III (Giovanni 8.12)

12.12 – La luce del mondo I/III (Giovanni 8.12)

12Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo: chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

            Sono stato in dubbio se rivolgere tutte le attenzioni a questo solo verso oppure inserire anche quelli che seguono in cui viene descritta la questione sorta coi farisei che, di fronte all’affermazione di Gesù come “Luce del mondo”, cercarono in ogni modo di reagire. Ritengo però che sia meglio occuparci di un solo verso, lasciando ad un prossimo capitolo l’analisi degli altri. C’è però, nel testo integrale che non ho riportato, un particolare degno di nota e cioè che Gesù, nel frattempo, si era spostato dal cortile dei gentili a quello delle donne, la parte più frequentata del tempio dai soli israeliti, vicinissimo al Gazith, o Sala del Sinedrio; Giovanni, infatti, si preoccupa di scrivere al verso 20 “Queste parole Gesù le pronunziò nel luogo del tesoro mentre insegnava nel tempio”, cioè quel posto, appunto nel cortile delle donne, in cui erano murate 18 cassette destinate a raccogliere le offerte (e non solo), come avremo modo di esaminare nell’episodio conosciuto come quello de “il quattrino della vedova”.

Venendo al verso in esame l’osservazione più immediata è possibile sul “Di nuovo”con cui si apre, che si presta a due interpretazioni o, se preferiamo, a due alternative: infatti, ammettendo come proprio di Giovanni l’episodio della donna adultera, si vuole suggerire che Gesù, chiusa la questione precedente, riprese ad insegnare. Rimanendo però nell’ipotesi che sia difficile collocarlo temporalmente,  possiamo fare un raccordo a 7.53, “E tornarono ciascuno a casa sua”: quel “Di nuovo”potrebbe allora venir letto come una ripresa degli insegnamenti di Gesù avvenuta il giorno seguente, in un ambiente differente.

Veniamo ora al nostro verso che possiamo dividere in quattro parti la prima delle quali è composta da tre elementi che vivono di vita propria e presentano una progressione andando via via aggiungendosi: “Io sono”, “Io sono la luce”e “Io sono la luce del mondo”. Ciascuna di essi ha un senso compiuto.

IO SONO

Rappresenta da sempre il modo in cui un individuo pensante e agente dichiara la propria identità, la sua condizione morale, psicologica o lo stato in cui versa. L’uomo la usa per qualificarsi di fronte al proprio simile, a volte mentendo, ma Dio se ne serve sempre per presentarsi e la prima volta che questo avvenne fu con Abrahamo quando, all’età di novantanove anni quindi prima di raggiungere i cento che è la cifra del compimento, si sentì dire “Io sono l’Iddio Onnipotente, cammina davanti a me e sii integro”(Genesi 17.1). “Io sono”, quando è Dio a pronunciarlo, è sinonimo di promessa a meno che non definisca la Sua Identità assoluta e insondabile, “Io solo colui che è”, tradotto anche con “colui che sono”(Esodo 3.14). Come promessa ricordiamo le parole dette a Giacobbe, “Io sono il Dio di Abrahamo, tuo padre; non temere perché io sono con te: ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza a causa di Abrahamo, mio servo”. Più avanti nella storia, si presentò a Mosè usando come credenziali, perché non poteva essere confuso con altri e doveva esservi una linea continua nell’osservanza delle Sue parole, queste parole: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abrahamo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”(Esodo 3.6). Tra l’altro, riguardo al “Colui che è”, al popolo bastava proprio la prima persona del verbo essere per identificarlo: “Così dirai agli israeliti: «L’Io sono mi ha mandato a voi»”. Altre volte le parole furono semplici, “Io sono il Signore”, alle quali viene aggiunto a ricordo “che vi ho fatto uscire dalla terra d’Egitto per essere vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo”. È quindi impossibile rivolgersi a Lui o accostarsi alla Sua Parola, quindi a Gesù quanto alla Scrittura, senza tenere presente l’onnipotenza, la volontà e il piano che ha per l’uomo che deve a Lui inevitabilmente adeguarsi mettendo da parte ciò che è sconveniente e non caritatevole: “Non maledirai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore”(Levitico 19.12).

Quando l’ “Io sono” si presenta, pone sempre l’uomo nelle condizioni di temerlo, lo avvisa di camminare rettamente, gli presenta una via che, se vuole avere la Sua benedizione, comporta l’astenersi da determinate azioni quali ad esempio il non farsi idoli per prostrarsi davanti ad essi (Levitico 26.1), non opprimere il prossimo (25.17), non raccogliere gli avanzi della mietitura per lasciarli al forestiero (23.22), osservare i Suoi comandamenti per metterli in pratica (22.31), questo perché “…vi ho fatto uscire dalla terra d’Egitto perché non foste più loro schiavi; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto uscire a testa alta”(26.13).

Nell’Antico Patto – ma anche nel Nuovo comunque per quanto la Grazia venuta da Gesù Cristo consenta un rapporto diverso, ma non per questo meno responsabile – l’identità di YHWH si presenta con l’assoluto “Sono io che do la morte e faccio vivere; io percuoto e io guarisco, e nessuno può liberare dalla mia mano”(Deuteronomio 32.39).

Ora, fatta questa panoramica molto generale, l’ “Io sono”di Gesù non è diverso, ma complementare, cioè necessario sul piano qualitativo, quantitativo, strutturale, compiuto nel senso che mette in luce ciò che nell’antichità era velato, nascosto. La Sua identità come “Il Cristo, il figlio dell’Iddio vivente”riservata a chi lo aveva ed ha conosciuto, necessitava infatti di ampliamenti: l’uomo non può andare a Lui se non conosce le caratteristiche più importanti della Sua natura, il Suo ruolo, ciò per cui è sceso dai cieli irraggiungibili sulla terra, quindi rendendosi visibile come qualsiasi essere umano, al contrario del Padre. Ad esempio, parlando della resurrezione dei morti ai Sadducei, disse che “Iddio non è il Dio dei morti, ma dei viventi”(Matteo 22.32), di non essere “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”rivelando la Sua volontà di salvare ciò che sarebbe inevitabilmente andato perduto ed è bello considerare che, quando si presentò ai discepoli risorto, non disse “io sono”, ma “Coraggio, sono io, non abbiate paura”(Marco 6.50).

Davanti al Sinedrio si presentò in modo inequivocabile: quando il Sommo Sacerdote gli domandò “«Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?», Gesù rispose «Io lo sono»”(Marco 14.61,62), ma agli altri uomini, quelli non chiusi dal proprio orgoglio che avrebbero potuto accoglierlo o quantomeno farlo dopo un percorso di dubbio e crescita personale, usò altri termini, come ad esempio “Il pane vivo disceso dal cielo”, “Il pane della vita”. Non venuto da se stesso, ma inviato dal Padre, rimarcò la differenza fra Lui e i suoi accusatori, “Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo”(Giovanni 8.23), disse di non far nulla da se stesso, di essere venuto perché “coloro che non vedono, vedano, e quelli che vedono, diventino ciechi”(9.39), “non per condannare, ma per salvare il mondo”(12.47) di essere “la porta”(10.9), il “buon pastore”, “la resurrezione e la vita”(11.25), “la via, la verità e la vita”perché, parole dette a Pilato, “Tu lo dici, io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”(18.37).

È sicuramente da sottolineare che l’identità di Gesù, come abbiamo visto, sotto gli aspetti del Suo “Io sono”è l’apostolo Giovanni a rivelarla esplicitamente più degli altri tre evangelisti e verrà da lui completata nell’ultimo scritto quando Gesù dirà “Io sono l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente”(Apocalisse 1.8), “Io sono il Primo e l’ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi”(v.17,18).

Anche qui abbiamo dato una panoramica generale e ciascuna delle identità di Gesù andrebbe sviluppata e lo faremo, per quanto non qui, ma nel corso dei vari capitoli di questi scritti; nel caso del nostro verso, all’ “Io sono”segue “la luce”a significare una delle qualità del Dio che, non essendo in Lui “tenebre alcune”non può che avere questa funzione. La “luce”di cui parla Gesù non è qualcosa di generico, ma da identificare nel “sole”sia perché il Suo volto brillò così alla trasfigurazione, sia per la promessa profetizzata da Zaccaria, padre di Giovanni Battista: “Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace”(Luca 1.78,79). Sono questi passi che suggeriscono un cammino continuo verso una direzione consapevole e precisa il cui risultato è descritto nella parabola della zizzania: “La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti – cioè i giustificati per fede –splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchie, ascolti!”(Matteo 13.40-43).

Concludendo, “Io sono”è al tempo stesso un’affermazione lapidaria perché ha come primo riferimento l’identità di Dio con l’eternità nella quale vive e dalla quale proviene nel momento in cui si rivela, ma in questo caso ha bisogno, perché l’uomo comprenda, di un complemento oggetto che, per il verso in esame, è prima “la luce”e poi “del mondo”; e qui Gesù parla a tutti coloro che lo ascoltano, allora come oggi, perché possano determinare la loro condizioni di salvati o di perduti. Amen.

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12.11 – LA DONNA ADULTERA II/II (Giovanni 8.1-11)

12.11 – La donna adultera 2 (Giovanni 8.1-11)

1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

            La risposta di Gesù al “Tu, che ne dici?”degli scribi e farisei mi ha sempre profondamente impressionato perché non è di tipo verbale, per lo meno all’inizio. Scrive col dito per terra, viene da pensare chinandosi un poco dalla posizione seduta sul proprio mantello e se è impossibile sapere cosa scrivesse – altre traduzioni hanno “faceva dei segni per terra”, sicuramente l’agire in quel modo sottolinea il Suo volersi estraniare dalla questione, pensando al fatto che non era venuto per condannare, ma “per cercare e salvare ciò che altrimenti sarebbe andato perduto”(Luca 19.20). E chi cerca, non lo fa certo distrattamente. Come rispondere alla domanda che gli era stata posta in modo che tutti capissero? È proprio la peculiarità del Suo gesto a segnalare a mio giudizio l’autenticità del passo, che credo non sarebbe venuto in mente a nessun narratore salvo che a un testimone dell’evento.

Giovanni, al verso settimo, scrive che i suoi avversari “insistevano nell’interrogarlo”, per cui quel “Tu, che ne dici?”fu ripetuto più volte, magari in altre forme che ne lasciavano invariata la sostanza per cui Gesù si alzò dando loro una risposta tesa a spiazzarli completamente: certo la Legge prescriveva la lapidazione per gli adulteri, ma dovevano essere proprio i testimoni accusatori a lanciare per primi la pietra sul condannato, come leggiamo nel passo principale in Deuteronomio 17.2-7 che prescrive “Qualora un uomo o una donna faccia ciò che è male agli occhi del Signore, tuo Dio (…),colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o tre testimoni, non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire, poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te”. Lo stesso avvenne alla lapidazione di Stefano, dove leggiamo che “…lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo, e i testimoni– prima di agire – deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo”(Atti 7.58).

La risposta verbale di Gesù si rivolge a tutti i componenti del gruppo di accusatori ancora una volta dando una bellissima lezione di cosa effettivamente richiedesse la Legge, cioè non tanto l’esecuzione di una persona colta nella flagranza di un peccato, quanto del titolo che dovesse possedere chi la commettesse a partire dai testimoni per arrivare fino agli altri, cosa che Mosè non aveva prescritto: “Chi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Quello che Nostro Signore voleva dire fu immediatamente compreso da tutti: il testimone dell’adulterio doveva essere senza peccato non nel senso che doveva essere un “santo”, quindi un “puro”, ma una persona che era esente dall’infrazione del settimo comandamento, ”non commetterai adulterio”di fatto o nel cuore come Lui aveva già dichiarato in uno dei Suoi insegnamenti: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”(Matteo 6.28). Nessuno dei presenti fu in grado di ribattere alcunché, confermando così indirettamente le parole di quelle guardie cui era stato ordinato di arrestare Gesù e non vi riuscirono dichiarando “Nessuno parlò mai come quest’uomo”.

Le parole di Gesù, quindi, andarono dritte alla coscienza dei presenti ai quali, carnalmente, non pareva vero di poter commettere un omicidio legittimato dalla Legge dietro il quale mascherarsi, sentirsi più giusti per aver compiuto un atto spiacevole, ma comandato, il che avviene ancora oggi nelle società integraliste. In quel caso, però, compresero che nessuno di loro poteva dirsi innocente da un adulterio praticato di nascosto, o desiderato. Ecco allora che il gettare “per primo la pietra contro di lei”era qualcosa che andava ben oltre il rituale della lapidazione, ma coinvolgeva tutta la persona che quella pietra l’avrebbe lanciata. Certo la lapidazione non sarebbe mai potuta avvenire né all’interno del cortile, né in città, ma fuori dalle mura, ma comunque avrebbe chiamato in causa vari passaggi che avrebbero richiesto una ferrea volontà di fare “giustizia”: cercare una pietra idonea, prenderla in mano, prendere la mira e lanciarla perché così si sarebbe dovuto fare. Chi lapidava, quindi, si assumeva in pieno tutta la responsabilità dell’atto.

In quel caso, però, questa volontà venne meno perché fu la coscienza a bloccarla, spegnerla, farla scomparire. Quel “per primo”non si trovò. Forse i presenti si guardarono l’un l’altro mentre Gesù, “chinatosi di nuovo, scriveva per terra”aspettando una loro reazione nuovamente estraniandosi dal contesto ma, a differenza della prima volta, qui lascia a loro la totale responsabilità delle azioni future. Cosa avrebbero fatto di quella donna era di competenza dei Suoi avversari e, tornando a scrivere, li lascia soli con le Sue parole e la loro coscienza. Sappiamo che “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”: qui vengono accomunati tutti, scribi, farisei e gli integralisti fra il popolo e in una versione si aggiunge “convinti dalla coscienza”. Per primi se ne vanno gli anziani, in cui è presente la memoria di un percorso di vita ed è assente l’ardore giovanile così sensibile agli ideali non supportati dalla realtà; quegli anziani furono consapevoli per primi di essere peccatori in opere o pensieri e poi furono seguiti in questo da tutti gli altri, ammettendo così di essere impuri e non volendo essere ipocriti fino alla fine. La loro non fu pietà verso la donna, ma la comprensione del fatto che non avevano titolo per lapidarla alla luce di quanto Gesù aveva detto. Rinunciarono a portare la donna con sé per rinchiuderla da qualche parte nell’attesa che il Sinedrio si riunisse nonostante potessero farlo, ma la sorte di lei era passata in secondo piano. E tutto questo avvenne di fronte agli altri, quelli che erano venuti ad ascoltare il Maestro. “Lo lasciarono solo, con la donna nel mezzo”, conferma che ad allontanarsi furono solo gli avversari di Gesù, ma che nessuno di quelli che erano venuti ad ascoltarLo si era allontanato perché non chiamato in causa.

A questo punto abbiamo le due domande, “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?” tese tanto a far considerare a quella persona tanto la situazione in cui si era venuta a trovare, cioè che i suoi accusatori erano scomparsi, ma ancora di più a farla riflettere sull’infrazione commessa che rimaneva comunque: il fatto che non fosse stata lapidata non significava che fosse innocente, ma che il debito con Dio era presente e, secondo la Legge, avrebbe dovuto morire comunque. Quindi, cosa avrebbe dovuto fare?

La risposta “Nessuno, Signore”allude certamente al fatto che, senza le parole di Gesù, sarebbe stata lapidata, ma in più abbiamo un’attesa di sapere sottolineata dal suo comportamento perché, quando quelli che l’accusavano si erano ritirati, non era fuggita via. Il suo rimanere lì indica un enorme stupore conseguente al trauma causato dall’angoscia di una morte estremamente dolorosa che dava per certa e quel “Signore”non fu usato per cortesia e rispetto, dettato da un sentimento che includeva timore e adorazione. Liberata dalla prospettiva di morte certa, non sapeva cosa fare e si aspettava che le fosse indicata una soluzione al suo problema.

Abbiamo però quel “Neanch’io ti condanno”che racchiude tutto l’amore del Dio che non giudica, per lo meno in quel momento, per cui alla persona dev’essere dato il tempo per ravvedersi pensando molto seriamente a cosa fare dal momento in cui scopre il proprio peccato in poi. Vediamo infatti che le stesse parole furono dette al paralitico guarito alla piscina di Betesta, ma che qui manca “perché non ti avvenga qualcosa di peggio”, segno a mio avviso che entrambi, Gesù e la donna, sapevano che il concetto era stato compreso.

Come “Signore”, qui viene rivelato non l’aspetto del Dio Giudice che Gesù era comunque, ma quello del Dio “pietoso e clemente, lento all’ira e di grande benignità”(Salmo 103.8) che molti avevano dimenticato o della cui qualità sapevano, ma senza averlo mai provato su di loro. È quel Dio rivelato anche nell’Antico Patto che “conosce la nostra natura e si ricorda che siamo polvere”(v.14) e sono convinto che sia per questo che veniamo ripresi, ma non puniti come dovremmo, quando sbagliamo. La donna del nostro episodio comprese la propria situazione non solo di individuo peccatore, ma anche l’opportunità che le era stata data: “Come è vero che io vivo, dice il Signore, l’Eterno, io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva”(Ezechiele 33.11) e “Quando l ‘empio si allontana dalla sua empietà e compie ciò che  giusto e retto, per questo egli vivrà”(v.18).

Resta ora una conclusione di natura tecnica: è innegabile che dal verso 12 del nostro capitolo esista un brusco cambiamento di stile perché si passa dalla cronaca di un fatto a una teologia molto fine e profonda: Gesù inizia un lungo discorso ai presenti su Lui come luce del mondo, sul fatto che presto sarebbe andato in una dimensione nella quale non sarebbe potuto essere raggiunto, su cosa siano verità e libertà e molto altro ancora. Per questo motivo non è azzardato supporre, come accennato all’inizio, che quanto avvenuto si sia verificato dopo Luca 21.37,38, “Durante il giorno insegnava nel tempio, la notte usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. E tutto il popolo veniva a lui di buon mattino per ascoltarlo”, ma la questione è superata dalla profondità dell’insegnamento qui contenuto, di ampia portata tanto per noi quanto per ogni uomo o donna che ancora segue le orme e soprattutto la mentalità perversa di questo mondo. Ora, ragionando sui contenuti dell’episodio, ha l’opportunità, per poco tempo ancora, di convertirsi e salvarsi. Amen.

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12.09 – MAI UN UOMO HA PARLATO COSÌ (Giovanni 7.40-53)

12.09 – Mai un uomo ha parlato così (Giovanni 7.40-53)

           

 

40All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». 41Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? 42Non dice la Scrittura: «Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?». 43E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. 44Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. 45Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». 46Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». 47Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? 48Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? 49Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». 50Allora Nicodemo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: 51«La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». 52Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». 53E ciascuno tornò a casa sua.

 

            Quanto letto relativamente ai commenti della folla è la conseguenza dei discorsi sentiti fino ad allora nel cortile del Tempio di cui Giovanni ha riportato l’essenziale. Leggiamo però che l’apostolo ha scritto “All’udire queste parole”, quindi l’invito “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me”, ma non possiamo escludere anche quelle altre dette due o tre giorni prima, quando da un lato abbiamo la volontà di arrestarlo e, dall’altro, la gente che si domandava “Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?”(v.31). Ebbene, questa domanda in un certo senso portò i presenti a due conclusioni più una risposta la prima delle quali fu che Lui fosse “davvero il profeta!”,in cui sottolineiamo l’articolo determinativo per cui Lo prendevano per Elia o per quel “profeta come me, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli”a cui avrebbero dovuto “dare ascolto”citato in Deuteronomio 18.15. Sappiamo che non era chiaro, per l’interpretazione che davano a quel passo, se si trattasse del Messia o del Suo precursore, ma è certamente indicativo, in questa pericope, quanto fosse incisivo quel “davvero”e l’articolo “il”che andava dritto al cuore del problema. Fra la moltitudine c’era quindi chi si poneva nelle condizioni di approfondire la posizione di Gesù con successo.

La seconda conclusione è più specifica, “Costui è il Cristo”: anche qui abbiamo l’indicativo “è”,quindi privo di forma dubitativa, a conferma del fatto che Gesù non poteva essere altri se non il Messia promesso e questa portò ad un’osservazione, o replica, che rivela quanto il popolo ignorava e cioè le effettive origini di Colui che stava parlando: era opinione diffusa che Gesù venisse “dalla Galilea”(Nazareth e Capernaum), ma in realtà apparteneva tanto alla genealogia di Davide in quanto nato a Betlehem di Efrata. Aveva dunque tutte le credenziali per essere creduto. Quelli che allora parlavano in quel modo, dubitando che Gesù fosse effettivamente il Cristo perché secondo loro veniva da una regione estranea al casato di Davide, sbagliano per ignoranza. Sappiamo che i capi dei sacerdoti e gli scribi dissero ad Erode che il “Re dei Giudei”sarebbe nato a Betlehem e lo facevano su passi della Scrittura ben precisi.

Prima di tutto il Cristo non avrebbe potuto venire da nessun’altro, genealogicamente, se non da Davide secondo Salmo 89.4,5: “Ho stretto alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide, mio servo. Stabilirò per sempre la tua discendenza, di generazione in generazione edificherò il tuo trono”. In proposito possiamo ricordare le due genealogie di Matteo e Luca in cui vengono nominati i rappresentanti delle generazioni che si succedettero nel tempo fino a Gesù. Lo stesso dicasi per Salmo 132.11 “Il Signore ha giurato a Davide, promessa da cui non torna indietro: «Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono»”. Abbiamo poi Isaia 11.1 con “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse– padre di Davide –, un virgulto spunterà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore”. Geremia 23.5,6: “Ecco, verranno i giorni (oracolo del signore) nei quali io susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele vivrà tranquillo, e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia”.

La provenienza da Betlehem sappiamo che fu predetta dal famoso passo di Michea 5.2, ma trova la sua base proprio in Iesse, quando viene così identificato in 1 Samuele 17.12: “Davide era figlio di un Efrateo di Betlemme di Giuda chiamato Iesse, che aveva otto figli”. E tutto torna perché chi indaga nella Scrittura, a prescindere dall’epoca in cui vive, non può venire confuso se guidato dallo Spirito e non si arrende (ricordiamo il cercare “come i tesori”).

Comunque, come accade anche oggi, abbiamo da una parte chi ha creduto in lui e chi no, con opinioni diverse e quel “volevano arrestarlo”, o “prenderlo”come traducono altri, ci può lasciar pensare che quella fu la volontà non solo dell’autorità religiosa che aveva mandato le “guardie”, ma anche di coloro che, tra la folla, vedevano in lui un impostore e il loro integralismo li spinse ad azioni violente contro di Lui. È importante sottolineare che il verso 44 ha senso ambivalente e riguarda anche gli inviati ad arrestarlo: erano le guardie del Tempio, che curavano l’ordine pubblico non solo lì, ma anche in città ed erano alle dipendenze del Sinedrio e in particolare del suo magistrato.

Ebbene quegli uomini andarono lì e, dopo averlo ascoltato, non furono in grado di eseguire l’ordine loro affidato per un motivo molto semplice, cioè furono toccati nel profondo della loro coscienza mentre gli altri, quelli della folla ostile, semplicemente non poterono. Giovanni non dice che le guardie credettero, ma solo che furono concordi nel dire “Mai un uomo ha parlato così”, frase che, detta da loro, ci dice molto perché conoscevano tutti i membri del Sinedrio, avevano ascoltato i loro discorsi, frequentavano la Sinagoga e conoscevano gli insegnamenti dei rabbini più autorevoli. Eppure, in quel momento, dichiarano di non avere mai sentito nessuno parlare in quel modo, cioè con quella conoscenza e autorità che ai sinedriti mancava nonostante gli studi severi che avevano intrapreso e la scienza scritturale che possedevano, ma in maniera umana. Dobbiamo tener presente che il mandato di arresto a quei tempi non era necessariamente immediato, ma poteva anche essere intesto come da eseguire alla prima occasione favorevole, poiché sappiamo che “i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano in ogni modo di toglierlo di mezzo, ma temevano il popolo”(Luca 22.2). Ecco perché le guardie inviate ebbero occasione di ascoltare Gesù mentre parlava, ricordando che Giovanni riporta una minima parte di ciò che disse. Lo stesso timore descritto da Luca emerge anche in Marco 11.32 quando annota, in un contesto diverso, che “…temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni– Battista – fosse veramente un profeta”.

“Mai nessuno parlò come quest’uomo”allora ci rivela che solo ascoltando le parole di Gesù, il Vangelo, l’uomo può riconoscere se sia il Figlio di Dio che dice di essere oppure no alla luce di quel “Tutto è compiuto”che riguarda non solo l’osservazione della Legge fin nello “iota”, ma nella presentazione del piano di Dio per l’uomo e nel fatto che solo ascoltandolo si può giungere ad una perfetta identità con Lui: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”(Giovanni 14.3).

La risposta delle guardie del tempio adirò profondamente i membri del Sinedrio e li accusarono di essere stati sedotti, ricordando loro che nessuno dei capi o dei farisei aveva creduto in lui e definiscono “maledetta”la moltitudine perché ignorava la Legge, quella cui proprio loro avrebbero dovuto insegnare per portarli non tanto alla minuta osservanza, ma al suo senso spirituale fino a quando non sarebbe giunto il Cristo, il Messia promesso. Ora è chiaro che quel “maledetta”riflette tutto il disprezzo che quella classe religiosa provava per i propri simili, atteggiamento ben diverso da quello che la Legge stessa dava per naturale, cioè che tutti fossero fratelli e l’uno prossimo dell’altro. Impossibile infatti pascere un gregge che non si ama. Invece sappiamo che proprio loro parlavano degli ebrei che non avevano studiato nelle loro scuole ed erano ritenuti “fango che si calpesta”, “uomini di terra” e “vermi”.

A questo punto ecco intervenire un personaggio che aveva incontrato Gesù due anni prima, Nicodemo, figura del dubbio provato e del timore di manifestare la propria fede, ma anche della Parola che germina lentamente nel cuore. Certo, anche del tormento che prova un’anima quando è frenata dal prendere una posizione che avrebbe inevitabilmente generato sofferenza personale vista nell’esclusione dalla società cui apparteneva. Sappiamo che Nicodemo non era l’unico: pensiamo a Giuseppe d’Arimatea, “membro del sinedrio, buono e giusto, che non aveva aderito all’operato degli altri”(Luca 23.50) e a tutti quelli che “…anche tra i capi, credettero in lui, ma, a causa dei farisei, non lo dischiaravano per non essere esclusi dalla sinagoga”(Giovanni 12.42). Sono queste persone che provano su di sé gli effetti della Parola di Dio, “più tagliente di una spada a doppio taglio”, che sono coscienti di non appartenere al mondo di prima ed ora si trovano di fronte ad una scelta da affrontare. Vivere in una coscienza divisa è terribile, per lo meno fino a quando non si trova il coraggio per spiccare il volo verso l’Alto. Ebbene, Nicodemo prende la parola e lo fa in modo prudente, potremmo dire combattendo a modo suo affrontando i suoi pari grado in modo legale alla luce di tre passi: Deuteronomio 1. 16,17 “Ascoltate le cause dei vostri fratelli e decidete con giustizia fra un uomo e suo fratello o lo straniero che sta presso di lui. Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande”, dove si parla di ascolto e decisione non offuscata da impressioni o sentimenti provenienti dalla carne.

Abbiamo poi 17.8: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni”e questo accadeva in presenza dell’accusato. In 19.16 infatti si parla dell’eventualità in cui “un testimone ingiusto si alzi contro qualcuno per accusarlo di ribellione”. E sappiano che l’accusato aveva diritto di replica, come dalle parole di Pilato a Gesù in Marco 15.4: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano”. Secondo Nicodemo, quindi, proprio coloro che in quel frangente condannavano Gesù a priori e reputavano “maledetta”la folla, erano i primi a trasgredire la Legge. Lungo dal pensare a questo, lo esortano a studiare (ricordiamo il loro detto “va’ e impara”) le Scritture perché da esse veniva la verità in base al quale “dalla Galilea non sorge profeta”, ma sbagliavano: Giona nacque infatti a breve distanza da Cana (2 Re 14.25), Eliseo poco distante da Betlehem (1 Re 4.12; 19.16), e Nahum a El Kush, piccolo villaggio della Galilea.

L’episodio si concluse con un nulla di fatto:“Ciascuno tornò a casa sua”, temporaneamente al sicuro nelle proprie quattro mura.

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12.08 – SE QUALCUNO HA SETE (Giovanni 7.37-39)

12.08 – Se qualcuno ha sete (Giovanni 7.37-39)

           

37Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva 38chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». 39Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.

 

            Sappiamo che la festa dei Tabernacoli durava sette giorni, ma siccome a quelli se ne aggiungeva uno di solenne convocazione, in realtà ne abbiamo otto. Fra i riti dell’ultimo giorno ve ne era uno, posteriore alla Legge di Mosé e di origine incerta quindi non comandato, che era più popolare degli altri: un sacerdote, accompagnato da una processione preceduta da un gruppo di suonatori, si recava alla piscina di Siloe, riempiva d’acqua un vaso d’oro che portava nel cortile del tempio e lo versava in due vasi d’argento posti sull’altare mentre gli altri sacerdoti e i leviti cantavano il grande Hallel (Salmo 113 e 118) seguito dalle parole di Isaia 12.3“Voi attingerete con gioia l’acqua dalle fonti della salvezza”. Questa parte della cerimonia commemorava con gratitudine la misericordia di Dio per aver provveduto d’acqua Israele mentre vagava nel deserto. Interessante è la simbologia di questo rito, con l’acqua che passava dal vaso d’oro, che rappresentava la Maestà di Dio, ai due d’argento, che avevano riferimento all’uomo, due a sottintendere entrambe le nature, quella terrena e quella spirituale? Oppure il numero era riferito all’essere umano nei suoi due elementi, uomo e donna? Si trattava di una simbologia interessante, ma non comandata e quindi aggiunta dalla tradizione.

Questo è il contesto in cui Gesù si alzò in piedi e, gridando, parlò rivolgendosi a chi si riconosceva assetato. Era impossibile a chi lo ascoltava non cogliere immediatamente il parallelismo tra quanto si stava celebrando in quel momento e gli elementi fondamentali del Suo messaggio: se la Festa delle Capanne parlava di un percorso nel deserto che gli antichi avevano fatto e di come fossero stati dissetati da Dio che non li aveva abbandonati, ora potevano avere un’acqua nuova, molto più preziosa di quella per la sopravvivenza del corpo. Accanto a questo accostamento immediato, ci sono poi le parole di Isaia 55.1-3:“O voi che siete assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide”.

Anche in questo passo c’è un invito agli assetati a bere; potrebbe sembrare un controsenso perché chi ha sete l’acqua la cerca da solo, ma qui è chiaro che si parla di provare un’arsura diversa che può essere soddisfatta porgendo orecchio, ascoltando. Anche in Isaia il messaggio è rivolto a “voi che non avete denaro”, cioè quanti sarebbero impossibilitati a comprare alcunché, tagliati fuori anche dal minimo necessario per vivere, ma che qui trovano “senza pagare vino e latte”cioè addirittura il di più, visto che chi ha sete trova nell’acqua il mezzo più idoneo a soddisfare il corpo. “Voi che non avete denaro”, più propriamente, allude all’impossibilità dell’uomo incompatibile con Dio a comprare ciò che è da Lui donato liberamente. Accanto al soddisfare questa necessità, poi si aggiungono “cose buone”e “cibi succulenti”, quindi il ristabilimento completo della persona come nella parabola del buon samaritano.

In questi versi c’è anche un inciso, una domanda che riguarda lo spendere “denaro per ciò che non è pane”e il “guadagno per ciò che non sazia”dove si vuol porre l’accento sul fatto che l’uomo si affatica e spende quanto ha da parte o ciò che guadagna quotidianamente per cose inutili e tralascia quell’unico nutrimento che porta alla vita eterna.

Quel “venite alle acque”di Isaia che poi si conclude con “ascoltate e vivrete”, prosegue con la promessa di un alleanza eterna, “i favori assicurati a Davide”dalla cui discendenza il Gesù uomo proveniva. Quali siano questi “favori”li troviamo in 2 Samuele 7.8-16 in cui, accanto al ricordo di quanto YHWH aveva fatto per lui, leggiamo una promessa che riguarda il futuro: “Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il trono del suo regno Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre”(vv.12-13). Ecco allora l’adempimento in Gesù, come disse Paolo nella Sinagoga di Antiochia: “Ora Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nel suo tempo. Morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione. Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subito la corruzione. Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera sua viene annunciato a voi il perdono dei peccato. Da tutte le cose da cui mediante la legge di Mosè non vi fu possibile essere giustificati, per mezzo di lui chiunque crede è giustificato”(Atti 13.36-40).

Ecco perché il passo di Isaia che abbiamo letto prosegue con la figura del Santo che non subì la corruzione: “Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli, principe e sovrano delle nazioni. Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano”(Isaia 55.4,5) viste nei pagani.

Leggendo le parole di Gesù dei primi due versi, notiamo che racchiudono due fasi: in una prima abbiamo l’invito ad andare a lui “se uno ha sete”, quindi chi non la prova può benissimo evitare di farlo; la seconda è “beva chi crede”, cioè solo la persona che ha trovato e soprattutto constatato che il bere di cui parla Gesù produce un risultato che non può essere paragonato a nient’altro. Posso dire di avere conosciuto uomini dalla cultura molto profonda, versati nella scienza, nella storia e nella filosofia che hanno praticato con un amore profondo dissetandosi in esse, ma tutti si sono rivelati senza risposte di fronte a quelli che sono chiamati “i grandi miseri della vita” che tali non sono per chi beve alle fonti di Dio, avendo lo Spirito Santo come guida. Ed ecco perché “Chi crede in me– che la nostra traduzione non riporta – come dice la Scrittura, dal suo grembo usciranno fiumi d’acqua viva”, frase che oltre a una promessa è la descrizione di un percorso, di una crescita che produce quell’ “usciranno fiumi d’acqua viva”utile all’edificazione e alla conversione di chi deciderà di ascoltarli.

È doveroso sottolineare che Gesù parla di “grembo”, tradotto da altri “ventre”, quindi tanto ciò che genera, inteso come utero, quanto ciò che elabora il nutrimento ingerito e sappiamo bene che è la digestione, con l’assimilazione dei cibi, a tenere in vita il nostro corpo. La digestione è elaborazione, da essa dipende la salute o la malattia, ci si può intossicare oppure guarire.

Ricordiamo le parole alla donna samaritana, “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”(Giovanni 4.13,14): lì Gesù parlò di sorgente, qui di “fiumi”. Si tratta di figure che ampliano quanto già conosciuto, come ad esempio Proverbi 10.11, “Fonte di vita è la bocca del giusto”, o 18.4, “Le parole della bocca dell’uomo sono acqua profonda, la fonte della sapienza è un torrente che straripa”in cui vengono posti a confronto il parlare umano, frutto di una psiche molto complessa che solo Dio può conoscere, e un torrente che non può venire contenuto perché la Sapienza ha rivoli infiniti, è un torrente che scorre e non un fiume limaccioso.

La promessa che Gesù fa nel cortile del tempio, invitando l’assetato ad andare a lui e a bere una volta creduto, adempie quella che Dio fece a Giacobbe, chiamato anche Israele: “Io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri”(Isaia 44.3).

In questa panoramica sui versi connessi all’acqua, credo vada citata la comparazione fra ciò a cui spinge la religione e il frutto dello Spirito a livello pratico: “Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il vostro capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tuo luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà: «Eccomi!». Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la rua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono”(Isaia 58.3-11).

Ecco gli elementi delle Scritture Antiche a disposizione dei presenti quando Nostro Signore gridò per farsi sentire: racchiudevano un universo di significati, di implicazioni pratiche che chi seguiva la religione e la Legge di Mosè non metteva in atto, per quanto uno studio spirituale li avrebbe facilmente svelati. Chi si distaccava dalla massa che osservava principi di apparenza, però, provava una sete profonda nonostante, quella stessa che fece dire a Simeone, un uomo giusto in Gerusalemme, “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”(Luca 2.29,30).

Concludendo, abbiamo quindi due letture di questo passo, una per il tempo in cui furono pronunciate e una per quello in cui viviamo: la prima è riferita alle conseguenze dell’andare a Gesù prima della Sua resurrezione e conseguente discesa dello Spirito Santo, in cui la guarigione e il perdono dei peccati costituiva l’effetto tangibile della grazia ricevuta; la seconda invece è quella che ha dato la possibilità agli uomini di parlare secondo lo Spirito e, come già accennato, contribuire alla crescita spirituale di coloro che necessitano di crescere e soprattutto sono consapevoli della necessità di provvedere ad un percorso che rifiuti la via “larga e spaziosa”che porta alla perdizione.

Il passo in esame, infine, si conclude con una nota di Giovanni: “Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato”, cosa che avvenne una volta adempiuto il proprio compito terreno con la morte, resurrezione e ascensione al cielo. Qui si parla dello Spirito Santo che si manifesta in una forma nuova, diversa da quella dell’Antico Patto in cui operava comunque; possiamo pensare a Giovanni Battista, ripieno di esso “fin dal ventre di sua madre”(Luca 1.15). Lo Spirito Santo è ora la Forza tesa a guidare, sostenere, consolare chiunque lo voglia davvero, cioè senza lasciarsi inquinare da quegli elementi carnali (e ciascun credente ha i propri) che gli impediscono di agire.

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12.07 – A GERUSALEMME, AL TEMPIO IV/IV ( Giovanni 7.32-36)

12.07 – A Gerusalemme: Al Tempio IV (Giovanni 7.32-36)

           

 

32I farisei udirono che la gente andava dicendo sottovoce queste cose di lui. Perciò i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo. 33Gesù disse: «Ancora per poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. 34Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire». 35Dissero dunque tra loro i Giudei: «Dove sta per andare costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e insegnerà ai Greci? 36Che discorso è quello che ha fatto: «Voi mi cercherete e non mi troverete», e: «Dove sono io, voi non potete venire»?».

 

            Con questi versi si conclude il racconto di ciò che avvenne nel tempio di Gerusalemme, quando Gesù si mise a insegnare. Giovanni, omettendo gli accadimenti dei circa due giorni successivi, riprenderà il racconto una volta giunto “…l’ultimo giorno, il grande giorno della festa” (v.37 e segg.). Il quadro che l’evangelista ci offre è molto indicativo sull’ostilità che si era venuta a creare non solo nei confronti di Nostro Signore, ma di chiunque fosse anche solo un Suo generico simpatizzante: infatti “i farisei udirono che la gente andava dicendo sottovoce queste cose di lui”, cioè quella constatazione che la gente faceva: “Il Cristo, quando verrà, potrà fare segni più grandi di quelli che ha fatto costui?” (v.31).

In pratica non era certo la prima volta che veniva minata l’autorità religiosa dei farisei (e con loro tutti gli altri), ma questa volta essi entrarono in fibrillazione perché parte del popolo iniziava a pensare che proprio Gesù fosse il Messia promesso. Ecco perché la loro reazione immediata fu quella di mandare “delle guardie per arrestarlo”. Quest’ordine fu dato dai farisei e dai “capi dei sacerdoti”, cioè quelli delle ventiquattro classi, o mute, nelle quali Davide aveva diviso i discendenti di Aaronne (1 Cronache 24.7-19) e che dopo di lui Giosia, Esdra e Nehemia avevano ricostituito. Ora cosa successe? Non è che come i Giudei si accorsero del mormorio del popolo inviarono le loro guardie, ma, anche se Giovanni non lo scrive, dovettero convocare con urgenza il Sinedrio che prese il provvedimento di procedere all’arresto di Gesù che si concreterà “l’ultimo giorno della festa”. Ecco perché quanto abbiamo letto ai versi 31 e 32 non trova immediata conclusione, che troveremo poi dal 44 a seguire, temporalmente circa due giorni dopo. Ecco cosa accadrà: “Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!»”.

Ora, rimandando le considerazioni su questi versi a un capitolo successivo, possiamo esaminare le parole di Gesù ai Suoi uditori a prescindere dalla posizione che avevano assunto: ciò che viene annunciato non è solo la Sua morte, ma soprattutto ricorda l’appuntamento che ogni essere umano da lì in poi avrebbe avuto con la fine in genere, morte compresa. E si tratta di un tema fondamentale, quello di quanti ritengono che tutto debba scorrere secondo le proprie aspettative: ogni mattina ci si alza, si affronta il giorno coi suoi problemi e le sue “gioie”, ci si accorda magari per il successivo dando per scontato che arrivi e venga vissuto senza pensare all’imprevisto più o meno grave che può sempre verificarsi o che tutto possa finire. Qui però Gesù parla di molto altro.

“Ancora per poco tempo sono con voi” possiamo dire che sia il primo annuncio di un tempo a finire dato a persone diverse dai suoi discepoli e, come per tutte le altre volte anche dai dodici, non fu capito. Si tratta di parole rivolte a tutti, quelli che stavano per credere in Lui o lo avevano già fatto e coloro che ne stavano architettando la morte. Qui Gesù esprime un concetto temporale raccordato agli uomini perché ne approfittasero perché quel “con voi” è ben diverso dall’analogo detto ai Suoi, “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28.20): a loro promise e la Sua presenza incessante, mentre nel nostro caso il riferimento è alla Sua missione perché “poi vado da colui che mi ha mandato”. Sarebbero allora finiti quei giorni in cui l’Emmanuele, il “Dio con noi” sarebbe stato disponibile e pronto così come si era manifestato. Ricordiamo infatti come viene presentato Gesù dai Vangeli e come potevano vederlo i suoi contemporanei: come Re da Matteo, come Servo da Marco, Figlio dell’uomo da Luca, e Figlio di Dio da Giovanni.

Ebbene, incontreremo altre frasi che rappresenteranno il concetto espresso al Tempio, ad esempio in 12.35,36, sempre diretto alla folla: “Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce”.

Leggendo il nostro testo sappiamo che i presenti non capirono le parole di Gesù, o meglio non si soffermarono sul “poco tempo”, ma si chiesero dove andasse, cosa volesse significare quel “dove sono io non potete venire”; lo fecero in modo del tutto cieco, usando il letteralismo cui erano abituati, ma in realtà tutti avrebbero potuto capire sia il concetto dell’urgenza di cercare e trovare il Signore, sia dove si sarebbe recato, nella regione dove si trova il Perfetto Spirito, come da Isaia 55. 6-9: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”.

Ora Gesù sarebbe andato là dove le vie di Dio sovrastano le loro e con le parole “vado da colui che mi ha mandato” dichiara la fine prossima della Sua missione, dove nulla di meno della perfezione era stato fatto per la salvezza dell’uomo, “Tutto è compiuto”. Quando guardo a ciò che ho fatto nella mia vita, nei molti compiti che mi sono stati affidati o nelle attività che ho svolto, trovo sempre dei punti che avrei potuto migliorare, sviluppare, elementi che ho tralasciato, mancanze, difetti nonostante il mio lavoro sia sempre stato apprezzato, per non parlare degli errori compiuti nella mia vita personale: ebbene, Gesù è l’unico che non sbagliò mai nonostante il suo crescere “in terra arida”, non fece nulla di meno e fu perfetto a tal punto da essere misurato così dal Padre non come Figlio, ma come Uomo. E fu definito, come sappiamo, “Ultimo Adamo” perché, con la sua vita terrena, rimediò agli errori del primo a tal punto da essere definito “Spirito che dà la vita”. E riuscì dove tutti gli altri uomini fallirono.

Il fatto che Nostro Signore fosse con loro “ancora per poco” è un’apertura temporanea che si conclude con “e non mi troverete”, spiega che il “mentre si fa trovare” di Isaia finisce senza che vi sia poi una possibilità per tornare indietro. Anche questo è un concetto che verrà ripetuto più avanti, ma in maniera molto più drammatica: “Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire” (8.21). In 7.36 abbiamo “Dove io sono”, in 8.21 “Dove io vado” perché l’uno implica l’altro, perché Gesù, proceduto dal Padre, “Io sono”, a Lui ritorna. E ricordiamo quanto detto a Pietro: “Dove vado io per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi” (13.36): lui e tutti coloro che avrebbero creduto avrebbero seguito Gesù, non i suoi avversari, detrattori, negazionisti.

Occorre però sviluppare, per quanto brevemente, quel “mi cercherete, ma non mi troverete”, che trova un suo approfondimento nel “morirete nel vostro peccato” perché “se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati” (8.24). In queste parole si potrebbe vedere una contraddizione con la promessa “cercate e troverete” che dà libero accesso all’anima alla sincera ricerca di Dio, ma così non è perché qui Gesù si rivolge a chi lo cerca non per risolvere il problema della propria identità e soprattutto destinazione finale, ma a chi agisce in tal senso per avere un aiuto unicamente materiale come hanno sempre fatto molti che cercano l’aiuto di Dio quando capiscono che per loro è impossibile mutare una situazione. Sono convinto che qui Gesù alluda alla catastrofe che da lì a un tempo prossimo avrebbe colpito la nazione giudaica e che, in quel frangente, avrebbe cercato non tanto Lui, ma un Messia che lo salvasse. “Mi cercherete” non per avere la salvezza dell’anima ed essere veramente uomini, ma perché avrete timore della distruzione e della morte. Quindi, “non mi troverete”. E leggere le cronache dell’assedio, conquista e distruzione da parte delle truppe romane comandate da Tito è angosciante anche perché quell’azione militare non riguardò soltanto la “santa città”, ma tutti i territori ebraici che si erano ribellati a Roma, quindi l’intera Palestina.

Il “Voi mi cercherete, ma non mi troverete” si può dire che sia uno dei molti avvertimenti di Gesù, o anticipazioni, dati sulla rovina della città e su quello che per gli ebrei rappresentava: ricordiamo quando pianse su di lei, le parole dette ai discepoli “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta” (Luca 21.6), per non parlare del sermone profetico: “Allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere roba di casa e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni”. Da notare che i morti, alla fine della distruzione, furono un milione, i deportati centomila e che il Tempio, che nelle intenzioni di Tito avrebbe dovuto essere risparmiato, fu distrutto dalla furia incontrollabile dell’esercito, diventata tale a seguito dell’esasperazione per il lungo assedio, la conquista estremamente difficoltosa di parti della città e le estenuanti imboscate degli zeloti. Se la cortina del tempio si divise in due dopo la morte di Gesù, qui ad essere distrutto quindi fu il Tempio, ritenuto la dimora di Dio e il centro dell’ebraismo.

Tutti questi avvenimenti, nel 32 circa, erano inconcepibili per tutti i presenti che sottovalutarono l’invito ad approfittare  della presenza di Nostro Signore “ancora per poco” per essere salvati, ma si preoccuparono di dove mai sarebbe potuto andare: “Dove potrà mai andare costui, che non potremo trovarlo?” è frase chiaramente detta dai rettori del popolo gli uni con gli altri a sottintendere che mai avrebbe potuto essere risparmiato dal loro potere. La seconda parte del loro chiedersi dove mai potesse andare, è ironica e dispregiativa al tempo stesso: “Andrà forse fra coloro che sono dispersi fra i Greci e insegnerà ai Greci?” è un riferimento a quegli ebrei che si erano stabiliti fuori dalla Palestina, in Africa, Asia minore e Siria o in tutto l’Oriente in genere ai quali, secondo loro, avrebbe potuto andare come ultima spiaggia pur di propagandare la sua dottrina.

In realtà, quella frase fu inconsapevolmente profetica perché ai Giudei dispersi Gesù si rivolgerà attraverso gli Apostoli, Pietro e Giacomo in particolare che dedicherà loro una lettera (Giacomo 1.1 “Alle dodici tribù che sono disperse nel mondo”). Sappiamo che lo stesso sommo sacerdote Caiafa (o Caifa) farà un’affermazione degna di nota nonostante la intendesse in modo diverso, “Voi non capite nulla e non considerate che conviene per noi che un solo uomo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione” (11.49,50) dove al verso successivo Giovanni annota che “non disse questo da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione”.

Concludendo, vediamo l’interrogativo di prima ripetuto (v.36), segno che nonostante la derisione nei confronti di Gesù, i suoi dertrattori cercavano comunque di comprenderne il senso, ma rimase senza risposta.

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12.06 – A GERUSALEMME, AL TEMPIO III/IV (Giovanni 7.25-31)

12.06 – A Gerusalemme: Al Tempio III (Giovanni 7.25-31)

           

 

25Intanto alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? 26Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? 27Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». 28Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. 29Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». 30Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora. 31Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».

 

            Giovanni, nei primi versi di questo passo, ci informa che quando Gesù si mise a insegnare nel Tempio aveva di fronte tre tipi di persone, cioè chi gli era avverso, coloro che venivano dalle campagne e capivano quanto potevano senza avere comunque una visione della realtà politica del luogo, e chi a Gerusalemme risiedeva e per questo aveva conoscenza delle intenzioni dei capi del popolo visti nel Sinedrio, quindi soprattutto degli scribi e farisei. Ora proprio il fatto di vedere Gesù lì a insegnare fece supporre a chi sapeva i loro piani che addirittura si fossero ricreduti e lo avessero accettato, o “sospettato” come Messia, aggiungendo però tutto lo scetticismo del caso: “Ma costui sappiamo di dov’è – cioè di Nazareth o Bethlehem –; il Cristo, invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia” (v.27). È questa affermazione sulla quale possiamo soffermarci perché pare contraddire quanto detto ad Erode sul Messia proprio dai sommi sacerdoti e gli scribi del popolo quando “…s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere” e “gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta” (Matteo 2.3,4 che cita Michea 5.1).

Ricordiamo anche il dissenso che da lì a circa due giorni scoppierà tra i presenti, quando alcuni diranno “Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?” (vv.41,42): quanto detto da alcuni nel nostro passo si riferisce alla credenza comune in base alla quale il Cristo, il Messia, sarebbe apparso prima di tutto in Betlehem, ma poi sarebbe stato rapito e nascosto fino a quando non avesse ricevuto l’unzione da Elia e quindi si avrebbe avuto la Sua manifestazione improvvisa senza che si potesse dire né quando, né come. Alcuni commentatori non escludono che fosse a questa credenza che Gesù si sia riferito quando disse ai Suoi “Allora, se qualcuno vi dirà: «Ecco, il Cristo è qui», oppure: «È là», non credeteci” (Matteo 24.23) e non penso abbiano torto. Infatti: “…non credeteci, perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto” (Marco 13.22,23).

L’ignoranza, procedente sempre dall’Avversario, qui vuole indagare sulle “origini” del Cristo senza far caso a quanto da lui fatto e detto fino ad allora, accontentandosi cioè di una conoscenza esterna, quella cui Gesù fa riferimento quando, alzando la voce per farsi sentire ancor di più, dice “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono”, stesso “conoscere” e “sapere” dei suoi concittadini di Nazareth che non arrivarono a nessun risultato spirituale giudicandolo nulla di più che uno di loro. In questo episodio, però, Nostro Signore ha un “eppure”, cioè un avversativo più forte di un semplice “ma”: “non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete” (v.28), frase che ci dà tre realtà, la prima che Gesù non è venuto sulla terra di propria iniziativa, ma è stato “mandato” da chi è “veritiero”, termini fondamentali per il discorso che sta facendo ai presenti e quindi anche a noi. Il “mandato” nella scrittura ha molti significati, ma qui penso vi sia un riferimento preciso alla parabola dei malvagi vignaioli che riassume da un lato le molte attenzioni di Dio verso il suo popolo e dall’altro quanto esso Lo considerasse: “Un uomo piantò una vigna, vi pose attorno una siepe, scavò un torchio, costruì una torre, poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano. A suo tempo inviò un servo a ritirare da quei vignaioli i frutti della vigna. Ma essi, afferratolo, lo bastonarono e lo rimandarono a mani vuote. Inviò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo coprirono di insulti. Ne inviò ancora un altro, e questo lo uccisero; e di molti altri, che egli ancora mandò, alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Aveva ancora uno, il figlio prediletto: lo inviò loro per ultimo, dicendo: Avranno rispetto per mio figlio!” (Marco 12.1-6). Sappiamo che però quei vignaioli, “afferratolo, lo uccisero e lo gettarono fuor della vigna”. L’essere mandato, poi, comporta l’essere un tutt’uno col Padre non solo perché costituiscono un “unico”, ma perché la perfezione dell’opera del Figlio sarà tale quando Lui stesso dirà “Tutto è compiuto”.

Il secondo punto su cui soffermarsi, per quanto brevemente, è il “veritiero” che nell’originale greco si riferisce a qualcosa di genuino, reale, originale in opposizione a ciò che è simile o rappresentativo. Lo stesso termine lo abbiamo in 15.1 “Io sono la vera vite”, quindi a escludere che ve ne siano altre alle quali l’uomo, come tralcio, possa essere unito per avere un nutrimento reale. Al di fuori di Cristo, quindi, tutto è un surrogato, qualcosa che dà l’idea di sfamare e alimentare il corpo, ma è in realtà nocivo esattamente come il “cibo spazzatura” che tanti danni fa al corpo terreno.

La terza realtà descritta da Gesù è umiliante per i Suoi uditori: è stato mandato dal Dio vero, unico, quello che nessuno fra i presenti conosceva nonostante professasse di credere in Lui: abbiamo letto “chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete” nonostante i vostri riti, la vostra scienza, il vostro indagare le Scritture da sempre perché ora “…nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Matteo 11.27): capiamo? L’unico modo che i presenti, allora come oggi, avevano e hanno per ”conoscere” è ascoltare il Figlio, quello “diletto nel quale ho preso il mio compiacimento”. E sappiamo che dopo queste parole Dio aggiunge “Ascoltatelo” (Marco 9.7; Luca 9.35).

Gesù però nel nostro passo dice altro, cioè “Io lo conosco, perché vengo da lui e mi ha mandato”, nel senso che di più non poteva fornire come credenziali, visto che per Lui parlavano i miracoli fino ad allora operati e la dottrina fin lì esposta. E anche in questa frase abbiamo tre elementi che possono fronteggiarsi ai precedenti nel senso che da una parte abbiamo gli uomini e dall’altra il Figlio di Dio: in altri termini per gli uomini non è venuto da se stesso, ma è stato mandato da chi è veritiero (notare l’ “è” nel senso dell’ “Io sono”), ma quando parla di Lui dice “Lo conosco – a differenza di voi – perché vengo da lui – non nel senso di luogo, ma di sostanza – ed egli mi ha mandato – nel vostro interesse –”. E qui ogni ignoranza ha la possibilità di infrangersi perché si tratta solo di mettersi in ascolto non di noi stessi, ma del Figlio che ancora oggi si dona. Allora come oggi l’uomo non potrà andare da nessuna parte senza guardare all’Unico che può rivelare il Padre perché la stessa creatura proviene da Lui nel senso che siamo stati formati, tratti dalla polvere della terra e costituiti “anima vivente” dal Suo soffio. In realtà è proprio ascoltando il Figlio, da Lui mandato, che ci riappropriamo della nostra identità e, se lo rifiutiamo, non rinneghiamo tanto Lui quanto il nostro stesso esistere. È come per chi rinnega il proprio padre o madre naturali, o entrambi. E qui possiamo comprendere quanto imponente sia l’inganno di Satana che fin dal principio fa credere all’essere umano che solo negando Dio possa essere veramente libero perché così facendo sarebbe simile a Lui.

Ricordo che da giovane vedevo spesso scritte delle bestemmie sui muri e ne rimanevo chiaramente scandalizzato, ma recentemente mi è capitato di vedere scritto “Dio” con la “D” coperta da una “X”, dimostrazione eloquente tanto del rifiuto quanto della sostituzione umana a Lui. Molto più agghiacciante del semplice insulto dei tempi andati: e chi legge la scrittura sa che sarà perdonata qualunque bestemmia, ma non quella allo Spirito Santo che si concreta proprio con quella “X”.

Riprendendo, arriviamo al verso 30, “Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora”. Si tratta di un verso importante perché esprime tutta la limitatezza dell’uomo, da solo o con altri, che crede sempre di essere e di potere, ma che qui si scontra non tanto con Dio, ma con il suo piano, e non riesce a fare nulla. Qui Giovanni non dice cosa avvenne, come fece in altre circostanze ad esempio in 8.59 quando “si nascose e uscì dal tempio”, “sfuggì dalle loro mani” (10.39) oppure, a Nazareth quando volevano gettarlo dal precipizio, ma “passando in mezzo a loro, se ne andò” (Luca 4.30). Semplicemente scrive “Non era ancora giunta la sua ora”, che si riferisce ad un momento preciso fissato perché fosse dato nelle mani degli uomini e non prima. Ricordiamo anche la risposta ai suoi fratelli che gli dicevano “Mòstrati al mondo”: “Il mio tempo non è ancora venuto. Il vostro, invece, è sempre pronto” (7.6), frase con la quale divise nettamente il tempo umano dal proprio.

Il “cercavano di arrestarlo, ma…” ancora una volta pone un confine tra la volontà dell’uomo e la realtà di ciò che deve affrontare: senza freni, disposto a tutto pur di concretare un progetto, non tollera alcuna sconfitta nel senso che, quando si trova impotente, non medita sulle ragioni del proprio fallimento. Nulla cambia rispetto ai tempi di Caino, quando Dio gli disse “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai” (Genesi 4.6).

Nulla è cambiato da 6mila anni a questa parte e nulla cambierà, poiché la visione di Giovanni sull’umanità degli ultimi tempi, è senza possibilità di appello: “E gli uomini (…) bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di pentirsi per rendergli gloria” (Apocalisse 16.9). Da notare anche i versi 10 e 11 “Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei loro dolori e delle loro piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni”. Quando arriva la sconfitta, sempre e comunque causata da una mancata volontà di ascolto, la bestemmia, intesa come ribellione cieca, sembra essere da sempre l’unica soluzione praticata dalle menti cieche.

C’è a questo punto una nota positiva espressa al verso 31: nonostante questo clima ostile, “molti della folla credettero in lui” e questo avvenne proprio lasciando da parte le questioni che potremmo definire razionaliste sul fatto che “il Cristo, quando verrà, nessuno saprà di dove sia” (v.27): la frase addotta da quelli che tra la folla credettero, è semplice e incontestabile: “Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?”. Da notare che l’inizio delle due frasi è identico, “Il Cristo, quando verrà”, cioè si parte da un medesimo principio per giungere a conclusioni diametralmente opposte perché opposti sono i destini, le appartenenze, il mondo della vita e quello della morte. In pratica, chi non crede mormora, cerca spunti carnali e terreni per rifiutare il messaggio, chi crede semplicemente si arrende perché, onestamente, non riesce ad immaginare cosa potesse fare un Messia di più rispetto al Figlio di Dio presente in mezzo a loro.

La stessa cosa può fare l’uomo oggi, perché non è possibile trovare una logica spirituale diversa da quella annunciata da Gesù, l’unico a conoscere il Padre ed essere proceduto da Lui. Amen.

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12.05 – A GERUSALEMME, AL TEMPIO II/IV (Giovanni 7.20-24)

12.05 – A Gerusalemme: Al Tempio II (Giovanni 7.20-24)

           

 

20Rispose la folla: «Sei indemoniato! Chi cerca di ucciderti?». 21Disse loro Gesù: «Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete meravigliati. 22Per questo Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi – e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23Ora, se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? 24Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!».

 

            Prima di esaminare i versi sopra riportati, occorre tenere presente ciò che avviene prima: Gesù era salito al Tempio e si era messo ad insegnare suscitando la meraviglia dei suoi avversari che non riuscivano a capire “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?” e quindi della folla che lo ascoltava. Abbiamo quindi un doppio riconoscimento da parte di chi chi le Scritture le conosceva per tradizione e dall’altra di quanti erano abituati ad apprenderla proprio da loro. Le due categorie di persone presenti, quindi, era impossibile che non fossero stati toccati nella loro coscienza, più o meno cauterizzata, e che non ammettessero che udivano era qualcosa di nuovo, di esteso, che nessuno prima di allora aveva dimostrato di possedere, neppure i profeti che, quando annunciavano la Parola loro rivolta, era per rivelazione e non per un sapere che possedevano.

Dopo tutte quelle parole, quindi, alla domanda “Perché cercate di uccidermi?”, arriva il giudizio “Sei indemoniato!” descrittivo del fatto che i presenti Lo ritennero affetto da manie di persecuzione, un paranoico, e il riferimento al demonio che secondo loro lo animava riflette l’opinione del tempo in base alla quale chiunque si comportasse in modo diverso dagli altri ne fosse affetto. Possiamo ricordare in proposito Matteo 11. 18,19 “È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono «È indemoniato». È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono «Ecco, è un mangione e un beone, amico di pubblicani e di peccatori». Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie”, oppure ciò che dissero di lui Maria coi suoi figli in Marco 3.21 “Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti «È fuori di sé»” (vedasi il verso 31, “Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo”).

Ecco allora che, di fronte al messaggio che avrebbe dovuto implicare una severa riflessione sulla propria persona, modo di pensare e di vivere per prendere gli opportuni provvedimenti, si sceglie la via più breve per liquidare il problema del ravvedimento e continuare nei propri errori come se nulla fosse: le parole “Sei indemoniato!”, o come altri traducono “Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?”, costituiscono il segno che i presenti non ritenevano possibile che i capi del popolo, su cui gravava la responsabilità della conduzione spirituale di Israele, potessero arrivare ad uccidere Gesù.

A questo punto vediamo che Nostro Signore non risponde chiaramente alla loro domanda, ma ancora una volta desidera porre le premesse affinché i presenti non giudichino “secondo le apparenze”, ma “con giusto giudizio” e prima di tutto ricorda il miracolo avvenuto in Betesda con l’infermo pochi mesi prima. Ricordiamo che la persona guarita si trovava in quelle condizioni da trentotto anni, numero che ci parla del cammino penalizzante dell’uomo che si è allontanato da Dio e che si raccorda a Deuteronomio 2.14 in cui leggiamo “La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento, come il Signore aveva loro giurato”. I trentotto anni, allora ci parlano di incredulità perché quello fu il peccato degli esclusi dalla terra promessa, e del fatto che viene un tempo in cui l’uomo proverà su di sé le conseguenze della sua trasgressione: “Saprete cosa comporta ribellarsi a me” (Numeri 14.34), perché se non esiste errore che non si paghi, in un modo o in un altro, lo stesso avviene per il peccato.

Possiamo sottolineare il verbo “ribellarsi” che appartiene all’Avversario, che così fece in Eden, ma anche a tutti quegli uomini che decidono di non seguire il volere di Dio, di non cercarlo allora come oggi e che quindi, al momento opportuno, sapranno “cosa comporta”.

La liberazione dell’infermo di Betesda, allora, poteva venire solo da Dio e non da un guaritore qualunque; si trattava di un miracolo specifico che rivestiva una grande quantità di significati visti in minima parte nel capitolo a lui dedicato e il riferimento di Gesù in questo episodio non è casuale: “Un’opera sola ho compiuto e tutti ne siete meravigliati” è il riferimento a ciò che avvenne e di cui ancora persisteva il ricordo; ricordiamo che Gesù passo di là non per caso, ma nemmeno in un tempo ordinario perché a Gerusalemme c’era un’altra festa, forse la Pentecoste, e di quel miracolo non furono informati solo gli abitanti della città, ma anche la gente di tutti quei territori vicini e lontani dai quali provenivano i pellegrini.

Ricordiamo che la guarigione dell’infermo avvenne di sabato, giorno per il quale al tempo di Gesù esistevano ben 1.521 azioni che non era permesso fare: se Esodo 20.10 stabiliva che di sabato non andasse fatto alcun lavoro, i farisei avevano fatto un primo elenco che contemplava il divieto di seminare, arare, mietere, legare i covoni, trebbiare, vagliare, scegliere, macinare, ventilare, impastare, cuocere, tosare la lana, imbancarla, cardarla, tingerla, tessere, ordire, fare due fili, intrecciare due fili, separare due fili di una corda, annodare, sciogliere, cucire due punti, strappare il filo per cucire due punti, cacciare, uccidere, scuoiare, salare, conciare, raschiare, tagliare, scrivere due lettere dell’alfabeto, cancellare, costruire, demolire, accendere un fuoco, spegnere un fuoco, battere con il martello, portare una cosa da un posto a un altro. Per ognuna di queste voci, per un totale di trentanove, ne erano altrettante costruite su ciascuna di esse, fra le quali il divieto di consolare le persone in lutto e visitare gli ammalati per cui, moltiplicando 39×39, abbiamo 1.521 proibizioni. Ecco un esempio della puntigliosità farisaica.

Ecco perché il miracolo di Betesda, fatto di sabato, aveva provocato nei rettori del popolo indignazione ed orrore a tal punto da ritenere Gesù degno di morte. Come ha detto un fratello, il bene della dottrina (escogitata dall’uomo) era più importante del bene dell’uomo, creatura di Dio. E poco importava che questa creatura fosse stata liberata dal peccato e dai suoi effetti, visti appunto nei trentotto anni d’infermità caratterizzati non solo dall’impossibilità della persona di muoversi, ma dall’umiliazione provata per la mancanza di aiuto che il suo prossimo non gli dava, dall’oltraggio del venire ignorato, emarginato.

A questo punto Nostro Signore chiama in causa la circoncisione, orgoglio degli ebrei, segno di appartenenza dei maschi al popolo eletto: “Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè, ma dai Patriarchi” è la prima parte del verso 22. Abbiamo così un richiamo a Levitico 12.3 quando la circoncisione viene istituita ufficialmente, ma il richiamo ai “Patriarchi” è un primo invito-lezione a riflettere sul significato originario di ciò che aveva finito, ai tempi di Gesù, per diventare un mero rito e un segno di distinzione fine a se stesso. Il riferimento è infatti ad Abramo cui Dio, dopo avergli promesso il territorio di Canaan, disse “Da parte tua devi osservare la mia alleanza tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione. Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso fra voi ogni maschio. Vi lascerete circoncidere la carne del vostro prepuzio e ciò sarà il segno dell’alleanza fra me e voi. Quando avrà otto giorni, sarà circonciso fra voi ogni maschio di generazione in generazione, sia quello nato in casa sia quello comprato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe. Deve essere circonciso chi è nato in casa e chi viene comprato con denaro: così la mia alleanza sussisterà nella vostra carne come alleanza perenne. Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà circoncisa la carne del prepuzio, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza” (Genesi 17.9-14).

La circoncisione era quindi il segno esteriore dell’appartenenza, dell’adesione al Patto di Dio con l’uomo che, allora, non poteva averne altri e proveniva, come spiegò l’apostolo Paolo, in seguito alla giustizia che Abramo aveva conseguito per fede: “Infatti egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso” (Romani 4.11). E dobbiamo tener presente che i credenti giudei che componevano la Chiesa di Roma erano molti e che tanti sono, in questa lettera, i riferimenti al giudaismo.

Quindi, quando Gesù afferma “Non che essa venga da Mosè, ma dai Patriarchi” intende proprio questo: senza fede non solo è impossibile piacere a Dio (Ebrei 11.6), ma anche avere una visione corretta delle cose, dove per “corretto” intendiamo consono alla vera realtà, quella spirituale, che chi non crede non può avere. Ricordiamo le parole della lettera a Tito 1.15: “Tutto è puro per chi è puro, ma per quelli che sono corrotti e senza fede nulla è puro: sono corrotte la loro mente e la loro coscienza”. Così era per gli avversari di Gesù, che non avevano posto il circoncidere “un uomo”, cioè un maschio, in giorno di sabato nei trentanove divieti originari per non infrangere un altro comandamento di Mosè, quello visto in Levitico 12.3, “L’ottavo giorno si circonciderà la carne del prepuzio del bambino”. “Ottavo giorno” perché è lì che il sangue ha il maggior potere coagulante.

Per i farisei e i rettori del popolo, che avevano finito per corrompere le coscienze altrui quali “pastori che disperdono il gregge”, si poteva intervenire chirurgicamente, ma non guarire, consolare, esercitare la carità nel suo senso più nobile del termine. Gesù aveva guarito di sabato e questo era stato visto come un lavoro, quasi che avesse dovuto trasportare dei pesi o fare comunque fatica per arrivare a quel risultato: aveva invece detto “soltanto una parola”.

Altra sottolineatura va fatta proprio sulle ultime parole di Nostro Signore che non dice “ho guarito un uomo”, ma “interamente un uomo”, con riferimento al suo ristabilimento più immediato visto nel fatto che camminava, ma soprattutto a quello spirituale: l’infermo di Betesda aveva ricevuto il perdono di Dio che si manifestava in modo tale da essere definito “interamente guarito”. Questo particolare agli uditori di Gesù era sfuggito, perché mai avrebbe potuto essere compreso, allora come oggi nel momento in cui menti superficiali, indipendentemente dalla loro cultura, affrontano i miracoli vedendone il risultato, ma non l’origine primaria. Qualunque cosa venga vista con gli occhi della carne non potrà mai essere valutata correttamente nel senso di essere liberatoria, guidare alla verità.

Infine l’esortazione “Non giudicate secondo le apparenze, ma con giusto giudizio” solo apparentemente è tale essendo un richiamo scritturale a Deuteronomio 1.17 che in quella circostanza veniva assolutamente disattesa: “Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande. Non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio”. Ecco allora che l’insegnamento qui è al non giudicare le cose con precipitazione, o ignoranza, o secondo le apparenze esterne, ma dopo un attento vaglio materiale – perché siamo sulla terra – e spirituale, perché questo non va mai disgiunto da noi. Perché “l’uomo spirituale giudica ogni cosa senza poter essere giudicato da nessuno” (2 Corinti 2.15). Amen.

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12.04 – A GERUSALEMME. AL TEMPIO (I/IV) (Giovanni 7.11-19)

12.04 – A Gerusalemme: Al Tempio I (Giovanni 7.11-19)

          

14Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. 15I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?». 16Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. 18Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che lo ha mandato è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia. 19Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?». 

 

            Siamo “a metà della festa”, quindi dopo tre giorni e mezzo  dopo l’episodio precedente in cui i Giudei cercavano Gesù per tendergli trappole dottrinali ed avere così degli elementi per accusarlo di eresia o bestemmia davanti al Sinedrio. Ebbene Nostro Signore “salì al tempio e si mise ad insegnare”. Un’occasione per metterlo alla prova si verificherà di lì a poco quando, sempre nel Tempio, gli porteranno una donna adultera chiedendogli un parere sulla sua lapidazione o meno (Giovanni 8).

Restando sul nostro episodio, l’Evangelista non ci ha riportato i contenuti esposti, anche se non lo nomina, nel Cortile dei Gentili che era uno spazio libero: lì trovavano posto, in occasione delle grandi feste che richiedevano sacrifici, i mercanti di animali e i cambiavalute, ma nel tempo ordinario si andava lì tanto per trattare affari quanto per incontrare sacerdoti o scribi e i rabbini tenevano le loro lezioni. Sappiamo che quello era uno spazio concesso ai pagani, che però non potevano superare una balaustra in pietra sulla quale un’iscrizione li avvisava che non avrebbero potuto andare oltre, pena la morte. Ecco perché Gesù scelse quel luogo, ritenendolo il più idoneo per comunicare il Suo insegnamento che certamente riguardò particolari propri rabbinici, con parole nuove comunque basate sulla Legge o i Profeti. Sappiamo, a proposito dei Suoi approfondimenti scritturali, che “Egli insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi” (Matteo 7.29) per cui fu proprio quella particolare modalità a stupire i presenti.

Giovanni scrive che “I Giudei ne erano meravigliati e dicevano “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?” perché solo dopo molti anni di studio si permetteva a uno studente giudeo di insegnare e solo dopo quel lungo periodo veniva ammesso alla confraternita dei Dottori della Legge. Vero è che Gesù, come tutti gli altri ebrei, aveva ricevuto l’istruzione ordinariamente impartita nelle scuole annesse alle varie sinagoghe, ma non aveva mai frequentato le grandi istituzioni rabbiniche né aveva avuto un maestro umano.

Dall’esame del verso 15 rileviamo tre punti, il primo dei quali è “I Giudei ne erano meravigliati”, cioè provarono in loro un senso di stupore dopo aver seguito attentamente i Suoi discorsi: questo particolare è importante perché non lo attaccarono immediatamente quando videro che insegnava, ma ascoltarono, verificarono secondo la loro scienza scritturale le Sue parole e non vi trovarono nulla di biasimevole. Questo significa che quelli dovettero ammettere da un lato che Gesù conosceva le Scritture e che dall’altro dava luogo ad approfondimenti, connessioni e applicazioni alla vita reale andando molto più oltre quanto loro non facessero. Già nel sermone sul monte abbiamo avuto una prova di tutto questo, in particolare quando leggiamo “avete inteso che fu detto (…) ma io vi dico”, cui seguivano riferimenti alla condizione del cuore della persona e al fatto che nessuna religione, nessuna applicazione pedissequa della norma può indirizzare correttamente a Dio, ma la sola fede e amore per Lui.

I Giudei quindi, trovandosi di fronte alla conoscenza di Gesù, furono stupiti, ma in questo sentimento dobbiamo includere anche la reazione di fronte a ciò che non potevano capire e cioè le applicazioni spirituali che coinvolgono l’apparato recettore che solo lo Spirito può attivare. Andando un poco più oltre, dirà “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore” (Giovanni 10.26), quindi abbiamo un’esclusione, una divisione categorica che coinvolge tutta la persona, cioè un’anima e soprattutto uno spirito diversi. È bello considerare che quando Nostro Signore parla di pecore e di gregge coinvolge anche tutti quelli che proprio i Giudei disprezzavano (come oggi), cioè i pagani. Infatti: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto – Israele –: anche quelle devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10.16).

Altro particolare del verso 15, secondo e terzo punto, è che, oltre alla meraviglia, “dicevano” evidentemente l’un l’altro, “Come mai costui – altro spregiativo assieme a “quel tale” incontrato nello scorso capitolo – conosce le scritture, senza avere studiato?”. Lasciamo in sospeso, per ora, la domanda e soffermiamoci sul “dicevano”: si chiesero l’uno con l’altro, ma non andarono a interpellare Gesù. L’uomo carnale si affiderà sempre ad un suo simile nel tentativo di avere una risposta a ciò che per lui è oscuro. Nicodemo, non trovandone, decise di andare da Lui, per quanto di nascosto, ma loro, convinti di essere le sole legittime guide del popolo, ma “cieche”, cercarono nel loro simile una risposta che non sarebbe mai potuta arrivare o, qualora giunta, sarebbe stata errata.

Se ci pensiamo, contrariamente a quanto possa apparire, non appartiene all’uomo dire “Io sono”; al massimo può affermare “Io esisto”, che contempla comunque un’espressione di sé, ma la convinzione di “essere” quanto a dignità e potenza è solo un inganno che, tanto più è presente, quanto più ci tiene ancorati al mondo e alla sua orizzontalità e facendoci agire in contrapposizione a Dio. Ma tutti gli uomini, “grandi e piccoli”, dovranno comparire davanti a Lui e rendere conto di come avranno gestito la loro vita e persona, in bene o in male.

Tornando al “dicevano”, sappiamo che alla domanda su come potesse Gesù conoscere le scritture senza avere studiato non riuscirono a dare una risposta, e non poteva essere altrimenti. È Lui stesso a prevenirli, e disse “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”; con queste parole Gesù ci qualifica come un tramite, ma non solo: si dichiara come la Parola perché nessun altro avrebbe potuto rivelare ciò che Dio è, era e sarà, in modo comprensibile agli uomini. Egli è l’inviato promesso dai Profeti che una parte degli Israeliti non si limitava a sapere che sarebbe venuto un giorno, ma aspettava e in Simeone ed Anna troviamo i loro più illustri rappresentanti (Luca 2. 33-38). La stessa Parola che in tempi enormemente lontani da noi disse “Sia la luce!”, nel Tempio insegnava ed era lì, davanti a tutti, Giudei compresi cioè la stessa categoria di persone che nei tempi antichi aveva tramandato, custodito e preservato la Scrittura e che, in quel momento storico, non aveva la capacità di intenderla. L’importante non era sapere “come mai” Gesù conosceva le Scritture senza avere studiato, ma ammettere che le Sue parole erano di vita e aprivano la mente ad una conoscenza superiore, quella che rende liberi, quella che consente di inquadrare correttamente gli accadimenti della vita, di capire, di dare una prospettiva e uno scopo che non finirà mai a differenza dei progetti terreni che ciascuno di noi può sempre avere e portare eventualmente a compimento.

Subito dopo abbiamo “Chi vuol fare la sua volontà – del Padre – riconoscerà se questa dottrina viene da Dio, o da me stesso”: qui viene chiamata in causa la capacità di scegliere, vista nelle parole “Chi vuol fare la sua volontà”, in cui il volere dell’uomo coincide con quello di Dio; perché ciò accada la creatura deve rinunciare al proprio “Io sono” di cui abbiamo parlato poc’anzi. E poiché l’essere dell’uomo è prima di tutto pensiero, ecco perché fu detto “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Marco 8.34 e rif.). Rinnegare se stessi significa prendere coscienza della nostra bassezza che ci porta inevitabilmente alla domanda “Che cosa è l’uomo, che tu ne abbia memoria? E il figlio dell’uomo, che tu ne prenda cura?” (Salmo 8.4). Il volere, per essere tale, non può rimanere nell’ambito della teoria, ma dare un risultato ed ecco perché, in senso spirituale, non può che portare al riconoscere “se questa dottrina viene da Dio” o da un semplice essere umano.

“Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che lo ha mandato è veritiero e in lui non vi è ingiustizia” (v.18) è un altro verso profondamente indicatore del fatto che una persona possa essere o meno un impostore: parlare da se stessi implica il portare avanti ragionamenti e princìpi col solo fine di attuare un interesse personale e questo lo vediamo oggi nella politica e nel commercio, ma anche nelle varie, false istituzioni religiose, nei fondatori delle sette, nel profondo vuoto morale di un sistema falsamente solidale che lascia Cristo fuori dalla porta. Nel cercare “la propria gloria” c’è allora la volontà di porsi in opposizione a Dio, come avvenuto per Simone il mago in Atti 8. 9-21, che offerse del denaro agli apostoli perché gli fosse dato “…questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo”.

Per chi “cerca la propria gloria” esiste una definizione particolare, che è quella che Pietro dirà proprio a Simone: “Ti vedo pieno di fiele amaro e preso nei lacci della tua iniquità” (Atti 8.23). E il fiele è un liquido secreto dal fegato indispensabile alla digestione e all’assorbimento dei grassi: consente l’eliminazione della bilirubina, colesterolo e altre sostanze tossiche. Essendo il fegato fondamentale nel metabolismo, quando è sano, spiritualmente, sta a significare una corretta assimilazione dei principi spirituali e della loro applicazione nella vita di tutti i giorni. Quando malato, abbiamo invece la totale intossicazione, addirittura visibile dal colore della pelle. L’essere “pieno di fiele amaro” è allora un riferimento alla totale estraneità alla vera esistenza che aveva Simone, cercando ancora la “propria gloria” nonostante avesse creduto e si fosse fatto battezzare, “stando sempre attaccato a Filippo” (8.13).

Gesù, tornando alle Sue parole e considerandole in senso orizzontale, cioè apparente e terreno quindi adatto ai Giudei, era chiaro che non cercasse la propria gloria perché di tutto il Suo predicare non ebbe alcun tornaconto, anzi, sappiamo che spesso, coi discepoli, “non potevano neppure mangiare” per la gente che lo cercava in tutte le ore né avere “ove posare il capo”.

Al verso 19, Nostro Signore si rivolge ai Suoi oppositori chiamando in causa la Legge data da Mosè, cui tanto facevano riferimento e che si vantavano di osservare, mentre era solo un pretesto per dar luogo alla propria giustizia umana: esteriormente erano inappuntabili, ma dentro di loro erano gli ipocriti e i religiosi di sempre, perché “la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio” (Romani 2.29).

Con la frase “nessuno di voi osserva la Legge”, Gesù intendeva dire proprio questo: “Per mezzo della Legge si ha la conoscenza del peccato” (Romani 3.20), ma questa resta inutile se non viene trasformata dalla Grazia, “perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (3.23,24). Capiamo? Gesù, dal Cortile dei Gentili che faceva parte del Tempio, considerato la dimora di Dio, in cui ogni cosa si svolgeva secondo le prescrizioni date dalla Legge, afferma che in realtà questa non era osservata da nessuno perché l’abitudine, il rito, aveva preso il posto della partecipazione, del coinvolgimento profondo. Il cuore era messo da parte, stava lì, si limitava a un battere indifferente. Ecco perché nessuno la osservava. Anche oggi molti cristiani frequentano le assemblee senza alcuna partecipazione interiore, restando gli stessi, magari attratti dalla funzione che tanto più è emotivamente appagante quanto più soddisfa la loro carne, ma possono solo identificarsi in quei Giudei che Gesù rimprovera. “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me”.

La nostra porzione di Scrittura si conclude con una domanda, “Perché cercate di uccidermi?”, destinata a far capire che il piano dei Giudei non gli era nascosto, segno che l’uomo deve rendere conto a Dio non quando commette il peccato, ma già da quando pensa di attuarlo, come sappiamo dalle parole dette a Caino migliaia di anni prima. Il concetto di prevenzione e prudenza è qualcosa di assolutamente distante dall’uomo, che ha la presunzione di riuscire sempre e che tutto ciò che di negativo possa accadere riguardi sempre gli altri. Con le Sue parole Gesù non intende tanto denunciare la reale intenzione dei Suoi oppositori, ma ne chiede la ragione dando loro un’opportunità per riflettere ancora una volta su di Lui. Il Suo omicidio, quando sarebbe avvenuto, avrebbe dovuto essere qualcosa di cui i Giudei dovessero assumersene pienamente la responsabilità, al contrario dei romani che non avrebbero avuto né la storia, né tantomeno la cultura per riconoscere in Lui il Figlio di Dio, e infatti alla croce pregherà per il loro perdono.

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12.03 – A GERUSALEMME: DOV’È QUEL TALE? (Giovanni 7.11-13)

12.03 – A Gerusalemme: “Dov’è quel tale?” (Giovanni 7.11-13)

          

11I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: «Dov’è quel tale?». 12E la folla, sottovoce, faceva un gran parlare di lui. Alcuni infatti dicevano: «È buono!». Altri invece dicevano: «No, inganna la gente!». 13Nessuno però parlava di lui in pubblico, per paura dei Giudei.”

 

            Ipotizzando che Gesù arrivasse con le varie carovane che giungevano in città in occasione della festa delle Capanne, tanto la gente comune quanto i Giudei lo cercavano. Questi vengono citati per primi e a loro viene attribuita la domanda dispregiativa “Dov’è quel tale?”: notiamo infatti che Nostro Signore non viene né chiamato per nome, né con la qualifica più immediata, quella di profeta. “Quel tale”, o “Quello”secondo altre traduzioni, rivela non un’opinione che la gente aveva di Lui – “Giovanni Battista, altri dicono Elia e altri uno dei profeti”(Marco 8.28) – ma quella dei rettori del popolo: Gesù costituiva un problema indipendentemente dai miracoli compiuti e soprattutto dai Suoi discorsi che più volte avevano messo in crisi le loro credenze e usanze religiose, parlando alla coscienza di fronte alla quale avevano rinunciato di dare ascolto.

“Quel tale”, allora è il riassunto dell’opinione che i Giudei si erano fatti di Colui che aveva, a Gerusalemme circa due mesi prima, guarito l’infermo alla piscina di Betesda (Giovanni 5.1-18), episodio che si conclude con le parole “Per questo i Giudei cercavano ancor di più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo padre, facendosi uguale a Dio”. Sappiamo che questo fu un pretesto perché, nel suo discorso loro rivolto, Gesù fece emerge la vera posizione spirituale che avevano: “La sua parola– quella del Padre – non rimane in voi, perché non credete a colui che ha mandato”(v.39), “Voi non volete venire a me per avere vita”(v.40), in cui il non credere in Lui implica quindi una volontà strettamente personale e non il risentire dell’influenza di altri; “Voi ricevete la gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio”(v.44) e infine il verso 47, “Se non credete ai suoi scritti– quelli di Mosè – come potete credere alle mie parole?”.

Anche se sono versi che sono già stati oggetto di riflessione (vol.10, cap.20), cerchiamo di analizzarli di nuovo per capire i Giudei, che avevano fondato la propria vita su un ruolo religioso, quello di tramandare la Scrittura e soprattutto le sue interpretazioni e spiegarle al popolo: costoro avevano la responsabilità di custodire e praticare la “sua parola”che, per quanto da loro conosciuta, “non rimaneva” cioè non metteva radici, non restava in maniera duratura e proficua. Nonostante la conoscenza dei Giudei fosse superiore a quella del popolo, non portava quel frutto che avrebbe dovuto perché non teneva conto del fatto che alla base di ogni azione del Dio che credevano di servire, di ogni Suo messaggio e decreto, c’era un amore immenso che non volevano né potevano capire. Ogni parola della Legge, dei Profeti e degli altri scritti veniva analizzata, sminuzzata, calcolata, teorizzata e raccordata con altre per costruire labirinti concettuali dai quali i Giudei non riuscivano a staccarsi per cui il vero sapere restava nascosto “ai savi e agli intelligenti”ma veniva “rivelato ai piccoli”che, non maliziosi né tantomeno orgogliosi, le capivano nella loro elementarità.

La ricerca della sapienza e della conoscenza allora veniva attuata in un modo non corretto, cioè distante dal primo gradino di una scala al quale c’è la consapevolezza del non sapere, di non poter pervenire a nulla senza l’intervento dello Spirito che può agire solo quando la persona si fa umile e si dichiara disponibile a mettersi alle sole dipendenze di Dio per qualunque cosa. Se “la parola”che i Giudei studiavano fosse rimasta in loro, avrebbero creduto “a colui chemiha mandato”, cioè non avrebbero incontrato problemi né ostacoli a riconoscerlo. Gesù quindi, con le parole del verso 39, va anche oltre questo principio annunciando che, se avessero creduto in Lui, la “parola”di quel Dio che professavano di servire li avrebbe trasformati, riscattati, sarebbe “rimasta” in loro.

Il secondo verso citato, “Voi non volete venire a me per avere vita”, chiama in causa la loro parte più interna, l’anima e lo spirito che l’orgoglio li aveva imprigionati, cioè la volontà. Venire a Lui per avere vita avrebbe implicato l’abbandono del loro stato, della reputazione che avevano presso gli altri, ma ancor più l’esclusione dalla Congregazione di Israele ed ecco perché, ad esempio Nicodemo, era così timoroso nel dichiararsi apertamente discepolo del Signore. Il “non volete venire a me per avere vita”è da leggersi sotto il profilo della scelta consapevole: di fronte alle parole di Gesù, meglio combatterlo e rimanere uniti anziché porre in discussione un metro, uno stile di vita fatto di regole e strutture atte a far sostare la coscienza in una falsa quiete e ancora oggi sono molti quelli che “non vogliono” abbandonare il loro “certo” per quello che, dentro di sé, sanno benissimo che “certo” non è.

In cosa consistesse quella che ho definito “quiete” e il “certo” di quei Giudei è descritta al verso 44, sempre del capitolo quinto, “Voi ricevete la gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio”: ciascuno, guardando il proprio correligionario, lo osannava e viceversa come meglio descritto in un altro passo, “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattéri e allungano le loro frange, si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbi» dalla gente”(Matteo 23.4-7). E sappiamo che “questo è il premio che ne hanno”, cioè è qualcosa che finisce lì, che non dura altro spazio al di fuori di quello e così, di segmento in segmento, costruiscono una linea che è tutto tranne che continua, tranne che rivolta a una crescita spirituale perché la rinnega, perché “poco importa”. La religione esalta l’uomo, ma la fede, nel momento in cui si esprime correttamente non lo tiene in alcun conto: “Sono un nulla”, così Paolo diceva di sé in 2 Corinti 12.11), nonostante si dichiarasse, nello stesso passo, non inferiore agli altri apostoli.

L’ultimo verso è un’accusa totale, tesa a scalzare le loro convinzioni, “Se non credete ai suoi scritti, come potete credere alle mie parole?”, perché credere in questo caso richiede identificazione, immedesimazione e non, come comunemente accettato, ritenere vera una cosa. Da sottolineare che al verso precedente Gesù dice una frase eloquente: “Se credeste a Mosè, credereste anche a me, perché egli ha scritto di me”. Ecco allora che la fede in YHWH, se autentica e proveniente da un cuore in attesa del Liberatore promesso, non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad accoglierlo, come fecero i discepoli e, prima di loro, Simeone ed Anna quando Lo riconobbero nato da pochi giorni.

Il “non volete”indica una ferma opposizione che implica una altrettanto ferma determinazione, un arroccarsi sulle proprie tradizioni e idee che trova il suo collegamento in Matteo 23.37 e Luca 13.34, curiosamente identici a conferma della estrema serietà e drammaticità delle parole di Gesù: “Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi tutti quelli che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e non avete voluto! Ecco, la vostra casa è lasciata deserta”(Luca scrive “È abbandonata a voi”) là dove per “casa”si intende il Tempio che Dio non avrebbe più abitato come in passato: privato dalla Sua presenza, sarebbe stato gestito dagli uomini e dai loro riti vuoti e infine distrutto.

Volere andare a Dio implica rinunciare a tutto ciò che è riteniamo come nostro, quell’ Io che tende a prevaricare ed a imporsi sugli altri e, forse inconsapevolmente, a nostro danno e ci illude sul significato della vita che viene interpretato esclusivamente come realizzazione dell’Io. E questo è uno dei più grossi inganni di Satana, “sarete come Dio”. E chiunque abbia letto o anche solo sentito parlare di quanto avvenuto in Eden, ci creda o meno, sa come andò a finire.

“Non volete”significa, implica il ritenere il Cristo come qualcuno di cui non si ha bisogno, di non necessario, ritenerlo appunto “un tale”, qualcuno che propone un’alternativa al sistema costruito dall’uomo non solo per sentirsi a posto con la propria coscienza, ma per prendere gloria l’uno dall’altro escludendo l’Unico che quella gloria, eterna, può dare.

Non ci sono solo però i Giudei nel racconto di Giovanni, ma la folla, questa massa indistinta di persone ciascuna delle quali si era fatta un’idea di Gesù. La nostra traduzione ha “un gran parlare”, ma in realtà il termine originale fa riferimento piuttosto a un bisbigliare, un parlar confuso di questa gente di Gerusalemme, ma soprattutto venuta da fuori con le varie carovane. Che si ritenesse Gesù un uomo “buono”o uno che “No, inganna la gente”, non era prudente parlarne apertamente, stante la presenza dei Giudei che di lì a poco stabiliranno che, “se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga”(9.22). Ricordiamo anche 12.42,43: “…anche fra i capi, molti credettero in lui, ma a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga. Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio”e qui torniamo a quanto detto poco prima sul “non volere” ed il ricevere la gloria gli uni dagli altri estromettendo YHWH.

Ebbene, va sottolineato che quel parlare sommesso della folla non restò ignorato e che quindi gli avversari di Gesù avevano delle spie perché leggiamo, più avanti nel nostro testo al verso 32, che “I farisei udirono che la gente andava dicendo queste cose di lui. Perciò i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo”.

Concludendo, la domanda dei Giudei “Dov’è quel tale?”rivela anche le loro intenzioni omicide, perché è impossibile che non sapessero il Nome di colui che cercavano e in tal modo, inconsapevolmente, citano Geremia 11.19: “Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi, nessuno ricordi più il suo nome”, nome che per loro sarà determinante in giudizio, anziché in salvezza per tutti quelli che in Lui avrebbero creduto. Amen.

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12.02 – LA MISIONE DEI SETTANTADUE (Luca 10.1-12)

12.02 – La missione dei settantadue (Luca 10.1-12)

1Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi degli operai nella sua messe! 3Andate, ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite «Pace a questa casa!» 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano e dite loro: «È vicino il regno di Dio!». 10Ma quando entrerete e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11«Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». 12Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città”.

            Episodio riportato dal solo Luca, ha una collocazione temporale incerta, ma siccome abbiamo dedicato le precedenti riflessioni al fatto che Gesù, prima di essere respinto da un villaggio Samaritano, aveva inviato “dei messaggeri davanti a sé” (9.52), ho pensato che l’invio dei settantadue discepoli possa essere avvenuto quando, lasciando la Samaria ed entrando nella Galilea, sapendo che avrebbe avuto un’accoglienza diversa, mandò appunto questi discepoli ad annunziarne l’arrivo e organizzare la sosta per il gruppo. Certo, tutto può essere, anche il fatto che questi settantadue siano partiti da Capernaum e avessero raggiunto i villaggi lungo il tragitto che Nostro Signore aveva prestabilito, che fossero anche loro stessi quei “messaggeri” di cui lo stesso evangelista ha scritto nello scorso episodio: semplicemente a lui non interessa la cronologia, ma ciò che avvenne e i discorsi di Gesù che furono letti per la prima volta dal sommo sacerdote Teofilo cui dedica il suo Vangelo.

Sappiamo che i settantadue vennero inviati e che, come poi esamineremo, “…tornarono pieni di gioia dicendo «Signore, anche i demoni si sottomettono nel tuo nome»” (10.17), ma non ci viene detto dove e quando si ritrovarono, per cui in questa ricostruzione temporale ci troviamo soli, essendo i periodi della vita di Gesù a volte tracciati con precisione, altre volte meno perché ciò che è veramente importante è appunto il contenuto, la descrizione e non un racconto biografico che, se lo si vuole ricostruire, avviene con tutte le lacune del caso. Anzi, si corre il rischio di far dire agli autori ciò che non hanno voluto: ecco perché sono prudente e avverto sempre che questo lavoro, portato avanti con fatica, va preso colo beneficio del dubbio là dove le difficoltà sono evidenti.

La stessa pericope “Dopo questi fatti” al verso uno è di interpretazione difficile, perché ci chiediamo quali siano: ammettendo il rifiuto samaritano e i tre incontri descritti in 9.57-62 già affrontati, verrebbe da sé che Gesù avesse inviato i discepoli appena entrato in Giudea, ma avrebbe dovuto dar loro il tempo di agire come ordinato; se invece la missione loro affidata ebbe luogo in Galilea, allora si potrebbe pensare che fu una parte di loro ad essere giunta in Samaria e che poi lo abbia preceduto in Giudea. È una questione credo tuttora aperta alla luce del fatto che l’importanza di quanto Luca racconta risiede in altri particolari, prima di tutto nel numero degli inviati, settantadue, spesso ridotti a settanta forse perché è una cifra più facile a memorizzarsi e interpretare. La stessa cosa si fa con gli anziani destinati ad essere di aiuto a Mosè e con la cosiddetta “tavola dei popoli” di Genesi 10. Inoltre, con riguardo al nostro episodio, alcune traduzioni hanno “ne mandò altri settanta”, dove quell’ “altri” allude al dopo i dodici cui aveva rimesso un mandato simile, ma non si può escludere che questi “altri” siano in aggiunta a quelli mandati nell’innominato villaggio samaritano, che non possiamo dimostrare essere stato gli apostoli, oppure altri. Ancora, per sottolineare la delicatezza del tema, vi è chi ha proposto una lettura diversa e cioè che l’invio di cui stiamo parlando sia avvenuto in un luogo imprecisato all’interno del “grande viaggio” che Luca riporta nei capitoli da 9.57 a 13.9.

La vera domanda allora è come debba essere interpretato il numero, o per meglio dire i numeri. Cominciando dal settanta, è immediato il richiamo alla perfezione e all’infinito, come visto nella quantità delle volte in cui Pietro avrebbe dovuto perdonare al fratello che mancava verso di lui. Probabilmente la domanda dell’apostolo fu rivolta a Gesù consapevole del rimprovero che aveva ricevuto quando gli disse “Ciò non ti accadrà mai” una volta che fu annunciata la Sua morte e risurrezione e di cui chiedeva perdóno. Il 70 è il risultato della moltiplicazione del 7, numero perfetto secondo Dio, con il 10, che in questo caso ha riferimento con ciò che Lui si aspetta dall’uomo e di cui i dieci comandamenti sono l’esempio. Diverso è il 72, ottenuto dalla moltiplicazione del 6, numero perfetto secondo l’uomo come abbiamo già visto, e il 12, altra cifra che allude al progetto di Dio per la Sua creatura di cui troviamo esempio nelle tribù di Israele e nel numero degli apostoli che ritroveremo nel 24 citato nell’Apocalisse a proposito degli anziani “seduti ai loro seggi nel cospetto di Dio” (11.16), 12 per la Grazia più altrettanti per la Legge, ma anche in altri passi.

Gesù quindi inviò in un primo momento i dodici, due a due, perché era ad Israele che si sarebbero dovuti rivolgere, ma qui ne manda settantadue quanti sono i popoli, vicini e lontani, citati in Genesi 10 e, a copertura generale del tutto, ricordiamo il 6×12 a significare che il Suo messaggio era a perfetta misura di ogni uomo a prescindere dalla sua nazione di appartenenza. I settantadue vengono inviati “in ogni luogo dove stava per recarsi”, ma per noi è facile capire, guardando al significato rivestito dal 6×12, che in tutto ciò ancora una volta il Perfetto e il Santo si piega verso l’imperfetto e il contaminato, conosce la sua natura vista nel 6 e si propone di guarirlo perché il 12 è già sinonimo di un piano, appunto visto nelle tribù prima e negli apostoli poi.

Ecco allora che il 70 si riferisce a qualcosa che l’uomo guarda da lontano consapevole di quanto è distante, la stessa sensazione che provò l’apostolo Pietro quando capì l’immensità del perdono che avrebbe dovuto praticare. Anche le 70 settimane riportate in Daniele 9, che danno il tempo fossato da Dio sul mondo, è qualcosa che è stabilita, un periodo assoluto che all’essere umano, piaccia o meno, deve compiersi, come la morte.

A Pietro viene detto “Settanta volte” (sette) e già lì è implicito un imperativo ed ecco perché il numero 70×7, 490 non si riferisce al numero massimo di volte in cui bisogna perdonare perché sarebbe ridicolo tenere la contabilità della remissione del debito e poi fermarsi. Con il 72 è però tutto diverso, non richiede adeguamento, ma abbandono perché così sarà possibile una pace duratura, prima col Dio che si china e poi anche con se stessi. È quella pace che dà Gesù, il Cristo, ben diversa da come la dà il mondo, temporanea, illusoria, ma soprattutto inevitabilmente destinata a non essere più. La “pace” che si raggiunge coi propri mezzi, è possiamo definirla fragile come un castello di carte, senza contare le attinenze con la casa costruita sulla sabbia.

Veniamo ora alle istruzioni che Gesù diede a questi discepoli, simili ma non identiche a quelle precedentemente impartite ai dodici: la prima cosa che ho notato è la mancanza di un componente, cioè il bastone che solo apparentemente ci fa pensare ad un’arma di difesa da eventuali animali o persone violente, o a qualcosa che garantisce sostegno. In realtà, sul “bastone” che gli israeliti portavano era incisa la storia della loro tribù e l’autorità che avevano in seno ad essa, di modo che chiunque avrebbe potuto verificare chi erano i dodici apostoli inviati ad annunciare il Vangelo e a guarire gli infermi. Era allora cominciato un periodo nuovo, diverso, testimoniato anche dalla mancanza di questo strumento oltre che dalla proibizione, come precedentemente detto ai dodici, “Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei samaritani” (Matteo 10).

Ancora, guardando alle istruzioni date nell’occasione dei primo invio e tornando sul bastone, abbiamo tra i testi un’apparente contraddizione: per Marco 6.7 Gesù disse di non portare “nient’altro che un bastone” mentre Luca 9 “Non portate nulla per il viaggio, né bastone, né sacco, né pane, né denari e non portate due tuniche”, dove abbiamo due usi diversi di questo attrezzo nel senso che avrebbe dovuto essere portato l’uno e non l’altro, dove vi sarebbe dovuta essere identità e non offesa.

Differenza fra i due episodi la si riscontra anche nella premessa, non fatta agli apostoli quando furono inviati, “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi degli operai nella sua messe!” (v.2): è una frase non nuova (Matteo 9.37,38), un soggetto di preghiera che verrà rinnovato dall’apostolo Paolo in 2 Tessalonicesi 3.1 con le parole “Pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata” in quanto era fondamentale che il Vangelo della Grazia, allora sconosciuto, fosse rivelato e si sviluppasse, come effettivamente avvenne. Il pregare per “gli operai” non è azione che consiste in un ricordare a Dio di inviarli, ma l’espressione di una volontà di partecipazione al Suo piano: guardando al periodo storico in cui Gesù disse quelle parole, poi riprese da Paolo, c’era un intero mondo da evangelizzare, a differenza di oggi in cui esiste una Chiesa ufficiale che ha operato e opera scandali e sotto certi aspetti anche crimini, allontanando le persone anziché portare luce, ma in cui comunque il Vangelo è lì, alla portata di chiunque voglia leggerlo per poi capirlo e salvarsi. Si tratta di una Chiesa in cui comunque opera ed è presente un “rimanente fedele” nonostante tutto.

Credo che per i tempi bui in cui viviamo la preghiera del cristiano debba essere rivolta al Signore perché possa preservare e aiutare tutti coloro che ancora non hanno ancora fatto una professione di fede nell’Avversario, chiedendogli di essere noi stessi nelle condizioni di diventare degli strumenti idonei. La questione allora non è pregare dicendo “manda degli operai perché io non posso”, ma il pregare perché possiamo essere sempre di più strumenti per la testimonianza del Vangelo e la trasmissione ad altri di ciò che abbiamo ricevuto.

Le parole di Gesù, per i tempi che viviamo, non sono tanto quelle dette ai settantadue, ma piuttosto “Questo vangelo del regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli, e allora verrà la fine” (Matteo 24.14) per cui è responsabilità del credente riconoscere i segni premonitori del ritorno e operare nei confronti del suo prossimo non attraverso una predicazione generalizzata allo scopo di far proseliti, ma una testimonianza diretta là dove incontra degli spiriti non ostili. E se vogliamo, velatamente, un discorso di questo tipo Gesù lo fece tanto ai dodici quanto ai settantadue dicendo loro “Non andate di casa in casa” come fanno i Testimoni di Geova. Al contrario, tanto gli uni che gli altri discepoli si sarebbero dovuti stabilire là dove la loro pace sarebbe stata accolta e scesa sui componenti della famiglia che avrebbe accolto il Vangelo e da lì avrebbe dovuto partire la diffusione del messaggio “il regno dei cieli è vicino”.

Altra raccomandazione data è quella di non fermarsi “a salutare nessuno lungo la strada”, quindi evitare accuratamente le perdite di tempo, parole analoghe a quelle che disse Eliseo a Giezi suo servo: “Se incontrerai qualcuno, non salutarlo; se ti saluta, non rispondergli” (2 Re 4.29), altra occasione in cui ogni secondo era prezioso (il figlio della sunamita in 2 Re 4.8-16).).

Ecco allora che, per il cristiano che si ritiene impegnato nel discepolato, è vitale “non salutare e non rispondere” nel senso di frequentare persone che gli farebbero perdere quel tempo che altrimenti potrebbe dedicare alle opere dello Spirito. Non è questa un’affermazione estremista, discriminatoria, ma va inquadrata da un lato sotto l’ottica del mandato (se ricevuto), dall’altro nel saper individuare il momento in cui agire e quello di fermarsi: i settantadue non avrebbero dovuto fermarsi a salutare per la durata dell’incarico e non a prescindere.

Guardando alla vita dell’uomo Salomone scrisse: “Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire – quindi lo spazio che viviamo dalla culla alla bara di cui dovremo rispondere –, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e uno per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare, un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci, un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace” (Qoèlet 3.1-8).

Sono questi versi molto significativi, che non necessariamente una persona sperimenta tutti assieme nella propria vita, ma che ci parlano, in qualunque situazione ci possiamo venire a trovare, che questo “tempo per” è inevitabile, va accettato e rispettato, che è impossibile provare la gioia senza il dolore, la vita senza la morte perché quello che conta è il percorso, che non può essere subìto, ma richiede una partecipazione attiva e, in ogni caso, questo “tempo” non va perso. Amen.

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12.01 – I SAMARITANI RESPINGONO GESÙ (Luca 9.51-56)

12.01 – I Samaritani respingono Gesù (Luca 9.51-56)

51Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme 52e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. 53Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. 54Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». 55Si voltò e li rimproverò. 56E si misero in cammino verso un altro villaggio.

            Concluso il “discorso ecclesiologico”, inizia un nuovo periodo della vita di Gesù, dalla ricostruzione cronologica non semplice e dove forse l’interpretazione si fa più opinione che dato incontrovertibile. Si tratta di un tempo ricco di episodi e insegnamenti particolari riportati in modo estremamente dettagliato che ci parlano quasi dell’urgenza, stante la vita umana di Gesù che stava per concludersi, di rivelare il maggior numero possibile di contenuti ai credenti che si sarebbero succeduti nella dispensazione della Grazia, ma anche dopo. E qui viene chiamata indirettamente in causa l’utilità e la funzione del Libro che ha guidato e guida gli uomini di Dio di ogni epoca; ricordiamo infatti che “Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome”(Malachia 3.16): questo Libro ha attraversato i secoli e durerà fino a quando non sarà più necessario, cioè con la creazione di quel mondo nuovo, con altri cieli e altra terra, più volte anticipato tanto negli scritti dell’Antico che soprattutto nel Nuovo patto.

Luca stesso, con “la ferma decisione”di Gesù sembra avvertire il suo lettore che ci fu un tempo preciso, un cambiamento, quasi che fosse stato premuto il tasto di un cronometro nella vita del Figlio dell’uomo, e il verso 51 ci dice che stavano “compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto”: viene posto quindi l’accento non sulla Sua morte, ma sulla resurrezione ed ascensione mediante la quale la vinse e con cui viene dimostrato ufficialmente che ogni cosa era stata messa in atto per la salvezza dell’uomo. Certo, anche il fatto che Satana era stato sconfitto perché nulla aveva potuto contro di Lui tranne che ferirlo al “calcagno”. Gesù quindi era entrato nella parte conclusiva del Suo Ministero, anche se da lì alla resurrezione passerà ancora un anno circa.

C’è poi, sempre nello stesso verso lucano, la “ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”, traduzione piuttosto libera che indubbiamente rende il senso di quanto Gesù intendeva fare, ma che il testo originale descrive diversamente, cioè “fermò la sua faccia”, o “indurì il volto”. Pensiamo alla diversità con cui fu descritto il Suo volto alla trasfigurazione, quando “brillò come il sole”(Matteo17.2) che qui è “indurito”nel momento in cui la “ferma decisione”non implica lo stabilire una partenza per raggiungere in fretta un determinato luogo, ma il rinnovare l’accettazione del percorso che il Padre aveva stabilito per Lui sapendo che il tempo a lui dato stava per finire. Il “volto indurito”di Nostro Signore significa questo, è il volto dell’uomo consapevole delle sofferenze che dovrà affrontare, è il volto del Dio fatto uomo che avrebbe “tolto”, cioè preso su di sé, “il peccato del mondo”. Purtroppo la Chiesa ha fatto poco per chiarire il significato di questo “togliere” quando, mutando progressivamente la lingua italiana, è prevalso quello di“portare via qualcosa da un luogo, levare, rimuovere”.

Ma torniamo al volto qui descritto da Luca, che dà l’idea di un’inflessibile risoluzione: troviamo un corrispettivo ebraico del “fermò la faccia”in tre passi, il primo del quali è nei cantici del servo, in Isaia 50.7 “Il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”, dal letterale, dopo “Il Signore mi ha aperto l’orecchio”, “ho reso la mia faccia simile ad un macigno, e so che non sarò svergognato”. Il secondo passo è reperibile in Geremia 21.10, nell’oracolo contro Gerusalemme: “Chi rimane in questa città morirà di spada, di fame e di peste; chi uscirà e si consegnerà ai Caldei che vi cingono d’assedio, vivrà e gli sarà lasciata la vita come bottino, perché io ho volto la faccia contro questa città, per il suo danno e non per il suo bene. Oracolo del Signore. Essa sarà data in mano al re di Babilonia, che la darà alle fiamme”. Infine il terzo lo abbiamo in Ezechiele 6.2: “Figlio dell’uomo, volgiti verso i monti d’Israele e profetizza contro di essi”, anche qui con l’originale “volgi la tua faccia”.

La descrizione del volto di Gesù, allora, da una parte rivela tutto il Suo impegno e dall’altra anticipa sempre di più la divisione netta tra ciò che è santo e ciò che non lo è, tra chi gli appartiene e chi no e infatti, dopo questo episodio secondo la mia lettura, vi saranno i guai profetizzati contro Betsaida, Capernaum e Corazin.

Sappiamo già che Nostro Signore non volle aggregarsi alla carovana coi suoi fratelli, e che partì poco dopo per Gerusalemme, ma troviamo un’azione mai riportata prima di allora, e cioè “mandò messaggeri davanti a sé”la cui identità è sconosciuta: possiamo pensare che fossero alcuni dei “settanta” che invierà di lì a poco tempo, ma non i dodici, per lo meno non Pietro, Giacomo e Giovanni. Il compito di questi inviati era quello di“preparargli l’ingresso”, letteralmente“preparare per lui”in quanto era necessario trattare coi samaritani, come sappiamo tradizionalmente avversi agli ebrei per ragioni che abbiamo già esaminato, per avere ospitalità e non essere confusi con gli altri coi quali c’era un rapporto di ostilità: ricordiamo infatti le parole della donna al pozzo di Giacobbe in Sichar, “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” (Giovanni 4.9).

Gesù e il Suo gruppo, però, erano “chiaramente in cammino verso Gerusalemme” (v.53): per quei samaritani il loro era un viaggio “religioso” data la festa in corso in quella città e, dal momento in cui era aperta la questione del legittimo Tempio, se quello “ufficiale” o il loro sul Gherizim, non acconsentirono ad accoglierli.

Saputo questo, mentre il loro Maestro taceva, Giacomo e Giovanni, soprannominati “Boanerges, cioè figli del tuono”, manifestarono il loro carattere, offesi dal diniego ricevuto, riferendosi all’episodio di 2 Re 1.11,12 quando leggiamo che, davanti a due compagnie di uomini mandati ad arrestarlo, Elia disse“Se sono un uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi uomini”, come effettivamente avvenne. Da notare che i due discepoli sembrano chiedere il permesso di agire in tal modo, ma in realtà si ergono a difensori di Gesù, volendo intervenire al Suo posto, quasi che fosse debole o, secondo loro, non avesse capito la portata dell’offesa. È in sostanza come se gli avessero detto “Vuoi che ci pensiamo noi?”, dimostrando di essere dominati da uno spirito carnale che, di fronte alla non reazione del Maestro secondo i loro parametri, si sente in dovere di intervenire. Giacomo e Giovanni avrebbero dovuto ricordarsi della reazione che avrebbero dovuto avere di fronte al rifiuto ad accoglierli: “E se alcuni non vi ricevono, uscite da quella città, e scuotete la polvere dai vostri piedi, in testimonianza contro di loro”(Luca 9.5). Con quel gesto, infatti, i discepoli avrebbero dichiarato da un lato la loro totale estraneità al rifiuto del messaggio che portavano, lasciando a quella gente l’intera responsabilità della loro opposizione al Vangelo.

Possiamo capire allora che non compete a chi porta il Vangelo chiedere un giudizio di Dio quando una persona gli si oppone, ma solo la consapevolezza del fatto che la pace che vorrebbe portare, una volta rigettata, ritorna a lui: “Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi”(Matteo10.13). Al contrario l’uomo naturale, quello che “non comprende le cose di Dio perché per lui sono follia”, quando si trova di fronte a una non accoglienza delle sue idee o proposte, si offende, si contraria, reagisce in malo modo come un bambino, cosa che appunto fecero Giacomo e Giovanni ed ecco perché Gesù disse loro “Voi non sapete di che spirito siete”, non riportata dalla nostra versione, ma da altre: non avevano capito nulla, confondendo l’intervento di Dio, autonomo, preciso e chirurgico, con il loro volere in quel momento estremamente distante da Lui. Ancora una volta emerge l’incapacità dell’essere umano di fare i raccordi opportuni per poter capire e avere una reazione proporzionata: i due fratelli, memori di aver visto Elia parlare con Gesù alla trasfigurazione, lo citano confondendo il fatto che l’uno apparteneva a una dispensazione e loro ad un’altra e quanto da Lui operato in quella della Legge non poteva trovare applicazione in quella della Grazia.

Il testo che utilizziamo, al verso 55, è generico perché leggiamo “Si voltò e li rimproverò”, ma altre versioni hanno “Voi non sapete di quale spirito siete, poiché il Figlio dell’uomo non è venuto per perdere le anime degli uomini, ma per salvarle”. Ecco allora – aprendo una breve parentesi – quanto è importante dotarsi di una traduzione affidabile operata da persone che tengano conto del testo antico e, sotto l’azione dello Spirito e non solo del tradurre critico come fosse un semplice scritto, possano aiutare chi legge a una comprensione maggiore, che non ometta o riassuma fatti o parole, non informi ma possa formare.

Giovanni, scrivendo il suo Vangelo, dimostrò di aver compreso molto bene le parole di Gesù, poiché leggiamo proprio che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio”(3.17,18). Ancora, in 3.36, “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui”: possiamo sottolineare che abbiamo l’essere “già condannato”,ma è quell’ “incombe su di lui”, non “cade”, che costituisce al tempo stesso un pesante avvertimento e una speranza, poiché una cosa che “incombe” allude a un pericolo imminente, che grava ma può essere rimosso e ciò si verifica nel momento in cui una persona crede.

Il “salvare ciò che era– altrimenti – perito”, significa proprio questo: Gesù vuole salvare, cioè recuperare e la Sua azione è definita come uno strappare, “ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio”(Galati 1.4). È sufficiente quindi che l’uomo si abbandoni a Lui ed in quel momento si verifica il Suo intervento. Paolo di Tarso scrisse nella sua prima lettera a Timoteo “Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”(1.15). Gesù, come Dio, avrebbe potuto far scendere quel “fuoco”di cui gli parlarono Giacomo e Giovanni, ma non lo fece perché quell’avvenimento sarebbe stato incompatibile con la Sua funzione: a quei samaritani sarebbe stato concesso del tempo anche se il loro era “sempre pronto”. Gli abitanti di quel villaggio era impossibile non avessero sentito parlare di Gesù, poiché passare per la Samaria era la via più breve tra la Galilea e la Giudea, ma non Lo presero in considerazione, vedendo in Lui un Giudeo che andando a Gerusalemme, dimostrava di non tenere in alcun conto il loro Tempio né le loro tradizioni. Ma non si scompose e, semplicemente, “andarono in un altro villaggio”, non è detto quale, né se si trovasse in Samaria o in Giudea.

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11.41 – MÓSTRATI AL MONDO (Giovanni 7.2-10)

11.41 – Móstrati al mondo (Giovanni 7.2-10)

 

            2Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. 3I suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e va’ nella Giudea, perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu compi. 4Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!». 5Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. 6Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo invece è sempre pronto. 7Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono cattive. 8Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». 9Dopo aver detto queste cose, restò nella Galilea. 10Ma quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.

 

Dopo il discorso ecclesiologico, la lettura cronologica dei sinottici presenta non pochi problemi: Matteo scrive che “Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano. Molta gente lo seguì, ed egli li guarì” (19.1); Marco concorda con lui (10.1) e Luca, che esamineremo prossimamente, “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé” (9.51), riportando una lunghissima serie di episodi che, se fossero tutti accaduti in quel viaggio, lascerebbero pensare che fosse durato molto. È Giovanni, coi versi oggetto di meditazione, che ci consente di ricostruire come si svolsero i fatti che portarono al salire di Gesù a Gerusalemme non per l’ultima volta, ma ad abbandonare la Galilea.

Viene qui menzionata “la festa dei Giudei, quella della Capanne”, detta anche “dei tabernacoli”, ultima delle tre grandi feste istituite nei libri di Mosè dopo la Pasqua, o “dei pani azzimi”, e quella “delle settimane” o “Pentecoste”. La festa delle Capanne viene ordinata in Levitico 23.33-36: “Il giorno quindici di questo settimo mese sarà la festa delle Capanne per sette giorni in onore del Signore. Il primo giorno vi sarà una riunione sacra; non farete alcun lavoro servile. Per sette giorni offrirete vittime consumate dal fuoco in onore del Signore. L’ottavo giorno terrete la riunione sacra e offrirete al Signore sacrifici consumati col fuoco. È giorno di riunione, non farete alcun lavoro servile”. Più dettagliata, giorno per giorno, è la versione reperibile in Numeri 29.12-30. Deuteronomio 16.13-15 dà la caratteristica dell’universalità, del “non riguardo per la qualità delle persone”, di questa festa: “Gioirai in questa tua festa, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava e il levita, il forestiero, l’orfano e la vedova ce abiteranno le tue città. Celebrerai la festa per sette giorni per il Signore, tuo Dio, nel luogo che avrà scelto il Signore, perché il Signore, tuo Dio, ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in tutto il lavoro delle tue mani, e tu sarai pienamente felice”.

La festa della Capanne era stata istituita per una duplice commemorazione, cioè quella della bontà di Dio verso Israele nel deserto, e quella della Sua misericordia per averlo arricchito durante l’anno corrente coi frutti della terra; per sette giorni i Giudei vivevano in capanne fatte con rami d’alberi costruite nei cortili, sui tetti delle case, nel recinto del Tempio e in tutte le strade più larghe di Gerusalemme. Infatti “Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto” (Levitico 23.42,43).

È importante sottolineare che questa era definita “la grande festa” perché celebrata dopo il raccolto del grano, dell’uva e dell’olio, i lavori più pesanti dell’anno si erano conclusi e forse per questo motivo i fratelli di Gesù, parlando con Lui, abbiamo letto che gli dissero “Parti di qua e va’ nella Giudea, perché i tuoi discepoli vedano le opere che tu compi. Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!” (vv.3,4).

Riflettendo su quanto detto a Gesù, commentato da Giovanni con le parole “Neppure i suoi fratelli credevano in lui”, va fatta rilevare la loro assoluta inopportunità perché si trattò di una frase pronunciata per dileggio nei confronti di una persona da loro ritenuta “fuori di sé” ( Marco 3.21) e della quale non avevano alcuna idea quanto a dignità e ruolo. I fratelli di Gesù, cioè “Giacomo, Ioses, Giuda e Simone” (6.3), lo sfidano ad andare a Gerusalemme perché così avrebbe potuto mostrarsi “al mondo” e perché i Suoi discepoli potessero “vedere le opere che tu compi” disprezzando completamente tutto quello che aveva fatto fino ad allora, incuranti dei miracoli e del contenuto della Sua predicazione incessante e delle Sue fatiche che proseguivano da circa due anni. Quelli che gli parlano sono gli stessi che, nel verso di Marco 3.21, “Sentito questo – la folla che si era radunata – uscirono per andare a prenderlo”: volevano rinchiuderlo da qualche parte pur di avere tranquillità?

Nelle loro parole, poi, c’è anche una non velata accusa di codardia, perché quel “nessuno, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto” (v.4) vuole rimarcare il fatto che il loro fratello se ne stava in Galilea “perché i Giudei cercavano di ucciderlo” (v.1) e quindi, se era davvero chi diceva di essere, non poteva avere alcun timore. Abbiamo nelle loro parole anche la pretesa di dare un consiglio, perché la regione in cui aveva fino ad allora agito, dimenticando che a Gerusalemme Gesù aveva già operato, era di minore importanza rispetto alla Giudea, dove esistevano le scuole rabbiniche più importanti e là confluiva molta più gente: in pratica, Lo esortano a puntare sui numeri, a far proseliti, ad avere successo, a diventare quel Messia umano che tutti attendevano per conseguire il pieno riscatto sull’invasore romano.

Il modo di ragionare dei fratelli di Gesù non è nuovo, ma esiste da sempre ed accomuna tutti coloro che per il mondo sono e al mondo appartengono, certo fino a prova contraria: non capendo nulla degli àmbiti spirituali, pretendono di interpretarli e reagiscono con ragionamenti più o meno inconsistenti, ma che molto hanno di umanamente logico perché è la cecità vera a spingerli, come rivela la risposta che ebbero, “Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo invece è sempre pronto”, con cui Gesù istituisce una divisione netta fra il mondo cui apparteneva e quello dei suoi fratelli.

Una risposta simile Gesù la diede a Sua madre alle nozze di Cana quando volle ricordarle che non stava a lei interferire perché “la mia ora non è ancora giunta” (2.4) dove “la mia ora” e “il mio tempo” non si riferiscono alla Sua morte, ma a quello di qualunque Suo intervento che non poteva essere disgiunto da quanto concordato col Padre. Con le Sue parole, Nostro Signore dichiara: primo, che se gli altri uomini potevano fare ciò che volevano e seguire quanto la loro mente suggeriva loro, Lui veniva come inviato con un compito preciso in cui nulla poteva essere lasciato al caso e, secondo, prendendo “il mio tempo” in contrapposizione a “il vostro tempo”, Lui avrebbe potuto operare e morire (temporaneamente) nel corpo solo quando sarebbe stato concesso agli uomini di ucciderlo mentre i suoi fratelli, che nulla conoscevano del loro destino, avrebbero potuto concludere la loro esistenza in qualunque momento, cosa alla quale non pensavano neppure lontanamente come avviene anche oggi: l’uomo naturale rifugge l’idea della morte; sa che prima o poi verrà il momento in cui la vita finirà, ma nel momento in cui, quando non giunge all’improvviso e si annuncia con segnali inequivocabili, vorrebbe rimandarla. E cito una frase che Alessandro Meluzzi disse un giorno a un convegno sull’eutanasia: “Non ho mai conosciuto un solo morente che non pensasse di avere ancora un giorno da vivere. Non ho conosciuto un solo morente, neanche negli attimi estremi dell’agonia, che non pensasse di avere ancora un’ora da vivere”.

Ecco allora il senso delle parole di Gesù: sapeva che “il mio tempo non è ancora giunto” perché era l’unico a sapere quando e come il Suo corpo avrebbe ceduto, mentre gli increduli fratelli, così intenti a guardare il presente, no. Né si preoccupavano irresponsabilmente di questo. Ma poi va oltre: “Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono cattive” (v.7). Il mondo è un sistema di vita, ragionamento, aspirazioni, metri di misura che non può che produrre “opere cattive” indipendentemente dalla valutazione e se tutti possono concordare nella valutazione negativa di un omicidio, non si pensa che – per dirne una – anche quelle strutture per dare rifugio e solidarietà alle persone, pur non facendo chiaramente del male, a nulla portano se non fatte “nel Nome” di Cristo: senza appartenergli tutte le opere umane, buone o cattive, si identificano in quella “torre” che gli uomini eressero in Babilonia allo scopo di acquistarsi fama, perché quell’edificio doveva giungere “fino al cielo” di cui vedevano l’azzurro, ma non ciò che questo rappresentava. Il mondo “odia me” come da Genesi 3.15 “Io porrò inimicizia tra te – Avversario – e la donna – qui Eva è vista come colei dalla quale nasceranno uomini di Dio, che troverà in Gesù il suo massimo rappresentante – fra la sua stirpe e la tua stirpe”. Il “mondo”, come sappiamo, non odiò solo il Figlio, ma anche tutti coloro che in lui hanno creduto. E ancora prima, combatté Abele e tutti i profeti, da quelli nominati a quelli no.

Tornando alla nostra traduzione, ancora una volta ne va sottolineata l’inadeguatezza perché Nostro Signore non dice “Non salgo a questa festa”, ma “Non salgo ancora a questa festa”, precisazione importante perché altrimenti, per come si svolsero poi i fatti, si potrebbe pensare ad un Suo ripensamento in proposito, quando rimandò la partenza per non salire coi fratelli e con tutta quella gente che avrebbe composto la carovana diretta a Gerusalemme, cioè la stessa, per struttura e composizione, che lo aveva visto dodicenne andare nella città santa con i suoi genitori.

L’ultimo verso di Giovanni rivela che “Quando i suoi fratelli salirono per la festa – quindi in carovana -, vi salì anche lui. Non apertamente, ma quasi di nascosto”: salì cioè privatamente, accompagnato dai discepoli a sottolineare l’estraneità dagli usi comuni e non perché non voleva essere riconosciuto perché, se così fosse stato, non lo troveremmo nel Tempio ad insegnare né leggeremo che, uscito dal territorio samaritano, “la folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come solito fare” (Marco 10.1). E possiamo dire che partì quando il Suo tempo iniziava a compiersi, termine col quale non viene indicata la morte, ma l’ultimo periodo della Sua vita terrena. La Sua partenza dalla Galilea si concluderà con due eventi, l’invio dei settantadue discepoli che lo avrebbero preceduto lungo la via, e le parole molto amare su Betsaida, Corazin e Capernaum.

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11.40 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 11: “CHI NON È CONTRO DI NOI, È PER NOI (Marco 9.38-41)

11.40 – Il discorso ecclesiologico 11, “Chi non è contro di noi, è per noi” (Marco 9.38-41)

 

38Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39Ma Gesù gli disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi. 41Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa».

 

            Con questi versi concludiamo il lungo esame del discorso ecclesiologico di Gesù. Anche se non si può stabilire con certezza chi fosse il personaggio in questione, è doveroso comunque chiederselo e sono state fatte diversi supposizioni in proposito: si è ipotizzato fosse uno dei tanti esorcisti giudei, un discepolo di Giovanni Battista, uno che aveva ascoltato Gesù predicare e aveva deciso di agire in modo indipendente, ma se così fosse quel “nel tuo nome” sarebbe stata una sorta di formula magica che non avrebbe portato ad alcun risultato. Con un margine di probabilità molto più alto, invece, quell’anonimo era una persona che aveva beneficiato di un intervento di Gesù e, dopo un’accurata riflessione su quanto gli era accaduto, aveva deciso di agire esercitando così la sua fede.

Certo sappiamo che Gesù invitò direttamente alcuni uomini a seguirlo – e i dodici, come altri, sono un esempio –, ma che ci furono persone cui parlò diversamente come nel caso dell’indemoniato gadareno di cui è scritto “Mentre entrava nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati” (Marco 5.18-20). Possiamo ricordare anche l’episodio di quel discepolo che, prima di seguire il Maestro, non voleva abbandonare il proprio padre prima di seppellirlo: tutti ricordano la prima parte della risposta, indubbiamente forte, “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, ma non la seconda, “Ma tu va’, e annuncia il regno di Dio”.

Ho riportato i primi passi che mi sono venuti alla mente, ma credo bastino per far capire che Gesù volle chiamare i dodici ad essere apostoli, poi accolse un numero imprecisato di discepoli, uomini e donne che lo seguivano spontaneamente partecipando in modo attivo alla Sua predicazione, ma faceva affidamento anche sulla testimonianza di coloro che avevano ricevuto guarigioni da infermità, malattie e schiavitù dall’Avversario. Sappiamo che parte di costoro, una volta guariti, proseguirono la loro vita nell’indifferenza su quanto ricevuto, ma non molti altri e questo ci parla del fatto che, una volta incontrato Gesù lungo la via percorsa, anche oggi, per chi ha beneficiato del Suo intervento in salvezza la vita non può essere più la stessa e, nel modo più confacente alla loro posizione spirituale, danno la loro testimonianza ai loro simili.

L’anonimo rimproverato dai dodici – “volevamo impedirglielo” secondo Marco, “glielo abbiamo impedito” secondo Luca – non poteva essere un religioso perché sappiamo la fine che fecero i figli di Sceva (Atti 19.13-16), né un discepolo del Battista che, già decapitato da Erode Antipa, aveva concluso la sua funzione, né uno che aveva sentito parlare di Gesù, ma una persona che con Lui aveva vissuto un’esperienza profonda quale, secondo il mio parere, avrebbe potuto essere solo la liberazione da uno spirito impuro: una schiavitù di quel tipo priva la persona della libertà di pensare, scegliere, agire, gestire la propria dignità che, una volta ritrovata per intervento divino, non può che riconoscere in Gesù il Signore nel senso più ampio del termine. Credo che la reazione interiore di fronte alla liberazione dallo stato di “indemoniato” sia differente rispetto a quella dalla lebbra, o da una paralisi. Anche guardando alle donne che seguivano Gesù, fu Maria di Magdala, liberata da “sette demoni” quindi da una totalità di miseria e degradazione, quella che amò Gesù più di tutte.

L’anonimo cui i discepoli proibirono, o cercarono di proibire, di agire scacciando demoni quindi, dopo la gioia conseguente alla sua liberazione, aveva intrapreso un percorso personale che lo aveva convinto del fatto che la vita nuova ricevuta per grazia sarebbe stata veramente tale dedicandosi all’annuncio del Nome di Colui che lo aveva liberato: abbiamo letto “scacciava i demoni nel tuo nome”, non di altri. “Nome” in cui quella persona credeva totalmente perché aveva direttamente sperimentato per primo i Suoi effetti. E qui va da sé che non si può parlare di Dio senza conoscerlo e quindi essere parte di Lui, ragione per la quale Gesù proibiva agli spiriti impuri di parlare. Chiunque quindi ha davvero beneficiato dell’intervento del Signore, non può tacere secondo il principio in base al quale una luce, se è tale, non può che brillare. E chi rientra in questa categoria di uomini o donne, illumina anche tacendo.

In questo episodio però ci sono anche delle negatività, purtroppo da parte dei discepoli, proprio loro che avrebbero dovuto essere – ma lo sarebbero diventati – la “luce del mondo”: furono colti da un orgoglio corporativo e agirono autonomamente, presumendo di essere le sole autorità, ricordandosi di essere stati inviati due a due a predicare, compiere miracoli e cacciare i demoni. Commentando l’episodio su cui stiamo riflettendo, scrive un fratello: “Eccoci dunque di fronte allo spirito umano che agisce con atteggiamento che già nell’antichità aveva fatto deviare il popolo d’Israele mediante l’elezione di un re, come avevano altri popoli, rinunciando così al governo teocratico a vantaggio di quello monarchico di Saulle”. E il voler essere indipendenti, prendere decisioni d’istinto senza consultarsi o chiedere un confronto col Signore, non può che porci attori di scelte sbagliate. Ciò che i Dodici avrebbero dovuto chiedersi era se quel tale agiva secondo Dio oppure no e non impedirgli di agire a priori.

Questo episodio ci parla di spirito, quello che usava l’anonimo messo a tacere dai dodici, e di carne, quella che i Dodici esercitarono quando avrebbe dovuto essere – secondo logica – il contrario. Questo episodio dovrebbe insegnare molto ai credenti di tutte le Chiese cristiane, sempre convinti di essere nel giusto e migliori degli altri, che la Chiesa è Una – come in effetti è anche se non nel senso inteso da loro – e che le altre siano nell’errore. È importante la disposizione del cuore, non la forma, che viene confusa con il formalismo, stesso errore dei farisei e di qualunque opportunista. Certo che poi la dottrina dev’essere conforme a quella del Vangelo e degli Apostoli.

In questo episodio però, l’errore è proprio in mezzo ai Dodici: Giovanni parla perché Pietro, ancora mortificato dal rimprovero “Vattene da me Satana, perché tu non hai il senso alle cose di Dio, ma degli uomini”, taceva. Solo più avanti chiederà chiarimenti sul perdóno. Nessuno dei Dodici chiese spiegazioni all’annuncio della morte e resurrezione di Gesù, ma vollero ridurre al silenzio un testimone dell’amore di Dio e del Nome del Figlio. Non videro in quella persona un loro simile, ma un oppositore sulla base di un metro umano provando un sentimento di gelosia anche alla luce del fatto che poco prima non erano riusciti a guarire un epilettico, provocando per reazione le parole “O generazione incredula e perversa, fino a quando starò con voi? Fino a quando vi sopporterò?” (Matteo17.17).

C’è poi un episodio particolare, narrato al capitolo 11 del libro dei Numeri: quando Mosé chiese a Dio ai essere aiutato nella gestione del popolo, Egli rispose di radunare settanta uomini tra gli anziani di Israele sui quali avrebbe infuso parte dello Spirito che era su di lui. Leggiamo dal verso 26 che “…erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito di posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè. (…). Giosué, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse: «Mosè, mio signore, impediscili!». Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!». E Mosè si ritirò nell’accampamento, insieme con gli anziani di Israele” (26-30). Da notare il numero settanta, in realtà settantadue, come quello dei discepoli che Gesù invierà, episodio che esamineremo presto.

Quanto letto ci conferma, prima ancora della dispensazione della Grazia, che veramente “il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo spirito” (Giovanni 3.8). Certo i discepoli non conoscevano ancora lo Spirito e, se questo episodio si fosse verificato più avanti, ad ipotesi nel libro degli Atti, avrebbero certamente accolto quella persona in mezzo a loro, tenendo presente che, come scritto ai Corinti, “Nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», e nessuno può dire «Gesù è il signore!» se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Corinti 12.3). E abbiamo letto che Nostro signore qui dice “Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me”.

C’è un ultimo problema da affrontare ed è rappresentato dalla frase “Chi non è contro di noi, è per noi”. In realtà i problemi sono due: il primo è rappresentato da come alcuni traducono il parallelo di Luca, come la versione della CEI che sostituisce al “noi” il “voi” affidandosi a manoscritti diversi, ma meno autorevoli. Il “noi” è riportato nel Codice Vaticano oltre che da diversi onciali, datati dal IV al X secolo. Se avesse usato il “voi”, Gesù si sarebbe estraniato dal gruppo, cosa impossibile perché la Chiesa non può essere che profondamente legata a Lui, pena il fallimento della testimonianza.

Il secondo problema è dato dalla apparente contraddizione esistente tra il “chi non è contro di noi, è per noi” e “chi non è con me, è contro di me”, ma è facilmente risolvibile perché si tratta di concetti che si adattano alle situazioni: il non essere “contro” può fare riferimento alla neutralità inteso come disinteresse (e in questo caso la contrarietà è evidente perché allude a un cuore impermeabile), oppure alla condizione di chi si mette da parte nell’attesa di capire e non si esprime. Un esempio in proposito lo abbiamo in Nicodemo, dottore della Legge, fariseo e membro dei Sinedrio, che prima ascolta l’insegnamento di Gesù e poi rimane “nell’ombra” fino a quando interviene timidamente in Sua difesa quando i suoi correligionari vorrebbero farlo arrestare (Giovanni 7.45-51) e infine, con Giuseppe d’Arimatea, depone il Suo corpo nel sepolcro (19.39-42). Altro esempio lo abbiamo con Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del Sinedrio, unico descritto come discepolo di Gesù, ma “di nascosto per timore dei Giudei” (17.38), persona che come la precedente ebbe il coraggio dopo molto tempo di manifestarsi come discepolo.

Ecco allora che ogni essere umano deve chiedersi, se “non è contro”, per quale ragione abbia questa posizione e se non sia il caso di intraprendere quel percorso che, un volta per tutte, lo possa porre nella condizione di “concittadino dei santi e membro della famiglia di Dio”. Amen.

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11.39 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 10: IL CREDITORE SPIETATO (Matteo 18.23-35)


11.39 – Il discorso ecclesiologico 10, Il creditore spietato (Matteo 18. 23-35)

 

23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

            Si tratta di una parabola che abbiamo già affrontato, citato più volte e che qui cercheremo di inquadrare aggiungendo nuovi elementi per andare oltre la semplicità del racconto che, per come è esposto e soprattutto con la frase conclusiva “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”, non ha apparentemente bisogno di commenti.

La prima sottolineatura la possiamo fare sulla parola “re”, che tutti traducono in modo identico forse perché scrivere “uomo re”, o “re uomo” come nel testo originale, disorienterebbe. Gesù quindi, introducendo la parabola, usa “è simile ad un re (umano)”a sottolineare che, per la semplicità dell’esempio che andrà a narrare, tutti sono in grado di comprenderlo.

Ora questo “re”, che in quanto tale decide autonomamente e soprattutto senza che nessuno possa opporsi, leggiamo “volle fare i conti coi suoi servi”, termine che non va inteso in senso generale, ma specifico in quanto chiaramente riferito a persone altolocate, di corte, come ministri o responsabili degli affari regali; qui il riferimento potrebbe essere a schiavi emancipati che, presso i monarchi orientali, venivano spesso elevati a cariche di fiducia e responsabilità, come avvenne con Daniele, costituito “…governatore di tutta la provincia di Babilonia e capo di tutti i saggi di Babilonia”(Daniele 2.48).

Riflettendo su quel “volle”possiamo dire che esprime, a parte la non possibilità di opposizione, repentinità e sorpresa da parte dei “servi”interessati, alcuni di loro preparati a un controllo sul loro operato ed altri no. Se Dio non fosse tale non sarebbe imprevedibile, tanto in benedizione quanto nel giudizio: ricordiamo la manifestazione ai 120 in Atti 2.2 o l’esperienza di Saulo da Tarso quando “…avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo”(9.3) o ciò che avvenne a Filippi: “D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono le porte e caddero le catene di tutti”. D’altro canto, abbiamo la realtà degli ultimi tempi, “Quando la gente dirà: «Pace e sicurezza!», allora, d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie di una donna incinta, e non potranno sfuggire”(1 Tessalonicesi 5.3). Pensiamo anche alla pioggia, ai venti e ai torrenti che si abbattono sulla casa costruita sulla sabbia senza che il costruttore non sapesse quando, all’avvertimento “Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”(Marco13.36) e ancora Luca 21.34: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso”.

A proposito dell’imprevedibilità di Dio va sottolineato che coglierà sempre impreparato chi sarà lontano da Lui, perché chi Lo frequenta può avere in mano gli elementi per capire le Sue dinamiche attraverso le promesse contenute nella Scrittura che contiene gli eventi passati, presenti e futuri. Ricordiamo che il diluvio colse di sorpresa tutti, ma non Noè e la sua famiglia, per non citare le parole di Dio in Genesi 18.19 prima della distruzione di Sodoma: “Terrò nascosto ad Abrahamo ciò che sto per fare?”. Anche gli eventi futuri descritti nell’Apocalisse, che riportano nei dettagli ciò che sta per accadere, sono qualcosa di chiuso per il mondo, ma non per coloro che appartengono a Dio.

Bene, il servo della parabola si trova scoperto: il re “Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti”. È già stato sottolineato che questa era una somma enorme, che qui Gesù consapevolmente pone all’attenzione dei discepoli per dare la misura prima del debito, e poi della grazia ricevuta tramite la sua remissione, entrambi – mi si passi il termine – irreali perché è al di fuori della comprensione umana sia che una persona possa distrarre così tanto senza che nessuno se ne possa accorgere, sia che un re possa lasciar passare impunito un simile affronto.

Quello che Gesù vuole qui mettere in risalto è la condizione di quel dignitario che, senza la remissione di quel debito chiesta con le parole “abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”, non avrebbe mai potuto rifondere l’intera somma coi suoi mezzi. La richiesta di pietà di quell’uomo è apparentemente qualcosa di inutile perché la Legge, tanto di Mosé che umana, stabiliva che il debitore potesse essere venduto come schiavo assieme ai suoi figli. Per il debitore insolvente che cadeva in quella misura, la Legge aveva poi il Giubileo, che ricorreva ogni cinquant’anni, con la quale questi veniva liberato, o l’anno sabatico ogni sette.

Questo “uomo re”, quindi, compie un gesto al di fuori della comprensione umana, rinunciando a rientrare in possesso della somma a lui sottratta o quanto meno ad avere soddisfazione mediante l’incarceramento del colpevole, dell’affronto ricevuto. E qui sta il motivo per cui Gesù parla di “uomo re”: quanto da lui raccontato è comprensibile a tutti, non c’è nessun mistero, ma una verità chiaramente rivelata, quella della pietà provata per una persona che non ne avrebbe avuto alcun diritto perché privo di attenuanti. Quel servitore, infatti, sapeva benissimo sia che avrebbe dovuto avere nei confronti del suo re un comportamento leale, quanto che presto o tardi vi sarebbe stato un momento in cui il suo operato, come quello degli altri, avrebbe subito una verifica. Viene infatti sempre, per un subordinato, il momento della valutazione del proprio lavoro.

La descrizione dell’atteggiamento di quell’uomo, “prostrato, lo supplicava”, indica tutto il suo sentimento: aveva il terrore di perdere tutto e arriva a fare una promessa che sapeva non avrebbe mai potuto mantenere perché quel “tutto”che prometteva di restituire era qualcosa di irrealizzabile. Ma fu perdonato anche se poi, come sappiamo, si comporterà nei confronti di un suo debitore con crudeltà e insensibilità ingiustificabili a fronte del trattamento che aveva ricevuto dal suo signore.

E qui abbiamo molti elementi da considerare, prima di tutto lo stato psicologico del personaggio: aveva sottratto una somma, aveva chiesto pietà e l’aveva ottenuta, ma poi tutto era tornato come prima, rimanendo completamente insensibile di fronte alla grazia ricevuta. A differenza di Dio, che legge nei cuori, quel re aveva agito per compassione, sentimento che porta chi lo prova ad immedesimarsi nella condizione di sofferenza e miseria in cui versa un suo simile. Compatire infatti significa “patire insieme”e quel re, di fronte al suo servo, lasciò la sua posizione di dominus assoluto, cui nulla era vietato, che tutto poteva perché tutto aveva, per immedesimarsi in suo sottoposto e nel sentimento che provava, poiché la paura di perdere ogni cosa – ricordiamo “ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva”– era assolutamente reale e aveva prodotto in lui un profondo sconvolgimento.

Avuto il perdono, però, tutto era tornato come prima, cioè quel servo era rimasto lo stesso di sempre, quindi stesse attitudini, stesso non senso del dovere, stessa insensibilità. Questo ci parla del fatto che quando un essere umano, convinto di peccato e quindi consapevole di avere un debito con Dio impossibile da rifondere se non chiedendo pietà, viene da Lui perdonato, solo il tempo darà dimostrazione del fatto che quanto ricevuto sarà stato compreso e avrà prodotto un cambiamento, trasformandolo in una persona diversa.

Ora il fatto che il servo infedele della parabola non fosse stato minimamente intaccato dall’eccezionalità rappresentata dalla remissione del debito ci porta a considerare che, in realtà, il suo invocare pietà era dettato dal fare di tutto per cercare di tamponare l’emergenza drammatica che si era venuta a creare, ma senza mettere minimamente in discussione la propria persona. Si tratta di un comportamento, un modo di essere comune, identico a tutti coloro che vivono per loro stessi, sempre pronti a individuare i torti, veri o presunti che subiscono, ma altrettanto disponibili a darli. Sono quelli che si impegnano con promesse e non le mantengono. Sono quelli che si rivestono di una giustizia che non hanno, che simulano, pronti a calpestare gli altri, ma a ribellarsi ad ogni minima ingiustizia che viene loro fatta, che chiedono sempre e non danno mai, forti con i deboli e deboli con i forti.

Leggiamo al verso 28 “quel servo trovò uno dei suoi compagni”, quindi un suo pari, ragione in più per cui avrebbe dovuto usare lo stesso comportamento che il re aveva avuto nei suoi confronti: non c’era la distanza tra suddito e sovrano, ma un rapporto paritario. Non solo, ma uno aveva distratto, l’altro aveva chiesto in prestito una somma che, per quanto importante, era assolutamente rifondibile qualora il creditore avesse avuto “pazienza”. E questo ci parla del fatto che, se fra Dio e l’uomo esiste una distanza incolmabile che viene appianata col perdóno, tra uomo e uomo c’è solo uguaglianza perché “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”, a meno che Lui stesso intervenga a rimuoverlo.

Vediamo nella parabola che, quando il servitore perdonato si mette ad affliggere il suo pari, ci sono altri pari grado che vanno ad informare il re dell’accaduto: non è difficile collegare questi a quei credenti, compagni di viaggio verso la “casa dalle molte stanze”, che nelle loro preghiere possono chiedere un intervento risolutore di Dio a fronte di comportamenti incompatibili con la funzione rivestita: come Gesù ha insegnato col “Padre nostro”, quando ci si presenta davanti al Signore, non necessariamente esiste solo la lode; anzi, conosciamo quel passo di Apocalisse 6.10 in cui le anime degli immolati per la Parola di Dio e la testimonianza che avevano resto dicono“Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?”. Quando un cristiano si accosta al Trono della Grazia, parla col Dio in ascolto che, per quanto sappia già cosa gli verrà detto, valuta ed esamina nel profondo ciò che è nel cuore e “sa di cosa abbiamo bisogno”, testimonia la Sua attenta valutazione di tutto ciò che chiediamo, altrimenti non troveremmo scritto di pregare incessantemente e rendere grazie “in ogni cosa”(1 Tessalonicesi 5.18). “Sa di cosa abbiamo bisogno”a differenza di noi. E ricordiamo che i discepoli parlavano col loro Maestro di tutto, perché tutto dev’essere vagliato secondo lo Spirito e non secondo la carne.

Tornando al re della parabola, leggiamo che “fece chiamare quell’uomo”: già qui abbiamo la previsione di un giudizio, questa volta inappellabile perché è l’uomo coi suoi atti che si condanna da solo e, nel nostro caso, lo fa dimostrando di disprezzare totalmente quanto ricevuto per grazia. La chiamata del re e le conseguenti disposizioni nei confronti di quel servo alludono chiaramente a qualcosa che si verifica dopo la morte, quando tutti si troveranno di fronte a Lui e non sarà possibile fare qualcosa per mutare ciò che si avrà fatto in vita: “Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”. Se nell’antica Roma il debitore incarcerato era consegnato all’aguzzino per essere costretto al pagamento, in Oriente accadeva spesso che chi si dichiarava insolvente avesse dei tesori nascosti per cui la tortura veniva applicata per costringerlo a dichiarare dov’erano, o per suscitare la compassione degli amici affinché pagassero al suo posto. Sappiamo che, nel caso della parabola, quel “finché”non sarebbe mai arrivato perché “tutto il dovuto”non avrebbe mai potuto essere rifuso.

Su questa dinamica sono illuminanti le parole di 2 Tessalonicesi 1.6-9: “È proprio della giustizia di Dio ricambiare con afflizioni coloro che vi affliggono e a voi, che siete afflitti, dare sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo, insieme agli angeli della sua potenza, con fuoco ardente, per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Essi saranno castigati con una rovina eterna, lontano dal volto del Signore e dalla sua gloriosa potenza”.

Arriviamo così al verso finale, che ci conferma quanto il perdono sia fondamentale perché è lì che si misura se ciò che ci è stato dato dal Signore è stato da noi assimilato realmente: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.Perdonare “di cuore”cioè non formalmente, senza mettendo da parte il ricordo del torto subito per poi farlo emergere al momento opportuno. Il vero perdóno dev’essere lo stesso di Dio, che disse “Io non mi ricorderò dei loro peccati”. Perdonare di cuore implica proprio coinvolgere quella parte di noi che il servo spietato si guardò bene da chiamare in causa, cioè procedere ad un esame di sé con riguardo specifico al vissuto e a quanto ricevuto. Perdonare di cuore significa essere imitatori di Dio, dimostrare di appartenergli, ma va sottolineato che va praticato nel momento in cui l’altro manifesta il proprio rincrescimento esattamente come nei due casi che abbiamo visto, perché quando interviene un’offesa – termine volutamente generico – viene interrotta una comunicazione fra persone che solo il responsabile dell’atto può ripristinare e non certo l’innocente coinvolto. Perché “il di più, viene dal maligno”. Amen.

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11.38 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 9: SETTANTA VOLTE SETTE (Matteo18.21,22)

11.38 – Il discorso ecclesiologico 9, settanta volte sette (Matteo 18. 21,22)

 

21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

 

            Leggendo anche velocemente i versi precedenti notiamo che i discepoli, pur ascoltando con attenzione le parole del loro Maestro, compresero l’importanza del perdóno, ma non quelle della preghiera comunitaria soprattutto riguardo l’ultima frase, “Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Infatti Pietro, colpito dal discorso sulla “colpa”commessa da un fratello e sulle iniziative da attuare per regolarla, si chiese se vi fosse un limite a questo, visto che Gesù non lo aveva specificato. Probabilmente l’apostolo aveva presente che il Talmud prescriveva che si dovesse perdonare non più di tre volte, deduzione tratta da Amos 2.4-6 e Giobbe 33.29,30: “Così dice il Signore: «Per tre misfatti di Giuda e per quattro non revocherò il mio decreto di condanna, perché hanno rifiutato la legge del Signore e non ne hanno osservato i precetti, si sono lasciati traviare dagli idoli che i loro padri avevano seguito. Manderò il fuoco a Giuda e divorerà i palazzi di Gerusalemme». Così dice il Signore: «Per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto di condanna, perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali, essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri, e fanno deviare il cammino dei miseri, e padre e figlio vanno dalla stessa ragazza, profanando così il mio santo nome»”. Qui vediamo che è il quattro a determinare l’irrevocabilità del “decreto di condanna”. Il passo citato di Giobbe poi parla dell’esperienza del giusto: “Egli si rivolgerà agli uomini e dirà: «Avevo peccato e violato la giustizia, ma egli non mi ha ripagato per quello che meritavo, mi ha scampato dal passare per la fossa e la mia vita contempla la luce». Ecco, tutto questo Dio fa due, tre volte per l’uomo, per far ritornare la sua anima dalla fossa e illuminarla con la luce dei viventi”.

Pietro, quindi, conoscendo il significato del numero tre e consapevole dell’importanza del perdóno quale metodo per il mantenimento della vita fraterna, spontaneamente interpreta la quantità di volte in cui una colpa può venire rimessa fino a sette, cifra che allude alla perfezione più del tre: tre è il numero di Dio, quattro è quello dell’uomo e sette è la loro somma dalla quale si deduce facilmente che è lì che si trova la completezza dei due elementi, poiché la creazione è stata fatta in funzione dell’essere umano e per la sua vita, che doveva essere eterna anche sul pianeta creato. L’apostolo aveva allora capito non solo l’importanza del perdóno, ma anche quanto fosse importante, fondamentale esercitarlo non alla luce degli scritti antichi, ma di quel periodo nuovo che sarebbe sfociato nella dispensazione della Grazia che il suo Maestro stava istituendo. Ricordiamo le parole in Luca 17.4, che completano le parole di Matteo in cui il sette è usato per indicare un numero indefinito di volte: “Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: «Sono pentito», tu gli perdonerai»”. Da notare anche i tre “se”, riferiti ad eventualità che portano colpa e pentimento, e il “ma”a lui connesso che modifica la posizione di chi ha agito male.

Nel racconto di Matteo, invece, è Gesù a intervenire con Pietro, e per riflesso su tutti gli altri. Lo fa rispondendo numericamente escludendo che il perdóno fosse qualcosa di cui tenere la contabilità: “settanta volte sette”dà come risultato 490, cifra non impossibile da annotare, ma il cui significato si comprende da ciò che il 70 e il 7 significano. Spesso accade, in questi scritti, di riflettere sui numeri per cui, essendo un tema trattato basilarmente, possiamo lavorare sul settanta, importante perché prodotto del 7×10, cioè della cifra della perfezione come 3+4 e, per il 10, di ciò che il Signore si aspetta dall’uomo. Ciò raffigurato dai comandamenti in cui, anche lì, abbiamo una cifra importante, essendovene 4 per la relazione con YHWH e 6 tra esseri umani, che diventano così dieci.

Il settanta è un numero non semplice a svilupparsi, perché contiene significati a volte opposti tra loro, implica tanto benedizione quanto un giudizio di Dio, oltre ad altri elementi: abbiamo infatti le parole di assurda rivendicazione di Lamec, figlio di Caino, che ponendosi in una posizione che non aveva dichiarò che “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette”(Genesi 4.24), non “settantasette”come altri traducono. Ricordiamo sempre in proposito che il male è una forza che spinge chi lo commette a non fermarsi e questo si trasmette alla sua discendenza: l’omicida di Abele, accecato non tanto dall’invidia e dall’odio, ma a monte da un Io spropositato, generò un individuo che giungerà addirittura a voler rivaleggiare con Dio sulla terra.

Ricordiamo il settanta come numero di condizione perché il Signore lo moltiplichi, come nel caso della famiglia di Giacobbe che entrò in Egitto con questa quantità di persone che componevano la sua famiglia “tutte le persone della famiglia di Giacobbe che entrarono in Egitto, ammontano a settanta”(Genesi 47.27) e, a sottolineare l’importanza del lutto conseguente alla morte del patriarca, tali furono i giorni in cui lo piansero (50.3).

Ancora, da tenere presente Esodo 15.27 e Numeri 33.9 a proposito dell’oasi di Elim: lì il popolo si ritrovò dopo essere uscito dall’Egitto, quando “Partirono da Mara e giunsero ad Elim; ad Elim c’erano dodici sorgenti di acqua e settanta palme; qui si accamparono”. Qui alcuni intravedono gli apostoli e i settanta(due) discepoli inviati in missione da Gesù, anche se a mio parere con questi numeri vengono ricordati al tempo stesso l’amore e la potenza progettuale di Dio per il Suo popolo, che allora lo doveva rappresentare sulla terra, e quello che si sarebbe costituito un giorno.

Sempre restando negli scritti dell’Antico Patto, ricordiamo la risposta alla preghiera di Mosè quando, non riuscendo più a gestire efficacemente le questioni del popolo lui affidato – ricordiamo le sue parole, “Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo, è troppo pesante per me”–  ebbe questa risposta: “Radunami settanta uomini tra gli anziani di Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi, conducili alla tenda del convegno; vi si presentino con te. Io scenderò e lì parlerò con te; toglierò dello spirito che è su di te e lo porrò su di loro, e porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo”. Anche qui vediamo il settanta come premessa perché Dio – e non certo l’uomo – agisca.

Settanta è anche un limite, elemento su cui meditare per mettersi alla ricerca di ciò che è al di là, l’oltre, come in Salmo 90.10: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti; e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via”. Guardando a questa cifra, allora, vediamo il limite severo all’esistenza orizzontale, riassunta nella “fatica e delusione”, nel passare “presto”, cosa che accadrebbe anche se gli anni venissero moltiplicati perché l’uomo, quando è incapace di misurare i propri giorni alla luce dello Spirito, di essi non sa che farsene e la prova concreta di ciò la vediamo nel fatto che rifiuta l’idea della morte.

Abbiamo parlato all’inizio del settanta come giudizio, ma in realtà questo termine così immediato si addice a lui solo in parte, comprendendo sì un provvedimento negativo di Dio – ricordiamo le parole di Geremia 25.11 “Tutta questa regione sarà distrutta e desolata e queste genti serviranno il re di Babilonia per settant’anni”–, ma anche il tempo fissato perché il Progetto del Regno si compia, con la gioia o la disperazione degli uomini a seconda di dove avranno scelto di collocarsi, come detto a Daniele dall’Angelo Gabriele in 9.24, “Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, stabilire una giustizia eterna e suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi”.

Questi, in sintesi, sono i versi che mi sento di applicare al numero oggetto di riflessione. In realtà ce ne sono molti di più, ma tutti raggruppabili sotto le categorie base che abbiamo esaminato. “Settanta volte sette”è allora il tutto, il possibile, il finito che non ha un limite perché, sotto questo aspetto, esercitare il perdono equivale a entrare, se vogliamo, in un percorso circolare: “Se perdonerete agli altri le loro colpe– che avranno riconosciuto –, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche voi; ma se non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”(Matteo 6.14,15). Anche qui, allora, torniamo ad un aspetto del “legare”e “sciogliere”, del “rimettere i peccati”oppure no, azioni che non hanno nulla a che vedere con la permalosità di un individuo che, se presente in lui, necessita di rivedere molti aspetti della sua vita perché, a prescindere dall’età che possa avere, non ha ancora abbandonato quegli elementi che lo caratterizzavano da bambino. Il concetto di Matteo 6, quindi appartenente al sermone di Gesù sul monte, fu da lui specificato in Marco11.25,26: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe”dove il “perdonate”significa porsi in attesa che la controparte si penta, pregando per lei, e non conservare astio o sentimenti di offesa nei suoi confronti.

Concludendo, il “settanta volte sette”dato da Nostro Signore in risposta alla domanda di Pietro, ci parla dell’atteggiamento naturale che deve avere il cristiano di fronte alla richiesta di perdóno, che va dato dimenticando l’accaduto, senza conservarlo per recriminazioni successive anche quando chi è stato già perdonato, eventualmente, ricommette lo stesso errore. Ricordiamo la frase in Isaia 43.25 “Io, io cancellerò i tuoi misfatti per amore di me stesso e non ricorderò più i tuoi peccati”.E chi porrà un punto fermo su tutto questo sarà l’apostolo Paolo che, scrivendo ai credenti della Chiesa di Roma, in 12.21, inviterà a provvedere in merito con le parole “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”. Amen.

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11.37 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 8: CONCORDIA E PRESENZA (Matteo18.18.20)

11.37 – Il discorso ecclesiologico 8, concordia e presenza (Matteo 18. 18-20)

 

18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

 

            Riportiamo il verso 18, affrontato nello scorso capitolo, perché strettamente connesso ai due successivi: qui Gesù mostra la Sua Chiesa come un organismo che agisce sotto un’autonomia responsabile, in Sua assenza fisica, fedele ai suoi compiti perché animato dal di Lui timore, termine che, più che alla paura, fa riferimento alla consapevolezza della Persona con la quale si ha a che fare: Gesù non si può ingannare e il fatto che “scruti i nostri pensieri”e dia “la giusta retribuzione”a seconda di come operiamo credo basti. Una Comunità i cui membri hanno cercato e trovato, hanno abbandonato gli elementi del mondo in modo tale che non ne sono più dominati, cui preme una fedeltà reale e non nominale alla Parola di Dio, potrà veramente “legare” e “sciogliere”, ma anche realizzare la promessa del verso successivo, sostenuta dall’Amen di Cristo: “In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”.

Cercando ora di esaminare queste parole possiamo fare la prima sottolineatura, a parte sull’autorevolezza rappresentata dall’ ”amen”, sull’indicazione del luogo, “sulla terra”, qui usata per ricordare tanto la distanza quanto la vicinanza di Dio al Suo popolo nonostante le dimensioni che caratterizzano entrambi, la “terra”e il “cielo”, perché“In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi”(Isaia 57.15). E il ponte tra le due identità, uomo e Dio, è lo Spirito Santo. In un precedente capitolo, riguardo ai differenti luoghi in cui entrambe operano, è stato ricordato il verso “Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferire parole davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole”(Ecclesiaste – o Qoèlet – 5.1).

Veniamo ora alla premessa espressa nel verso 19, purtroppo interpretata alla lettera da molti intendendo quel “qualunque cosa”come ciò che è a loro capriccio, riconoscendo a questa espressione un potere quasi magico, ma dimenticandosi che le parole di Gesù, non solo qui, vanno lette in senso spirituale, quello che allora gli Apostoli né i discepoli erano in grado di fare. Non è escluso che loro stessi, ascoltandole, le abbiano interpretate in questo modo, ma furono poi da loro inquadrate correttamente una volta disceso lo Spirito Santo.

Vediamo ora le promesse di Nostro Signore in tal senso, fermo restando che si tratta di un impegno preciso che Lui stesso si assume. Il primo passo è rivolto a tutti gli uomini e donne alla Sua ricerca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto”(Matteo 7.7). Si tratta di un appello a non desistere, a chiedere, cercare e bussare, tutte azioni che denotano uno stato di necessità dimostrato da chi lo compie. Soprattutto una volta trovato e che ci è stato aperto, ecco il chiedere come pratica costante, poiché tutto il verso è caratterizzato da una libertà incondizionata in quanto non viene indicato un limite massimo di volte in cui chiedere o bussare. Dio ha un ufficio, o un “negozio” dove comprare “senza denari e senza prezzo”che non è aperto “dalle – alle”, ma sempre.

Promesse importanti le troviamo in (Matteo) 21.22 “…e tutto ciò che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete”e in Giovanni 14.13, stretto parente del verso che stiamo esaminando: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualcosa nel mio nome, io la farò”. Anche qui abbiamo “qualunque cosa”, ma anche “nel mio nome”, precisazione che sostiene la responsabilità che ci assumiamo nella preghiera che in molte assemblee cristiane si usa concludere così quasi come una forma rituale, purtroppo spesso dimenticando che “nel nome di Gesù” è compreso ciò che Lui approva ed è, quindi è riferita al cammino sotto la Sua guida. Infatti così scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”. E qui troviamo delle prime tracce, delle indicazioni viste in quel “se”, che tante volte e non solo qui viene sottovalutato, quando in realtà un “se”nella vita del cristiano c’è sempre ed è quello che fa la differenza in tante circostanze che lo riguardano.

Cominciamo così a mettere a fuoco il significato di quanto promesso da Gesù anche in 5.14,15: “E questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto gli abbiamo chiesto”. Credo che qui sia quel “secondo la sua volontà”a determinare la risposta, che certo può valere anche per le nostre esigenze materiali, perché altrimenti la preghiera del “Padre Nostro”non sarebbe stata insegnata. In Giacomo 5.14-18 leggiamo “Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. (…) molto potente è la preghiera efficace del giusto”. Prima di pregare, quindi, è necessario un esame, per vedere se possiamo accostarci al Padre considerati come aventi diritto a farlo, secondo la Sua Parola oppure no, e in questo caso porvi rimedio. Giacomo poi passa a descrivere la preghiera del singolo citando un esempio illustre: “Elia era un uomo come noi: pregò intensamente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi, pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto”,anche qui riferita ad un fatto di testimonianza e non perché Elia si servisse di quel miracolo per fini personali.

Mi sono chiesto se, negli scritti del Nuovo Patto, fosse possibile trovare una conferma al verso in esame, vale a dire la promessa dell’esaudimento di una preghiera della Comunità concorde, caratteristica che aveva appunto la prima Chiesa come in Atti 1.14: “Tutti questi– a quel tempo gli undici – erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui”. Ebbene, leggiamo 12. 5-12 che riferisce un episodio avvenuto tempo dopo: “Mentre Pietro era in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva». Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove molti erano riuniti e pregavano”.

 

Altra domanda che ci possiamo fare è se esista differenza fra la preghiera del singolo e quella comunitaria, e la risposta va inquadrata in modo direttamente proporzionale al progetto esistente, poiché ciascun credente è testimone dell’aiuto multiforme che riceve da Dio individualmente, ma la Chiesa, quindi tutti i suoi membri, hanno dovere di pregare per il suo sviluppo e perché possano testimoniare in modo efficace, più opportuno, per portare delle anime a Cristo. Ecco perché abbiamo letto recentemente che, dopo la preghiera Comunitaria, tremarono i muri del luogo in cui la Chiesa era ospitata.

Può essere di consolazione sapere che la preghiera ha una funzione temporanea, vale a dire fino a quando saremo presenti su questa terra, come dalle parole che Gesù disse ai Suoi: “Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla”(Giovanni 16.22,23). E qui Nostro Signore parla tanto di quando si manifesterà a loro dopo la sua risurrezione, quanto dell’incontro finale dei credenti con Lui.

Veniamo così al verso 20 in cui Gesù espone una verità allora in forma embrionale, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, che completa un altro passo, quello relativo alla missione data ai discepoli “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(Matteo 28.20.

Gesù è allora con il singolo, sempre, ma la Sua presenza si realizza nella Chiesa composta dai “due o tre”in poi. Sappiamo già della differenza con la Sinagoga, che di persone ne richiedeva almeno dieci, lasciando in tal modo sguarniti quei piccoli centri isolati dove gli israeliti non potevano riunirsi se in numero inferiore a quello prescritto, ma senza realizzare un’assemblea. E sappiamo che la Sinagoga non era un centro culturale, ma quello in cui le persone si riunivano per essere istruite dai Maestri nella Legge, nei Profeti e negli altri libri.

Ebbene, la Chiesa è tale anche con due persone, cui spetta la responsabilità di pregare perché il Signore voglia farla crescere, cosa che certamente avverrà se lo spirito di servizio e la concordia animeranno questo primo nucleo che sarà in grado non di far proseliti, ma di vivere, progredire e soccorrere quelle anime alla ricerca di Dio. Ecco allora che anche Marco 11.24, “Tutto quello che chiedete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà”, alla luce dello sviluppo che abbiamo fatto, implica la consapevolezza di cosa si chiede: la risposta del Padre non potrà mancare proprio perché la Chiesa avrà posto le premesse per la realizzazione dell’esaudimento. Sono convinto che questo, e non altro, rientri nel “qualunque cosa”che verrà ottenuto dal Padre. E che il resto, avendo cercato prima il “Regno di Dio”, verrà dato in aggiunta. Amen.

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11.36 – IL DISCORSO ECCLEIOLOGICO 7: IL RAPPORTO FRATERNO II (Matteo 18.15-18)


11.36 – Il discorso ecclesiologico 7, il rapporto fraterno II (Matteo 18. 15-18)

 

15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

 

            Prima di affrontare questa seconda parte, che inizia dal verso 16, occorre ricordare che quanto esposto da Nostro Signore è solo in apparenza una procedura da seguire letteralmente perché, se si guardasse solo a quella, faremmo di queste parole un manuale di istruzioni e perderemmo di vista la sostanza, volta al recupero della persona che ha agito in maniera inopportuna nei confronti di un fratello, o sorella, oltre che a fare emergere lo spirito che la anima concretamente. Scopo di quanto descritto è quello di responsabilizzare il soggetto di fronte a un errore che solo la dinamica dell’episodio potrà determinare, ad esempio, come volontario o involontario, giustificato oppure no, come quell’ “adiratevi e non peccate”citato nel capitolo scorso in cui l’ira o lo sfogo in un determinato contesto non è visto come qualcosa di illegittimo, mentre lo è quando avviene in modo incontrollato.

Ricordiamo le parole del verso 11, “se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello”, collegabile a Proverbi 9.7-9 e 15.12: “Chi corregge il beffardo si attira insulti, chi riprende l’empio riceve affronto. Non riprendere il beffardo, per evitare che ti odi; riprendi il saggio, e ti amerà. Istruisci il saggio, e diventerà più saggio che mai; insegna al giusto e accrescerà il tuo sapere”. Spiega il principio il secondo passo, “Il beffardo non ama che altri lo riprenda; egli non va dai saggi”. Anche qui, oltre a venire rimarcato l’abisso che separa chi appartiene all’una o all’altra categorie di persone, abbiamo la possibilità di raccordarci alle parole di Gesù in esame, tese, come detto, a far emergere lo spirito della persona perché, in sostanza, “il saggio”è impossibile che non ascolti un’osservazione obiettiva e ragionata di un fratello, o di questo accompagnato dai “due o tre testimoni”qualora il primo tentativo non raggiunga il risultato sperato.

Le parole “prendi con te una o due persone”è poi un chiaro riferimento a Deuteronomio 19.15: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno avrà commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni”ed ecco perché, prima di dirlo “alla comunità”, è necessaria la presenza di più persone al confronto con chi ha commesso l’errore. Possiamo osservare che la testimonianza di più persone, all’epoca della Legge, contribuiva a rendere il fatto concreto potendo ogni testimone nella possibilità di riferire particolari e dettagli che magari erano sfuggiti ad un altro; ciò avveniva in modo più o meno concorde, da valutarsi da parte di chi era chiamato a giudicare quanto realmente avvenuto.

Trasportando poi il verso di Deuteronomio alle parole di Gesù, la presenza dei testimoni non ci parla di un processo in atto, cioè del fatto che i “due o tre”svolgano una semplice presenza per poi riferire quanto accaduto, ma di un fatto costruttivo: la loro partecipazione è giustificata dal fatto che il primo tentativo di conciliazione non ha avuto l’esito sperato, ma è richiesta la presenza di persone mature, “abituate a discernere il bene dal male”e pertanto in grado di esprimere pareri e consigli tesi a redimere la questione. I “testimoni”in questione, quindi, non sono chiamati a registrare ogni parola tenendosi in disparte, ma a rendersi conto delle ragioni dell’uno e dell’altro, valutare lo spirito che muove entrambi senza parteggiare per nessuno dei due, chiamati a valutare anche in previsione di quanto verrà poi riferito alla Chiesa. Il fatto che i testimoni siano parte attiva in questa operazione è confermato dal verso 17, e cioè “se disdegna di ascoltarli, dillo alla Chiesa”: “ascoltarli”, non “riceverli”.

Credo sia importante sottolineare che questa procedura è ben lontana da quella prevista per una querela o a un processo per calunnia che si celebra nei nostri tribunali, ma a difesa di quell’equilibrio che, se viene a mancare in una Chiesa o Comunità, la rende inevitabilmente sterile e la porta poco a poco allo spegnimento, come dalle parole di Apocalisse 2.5 in cui leggiamo “Se non ti convertirai, verrò a te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto”. Quando infatti una Chiesa è animata da spirito di parte e non da quello Santo, quando il compromesso e il portare avanti posizioni umane non viene combattuto in egual misura da tutti i suoi membri, ecco che arriva il fallimento, l’incapacità di testimoniare e predicare il Vangelo di Gesù Cristo. Ed ecco perché, quando una Chiesa si raduna, è richiesto che ogni suo componente si misuri alla luce di Esodo 23.15, 34.20, Deuteronomio 15.13 e 16.16, tutti riportanti il medesimo concetto – si noti che i versi sono quattro –: ”Non si dovrà comparire davanti a me a mani vuote”, cioè prive di un frutto che siamo chiamati a portare continuamente perché è nell’Assemblea che il Signore è presente secondo la Sua promessa e scruta i cuori per vedere chi si presenta a Lui degnamente.

L’Assemblea cristiana infatti non si concreta né si può realizzare, risolvere in un rito religioso, ma nel contributo spirituale che ciascuno porta, nel desiderio di incontro e sostegno tra fratelli e sorelle che non fanno parte di un ordine o un’associazione più o meno benefica, ma adorano “in spirito e verità”Dio Padre e Gesù Cristo. Purtroppo, molti oggi hanno perso di vista questo principio e così le Chiese poco a poco si spengono a livello non solo di comunione fraterna, ma soprattutto nei confronti della potenza del Vangelo. Ricordiamo quanto si verificò in Atti 4.31: “Quando ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono ripieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza”.E sottolineiamo che tale manifestazione avvenne dopo una preghiera molto particolare, in cui si richiedeva l’assistenza perché il Vangelo fosse annunciato: “E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce– Erode, Pilato e Israele – e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù”. I presenti, cioè, si preoccuparono del recupero di quanti avrebbero creduto grazie al porgere il Vangelo nei modi opportuni per ciascuno e non dei loro problemi personali, come sappiamo fece Salomone quando, guardando alla sua persona e riconoscendosi mancante di sapienza per reggere il governo del suo popolo, la chiese, come più volte ricordato.

Tornando al nostro testo, vediamo la terza ed ultima soluzione nel caso la questione tra i due interessati non possa venire risolta: “Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità, e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano o il pubblicano”. Anche qui la Chiesa, o Comunità, è vista non come un organismo che difende i torti o le ragioni, ma guarda al principio, valuta i pro e i contro in modo spirituale per rimuovere quanto si è venuto a creare nell’interesse non di una norma, ma delle ragioni che hanno portato alla sua istituzione. E la Comunità è qui vista non a livello di insieme completo, ma di quei credenti ancora una volta in grado di esprimere un giudizio maturo e responsabile, come raccomandato più volte nelle lettere di Paolo, già applicato dagli Apostoli nella primitiva Chiesa. Abbiamo parlato di offese, ma teniamo presente che queste comprendono uno spazio molto più ampio di argomenti, come possono essere delle posizioni dottrinali che una persona può assumere, in contrasto a quanto stabilito unitariamente; ricordiamo ad esempio Atti 15.6 quando, a fronte dell’affermazione in base alla quale la circoncisione dovesse essere applicata a chi si convertiva, leggiamo “Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema”.

Un verso che fa da “ponte” ed amplia la panoramica della “colpa”circa gli equilibri che la Chiesa è chiamata a difendere è da vedersi in Romani 16.17,18 “Vi raccomando poi, fratelli, di guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro l’insegnamento che avete appreso: tenetevi lontani da loro. Costoro, infatti, non servono Cristo Nostro Signore, ma il proprio ventre e, con belle parole e discorsi affascinanti, ingannano il cuore dei semplici”. “Belle parole e discorsi affascinanti”sono collegati a quei concetti che possono suscitare la curiosità istintiva umana e interpretano, altrettanto umanamente, contenuti spirituali servendo il realtà “il proprio ventre”, espressione che si riferisce a ciò che non ha a che vedere neppure con la semplice intelligenza. Questi ragionamenti, come scritto da Paolo, “ingannano il cuore dei semplici”, cioè di coloro che stanno imparando e sono molto più vulnerabili rispetto a chi ha già effettuato un percorso di fede e confronto con la Parola di Dio.

“Sia per te come il pagano e il pubblicano”è una frase forte, che non necessita di un gran commento, poiché sappiamo che per gli ebrei tanto l’uno che l’altro erano persone ritenute impure e con le quali nessuno aveva a che fare.

È invece meritevole di attenzione l’ultimo verso, il 18, perché stabilisce l’autorità data alla Chiesa, guidata dallo Spirito Santo nel “legare”o “sciogliere”, espressione che sta a significare rendere legale o illegale una cosa oltre che porre dei vincoli, aprire o chiudere una posizione dottrinale proprio come, ad esempio, fecero gli apostoli con l’esempio di Atti 15.6 che abbiamo citato, poi risolto ai versi 19 e 20. La Chiesa è allora chiamata a intervenire, come “colonna e sostegno della verità”, in tutte quelle questioni che ogni credente può sempre porre per i problemi più svariati, e dare delle risposte e provvedimenti perché altrimenti non sarebbe tale nel senso che, non agendo, dimostrerebbe di non avere un mandato. E qui si apre un discorso assolutamente vasto, credo impossibile a svilupparsi in poco né in molto spazio. “Legare”o “Sciogliere”è una responsabilità che possono assumersi in pochi, al contrario di quanto spesso avviene perché la vera sottomissione al Signore e allo Spirito è cosa rara e le “chiavi”verranno consegnate a Pietro solo dopo la discesa dello Spirito Santo e una sua provata maturazione, non prima. Ora, vediamo che queste vengono date anche alla Chiesa, ma quanti oggi sono in grado di usarle? Ricordiamo anche Giovanni 20.23, “A coloro cui perdonerete i peccati, saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”che ha stretta attinenza con quanto esaminato e non può essere applicato alla confessione auricolare, ma rientra proprio con quanto fin qui esaminato. E il perdono è una cosa molto seria, che comprende tante situazioni che comportano il pentimento perché questo possa verificarsi perché altrimenti si cadrebbe “…sotto il potere di Satana, di cui non ignoriamo le intenzioni”(2 Corinti 2.11).

Concludendo: quando la Chiesa stabilisce che una persona debba essere considerata “come il pagano o il pubblicano”significa che quella, per le posizioni assunte di fronte a lei e non tanto di fronte a un fratello a seguito di una semplice contesa o torto, non è in possesso di quelle caratteristiche interne che portano inevitabilmente un frutto di amore, pace e fedeltà alla Parola.

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11.35 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 6: IL RAPPORTO FRATERNO I (Matteo 18.15-18)

11.35 – Il discorso ecclesiologico 6, il rapporto fraterno I (Matteo 18. 15-18)

 

15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

 

            È la parola del verso 17, qui tradotta con “comunità”, letteralmente “assemblea”e da altri “Chiesa”che troviamo la giustificazione al titolo di queste riflessioni, “il discorso ecclesiologico”, perché qui, per la prima volta nei discorsi di Gesù riservati ai discepoli, si parla di qualcosa che va oltre alla Sinagoga ebraica, che mai avrebbe avuto il potere di“legare e sciogliere”correlato a ciò che è “in cielo”. Ricordiamo anche le due scuole rabbiniche di Hillel e Shammai, la prima più rigida e l’altra più elastica nell’interpretazione della Legge, che però non ebbero alcun potere in tal senso. Sempre per la prima volta, poi, viene descritta la comunità dei credenti come un organismo vivo, chiamato ad agire e operare anche al suo interno e non solo nella predicazione del Vangelo, in quanto composta da esseri umani che, nonostante la chiamata ad essere “santi”, possono sbagliare e non essere effettivamente liberati da quegli elementi tipici del mondo che li hanno caratterizzati prima della loro salvezza. Per molti queste parole possono costituire un controsenso, ma dobbiamo pensare che riguardano l’uomo nel profondo e dimenticano che, se Cristo li ha liberati dal peccato, non significa che di colpo hanno raggiunto la perfezione, ma sono stati posti nella condizione di perseguire un cammino di verità che richiede lo spogliarsi costante dell’ “uomo vecchio”con tutte le sue prepotenti esigenze.

Ricordiamo in proposito alcuni passi importanti, il primo dei quali già citato: “Celebriamo la festa – la Pasqua, quindi il memoriale– non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità”(1 Corinti 5.8), invito rivolto a quei credenti che non si sono ancora liberati del “lievito vecchio”, ma ancor di più Efesi 4.17-32 che descrive in modo perfetto ciò che eravamo e ciò che siamo, o dovremmo essere, condizionale che non ammetterà scusanti quando ci troveremo davanti a Lui nel “rendiconto”: “Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore– notiamo l’appello accorato dell’Apostolo – : non comportatevi più– perché il ricordo di quelle azioni non è scomparso e neppure il loro richiamo – come i pagani con i loro vani pensieri, accecati nella loro mente, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e della durezza del loro cuore. Così, diventati insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza e, insaziabili, commettono ogni sorta di impurità. Ma voi– ecco l’identità nuova – non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”.

In questa prima parte, allora, Paolo ricorda ciò che gli Efesi erano e ciò che sono, situazione che può dirsi ed essere stabile solo se la condotta dell’uomo vecchio viene abbandonata e si pone in opera il rinnovamento, azione che non finisce mai. Il testo prosegue: “Perciò, bando alla menzogna e dite ciascuno la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date spazio al diavolo. Chi rubava non rubi più, anzi lavori operando il bene con le proprie mani, per poter condividere con chi si trova nel bisogno. Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato voi in Cristo”.

Ecco, quanto letto possiamo definirlo un appello,  un richiamo accorato a riconoscere i difetti ancora presenti in noi per operare alla loro eradicazione esattamente come quando, poco prima nel suo discorso, Nostro signore aveva parlato della necessità di amputare la mano, il piede e/o l’occhio a seconda della “concupiscenza”che attrae ciascun membro della Chiesa. E ricordiamo ancora Colossesi 3.10,11 che ricorda quanto avvenuto in noi un giorno: “Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova– azione quindi che si sviluppa nel tempo e non subito – per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Sciita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei confronti di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose, rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto”.

Appare ora evidente che, nei passi dell’Apostolo citati, la divisione netta fra chi appartiene a Dio e chi no, quindi tra “uomo vecchio”e “uomo nuovo”, diventa tale solo nel momento in cui chi ha creduto sceglie di aderire al progetto di Dio in prima persona, cioè operando in sé affinché il Signore sia posto nella condizione di agire attraverso il suo Santo Spirito; viceversa, quanto viene letto e la partecipazione alle riunioni dell’Assemblea resteranno solo atti compiuti senza altro scopo che quello dell’apparenza e della soddisfazione della carne, di quella sua parte erroneamente definita “spirituale”.

 

Fatta questa importante premessa, possiamo affrontare quanto detto da Gesù ai discepoli che, in questo intervento, forse allude a quella discussione animata avvenuta poco prima, quando vi era stata la discussione tra chi di loro fosse “il maggiore”, cioè il più importante, il più atto a comandare sugli altri, o il preferito dal Maestro. Ancora, ricordiamo quando si erano rivolti accuse reciproche perché si erano ritrovati con un solo pane sulla barca, insufficiente a sfamarli. Possiamo dire che sicuramente quanto avvenuto nei due episodi era qualcosa di tipicamente, tristemente umano e altrettanto la è l’ipotesi formulata al verso 13, “Se un tuo fratello commetterà una colpa contro di te”, dove la “colpa”, originale dal greco “peccare contro, ingiuriare”, si riferisce a torti o a litigi di natura privata. Superficialmente c’è chi è convinto che certe cose, fra veri cristiani, sia impossibile che succedano, ma qui – e non solo – emerge l’esatto contrario, anzi, vi è un richiamo a Levitico 19.17-19 “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. Osserverete le mie leggi”. Ed è bello considerare che, se in questo passo abbiamo delle proibizioni ferme, nelle parole che troviamo negli scritti del Nuovo Patto il motore che muove i componenti della Chiesa è l’amore che portano in e per Cristo a spingerli, che non consente l’odio covato nel cuore. L’amore per il “prossimo”viene poi purtroppo generalizzata ed estesa a chiunque, mentre in realtà è riferita a chi è “vicino”, quindi al confratello, o consorella e non può essere applicata alle persone con le quali abbiamo a che fare quotidianamente, che non fanno parte della famiglia di Dio. Non si tratta di comportarsi come dei settari, ma di dare priorità e chi la deve avere tenendo sempre presente che coloro che non conoscono l’amore di Dio possono comunque diventare suoi figli in futuro, a meno che non abbiano uno spirito di opposizione.

Possiamo dire che l’offesa e il contrasto portato da chi appartiene al mondo è naturale e inevitabile ma quella portata da un fratello, per le dinamiche che si sono instaurate, è innaturale ma possibile, e allora occorre agire affinché si pervenga ad una soluzione proprio perché quello stato di inimicizia conseguente alla “colpa”contro la persona venga a cessare: esattamente come per le amputazioni di cui Gesù ha parlato poco prima di questi versi, tese ad impedire lo sviluppo di situazioni moralmente e spiritualmente incresciose, con il “va’, e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolta, avrai guadagnato il tuo fratello”, abbiamo la cura contro il rancore, “il rancido del cuore” come qualcuno lo ha definito, che sfocerebbe inevitabilmente in astio aperto facilmente riconoscibile dagli altri componenti della Chiesa che, ignorandone le cause, potrebbero venire scandalizzati ed interrogarsi in merito senza possibilità di comprendere.

“Avrai guadagnato il tuo fratello”è il risultato del “se ti ascolta”, cioè ammette il proprio torto e qui viene chiamata in causa l’intelligenza spirituale tanto dell’una quanto dell’altra parte, poiché l’eventuale offeso deve porre amorevolmente l’offensore nelle condizioni di ammettere il proprio errore; in altri termini non basta dire “tu mi hai fatto questo”, perché altrimenti la questione verrebbe posta nello stesso ambito in cui l’offesa è stata generata e la contesa si riproporrebbe identica. Piuttosto, qui vengono chiamate in causa la verità e la carità assieme affinché il fratello sia guadagnato, cioè che la contesa cessi a vantaggio dell’amore possibile solo nel momento in cui la parte colpevole comprenda – più che ammetta, perché quello viene da sé – il proprio errore. Anche qui possiamo citare ad esempio il profeta Natan che, quando dovette far riconoscere a Davide il peccato commesso con la moglie di Uria, non andò da lui accusandolo, ma gli narrò una parabola ponendolo nella condizione di autoaccusarsi, rivelandogli successivamente che era lui ad avere sbagliato e non il personaggio ipotetico presentato (2 Samuele 12.1-12): Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui». Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà». Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo»”.

Ecco allora che, porgendo ai suoi discepoli questo insegnamento, Gesù non intende esporre soltanto una formale, corretta procedura, ma sottolinea l’obiettivo primario, il “guadagnare il tuo fratello”che, “se ti ascolta”, si troverà ad essere un debitore spirituale perché, grazie a quell’intervento, sarà stato posto nelle condizioni di crescere spiritualmente avendo rimosso un’importante pietra d’inciampo nel proprio cammino. Inoltre, chiamando in causa l’intelligenza dell’offeso, avrà posto quest’ultimo nelle condizioni di utilizzare una strategia tesa non al redimere ciò che di umano si era venuto a creare, ma al ristabilimento di un equilibrio tanto necessario quanto inevitabile per entrambi perché, nel culto, la presenza dell’inimicizia e della non comunione piena non sono ammessi. L’obiettivo finale è infatti posto in risalto da Giacomo, “fratello del Signore”: “…se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati”(5.19,20). Perché siamo esenti dall’errore fino a prova contraria. Amen.

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11.34 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 5: LA PECORA SMARRITA (Matteo 18.24-27)

11.34 – Il discorso ecclesiologico 5: la pecora smarrita (Matteo 18. 24-27)

 

12Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? 13In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.

 

            Chi legge questa parabola prova, tecnicamente, un sottile senso di smarrimento perché è indubbio che sia connessa a quella, dal racconto più esteso, inserita in un gruppo di tre che trattano il recupero della persona (Luca 15.4-7), che svilupperemo più avanti quanto a testo: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non ascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. Si tratta indubbiamente di un’esposizione più ricca di dettagli, dedicata a chi si era radunato per ascoltarlo, “i pubblicani e i peccatori”, oltre che “i farisei e gli scribi”che “mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Nel nostro testo, più stringato, Gesù parla ai suoi. In entrambi i racconti abbiamo però gli stessi numeri, il cento e il novantanove, che vanno esaminati per capire meglio ciò che Nostro Signore volle annunciare in entrambe le circostanze.

 

Il numero cento: già il fatto che sia il risultato della moltiplicazione di 10×10 ci dà l’idea che troviamo la figura di quanto basta agli occhi di Dio non dal punto di vista della sufficienza, ma del raggiungimento delle Sue aspettative, non di più né di meno, e quindi ci parla di ciò che Lo soddisfa. Il 100 è al tempo stesso rappresentazione di una cifra precisa, mi viene da raccordarla con “il giorno e l’ora” conosciuti solo dal Padre, vista nel massimo che l’uomo può dare, come leggiamo nel risultato della germinazione dei terreni: “Un’altra parte cadde nel terreno buono e diede il frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno”(Matteo 13.8), là dove la il “terreno buono”è identificato in “colui che ascolta la parola e la comprende”(v.23). Ascolto e comprensione formano quindi un tutt’uno e siamo responsabili dell’una e dell’altra azione perché altrimenti saremmo come colui che si guarda allo specchio in Giacomo 1.23,24: “Se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio; appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica com’era”, descrizione che purtroppo si adatta a molti.

Ricordiamo poi, tornando al tema numerico, i cento denari di debito al “servo spietato”, indice questa volta di proporzione, cioè relativi alla fattibilità del rifonderlo, i gruppi “di cento e di cinquanta”visti nel miracolo della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Possiamo anche definire questo numero come quello in cui Dio e l’uomo si incontrano, perché Gesù disse “Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la ita eterna nel tempo che verrà”(Marco 10.30). Abbiamo poi gli anni di Abrahamo quando diventò padre di Isacco, appunto cento (Genesi 21.5), contrapposti agli 86 di quando ebbe Ismaele (16.16) e ai novantanove di quando gli fu promesso un figlio da Sara.

Stante ciò che il cento rappresenta va da sé che il novantanove sia un chiaro indice non tanto di inferiorità, ma di mancanza, incompletezza di fronte alla quale si rende necessario un diretto intervento di Dio perché questa venga a cessare: qui viene raccontato di un pastore che, dopo uno dei tanti conteggi di controllo durante la giornata, si accorge che una pecora manca. Rileviamo che qui Nostro Signore parla di “pecore”, cioè di un animale ben preciso affrontato già diverse volte, ma qui direi che è necessario sottolineare che la pecora in questione è già sua, quindi il riferimento è all’uomo chi gli appartiene tanto prima che dopo avere fatto la Sua conoscenza. E sono convinto che qui, a parte le riflessioni che faremo più avanti quando esamineremo la parabola nella sua forma “completa” in Luca 15, stia la totalità del principio: Gesù disse ai Giudei “voi non credete, perché non siete delle mie pecore”(Giovanni 10.26), cioè non lo erano né lo sarebbero mai stati perché il loro “padre”era un altro (8.44). Ora il discorso si fa più sottile, perché se il cristiano salvato appartiene a Dio ed è quindi una “pecora”, in un certo senso lo era anche prima pur non essendo ancora stato chiamato e salvato: se infatti i nomi scritti nel libro della vita lo sono “prima della fondazione del mondo”, va da sé che già mentre eravamo peccatori, senza rendercene conto, avevamo degli elementi in noi che sarebbero germogliati un giorno. Per non creare fraintendimento con queste mie frasi, era come se fossimo attesi ed ecco perché il nostro nome era già scritto, conosciuto.

Qui dobbiamo prestare attenzione perché ciò non ha nulla a che vedere con la predestinazione in quanto l’uomo è sempre libero di scegliere, si trova perennemente di fronte a un bivio anche solo ogni qualvolta pensa. La decisione sulla strada da percorrere viene fatta volontariamente dalla persona e senza nessuna influenza nonostante pesino le scelte fatte anzitempo dalla propria famiglia, che di lui porta tanto la responsabilità quanto gli trasmette elementi di cui farà tesoro in seguito, nel bene e nel male. La possibilità di mutare l’indirizzo della propria vita però c’è sempre, la chiamata di Dio è per ogni uomo e soprattutto è personale, per cui personalmente si accetta o personalmente si rifiuta. Poi, a rendere pratico il verso che abbiamo visto tempo fa, “Nessuno viene a me se il Padre non lo attira”, è la somma di un’infinità di elementi, tutti volontari e valutati da Colui che è.

Il pastore “lascia le novantanove sui monti”, dove non possono smarrirsi, in un recinto o sorvegliate dai cani, e va “a cercare quella che si (è) smarrita”: deve fare fatica, tornare indietro, chiedersi la direzione che un animale come la pecora, priva di orientamento, può avere preso. Deve controllare eventuali tracce sul terreno, guardare negli anfratti, fra i cespugli, tendere l’orecchio per sentire un eventuale belato. Notiamo anche come sia esclusa la possibilità che la pecora in questione sia stata rubata, ma l’esempio vale per quella che si è persa e anche qui intravediamo la verità in base al quale “nessuno può strapparle dalla mia mano”perché la pecora può perdersi, ma non morire.

Mi sono chiesto a questo punto il perché e come un uomo possa smarrirsi e qui possiamo aprire due discorsi, il primo riguarda la vita condotta prima dell’incontro col Signore Gesù: come la pecora, vagavamo cercando di nutrirci con quel poco che riuscivamo a trovare. E c’era un senso di incompletezza, più o meno dominante. Aspirazioni che si inseguivano, ideali di vita che a volte sembravano vicini, altre si allontanavano, ma la consapevolezza di essere persi non c’era e ci si limitava a rincorrere un vuoto lontanamente consapevole. E quando siamo stati trovati, tutto è cambiato, siamo stati portati in una dimensione prima sconosciuta.

L’essere credenti, però, non ci garantisce l’ingresso in una sorta di paradiso terrestre in cui “tutto è bellissimo” e si vive perennemente con “la pace nel cuore”, ma siamo sempre in un mondo che richiede adesione, che tenta, propone modelli di vita e ideali di fronte ai quali esiste sempre il rischio di soccombere, soprattutto se non si hanno conosciuto quegli spazi e sistemi che fanno maturare. E allora anche in questo caso è facile perdersi, come la pecora della parabola che, probabilmente, è rimasta indietro nel percorso del gregge. E qui si parla comunque di un animale preciso, quindi, in base a questa seconda classificazione, di un appartenente della Chiesa, di un salvato il cui nome è scritto nel libro della vita, perché altrimenti la classificazione sarebbe diversa (ricordiamo le parole su quelli che “se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione”in Ebrei 6.6). Ebbene, anche qui l’opera del pastore è la stessa, si mette a cercare.

Notiamo che al verso 11 Gesù non dà per scontato il fatto che la sua ricerca abbia un esito felice: “Se riesce a trovarla”perché trovare una pecora implica tanto la messa in atto degli accorgimenti citati poco prima, quanto il chiamarla e soprattutto che lei risponda, come in effetti avviene ancora oggi, fatto di cui troviamo traccia anche nelle parole che descrivono il rapporto del Pastore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”(Giovanni 10.27). Nel nostro caso, allora, quel “Se riesce a trovarla”implica il fatto che la pecora risponda, si metta a belare per farsi sentire e sappiamo che in quel caso il ritrovamento è inevitabile.

La parabola qui esposta credo abbia un significato diverso da quella che ritroveremo in Luca, poiché, ricordando le parole citate all’inizio, leggiamo che il pastore “va in cerca di quella perduta, finché non la trova. Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici, e dice loro «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta»”(15.5,6).

In questa di Matteo leggiamo “…si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite”, e qui abbiamo qualcosa per noi umanamente poco comprensibile: novantanove pecore sono un bel numero e una in meno, dal punto di vista del profitto, è poca cosa soprattutto secondo la mentalità dell’allevamento moderno, ma il discorso di Gesù è distante anni luce da questo ragionamento perché qui la pecora è vista come valore per la vita che porta e per il fatto che è stata affidata a quel Pastore che considera le novantanove che ha già come un dato di fatto. Quella che si è persa, però, rappresenta una sconfitta nei confronti della totalità del gregge. E infatti non a caso il testo conclude con “Così è la volontà del Padre vostro, che nessuno di questi piccoli si perda”.

Dalle parole di Gesù, come in effetti è, sembra che la perduta ritrovata abbia un valore maggiore rispetto alle altre rimaste e così è perché la considerazione che fa il Pastore di quell’animale è simbolicamente la stessa che troviamo sul figlio prodigo tornato alla casa paterna: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”(Luca 15.24). Lo stesso non poteva dirsi delle altre pecore che non si erano smarrite ed ecco perché è scritto che “vi sarà più gioia nel cielo per un peccatore che si converte, più che per novantanove giusti che non han bisogno di conversione”(Luca 15.7). È proprio per questa “gioia nel cielo”avvenuta nel momento in cui ci siamo arresi all’amore di Dio che abbiamo il dovere di perseverare nel cammino che ci è destinato. E siamo responsabili anche di quella gioia. Amen.

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11.33 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 4: LA MONETA D’ARGENTO (Matteo 17.24-27)

11.33 – Il Discorso Eccleiologico 4: La moneta d’argento (Matteo 17. 24-27)

 

24Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». 25Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». 26Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. 27Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

 

            Può sembrare strano che venga inserito, in mezzo al discorso ecclesiologico, un episodio che, in realtà avvenne poco prima. Credo che però, considerata la frase del verso 27, “per evitare di scandalizzarli”, sia giusto inserirlo dopo l’insegnamento sullo skàndalon, per poter fare alcune precisazioni-estensioni, nonostante quanto letto preceda la trattazione di Nostro Signore in merito.

I soggetti del racconto sono tre: “quelli che riscuotevano la tassa per il tempio”, Pietro che risponde prima a loro e poi a Gesù, ed infine Lui, che gli ordina di pescare un pesce per prendere la moneta d’argento, nel testo originale “statére” e consegnarla “a loro per te e per me”. La nostra versione interpreta correttamente il testo originale che scrive “quelli che raccoglievano le due dramme”, o “didramme” per distinguerli dai pubblicani che si occupavano di riscuotere la “moneta del censo”, cioè “un denaro”, tributo imposto dal governo romano menzionato in 22.17 e seguenti: quando i discepoli dei farisei chiesero a Gesù se era o meno lecito pagare il tributo a Cesare, la Sua risposta fu “«Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Quelli gli presentarono un denaro. E disse loro «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli dissero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Date dunque a Cesare le cose di Cesare e a Dio le cose di Dio»”.

Le due dramme, o mezzo siclo, circa sette grammi d’argento, erano la somma che doveva essere pagata da ogni maschio dai trent’anni in su per il mantenimento e il servizio nel Tempio. L’istituzione di tale offerta, che era obbligatoria ma in realtà tutti davano volontariamente, trae la sua origine in Esodo 30.12-14: “Quando per il censimento conterai uno per uno gli Israeliti, all’atto del censimento ciascuno di essi pagherà al Signore il riscatto della sua vita, perché non li colpisca un flagello in occasione del loro censimento. Chiunque verrà sottoposto al censimento, pagherà un mezzo siclo, conforme al siclo del santuario, il siclo di venti ghera – tradotto anche “il siclo contiene venti oboli” –. Questo mezzo siclo sarà un’offerta prelevata in onore del Signore. Ogni persona sottoposta al censimento, dai venti anni in su, corrisponderà l’offerta prelevata per il Signore. Il ricco non darà di più e il povero non darà di meno di mezzo siclo, per soddisfare all’offerta prelevata per il Signore, a riscatto delle vostre vite. Prenderai il denaro espiatorio ricevuto dagli Israeliti e lo impiegherai per il servizio della tenda del convegno – il Tempio non c’era ancora –. Esso sarà per gli Israeliti come un memoriale davanti al Signore, per il riscatto delle vostre vite”. Abbiamo letto che il testo parla di “censimento”, ma dopo il ritorno dalla deportazione a Babilonia sotto Nabucodonosor  tra il VII e il VI secolo a.C., diventò un tributo da pagare annualmente.

Ecco allora che gli ignoti riscossori delle due dramme, una volta presentatisi, furono molto meravigliati del fatto che, alla loro vista, Pietro e il suo Maestro non avessero messo le mani alla cassa per dare il tributo, che non veniva mai chiesto, ma dato spontaneamente stante il forte senso religioso allora presente. Il testo originale non recita “Il vostro maestro non paga la tassa”, ma “le didramme”, a sottolineare la sorpresa di quelli e non una frase pronunciata, come avvenuto per i farisei e gli scribi, per tentare Gesù. Questa disposizione d’animo è molto importante per le applicazioni che faremo.

Alla domanda Pietro risponde “Sì” dando per scontato che, appartenendo allo stesso popolo e conscio che il servizio al Tempio era comunque svolto per onorare il Padre, e rientra in casa per raccogliere le due dramme che ciascuno avrebbe dovuto dare agli incaricati. Viene però prevenuto dalla domanda del Maestro: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli, o dagli estranei?”.

Qui Nostro Signore, con le sue parole “i figli sono liberi”, fa un parallelismo fra i re della terra ed il Re assoluto cui le due dramme andavano date, e il senso di ciò che spiega a Pietro è chiaro: se i figli dei sovrani del mondo non pagavano certo il tributo che davano le persone comuni, Lui, quale Figlio di Dio, era esente dal dare l’offerta, tanto più che avrebbe dato se stesso. Vediamo però che, a differenza di tutte le volte in cui si trovò a difendere un principio dottrinale senza mai cedere, diremmo con un’espressione popolare “di un millimetro”, qui si comporta diversamente, cioè: le persone che avevano chiesto a Pietro se Gesù non pagasse le due dramme lo avevano fatto esprimendo la loro meraviglia, anticipando il loro turbamento qualora ciò non fosse avvenuto e per questo, per non porre a loro un motivo di inciampo, acconsente a pagare anche se in un modo particolare.

Abbiamo allora da questo episodio un insegnamento preciso, parente stretto di quanto già osservato nel citare l’insegnamento di Paolo da Tarso a proposito dello scandalizzare i deboli su cose di poco conto: certo Gesù avrebbe potuto mettersi a spiegare a quegli esattori il motivo per cui non era tenuto a pagare il tributo, ma non avrebbero capito e sarebbero rimasti turbati e interdetti sul fatto che, proprio Lui che predicava ed era indubbiamente un profeta, non avesse dato quanto chiesto. Per questo motivo abbiamo qui un miracolo in un certo senso anomalo, che non viene mai in mente a nessuno quando si tratta di elencare quanto di soprannaturale fatto da Gesù in terra. Eppure è Lui il “figlio dell’uomo” di cui parla Davide in Salmo 8.6-10: “Davvero lo hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari”.

Ecco perché Gesù sapeva quanto sarebbe successo: “Va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e troverai una moneta d’argento – il testo originale ha “statére” –. Prendila e consegnala loro per te e per me”. Va ricordato che lo statére era una moneta attica che valeva l’esatto quadruplo di una dramma, cioè di un siclo ebraico, quindi Pietro estrasse dal pesce due didramme.

Possiamo aprire anche una parentesi a proposito del pesce, che fu sicuramente il cosiddetto Chronis Simonis, dal ciclo vitale molto particolare: la femmina depone le uova tra la vegetazione sott’acqua e il maschio le raccoglie in bocca conservandole fino a quando i piccoli raggiungono la lunghezza di circa dieci millimetri. Per espellerli, il maschio incubatore introduce nella sua bocca un sassolino o un oggetto che provoca l’uscita dei piccoli, ma rimane nella sua bocca per qualche tempo. Nel nostro caso, quel pesce trovò uno statére che fece la stessa funzione del sasso, o del ciottolo.

“Prendile e consegnala a loro per te e per me”. E gli altri? Essendo una “tassa” riservata solo agli israeliti e tali essendo i discepoli, l’unica spiegazione possibile è che, stante il poco valore delle due dramme, undici di loro ne fossero in possesso, tranne Pietro. Potremmo anche supporre che gli altri undici non fossero ancora in casa, stante il fatto che gli evangelisti si preoccupano sempre del senso degli episodi e spesso non sono così minuziosi nel descrivere il contesto. Abbiamo letto infatti “Quando furono giunti a Capernaum”, ma non che tutti entrarono nella casa in cui Gesù abitava.

Tornando all’episodio, Nostro Signore, quand’anche avesse avuto le due dramme, non era tenuto a pagarle per cui nello statére raccolto dalla bocca del pesce vediamo Gesù come Figlio di Dio che, pur non dovendo dare nulla, pagò comunque ma solo da un punto di vista tecnico. Allo stesso modo Pietro qui è visto come figura della Chiesa nel senso che, come tutti gli altri e noi, sarebbe diventato un figlio di Dio assumendo in quanto tale l’identità del suo Maestro: “a quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”. Il cristiano infatti rientra nel Suo progetto, “Poiché quelli che ha sempre conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli; quelli poi che ha predestinato li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Romani 8.29,30).

È allora chiaro che Gesù non era tenuto a dare nulla in quanto Figlio del Padre cui era dedicato il Tempio con le sue funzioni, ma se gli altri discepoli, rappresentati qui da Pietro, avessero dovuto osservare strettamente quella prescrizione dando anch’essi le due dramme, certamente in quel pesce si sarebbe trovato mezzo siclo e non uno intero. Nostro Signore non fa presente a Pietro che avrebbe dovuto restituirgli la parte eccedente, ma gli dice “consegnala loro per te e per me”, a conferma del fatto che considerava quell’apostolo come simbolo di tutti coloro che avrebbero creduto in Lui un giorno. E qui si potrebbe aprire un capitolo a parte sull’identità che hanno i credenti col Padre e il Figlio, ma credo non ve ne sia bisogno perché tutto il Vangelo è improntato su questa verità predicata, che emergerà in tutta la sua forza e potenza dopo la resurrezione e la discesa dello Spirito Santo.

Possiamo concludere anche evidenziando ciò che Gesù avrebbe potuto fare e non fece, a parte lo spiegare agli “esattori” il motivo per cui non pagava: non disse “voi non sapete chi sono io”. Non li cacciò, con le buone o le cattive non importa. Non disse “Guarisco muti, sordi, lebbrosi e paralitici e questo vi deve bastare”. Non si sottrasse al pagamento, dimostrando ai discepoli col miracolo del pesce che comunque era esente da quel tributo, come in effetti lo rimase, non mettendolo “di tasca propria”.

Invece, pensò a non turbare gli esattori, in buona fede, che si aspettavano di ricevere le due dramme da lui: ricevendole, avrebbero potuto testimoniare che Gesù, come tutti gli altri, aveva dato il proprio contributo al mantenimento del Tempio, quello stesso edificio che verrà distrutto nel 70 mettendo la parola “fine” ad un culto che non avrebbe avuto più ragione di essere stante l’apertura della nuova dispensazione voluta proprio da Dio Padre.

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11.31 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 2: MANO – PIEDE – OCCHIO (Matteo 18.8-11)

11.31 – Il discorso Ecclesiologico 2: mano – piede- occhio (Matteo 18. 8-11)

 

8Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. 9E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco.10Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [ 11]

 

            Prima di iniziare a lavorare su questi versi, vale la pena ricordare la sintesi espressa da Gesù ai discepoli che verrà espressa da lì a poco: “In verità io vi dico, chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”(Marco 10.15). È una frase che sconfessa la teoria universalista, che purtroppo ha trovato adesioni in diverse Chiese, che sostiene che Dio sia troppo buono per non accogliere tutti nel suo regno perché il vero inferno è qui, su questa terra.

L’accoglienza del regno di Dio, fatta con la semplicità e l’innocenza di un bambino perché tali si diventa nel momento in cui lo si accetta assieme a Gesù Cristo, è però correlata a versi che già conosciamo sono parole che abbiamo cercato di affrontare quando abbiamo visto il sermone sul monte e che pongono il bambino da una parte e l’uomo maturo dall’altra perché, spiritualmente parlando, non ci può essere l’uno senza l’altro.

Gesù, trattando il tema dello scandalo, prima ha parlato di quello provocato da terze persone ed ora qui passa ad esaminare ciò che può sempre sorgere all’interno di noi stessi riguardo la mano, il piede e l’occhio, organi che ci parlano delle scelte che la nostra persona compie quotidianamente. Per evitare di lasciare nei discepoli l’idea che la colpa possa sempre venire da altri, ecco che subito il tema si sposta sull’individuo, sul singolo che molto spesso è il vero nemico di se stesso, principio confermato dal possessivo “tua”e “tuo”. Esaminiamo allora le tre parti anatomiche citate da Nostro Signore.

 

LA MANO

Ha connessione con la volontà immediata, indica lo strumento con il quale concretiamo i nostri progetti, idee, intenzioni dirette. Compare per la prima volta in Genesi 3.22 con le parole “Poi il Signore disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male– senza però essere in grado di portarla –. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita– diventato per lui incompatibile –, ne mangi e viva per sempre!»”. Ricordiamo poi Caino, che “alzò la mano contro il fratello Abele e l’uccise”(4.8), quella di Noè che, quando la colomba tornò all’arca, “stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé”.

Si prende per mano in segno di protezione (21.18, “Àlzati, prendi il fanciullo per mano, perché io ne farò una grande nazione”) e la si può tendere per lo stesso motivo, ma qui deve essere la persona ad accettarla. La mano è quella che constata gli effetti dell’assistenza-esistenza di Dio e qui gli esempi sono innumerevoli, da Mosè con bastone tramutato in serpente e viceversa, per non parlare della lebbra (Esodo 4: “Il Signore gli disse ancora – a Mosè –: «Introduci la mano nel seno!». Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò; ecco, la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. Egli disse: «Rimetti la mano nel seno!». Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco, era tornata come il resto della sua carne”) fino a Tommaso, che voleva metterla nel fianco di Gesù (Giovanni 20.25).

Arto delicato per l’ambivalenza che può assumere, veniva protetto per legge da cattive intenzioni: “Questi precetti che oggi ti do(…) te li legherai alla mano come un segno”(Deuteronomio 6.8). La mano rappresenta anche tutto ciò che potrebbe essere dato ad altri e invece viene tenuto per sé, quindi l’altruismo o l’egoismo: “Non chiuderai la mano al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova.(…) Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore tuo Dio ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano”(Deuteronomio 15.8-10).

In 1 Timoteo 2.8 l’apostolo Paolo scrive “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche”dove abbiamo un importante insegnamento perché pregare con le “mani pure”implica un esame di coscienza preventivo, a ricordare che la preghiera viene elevata senza che vi siano peccati non confessati, a Dio o a un fratello o sorella, che la renderebbero vana. È scritto infatti che “Mosè stese le mani verso il Signore: i tuoni e la grandine cessarono e la pioggia non si rovesciò più sulla terra”(Esodo 9.33), cosa impossibile se non si fosse trovato in condizioni di purezza, nonostante la sua condizione di uomo. Ma era uno strumento di Dio e tale doveva rimanere.

La letteratura sapienziale, poi, collega quest’arto all’operosità o alla negligenza: ricordiamo Proverbi 21.25 (“Il desiderio del pigro lo porta alla morte, perché le sue mani rifiutano di lavorare”), Qoelet 10.18 (“Per negligenza il soffitto crolla e per l’inerzia delle mani piove in casa”, Siracide 2.12 (“Guai ai cuori pavidi e alle mani indolenti e al peccatore che cammina su due strade”).

 

 

IL PIEDE

Se la mano agisce nell’ambito del perimetro raggiungibile dalla persona ferma, il piede è quello che consente al corpo di spostarsi e quindi, all’occorrenza, amplia enormemente le possibilità della mano. Si tratta però di un’applicazione secondaria perché il piede è visto più come arto deputato alla stabilità, oltre che mobilità. La parola “piede” compare per la prima volta in Genesi 8.9 quando “la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra”. Al plurale, invece, abbiamo Genesi 18.2 quando alle querce di Mamre si presentarono ad Abrahamo “tre uomini che stavano in piedi presso di lui”. Prima che allo spostarsi, allora, il primo riferimento è all’equilibrio, che può essere stabile o precario. Anche questo è importante a tal punto da venire citato, assieme agli altri due oggetto di riflessione, nel famoso verso della Legge “Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede”in Esodo 21.24.

La sua stabilità o meno è correlata all’ubbidienza a Dio: “Non permetterò più che il piede degli Israeliti erri lontano dal suolo che io ho dato ai loro padri, purché si impegnino ad osservare tutto quello che ho comandato loto, secondo tutta la legge che ha prescritto loro il mio servo Mosè”(2 Re 21.8); ricordiamo Salmo 26.12 “Il mio piede sta su terra piana; nelle assemblee benedirò il Signore”. Certo il piede è indispensabile per spostarsi, ma ha sempre riferimento al cammino spirituale, in bene o in male: “Poiché egli conosce la mia condotta; se mi mette alla prova, come oro puro io ne esco. Alle sue orme si è attaccato il mio piede, al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato”(Giobbe 23. 10,11).

Eloquente in proposito il libro dei Proverbi, “Allora camminerai sicuro per la tua strada e il tuo piede non inciamperà,(…) perché il Signore sarà la tua sicurezza e preserverà il tuo piede dal laccio.(…) Bada alla strada dove metti il piede e tutte le tue vie saranno sicure,(…) non deviare né a destra né a sinistra, tieni lontano dal male il tuo piede.(…) Quale dente cariato e quale piede slogato, tale è l’appoggio del perfido nel giorno della sventura”(3.23; 4.26; 25.19).

Da citare il calcagno, l’osso più voluminoso del tarso, che costituisce il tallone: conosciamo l’espressione “alzare il calcagno” contro qualcuno, che allude al ferire con frode, ma anche tendere delle trappole per neutralizzare. Il verso più noto in proposito è quello relativo al giudizio sul serpente, “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe – quindi figli di Dio e figli dell’Avversario –: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”(Genesi 3.15): effettivamente Gesù fu dato in mano agli uomini che fecero di lui non quello che vollero, ma ciò che fu loro concesso. Lui stesso, parlando di Giuda ai Suoi, disse “…deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”(Giovanni 13.18).

 

 

L’OCCHIO

Organo della vista, ne abbiamo parlato affrontando il sermone sul monte. Se mano e piede necessitano di comandi per lo più coscienti da parte del cervello, l’occhio spesso agisce autonomamente in base alla personalità, all’indole dell’individuo e va qui affrontato non sotto l’aspetto neurologico, ma psicologico perché la funzione visiva in un soggetto sano è costituita non solo dalle sue caratteristiche anatomo-funzionali, ma comprende anche processi percettivi, cognitivi ed emozionali. L’occhio allora è uno strumento di analisi, ma agisce anche in autonomia, istintivamente ed è su questa caratteristica che Gesù intende spostare l’attenzione dei suoi uditori, essendo nota la massima secondo la quale “l’occhio non si stanca mai di guardare né l’orecchio di udire”; può allora far cadere la persona in peccato non tanto senza che questa se ne accorga, ma innescando dei processi giustificativi dell’azione facendo che la mente, che dovrebbe controllarlo e dominarlo, venga messa in subordine.

Ricordiamo le parole che descrivono il primo peccato: “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per avere saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò”(Genesi 3.6). L’occhio fu responsabile di tutta una catena di processi che portarono al diluvio, quando leggiamo nella sua premessa “Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta”(Genesi 6. 1,2); questo verso non pone l’accento sul fatto che costituisca un peccato sposare una bella donna, ma il sistema che si era venuto a costituire visto nel degrado dell’umanità. Rileggiamolo: “I figli di Dio– cioè quelli che avrebbero dovuto metterLo al centro della loro vita – videro– l’occhio – che le figlie degli uomini– cioè di persone che non avevano la loro stessa elezione – erano belle– cioè potevano costituire un’alternativa molto più immediata alla loro realizzazione, per quanto carnale – e se ne presero per mogli a loro scelta– cioè più di una, secondo il loro capriccio –“. “Figli di Dio” e “figlie degli uomini” sono termini che alludono alla mescolanza di due stirpi diverse. E dopo un certo tempo, che possiamo calcolare ma che non viene specificato, leggiamo che “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre”(v.5).

L’occhio, allora, aveva preso il sopravvento sulla ragione quasi senza che quelle persone se ne rendessero conto e la concupiscenza non solo verso il corpo femminile, ma tutto ciò che poteva costituire attrattiva per essere posseduta, era diventato dominante, unica ragione di vita. Come oggi. L’occhio fu anche causa della rovina di Acan, personaggio davvero emblematico che non ho mai dimenticato dalla prima volta in cui ho letto di lui, e della sconfitta degli Israeliti nella battaglia contro “quelli di Ai”: dalla lettura dei capitoli 6 e 7 del libro di Giosuè apprendiamo che, contrariamente alla legge dello sterminio che proibiva a chiunque di impadronirsi degli averi del nemico, Acan non fu in grado di distogliere il suo occhio da un mantello, duecento sicli d’argento e un lingotto d’oro che prese per sé durante la presa di Gerico. Ricordiamo infine un altro episodio già citato, quello di Davide che vide nuda alla finestra la moglie di Uria e questo fatto, di per sé banale, non controllato, portò a un adulterio, a un omicidio e alla morte del bimbo da lei partorito.

 

Ho citato tre casi, quelli per me più degni di nota, che ci parlano del fatto che l’occhio può portare molta rovina se non viene gestito a monte dallo Spirito ed è proprio a questa realtà cui fa riferimento Gesù quando parla di tagliare, cavare e gettare via: sono azioni che alludono ad una procedura particolare vista nella costante vigilanza sulla carne riguardo ai tre organi citati, la cui cattiva gestione può portare a conseguenze imprevedibili anche perché, come esseri umani, saremo sempre pronti a giustificare ogni nostro comportamento negativo, a distrarci sottovalutando la rovina cui possono portare. Ecco la necessità di pregare il Solo che può preservarci, mantenerci vigili, aiutarci a combattere senza pietà – uso un’espressione forte – noi stessi, il nostro “uomo vecchio”.

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11.30 – IL DISCORSO ECCLESIOLOGICO 1: I BAMBINI E GLI SCANDALI (Matteo 18.1-7)

11.30 – Il discorso Ecclesiologico 1: i bambini e gli scandali (Matteo 18.1-7)

 

1 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». 2Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. 5E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.6Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. 7Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!

 

            Per ragioni di spazio e per non appesantire queste letture che credo non facili, non è stato detto che la questione su chi fra i discepoli fosse il maggiore provocò un insegnamento molto più articolato di Gesù, rivolto strettamente a loro, noto come “discorso Ecclesiologico” che affronteremo in più parti. Prima di iniziare la prima di questo discorso, non possiamo ignorare la differenza fra il racconto di Marco, che abbiamo affrontato nel capitolo precedente, “Per la strada avevano discusso su chi di loro fosse il più grande”, e la narrazione di Matteo, che riporta un’apparente, analoga domanda a tal punto che verrebbe da chiedersi quali furono davvero le parole pronunciate da entrambe le parti. In realtà Gesù non disse una sola cosa, ma tante che ciascun evangelista riporta a seconda dell’accento che intende dare al discorso.

Marco, allora, riferendociallo scorso capitolo, riporta la prima risposta alla questione che i discepoli non osarono porre al loro Maestro, cioè chi tra loro fosse il più grande, mentre Matteo la inquadra secondo un contesto più ampio, “Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?”: notiamo che viene omessa la parte che più riguardava i dodici da vicino, “di noi”, ma viene estesa anche al futuro, o se vogliamo al “non tempo” dell’eternità. “Regno dei cieli”come realtà presente, ma anche definita con la sua struttura eterna, con l’avvento dei “Nuovi cieli e nuova terra”. E qui la risposta di Gesù si rifà a quel particolare riferito alla nuova nascita nel senso pratico, quello di convertirsi e diventare come i bambini.

Nei versi che abbiamo letto il discorso verte su tre argomenti che nessuno può interpolare: la conversione coi suoi effetti, la mutazione della persona ad essa conseguente, gli scandali. Stupisce soprattutto la nuova descrizione della conversione, perché se Giovanni Battista la predicava come mezzo per andare verso Cristo, “ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino”, quello che voleva dire Gesù sarà spiegato proprio da Pietro nel tempio: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù”(Atti 3.19). La cancellazione dei peccati implica un rapporto nuovo con Dio, che prima si teneva lontano dal peccatore. Poiché il popolo, tramite i suoi capi, aveva già crocifisso Nostro Signore, questi non sarebbe stato potuto essere mandato se non con una rivoluzione interiore e non eclatante come si credeva: “vi mandi”nel senso che sarebbe stato inviato a ciascuno individualmente e non collettivamente, come popolo eletto. Scopo della conversione, allora, è quella di ricevere l’Unico Autore della salvezza, con lo Spirito Santo promesso.

Ricordiamo che, quando Nicodemo incontrò Gesù per la prima volta, riteneva il tornare bambino, il “rinascere”una cosa inconcepibile: vedeva infatti l’uomo come il risultato di un processo di crescita, in peso, statura e coscienza, ma dimenticava l’atteggiamento, l’essenza, le caratteristiche del bambino rapportate a Dio Padre. Davide, nonostante fosse uomo di guerra, re vittorioso, ma purtroppo anche adultero e omicida (perdonato) così parla in Salmo 131.1,2:“Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano verso l’alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me – come fanno tutti gli uomini che appartengono a questo mondo –. Io invece– cioè in opposizione alla corrente, al contrario degli altri che la seguono – resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia”. L’anima, il suo essere, in contrasto al suo aspetto di uomo di guerra e re d’Israele.

Non può sfuggire il fatto che siamo chiamati ad essere bambini solo di fronte a Dio, e non ai nostri simili che altrimenti ne approfitterebbero e ci sfrutterebbero, per quanto sappiamo che “i figli di questo mondo sono più avveduti di quelli della luce”;questo si verificherà, potenzialmente, sempre. Quello dell’essere o diventare bambini è un aspetto molto importante che verrà approfondito tanto da Pietro quanto da Paolo che mettono in guardia i credenti perché non lo impieghino unilateralmente: “Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi– che richiedono maturità e la consapevolezza di trovarsi in un “terreno minato” –. Quanto a malizia, siate bambini, ma quanto a giudizi, comportatevi da uomini maturi”(1 Corinti 14.20). Pietro, poi, scrive “Come bambini appena nati, desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, se davvero avete gustato che buono è il Signore”(1 Pietro 2.2,3). Bambini da un lato, uomini dall’altro. E come un bambino si trova al sicuro e tranquillo nella propria casa coi propri genitori, così dovrebbe essere per il credente la Chiesa, sua nuova famiglia, cosa che purtroppo non sempre avviene; qui entriamo nel discorso degli scandali, cioè in quei sassi posti perché gli altri possano inciampare. E penso a certi pastori, anziani o sacerdoti che con il loro comportamento allontanano le anime anziché recuperarle e parlare amorevolmente con loro.

Ancora una volta è d’obbligo il confronto con il Dio Vivente: “Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo: «In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi. Poiché io non voglio contendere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato”(Isaia 57.15,16).

Capiamo? Qui c’è la descrizione dell’irraggiungibilità di YHWH, “Alto”ed “Eccelso”che abita in un luogo dalle stesse caratteristiche, precluse all’uomo, che però è coi bambini visti nella figura degli “oppressi e umiliati”perché così sono, come abbiamo visto quando abbiamo parlato del bambino come essere privo di diritti. Se Dio fosse sempre adirato con la sua creatura “verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato”, cioè vi sarebbe un altro diluvio, per quanto con forme diverse, come sarà con la Grande Tribolazione e la fine del tempo che non vivremo.

E possiamo affermare che fino a quando l’uomo resterà sempre quello che è, penserà sempre alle cose basse e ad esse si dedicherà perché non potrà farne a meno, si porrà sempre come oppositore di Dio, precludendogli ogni intervento. Invece “Umiliatevi davanti al Signore, ed egli vi esalterà”(Giacomo 4.10) e, dopo questa esperienza personale, l’essere umano, una volta saputo che il proprio nome era scritto nel libro della vita e che farà parte della Chiesa, troverà ragione e scopo quanto scrive Pietro nella sua prima lettera, 5. 5,6: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi”. E l’umiliazione consiste nel confessare al Signore la propria bassezza, rinunciare a qualsiasi pretesa e affidarsi a Lui.

Solo il diretto interessato (e naturalmente Dio che vaglia, premia o riprende) può sapere se veramente si sarà fatto piccolo e notiamo che l’apostolo Pietro parla di “rivestirsi di umiltà”, quella vera che, essendo un vestito, può essere simulato, indossato da chi bambino non è; ecco perché si parla di individui “che vengono voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”. Lupi che sbranano, ma anche pongono ostacoli nel cammino di fede anziché correggerlo e indirizzarlo correttamente. Qui viene chiamato il discernimento degli spiriti, che vanno provati “per vedere se sono da Dio”, e soprattutto l’indossare quell’armatura di cui abbiamo già parlato in un precedente capitolo, che abbiamo visto proteggere tutti gli organi vitali, reperibile in Efesi 6. Un’armatura che chiaramente un bambino non indossa, ma un uomo chiamato al combattimento certamente sì: “Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo”(Efesi 6.11). Il “bambino”non è in antitesi all’uomo maturo, ma ci parla dell’innocenza e dell’essere indifeso che trova nel Signore l’unico riparo e conforto possibile. Il “bambino”è anche quello che è appena “nato di nuovo”, che ha bisogno di un sostegno particolare da parte di chi gli ha presentato il Vangelo: portare infatti un’anima a Cristo implica un esempio e soprattutto  una guida dottrinale e spirituale che non può essere lasciata al caso, per cui “scandalo”non è solo ciò che incanala verso pratiche estranee al cristianesimo, il più delle volte importate dall’ambiente pagano, ma anche quella promiscuità che fa leva sulla carne, incompatibile con lo Spirito.

Abbiamo parlato dei “lupi rapaci”, ma guardando alle parole sugli scandali che riporta Luca troviamo un particolare importante e cioè in 17.1,2 Gesù dice “…è meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!”. L’ultima frase, la messa in guardia di Gesù, riguarda anche i discepoli ed è pronunciata proprio in vista del ruolo che avrebbero avuto, quello di pascere il gregge, compito impossibile a farsi senza una dedizione che nella Chiesa è reciproca. Ricordo, quando fui battezzato, che mi si avvicinò un fratello che mi disse “Adesso io sono responsabile di te, e tu sei responsabile di me”, a sottolineare che anch’io avevo una funzione da adempiere perché il mio comportamento, per quanto elementare, poteva edificare quanto distruggere, rallegrare spiritualmente quanto contristare. Ero chiamato alla maturità che avrei conseguito negli anni, ad un cammino, ad una crescita che si realizzasse attraverso il confronto con la Parola di Dio, ma anche con i fratelli.

La frase di Gesù “State attenti a voi stessi!”implica il procedere attraverso passi ponderati, come ad esempio il caso di quei credenti in Roma che, consapevoli di non peccare, mangiavano liberamente qualunque cibo, quando c’erano altri che si scandalizzavano di questo. Paolo scrive allora “Se per il cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti secondo carità. Non mandare in rovina per il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto!”(14.13-15).

Ancora, in 1 Corinti 8.9-13: “Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa e se ne mangiamo, non abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò più carne, per non dare scandalo al mio fratello”.

Entriamo qui allora in un ambito particolare, vale a dire ciò che è alla radice dell’animo di chi è in grado di discernere – seguendo l’esempio citato da Paolo – che il mangiare delle carni sacrificate a idoli pagani non è più un peccato, ma nel momento in cui questo è di intoppo per gli altri, allora questo gesto diventa dannoso perché ostacolo per un credente debole, “un fratello per il quale Cristo è morto”. Si tratta di un tema da trattare con attenzione, perché qui non si parla di fratelli pettegoli, chiusi e rigidi sempre pronti a giudicare, ma di persone la cui coscienza viene turbata realmente e nel profondo a fronte di argomenti di importanza del tutto secondaria, come dalle parole “se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa e se ne mangiamo, non ne abbiamo alcun vantaggio”.

Diverso fu il caso di quanto Pietro fu rimproverato dai Giudei con le parole “Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!”(Atti 11.2), evidentemente riferendosi a quanto avvenuto in casa del centurione Cornelio; quei Giudei, ascoltate le sue precisazioni, è scritto che “si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!»”(v.18).

L’avviso “State attenti a voi stessi”viene formulato da Gesù proprio perché spesso è la struttura del nostro essere umano che può portarci ad azioni avventate, come fu per Pietro che, lasciando agire il suo essere umano, ebbe per un certo periodo un comportamento poco corretto nella Chiesa: “Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò ad evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Barnaba si lasciò attrarre nella loro ipocrisia. A quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?”(Atti 2,11-14).

L’attenzione verso noi stessi è primo vero metodo se intendiamo prima progredire e poi essere d’aiuto per portare il Vangelo al nostro prossimo. Siamo chiamati a curarci, sempre, ed in questo vediamo l’impegno nel togliere la trave dal nostro occhio, le domande su cosa abbiamo fatto di giusto o sbagliato nel giorno che Dio ci ha mandato, i frutti portati, siano essi rappresentati dal trenta, sessanta o cento. Amen.

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11.29 – IL SECONDO ANNUNCIO DELLA PASSIONE (Marco 9.30-37)

11.29 – Il secondo annuncio della passione e chi sia il più grande (Marco 9. 30-37)

 

30Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

Esaurite le circostanze relative alla guarigione del ragazzo epilettico, tormentato da uno spirito muto e sordo, Gesù rimane solo coi discepoli e inizia un cammino che li porterà nuovamente a Capernaum, ma contrariamente a quanto avvenuto in passato il tempo che rimaneva era poco per cui la Sua attenzione non si sposta più sulla predicazione, che certo continuerà anche se in forme più dirette e individuali, ma sulla formazione dei dodici. Nostro Signore considera quindi concluso il suo operato nei confronti della folla e sceglie di dedicarsi ai Suoi, bisognosi di insegnamenti profondi che dessero i frutti non nell’immediato, ma al momento opportuno. Teniamo presente che tra questi c’era Giuda Iscariotha, che fu sempre testimone, al pari degli altri, dei miracoli e dei discorsi del suo Maestro, restandone impermeabile.

Proprio sotto la necessità della formazione si spiega quel “ma egli non voleva che alcuno lo sapesse”, che questa volta si concreta attraverso un viaggio in incognito. Qui la domanda su come ciò sia stato possibile diventa importante, perché sappiamo che ogni volta che Gesù approdava da qualche parte in barca o attraversava un villaggio veniva puntualmente riconosciuto attirando attorno a sé molta gente. Una prima risposta, la più umanamente ovvia, si riferisce ad una scelta che tutti noi avremmo fatto, cioè percorrere sentieri e strade poco frequentate fino alla destinazione, ma questo non regge perché il gruppo avrebbe dovuto prima o poi entrare in un villaggio per comprare da mangiare e sarebbero stati riconosciuti. La domanda al verso 33, “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”, lascia intendere che il cammino dalla regione di Cesarea alla Galilea sia avvenuto per vie normali, non essendo nominati sentieri o mulattiere.

Credo che questa volta Gesù sia intervenuto personalmente perché Lui e i dodici non fossero riconosciuti, come avverrà per i due discepoli incontrati sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, dove in Luca 24.16 leggiamo che “…i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”: il cammino con il Maestro doveva essere caratterizzato dalla calma e dal silenzio e comunque non poteva avere interferenze di sorta. Il verso del nostro episodio, “Insegnava ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà»”, ci fornisce il soggetto principale dell’insegnamento di Gesù, ma non veniva compreso e, a differenza di quanto avvenuto nel caso delle parabole in cui i discepoli non avevano alcuna remora a chiedergli chiarimenti, qui rimasero zitti, non osando domandare spiegazioni.

I motivi di questa ritrosia non stanno solo nel fatto che “non capivano”, ma in tutta una serie di sentimenti e idee che li assalivano ogni qualvolta Gesù parlava della sua morte e resurrezione. Prima di tutto, vediamo la morte: per i dodici, o per meglio dire “gli undici” anche se Giuda era ancora tra loro, era assolutamente inconcepibile che Lui potesse morire. Egli era “Il Cristo, il figlio dell’Iddio vivente”: come avrebbe potuto venire ucciso o “patire molto” dagli altri uomini, Lui, così infinitamente potente e superiore? Ecco una delle ragioni per cui Pietro fu scandalizzato e Gesù altrettanto quando lo rimproverò chiamandolo “Satana” e dicendogli che aveva “il senso non alle cose di Dio, ma a quelle degli uomini”.

Non una confusione minore, poi, era provata riguardo al fatto che il loro Maestro sarebbe risorto, altro punto incomprensibile perché strideva con l’insegnamento che tutti avevano ricevuto fin dall’infanzia, coi Rabbi che insegnavano loro che sì, vi sarebbe stata la resurrezione, ma nell’ultimo giorno e, ad eccezione dei Sadducei, tutta la nazione ebraica riteneva quella dottrina per vera. E si può dire lo stesso valga anche per noi. Teniamo anche presente che di resurrezione i discepoli non solo ne avevano sentito parlare dai testi antichi, ad esempio con quella operata proprio da Elia, ma erano stati loro stessi testimoni di altre, pensiamo alla figlia di Giairo o al figlio della vedova di Nain. Ecco perché era inconcepibile che l’Autore di quelle resurrezioni fosse ucciso per poi – secondo loro –  resuscitare se stesso.

Altro punto grandemente oscuro per gli undici fu la frase esposta al verso 31, quel “Il figlio dell’uomo verrà consegnato nelle mani degli uomini”, frase cui non facciamo molto caso perché sappiamo che così doveva essere, ma per loro proprio quel “consegnato” costituiva motivo di angoscia in quanto il verbo greco impiegato implica la presenza del tradimento, per cui capirono – o sospettarono – che Gesù sarebbe stato consegnato a seguito di un’azione indegna. Quindi in loro si sommarono tutta una serie di dati ai quali ora si aggiungeva anche il tradimento.

Ora i discepoli furono grandemente afflitti perché, come precisa Marco, “non capivano queste parole e avevano timore a interrogarlo”, sapendo di trovarsi di fronte a qualcosa di ben più pesante a sopportarsi rispetto al fallimento con il ragazzo epilettico poc’anzi avvenuto: se le cose stavano veramente così, che ne sarebbe stato di loro? Dove avrebbero potuto andare e soprattutto, citando Pietro, “A chi ce ne andremo noi?”. Queste furono le ragioni che li indussero a non chiedere nulla, spinti da un sentimento e da una serie di pensieri sovrapposti che Gesù conosceva benissimo. E da qui farà anche di tutto perché quanto da lui enunciato fosse almeno capito in futuro: Luca infatti scrive “«Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento” (9. 43-45).

È molto importante sottolineare che gli apostoli, nonostante il loro entusiasmo per seguire il Maestro, il loro impegno, i sacrifici, le rinunce, erano sempre ancora privi della capacità di comprendere che avranno più avanti grazie allo Spirito Santo e che qui l’avvenimento da Lui annunciato è estraneo alla logica quotidiana “spezzando – come scrive un fratello – la trama abituale dell’esperienza costruita in base ai desideri e alle previsioni umane”. Pensiamo: quegli uomini con Gesù si sentivano sicuri, protetti e il fatto che venga annunciato loro che fra non molto ne sarebbero stati privati non può aver che provocato uno sconforto tale da fargli dimenticare quelle parole, talché si misero a discutere su chi fra loro fosse il più grande. Un modo infantile per cacciare il problema? Forse, ma era anche, stante le loro condizioni, l’unico ed ecco perché i due episodi sono collegati fra loro.

Ed ecco anche perché, anche qui, i discepoli tacciono: “«Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano.” (vv 33,34). Curiosamente, abbiamo a distanza di poco tempo due domande dirette; ricordiamo la prima, quando viene chiesto agli scribi “Di che cosa discutete con loro?”: è Gesù che interviene per correggere, chiarire, ma anche fare emergere quelli che sono i pensieri (o le azioni anche se non è questo il caso) che non Gli vorremmo far sapere. E a quella discussione avevano partecipato tutti, Giuda Iscariotha compreso, che dato il carattere carnale della discussione si sentì coinvolto. La discussione fu certo animata, perché ciascuno di loro avrà portato agli altri il proprio curriculum di esperienze, primi fra tutti Pietro, Giacomo e Giovanni. Ora teniamo ben presente che se Pietro fosse stato destinato ad essere il “capo della Chiesa”, quella sarebbe stata certamente l’occasione giusta per rivelarlo, dando così seguito alla curiosità dei discepoli e risolvendola una volta per tutte.

Ma la risposta di Gesù, alle parole che abbiamo letto, “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”, aggiunge un gesto denso di significati, cioè prende un bambino, lo pone in mezzo a loro e lo abbraccia: sulla figura del bambino abbiamo già parlato dicendo che è simbolo dell’innocenza, che ha bisogno dell’adulto che gli insegni e lo guidi, etc.; tutte certo cose vere, ma in questo caso il bambino è la figura dell’ultimo perché ai tempi di Gesù, come in altri più o meno antichi, era un essere privo di diritti. Su questo dovrebbero meditare quelli che affermano “la strage degli innocenti” non essere mai esistita perché Giuseppe Flavio ne sarebbe stato indignato e l’avrebbe certamente citata. Il bambino allora era un essere considerato insignificante, condannato a subire l’autorità paterna che spesso si manifestava con battiture e umiliazioni. Ed ecco perché Nostro Signore lo pone al centro e lo abbraccia. Chissà se, una volta cresciuto, se ne sarebbe ricordato. Chissà se poi, col passare del tempo, avrà fatto delle scelte che lo avranno caratterizzato, qualificato come figlio di Dio. Non lo sappiamo.

Ciò che emerge come dato incrollabile è che la Chiesa non può essere un’organizzazione umana basata sul potere umano. “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così, ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Matteo 20.25-28).

Gesù quindi prende come esempio un bambino, un essere privo anche di prestigio non potendo ancora caratterizzarsi in bene o in male, dimostrando così di non volere un successore negli uomini né un Vicario; al contrario incarica lo Spirito Santo di tutto questo: “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi sempre: lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce” (Giovanni 14.23).

E arriviamo così alle ultime parole di Gesù in questo episodio,  “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome:  ci vuole un bambino, quindi un innocente ultimo, come può essere un uomo appena “nato di nuovo”, ma questo a nulla serve se questo non viene fatto “nel nome di Gesù Cristo” perché la persona che viene aiutata, sollevata, di cui la persona curata deve sapere il motivo per cui questo avviene. Accoglie me – prima identità con Gesù –. E chi accoglie me non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato – quindi la reciprocità di Gesù col Padre, che ha parlato agli uomini per mezzo dei profeti e, in questi ultimi giorni, per mezzo della Sua Parola –.

Ecco, credo che un essere umano non possa ricevere onore più grande, tanto nel dare, che nel ricevere. Amen.

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11.28 – IL FANCIULLO EPILETTICO II (Marco 9.20-29)

11.28 – Il fanciullo epilettico, II (Marco 9. 20-29)

 

20E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; 22anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 25Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.28Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 29Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

 

Prima di iniziare l’analisi del testo, vanno ricordate le parole del padre del giovane a Gesù: “Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce”, descrizione dell’epilessia. Il nome “epilessia” deriva dal greco epi-lambano, cioè cogliere di sorpresa. È una malattia caratterizzata da crisi improvvise dovute ad una scarica abnorme del nostro cervello dovute a cause più varie, come predisposizione genetica, lesioni cerebrali, ma un 40% è dovuto anche a predisposizioni costituzionali. La malattia si esprime con varie manifestazioni, a seconda della zona del cervello interessate dalla scarica e questa, una o più, partono autonomamente, non sono prevedibili. In un terzo dei casi le crisi continuano e in questo caso i pazienti sono a rischio di SUDEP, cioè a morte improvvisa, non prevedibile. Molto spesso l’epilessia compare in età giovanile e con lo sviluppo della persona scompare; chi è predisposto ha una fase in cui le crisi si manifestano e poi, in alcuni, la tendenza alla crisi diminuisce spontaneamente non tanto per i farmaci, ma perché l’epilessia si scontra fra la predisposizione e lo sviluppo cerebrale. Ci sono dei pazienti che nonostante la terapia continuano a presentare le crisi che solitamente rientrano sotto controllo nel momento in cui viene usato il farmaco più adatto. Individuato il farmaco giusto, dopo un certo tempo si diminuiscono gradualmente le dosi per verificare se le crisi ritornano o meno; in questo caso, se il paziente sta bene con una dose bassa, significa che la possibilità dell’insorgere di crisi ulteriori diminuiscono.

Questa è l’epilessia moderna, che in comune con quella descritta da Marco e dagli altri ha il “cogliere di sorpresa”, ma qui le “scariche cerebrali” insorgono proprio alla vista di Gesù: coincidenza? Non credo, perché Matteo, Marco e Luca non scrivono autonomamente, ma spinti dallo Spirito Santo che, se quella malattia fosse dovuta alle cause illustrate dalla medicina, avrebbero parlato di un ragazzo infermo, e non epilettico e indemoniato. Non tutti gli epilettici, dunque, sono indemoniati. Alla luce delle conoscenze mediche in merito, sappiamo che quel giovane, senza l’intervento di Gesù, sarebbe morto di SUDEP, cioè per arresto cardiaco causato dall’apnea prolungata per le manifestazioni motorie che impediscono alla persona di respirare.

Quel ragazzo sarebbe morto, ucciso apparentemente dalla malattia, ma in realtà dallo spirito che lo abitava e lo possedeva a suo piacimento, caratterizzandolo anche col mutismo e la sordità. Assistiamo però a un fatto per così dire anomalo, e cioè che Nostro Signore, chiamato dal padre del ragazzo “Maestro”al verso 17 (titolo onorifico solitamente impiegato per gli esorcisti che erano scribi e farisei), a fronte della richiesta “se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”, non interviene prontamente, ma lascia il giovane in balia dello spirito immondo che, sapendo che stava per essere sconfitto, lo straziava.

Il ragazzo, innominato come il padre, era tormentato fin dall’infanzia, quando la persona è più indifesa e questo ci parla del fatto che l’Avversario e il peccato non hanno pietà di nessuno: da bambino, il demone lo aveva “spesso buttato nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo”, due elementi opposti, ma ugualmente letali a significare che non esiste un luogo sicuro per nessuno, a meno che non si eserciti la fede. Acqua e fuoco sono elementi utili perché l’uno riscalda e l’altra disseta ma che, se usati in modo sbagliato, uccidono.

A questo punto avviene qualcosa di molto singolare perché c’è una trasformazione nel cuore di quel padre dopo aver detto “Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”. Si tratta di una frase che non può essere in alcun modo paragonata al “Se tu vuoi, puoi guarirmi”espressa dal lebbroso in Matteo 8.1-4: mentre infatti per quest’ultimo c’era la certezza che se Gesù avesse voluto avrebbe risolto la malattia, qui abbiamo “se tu puoi qualcosa”, quasi a dire “le ho provate tutte e adesso sono qui”. Forse quell’uomo metteva Gesù sullo stesso piano di altri che aveva consultato, ma non sapeva fino a che punto arrivasse il suo potere. E quel ragazzo, come scrive Luca, era figlio unico.

È bello vedere che Nostro Signore qui non assume le vesti del pronto soccorritore, ma aspetta ad intervenire perché, nonostante l’urgenza della situazione, era più importante portare quell’uomo alla fede, e infatti gli risponde “Se puoi! Tutto è possibile per chi crede”, a sottolineare che la richiesta, per come gli era stata presentata, non era corretta e che la guarigione dipendeva dalla fede riposta in Lui. E qui abbiamo una confessione particolare, perché la risposta fu ad alta voce in modo che tutti sentissero: “Credo; aiuta la mia incredulità”. In questa versione manca “Signore”, dopo il “Credo”, che ci rivela come il concetto su Gesù fosse cambiato: non è più chiamato “Maestro”, ma “Signore”. In più, con la richiesta di venire aiutato nella sua incredulità, quel padre manifesta tutta la consapevolezza dell’avere poco dentro di sé e la certezza di venire aiutato nel suo credere.

E questo dialogo è stato riportato da Marco proprio per tutti quelli che, guardando dentro di loro, non possono far altro se non ammettere la loro poca fede; è lì, qui, che la porta che Dio può aprire non resta chiusa: se mai siamo noi a temere forse perché abbiamo qualcosa da abbandonare, o perché dubitiamo di saper gestire correttamente quanto ci verrebbe dato. I problemi del vivere la fede sono tanti, a cominciare da noi stessi e infatti quel padre chiede a Gesù di aiutare la “mia”incredulità, cioè tutta quella zavorra che lo tiene attaccato al contingente senza sapere come liberarsene. Allora, accanto alla consapevolezza del potere di guarigione verso il figlio, si aggiunge anche quella della liberazione dal poco credere: la richiesta è quella di arrivare a una fede compiuta nel Signore. E notiamo che Marco scrive che quelle parole furono pronunciate di getto, e sono proprio le reazioni immediate che testimoniano di ciò che alberga nel cuore e nella mente di un uomo.

Al verso 25 leggiamo che Gesù agisce“vedendo accorrere la folla”che evidentemente si stava avvicinando attratta dalle parole di quell’uomo pronunciate ad alta voce. Certo, senza la preghiera di aiuto in campo spirituale, “aiuta la mia incredulità”, non avrebbe fatto nulla. Abbiamo allora l’ordine: “Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più”. Sono parole importanti, unitamente alla descrizione di come questo reagì, perché quel giovane non era neppure in grado di parlare e udire. “Esci da lui”è un imperativo riferito al presente, “e non vi rientrare più”rappresenta la garanzia della continuità della guarigione, suggerisce il fatto che quando Dio interviene in una persona è per sempre, come lo stesso accade in tutti coloro che hanno creduto dopo essere stati realmente convinti di peccato, giustizia e giudizio: sanno che, senza l’intervento del Signore che li ha salvati, sarebbero destinati alla morte eterna, al pianto e allo stridore dei denti.

Altro dato importante, ma di cui abbiamo già parlato nell’affrontare l’indemoniato nella Sinagoga di Capernaum, è il modo con cui lo spirito immondo tratta quel ragazzo, cioè “gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto»”.Così uno “spirito immondo”tratta una persona prima di lasciarlo definitivamente, come già visto in altri casi, come gli indemoniati gadareni, con la differenza che qui sostenere l’ipotesi della possessione come risultato di una serie di peccati consapevoli non regge, ma è sostenibile quella relativa all’azione di Satana sul territorio, su una condizione della lontananza da Dio dell’umanità che, a quei tempi, doveva constatare la differenza tra gli interventi del Messia promesso e la realtà in cui viveva, oggi apre le porte all’avversario con le sostanze stupefacenti, gli alcoolici e soprattutto i falsi profeti che vorrebbero imporre uno stile di vita a tutti, giovani e vecchi, “piccoli e grandi”.

Tornando al nostro episodio, vediamo che nessuno salvo Gesù ha contatti col ragazzo, questo perché i presenti non osavano avvicinarsi per non incorrere nell’impurità che contraeva chiunque avesse toccato un cadavere. Leggiamo “Ma– perché c’è un “ma” di Dio nella storia di ciascuno – Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi”. Tre azioni, le prime due fatte da Lui: prende per mano, una mano che rassicura e promette ogni intervento e guida, lo fa alzare in quanto Signore anche del corpo umano, al che il giovane non può fare a meno che stare in piedi, questa volta senza nessun aiuto, autonomamente. E Luca aggiunge un gesto di una carità e amore unico, cioè “…guarì il fanciullo e lo consegnò a suo padre. E tutti restavano stupiti di fronte alla grandezza di Dio”.

Nostro Signore non si limitò a guarire, ma consegnò personalmente quel ragazzo al proprio padre ed evidentemente i loro sguardi si incrociarono. In pratica, quell’uomo fu esaudito due volte, prima con l’aiuto al soccorso della sua poca fede, poi con la guarigione del figlio.

Sappiamo che poi i nove domandarono a Gesù le ragioni del loro insuccesso, e qui le versioni di Marco e Matteo si completano: il primo pone l’accento sulla preghiera, il secondo sulla poca fede. Ora chiaramente le domande che ci dobbiamo porre sono due, la prima delle quali è se sia necessaria una preghiera specifica per quella possessione, oppure se questa debba rientrare nell’orazione come metodo, chiedendo al Padre la capacità di gestire quell’autorità che come credenti abbiamo o dovremmo avere, poiché se come uomini siamo poca cosa, come cristiani siamo chiamati a gestire lo Spirito e così il discernimento e l’autorità, se abbiamo dei doni.

Matteo, come visto, pone l’accento sulla poca fede dei discepoli: “In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte– l’Hermon – «Spostati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile”(17.20). Possiamo concludere chiedendoci, alla luce di queste parole, quale sia la nostra fede e quanto preghiamo il Padre perché, come uno dei protagonisti del nostro episodio, ci sia dato un aiuto nell’esercitare la fede. Quella poca che abbiamo. Amen.

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11.27 – IL FANCIULLO EPILETTICO, I (Marco 9.14-19)

11.27 – Il fanciullo epilettico, I (Marco 9. 14-19)

 

14E arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 15E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. 18Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 

 

Ho scelto la narrazione di Marco, rispetto a quella di Matteo e Luca, perché molto più ricca di particolari e connessioni a tal punto di rendere necessaria una suddivisione in due parti. Ricordiamo che quanto avvenne è collocato da Luca il giorno successivo alla trasfigurazione, che infatti fu di notte, e qui possiamo fare la prima nota sulla enorme distanza tra quanto avvenuto poche ore prima, cioè quei momenti spirituali così intensi da mutare l’aspetto di Gesù (“Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”), e il ritorno nella sua dimensione di uomo fra gli uomini, con gli scribi che questionavano con gli altri nove discepoli che non erano riusciti a guarire un indemoniato. Cessò allora la sublimità di quegli istanti, in cui per poco tempo Gesù aveva potuto vivere un episodio così estraneo alla vita quotidiana; dopo la trasfigurazione e aver parlato con Mosè ed Elia del passato, presente e futuro raccordato all’eternità, “arrivando presso i discepoli”, viene in un certo senso proiettato violentemente a terra, constatando ancora una volta gli effetti del peccato e della miseria umana.

Ricordiamo che anche il tragitto dal monte a dove si trovava il resto dei Suoi fu caratterizzato dalla sopportazione, perché i Pietro, Giacomo e Giovanni non avevano capito le parole più importanti, “anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”, ma si concentrarono sul perché gli scribi sostenevano “che prima deve venire Elia”. E credo che qui possano essere date due letture, una umana che vede nei dodici delle persone lente a capire – e senza lo Spirito Santo ogni recepimento delle cose di Dio è impossibile – e una spirituale che vede l’Avversario impegnato a distogliere la loro attenzione da ciò che è alto e da approfondire, per ciò che riveste un importanza secondaria: non era così necessario sapere “perché dicono gli scribi che prima deve venire Elia”, ma, a fronte di quanto detto ai discepoli, cosa avrebbe implicato il fatto che il loro Maestro fosse “dato in mano agli uomini e patire molte cose per opera loro”.

Esaminiamo ora i versi 14 e 15: Gesù arriva al luogo dove aveva lasciato gli altri discepoli e trova una situazione particolare, e cioè i nove intenti a discutere con degli scribi, circondati da “molta folla”che, quando Lo vide, “fu presa da meraviglia e corse a salutarlo”. Ora il motivo di quella discussione non ci viene detto chiaramente, ma è facile immaginare che riguardasse il fatto che i discepoli non erano riusciti a scacciare il demonio che affliggeva il giovane epilettico; di qui derivarono tutta una serie di questioni dottrinali che sicuramente quei sapienti avranno eruditamente esposto, soddisfatti di mettere i discepoli in difficoltà per il loro fallimento.

C’è però un particolare sul quale è necessario spostare la nostra attenzione, e cioè che la folla “fu presa da meraviglia”: perché? Cosa poteva esservi di straordinario nel vedere Gesù, che era noto che raramente si separava dai dodici, o nel vederlo arrivare? Non poteva che essere nei paraggi. Evidentemente, come avvenne nel caso di Mosè, gli effetti visibili della trasfigurazione non erano svaniti. Leggiamo in Esodo 34.30 che “Quando Mosè scese dal monte Sinai, le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle sue mani mentre egli scendeva dal monte. Non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, perché aveva conversato con lui”. Pensiamo all’esperienza che provò Mosè e possiamo dire che ogni volta che il credente si ritrova a conversare con Dio, a pregare, a interrogare la Scrittura, insomma entrare in un ambito spirituale, fa un’esperienza di consolazione e rivelazioni entrando in uno stato d’animo non definibile a parole. Certo la sua pelle non si trasforma, ma come torna nel mondo normale prova questo senso di enorme distanza tra le due dimensioni, soprattutto quando ha a che fare con i propri simili, quando ritorna alla vita nel mondo naturale.

In proposito possiamo anche sottolineare che se un figlio di Dio resta spesso in comunione con il Padre attraverso lo Spirito, questo sarà inevitabilmente notato dagli altri perché avrà modi e comportamenti che rifletteranno il suo rapporto con Lui. Ecco perché, spesso, i credenti si riconoscono tra loro anche senza necessariamente parlare di Cristo. Nella seconda lettera ai Corinti, Paolo parla della trasformazione operata in chi crede: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito nel Signore”(3.18). È una trasformazione lenta, profondamente interna, che viene data a chi cerca ed è disposto ad abbandonare i suoi perni umani perché destinati a crollare in un modo o in un altro. E ricordiamo anche il verso di Salmo 34.5 “Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri occhi”: si parla non di felicità incontenibile, ma dell’irradiazione della luce di Dio, mentre quel “non saranno confusi i vostri occhi”ci parla degli effetti insiti nella rivelazione di Gesù Cristo, che Giovanni descrive in 1.9, “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”, certo disposto ad accettarla, altrimenti è e rimarrà per sempre cieco.

La folla dunque corre a salutare Gesù, ma  immediatamente Marco sposta l’attenzione del lettore sulla Sua domanda che, dalla nostra traduzione, non è chiaro a chi fu rivolta, se ai discepoli rimasti ad attenderlo, o agli scribi: “di che cosa discutete con loro?”. Certo Gesù era l’Onnisciente e conosceva tutti i discorsi avvenuti, ma voleva una risposta. Sono convinto che anche noi, se ci fosse rivolta la stessa domanda quando discutiamo col nostro prossimo, a volte ci troveremmo in imbarazzo, ma qui il contesto è differente perché i discepoli diventano timorosi di confessare un fallimento, non essendo riusciti a guarire un epilettico indemoniato. I nove non sanno cosa rispondere e così interviene una terza persona, estranea al gruppo, che afferma “…ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti”(v.18). Per inciso, altre versioni riportano correttamente il testo, cioè “Egli domandò agli scribi: «Di che questionate tra voi?»

In altre parole, quei discepoli avevano certamente vivo in loro il ricordo di quanto avvenuto nell’occasione del loro invio in missione: “Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità”(Matteo 10.1). Questo è il preambolo, poiché dopo troviamo scritto l’ordine “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni”(v.8). Ritennero quindi quel mandato ancora valido e sopravvalutarono le loro forze. Gesù allora, quando tornò dai suoi, dalla folla e anche dagli scribi, si scontrò ancora una volta con l’ignoranza: la pretesa di essere quando non si è, di sapere quando non si sa, dell’aver bisogno senza conoscere di chi o di che cosa, tutti elementi correlati tra loro che caratterizzano l’uomo vecchio, sempre convinto di potere e volere.

 

Essere quando non si è.

L’uomo solitamente, dall’infanzia in poi, cerca di caratterizzarsi in modo tale da avere un ruolo, nella famiglia e poi gradualmente nel contesto sociale in cui fa il suo ingresso; che sia una persona di valore oppure no, assumerà un ruolo di comodo, tanto più marcato quanto più sarà il proprio orgoglio a spingerlo. Combatterà chi è al suo pari e disprezzerà i deboli, non importa se fisicamente, finanziariamente o anche solo persone a lui sottoposte. Non ammetterà critiche o rimproveri ed attribuirà i suoi eventuali insuccessi agli altri. E i discepoli non avevano capito che il mandato ricevuto era temporaneo perché avevano ancora tanto da imparare e, senza lo Spirito Santo non ancora disceso su di loro, non avevano ancora acquisito quel discernimento spirituale atto ad orientarli anche nelle situazioni più oscure.

 

Sapere quando non si sa.

Anche qui, senza lo Spirito di Dio, si costruisce sul nulla, o meglio si lavora sulla sabbia. Le conoscenze acquisite – e qui il riferimento è agli scribi – autorizzavano al pronunciarsi sulle cose inerenti alle Scritture, che però erano da loro interpretate e distorte, come sappiamo, a loro vantaggio o in funzione di una religione. Agli scribi non pareva vero trovarsi di fronte all’insuccesso dei discepoli di Gesù e di attribuirGli il loro fallimento. I discepoli, e con loro oggi i cristiani, erano e sono i suoi rappresentanti per cui, come noi, avrebbero dovuto prestare attenzione a ciò che facevano o dicevano. Per il cristiano l’attenzione va anche rivolta a chi frequenta, a come si pone di fronte agli altri per non avere atteggiamenti contraddittori rispetto alla fede che professa. Se fossero stati accorti, i nove avrebbero dovuto attendere prudentemente il ritorno del Maestro, non essendo ancora compiuta la loro formazione. Più avanti infatti, interrogandolo in proposito, si sentirono rispondere: “Questa specie di demòni non si può scacciare in alcuno modo, se non con la preghiera”, oppure “Per la vostra poca fede”secondo Matteo 17.20. Ricordiamo che, nel caso di questo episodio, erano molti che pretendevano di cacciare gli spiriti impuri, come quegli esorcisti giudei che a volte menzioniamo in Atti 19.13 che si sentirono rispondere “Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?”, e uscirono dallo scontro con l’indemoniato “nudi e feriti”. Anche per quegli esorcisti vale il principio della pretesa di essere quando non si è. Per i discepoli quell’insuccesso  fu sicuramente motivo di vergogna, l’esatto contrario di quanto avvenuto tempo prima, quando “Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto”(Luca 9.10). Allora, non avevano certo motivo di tacere.

L’aver bisogno senza sapere di chi o di cosa lo vediamo in particolare nella folla, che corre da Gesù per meglio vederlo, stante le caratteristiche avute in quel momento, che lo saluta forse con la parola “Shalom”, ma di circostanza. Una folla che era lì in gran parte per vedere e stupirsi, ma non per credere. Così è l’uomo anche oggi che preferisce, quando raggiunge la consapevolezza delle sue imperfezioni, affidarsi ad attività estranee come lo Yoga o molte altre pratiche anziché andare a bussare a quella porta di cui è promessa l’apertura.

Tornando al nostro testo, vediamo che la domanda “di cosa discutevate con loro?”resta senza risposta. O, meglio, questa la dà il diretto interessato, il padre del ragazzo epilettico: “Maestro, ho portato da te– ecco l’identificazione di Lui coi discepoli e della prudenza che questi avrebbero dovuto esercitare – mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri– quindi in modo imprevedibile senza distinzione per il luogo – , lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di cacciarlo, ma non ci sono riusciti”(vv.17-18). Mi sono chiesto se quel “ma”,che suona con un rimprovero prima di tutto ai nove, fosse rivolto anche a Gesù, che secondo quell’uomo non li aveva formati abbastanza. Ecco l’ignoranza con la quale si scontrò Nostro Signore, che ebbe una reazione particolare, dicendo “O generazione incredula– Matteo aggiunge “e perversa”–; fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me”.

Il rimprovero di Gesù qui è universale e non esclude nessuno. Come ha scritto un fratello, «è un rimprovero che, seppure con altri termini, ricorre sovente nei Vangeli per mettere in evidenza che l’uomo, chiunque esso sia, non può avere un comportamento corretto, in parole e in opere, senza la guida dello Spirito Santo. Tutto ciò che gli uomini desiderano compiere al di fuori di tutto ciò che Dio ha predisposto è da Lui considerato “un panno sporco”. E i verbi utilizzati, “stare” e “sopportare” sono indicativi di un tempo che stava per concludersi perché il Suo sacrificio stava per compiersi».

“Portatelo da me”, è un imperativo rivolto a tutti con cui Gesù si pone tanto come riparatore all’errato atteggiamento dei suoi discepoli, quando una promessa di intervento. L’unico possibile, risolutore, vincitore su ogni elemento terreno o negativamente spirituale.

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11.25- IL PROFETA ELIA III/IV: IL TEMPO A VENIRE (INTRO) (Apocalisse 11.1-14)

11.25 – Elia  III: il tempo a venire, introduzione (Apocalisse 11.1-14)

 

1 Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Àlzati e misura il tempio di Dio e l’altare e il numero di quelli che in esso stanno adorando. 2Ma l’atrio, che è fuori dal tempio, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi. 3Ma farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni». 4Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra. 5Se qualcuno pensasse di fare loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di fare loro del male. 6Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. 7E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. 8I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. 9Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. 10Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra.11Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. 12Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. 13In quello stesso momento ci fu un grande terremoto, che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo.
14Il secondo «guai» è passato; ed ecco, viene subito il terzo «guai».

 

Con questo terzo capitolo su Elia ci attende un compito arduo, cioè cercare di capire il suo ruolo in un tempo futuro che va inquadrato; quando infatti Gesù disse ai suoi “Elia è già venuto”si riferiva alla funzione di Giovanni Battista in quanto precursore e non al profeta propriamente vissuto nel IX secolo prima di Lui. Stante il poco spazio a disposizione e il fatto che questa parentesi su Elia viene fatta nel contesto dei Vangeli, darò solo delle aperture comprensibili per dare a chi legge l’opportunità di espanderle.

Anche a Giovanni, Autore del libro dell’Apocalisse, è affidato un incarico difficile: gli viene mostrato il piano di Dio e gli avvenimenti che caratterizzeranno un’epoca da lui enormemente distante e così si ritrova a dover descrivere situazioni e realtà di fronte alle quali gli mancano le parole. Il lessico cambia col tempo, si coniano vocaboli che prima non c’erano e si adattano al nuovo contesto che si viene a creare. Per un qualsiasi uomo dell’epoca di Giovanni sarebbe difficile descrivere anche una bicicletta, figuriamoci un carro armato, un aereo, un drone, un bombardamento, un computer e così via: non gli resta così altro modo che fare riferimenti a ciò che conosce impiegando una terminologia spirituale nota e riconoscibile da chi ama e legge le Scritture consapevole che sia l’unico modo, una volta ricevuto lo Spirito Santo, di comunicare attraverso il tempo. Ecco una delle ragioni per cui “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino”(1.3). “Leggere” – prendere atto – “ascoltare” – riflettervi sopra, studiare, comprendere – e “custodire” – cioè conservare per il tempo opportuno, ritenere per riconoscere – sono quindi i verbi impiegati da Giovanni per un utilizzo responsabile del messaggio datogli dal Cristo glorificato. L’Apocalisse, infatti, è un libro dato alla cristianità di ogni tempo, a partire dall’anno 100, contenendo avvenimenti che si verificheranno da lì in poi, anche dentro la stessa Chiesa.

Tornando al nostro capitolo 11, la cornice temporale è quella della Gran Tribolazione, cioè quel periodo, della durata di tre anni e mezzo, a cavallo tra il rapimento della Chiesa e il Millennio. Se 1.260 giorni sembrano poca cosa, in realtà costituiranno il periodo più buio di tutta la storia umana e sembreranno trascorrere con una lentezza estrema. Questi giorni partiranno dal rapimento della Chiesa, segnale molto importante dell’amore di Dio per coloro che gli appartengono: i credenti di allora verranno infatti risparmiati dalla Gran Tribolazione, mentre tutti gli altri uomini vi resteranno coinvolti e nulla sarà loro risparmiato. Il rapimento della Chiesa infatti avverrà per toglierla dagli avvenimenti terribili che si verificheranno sulla terra; a ben vedere, questo è sempre stato il metodo di Dio per evitare che la tentazione “oltre le nostre forze”avvenga. L’intervento in proposito lo abbiamo visto con Noè e la sua famiglia ai tempi del diluvio, con il sangue spruzzato sulle porte in Egitto perché il popolo fosse risparmiato dalla strage dei primogeniti, con Lot e i suoi, fatti uscire da Sodoma prima della sua distruzione.

Un piccolo appunto sul “tentati oltre le nostre forze”: molto spesso si applica questo verso a ciò che ci spingerebbe a infrangere il decalogo, ma in realtà, come dimostra il libro di Giobbe, l’Avversario tenta anche con la sofferenza fisica e morale, senza contare quella provocata da coloro che vorrebbero aiutarci attraverso sentenze morali o falsamente spirituali.

Col rapimento della Chiesa verrà quindi a cessare la testimonianza, ma resterà ancora la Scrittura e sarà ancora possibile la conversione, ma senza l’aiuto della predicazione e del riferimento del “Corpo di Cristo”. Di fronte al rapimento, infatti, ci sarà chi lo riterrà un evento inspiegabile e chi ne cercherà le ragioni, non volendo essere coinvolto nel nuovo sistema politico satanico che sarà riconoscibile, per quanto a pochi.

Il periodo dei tre anni e mezzo (42 mesi o 1.260 giorni) vedrà l’opera di due personaggi principali, l’anticristo e il falso profeta, oltre che ad un sistema che Giovanni chiama “bestia”e che rivela in varie forme e modi. La persona dell’Anticristo non è frutto della fantasia di registi e sceneggiatori, ma è “colui che nega il Padre e il Figlio”(1 Giovanni 2.22) e che più precisamente va identificato in 4.3, sempre della stessa epistola: “Ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, vieni, anzi è già nel mondo”.

L’anticristo allora è la sublimazione, l’incarnazione del principio in base il quale il Dio predicato dal cristianesimo è un’invenzione, quindi non esiste, e a Lui va sostituito l’uomo, l’Io nelle sue multiformi espressioni. Non vi è motivo per dubitare che questo personaggio, un politico, costruirà il suo potere sul mondo grazie ad un sistema che raccoglierà in sé tutti gli Stati sotto un’unica legge, la sua. Già ad esso abbiamo una Chiesa che predica l’ascolto dell’ “altro”, ma non quello di Dio.

Attenzione a non prendere il discorso dell’Anticristo alla lettera nel senso che questo personaggio non salirà al potere “umanamente”, cioè con le sue forze, ma con quelle di Satana che preparerà il sistema adatto affinché, almeno all’inizio, si possa instaurare una dittatura morbida, vale a dire una democrazia apparente: l’Anticristo non salirà al potere con una cospirazione, ma sarà acclamato da tutti, Israele compreso che individuerà in lui il Messia, per cui un altro dato certo che abbiamo è che questo personaggio sarà un ebreo.

Se quindi, come abbiamo letto e sappiamo, “lo spirito dell’anticristo è già nel mondo”, va da sé che gli eventi narrati nell’Apocalisse relativamente ai personaggi e strutture che la caratterizzeranno non compariranno tutto a un tratto, ma saranno il risultato di un’evoluzione che, in realtà, iniziò con la costruzione della torre babilonese, simbolo dell’indipendenza dell’uomo da Dio. Dopo di quella, tanti imperi si sono succeduti, anche in tempi a noi vicini. Non a caso Giovanni vede “una bestia salire dal mare”(13.1) e un’altra “che saliva dalla terra”(13.11), entrambe caratterizzate da un verbo, “salire”, che dà proprio l’idea di una progressione; viceversa Giovanni avrebbe scritto “comparire”, “apparire”. La prima bestia “sale”dalla confusione, raffigurata dal mare, la seconda dal profondo dell’orgoglio umano, visto nella “terra”. Non a caso la bestia che sale dal mare riceverà l’ammirazione dell’umanità che vorrà identificarsi in lei a tal punto dall’aderirvi completamente; in 12.4 leggiamo “…e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia, e chi può combattere con lei?»”e al verso 8 “E l’adorarono tutti gli abitanti della terra, i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, che è stato ucciso fin dalla fondazione del mondo”.

Allora, con questi due versi, abbiamo un aggiornamento del verbo “adorare”, da noi istintivamente inteso in senso univoco, vale a dire con gente che si prostra, magari pregando o con altre manifestazioni; piuttosto l’adorazione di cui qui si parla consiste, ampliato e in modo ancora più marcato, a quanto da noi già visto quando abbiamo studiato o letto sulle strutture imperialiste come il Comunismo, il Fascismo o il Nazismo, sul tesseramento politico, la fede nei raduni, negli ideali, nei progetti dei vari dittatori. Lenin, Stalin, Mao, Mussolini, Pol Pot, Hitler e tanti altri, furono anche “adorati”, incensati, osannati attraverso non solo la partecipazione straordinaria di masse acclamanti, ma attraverso ritratti, statue e templi che in un certo qual modo personalizzavano, stigmatizzavano il regime. Con la Bestia, avverrà la stessa cosa, ma in modo più subdolo nel senso che sarà necessario escogitare una forma simile, ma non identica, non riconoscibile se non quando sarà, come si dice, “troppo tardi”.

Qui, con la prima bestia che formerà un tutt’uno con la seconda, abbiamo le coscienze umane compresse da ogni parte, indirizzate per non poter fare altrimenti dopo innumerevoli forme di appiattimento mentale e condizionamento di cui già oggi possiamo constatare gli effetti anche senza basarci sulla nostra esperienza di fede: se ai giovani di quaranta, trenta o anche venti anni fa si cercava di far sentire l’individuo come unico e il cinema, la televisione, insomma i media salvo rari casi indirizzavano all’espressione di un sé, per quanto discutibile, oggi tutto questo non esiste più, ma abbiamo una tecnologia che rende schiavi e atrofizza la mente, oltre a tutta una serie di input come la musica, i film, la pubblicità, che portano il giovane a identificarsi con e in modelli assolutamente vuoti, privi di un perché, di un come, di un dove. Anche gli stessi navigatori satellitari, usati come unica fonte di orientamento, impediscono alla persona di sapersi collocare consapevolmente nello spazio orizzontale, a differenza di quanto avveniva con le carte stradali. Tra l’altro tutta questa tecnologia è in grado di funzionare “fino a quando tutto va bene”, ma in caso di guasto, o per meglio dire di guerra, saranno le prime ad essere inutilizzabili. E la gente comune non saprà più come fare perché non in grado di orientarsi al di là di un raggio di 100 chilometri, ed è già una stima elevata. Potremmo continuare, ma ne uscirebbe un libro e non un capitolo.

Se la prima bestia attirerà a sé la parte istintiva-terrena delle persone, la seconda agirà in modo diverso: “esercitava tutta l’autorità della prima bestia davanti a lei e faceva sì che la terra e i suoi abitanti adorassero la prima bestia”(13.12). Il terribile è che “faceva sì che tutti coloro che non adoravano l’immagine della bestia fossero uccisi”, quindi coloro che, nonostante la Chiesa assente, crederanno.

Lo scenario sarà tale che “faceva sì che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi, fosse posto un marchio sulla loro mano destra o sulla loro fronte, e che nessuno potesse comperare o vendere, se non chi aveva il marchio o il nome della bestia o il numero del suo nome”(13.16,17). Ora non è difficile connettere la seconda parte del verso a quelle che per il momento sono schede elettroniche come Bancomat, Carte di Credito o di Identità, ma che in futuro – e se ne parla già da tempo – convergeranno tutte in un unico microchip che si pensa di inserire – e così oggi avviene per gli animali domestici o a esseri umani volontari in alcune aziende – proprio nella mano destra o sopra una delle due sopracciglia (per gli esseri umani). Non è un caso se, al momento in cui scrivo queste pagine, i Governi stiano facendo forti pressioni per eliminare il consumo del denaro contante. Anche qui, ciò avviene per gradi ma, se ci voltiamo indietro anche oggi, non possiamo che prendere atto del numero di libertà che abbiamo perso anche sulle cose minime: tutto dev’essere registrato o registrabile, tracciato o tracciabile, compresi non solo i nostri spostamenti, ma ciò che mangiamo, cosa consumiamo, quali siti visitiamo in Internet.

Ora questo sistema convergerà in uno solo, sotto il controllo dell’anticristo (capo politico) e di un personaggio religioso, il falso profeta che, identificandosi nella bestia che “sale dalla terra”, ha “due corna, simili a quelle di un agnello, ma parlava come un dragone”(13.11), quest’ultima figura dell’Avversario. Il falso profeta è caratterizzato dal numero 666, oggetto di interpretazioni innumerevoli da quando il libro dell’Apocalisse è stato divulgato e sul quale non mi soffermo, a parte una sottolineatura della triade del 6 e un rimando a quanto già scritto su questo numero. È importante tener presente che quanto troviamo scritto sulla Gran Tribolazione è fondamentalmente per quei credenti che, attraverso le parole di Giovanni, riconosceranno inequivocabilmente il loro tempo e avranno modo di orientarsi in quel periodo così terribile, traendone consolazione per il premio a loro riservato. Avranno, in poche parole, un’identità certa a differenza di tutti gli altri, come accade da sempre, ma che lì sarà ancora più accentuato.

Va sottolineato che tutto quanto fin qui ho riferito, purtroppo, riporta una visione molto limitata di quello che sarà la vita nella Gran Tribolazione; la mia descrizione non tiene conto degli avvenimenti, come le catastrofi naturali, che caratterizzeranno questo periodo di cui Gesù, aprendo una finestra temporale nel suo complessissimo sermone profetico, dice “Se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti, quei giorni saranno abbreviati”(Mt 24.21).

Ed eccoci, fatta questa premessa, giungere ai due testimoni, di cui abbiamo letto al verso 3 che sarà dato loro di “profetizzare milleduecentosessantagiorni”, lo stesso tempo, più o meno, dei 42 mesi (42×30=1260) dati alla “bestia che sale dal mare”. Siccome però non esistono mesi di 30 giorni uno dopo l’altro, ma anche di 31 e febbraio di 28 (o 29 se cade in un anno bisestile), i giorni dati alla bestia sono, o sarebbero, poco di più. Il contesto della Gran Tribolazione sarà terribile perché, a parte il regime che si instaurerà, vi saranno eventi climatici e astronomici che sconvolgeranno la terra provocando miliardi di morti; ricordiamo ad esempio 9.15 “Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese d l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità”, oppure i flagelli del fumo, del fuoco e dello zolfo al verso 18: inquinamento? Guerra nucleare? Noi lo possiamo ipotizzare, ma chi vivrà il tempo di quelle manifestazioni le riconoscerà con certezza.

Così infatti si apre il libro scritto da Giovani; “Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve”(1.1): noi, per le condizioni in cui versa la terra e gli uomini, per il degrado delle menti e dei cuori che vediamo, possiamo solo capire che gli ultimi tempi li stiamo vivendo, e che il ritorno del Signore Gesù Cristo è veramente vicino. Nel prossimo capitolo, l’ultimo su Elia, cercheremo di concludere la lettura dei dati che l’apostolo Giovanni ha lasciato per il nostro, e soprattutto l’altrui, orientamento. Amen.

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11.22 – LA TRASFIGURAZIONE III/III: MOSÈ ED ELIA

11.22 – La trasfigurazione III: Mosè ed Elia  (Matteo 17. 3-8)

 

3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. 9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

L’estrema particolarità del racconto si apre con “Ed ecco”, riferita al momento in cui il volto e il vestito di Gesù raggiunsero il massimo del loro splendore. Solo allora “apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. A questo punto è spontaneo chiedersi come abbiano fatto i tre testimoni a sapere chi fossero i “due uomini” (Luca 9.30) che apparvero e parlarono con Lui. Il fatto che Luca li descriva così, “due uomini” e che solo dopo precisi la loro identità ci dice che, quando apparvero, i discepoli non sapevano chi fossero, per cui solo ascoltando le parole che si dissero Gesù, Mosè ed Elia, arrivarono a scoprirne l’identità.

Matteo e Marco tacciono sull’argomento, ma Luca, evidentemente dopo avere interrogato Pietro sullo specifico, scrive “…parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (v.31): il rappresentante della Legge, in quando fu Mosè a darla al popolo per ordine di Dio, e quello dei profeti, ci parlano di perfetta congiunzione, continuità perché tanto l’una che l’altra – Legge e Profezia – convergevano in un unico punto, il Figlio di Dio fattosi uomo. È molto importante la presenza di Elia perché, come Enoch, non conobbe la morte venendo rapito mentre era ancora in vita.

Ciò a cui i tre discepoli assistevano, era proprio questo: Mosè ed Elia parlano con Gesù del suo “esodo”, cioè della morte che avrebbe affrontato ed è singolare il termine usato, “exodos”, non confondibile con “exitus” perché qui Luca usa lo stesso termine impiegato per descrivere l’uscita degli Israeliti dall’Egitto per la terra di Canaan. L’ “exodos”, che qui ci dà l’idea della morte, in realtà allude alla Sua resurrezione ed ascensione al cielo con cui Gesù abbandonerà – come uomo – fisicamente per sempre la Terra.

Mosè incontrava di persona Colui del quale aveva profetizzato, “il fine – cioè lo scòpo – della Legge”, Elia Colui che nei tempi antichi gli aveva parlato e la sua presenza lì, ad esempio al posto di Isaia, Daniele, Geremia o altri profeti illustri, trova la sua ragione nel fatto che la sua persona, unitamente a quella di Enoch, è conservata per il tempo della fine quando torneranno entrambi sulla terra per esercitare la loro testimonianza. Ricordiamo sempre che Gesù è al tempo stesso punto di arrivo per le profezie dell’Antico Patto, per lo meno di molte, e di partenza per la Nuova Creazione, avvenuta o che si sta costruendo spiritualmente, ma non ancora materialmente nel senso di manifestazione chiara, ufficiale, come verrò definitivamente sancito con l’avvento dei “Nuovi cieli e nuova terra dove dimora stabile la giustizia”.

Sull’opera dei due testimoni, va detto che sarà talmente grande e importante da rendere impossibile riferimenti diversi al di fuori di Elia ed Enoch proprio perché il loro rapimento, avvenuto nell’antichità, non avrebbe altrimenti senso. Leggiamo ciò che scrive di loro Giovanni, tenendo presente che usa un linguaggio figurato, compatibile con le sue conoscenze di uomo del primo secolo: “Questi sono i due olivi – simbolo di giustizia e sapienza – e i due candelabri – simbolo di luce – che stanno davanti al Signore della terra. Se qualcuno pensasse di far loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di far loro del male. Essi hanno potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. Uomini di ogni popolo, lingua e tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri – televisione satellitare o internet – per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra. Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con un grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: «Salite quassù» e salirono in cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo” (Apocalisse 11.6-13).

Ho voluto aprire questo squarcio sul futuro per non lasciare un vuoto sulla funzione di Elia, che come quella di Enoch deve ancora concludersi non essendo entrambi passati attraverso la morte del corpo, ma l’oggetto della sua conversazione con Gesù fu comunque imperniata sul Suo “esodo” perché solo grazie alla Sua morte e resurrezione sarebbe stata rivelata in modo inequivocabile l’immortalità di tutti coloro che a Cristo sarebbero appartenuti: la loro vita non cesserà con la morte del corpo, ma il nostro spirito e anima torneranno a Dio.

Non avendoci lasciato le parole che si dissero Gesù, Mosè ed Elia, non possiamo ipotizzare quanto tempo durò il loro dialogo; fatto sta che, avuta l’occasione, Pietro non esitò a caratterizzare la propria natura con un intervento inopportuno, dovuto alla paura irrazionale per tutto ciò di cui non riusciva a capacitarsi, oltre al sopravvalutare la sua persona. Marco dice che Pietro “non sapeva cosa dire, perché erano spaventati”, Luca “Egli non sapeva quello che diceva” e ricordiamo che Mosè stesso, quando si trovò sul Sinai, è scritto che “Lo spettacolo era così terrificante che Mosè disse «Ho paura e tremo»” (Ebrei 12.21).

Nel nostro caso Pietro, spaventato, non sa cosa fare – ma non sarebbe stato sufficiente ascoltare, dato che era protetto comunque dal suo Signore? – e si indirizza verso un gesto teso a trattare tutti grossolanamente nello stesso modo, pur rivolgendosi a Gesù per primo: “Signore, è bello per noi essere qui! – e “bello” non ha nulla a che vedere con la paura, per cui pronuncia una frase di circostanza – Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Era la sua reazione di fronte a ciò che non comprendeva, ponendo comunque se stesso e Giacomo con suo fratello in secondo piano, perché le tende per loro non le menziona.

Pietro s’inserisce così a sproposito in un contesto di una tangibilità spirituale unica, ma provoca un evento teso a distruggere qualunque attività superstiziosa o comunque fuori luogo, estranea dalla logica ed aspettative di Dio Padre: “Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. I traduttori del nostro testo, però possono generare confusione con quel “li”, poiché non è chiaro se si riferisca ai discepoli o a Gesù, Mosè ed Elia. Luca scrive “Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura”. La traduzione Diodati, meno interpretativa, riporta “Mentre egli diceva queste cose, venne una nuvola che adombrò quelli, e i discepoli temettero, quando quelli entrarono nella nuvola”.

Va prestata attenzione al tipo di nube, che Matteo non a caso è l’unico a specificare poiché parla di “una nube luminosa” affinché i suoi lettori ebrei potessero identificarla con la Sekinah, la stessa che indicava al popolo che Dio era presente in mezzo a loro, quella che lo condusse nel deserto, che prese possesso nel tempio di Salomone e che accolse Cristo nella sua ascensione. La nube copre Gesù, Mosè ed Elia e la voce del Padre esorta i testimoni, e quindi noi, ad ascoltare “il Figlio mio, l’amato, in cui ho preso il mio compiacimento”, non altri, non i presenti all’incontro con Gesù nonostante la loro autorevolezza. Allo stesso modo il cristiano si deve ben guardare dall’ascoltare altri voci che non siano quelle del Cristo e soprattutto non farle ascoltare, come fa la Chiesa di Roma promuovendo, fortunatamente non sempre, un politeismo anomalo o, meglio, inserendo degli dèi minori quali coadiutori del Padre e del Figlio.

Eppure, il concetto dell’Unicità e Identità di Dio risiede nel concetto stesso della nuvola che significava la presenza dell’Eterno agli occhi degli uomini dell’Antico Patto, che qui avvolge Gesù, Mosè ed Elia e, dopo l’invito ad ascoltare il Figlio, si dissolve lasciandolo solo, non più trasfigurato. Pietro, Giacomo e Giovanni udirono la voce di Dio, e “caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore”: fu una voce diversa da quella di Gesù, che parlava con un timbro umano quindi rapportata al loro udito limitato.

Mi sono chiesto perché gli apostoli furono presi da timore e credo che la risposta risieda nel fatto che capirono sia cosa fosse quella nube, sia che la voce di Dio aveva nelle sue corde il passato, il presente e il futuro oltre che la stesa eternità. Il loro timore fu provocato, come fu per altri che li avevano preceduti, dalla limitatezza che ogni essere umano ha a prescindere perché di fronte alla perfezione e alla santità di YHWH nessuna imperfezione può esistere. La paura che sorse provenne da questo e Gesù dovette fare due cose per risollevare quelle persone impaurite, toccarli e parlare loro dicendo di non temere, rivelandosi ancora una volta come tramite fra la potenza e l’infinito assoluto del Padre e l’uomo. Perché dove interviene Nostro Signore non esiste più timore, né angoscia, né soprattutto l’ignoto e lo fa “toccando”, dimostrando la propria identità corporea, e parlando, la via più diretta per la comunicazione, per lo meno in quel caso.

Abbiamo infine la proibizione al parlare a chiunque di quanto avevano ascoltato e visto, se non dopo la Sua resurrezione, cioè quando lo Spirito Santo avrebbe consentito la comprensione di quell’evento, anch’esso avvenuto perché il Signore non ha lasciato nulla, “neppure uno iota” perché l’essere umano da Lui salvato rimanesse privo di elementi per la propria salvezza e cammino. Amen.

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11.21 – LA TRASFIGURAZIONE II/II (Matteo 17.2)

11.21 – La trasfigurazione II: connessioni  (Matteo 17. 2)

 

 2E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.

 

Prima di affrontare quanto narrato dai sinottici sulla trasfigurazione, vanno ricordate le circostanze precedenti l’episodio, avvenuto di notte, quando Pietro, Giacomo e Giovanni giunsero stremati su quella che era probabilmente la cima maggiore dell’Hermon, a 2.815 metri. Sappiamo che Luca ha aggiunto un particolare, “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui”. Vi fu dunque qualcuno dei tre che nonostante la stanchezza era in dormiveglia, stante il fatto che, sempre Luca, al verso 29 scrive “Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”: se non ci fosse stato almeno un testimone oculare, quel “mentre” non avrebbe senso. Uno di loro, probabilmente due secondo la Legge, fu allora testimone della progressività dell’evento. Matteo scrive che “Il suo volto brillò come il sole”, l’unica parola a sua disposizione per fare un paragone con quanto visto.

Anche Giovanni, cercando di descrivere il volto del Cristo glorificato in Apocalisse 1, riporta “Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. (…) e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza” (vv.12-16). Il sole, però, è anche un riferimento sottile a qualcosa di temporaneo, a sostegno del fatto che il paragone fatto è limitato, perché l’eternità sarà diversa: “Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli” (22.5).

Possiamo anche fare queste quattro connessioni che troviamo nel libro dei Salmi: in 49.6 leggiamo “Molti dicono: Chi ci fa vedere il bene? Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto”, che comporta quel bene o prosperità spirituale che l’uomo ha assoluto bisogno di ricevere dopo essere stato spogliato, privato della comunione con Dio a causa del peccato di Adamo ed Eva.

Seconda connessione in Salmo 16.11: “Tu mi mostrerai il sentiero della vita; sazietà di ogni gioia è sul tuo volto; ogni diletto è nella tua destra in sempiterno”, dichiarazione profetica fatta propria da Gesù come Figlio dell’uomo che, posto nel sepolcro nuovo di Giuseppe d’Arimatea, sapeva che la morte non lo poteva trattenere. Dio, allora, si riserva la sovranità di salvare l’uomo per la sua parola e, con l’apparizione nelle nuvole, noi che abbiamo sperato in lui saremo trasformati in un batter d’occhio e lo vedremo nella sua realtà.

Terza, in Salmo 21.6: “Poiché tu lo ricolmi di benedizioni in perpetuo, lo riempi di gioia nella tua presenza. Contrariamente sarà per coloro che non avranno amato la sua apparizione, perché temeranno il suo giudizio”, verso che parla della vittoria che il Signore ha riportato sul peccato e sulla morte e del giudizio verso coloro che non si identificano in Lui.

Quarta ed ultima in Salmo 31.16: “Fa risplendere il tuo volto sul tuo servitore; salvami, per la tua benignità”, frase che ci accomuna, della quale ci possiamo appropriare a pieno titolo. La luce che brilla è per il “servitore” quella dello Spirito che guida, chiama  e richiama chi ha creduto in Lui.

 

Prima di esaminare un altro particolare, quello della veste di Nostro Signore, va fatta anche una precisazione sui tre testimoni dell’evento: è stato scritto nel capitolo precedente che Gesù scelse Pietro, Giacomo e Giovanni per salire con sé sul monte e della fatica che fecero, essendo uomini di lago o di pianura, ma non di montagna. Non erano abituati a quel tipo di fatica e per loro quella salita rappresentò sicuramente uno sforzo notevole, ma comunque alla loro portata perché altrimenti sarebbero stati scelti altri, che però non c’erano stante il fatto che erano loro i prescelti ad essere testimoni di quell’avvenimento. Gesù però non li costrinse a compiere un percorso che avrebbe comportato per loro un rischio – ad esempio – cardiaco o di altra natura. Camminarono patendo, ma anche sicuri, consapevoli chi era Colui che li guidava e che probabilmente li precedeva nel percorso. Credo che questo fatto possa essere messo in relazione, per ciò che riguarda il nostro cammino,  con quei carichi di pena o di responsabilità che ciascuno di noi porta e che può venire individuato nel fatto che “non siamo mai tentati oltre le nostre forze”. Ciò a meno che non sia un percorso in cui ci troviamo invischiati per la nostra defettibilità umana e incapacità di valutare correttamente situazioni destinate a sovrastarci e coprirci di sofferenza. Apriamo allora questa breve parentesi ricordando Proverbi 6.1-5: “Figlio mio, se hai garantito per il tuo prossimo, se hai dato la tua mano per un estraneo, se ti sei legato con ciò che hai detto e ti sei lasciato prendere dalle parole della tua bocca, figlio mio, fa’ così per liberartene; poiché sei caduto nelle mani del tuo prossimo, va’, gettati ai suoi piedi, importuna il tuo prossimo; non concedere sonno ai tuoi occhi né riposo alle tue palpebre, così potrai liberartene come la gazzella dal laccio, come un uccello nelle mani del cacciatore”. Anche qui è promesso l’intervento di Dio perché “Chi abita al riparo dell’Altissimo, passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido». Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalle peste che distrugge” (Salmo 91.1-3).

A Pietro, Giacomo e Giovanni fu quindi chiesto uno sforzo che, nonostante la sua pesantezza, era alla loro portata e non si lamentarono; il testo dice soltanto che, giunti a destinazione, la loro stanchezza di manifestò con forza, facendoli addormentare, a differenza di Gesù che, mettendosi a pregare, ancora una volta si qualificò come loro punto di riferimento, oltre che garante delle loro vite. E qui ciascuno può fare le proprie considerazione sul cammino da lui percorso, sulle cose cui dà continuità e importanza, ma anche su come si caratterizzano i suoi passi: spediti, incerti, impacciati, ondivagamente, a scatti, variando il passo, a tentoni, responsabilmente o irresponsabilmente.

 

Ultimo elemento, almeno per quelle che sono le mie possibilità, è costituito dalla veste di Gesù, cronologicamente la terza delle sette da lui vestite nei Vangeli, che credo sia necessario esaminare, per quanto brevemente: la prima fu costituita dalle fasce con le quali fu avvolto, neonato, da Maria prima di porlo nella mangiatoia, avvenimento che ci parla della perfetta identità di Gesù, nella sua incarnazione, con l’uomo. Come tutti, venne al mondo, provò il trauma del passaggio dal ventre materno al mondo e pianse. L’autore della lettera agli Ebrei scrive “…entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato»” (10.4): un corpo “preparato” per una vita di luce, testimonianza, operosità e, infine, sacrificio come l’Agnello di Dio che non poteva che prendere su di sé “il peccato del mondo”.

La seconda veste fu la tunica che portava nei suoi viaggi e con la gente, il cui orlo fu toccato dalla donna emorroissa. Abbiamo parlato dei filatteri, per ricordarsi “tutti i miei comandi, li metterete in pratica e sarete santi per il vostro Dio”, “comandi” che furono interamente osservati da Gesù al punto che leggiamo “Ora il termine della Legge è Cristo, perché sia data giustizia a chiunque crede” (Romani 10.4).

Terza veste fu proprio quella della trasfigurazione in cui emerge per la prima volta il fatto che nessun abito avrebbe mai potuto trattenere né velare lo splendore della Sua gloria, visione che stiamo cercando di affrontare e che rimase impressa nel cuore e nella mente dei tre apostoli. E abbiamo visto che ne parlarono a distanza di anni istruendo la Chiesa.

Quarta veste fu quella del servizio, quando Gesù lavò i piedi dei discepoli, episodio che dobbiamo ancora affrontare, ma dal quale emerge la Sua benedizione e la carità. In proposito è scritto che “Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita” (Giovanni 13.3,4).

Quinta veste fu la tunica dell’innocenza, ma anche dello scherno quando “…anche Erode – Antipa – coi i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato” (Luca 23.11). Quando Pilato vide tornare Gesù, disse “Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate, e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato”. Il termine “splendida veste”, che altri traducono “veste bianca”, colore non dell’innocenza come saremmo portati a supporre, ma dei re giudei. Anche la “splendida veste” ha comunque un significato analogo, vale a dire la derisione della persona di Gesù, che Erode vestì come lui.

Sesta fu la tunica di porpora che i soldati di Pilato, anche qui come scherno, gli misero addosso prima di percuoterlo: se Erode Antipa lo aveva vestito di bianco, o “splendidamente” alludendo ai re, i romani fecero lo stesso a modo loro, ad imitazione della porpora imperiale, mettendogli in mano una canna a simboleggiare lo scettro e una corona di spine ad imitazione della corona.

Settima veste furono i teli coi quali Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo avvolsero il corpo di Gesù prima di coprirlo con un lenzuolo nuovo, nell’altrettanto  nuovo sepolcro di Giuseppe: “Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme agli aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato posto” (Giovanni 19.40,41). Matteo parla di Giuseppe che, con Nicodemo “lo avvolsero in un lenzuolo nuovo” – non “pulito” come altri traducono – e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia” (27.59,60). Per Marco, Giuseppe, “comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia” (15.46).

Ognuna di queste vesti, qui brevemente accennate, ha un suo significato, ma quella di Gesù nella trasfigurazione ci parla di presente e di eternità futura: Egli, da Figlio dell’uomo, quindi nell’esteriore in tutto simile a noi, s’illumina – Lui sì – d’immenso visibile ai tre apostoli. Sappiamo che subito dopo appaiono Mosè ed Elia a conversare con Lui, ma senza possedere le caratteristiche di luce di Gesù, venendosi così a stabilire una sorta di scala gerarchica, pur in un confronto denso di significati che esamineremo nel prossimo capitolo.

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11.20 – LA TRASFIGURAZIONE I/III (Matteo 17.1,2)

11.20 – La trasfigurazione I/III (Matteo 17. 1,2)

 

 1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 

 

È giusto portare la nostra attenzione sullo spazio temporale intercorso tra le parole di Gesù rivolte ai presenti sulle implicazioni del discepolato e l’episodio della trasfigurazione, “sei giorni” secondo Matteo e Marco, “circa otto giorni” secondo Luca dove quel “circa” non esclude il “sei” degli altri due che lo indicano con sicurezza. Essendo Matteo e Pietro presenti, possiamo quindi prendere come esatta la cifra da loro indicata.

Riferendoci ai significati del numero sei esposti in un precedente capitolo, possiamo fare gli stessi collegamenti, aggiungendo però un’applicazione specifica: tanto i discepoli che il loro Maestro stavano vivendo un tempo nuovo, quello dell’istruzione specificamente dedicata alla Sua morte, che prima non era stata affrontata. Ecco allora che quei “sei giorni”, in cui non sappiamo cosa avvenne, possono essere paragonati a quelli della creazione in cui Iddio, “giorno dopo giorno” costituisce i presupposti per la realizzazione di qualcosa che prima non c’era: non si trattò di rendere i discepoli testimoni di miracoli e guarigioni, di aggiornare la conoscenza imperfetta che avevano delle Scritture, ma di entrare nella Sua Identità di Figlio di Dio che avrebbe dovuto “soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere” (Marco 8.31). Accanto al significato profondo di questa morte, pensiamo che Giuda, che aveva già in animo di tradire il suo Maestro, si ritenne autorizzato ad agire con un ragionamento assolutamente basso, del tipo “Se deve morire, tanto vale che io contribuisca a questo, guadagnando del denaro”.

Ai discepoli, una volta compreso che Gesù era “il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente” furono allora impartiti insegnamenti particolari che nessuno riportò, tranne pochi cenni come quelli di Marco 8.31 che abbiamo appena letto. È ancora Marco, ad esempio, a scrivere le dirette parole di Gesù: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, risorgerà” (9.31). Possiamo, riguardo al silenzio dei Vangeli su quanto avvenuto nei “sei giorni”, fare una connessione a quanto si sentì dire l’apostolo Giovanni in Apocalisse 10.4: “Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere, quando udii un voce dal cielo che diceva: «Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo».

Quei sei giorni di istruzione, quindi, si conclusero, o “iniziarono” nuovamente, con la manifestazione di Gesù trasfigurato alla quale ebbero il privilegio di assistere Pietro, Giacomo e Giovanni, i testimoni più attendibili sui quale Nostro Signore poteva contare, come prescritto dalla legge che richiedeva, perché un fatto fosse accettato come vero, la parola di “due o tre testimoni”, lo stesso numero perché una Chiesa sia formata. È allora probabile che Luca, visto che la trasfigurazione avvenne solo una volta e in un momento preciso, abbia utilizzato il numero otto – ci parla di “otto giorni dopo” – perché indice di un periodo nuovo: i discepoli avrebbero dovuto iniziare ad avere una visione sempre più dettagliata di Gesù che proprio da lì iniziò ad ampliarsi, a prescindere dall’ordine “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti”. Pietro, Giovanni e Giacomo, erano stati comunque presenti. Certo, ad accettare che il loro Maestro sarebbe morto e poi risorto ci volle molto tempo.

I tre Apostoli furono condotti “in disparte”, espressione che allude sempre a un fatto privato, a un discorso, all’espressione di uno stato d’animo o un avvenimento cui persone estranee non devono assistere perché a nulla gioverebbe, non lo capirebbero, non lo saprebbero valutare. “Su un alto monte”, poi, pur parlandoci di un percorso di fatica, simbolo anche di un percorso spirituale, attesta la completa fiducia che riposero il Lui i tre discepoli, che accettarono di affrontare quella saluta senza chiedergli nulla, forse soltanto informati del fatto che lo scopo di recarsi là era di pregare. Ricordiamo che quel monte fu l’Hermon, non il Tabor come molti hanno sostenuto, formato da tre cime – numero certamente non casuale – la più alta delle quali raggiunge i 2.800 metri circa, sicuramente tanti calcolando che, sei giorni prima, Gesù e i suoi si trovavano nella zona di Cesarea, che si trova alle prime pendici di quel monte. Gente di lago, tutt’al più di pianura, si trovò così nella necessità di affrontare un percorso di montagna che fu sicuramente lungo e faticoso, come avvenne per Mosè, quando salì sul monte Horeb per ricevere le tavole della Legge; ricordiamo Esodo 24.13 “Il Signore disse a Mosè: «Sali, verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli»”. Anche in questo caso abbiamo una fatica, ma doppia perché quando Mosè scese, portava le tavole di pietra scritte dal dito di Dio.

Nostro Signore quindi salì sul monte con uno scopo preciso: Luca scrive “per pregare” (9.28) quindi è probabile che fu quello il motivo che spinse i tre discepoli a seguire Gesù e forse avvertirono meno la fatica del percorso, certi che avrebbero imparato per lo meno qualcosa; ricordiamo infatti la loro richiesta, “Signore, insegnaci a pregare”, sgorgata spontaneamente dai loro cuori quando videro il loro Maestro intento nell’orazione. Luca 11.1: “Gesù si trovava in un luogo a pregare. Quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli»”.

A questo punto è facile supporre quanto avvenne una volta arrivati: Gesù lascia i suoi tre testimoni e si scosta da loro qualche metro, come farà anche nel Getsemani: lì lasciò gli altri discepoli in un luogo scostandosi poi con Pietro, Giovanni e Giacomo, per poi andare da solo “un poco più avanti” (Matteo 26.39) dopo aver detto loro “restate qui, e vegliate con me” (v.41). Anche qui, nell’episodio della trasfigurazione come al Gestemani, abbiamo la stanchezza che s’impossessò di Pietro, Giovanni e Giacomo; Luca scrive “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno” (9.32).

Mi sono chiesto quale fu, o furono, il soggetto/i della preghiera di Gesù sul monte: pur non avendo la pretesa di elencarli tutti, certo Nostro Signore presentò al Padre i discepoli e le Sue imminenti sofferenze perché, certo solo come uomo, si sentiva prigioniero del tempo che si avvicinava inesorabilmente verso la croce. Un Dio perfetto scelse volontariamente di vivere prigioniero in un corpo umano. E qui vediamo il confitto che provò tra l’essere uomo e l’essere Dio: è qualcosa di enormemente grande il fatto che come Dio potesse ogni cosa, ma come uomo fosse subordinato al Padre di cui cercava continuamente la comunione.

È a questo punto che avviene qualcosa di spiazzante, totalmente diverso dal sudare sangue che si verificherà da lì a un anno circa: qui “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”, Marco aggiunge “bianchissime, nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche” (9.3).

La trasfigurazione di Nostro Signore fu questa e tutto converge su due punti basilari: primo, Gesù è il nuovo Mosè descritto in quel passo già citato “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me – nell’esteriore –; a lui darete ascolto”; secondo, abbiamo una descrizione simile a quella riportata in Daniele 7.13-15: “Guardando nelle visioni notturne ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno simile a un figlio dell’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno che non tramonta mai e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto”.  Gesù si trasfigura non in una maschera di morte, ma nella luce, nella Vita assoluta e soprattutto potente e gloriosa. Quello che i tre discepoli videro, non era un uomo incamminato verso Gerusalemme per morire, ma appunto il Signore che avrebbe vinto la morte nell’attesa di sedere alla destra del Padre, Unico a poter aprire il libro della vita.

Ecco perché, idealmente assieme ai tre apostoli, ci troviamo di fronte a qualcosa che ribalta profondamente, da un punto di vista umano, il concetto del Cristo che sta per essere condannato a morte, quindi provando orrore e tristezza: Gesù va incontro ad essa sapendo che le sofferenze che gli verranno inflitte, anziché preludere alla fine, costituiranno il veicolo verso la Gloria definitiva e solo dopo averla acquisita verrà definito “il primogenito di molti fratelli”. Come anticipato poco prima a proposito dell’ “otto” citato da Luca, la trasfigurazione va letta non come punto di arrivo, ma come un anticipo, un accenno del futuro e la via da percorrere doveva essere la croce, non altre. Scrive un fratello: ”La trasfigurazione non è il segno conclusivo né per Gesù, né per i discepoli: da questo momento in poi la narrazione evangelica non descriverà più momenti come questo, ma scorrerà senza intoppi verso la croce”.

La trasfigurazione, al di là di questi significati, ebbe però uno scopo, cioè quello di formare i tre sui quali Gesù faceva affidamento nel senso che a loro affiderà la costruzione della prima Chiesa. Se molto sappiamo di Pietro e Giovanni, non possiamo non attribuire anche a Giacomo un ruolo determinante perché fu il primo dei dodici a subire il martirio sotto Erode Agrippa nell’anno 44, alcuni dicono al ritorno da un viaggio in Spagna dove si era recato a portare il Vangelo, ma questo è attestato da fonti del 600 (Isidoro di Siviglia) e da due del 1600, per questo poco credibili (Maria di Ágreda e Anna Katarina Emmerick). La morte di Giacomo, a parte l’indubbio dolore per la perdita nelle Comunità cristiane, fu un esempio da un lato e dall’altro stravolse il principio in base al quale davanti a Dio esista una scala di preferenze per cui tanto più si è vicini a lui, quanto più si è protetti nel senso umano del termine. Il problema è che la sofferenza è l’unico modo per acquistarsi un premio, e questo vale per tutti, in un modo o in un altro, perché corpo e anima si muovono su percorsi diversi, anche se spesso paralleli.

Per certo quello della trasfigurazione fu un episodio che Pietro e Giovanni compresero molto bene quando diventarono portatori della Parola di Dio al mondo; il primo, nella sua seconda lettera, riporta le parole udite proprio in quella circostanza: “Egli ricevette onore e gloria da Dio Padre quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte” (1.17.18.

Giovanni, invece, lascia traccia anche di questo episodio quando afferma in 1.14 “Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come unigenito dal Padre”, o ancora nella sua prima lettera in 1.1-3 quando scrive “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, (…) quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi state in comunione con noi”.

Così parlarono questi due testimoni del nostro episodio, una volta che fu compreso, a tal punto che furono in grado di istruire perfettamente e senza esitazioni coloro che si univano alla Chiesa, risollevando vite affaticate, stremate dal peccato, che altro non è se non il vivere lontani da Dio, in modo deliberato o perché affetti da una forma di cecità dalla quale, volendolo, si può sempre guarire.

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11.19 – RENDERÀ A CIASCUNO SECONDO LE LORO AZIONI II/II (Matteo 16.27.28)

11.19 – Renderà a ciascuno II (Matteo 16. 27,28)

 

 27Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni28In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

Il tema del rendiconto, cioè quel momento in cui l’uomo dovrà rispondere delle sue azioni, è stato accennato diverse volte nel corso di questa serie di studi. Gesù lo ha presentato anche attraverso le parabole, cioè quei messaggi figurati studiati appositamente perché rimanessero nella mente delle persone semplici molto meglio dei discorsi dedicati a chi della Legge e degli altri scritti aveva una conoscenza più approfondita. Qui, dopo aver parlato di rinnegamento di sé, di fare attenzione a come si considera la propria vita, della necessità di appartenergli perché altrimenti non avremmo nulla da dare in cambio per la nostra salvezza, ecco presentarci il motivo di tutta questa serie di esortazioni: la venuta del “Figlio dell’uomo nella gloria del Padre suo” è imminente. “Sta per venire” e “verrà” sono i modi con cui l’espressione originale è tradotta ed è da sottolineare che Gesù, allora sottomesso come tutti gli uomini anche allo scorrere del tempo, qui si apre ad una visione che gli appartiene come Dio. E qui l’apostolo Pietro, spinto dallo Spirito Santo, scrive “Carissimi, c’è una cosa che non dovete dimenticare: per il Signore, lo spazio di un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno solo. Il Signore non ritarda a compiere la sua promessa: alcuni pensano che sia in ritardo, ma non è vero. Piuttosto egli è paziente con voi, perché vuole che nessuno di voi si perda e che tutti abbiate la possibilità di cambiare vita. Il giorno del Signore verrà all’improvviso, come un ladro. Allora i cieli spariranno con grande fracasso, gli astri del cielo saranno distrutti dal calore e la terra, con tutto ciò che essa contiene, cesserà di esistere” (1 Pietro 3.1-10).

A parte che questi versi aprono varie prospettive sulle quali torneremo, è la proporzione tra i “mille anni” e “un giorno” a dirci che qui Gesù parla come Dio all’uomo, per cui non possiamo aspettarci un avvenimento imminente secondo il nostro metro valutativo e soprattutto in base quell’istinto che ci spinge a considerare procedente in un tempo misurabile ciò che il Signore classifica come “breve”. E infatti per questo abbiamo letto “Il Signore non ritarda a compiere l’adempimento della sua promessa, come alcuni credono”.

Su questo “Sta per venire”, o “verrà”, possono valere le stesse considerazioni fatte quando Nostro Signore operò una rilevante distinzione fra “L’ora viene, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno”, e “Viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno” (Giovanni 5.25-28) in cui due periodi per noi distanti nel tempo vengono da Lui divisi dalla specificazione “ed è questa”, ma utilizzando lo stesso tempo, al presente. Una cosa sono i nostri tempi, un’altra i Suoi.

Studiando i versi in esame occorre distinguere il 27 dal 28, poiché il termine “regno” implica la presenza di più significati. “Il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà conto a ciascuno secondo le sue azioni” si riferisce all’ultima fase della storia umana, quando avranno avuto fine tutti gli eventi che caratterizzeranno il periodo dato all’umanità per salvarsi tra cui vengono annoverati, oltre alla Grazia e il rapimento della Chiesa, la Gran Tribolazione e il Millennio. Gesù, che qui non parla di questi eventi, va dritto al nocciolo della questione visto nel giudizio finale, chiaramente collegato alla retribuzione, al “rendere a ciascuno secondo le sue opere”, principio noto dai tempi antichi quando Salomone, in Proverbi 24.12 scrive “Se tu dicessi: «Io non lo sapevo», credi che non l’intenda colui che pesa i cuori? Colui che veglia sulla tua vita lo sa; egli renderà a ciascuno secondo le sue opere”.

Ora è stato detto da molti, me compreso, che gli uomini dell’Antico Patto potevano constatare la maledizione o benedizione su di loro in base alla qualità di vita, per cui la presenza di malattie era sintomo di un peccato, così come la prosperità rivelava loro il premio per l’osservanza alla Sua Legge; eppure, qui abbiamo la conferma che il verbo “rendere” espresso al futuro non si riferisce necessariamente a qualcosa di immediato, come la diretta constatazione dell’essere benedetti. È un futuro che riguarda l’anima. Da sottolineare anche il vegliare di Dio sull’uomo perché “Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per dare a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni” (Geremia 17.10): qui il Signore va oltre a ciò che facciamo, ma ne guarda il “frutto” con gli occhi della Sua Santità e Onniscienza. Stessa cosa in 32.19 in cui Geremia parla degli occhi di Dio “aperti su tutte le vie degli uomini, per dare a ciascuno secondo la sua condotta”, ancora “secondo il frutto delle sue azioni”, per cui quando Gesù parla di un rendiconto futuro sa bene di essere capito. Teniamo anche presente che gli Autori dei Vangeli scrivono un riassunto anche dei discorsi fatti alle persone sapendo che, attraverso lo Spirito Santo, sarebbero stati compresi dai loro lettori.

Nel Nuovo Patto il principio del rendiconto non viene ampliato come in molti casi, ma confermato perché l’uomo rimane sempre lo stesso: lo vediamo dal comportamento crudele e prevaricatore che ha in guerra, sempre lo stesso nonostante passino gli anni a migliaia, nel giudicare frettolosamente, nel compiere sempre le stesse trasgressioni davanti a Dio. Se c’è un progresso, questo è tecnologico, mai interiore. Ecco perché “Tu, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusti giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere – stesse parole rivolte agli antichi -: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia” (Romani 2.6), dove “cercare”, “disobbedire” e “obbedire” sono i cardini di tutto il discorso.

Per fugare ogni dubbio va precisato che esiste un giudizio di Dio che sarà rivolto agli uomini che non lo avranno posto nelle condizioni di agire perché a lui “ribelli”, ma che non riguarderà i credenti, poiché – parole di Gesù – “chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5.24). Questo però non esime dal comparire “davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno – perché individuale è il messaggio di Dio come individuale la risposta – la ricompensa dalle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Corinti 5.10). Questo è imbarazzante per quelli che predicano unicamente la salvezza di chi crede vedendo il cristiano come un privilegiato dall’amore di Dio, fatto indubbio, ma a scapito delle responsabilità che occupa come tale. È un ripetersi della dottrina che alcuni predicavano nella Chiesa di Corinto.

In pratica, ogni credente scamperà al Giudizio, perché “passato dalla morte alla vita”, come descritto in 2 Tessalonicesi 1.7-9: “…quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo, insieme agli angeli della sua potenza, con fuoco ardente, per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Essi saranno castigati con una rovina eterna, lontano dal volto del Signore – che è calore e luce – e dalla sua gloriosa potenza. In quel giorno egli verrà per essere glorificato dai suoi santi ed essere riconosciuto mirabile da tutti quelli che avranno creduto, perché è stata accolta la nostra testimonianza in mezzo a voi”.

Ma c’è di più, come leggiamo nel libro dell’Apocalisse: in tutte le lettere alle sette chiese si leggono elogi e rimproveri, ma a tutte loro, quindi a ogni cristiano, viene detto “Ecco, io vengo presto – ecco perché “il Figlio dell’uomo sa per venire” – e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere” (22.12): di qui la responsabilità che abbiamo, correlata a quel verso più volte ricordato in base al quale “il fuoco darà la prova dell’opera di ciascuno”, cioè il passaggio di tutto ciò che abbiamo fatto attraverso la visione di Colui che ha “gli occhi di fuoco”, Gesù Cristo glorificato e il solo ad avere diritto di valutazione sull’operato dei credenti.

 

Tutte queste parole sono e furono considerate dagli uomini, quindi allora come oggi, solo come teoriche e per questo il verso successivo fornisce un elemento fonte di accurata meditazione: “In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno”. Qui purtroppo la traduzione è errata perché non si tratta di “con il suo”, ma “nel suo”, dove Luca precisa per i non ebrei “prima di aver visto il regno di Dio”: è un verso che ha fatto inciampare molti che hanno sostenutoo che qui non è stato detto il vero, fraintendendo il regno di Dio con il ritorno di Gesù per giudicare. “Vedere il regno” ha qui il significato delle Sue manifestazioni a prescindere dal tipo, perché sono multiformi, ma va precisato che la traduzione del verso 28 “con il suo regno” è frutto di interpretazione.

In proposito ricordiamo le parole di Gesù in Matteo 12.28: “Ma se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio”. Se allora l’espressione “regno di Dio” comprende molte realtà, qui abbiamo un riferimento alla Sua resurrezione, con la relativa ascensione con la quale Nostro Signore abbandonò questa terra perché ogni cosa era stata compiuta e adempiuta per la salvezza dell’uomo, ma anche alle altri avvenimenti, come tutto ciò che caratterizzò la Sua morte, e qui possiamo pensare sicuramente all’oscurità che cadde sulla terra, al terremoto, alla resurrezione di molti, ma soprattutto alla cortina del tempio che si crepò in due lasciando aperta la visione del luogo santissimo, a conferma dell’abolizione del Vecchio Patto con il popolo di Israele. Ancora, pensiamo alla discesa dello Spirito Santo sui centoventi e alla distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio ad opera delle truppe romane di Tito, avvenuta nel 70 d.C.

C’è anche però un altro riferimento, molto più immediato, che quanto avverrà davvero “a breve” secondo il metro umano, ed è quello alla trasfigurazione di Gesù, evento al quale Pietro, Giacomo e Giovanni avranno il privilegio di essere testimoni, che sii verificherà sei giorni dopo queste parole.

Ecco allora che le parole di Gesù qui esaminate ci parlano dell’assoluta necessità di recepirle: a un avvenimento allora lontano del rendiconto così come espresso al verso 27, ne fa da contrappunto un altro, quello del “Figlio dell’Uomo venire nel suo regno” a garanzia del primo, qui enunciato, che ogni vero cristiano attende.

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11.18 – RENDERÀ A CIASCUNO SECONDO LE LORO AZIONI I/II (Matteo 16.27,28)

11.18 – Renderà a ciascuno I, riassunto (Matteo 16. 27,28)

 

 27Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni28In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

            Purtroppo la necessità di approfondire le parole di Gesù, nonostante la limitatezza dello spazio e della comprensione umana, ha fatto sì che il Suo discorso sia stato spezzato in più capitoli. Riassumiamo allora brevemente quando da Lui detto finora, dapprima chiama i presenti e parla tanto a chi lo seguiva quando a chi lo voleva fare avvertendoli che avrebbero dovuto rinnegare loro stessi ed essere disposti a perdere la loro vita; dopo di che invita tutti a riflettere sul fatto che il guadagnare “il mondo intero” non avrebbe avuto alcun senso a fronte della morte, inevitabile.

La vita, infatti, assume un significato diverso a seconda di come l’uomo si colloca di fronte a lei e agli interessi che lo spingono ad agire: una vita vissuta orizzontalmente provoca una tensione e mobilità verso tutto ciò che è terreno; chi ha questo in sé sarà quindi portato ad agire in funzione della sua sopravvivenza “fisica” entrando in un circuito mentale, quindi dell’anima, descritto in Proverbi 30.16: “La sanguisuga ha due figlie: «Dammi! Dammi!». Tre cose non si saziano mai, anzi quattro non dicono mai «Basta!»: il regno dei morti, il grembo sterile, la terra mai sazia d’acqua, e il fuoco che mai dice »Basta!»”.

È importante l’animale scelto da Agur, autore del capitolo 30: la sanguisuga, anellide che, quando succhia il sangue, produce un potente anticoagulante e un anestetico per poter meglio ingerire il sangue e impedire alla vittima di provare dolore. La sanguisuga è caratterizzata da una grande voracità al punto che riesce a conservare notevoli quantità di sangue nel suo tubo digerente ed è in grado di resistere anche per un anno senza nutrirsi. Si può dire che, figurativamente, essa è l’immagine dell’assorbimento indolore e continuo della vita, qui raffigurata nel sangue. Essa ha due figlie, “Dammi! Dammi!” che chiaramente si riferisce ai desideri che non saziano mai e che qui Agur spiega all’uomo, preda di essi senza che se ne accorga: l’autocritica, o l’autoesame per risolvere, è qualcosa che si rifugge, pervenendo ad uno stato in cui si è preda continua dei propri desideri. Ed il paragone poi passa alle “tre cose”, “anzi quattro” perché tale è il numero dell’uomo, che “non si saziano mai”, con riferimento alla terra sulla quale viviamo e dalla quale traiamo la nostra esperienza.

Abbiamo allora “il regno dei morti”, qui visto come il luogo in cui vanno tutti gli uomini secondo la visione sapienziale, “il grembo sterile”, cioè la mancata rassegnazione della donna che vuole avere figli e non accetta la sua condizione e per riflesso l’uomo che non accetta fallimenti ai suoi progetti, “la terra mai sazia d’acqua” e “il fuoco”: in questo caso vengono presentati due elementi opposti, incompatibili fra loro, ma ugualmente ingordi con la differenza che il primo ha bisogno di regolarità – perché gli effetti delle alluvioni sono ben noti – e il secondo non si ferma mai nella sua opera distruttrice.

Ora questi versi descrivono la vita terrena e l’avidità cui questa naturalmente porta; poco importa se vi siano persone che non manifestino chiaramente ossessività e compulsività perché, di fatto, ciascuno ha uno spazio al quale non è disposto a rinunciare ed è quello di cui Gesù parla utilizzando i termini “rinunzi a se stesso”“propria vita”.

“Guadagnare il mondo intero” è un’espressione che allude chiaramente ad un ipotetico punto di arrivo di un imperatore, e non può non venire in mente Carlo V d’Asburgo che disse “Sul mio regno non tramonta mai il sole”. Gesù quindi non solo vuol dire che “Guadagnare il mondo intero” non serve a nulla se poi lo si perde con la morte e il terrore di essa affrontando poi un’eternità negativa, ma anche come si può giungere a un punto d’arrivo in cui la fame e sete di possesso non potrebbe andare oltre perché si avrebbe già tutto. L’essere ingordi quindi conoscerebbe un termine in ogni caso, con la morte o con l’arrivare a possedere tutto il mondo, ma non per questo la sete di avere finirebbe. L’orizzontalità della vita è destinata comunque a finire.

C’è poi una domanda, rivolta a tutti i presenti ma anche a tutti quelli che leggono queste parole: “Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”. È un invito a rispondere, ma per quanto uno possa pensare, non troverà mai il modo di farlo adeguatamente perché fu la stessa che venne rivolta, in modo indiretto, al “ricco stolto” dell’omonima parabola quando leggiamo “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” (Luca 12.20). Quell’uomo rimase muto perché obiettivamente tutto quello che avrebbe potuto dare in cambio perché il tempo del “rendiconto” fosse procrastinato, ammesso che Dio fosse un mercante, non avrebbe avuto per Lui alcun valore.

Mi sono chiesto il perché di questo “nulla da dare in cambio” e non ho trovato altra risposta se non andare al libro della Genesi, quando vediamo il Creatore, dare una vita perfetta infondendola ad Adamo, collocato in un recinto costruito perché si sentisse protetto. Adamo, e poi sua moglie, erano esseri che a differenza di noi potevano vederlo e parlargli, vivendo quell’autonomia di compiti che erano propri a ciascuno di loro e che trovavano in Eden un punto di intersezione. Adamo, e poi sua moglie, avevano da dare a Dio “in cambio”  il lavoro gioioso nel Giardino e il loro esistere in un reciproco rapporto di amore che si sviluppava nell’innocenza.

Una volta che tutto quell’equilibrio si ruppe, e che nulla fu come prima, Adamo e la sua discendenza non avrebbero potuto dare in cambio proprio nulla se non – attenzione – una costanza di pensieri a Lui rivolti, trovandosi debitori comunque in un rapporto che certo non era più alla pari come un tempo. “Dare a Dio” fu ciò che fece Abele come secondogenito, fatto che lascia stupiti in quanto la benedizione apparteneva al primo figlio. Possiamo ipotizzare che Caino ricevette l’influsso orgoglioso della madre, che lo chiamò infatti “Acquisto”, dal quale si aspettava che fosse lui a schiacciare il capo al serpente per poter tornare quella di prima.

Abele, invece, fu quello che si poneva dei problemi, delle domande, occupandosi di pecore mentre il fratello lavorava la terra, due attività che dicono molto sulle attitudini di entrambi. Mentre il primo tendeva a Dio offrendogli in sacrificio la parte migliore dei suoi animali, “primogeniti del suo gregge e il loro grasso”, Caino non è detto che facesse altrettanto coi prodotti del suo raccolto, già sbagliando in partenza perché era il sacrificio dell’innocente ad avere valore e non i frutti della terra.

Abele non pensava di “dare a Dio qualcosa in cambio”, ma gli premeva manifestare a Lui il proprio timore e la riconoscenza perché, nonostante la condanna ai suoi genitori da lui ereditata, provava gratitudine e ossequio, per cui fu ricambiato: “Il Signore gradì Abele e la sua offerta” (Genesi 4.3). Abele sapeva, ai fini del suo esistere, di non avere nulla da offrire, ma da manifestare cercando un contatto sicuramente sì, e questo era la disposizione del cuore, cosciente che senza la benedizione di Dio non avrebbe concluso assolutamente nulla e rinunciava al suo, visto nei primogeniti e nel grasso degli agnelli.

Gli uomini che gli successero, fecero altrettanto e così sappiamo che si crearono due generazioni che si svilupparono in perenne lotta fra loro, quella degli uomini di Dio e quella dei loro avversari. Anch’essi non avevano nulla da dare in cambio, salvo l’orientamento della loro vita e dei loro pensieri e non uno di loro non fu premiato, ponendosi così automaticamente nell’avere aperto davanti al Creatore un “conto di giustizia” nonostante giusti non lo fossero: scelsero la via del bene, quella “della benedizione” al posto dell’altra, “della maledizione” e così vissero, dando a Dio quanto potevano nonostante sapessero che nulla sarebbe stato mai sufficiente a colmare la distanza tra loro e YHWH. Ma agirono con fede, a tal punto che Dio arrivò a chiamare Abrahamo “mio amico” in Isaia 41.8: “Ma tu, Israele, mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abrahamo, mio amico”, parole che mi fanno rabbrividire ogni volta che le leggo per l’amore e il rapporto che sottintendono, per la profonda imperfezione che si compensa nelle perfezioni di Dio, che guarda all’uomo solo perché pone in lui la fede.

Ecco allora che, da questi passi che ho volutamente scelto dall’Antico Patto per rimarcare ancora di più il concetto dello sviluppo della relazione con l’Eterno Iddio, appare chiaro come sia la fede l’unica cosa che abbiamo da dare a Lui in cambio, riconoscendolo come unico riferimento di vita.

Dal Nuovo Patto in poi, però, l’amore di Dio che già contemplava il sacrificio del Suo Agnello “fin dalla fondazione del mondo”, ha squarciato definitivamente il velo dell’ignoranza giungendo al suo massimo punto di espressione, cioè dando il Figlio in sacrificio per tutti quelli che avrebbero voluto appropriarsene, aggrappandosi ad esso. Chi crede nel Figlio, “pane disceso dal cielo”, sarà “simile a Lui” perché “noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando si sarà manifestato – e qui vengono chiamati in causa i versi che esamineremo e che abbiamo letto all’inizio – noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Giovanni 3.2).

Sempre Giovanni scrive, in un verso a noi noto, che “Iddio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito perché chiunque creda in lui non vada perduto, ma abbia vita eterna” (3.16) per cui ecco che, pur non avendo nulla da “dare in cambio”, c’è quel “creda in lui” che implica quel “dare in cambio” non nostro, ma acquisito perché in noi “non abita alcun bene”.

La domanda di Gesù “Cosa un uomo potrà dare in cambio per la propria vita?” ha come risposta “nulla”, se non il fatto di appartenergli. Non “alla notte, né alle tenebre” (1 Tessalonicesi 5.5), ma “al giorno” (v.8) perché, come in Romani 8.39, “né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. E “Cosa mi dai in cambio?” è una domanda che non verrà rivolta a nessun credente. Amen.

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11.17 – CHI VUOL SALVARE LA PROPRIA VITA, LA PERDERÀ (Matteo16.25,20)

11.17 – Chi vuol salvare la sua vita (Matteo 16. 25,26)

 

 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 

            Siamo qui al seguito del discorso di Gesù dopo le parole su cui abbiamo cercato di meditare nei due capitoli precedenti, relative alla necessità di prendere ciascuno la propria croce, e seguirlo. Dopo questa massima, vengono esposte le ragioni: chi avrà soluto salvare la propria vita, la perderà, ma chi l’avrà persa per causa Sua, la troverà. “Volere”, “salvare” e “perdere” sono allora i tre perni attorno ai quali ruota il principio espresso da Nostro Signore. Il primo è un verbo che significa “Tendere con decisione, o anche soltanto con il desiderio, a fare o conseguire qualcosa”. Quando è seguito da un verbo all’infinito, come in questo caso, esprime per lo più la tendenza a conseguire, o la determinazione a fare qualcosa. Voler “salvare la propria vita” è quasi un’azione obbligata perché tutti tendono a questo: sottrarsi a un pericolo, a un danno che, in questo caso, si riferisce chiaramente alla morte.

Una prima lettura del testo è quindi quella letterale, rivolta nella prospettiva a quanti saranno uccisi per la loro testimonianza alla Parola di Dio: ricordiamo Stefano e l’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni, il primo dei Dodici a venire ucciso per mano di Erode Agrippa I, come leggiamo in Atti 12.1-3, “In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai giudei, fece arrestare anche Pietro”.

Sono personalmente convinto che il senso del verso 25 sia quello che ho riportato, ma poiché la Scrittura parla a tutti gli uomini indipendentemente dall’epoca nella quale vivono, è giusto sottolineare che, se per noi europei la persecuzione contro i cristiani non è per ora in atto, per lo meno non in modo dichiaratamente violento, questa esiste in molti Paesi del pianeta. Nel corso della storia i cristiani morti per la loro fede sono stimati in circa settanta milioni, di cui quarantacinque solo nel XX secolo. Una ricerca datata 8 giugno 2011 condotta da Massimo Introvigne, fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni, ha portato la statistica secondo la quale nel mondo viene ucciso un cristiano ogni cinque minuti. Possiamo quindi fare le nostre debite considerazioni sul fatto che da decenni venga ricordata la “Shoah”, si dice sei milioni di ebrei uccisi dal Nazismo, e non quella dei settanta milioni di cristiani. In merito a quanto scritto poco prima riguardo all’Europa, l’Osservatorio sull’intolleranza e discriminazione contro i cristiani in Europa, membro della Piattaforma dell’Agenzia Europea dei diritti fondamentali, segnala che proprio anche da noi, come Continente, i casi di intolleranza e discriminazione nei confronti dei cristiani siano in aumento. Il Report dell’Agenzia in questione, segnala 241 casi tra il 2013 e il 2014. Citando la prefazione al lungo documento, reperibile in rete in lingua inglese, il dott. Gudrun Kugler, direttore dell’Osservatorio, spiega: “La società sempre più secolare in Europa ha sempre meno spazio per il cristianesimo. Alcuni governi e attori della società civile cercano di escludere invece di accogliere. Ci vengono segnalati innumerevoli casi di intolleranza verso i cristiani. Ricercando, documentando e pubblicando questi casi speriamo di creare una consapevolezza che è un primo passo verso un rimedio” (che mai avverrà, stante la società verso la quale stiamo andando).

Nelle Maldive, meta di vacanza di molti europei, è stato proclamato nel 1994 l’Atto di Unità Religiosa che vieta la promozione di ogni manifestazione diversa dall’Islam o di ogni opinione che sia in disaccordo con quella degli esperti islamici. Nel 2011 le autorità hanno espulso un’insegnante accusata di diffondere il Cristianesimo, avendo trovato una Bibbia nella sua casa. In Arabia Saudita il possesso di una Bibbia è considerato un crimine, in Corea del Nord la dittatura ateo-comunista proibisce qualsiasi appartenenza a gruppi cristiani e, al 2015, si parla di una cifra oscillante tra i 50mila e i 70mila cristiani imprigionati a vita nei campi di lavoro forzato. La Cina ha istituito una “Chiesa patriottica nazionale” e quei cattolici che non ne fanno parte sono considerati agenti di una potenza straniera.

E potremmo continuare, sottolineando le parole troppo blande di Papa Francesco che si limitò a dire, nell’Angelus del 15 marzo 2015, “Che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace”. “Che il mondo cerca di nascondere” perché la fede è messa al bando, perché l’informazione deve essere controllata e canalizzata, perché le menti devono restare spente e, dando voce ai morti del passato instillando l’orrore per il regime Nazista, tacciano quelle dei morti del presente e la gente possa convincersi che il Male appartiene al passato.

Finito questo excursus breve, ma necessario, veniamo alla “vita” di cui Gesù parla per quelli che le persecuzioni del mondo non le subiscono ancora: possiamo definire la “vita” come il risultato di un impulso che il Creatore ha dato in origine a ciò che sarebbe rimasto altrimenti inerte. Per il regno vegetale si trattò di un ordine dato alla Terra: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie”. Ciò avvenne il terzo giorno. Poi il quinto giorno la stessa cosa avvenne per le creature del mare e gli uccelli, ma il sesto fu la volta degli animali e dell’uomo, l’unica creatura a ricevere l’alito vitale di Dio per cui “fu fatto anima vivente”.

Il Creatore quindi costituì l’uomo responsabile di tutta la sua opera: Lui l’aveva fatto, prodotto dalla polvere della terra, e a lui apparteneva anche dopo la caduta ed ecco perché nessuno poteva arrogarsi il diritto di togliergli la vita nel senso fisico del termine: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita – quella naturale, come per tutti gli animali – io domanderò conto; ne domanderà conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, ad ogni suo fratello” (Genesi 9.5). Un principio che non mutò mai nel corso delle dispensazioni.

Solo più avanti, nella dispensazione della Legge, si intravede un parallelismo tra vita carnale e vita spirituale, per quanto già con il Diluvio ed altri episodi appaia chiaro il principio in base al quale il vivere ha senso solo se perseguito ricercando Dio per a Lui adeguarsi: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Deuteronomio 30.15). Al verso 19 viene detto “Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione: scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza”.

A questo punto è chiaro che la “vita” di cui parla YHWH nella Sua Legge si riferisce solo apparentemente a quella orizzontale, ma tenda alla sopravvivenza spirituale, che per ora definiamo superficialmente fisica e psichica, poiché il vivere in senso puramente animale è cercato da pochi. Che i due tipi di “vita” sono quelli che costituiscono l’uomo lo sa bene anche l’Avversario, che in Giobbe 2.4, a Dio che gli parlava di quanto fosse integro “il mio servo Giobbe”, Gli rispose “Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita”.

Per “vita”, quindi, si intende tutta la persona e non solo il fatto che il muscolo cardiaco svolga la sua funzione. Interessante la preghiera in Salmo 26.9, “Non associare a me i peccatori, né la mia vita agli uomini di sangue” e 49.9, già citato in altra riflessione, “Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa”: se l’uomo fosse un animale, con l’anima che risiede nel sangue come tutte le altre creature, sarebbe sacrificabile, potrebbe essere ucciso senza colpa, essendo la sua sopravvivenza totale relegata a quel liquido. Ultimo passo relativo agli scritti dell’Antico Patto degno di considerazione si trova sempre in questo Salmo, ai versi 15 e 16: “Come pecore sono destinati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà di loro ogni traccia, gli inferi saranno la loro dimora. Certo, Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano degli inferi”.

Qui possiamo vedere tanto la certezza di riscatto della “vita” in toto espressa dal salmista che pone una distinzione tra ciò cui gli uomini tendono per natura, il benessere fisico, e quello di chi invece fonda la sua vita con Dio come riferimento, “Certo, Dio riscatterà”.

Veniamo però al Nuovo Patto, in cui Gesù, esponendo la parabola del figlio prodigo, riporta le parole del padre che lo vide tornare: “Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Luca 15.22-24). Si può essere allora morti anche vivendo, o si può vivere senza essere morti e soprattutto c’è una vita eterna, quella che cercava il giovane ricco che incontreremo (Luca 18. 18-27): quella persona gli chiese “Maestro buono, che devo fare per eredita la vita eterna?”; dopo avergli riferito che aveva osservato tutti i precetti della legge, alle parole “Se vuoi esser perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi” è scritto che “Se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”: la vera vita, quella eterna, si trasformò per quella persona in qualcosa di secondario perché ne aveva un’altra, la propria, alla quale dava priorità. Ecco allora che quel giovane fece una scelta, volle salvare la sua vita, quella che gli apparteneva come essere pensante, cosciente, che lo faceva persona nella carne, e non quella della rinuncia, che gli avrebbe tolto i suoi averi materiali, ma gliene avrebbe dati altri, spirituali, in cambio.

Da notare che Gesù non chiese a quel ricco di abbandonare i suoi averi e darli ai poveri come condizione per avere la vita eterna, ma di abbandonarli come prima cosa dentro di sé e poi seguirlo perché solo così il suo dare agli altri avrebbe avuto un senso: non lo chiama ad essere altruista o “buono”, ma a far parte del gruppo dei discepoli realizzandosi pienamente, a liberarsi di un ostacolo. Se ci fermassimo alla prima parte della Sua risposta, il cosiddetto “vangelo sociale” sarebbe legittimato.

La ricchezza è qui vista come “vita”, cioè tutto ciò che rappresenta essa per l’uomo, ma va intesa come possesso, materiale o affettivo, cioè tutto quello che ci condiziona nelle nostre scelte, come più volte sottolineato, qualcosa relegato al bene che si possiede, sia denaro, cose, persone, affetti. E qui siamo chiamati molto a meditare, perché la nostra esistenza non può essere condizionata dai nostri “beni”, non può esservi compromesso, ma distinzione. Sotto questa lettura, hanno pieno senso le parole di Paolo a Timoteo nella sua prima lettera: “Invece quelli che vogliono arricchire – anche nel senso dell’Ego – cadono vittime di tentazioni, di inganni e molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. Infatti l’amore del denaro – amore e non disponibilità di esso – è radice di ogni specie di mai; e alcuni che vi sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori” (6.9-10).

L’affermazione di Gesù sulla “propria vita” è allora intesa nel suo senso più ampio, cioè l’uomo deve chiedersi cosa lo spinge, lo anima nel profondo e meditare sul fatto che, seguendo i propri impulsi naturali e anche venendo a “guadagnare il mondo intero”, quello che Gli voleva dare Satana, a nulla servirebbe se perdesse la propria anima, la sola ad essere immortale.

Perché non c’è nulla che possiamo dare a Dio in cambio, neppure noi stessi, se non fossimo stati da Lui accolti. Amen.

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11.16 – SEGUIRE GESÙ: PRENDERE LA CROCE II (Matteo 16.24)

11.16 – Seguire Gesù: prendere la croce II (Matteo 16. 24)

 

 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

 

Nello scorso capitolo abbiamo lavorato, nelle sue parti essenziali, sul corrispettivo di Luca che, al “prendere la sua croce”, aggiunge “ogni giorno”. Prima di esaminare il significato della “croce” di cui Gesù parlò ai discepoli e alla folla da Lui direttamente chiamata, sottolineiamo che il seguirLo doveva essere una scelta libera e ponderata: “Se qualcuno vuole venire dietro a me”. In pratica la porta della Grazia è aperta a tutti, ma quel “se” avvisa chi vuole seguirlo che non può farlo restando la persona di prima, cioè pretendendo di mettere sullo stesso livello se stesso e Dio, cercare un compromesso per vivere tenendo separato ciò che appartiene alla propria natura umana da ciò che è il confronto con Lui. La cosa è impossibile perché non si può “servire a due padroni”, perché “o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.” (Matteo 6.24).

“Se” quindi, attirato dai miracoli e dai discorsi di Gesù, una persona si sente attratta da Lui, deve sapere che si troverà presto o tardi di fronte alla necessità di rinnegare se stesso, cioè fare i conti con tutti quegli elementi che hanno rappresentato fino a quel momento il centro della sua vita, per abbandonarli. Alcuni lo fanno subito, in blocco, totalmente, altri con una progressione perché si comincia dalle piccole cose per poi arrivare alle grandi e non viceversa. Il rinnegamento di se stessi inizia quando si acquisisce la conoscenza che “in me non abita alcun bene”, è come iniziare con vestiti invernali un cammino sotto il sole per svestirsi progressivamente, abbandonando ciò che non serve perché portarlo addosso diventa un problema fastidioso. Credo che sia pertinente in proposito Colossesi 3.12-17 “Vestitevi dunque, come eletti di Dio, santi ed amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose vestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori”.

“Rinnegare se stessi” è strettamente connesso al “prendere la propria croce” e al seguire Gesù, due azioni ciascuna delle quali implica l’altra perché altrimenti sarebbero entrambe sconnesse, senza senso perché solo se fatte assieme garantiscono la sopravvivenza della persona.

Venendo alla seconda parte di queste riflessioni, mi sono chiesto se i presenti al discorso di Gesù, discepoli compresi, potessero capire cosa s’intendesse effettivamente per “croce”, non essendovi un solo caso in cui è menzionata nelle loro Scritture, nella Legge, nei Profeti o negli altri Libri. Forse i più informati avranno fatto il collegamento con la crocifissione, praticata dai Romani dal 200 a.C., ma dalle origini persiane, da Antioco Epifane ed Alessandro Magno ancora prima, ma la ritengo un’eventualità rispetto al fatto che il suo vero significato verrà rivelato proprio con l’esecuzione di Gesù ed il Suo risorgere.

Come abbiamo fatto con l’ “ogni giorno”, vediamo allora le applicazioni sul prendere “la propria croce”. La prima domanda che mi sono fatto è se i presenti conoscessero il significato della parola. Ho fatto due ipotesi, che probabilmente si assommano tra loro e danno un unico risultato: primo, la crocifissione era stata introdotta dai romani nel 200 a.C., ma era in uso presso i babilonesi, i persiani e i cartaginesi dai quali i romani l’appresero. La storia umana ha tramandato la crocifissione di duemila abitanti ordinata da Alessandro Magno quando conquistò Tiro nel 332. La croce, quindi, è possibile che abbia provocato nei presenti un immediato riferimento al dolore e alla morte. Secondo, ma più che un’ipotesi è un dato, è che Gesù nominò quello strumento di morte in modo tale che fosse capito nel suo significato più ampio dopo, quando appunto a provarla sarebbe stato lui stesso.

Sul problema di cosa avesse voluto realmente dire, molto si è scritto, anche contraddittoriamente, ancora una volta tendendo a dare una sola interpretazione. Come abbiamo visto poco prima per l’ “ogni giorno”, però, anche per la croce credo si debba procedere ad una lettura a strati perché non ci sono riferimenti primari o secondari, ma molti di pari importanza che convergono in un solo punto che li contiene tutti.

La croce parla di testimonianza sofferta. In Atti 5.41,42 leggiamo “Essi – gli Apostoli, dopo che furono flagellati, quindi soffrirono non poco – se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo”. Qui allora vediamo che per i Dodici (ricordiamo che Giuda Iscariotha era stato sostituito da Mattia) non era importante ciò che il sinedrio avrebbe loro fatto, ma testimoniare propagandando il Vangelo e Luca, medico, non dice una parola sulle conseguenze della flagellazione, ma pone l’accento sul fatto che “se ne andarono (…) lieti di essere giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. La realizzazione personale infatti, contrariamente ad ogni idea umana, non si verifica solo quando meditiamo la Parola o preghiamo, ma anche nel dolore conseguente alla dichiarazione dell’essere credenti e alla testimonianza del Vangelo.

La croce parla di sofferenza a molti livelli, non solo quello della persecuzione cui allude Paolo nelle sue lettere, poiché i persecutori dei cristiani, prima dei romani, furono proprio gli stessi ebrei. Ricordiamo Filippesi 1.29: “Riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che ci avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora”. In Ebrei 10.32-37 si legge “…avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso. Avete un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire verrà, e non tarderà”. E il credente ha bisogno di perseverare perché senza questo metodo si inaridirebbe; soprattutto è chiamato a pensare che il tempo che vive non è quello che è istintivamente portato a misurare coi propri metri umani: l’autore della lettera ricorda che abbiamo “un poco appena” prima del ritorno di Cristo. Attenzione a non sottovalutare la portata della persecuzione, poiché questa viene portata avanti tanto da religioni avverse al cristianesimo – e questo anche oggi –, ma dall’Avversario stesso che fa di tutto pur di incrinare, rovinare e se possibile distruggere il rapporto col Padre. Ci ha già provato e agirà in tal senso fino alla sua fine.

La croce parla di rinuncia e abbandono, come in Filippesi 3.7-11: “Ma queste cose – la storia umana di Paolo con ciò che questa comporta, esperienze, affetti, professione, inserimento sociale –, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui (…) perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dei morti”.

La croce parla di continuità, come ancora in Ebrei 12.2: “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento – Lui solo –. Egli, di fronte alla gloria che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”.

La croce ci parla del rifiuto della carne intesa nel senso ebraico del termine, basar, che comprendeva il corpo e i sentimenti umani. Leggiamo in Galati 5. 24,25 “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò, se viviamo nello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito”. Ciò che siamo è e sarà sempre impuro, non importa quanto, fatto sta che il nostro vestito, se non fosse per l’intercessione di Cristo, sarebbe irrimediabilmente sporco e qui, a conferma che la nostra origine rimane, interviene Colossesi 3.5,6: “Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è l’idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi”. Qui Paolo si esprime al tempo passato, ma proprio perché una volta, quando non credevamo, eravamo dediti a varie forme di peccato che  e qui dobbiamo prestare molta attenzione –rimane come attitudine e richiamo; ricordiamo che a Caino fu ricordato che il peccato era alla porta e lo spiava, attendendo il momento per agire. Anche lui, che viveva la dispensazione della coscienza, era libero di scegliere e prendere o meno i provvedimenti opportuni per salvaguardare il suo essere.

La croce è un riferimento: “Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Galati 6.14). Da notare la “croce del Signore” come punto di orientamento, poiché è alla croce che fu inchiodato non solo lui, ma anche quel “documento scritto contro di noi” (Colossesi 2.14) senza il quale non avremmo mai avuto accesso al Padre. Poi dal verso di Galati abbiamo la reciprocità: il mondo, per l’apostolo Paolo, non aveva più senso, né per il mondo la sua persona. È un addio reciproco che moti cristiani stentano a mettere in pratica.

La croce, infine, ci parla di noi, visti come “vasi di creta” e della nostra condizione: “In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale” (2 Corinti 4.8-11). Interessante il riferimento alla morte e al corpo, poiché il credente non si appartiene, ma è di Colui che lo ha salvato: portiamo “la morte di Gesù” in noi in quanto salvati per essa, ma ciò che è mortale in noi rivestirà immortalità.

Ecco allora che “prendere la propria croce ogni giorno” è un’espressione che comprende tutti questi riferimenti, ciascuno dei quali emerge a seconda delle circostanze, sempre conosciute molto più di quanto crediamo noi, da Nostro Signore Gesù Cristo e dal Padre. Amen.

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11.15 – SEGUIRE GESÙ: PRENDERE LA CROCE I (Matteo16.24)

11.15 – Seguire Gesù: prendere la croce I (Matteo 16. 24)

 

 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

 

Il parallelo di Marco ci informa che Gesù e i discepoli erano soli quando avvenne il riconoscimento di Pietro e il suo rimprovero, quindi tutto questo si verificò a distanza dalla gente che Lo seguiva. Anche lì, in quel territorio di Cesarea di Filippo, le persone Lo riconobbero e Lo seguivano, ma credo in maniera diversa; ricordiamo che in altri episodi, presente la folla, era detto che  “non avevano tempo neppure per mangiare” e quando Nostro Signore volle portarli in un luogo isolato per farli riposare, tornati dalla missione che aveva loro affidato, ci riuscì in parte. Qui invece in Marco 8.34 leggiamo “Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro”: li dovette chiamare, ma chi erano?

Gesù, all’inizio del Suo Ministero, opera nel territorio della Giudea e Galilea, con una visita in territorio Samaritano. Lì conosce e opera anche nei confronti di persone non appartenenti al popolo di Israele nel senso puro del termine, che tuttavia gli manifestarono una grande fede. Poi, come visto ultimamente, passa nella zona di Tiro e Sidone, tra i pagani, guarendo la figlia della donna cananea, o siro-fenicia. Quindi va nella Decapoli, rientra nella Galilea, per la seconda volta dà da mangiare alla folla (quattromila persone) “sette pani e pochi pesciolini” per poi entrare nella regione di Cesarea di Filippo: abbiamo tre passaggi in territori non ebrei che avvengono poco prima del Suo riconoscimento come “il Cristo” e del nuovo periodo di istruzione dei Dodici. Le persone che Gesù chiamò a Sé per farsi ascoltare, erano allora pagani ed ebrei, essendo imminente il Suo Sacrificio. Tra l’altro, qui è la prima volta in cui Nostro Signore, prima di parlare, “convoca la folla” rivelando cosa significhi veramente seguirlo e lo fa partendo dal significato più immediato del verbo, “venir dietro di me”, perché per seguire una persona bisogna necessariamente porsi avendola quanto meno a portata d’occhio per fare il suo stesso percorso.

E qui Gesù dice chiaramente che il “venir dietro di me” non è un’azione che possa risolvere qualcosa, ma è necessaria una piena identificazione in Lui. “Rinneghi se stesso, prenda la sua croce – Luca aggiunge “ogni giorno”e mi segua”, frase identica in tutte le versioni salvo, come abbiamo letto, ciò che Luca aggiunge.

A questo punto necessita una precisazione, e cioè: non è la prima volta che Nostro Signore parla della necessità di prendere “la propria croce”. La prima volta che espresse questo concetto l’abbiamo nel sermone in Matteo 10.38, “Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”, che abbiamo esaminato in un precedente capitolo. Allora, però, questa frase era inserita in un contesto molto più ampio, in un discorso rivolto ai Dodici prima di inviarli in missione e lo abbiamo trattato come tale, cioè dedicandovi un breve ed essenziale sviluppo che qui cercheremo di estendere in modo più ampio e complesso ricordando che la Parola di Dio poche volte ha dei riferimenti univoci.

Sappiamo infatti che la voce di YHWH è paragonata a un suono: Daniele, quando lo udì, cadde “stordito con la faccia a terra” (10.9) e che Giovanni, in un verso già citato, in Apocalisse 1.15 scrive “La sua voce era simile al fragore di grandi acque”; riferimento al rumore bianco, cioè la somma di tutte le frequenze udibili. Il rumore bianco, per definizione, è quello caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze. Quello delle onde del mare è un primo esempio. Quindi la multiformità del messaggio, la sua contemporaneità nel momento. È necessario allora cercare di districarsi, quando siamo in presenza di espressioni e concetti che, come nel nostro caso, ne comprendono molti: “prendere la propria croce” è uno di questi; sono parole strutturate in modo tale da presentare un numero elevato di strati, di rimandi, di concetti.

I termini chiave di questo verso, facendo riferimento a Luca, sono due, la “croce” e “ogni giorno” e credo sia utile cominciare da quest’ultimo, che ci parla fondamentalmente di continuità, necessaria anche solo per l’apprendimento e il mantenimento di qualsiasi professione che richiede costanza, studio, pratica e aggiornamento. Nel campo spirituale troviamo molti esempi negli scritti dell’Antico e del Nuovo Patto.

“Ogni giorno” lo troviamo per la prima volta in Esodo 16.4 a proposito della manna: “Il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge”. Qui abbiamo un nutrimento dato direttamente da Dio al suo popolo, che non poteva prenderne per conservarlo perché “quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva” e addirittura, si esprime meraviglia perché solo quando veniva raccolta doppia razione il giorno antecedente il sabato, “non imputridiva, né vi erano vermi” (v.24). Il primo riferimento, allora, è che “ogni giorno” il credente è chiamato nel suo interesse a cercare il proprio nutrimento spirituale, di cui abbiamo traccia nella preghiera del “Padre Nostro”.

E qui i riferimenti sono numerosi: ricordiamo Deuteronomio 11.1, “Ama dunque il Signore, tuo Dio, e osserva ogni giorno le sue prescrizioni; le sue leggi, le sue norme e i suoi comandi”, Proverbi 8.24 “Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte, per custodire gli stipiti della mia soglia”, per non parlare delle promesse, tutt’oggi valide, contenute nel Salmo 1: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”.

Anche in questi versi abbiamo un primo significato di quell’ “ogni giorno” detto da Gesù, che sarebbero delle belle massime religiose se non sapessimo che c’è un rapporto stretto tra l’avvicinarsi a Dio e il confronto con Lui, che “Ogni giorno ha compassione e dà in prestito, e la sua stirpe sarà benedetta” (Salmo 37.26). In opposizione abbiamo le conseguenze della disubbidienza così descritta in Deuteronomio 28.33: “Un popolo che tu non conosci mangerà il frutto del tuo suolo e di tutta la tua fatica. Sarai oppresso e schiacciato ogni giorno”, verso rientrante nelle maledizioni nel caso in cui Israele non Lo avesse seguito.

“Ogni giorno” ci parla anche del sacrificio quotidiano dei due agnelli (Esodo 28.29) a conferma del bisogno continuo di remissione a prescindere e non solo per un peccato specifico, per il quale esistevano precise norme. Così anche noi constatiamo quotidianamente la nostra debolezza e fragilità, necessitando sempre del perdóno anche per quelle mancanze dovute a inavvertenza, che non vediamo.

La quotidianità ci parla anche di testimonianza e di pratica concreta di fede: ricordiamo Atti 5.52, “Ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e annunciare che Gesù è il Cristo”, 16.5, “Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno” ed Ebrei 3.13 “Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi – cioè il tempo presente – perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato”. Tutto questo perché la vita che viviamo non dà tregua quanto a problemi, siano essi spirituali o pratici perché “a ciacun giorno basta la sua pena”.

Ecco allora che quell’ “ogni giorno” di cui parla Gesù comprende tutti questi elementi; in pratica non dobbiamo dimenticare che il riferimento è al nutrimento spirituale, al sacrificio dell’Antico Patto fatte le opportune applicazioni, a trovare nel Signore l’unico riferimento conoscendo la Sua cura, alla testimonianza e al fatto che ci troveremo sempre di fronte a degli elementi avversi, siano essi persone o problemi contingenti della vita. Un’espressione che ne racchiude tante altre e contemporaneamente, “il suono di grandi acque” di cui è stato accennato poco sopra.

In altri termini la “croce”, che esamineremo nel prossimo capitolo, se fosse da prendere “ogni giorno” limitandoci al suo stretto significato, genererebbe in noi un senso di disagio, assumendo un significato di condanna quasi senza speranza come fu per Adamo quando si sentì dire “…maledetto sarà il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi – non più l’albero della vita –. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai” (Genesi 3. 17-19).

Molto tempo è però passato da quel giudizio e ci troviamo certamente in una posizione diversa dai nostri progenitori perché sappiamo che l’ “ogni giorno” in cui la croce va presa comporta assistenza, aiuto e benedizione. Non siamo lasciati soli nel nostro cammino mai, a meno che non siamo noi a volerlo ignorando la cura e l’attenzione continua che il Padre, grazie all’intercessione del Figlio, ci vuole dare. Amen.

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11.14 – VATTENE DA ME (Matteo 16.21-23)

11.14 – Vattene da me (Matteo 16. 21-23)

 

 21Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

 

È giusto che la prima sottolineatura sul nostro testo riguardi “Da allora”, tradotta più propriamente “Da quell’ora”, precisazione con la quale si apre un periodo nuovo iniziato quando Pietro riconobbe Gesù come “il Cristo”: da lì, “Da quell’ora” appunto, l’insegnamento di Nostro Signore riguarderà la Sua imminente morte e resurrezione. La conoscenza che gli Apostoli potevano avere di Lui, ancora una volta, doveva procedere per gradi così come quella del credente, se accoglie i Suoi insegnamenti ed è disposto ad modificare i concetti che ha appreso dal sistema mondano in cui ha vissuto fino a prima di incontrarlo, quando pensava “non secondo Dio, ma secondo gli uomini” (v.23).

È importante considerare che non esiste maturità senza formazione e che il Vangelo insegna, al riguardo, che l’improvvisazione o il pressapochismo non possono rientrare nel comportamento di chi lo annuncia, e quindi del cristiano, nel momento in cui si dichiara agli altri come tale. I Dodici, ma dovremmo dire gli Undici, seguirono Gesù per circa tre anni, testimoni di miracoli e soprattutto discorsi che ci hanno tramandato in minima parte; soprattutto le parole del loro Maestro furono non capite e dimenticate, ma quando lo Spirito Santo scese su di loro, le ricordarono tutte sotto un’ottica alla quale non avevano mai pensato, perché prima di quell’avvenimento non in grado di farlo. Ci fu così un tempo per vedere, ascoltare, toccare con mano gli effetti del Vangelo restando stupiti, e ce ne fu un altro in cui quanto appreso, apparentemente senza averne ben capito la portata, ebbe uno sviluppo assolutamente cosciente e partecipato rendendo così adempiute le parole di Gesù quando disse “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati” (Giovanni 14.12).

Adempimento di queste parole le troviamo nei miracoli compiuti da Pietro e da Paolo, e il “più grandi di queste” non è riferito alla loro portata, ma alla diffusione del Vangelo che avrebbe raggiunto tutto il mondo, mentre Gesù diede tutti gli elementi per essere riconosciuto da Israele come il Cristo, restando inascoltato.

Oggi, per il credente, è tutto diverso e non può più appropriarsi di quanto avvenne a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo si manifestò con “lingue come di fuoco e cominciarono a parlare altre lingue” (Atti 2. 3,4): come già detto in un’altra riflessione, lo Spirito di Dio si rivela in lui inizialmente convincendolo di peccato, giustizia e giudizio, dell’incompatibilità naturale che ha con Lui e di salvezza, ma una volta che ciò è avvenuto inizia un percorso che non può essere paragonabile a quello che ebbero altri credenti nei tempi antichi. Si tratta di un cammino di ricerca in cui si ha la Scrittura come unica fonte di orientamento. Anche lì, non sarà necessaria una semplice lettura del testo, ma un’accurata meditazione personale, quella che alcuni chiamano “lectio divina” in cui si lascia da parte ogni richiamo mondano e personale e si studia, ci si documenta, si riflette su una Bibbia che presenti il maggior numero possibile di riferimenti per incrociare tra loro i dati, interrogarsi serenamente sul testo. In pratica, guardando alle parole di Salomone in Proverbi 2. 3-6 “…se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio, perché il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono scienza e prudenza”, si può dire che siano sempre attuali e che ci riguardino profondamente da vicino ancora oggi. Ci sono allora verità che restano e vivono indipendentemente dal tempo in cui furono scritte, ed altre dispensazionali.

Non è facile il cammino cristiano: è pieno di domande, è una strada in salita, di scelte dolorose. Se così non fosse, sarebbe un percorso in discesa e l’ingresso per la porta sarebbe larga, non stretta, nonostante spesso chi propaganda il Vangelo insista sulla Pace di e con Dio, che certamente esiste, ma che scende su di noi dopo un percorso spesso di travaglio e non perché veniamo catapultati a vivere in una sorta di zona franca al riparo da ogni negatività. È chi vive nel mondo e per esso che in lui sta “bene”, non il credente proiettato, in pellegrinaggio verso il mondo futuro che lo attende, altrimenti sarebbe sbagliato l’insegnamento “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (Atti 14.22).

Torniamo al nostro episodio, da sviluppare tenendo presente i racconti di Marco e Luca: quest’ultimo riferisce le parole dette ai Dodici, e cioè “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli uomini, dai capi sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (9.22); queste pongono una distanza immensa fra Lui e il popolo che avrebbe dovuto riconoscere in Lui il Messia promesso. Qui Gesù cita gli uomini, i capi sacerdoti e gli scribi, mentre Matteo tutto il Sinedrio, composto dagli Anziani, scelti con voto popolare, i capi sacerdoti, cioè i responsabili delle ventiquattro mute che si alternavano nel servizio al Tempio – ricordiamo Zaccaria, padre di Giovanni Battista, appartenente alla muta di Abia –. Per ultimi abbiamo gli scribi, figura della vera conoscenza che avrebbe dovuto venire trasmessa al popolo e che primi fra tutti avrebbero dovuto riconoscerlo come il Cristo con la stessa sicurezza e naturalezza con la quale risposero ad Erode circa trent’anni prima; “Riuniti tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta” (Matteo 2.4,5).

Sempre dalle parole riferite da Luca, vediamo che Gesù non parlò solo del rifiuto della sua persona che sarebbe culminato con la Sua messa a morte, ma disse anche “e risuscitare il terzo giorno”, parole che non furono comprese dai discepoli perché stupiti e afflitti dall’annuncio della sua morte: quel “venire ucciso” li gettò in un profondo stato di tristezza e stupore, ritenendo impossibile che Uno che aveva fatto così tanti miracoli non fosse invincibile. Che Gesù dovesse risorgere, fu un dato che non venne preso in considerazione da nessuno dei presenti perché non capito, e in tale ignoranza rimasero anche dopo la Sua trasfigurazione, perché leggiamo “Essi tennero per loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti” (Marco 9.10). Non solo, ma anche più di un anno dopo queste parole, i discepoli dettero prova di non averle per nulla elaborate, poiché quando le donne annunciarono loro la resurrezione di Gesù, “Quelle parole parvero loro un vaneggiamento e non credevano ad esse” (Luca 24.11).

Fu così che Pietro, forse interpretando il sentimento di tutti, ma certamente dando ulteriore conferma del suo carattere impetuoso, prese Gesù “in disparte”, letteralmente, a seconda dei manoscritti “tiratolo con la mano” o “presolo con sé”, e “cominciò a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»”. Solo Matteo riferisce queste parole; Luca non ne parla affatto e Marco parla di un generico rimprovero (8.32). Cosa avvenne realmente?

È probabile che Pietro si rivolse a Gesù portandosi a una distanza molto breve dal gruppo e che volesse parlargli a tu per tu, ma le sue parole furono udite anche dagli altri. Con la sua frase, lo stesso Apostolo che prima lo aveva indicato come “Il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, prima si augura che Gesù si fosse sbagliato, e poi pretende di negare un avvenimento da Lui profetizzato. La sua frase potrebbe essere trattata indulgentemente se fosse stata proferita in un contesto diverso e certamente non riferita al suo Maestro: presa isolatamente, si tratta di un modo di dire scaramantico come se ne sentono tanti, ma per l’ambito in cui fu pronunciata fu molto grave perché la risposta che ebbe fu “Vattene da me, Satana”, il famoso “Vade retro” latino poi tramandato e diventato di uso comune e sempre a sproposito.

Furono le stesse parole pronunciate quando l’Avversario esaurì le sue tentazioni nel deserto e di cui è detto che “si allontanò da lui per un certo tempo”, tradotto anche “fino al momento fissato” (Luca 4.13) per cui, nel caso di specie, Pietro si fece strumento dell’Avversario per tentarlo ulteriormente, facendo leva sull’afflizione degli Undici conseguente alla perdita che avrebbero avuto, ricorrendo anche a quest’arma per distoglierlo dai Suoi propositi, o meglio dal Piano di Dio. “Dio non voglia” è quindi un semplice augurio? È piuttosto un’intromissione, un’ingerenza nel Suo/Loro piano e “questo non ti accadrà affatto” è una negazione di tutte le parole di Gesù al riguardo.

Se l’apparenza della valutazione quindi ci consente di ipotizzare che Pietro volesse rimproverare bonariamente Gesù in realtà Satana, attraverso questo Apostolo, assale Gesù di nuovo, mostrandogli la possibilità di sfuggire i patimenti e la morte, frase pericolosa soprattutto perché pronunciata dallo stesso discepolo che poco prima aveva riconosciuto profondamente l’identità e il ruolo del Suo Maestro. Se Pietro avesse pronunciato alla leggera quelle parole, non avrebbe ricevuto quel rimprovero rivoltogli pubblicamente poiché, se Matteo scrive “Gesù, voltandosi, disse”, Marco ha “Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse”.

“Tu mi sei di scandalo” sono parole che completano il “Via da me, Satana”: ricordiamo che lo “skàndalon” era il laccio, la trappola, la pietra sulla quale s’inciampa non vedendola e Pietro, purtroppo, era proprio uno scandalo quello che stava tendendo e disponendo per Gesù.

“Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”, identiche parole riportate da Marco dettategli da Pietro che si ricordò molto bene quel rimprovero, vero a differenza di quello che mosse a Gesù: il verbo “fronéo” significa “pensare”, ma anche “compiacersi, essere animato”, quindi impostare il proprio essere lontano da qualcosa. Quell’Apostolo, in quel momento, guardava alla morte di Gesù come a una disgrazia e aveva perso completamente il significato profondo e assoluto che aveva, perché “Come per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà la vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Romani 8.18,19).

Gesù doveva morire proprio per questo, per essere “consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato resuscitato per la nostra giustificazione” (4.25), perché “se, quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto di più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (5.10). “Perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (6.23). Amen.

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11.13 – LE CHIAVI DEL REGNO DEI CIELI (Matteo 16.19-20)

11.13 – Le chiavi del regno dei cieli (Matteo 16.19-20)

 

 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

È facile collegare Pietro e le chiavi del regno dei cieli con l’immagine profana di un vecchio con barba e tunica dalla quale pende un mazzo di chiavi che, più anni fa che oggi, ci veniva/viene proposto per lo più in raffigurazioni satiriche. Chiaramente qui ci troviamo di fronte a qualcosa di molto più serio. Prima sottolineatura da farsi è sicuramente sulle parole “A te darò”, che indica una persona precisa, appunto Pietro, coinvolta in qualcosa a venire, cioè una volta Gesù risorto quando, in previsione della discesa dello Spirito Santo, sarà Pietro più degli altri ad avere la responsabilità della conduzione della prima Comunità dei credenti. Possiamo dire che, essendo questo apostolo stato il primo a riconoscere il suo Maestro come “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, furono “le chiavi” il premio che ebbe, ma non per questo la promessa di Gesù fu intesa dagli altri undici come un attestato di primato nel senso di autorità umana. Infatti, poco tempo dopo li troviamo a discutere su chi di loro fosse “il più grande”: dopo la trasfigurazione, “Quando (Gesù) fu in casa, chiese loro: «Di cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano – perché sapevano trattarsi di una discussione fuori luogo –. Per la strada, infatti, avevano discusso tra loro chi fosse più grande” (Marco 9. 33,34).

“Chiavi” e “regno dei cieli” (non “paradiso”, che è cosa diversa) sono le parole da sottolineare perché indicano un ruolo e un ambito. La chiave è sinonimo di un potere che si ha o viene conferito. Conosciamo Apocalisse 1.18, in cui il Figlio si rivela a Giovanni con queste parole: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi”.  La parole “chiave”, al plurale, compare in tutta la Scrittura  solo per due volte: nel verso che stiamo esaminando e il questo di Apocalisse. Chi detiene le chiavi di una casa è il padrone, chi l’ha in uso, o un suo delegato di fiducia. Ricordiamo le parole a Eliachim, il cui nome significa “Alzato da Dio”, il cui nome è citato nella genealogia di Gesù (Matteo 1.13 e Luca 3.30,31) di cui è detto in Isaia 22. 21,22 “Lo vestirò con la tua veste ne lo fortificherò con la tua cintura – quindi riferimento a ruolo e forza – e gli darò in mano il tuo potere: egli sarà come un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per la casa di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire”.

Un richiamo spirituale molto forte lo abbiamo quando Gesù disse “Guai a voi, Dottori della Legge, perché avete portato via la chiave della conoscenza: voi stessi non siete entrati, e avete impedito di farlo a quelli che volevano entrare.” (Luca 11.52), che in Matteo 23.13 è “scribi e farisei, ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”.

Nostro Signore dice a Pietro che gli darà le chiavi, al futuro, e certamente fu questo apostolo ad usarle quando predicò il Vangelo con la sapienza dello Spirito, ma la stessa cosa la faranno anche gli altri, non in misura minore, ma con compiti e doni diversi. Davanti a Dio infatti non vi sono persone più o meno importanti, ma figli di cui si serve e a cui ha dato per fruttare chi 30, chi 60 e chi 100. Il premio però è e sarà individuale per cui non sta a noi fare una scala di rilevanza in senso umano. Nei versi oggetto di meditazione era comunque importante che Pietro fosse premiato per la dichiarazione che prima degli altri dà di Gesù: “Tu sei beato, (…) perché né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Le chiavi date a Pietro, quindi, non furono sua esclusiva, ma anche degli altri, come Giacomo, Giovanni, Filippo, Paolo e tutti quanti predicarono con la potenza dello Spirito. Già un primo segnale dell’aprire e del chiudere lo troviamo in Marco 16.15,16 dove Nostro Signore conferisce ufficialmente il mandato agli Apostoli: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”.

Le “chiavi”, nel caso di Pietro, gli furono date per aprire nel predicare a Gerusalemme con tutte le manifestazioni che ne seguirono, e per chiudere come nel caso di Anania e Saffira o del mago Simone, da lui condannati (Atti 5.1-11; 8.9-25). A conferma del fatto che le chiavi non furono date solo a quest’apostolo, pensiamo a Paolo, alla sua predicazione che iniziava sempre a partire dagli ebrei, ma che quando rifiutarono il suo messaggio si rivolse ai pagani (Atti 13.46; 17.6; 28.28). La chiusura vi fu per l’incestuoso di Corinto, “dato in mano di Satana” fino a quando non abbandonò il suo peccato, venendo riammesso in seno alla Chiesa, per cui fu ristabilito (1 Corinti 5; 2 Corinti 2.5-10) ed ecco una nuova apertura.

Le chiavi di Pietro, e con lui gli altri apostoli che predicarono, furono quelli della rivelazione spirituale, dell’orientamento e guida dello Spirito Santo per l’avanzamento e l’aiuto/sostegno nella conversione di chiunque ha creduto, ma anche di chiusura e impedimento dichiarato ad entrare che si connette direttamente al principio del legare e sciogliere.

“Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Anche qui abbiamo qualcosa detto nel presente della circostanza, ma che poi, quando si tratterà di passare dallo stadio formativo a quello operativo, sarà conferito anche agli altri Apostoli. Infatti in Matteo 18.18 leggiamo “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”.

Qui il riferimento letterale è strettamente legato al significato che gli ebrei davano al “legare”, cioè dichiarare illegale qualcosa, e allo “sciogliere”, cioè legalizzarla. Si era soliti dire, a proposito dei Rabbi o degli Anziani, ma anche dei Giudici, che essi avevano “il potere di legare e di sciogliere”. Gli Apostoli, quindi, e credo chi governa la Chiesa esercitando un potere ricevuto da Dio e non da se stessi, possono “legare” e “sciogliere”, come avvenuto ad esempio nel caso della circoncisione che i convertiti giudei volevano fosse condizione di salvezza per i pagani. Nella Chiesa l’azione del legare o sciogliere può venire coinvolta nel valutare iniziative o situazioni apparentemente anomale che possono sempre venirsi a creare, per prendere i provvedimenti opportuni, ammettendole o respingendole. Certo che in essa devono esistere uomini preparati e capaci, che mettano il Vangelo alla base delle loro decisioni, che agiscano in armonia col Padre, il Figlio e lo Spirito Santo esercitando la loro autorità e non, come a volte purtroppo accade, che semplicemente si sostituiscano a Loro provocando danni a volte irreparabili.

“Legare” e “sciogliere” è connesso anche al perdóno dei peccati e vediamo Giovanni 20.20-23: Gesù è risorto e si presenta agli Undici. “Disse loro di nuovo: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»”. Si tratta di un verso molto importante che ha autorizzato la Chiesa di Roma ad introdurre la confessione auricolare nei suoi Sacramenti quando in realtà autorizza gli Apostoli, oltre a legare e sciogliere nel senso esaminato, all’esercizio del perdono o meno che non può essere generalizzato, ma va dato nel caso in cui la persona si penta attorno a un peccato specifico che impedisce la comunione fraterna. Anche qui, sono gli uomini preposti alla conduzione della Chiesa a dover esercitare questo potere. Si tratta di dinamiche importanti che coprono delle responsabilità altrettanto importanti, collegate agli episodi citati che videro Pietro e Paolo protagonisti dell’esercizio della disciplina e che possono riguardare anche l’ammissione o meno alla comunione fraterna e alla partecipazione al Memoriale a seconda del comportamento che alcuni possono prendere. Qui non si tratta di peccati “ordinari”, come torti, sgarbi od offese, ma di atti che possono gettare biasimo sulla Chiesa, condizioni di peccato non lasciato che coinvolgono anche la Comunità dei credenti, cattivi insegnamenti ed esempi.

Solo lo Spirito Santo può guidare i responsabili di una Chiesa in tal senso, poiché ragionando in termini umani o facendo riferimento alla semplice istituzionalità del ruolo, questi possono commettere errori che gli si ritorcerebbero contro; ricordiamo che “Come un passero che svolazza, come una rondine che volteggia, così una maledizione immotivata non ha effetto” (Proverbi 26.2). E il motivo deve trovarsi nelle cose spirituali. Si tratta allora di qualcosa di ben lontano dall’assolvere o meno un’anima, fatto certo registrato nei Vangeli, ma riferito sempre e solo a Dio e al suo Figlio Gesù Cristo, che dell’assoluzione è tramite e garante. La confessione dei peccati è l’unico mezzo per avere un perdóno di qualcosa di negativo commesso tra uomo e uomo, ma spetta alla persona colpita perdonare, non certo a un sacerdote che non può in alcun modo perdonare un peccato commesso contro Dio. La confessione auricolare può essere una buona cosa, ma per avere un consiglio, un indirizzo di comportamento a fronte di un problema dal quale non si sa come uscire. Così come i dieci comandamenti contemplano infrazioni fra uomo e uomo e fra l’uomo e Dio, altrettanto la confessione è necessaria per ripristinare la comunione fra entrambi gli elementi e, a seconda dei casi, va rivolta all’uno o all’altro.

 

Veniamo così al verso 20, “Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”. Questo doveva essere compreso già da un anno e mezzo, quando Gesù fu preannunciato e presentato da Giovanni Battista che ricordiamo Lo battezzò come qualunque atro uomo che andava a lui. Ora chi aveva “orecchie per udire” già aveva fatto la scelta di unirsi a Lui e quelli che avevano creduto lo avevano riconosciuto; dirlo così, ufficialmente agli altri, avrebbe causato un fraintendimento come tutte le altre volte in cui i miracolati da Gesù, trasgredendo il suo ordine di non parlarne, avevano provocato reazioni unicamente appartenenti al mondo della carne. E qui vediamo anche un’altra prerogativa degli Apostoli, che avrebbero dovuto porre le fondamenta proprio sul fatto che Lui era “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”: loro lo avevano saputo e dovevano conservare quel dato come un tesoro. Scrive un fratello che “La vita di Gesù doveva giungere al suo termine prima che i suoi discepoli rendessero testimonianza di lui come del Cristo; anzi, il Signore stesso doveva, per primo, annunciare questo pubblicamente davanti al popolo nell’ora del suo martirio”. E lo fece dinnanzi all’organo che lo rappresentava.

Andando all’episodio cui si riferiscono queste parole, leggiamo che il sommo sacerdote “gli domandò «Sei tu il Cristo il Figlio del Benedetto?» E Gesù disse: «Io lo sono. E voi vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della Potenza, e venire con le nuvole del cielo». E il sommo sacerdote, stracciatasi la veste disse: «Abbiamo ancora bisogno di testimoni? Voi avete udito la bestemmia, che ve ne pare?” (Marco 14.62). Ecco cosa ne fecero gli altri delle parole di Gesù: sentito che era “il Cristo, il Figlio del Benedetto”, lo accusano di bestemmia e “Tutti sentenziarono che era reo di morte”.

Dalla lettura di questo passo allora vediamo che il rifiuto aperto e definitivo a Nostro Signore doveva arrivare direttamente a Lui dai più stretti interessati, cioè il sommo sacerdote e il tribunale ebraico (Sinedrio). A dire di essere il Cristo doveva essere Lui stesso e non i discepoli cui viene ordinato di tenere per loro quella verità. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” è una frase facile a dirsi e a ricordarsi, ma è totalmente inutile se non la si fa propria, poiché anche un ateo sa che si dice che Gesù sia vissuto e che fosse Figlio di Dio, ma non per questo è salvato.

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11.12 – TU ES PETRUS (Matteo 16.13-17)

11.12 – Tu es Petrus (Matteo 16.13-17)

 

 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 

 

 

Prima di affrontare questi versi, che se fossero stati visti nella loro semplicità non avrebbero causato fraintendimenti nel cristianesimo, è necessaria una premessa sulla mia persona: non ho aderito ad altro se non al cristianesimo vissuto in modo indipendente, svincolato tanto dal Cattolicesimo Romano quanto dal Protestantesimo nelle sue molte forme. Credo che, per essere definita “Chiesa” sia sufficiente una Comunità composta da “due o tre radunati nel mio nome” (Matteo 18.20), come avremo modo di sviluppare in futuro. Credo che Dio parli a chi lo ascolti e che questa persona possa trovarsi in tutte le denominazioni cristiane che presentano ai propri aderenti la possibilità di avere a che fare con una traduzione corretta delle Scritture perché quella, non la Chiesa, comunità dei credenti, è il riferimento per entrare attraverso quella “porta stretta” la cui unica via è costituita da Gesù Cristo. Un vero credente può solo indicare la via agli altri, volendo portando la sua esperienza ed esprimendo ciò che prova, o quello che il Signore gli ha rivelato attraverso lo Spirito Santo, entità preposta alla sua consolazione: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14.26)

Venendo al verso 18, vediamo chiaramente come i soggetti siano due, Pietro che ha affermato “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e quanto da lui detto, che diventa pietra-roccia su cui Gesù edificherà la sua Chiesa come una casa costruita su di Lui, in grado di resistere alle forze avverse. Se la Chiesa fosse fondata su Pietro, cioè un uomo come noi, sarebbe un assurdo e, anche ammettendo come lontana ipotesi che ciò sia vero, Nostro Signore lo avrebbe detto chiaramente senza ricorrere ad un giro di parole fra “Pietro”, greco Pétros, pietra, sasso, e pétra, roccia, rupe, “su questa pietra”. E coloro che tradussero queste parole dall’aramaico al greco, certamente non sbagliarono.

Ancora, se la Chiesa fosse fondata su Pietro, persona che difese strenuamente il Vangelo e le proprie idee, che ebbe un ruolo fondamentale nella prima Chiesa a Gerusalemme, si sarebbe certamente adoperato perché Marco, suo discepolo, lo riportasse nella sua opera.; invece, proprio al riguardo tace, riportando un dialogo molto più stringato di Matteo: “Ed egli domandava loro: «ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno” (8. 29,30).

Purtroppo la “traduzione interconfessionale in lingua corrente”, la cosiddetta TILC, riporta “Per questo io ti dico che tu sei Pietro e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia comunità”. Ora credo che nessun insegnante di greco possa lasciar passare una simile traduzione che non solo distorce, ma rinnega anche la Chiesa stessa definendola “comunità”, termine passabile in altre circostanze ma non qui, dove l’Ecclésia è l’insieme dei “chiamati fuori”, degli uomini che desiderano porre in Cristo il fondamento della loro vita. Si tratta di un errore che, per grossolanità, è paragonabile a uno dei tanti commessi dalla “Traduzione del Nuovo Mondo” dei Testimoni di Geova che tuttavia, restando isolata, non può potenzialmente traviare allo stesso modo la conoscenza i semplici come la versione TILC di cui si legge che “Protestanti e Cattolici hanno lavorato insieme in questa traduzione e insieme la presentano ai lettori. È una traduzione interconfessionale, accolta da tutte le confessioni cristiane, approvata dall’Alleanza Biblica Universale e da parte Cattolica dall’autorità ecclesiastica (CEI)”. Una traduzione fondata sul compromesso, per accontentare un po’ tutti, col famoso “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Fortunatamente, la TILC non ha la stessa diffusione della “Bibbia di Gerusalemme”, della Luzzi, della Diodati “riveduta”, o della CEI originale su cui basiamo queste riflessioni, segnalandone le varianti. Al contrario la traduzione semplicistica del testo biblico operata dalla TILC, lo ha terribilmente inaridito e reso simile a un romanzo, o a una lettura di puro intrattenimento dalla quale, al massimo, si possono trarre dei begli insegnamenti morali. Ma non serve a nulla, è impossibile procedere ad una esegesi del testo.

Tornando in tema, Gesù afferma che proprio sulla dichiarazione di Pietro edificherà la sua Chiesa: se “Simone, figlio di Giona” era Pietro – verità incontestabile – altrettanto e ancora di più lo era il fatto che nessuna Chiesa può fondarsi su altro principio cardine se non quello che Gesù è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente (…) e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa”. Purtroppo questo verso così importante viene liquidato con “nemmeno la potenza della morte potrà distruggerla” nella TILC in cui il senso dell’impotenza di Satana a “prevalere” su di essa e le verità conseguenti vengono fortemente ridotte.

Sulla distinzione “Pietro – pietra” si discute da sempre e molte pagine sono state scritte con tesi contrapposte, per cui mi asterrò dall’addentrarmi in questioni che non portano da nessuna parte anche perché una cosa è la difesa dottrinale e altro è la contesa. Scrivendo a Tito, suo discepolo e collaboratore greco, Paolo gli ordina “Evita le questioni sciocche, le genealogie, le risse e le polemiche intorno alla Legge, perché sono inutili e vane” (3.9).

Da notare comunque, tornando alla seconda parte del verso 18, che la traduzione letterale ha “Le porte dell’Ade non la potranno vincere”, ben diversa da “la potenza della morte” perché il riferimento non è tanto alla morte come “salario del peccato” – al limite questo è una delle possibili applicazioni –, ma “le porte dell’Ade” è riferito al regno della morte in potere a Satana, definito in Ebrei 2.14 “Colui che della morte ha il potere”. Sicuramente utile per capire l’espressione delle “porte dell’Ades” è Giobbe 38.17, quando Dio gli chiede “Ti sono state svelate le porte della morte e hai visto le porte dell’ombra tenebrosa?” confermando di avere pieno potere su ogni cosa, morte compresa, come avvenuto con Gesù con la sua risurrezione.

Ricordiamo che le “porte” di una città erano i luoghi in cui le autorità si riunivano per deliberare e da esse uscivano gli eserciti per andare alla guerra. “Le potenze degli inferi”, corretta interpretazione de “le porte”, si riferisce allora a tutta la potenza dell’Avversario che vede nella Chiesa il nemico da distruggere perché composto da uomini che, nonostante protetti e salvati, sono comunque defettibili e soggetti a cadere nell’errore nel momento in cui non vigilano su loro stessi e non pregano secondo il “Padre Nostro”, “non abbandonarci nella tentazione”.

La Chiesa come nemico da abbattere è un concetto che troverà il suo culmine nella Bestia di cui è detto che “…(le) fu data una bocca – Satana è e sarà sempre un subordinato e ha bisogno sempre che gli venga concesso un potere – per proferire parole d’orgoglio e di bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. Le fu concesso di fare guerra contro i santi e di vincerli – provvisoriamente –; le fu dato potere sopra ogni tribù, popolo e nazione. La adoreranno tutti gli abitanti della terra, il cui nome è scritto nel libro della vita dell’Agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo” (Apocalisse 13.5-8). E il termine “adorare” qui non è inteso come nell’antichità, in cui le persone si prostravano davanti all’imperatore, ma “affidare la propria vita a qualcuno condividendone gli scopi e gli ideali”.

Sostando ancora un attimo su questi versi, vediamo che l’Agnello, immolato sulla croce, in realtà lo fu “fin dalla fondazione del mondo”, cioè prima di creare l’universo Padre e Figlio concordarono il piano per la salvezza dell’uomo qualora fosse caduto. Come effettivamente avvenne.

La porta quindi rappresenta l’ingresso e l’uscita, la definizione di un confine che da sempre un impero tende ad allargare, e questo a maggior ragione si verifica con quello dell’Avversario, ma “I monti circondano Gerusalemme: il Signore circonda il suo popolo, da ora e per sempre” (Salmo 125.1), naturalmente in senso protettivo perché altrimenti quella città soccomberebbe. Perché “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che usa misericordia. (…) Ecco, io ho creato il fabbro che soffia sul fuoco delle braci e ne trae gli strumenti per il suo lavoro, e io ho creato anche il distruttore per devastare. Nessun’arma affilata contro di te avrà successo, condannerai ogni lingua che si alzerà contro di te in giudizio. Questa è la sorte dei servi del Signore, quanto spetta a loro da parte mia. Oracolo del Signore” (Isaia 54.10-17).

Da queste parole intravediamo che la Chiesa, nuovo popolo di Dio e, andando oltre, “Corpo di Cristo”, sarà risparmiata nell’ora più terribile. Nell’ ”arma affilata”, da sempre garanzia di vittoria per chi la possiede, vediamo l’inefficacia di ciò che umanamente garantirebbe l’eliminazione dei “santi”. Il condannare “ogni lingua”, poi, è connesso alla frase “Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo?” (1 Corinti 6.2).

Abbandonando questi riferimenti nell’Antico Patto, vediamo quelli del nuovo: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutte e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Giovanni 10. 27-30).

Paolo in Romani 8.35-39: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello». Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né altezza né profondità, né alcuna creatura potrà separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. E, solo dalla lettura del libro degli Atti, sappiamo che Paolo queste cose le provò tutte, per cui parlava con cognizione di causa e non per portare i credenti di Roma ad uno stato “euforico” o distrarli dal pensiero delle persecuzioni che subivano. Chi, credendo in Gesù Cristo e seguendolo perché sa che Lui solo è “il Figlio del Dio vivente”, possiede “un regno incrollabile” e sa che “il nostro Dio è un fuoco divorante” (Ebrei 12.28,29). Un fuoco che brucerà quel “leone ruggente” che è Satana, che “va in giro cercando chi possa divorare” (1 Pietro 5.8). Amen.

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11.11 – lPOTESI E VERITÀ (MATTEO 16.13-17)

11.11 – Ipotesi e verità (Matteo 16.13-17)

 

13Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 14Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 

 

 

Dopo aver guarito il cieco a Bethsaida, Gesù giunge coi Suoi nella “regione di Cesarea di Filippo”, nome dato da Erode Filippo alla città un tempo chiamata Panea (dal nome del dio Pan); questo fece in onore dell’imperatore Tiberio, il cui nome completo era Tiberio Giulio Cesare Augusto, dopo avere ampliato e abbellito la città. Cesarea di Filippo è  un nome che viene dato per distinguerla dall’omonima, detta “Marittima”, fondata da suo padre Erode il Grande. Il territorio di Cesarea, prevalentemente pagano, fu scelto da Gesù come zona di ritiro coi discepoli per istruirli in merito alla Sua morte che si stava avvicinando: perché ciò fosse possibile, era necessario che si trovassero lontani da quelle folle pronte a vedere in Lui il guaritore, ma poco disposte a interrogarsi seriamente su chi fosse. Era quindi necessario, dopo un anno e mezzo circa in cui i dodici erano con Lui, che lo conoscessero ancora meglio e soprattutto venissero fatti partecipi di verità che avrebbero compreso in seguito. I sinottici, riguardo all’insegnamento ai dodici, hanno tramandato la parte più saliente dei suoi discorsi e Luca ci dice che, prima della domanda “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”, Gesù “si trovava in un luogo solitario a pregare” (9.18).

La risposta che diedero i discepoli alla domanda di Gesù rifletteva quanto si diceva effettivamente di Lui, che qui si definisce “Figlio dell’uomo” a sottolineare il modo immediato con cui si presentava “esternamente” secondo Isaia 53.2 “È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza da attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”. Definendosi qui “Figlio dell’uomo” Gesù vuole sottolineare la sua umanità, che tutti potevano constatare, a differenza di quella di “Figlio di Dio” che pochi, pensando a tutta la gente che aveva fin lì incontrato, erano stati disposti ad attribuirgli.

Nostro Signore qui fa una domanda precisa ed ottiene una risposta che i dodici non ebbero alcun problema a dare: “Alcuni, Giovanni Battista”, alludendo evidentemente ad Erode e ad altri che condividevano la sua opinione quando disse “Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!” (Marco 6.16). E la superstizione, fedele compagna dell’ignoranza, fece il resto. I discepoli continuano dicendo “Altri, Elia” in quanto aspettato dagli israeliti prima della venuta del Messia. Vale la pena osservare che in proposito abbiamo Malachia 3 che riporta “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate, e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate. (…) Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i pardi perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio” (versi 1 e 22-24). Ora la traduzione dei LXX di questo libro, fatta nel 185 a.C. ad Alessandria d’Egitto, aggiunse ad Elia “il Tisbita” identificandolo con il profeta, per cui in Israele erano molti ad attendere la venuta di Elia il Tisbita in persona. Ecco perché a Giovanni Battista chiesero “Sei tu Elia?” (Giovanni 1.21), ottenendo una risposta negativa.

I discepoli, proseguendo, dicono “altri, Geremia” perché a quel tempo una parte degli israeliti metteva in connessione l’ “uomo di dolori” di Isaia 53.2 con Geremia, detto “il profeta del pianto”. Erano molti a pensare che il profeta di cui si parla in Deuteronomio 18.15, “il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”, fosse da identificare proprio in Geremia, ritenuto “pari” a Mosè. L’ultima ipotesi sull’identità del “Figlio dell’uomo” è “…o uno dei profeti”, secondo Luca “uno dei profeti antichi resuscitato”, secondo Marco “Un profeta, pari ad uno dei profeti”: trattasi certo di una definizione più nebulosa delle precedenti ma che attesta come, in un modo o in un altro, tutti lo guardavano come un uomo straordinario. Ma non serviva a nulla, non bastava, Gesù non voleva questo, né cercava, né ammetteva di essere riconosciuto in modo diverso dalla sua reale esistenza come il Figlio di Dio e per questo inizia il suo discorso coi discepoli. “…o uno dei profeti” era anche l’opinione che aveva Nicodemo quando, venuto da Gesù, gli disse “Sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”.

La risposta dei dodici alla domanda di Gesù non comprende l’opinione dei farisei e relativi associati perché quelli non cercavano di darsi spiegazioni su chi fosse in quanto guardavano al fatto che li metteva sempre in difficoltà davanti al popolo e per questo andava eliminato. La “gente” di cui Gesù chiede notizia è il popolo, cioè chi si ricordava dei miracoli, del Suo operato, chi lo seguiva, e la domanda ai dodici sull’identità del “Figlio dell’uomo” ci conferma che essi parlavano con la gente, non costituivano un gruppo chiuso e isolato dal contesto in cui vivevano.

 

A questo punto, ricevuta una risposta esauriente alla prima domanda, Gesù passa a una verifica, a dire “Bene, la gente pensa questo di me, ma voi?”. Qui la questione si fa complessa perché i discepoli, per rispondere, avrebbero dovuto esprimersi in modo diverso dal popolo, non dare un’opinione, ma dimostrare di avere delle certezze, vivendo ormai accanto a Lui da un anno e mezzo. E qui viene in mente ciò che gli dissero dopo l’episodio della tempesta sedata, “Veramente tu sei il Figlio di Dio!”, affermazione dettata dalla paura e dalla meraviglia per quanto da Lui fatto, ma che in quel caso era fuori luogo soprattutto per quel “veramente”.

A questo punto è Pietro a prendere la parola e credo che lo abbia fatto, conoscendo il suo carattere, d’impeto, senza pensarci due volte: “Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”. Si tratta di un’affermazione di una portata enorme, considerato che lo Spirito Santo non era ancora sceso. È un boato, un lampo che squarcia il buio perché “TU – e non altri – SEI – cioè esisti come essere totale – IL CRISTO – cioè Colui che tutti aspettavano – IL FIGLIO – “il” e non “un”, prima di tutto non dell’uomo, ma – DELL’IDDIO VIVENTE”.

Pietro non poteva aggiungere altro e implicitamente afferma di non aver bisogno di dire nulla di più. Gesù era stato chiamato “Signore”, “Figlio di Davide”, “Maestro buono”. Ricordiamo Giovanni Battista, che lo aveva definito “L’Agnello di Dio, che prende su di sé il peccato del mondo”, ma “Il figlio dell’Iddio vivente”, nessuno prima di allora lo aveva detto. E, contrariamente a quanto sostiene una parte del cristianesimo, non credo che Pietro parlasse a nome di tutti, come a volte avveniva, perché altrimenti Gesù non avrebbe detto “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona”, ma “Siete beati”. Tra i dodici non vi fu nessuna consultazione ma, mentre gli altri esitavano a rispondere, Pietro si fa avanti.

Sappiamo che a rivelare tutto questo a Pietro fu il Padre che gli permise di fare accostamenti fino ad allora impensabili per un discepolo o un apostolo. Infatti ricordiamo Salmo 2.7-9 “Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane. Le spezzerai con scettro di ferro, come vaso di argilla le frantumerai”. Dicendo “Il figlio dell’Iddio vivente”, Pietro ricorda questo verso: il Figlio “generato” nel senso di rivelato progressivamente agli uomini, concetto che approfondiremo prossimamente. Notare anche lo “scettro di ferro”, che recentemente abbiamo connesso alla profezia “Lo scettro non sarà rimosso da Giuda” pronunciata dal patriarca Giuseppe. Va fatta comunque molta attenzione perché l’identità precisa di Nostro Signore è la prima a dover essere rivelata, per lo meno nel contesto ebraico. Infatti la prima cosa che fece Saulo da Tarso una volta ripresosi dalla sua cecità temporanea, fu “Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio” (Atti 9.20). È una verità che costituisce la prima pietra dell’edificio spirituale posto a salvezza del credente. Se Gesù non fosse il Figlio di Dio, il Suo sacrificio sarebbe stato inutile perché, nella storia, molti sono gli uomini che hanno dato la vita per i loro simili, ma non hanno salvato l’anima di nessuno.

Quella che Pietro dice a Gesù è una verità basilare, fondamentale, che non può che venire definita “pietra” ed infatti viene più volte ribadita nelle lettere tanto di Paolo che di Giovanni. Pensiamo all’apertura della lettera ai Romani, dove si afferma che il Vangelo di Dio era stato “promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti” (1.1-4). Ricordiamo anche l’apertura della lettera agli Ebrei, verso che già conosciamo, quando si dice che “ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente” (1.2,3).

Andiamo poi all’apostolo Giovanni, che scrive “Noi stessi abbiamo visto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio”. (1 Gv 4. 14,15). Infine possiamo citare qualche verso più avanti: “E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (5.5).

Concludendo: la verità espressa da Pietro è alla base della conoscenza cristiana, è il primo gradino, come testimoniato dalle letture che ho citato da Atti 9.20 alla prima lettera di Giovanni 5.5: non possiamo che constatare che le verità lì espresse si sviluppano tutto attorno al fatto che Gesù è “il Figlio di Dio” proprio perché solo essendo tale avrebbe potuto salvare la creatura altrimenti condannata per sempre ad un presente e a un futuro di tenebre. Amen.

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11.10 – IL CIECO DI BETSÀIDA (MARCO 8.22-28)

11.10 – Il cieco di Betsàida (Marco 8.22-28)

 

22Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». 24Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». 25Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. 26E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

 

 

Narrato solo da Marco, si tratta di un miracolo che ha numerose analogie con quello già esaminato del sordomuto della Decapoli, gli unici due in cui Gesù ricorre alla saliva per guarire. È interessante l’introduzione, “Giunsero – e non “approdarono” – a Betsaida”, che ci lascia supporre il fatto che, coi suoi discepoli, Nostro Signore fosse sbarcato in qualche punto disabitato della sponda orientale del lago, dove i dodici si accorsero di non avere che “un solo pane” e vi fu l’insegnamento sui tre lieviti, dei farisei, dei sadducei e di Erode. Evidentemente c’era l’intenzione che il loro ingresso in Betsaida fosse in un certo qual modo più “riservato” rispetto a quello di un eventuale approdo, che avrebbe suscitato la curiosità degli abitanti del luogo che si sarebbero subito radunati sulla spiaggia. Gesù, quindi, arrivò nel paese di origine di Pietro, Andrea e Filippo, in cui aveva già operato molti miracoli come da 1.32-34: “Venuta la sera, gli portarono molti malati e indemoniati, (…) Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni, ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano”. Per lo stile e gli scopi che Marco si prefigge, cioè narrare gli episodi salienti e ricchi di riferimenti spirituali, va precisato non abbiamo elementi sufficienti per stabilire con piena certezza se quanto appena letto avvenne in Capernaum, oppure nella Betsaida da lei poco distante, o ancora in un punto equidistante da esse.

In ogni caso, in quel villaggio Gesù era ben conosciuto e infatti “gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo”, legati come molti al fatto che doveva esserci un contatto fisico con Lui perché una persona potesse guarire. Nel caso del sordomuto abbiamo letto che “lo pregarono di imporgli la mano”, dando così prova di riconoscerLo come profeta. Se però per quel miracolo è scritto che Gesù “lo prese in disparte”, qui lo prende per mano e lo porta fuori dal villaggio, senza che il cieco opponesse resistenza: ci fu un dialogo tra i due? Gesù gli disse “Guarda, ti porto fuori dal villaggio”, oppure quella mano gli diede sicurezza e speranza senza che vi fosse bisogno di chiedere qualcosa? Certo quelli che lo avevano portato a Lui gli avranno detto che avrebbe incontrato Uno che avrebbe potuto guarirlo ma, non vedendo, quell’uomo non poteva sapere chi fosse, riconoscerlo, guardarlo, pur avendone sentito parlare. L’udito fu allora il primo senso a venire coinvolto.

Ci fu allora, quando i due s’incontrarono, un primo intervento rappresentato dal contatto attraverso la mano, gesto più intimo rispetto a quello del portare una persona prendendola per un braccio (o sotto) ad evitare eventuali cadute o inciampi, come fanno ad esempio i soccorritori di oggi, ma non sarebbe stata la stessa cosa.

La mano. Può essere alzata per colpire, come fece Caino col fratello (Genesi 4.8) e molti altri esempi, per giurare (14.22; 24.2); può ricevere qualcosa, ma anche venire condotta come in questo caso e, andando indietro nel tempo, per confermare l’assistenza di Dio come avvenne con Lot in Sodoma: “Quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città». Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città.” (Genesi 19.15,16). La mano è quindi figura di un intervento di Dio, come leggiamo in molti episodi del libro dell’Esodo, si cui troviamo anticipazione in 3.19: “Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte”.

Il cieco allora sentì la mano di Gesù, certamente non fredda, ma quel contatto non lo guarì a differenza di quanto era già avvenuto con chi toccava anche solo le frange del mantello: l’esperienza di quel cieco doveva essere diversa e la guarigione doveva avvenire poco per volta. Se fosse bastato un semplice contatto fisico, allora Nostro Signore sarebbe sottostato ai voleri degli accompagnatori di quell’uomo, che gli chiedevano appunto di toccarlo. Vi fu allora un tempo in cui il cieco stette a stretto contatto con Lui, con quella mano così diversa che sapeva condurlo meglio di chiunque altro nonostante l’insicurezza dei suoi passi. Chi non vede, se vuole affrontare un cammino sconosciuto, deve necessariamente fidarsi del proprio accompagnatore, altrimenti rimane fermo e disorientato, non sa cosa fare e l’unica cosa che può impossessarsi di lui è il timore, cosa che chiaramente non avvenne.  La mano di Gesù allora fu l’unico riferimento per quell’uomo che, privo della vista, aveva sviluppato in modo particolare l’udito e il tatto per cui chissà quali sensazioni avrà provato.

Ora, come avvenuto con sordomuto, Nostro Signore sostituisce il linguaggio verbale con quello dei gesti: nel primo caso usa le dita e la saliva, qui gli umetta gli occhi con essa e gli parla, perché in grado di udire. Il testo riporta una sola domanda. “Vedi qualcosa?”, lasciando all’uomo la risposta esattamente come al paralitico a Betesda, “Vuoi guarire?”. Marco ci descrive la reazione del cieco, che non guarda davanti a sé cercando di vedere, ma scrive “quello, alzando gli occhi”: li teneva bassi, o cercava l’azzurro di cui gli avevano parlato?

La risposta “Vedo la gente – altri traduce “gli uomini” –, perché vedo come degli alberi che camminano”, ha un significato molto più profondo di quello che potrebbe apparire, perché non sappiamo se fosse cieco dalla nascita oppure lo sia diventato. Nel primo caso, non aveva la possibilità di sapere cosa fossero gli alberi, ma conosceva che la tradizione ebraica, oltre che la Scrittura stessa, paragona gli uomini a loro. Gesù stesso disse in Matteo 3.10 “Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco”. Come alternativa, riferita alla seconda ipotesi anche se più dubbia, comunicava a Gesù di vedere in modo confuso in base alla sua conoscenza pregressa.

In realtà ciò che importa è che da quelle parole traspare la richiesta di un aiuto ulteriore, perché la vista cominciava a dare qualche debole segnale, ma non abbastanza per raggiungere quell’autonomia tanto sperata. “Allora gli pose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa”: non fu un miracolo imperfetto nel suo evolversi, ma un avvenimento che Marco, una volta disceso lo Spirito Santo, lasciò a testimonianza dell’efficacia della Parola di Dio sull’uomo, cieco prima di conoscerla ed accoglierla, che dopo l’intervento teso a salvarlo ha tutt’altro che raggiunto la possibilità di vedere tutto nei dettagli ed essere autonomo, ma ha bisogno di un percorso per distinguere ciò che lo circonda da vicino e da lontano “distintamente”, parola che sottintende la possibilità di scegliere ciò che è utile da ciò che non lo è e comportarsi di conseguenza. Il vedere “da lontano distintamente ogni cosa”, ci parla poi della capacità di discernere gli effetti delle nostre azioni, di chi fidarci oppure no delle persone con cui abbiamo a che fare per lo spirito che le anima.

Se quel cieco si fosse accontentato di vedere gli uomini come alberi, sarebbe certo inciampato e non sarebbe stato in grado di orientarsi una volta allontanatosi stentatamente da Gesù: quando una persona si converte non conosce tutto il progetto salvifico di Dio nei suoi confronti, ma solo il Suo amore rivelato attraverso la persona ed opera del Figlio; spesso basta un verso per essere presi per mano ed essere portati “in disparte”: “Iddio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Unigenito Figlio perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.

Ci sono allora dei miracoli immediati, volti a fare ammettere a chi legge che, senza un intervento diretto del Padre che lo attira al Figlio e si rivela tramite lo Spirito Santo, si è e si rimane ciechi, sordi, muti, zoppi o malati (o tutte queste cose assieme); poi però è necessario un cammino, una rivelazione successiva e – aggiungo – continua: fu così col paralitico di Betesda, che non sapeva chi fosse Colui che lo aveva guarito e solo successivamente ne ebbe contezza, col sordomuto che provò su di sé le attenzioni di Gesù avvertendole in quel corpo chiuso alla ricezione e alla trasmissione, così impossibilitato a comunicare. Troviamo tracce dell’insegnamento di Dio con Mosè che, attratto dalla visione del cespuglio che bruciava senza consumarsi, non sapeva di trovarsi di fronte alla Sua presenza. Un fratello ha scritto “Quello del cespuglio ardente è un racconto che fa riflettere circa il nostro passato umano, condizione che non ci permette di stare vicini a Dio così come siamo perché non si può non considerare la santità del suo Nome e la separazione storica tra Lui e l’uomo a causa del peccato introdotto nel mondo da Adamo ed Eva”.

Infatti, se una persona non viene convinta di peccato, giustizia e giudizio per mezzo dello Spirito Santo, non arriverà mai a Lui. Allora, ecco che inizia a vedere “gli uomini che sembrano alberi”, ma quando comprende, paragona la santità di Dio alla condizione in cui vive e medita su di essa, ecco che inizia a prendere atto progressivamente di ciò che lo circonda fino a distinguere le cose anche da lontano.

L’episodio si conclude con una proibizione: rimandandolo a casa sua gli disse “Non entrare nemmeno nel villaggio” perché quanto avvenuto era il frutto di un’esperienza unica, diretta, personale, che solo una volta elaborata e meditata andando oltre la guarigione in sé poteva essere comunicata e rappresentata agli altri con modi e termini appropriati. In pratica, Gesù vuole porre quell’uomo in una condizione diversa, oltre la teatralità dell’esultanza facendosi vedere dai suoi simili gridando la sua guarigione perché avrebbe fatto, di quel miracolo così personale, un pubblico spettacolo.

Abbiamo allora, raccordando tra loro il miracolo del paralitico di Betesda e questo in esame, due domande: prima Gesù chiede all’uomo, infermo sempre e comunque, se vuole guarire e, pensando alle persone che conosciamo, la risposta non è così scontata. Per beneficiare dell’intervento di Nostro Signore, però, è necessario essere presi in disparte, lontano dalla folla indipendentemente dal fatto che questa sia costituita da amici, parenti o semplici persone conosciute superficialmente, poiché il dialogo con lui avviene, appunto, lontano da interferenze.

Poi c’è una domanda fondamentale, “Vedi qualcosa?”, la cui risposta determina davvero la qualità della visione: se uno si autoconvince di vedere, s’incammina verso una vita di presunzione, ma se ammette, confessa di percepire le cose in modo imperfetto, ottiene la vera guarigione come testimoniò anche Pietro nella sua seconda lettera: “Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amor fraterno, all’amor fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi,  non vi lasceranno né oziosi, né senza frutto per la conoscenza del Nostro Signore Geù Cristo. Chi invece non ha queste cose è cieco e miope, dimenticando di essere stato purificato dai suoi antichi peccati” (1.8.9). Amen.

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11.09 – NON CAPITE ANCORA? (Matteo 15.5-12)

11.09 – Non capite ancora? (Matteo 15.5-12)

 

5Nel passare all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere del pane. 6Gesù disse loro: «Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei». 7Ma essi parlavano tra loro e dicevano: «Non abbiamo preso del pane!». 8Gesù se ne accorse e disse: «Gente di poca fede, perché andate dicendo tra voi che non avete pane? 9Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila, e quante ceste avete portato via? 10E neppure i sette pani per i quattromila, e quante sporte avete raccolto? 11Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei». 12Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei.

 

 

Quanto abbiamo letto si verifica subito dopo la predizione del “segno di Giona” quale unico dato ai farisei e sadducei su cui abbiamo già fatto qualche considerazione: ci dice molto il fatto che Gesù non si sia allontanato da loro a piedi, ma in barca coi dodici, a rimarcare la distanza, e relativa impossibilità a seguirlo anche fisicamente, fra la “generazione malvagia e adultera” e quelli che in Lui avevano creduto nonostante la limitatezza della loro comprensione che, nel passo di oggi, qui emergerà con tutta la sua evidenza. Marco scrive “Li lasciò, salì sulla barca con i suoi discepoli e partì per l’altra riva” (8.13), ma non ci viene detto dove per cui, stante le dinamiche dell’episodio, viene da pensare che approdarono su una spiaggia lontana da un centro abitato.

Possiamo anche supporre che tra l’arrivo di Gesù a Dalmanutà, il suo intervento coi suoi oppositori e la partenza per la riva opposta del mare di Galilea passò poco tempo nel senso che i discepoli non ebbero modo di pensare a fare provviste, stante la loro presenza all’incontro coi farisei e sadducei e l’interesse col quale seguirono quanto avvenne.

La presenza di quel “solo pane” fu occasione per Gesù di insegnare loro un importante metodo di comportamento, cioè “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode” (Marco), o “dei farisei e dei sadducei” come scrive il nostro testo. Nostro Signore allora prende spunto da quel pane che i discepoli non avevano con sé, lavorato con un lievito innocuo, per istruirli sulla possibilità che una sostanza, spiritualmente analoga, non andasse a intaccare la loro anima e coscienza.

Gesù, stante la situazione che si era venuta a creare, avrebbe potuto iniziare un discorso sul non preoccuparsi “per il cibo che perisce” e pensare “a quello per la vita eterna”, ma rimprovera i dodici perché, in quel momento, la loro preoccupazione era quella di come risolvere un problema umano tralasciando l’insegnamento che rivolgeva loro. La parola “lievito”, infatti, portò subito alla loro mente il pane naturale, senza alcuno spazio per ciò cui la parola alludeva.

È opinione comune che col lievito s’intenda il peccato ed in un certo senso è vero, ma è un termine suscettibile a interpretazioni innumerevoli. Il peccato infatti è un’azione che, contrapponendosi al volere di Dio, impedisce al credente che lo ha commesso la possibilità di una relazione con Lui fino a quando non viene perdonato tramite la sua confessione e soprattutto l’abbandono di esso.

La vera individuazione del lievito va invece fatta nell’orgoglio e nell’ipocrisia, nel lasciare spazio all’Io che, se lasciato libero, finirebbe inevitabilmente per lievitare, cioè inquinare la persona allontanandola sempre di più dal Signore. Gesù parlò spesso di questa sostanza e solo in un caso positivamente: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata” (Luca 13.21). Conscio dell’importanza dell’insegnamento riguardo al lievito negativo, invece, Paolo lo sviluppa mettendone in evidenza tutta la sua pericolosità: in 1 Corinti 5.6 leggiamo “Non è bello che voi vi vantiate: non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?”. Abbiamo allora un collegamento al “vantarsi” , cioè esaltare i propri meriti, celebrarsi, decantarsi, lodarsi. In poche parole, sentirsi migliori di altri. Al riguardo, prosegue scrivendo “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. (…) Celebriamo dunque la festa – il memoriale – non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di verità” (vv.7,8).

Il “lievito vecchio” è il modo di ragionare dell’uomo naturale, che va “tolto via”, perché il credente è chiamato ad essere azzimo e non a caso, negli scritti dell’Antico Patto, troviamo il pane senza lievito quale strumento di relazione con Dio proprio in vista della futura liberazione dell’uomo dal peccato. Gesù in Luca 12.1 ricordò il concetto espresso ai discepoli specificando “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia” (13.21), quindi la finzione, l’interpretazione di un ruolo che non si ha, l’adagiarsi su tradizioni e massime morali magari anche belle, ma vuote al loro interno, sterili. Occorre essere se stessi sempre, ma nella condizione di esseri umani rinnovati, azzimi.

Nella nostra lettura di Matteo e Marco abbiamo il lievito di tre categorie di persone: i farisei, i sadducei e di Erode. Conosciamo i primi e i secondi, ma quel “di Erode”, quindi citando una persona specifica, è riferito non tanto a lui, identico a molti altri regnanti quanto a comportamento e nefandezze, ma agli Erodiani, piccolo partito che lo sosteneva, ma ugualmente pericoloso perché associato agli altri che Lo volevano uccidere. Si tratta di una mia osservazione, ma se prendiamo letteralmente “il lievito di Erode”, cioè a quello che era in lui, allora è chiaro il riferimento alla morte di Giovanni Battista e alle dinamiche che la provocarono.

“Fate attenzione” e “guardatevi” sono due esortazioni tese a non dare per scontato che la nostra condizione di salvati impedisca il rimanere invischiati in situazioni che sono il risultato di una mancata cura quotidiana della nostra persona. Ricordiamo le istruzioni date a Mosè a proposito della celebrazione della Pasqua: “Non si veda lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini, per sette giorni” (Deuteronomio 16.4). Pensiamo alla cura che le famiglie israelite avrebbero dovuto impiegare perché neppure un granello fosse presente nelle loro case. Anche il parallelo di Esodo 12.19 è eloquente: “Per sette giorni, non si trovi lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al settimo, quella persona sarà eliminata da Israele”. Quando ci presentiamo davanti al Signore – e lo siamo sempre – ecco allora che la cura perché il lievito sia assente dev’essere continua, abbiamo il dovere e la necessità di “fare attenzione” e “guardarci” proprio perché non ne siamo esenti.

Il lievito, allora, solo in senso lato può essere ammesso come figura del peccato, poiché in realtà è riferito a ciò che lo produce, cioè il voler essere indipendenti da Dio e se Caino espresse questa volontà ufficialmente allontanandosi da Lui dopo il giudizio, altri lo fanno aggiungendo o togliendo dalla Scrittura, come i farisei e i sadducei, adagiandosi sul sistema da loro organizzato.

Tutto questo era racchiuso nelle parole che Gesù disse ai suoi, ma sappiamo che non lo ascoltarono, perché leggiamo “Ma – forte avversativo – essi parlavano tra loro e dicevano: «Non abbiamo preso del pane!»”, cioè si preoccupavano per qualcosa di enormemente basso confrontato all’insegnamento che avrebbero dovuto ricevere. Non erano preoccupati, ma “discutevano fra loro perché non avevano pane” (Marco), quindi da un lato esprimevano preoccupazione perché quel pane che avevano non sarebbe bastato a sfamarli, ma anche si accusavano reciprocamente, interrogandosi su chi di loro avrebbe dovuto pensare a comprarlo mentre il loro Maestro discuteva coi farisei e sadducei e si accusavano l’un l’altro.

“Gente di poca fede” è il rimprovero che fu loro rivolto, ma leggiamo le parole di Marco: “«Perché discutete che non avete pane? – infatti non ne avevano motivo – Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchie non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non capite ancora?»” (8.17-21). Da notare che, alle prime quattro domande, i discepoli non seppero rispondere. Qui Gesù pone di fronte i Suoi a quanto fosse inutile il loro parlare, perché avevano con loro chi, come più volte dimostrato, avrebbe certamente provveduto. Basta ricordare che li inviò in missione senza nulla. E ricorda le “ceste colme” di pani e pesci raccolti che parlavano del fatto che Dio, quando dona, va sempre oltre, anche nella necessità più cupa espressa da Davide in Salmo 55.18, 19 che si trovava in una situazione ben più seria di quella dei presenti nel nostro episodio: “Di sera, al mattino, a mezzogiorno vivo nell’ansia e nel sospiro, ma egli ascolta la mia voce; in pace riscatta la mia vita da quelli che mi combattono: sono tanti i miei avversari”.

I dodici avevano dimenticato con chi erano, era bastata l’insufficienza del pane a disorientarli, a impedir loro di capire. E sì che, dalle loro risposte, ricordavano i due episodi della “moltiplicazione”, ma non erano in grado di collegarli alle loro persone. E il nostro testo riporta che Gesù riprende da capo: “Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei. Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei”. Ecco perché “l’uomo naturale non comprende le cose di Dio”, non sa né può senza una rivelazione dello Spirito, senza un’appartenenza a Lui. Senza una vera e radicata fede nel Figlio, l’uomo resta solo, potremmo dire un essere patetico. E infatti “Senza di me non potete far nulla”.

Concludendo, il “lievito dei farisei” è composto dalle dottrine aggiunte alla Parola. Il “lievito dei sadducei” rappresenta le verità negate, come quella della resurrezione e, infine, quello “di Erode” è costituito dalle “verità laiche”, dall’inquinamento del mondo sulla Fede e a Verità. E il mondo, non avendo nulla a che fare con Cristo, vorrebbe entrare con forza nella Chiesa e spesso ci riesce. Tutti questi tre elementi tendono a ribaltare la verità del Dio che si fa uomo a vantaggio dell’uomo che si fa dio. Quando questi tre lieviti s’insinuano, va da sé che producano una reazione a catena negativa le cui conseguenze sono purtroppo sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo di discernimento spirituale. Amen.

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11.08 – IL SEGNO DI GIONA (Marco 16.1-4)

11.08 – Il segno di Giona (Matteo 16.1-4)

 

1 I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. 2Ma egli rispose loro: «Quando si fa sera, voi dite: «Bel tempo, perché il cielo rosseggia»; 3e al mattino: «Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo». Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? 4Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona». Li lasciò e se ne andò.

 

Prima di affrontare l’episodio è doverosa un’annotazione geografica poiché il resoconto del miracolo della seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci si conclude con le parole “Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà” (Marco 8.10), oppure “Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magadàn” (Matteo 15.39). Non si tratta di una contraddizione, poiché “Magadàn”, in diversi manoscritti, è indicata come “Magdala” e “Dalmanutà”; pur non venendo mai menzionato nei Vangeli salvo che in questo passo, Dalmanutà era un villaggio da lei distante circa un chilometro e mezzo.

Altra annotazione riguarda i “farisei e i sadducei”, fazioni spesso in contrasto tra loro soprattutto riguardo al tema della resurrezione dei morti, di cui questi ultimi negavano la possibilità. Ora quelli di cui parla Matteo non erano “venuti da Gerusalemme”, ma del luogo, poiché altrimenti dovremmo pensare che il gruppo gerosolimitano presidiasse ovunque il territorio della Galilea, cosa impossibile. I sadducei disprezzavano Gesù più dei farisei perché, parlando di resurrezione, sconfessava le loro teorie e credenze in toto e, infatti, è riportata una questione emblematica in proposito: “C’erano fra noi sette fratelli; il primo appena sposato, morì, e non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. Alla fine, dopo tutti, morì la donna, Alla resurrezione, dunque, di quale dei sette lei sarà la moglie? Poiché tutti l’hanno avuta in moglie. E Gesù rispose loro: «Vi ingannate, perché non conoscete le Scritture e neppure la potenza di Dio. Alla resurrezione infatti non si prende né moglie, né marito, ma si è come angeli nel cielo»” (Matteo 22.25.30). Piccola parentesi su questa verità: nella dispensazione dell’eternità il matrimonio non avrà più alcun senso in quanto non più rappresentativo dell’amore di Dio per il Suo popolo, che sarà finalmente unito a lui per sempre e, con la distruzione di Satana, non esisterà neppure il peccato. Ecco che, tornando alla situazione storica dei tempi di Gesù in terra, i sadducei si allearono con i farisei convinti di sconfiggerLo.

A questo punto chi legge l’episodio è facilmente portato a vedere nella richiesta a Nostro Signore di mostrare “un segno dal cielo” l’allusione a un nuovo miracolo, ma in realtà ciò che gli domandavano era molto più sottile: posti nell’impossibilità di negare le guarigioni stante le testimonianze che ricevevano in merito, chiedono “un segno dal cielo”, cioè che provenisse nello specifico da là affinché il loro inquisito, se era veramente chi diceva di essere, mostrasse  qualcosa di più grande rispetto a manifestazioni che altri uomini di Dio avevano prodotto, di cui possiamo leggere i passi relativi.

Il primo “segno dal cielo” fu prodotto da Mosè con la manna dopo i mormorii del popolo in Esodo 16.4. Gli disse YHWH: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge”. Il secondo, travisato profondamente dalla religione che arrivò a sostenere che fosse il sole a girare attorno alla terra e non viceversa, lo abbiamo in Giosuè 10.12,13: “Quando il Signore consegnò gli Amorrei in mano agli Israeliti, Giosuè parlò al Signore e disse alla presenza di Israele: «Férmati, sole su Gabaon, luna, sulla valle di Àialon». Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici”. Terzo segno fu con Samuele: “Non è forse questo il tempo della mietitura del grano? Ma io griderò al Signore de egli manderà tuoni e pioggia. Così vi persuaderete e constaterete che grande è il male che avete fatto davanti al Signore chiedendo un re per voi” (1 Samuele 12.17). Israele infatti, popolo diverso, un re non lo avrebbe dovuto avere. Quarto e ultimo “segno dal cielo” fu con Isaia in 38.8 dopo che il Signore gli disse “«Ecco, io faccio tornare indietro di dieci gradi l’ombra sulla meridiana che è già scesa con il sole sull’orologio di Achaz». E il sole retrocesse di dieci gradi sulla scala che aveva disceso”.

Stante questi illustri precedenti, secondo farisei e sadducei, se Gesù fosse stato quanto meno un uomo di Dio, non avrebbe avuto certamente difficoltà nel mostrar loro qualcosa che li convincesse definitivamente. Quei personaggi non volevano essere posti nell’impossibilità di replicare sul piano dottrinale, ma erano convinti di metterlo in difficoltà su quello dei segni, certamente impossibili a compiersi da un uomo normale, ma i miracoli operati fino ad allora, cos’erano? La richiesta era assurda, presentata da cuori increduli nel profondo, ed è paragonabile a quella di Satana nel deserto di Giuda: “Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo»” (Matteo 4.5-7).

Tentare o mettere alla prova il Signore era esattamente quello che stavano facendo i detrattori di Gesù, che non si rivolsero mai a lui per essere liberati e guariti nel cuore e nell’anima. Esemplare, come comportamento opposto, ciò che fece il padre del ragazzo epilettico in Marco 9.22,23 che gli chiedeva “Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”: Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!»”.

A questo punto, tornando all’episodio, abbiamo la risposta di Gesù, che Marco riporta parzialmente, cioè senza il discorso sul tempo buono o cattivo che sta per arrivare, riconoscibile attraverso il colore del cielo al tramonto o all’alba, tramandato anche attraverso un noto proverbio popolare. Ora le parole “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?” mettono in risalto tutta la volontaria ignoranza di quelle persone che, a differenza del popolo, avevano gli elementi scritturali per riconoscere “i segni” che proprio il loro Dio stava  manifestando perché potessero ravvedersi e convertirsi: molte sono le profezie ricordate da quando sono iniziate queste riflessioni sui Vangeli a cominciare dal fatto che il “Re d’Israele” sarebbe nato a Betlehem e su tutti gli adempimenti ricordati da Matteo, ma qui c’è anche un riferimento alle parole pronunciate millenni prima da Giacobbe, “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà Colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (Genesi 49.10). Notare l’espressione relativa allo “scettro di Giuda” che sarà “tolto”, collegata alla frase di Gesù già riportata in uno studio precedente, “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” (Matteo 21.43).

Togliere è un’azione che non avviene mai senza dolore e umiliazione e che, sotto questo aspetto, connettiamo alla frase “Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere” (Luca 8.18). “Ciò che crede di avere” altro non è che la citazione-anticipazione della fine. Certo ogni uomo può avere un suo tesoro indipendentemente dalla professione che esercita, di ciò che possiede sulla terra e queste sono le eventuali ricchezze visibili, terrene, ma qui Gesù va molto più in profondità perché “ciò che crede di avere” è un riferimento a tutto quello che una persona considera come assolutamente suo anche nel profondo della propria anima, compreso ciò che non è direttamente tangibile come le convinzioni religiose, politiche, il suo essere, in poche parole il proprio Io che lo domina e che la persona fa di tutto perché venga gratificato.

Farisei e sadducei si cullavano nelle loro teorie, nel rispetto che suscitavano nelle persone, nell’onore che queste attribuivano loro, nel fatto che fossero gente “santa” e per questo vivevano appartati dagli altri che non rientravano nella loro setta. Ebbene, Gesù nel passo ricordato afferma che tutto quello sarà loro “tolto” e proveranno la vergogna della nudità di Adamo senza possibilità di un riscatto o di una vita alternativa, per quanto penosa, nell’attesa di un liberatore. L’unica àncora di salvezza, sarà passata perché il tempo che l’essere umano ha per salvarsi è direttamente proporzionale a quello della sua esistenza: finita quella, c’è il rendiconto.

Farisei e sadducei si ritenevano santi, ma Gesù li definisce “Generazione malvagia e adultera”: il malvagio è una persona indifferente o che prova addirittura compiacimento nel fare il male e l’adultero colui che abbandona colei o colui che ha scelto per un’altra/o. Molti sono i versi dedicati a questo tipo di persone, ma basta ricordare la preghiera “Condanna il malvagio, facendogli ricadere sul capo la sua condotta, e dichiara giusto l’innocente, rendendogli quanto merita la sua giustizia” (1 Re 8.32; 2 Cronache 6.33), dove molto si può comprendere se applichiamo “dichiara giusto l’innocente” al ruolo del Cristo risorto. Il secondo attributo che Gesù dà di quella generazione – non tutti gli ebrei, ma quelli che gli erano di fronte in quel momento – è “adultera” riferito alla condizione spirituale: dichiaravano di amare Dio, ma di fatto lo sconfessavano. Come il matrimonio naturale, fondato sull’amore vivo e vero, ha nell’adulterio un completo affronto e annullamento del coniuge innocente, quello spirituale comporta l’abbandono del Creatore e Signore per altre forme di adorazione; in poche parole è un’infrazione al primo precetto, “Non avrai altri dèi di fronte a me”. E l’adulterio dei farisei e sadducei era, se possibile, ancora più grave perché da un lato si presentavano come unico riferimento dato al popolo per essere istruito e guidato alla verità, dall’altro adoravano se stessi. Ma erano e volevano restare “guide cieche”.

Infine abbiamo le ultime parole: “…non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona”: l’unico possibile, dato non solo a loro, ma a tutti gli uomini, riferito alla sua morte e resurrezione. Come infatti detto in un altro episodio, dopo le stesse parole, abbiamo “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Matteo 12.40).

I Vangeli ci dicono che Gesù fu tentato con la richiesta di “un segno” tre volte, e in tutte e tre diede la medesima risposta; anzi, la prima fu leggermente diversa e avvenne quando furono cacciati dal tempio i venditori di animali per i sacrifici: “Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quali segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro: «Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo fari risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu resuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù” (Giovanni 2. 18-22).

La storia insegna che neppure il “segno di Giona” fu elaborato dai Giudei, talché negarono l’evidenza e ricorsero ad ogni stratagemma pur di negarla, ad esempio ordinando alle guardie di dire che, mentre dormivano, i discepoli avevano rubato il corpo del loro Maestro. Anche oggi molti esprimono le loro opinioni su Gesù, ma non prendono in considerazione il suo essere risorto dopo tre giorni: se ciò non fosse avvenuto, tutto sarebbe una colossale illusione, un abbaglio. E l’uomo sarebbe veramente solo, un puntino destinato a scomparire nell’universo. Come scrive infatti Paolo nella sua prima lettera ai Corinti, “Se Cristo non è risorto, allora vuota è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. (…) Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. (…) Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (15. 14,17,32).

Come Gesù, dopo queste parole, è scritto che “li lasciò e se ne andò”, così si avvicina e tale rimane accanto a tutti coloro che, avendolo accolto, hanno ricevuto “il potere di diventare figli di Dio”. Amen.

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11.07 – LA SECONDA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI (Marco 8.1-10)

11.07 – La seconda moltiplicazione dei pani (Marco 8.1-10)

 

1 In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2«Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. 3Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». 4Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». 6Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. 8Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9Erano circa quattromila. E li congedò. 10Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

 

Marco e Matteo ci forniscono dei particolari che ci consentono di inquadrare l’episodio, profondamente diverso dalla prima moltiplicazione che abbiamo esaminato: sappiamo che “Gesù si allontanò di là – dai territori di Tiro e Sidone –, giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li depose ai suoi piedi ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele” (Matteo 15. 25-31). Tra quegli infermi, guarì anche il sordomuto esaminato nello scorso capitolo. È l’ultima frase di Matteo, “lodava il Dio d’Israele”, che ci consente di considerare la riconoscenza della folla che aveva compreso le parole “il regno di Dio è giunto fino a voi” perché consci che quei miracoli non potevano venire da un profeta come i tanti vissuti nei tempi dell’Antico Patto, che ricorsero molto più alla parola che non ai miracoli. Tra questi uomini va ricordato Eliseo, di cui parleremo più avanti. Certo, guarendo, Gesù non si limitò a ristabilire il corpo degli infermi, ma parlò, spiegò, comunicò, espose contenuti che non ci sono stati trasmessi, ma che possiamo raccogliere e connettere coi discorsi fatti agli uomini in altre occasioni: portando a Lui quei malati, la gente dimostrava di non avere alternative per la guarigione dei loro cari, riconoscendogli un potere che nessun altro aveva.

Ora tutta quella gente era con Lui “da tre giorni” e la prima la frase che possiamo sottolineare è “Sento compassione per la folla”, identica nei due evangelisti, che si raccorda al sapere cosa significasse avere fame, avendola provata su di sé nei “quaranta giorni e quaranta notti” passate nel deserto di cui è scritto “alla fine, ebbe fame”. Era infatti necessario che Gesù dovesse “rendersi in tutto – quindi non in parte – simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che la subiscono” (Ebrei 2.17,18). La “compassione” che il Figlio provò non solo in questa circostanza per le persone, trova la sua origine proprio nel Suo conoscere per esperienza diretta ciò che significa vivere in un corpo come il nostro, soggetto a patimenti fisici e morali, essendosi fatto uomo. Come già ricordato in altre riflessioni, Egli è definito un “sommo sacerdote” diverso dagli altri, che non sapevano “prender parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato”. Proprio per questo è scritto “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno” (4.15.16).

Bene, in questo episodio vediamo che la compassione di Gesù si manifesta senza che nessuno gli chieda di venire sfamato e che il suo immedesimarsi in loro fu a prescindere dalla posizione assunta nei Suoi confronti: tra la folla c’era chi credeva in Lui, chi provava una profonda riconoscenza per essere stato guarito, chi “lodava il Dio d’Israele”, ma sicuramente anche chi restava perplesso sia per quei miracoli che per le Sue parole, chi era lì per curiosità, magari restando col cuore impermeabile a tutte quelle manifestazioni, proprio come l’Iscariotha. La compassione di Gesù riguarda tutti comunque perché non per questo, a prescindere dalla posizione assunta dalla gente, il corpo soffriva di meno e, per quel tempo, occuparsi di esso stava a simboleggiare prendersi cura dell’anima, l’uno rifletteva l’altra.

Fede, curiosità o dubbio che fosse, Nostro Signore voleva sfamarli e nessuno di quelli, rientrato nelle loro case, avrebbe potuto dire di non avere beneficiato del Suo intervento. Gesù guarda quindi all’uomo nella sua totalità, quindi anche nelle necessità del corpo dando qui “il pane quotidiano”. La compassione di Dio emerge a prescindere perché l’uomo possa beneficiarne e su questo possa interrogarsi esattamente come avviene con le stagioni, ciascuna delle quali porta frutti appropriati per la sua alimentazione, con la pioggia a suo tempo, o per i perfetti equilibri che reggono la terra e l’universo. In altre parole, tutto, in questo mondo, è stato pensato dal Creatore perché l’uomo possa riconoscerLo perché, come leggiamo in Romani 1.20: “Le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute”.

Ecco perché, alla compassione di Gesù, non poteva che seguire un intervento atto a risolvere il problema serio dei presenti: “Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino, e alcuni sono venuti da lontano”. Sapeva che non era sufficiente dir loro “andate in pace”. La cura di Dio non è allora tesa ad una soluzione per l’immediato – avevano già fame – ma guarda al futuro, è preventiva per far sì che, in questo caso, la gente non venisse “meno lungo il cammino”.

È stato scritto all’inizio che questo secondo miracolo di “moltiplicazione” è diverso dal primo come appare dalle parole che seguono la compassione di Gesù, poiché, in questo caso, sono i discepoli a prendere l’iniziativa, “Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?”, mentre nel primo avevano suggerito al loro Maestro di congedare la folla “in modo che, andando per le campagne e i villaggi nei dintorni, possano comprarsi da mangiare” (Marco 6.36): a questo punto mi sono chiesto se i discepoli avevano dimenticato il miracolo precedente, oppure la loro domanda fosse non tanto una preghiera, quanto l’espressione di un’attesa, un voler vedere cosa avrebbe fatto Gesù in quella circostanza. Ricordiamo che nel miracolo precedente Andrea gli disse “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci, ma che cos’è questo per tanta gente?” (Giovanni 6.9).

Alla domanda dei discepoli su come riuscire a sfamare quelle persone in un deserto, ne segue una identica a loro rivolta da Gesù nel primo miracolo, “quanti pani avete?” tesa a ricordar loro come avrebbe agito da lì in poi: i pani a disposizione erano sette. Andando ora oltre alla cronaca dell’episodio, “quanti pani avete?” è ciò che Gesù chiede ad ogni credente e, in particolare, ai ministri della Sua parola, siano essi sacerdoti, pastori o anziani di una Chiesa, perché la “moltiplicazione” del poco che hanno diventa possibile solo quando ci si affida a Dio interamente, con la totalità della mente e del cuore. Nel momento in cui un cristiano, a prescindere dal ruolo, dal “posto” preparato per lui nel Corpo di Cristo, passa dalla dinamica della vita spirituale per la routine e il semplice acquisito, inizia ad entrare nei tristi territori di ciò che è statico, apparentemente vivo e porta lo Spirito nell’impossibilità di agire, di moltiplicare: lo contrista e finisce per fare e dire le stesse cose, si arena sulla sabbia e magari può finire per autoconvincersi di navigare comunque.

Proseguendo nella lettura del testo, l’organizzazione dell’evento fu simile al primo, con la folla fatta sedere per terra, presumo a gruppi per rendere agevole la distribuzione dei pani e dei “pochi pesciolini”. Come già rilevato nell’occasione precedente, il fatto che non si trattò di “moltiplicazione” ma di un non finire dei due elementi è qui più chiaramente spiegato perché “Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero”; qui possiamo fare una connessione col profeta Eliseo: “Da Baal-Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alle gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alle gente. Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne faranno avanzare». Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore” (2 Re 4.42-44). Quando è l’uomo a donare, a mala pena lo fa per lo stretto necessario; quando però è Dio a farlo, ecco che ci troviamo ad averne sempre in avanzo perché ci troviamo di fronte a un dono perfetto, come vedremo tra breve mettendo a confronto il numero 6 col 7.

Particolare secondario, solo in apparenza perché il “secondario” nella Parola di Dio non esiste costituendo un tutt’uno, lo individuiamo in quel “rese grazie” di cui Gesù come Dio non aveva bisogno, ma che ancora una volta esprime la Sua dipendenza dal Padre.

L’episodio si conclude in modo differente dal primo in cui le ceste avanzate erano dodici, poiché qui sono sette, numero che sappiamo parlarci della perfezione di Dio, ma che qui vorrei considerare in modo diverso, paragonandolo al 6, anch’esso perfetto, ma secondo il metro umano, matematicamente parlando: infatti i numeri più rari e importanti sono quelli in cui i divisori, addizionati, danno come somma il numero in questione che è così chiamato “perfetto”. Il 6, avendo come divisori 1,2 e 3, è di conseguenza un numero perfetto perché 1+2+3=6. Il successivo numero con tale caratteristica è 28 perché 1+2+4+7+14=28. Scrive il fisico Simon Singh; “Oltre ad avere importanza matematica per i pitagorici, la perfezione del 6 e del 28 era riconosciuta da altre culture che notarono che la luna orbita in 28 giorni e che affermarono che Dio creò il mondo in 6 giorni per esprimere con quel numero la perfezione dell’universo. Sant’Agostino osservò che il 6 non era perfetto perché Dio lo aveva scelto, ma piuttosto che la perfezione era inerente alla natura del numero: 6 è un numero prefetto in se stesso e non perché Dio ha creato tutte le cose in sei giorni; è piuttosto vero l’inverso: Dio ha creato tutte le cose in sei giorni perché questo numero è perfetto”.

Ora questa nota di Singh ci consente un’applicazione spirituale per me interessante, e cioè che 6 è indubbiamente un numero che ha questa caratteristica – oltre al 28 abbiamo il 496, l’ 8.128, poi il 33.550.336, l’ 8.589.969.056 e così via fino a raggiungere cifre immense –, ma questo riferito all’ esistenza e ambiente umani. In altri termini, alla sua perfezione, Dio aggiunse l’Uno che stabilì la Sua approvazione: gli equilibri finiti, assoluti, compiuti dell’universo furono sanciti dal Suo riposo senza il quale il creato non avrebbe avuto senso o, per meglio dire, lo avrebbe avuto ma senza di Lui, per cui sarebbe stato e rimasto inutile. Il settimo giorno fu la firma di Dio e il tutto, la terra e l’Universo, se trovano la loro perfezione nel 6, senza il suggello del Creatore avrebbero avuto un fine imperfetto.

Ecco perché “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della Bestia: infatti è numero d’uomo e il suo numero è 666” (Apocalisse 13.18): se in ogni epoca molti hanno cercato di calcolare questa cifra, punto base è che si tratta di una triade di perfezione, una trinità, su misura per gli uomini che avranno fondato la propria vita e il loro centro su un sistema che non potrà che rispondere perfettamente alle loro esigenze, su cui riporre la propria fede politica e religiosa escludendo l’Uno. Alla Bestia, ricordiamo, “fu concesso di fare guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. La adoreranno tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita dell’Agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo” (13.7,8).

Quelle “sette ceste” del nostro episodio, collegate agli altrettanti “pani” nella disponibilità dei discepoli, sono un riferimento a quanto fin qui esaminato. Sono un segnale, l’indice di quella porta ancora aperta nel cielo per tutti quelli che sono stati salvati, o vogliono esserlo, e del fatto che Dio non si dimenticherà mai di loro, anzi ne ha compassione e cura. Amen.

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11.06 – IL SORDOMUTO DELLA DECAPOLI (Marco 7.31-37)

11.06 – Il sordomuto della Decapoli (Marco 7.31-37)

 

31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

 

Anche per questo miracolo ci troviamo di fronte, relativamente all’itinerario seguito da Gesù, a dei dubbi che non vi sarebbero se accettassimo questa traduzione, in cui chiaramente entra nel territorio di Tiro e Sidone, scende percorrendo il litorale fino al territorio della Decapoli, allora gestito da Erode Filippo. Per la panoramica generale che queste riflessioni si propongono, però, è giusto far presente che altre versioni non si esprimono in questo modo: Diodati scrive “Poi Gesù, partitosi di nuovo dai confini di Tiro e di Sidone, venne presso il mare della Galilea, per mezzo i confini della decapoli”. Ciò è dovuto alla diversità tra i manoscritti in quanto alcuni hanno “dià Sidònos”, cioè “attraverso Sidone” ed altri “kài Sidònos”, “e Sidone”. Tra l’altro questo miracolo è narrato solo da Marco, per cui viene a mancare un confronto con altri evangelisti. A dire il vero, Matteo ci fornisce un particolare non da poco, e cioè che “Gesù si allontanò di là – dove la preghiera della donna siro fenicia era stata esaudita – e giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele” (15.29-31). Marco, quindi, sceglie di narrare una, la più particolare, delle tante guarigioni che avvennero in quel luogo e fa passare in secondo piano una domanda che altrimenti sarebbe stata d’obbligo, cioè perché Gesù avesse guarito una sola persona.

Ecco allora che Nostro Signore, entrato nel territorio della Decapoli, viene riconosciuto e seguito dalla folla che si formò poco a poco al suo passaggio, fino a fermarsi su un monte, o collina, e lì gli portarono molti infermi, tra i quali un sordomuto. Qui è necessario sottolineare un particolare molto importante, e cioè che ci viene descritta la condizione di quell’uomo senza attribuirla alla presenza di uno spirito impuro: questo ci parla non dell’ignoranza – come molti sostengono – che faceva attribuire a Satana o ai suoi angeli qualunque condizione invalidante, ma del discernimento di chi ha redatto il Vangelo. Inoltre, l’assenza di un’attribuzione spirituale negativa al sordomuto, mette in guardia il credente dal generalizzare e vedere ovunque l’opera satanica, scendendo così nella superstizione.

A questo punto, allora, dobbiamo chiederci chi è un sordomuto, condizione dovuta, in linea di massima, al fatto che, perdendo l’udito entro i due anni di età o nascendo sorda, la persona, pur avendo un apparato fonico-articolatorio perfettamente integro, non è in grado di parlare perché, non sentendo i suoni, non sa riprodurli. Oggi, sottoponendosi a sedute di logopedia, il sordomuto può imparare ad esprimersi, per quanto con voce monotonale, e comprendere quanto gli viene detto leggendo le labbra dell’interlocutore o tramite il linguaggio dei segni; si tratta di procedure che, ai tempi di questo episodio, non erano conosciute. Il sordomuto di allora viveva una condizione estremamente penosa, non potendo capire ciò che gli si diceva, né scrivere, né leggere, condannato all’emarginazione.

Giunti a questo punto, esaminando i versi dal 32 in poi, gli elementi di riflessione sono davvero tanti e il primo lo troviamo nel comportamento degli amici, o parenti non sappiamo, di quell’invalido: “lo pregarono di imporgli la mano”, segno che consideravano Gesù per lo meno un profeta. La richiesta presentata si rifaceva ai tre significati fondamentali del gesto di imporre le mani nell’Antico Patto, poiché la mano, assieme alla parola, costituisce uno dei mezzi più espressivi del nostro linguaggio. L’imposizione delle mani è effettuata per trasmettere una benedizione, come fu per Giacobbe verso Efraim e Manasse, figli di Giuseppe (Genesi 48.14 e segg.) ed è un segno di consacrazione per indicare separazione, ricezione dello Spirito di Dio. Per dovere di cronaca va detto che abbiamo anche un terzo riferimento che è quello dell’identificazione tra chi offre una vittima in sacrificio e la vittima stessa, come più volte citato nel libro del Levitico (1.4; 3.2; 4.4) e in altri della Legge. Per quanto riguarda il tempo della Grazia, anche gli apostoli utilizzeranno quel gesto (Atti 3.6) a simboleggiare la trasmissione di una potenza che viene da Dio.

Amici o parenti del sordomuto volevano quindi che Gesù trasmettesse la sua benevolenza tramite quel gesto, ma vediamo che non viene trattato come gli altri infermi e, per prima cosa, “lo prese in disparte, lontano dalla folla”, segno che quanto sarebbe avvenuto avrebbe costituito qualcosa di preciso e profondamente individuale, che non doveva riguardare altri. Infatti, contrariamente a diversi miracoli, parte dei quali abbiamo già esaminato, Nostro Signore sostituisce il linguaggio dei gesti alla Sua parola perché altrimenti il sordomuto non avrebbe potuto capire ciò che stava avvenendo. Abbiamo così, ancora una volta, il chinarsi di Gesù verso l’uomo, immedesimandosi profondamente in lui e nelle sue sofferenze per fargli comprendere l’importanza e la portata dell’intervento che stava per compere passo dopo passo. Certo avrebbe potuto dire, ad esempio, “lo voglio, guarisci”, ma in tal modo il sordomuto avrebbe saputo solo dopo cos’era avvenuto. Gesù voleva quindi che quel percorso di guarigione fosse effettivamente compreso dalla persona così come nel caso del paralitico di Betesda: “Vuoi guarire?”.

Lontano dalla folla Nostro Signore compie tre azioni, la prima delle quali è porre a quell’uomo le dita nelle orecchie, chiaro rimando al “dito di Dio”, espressione usata per riconoscere il Suo intervento e potenza. La troviamo infatti per la prima volta in Esodo 8.15 quando i maghi del faraone, impossibilitati come in precedenza e replicare i miracoli di Mosè, gli dissero “È il dito di Dio”. Ancora, ricordiamo le tavole di pietra, “scritte dal dito di Dio” (31.18) e, per finire, la frase di Gesù “Se invece io scaccio i demòni col dito di Dio, allora è giunto a voi il suo regno” (Luca 11.20). Applicato al nostro episodio, allora, prima vengono toccate le orecchie, o meglio il foro del condotto uditivo, perché l’uomo prima di parlare deve ascoltare e comprendere, non viceversa.

Seconda azione, “con la saliva gli umettò la lingua”, gesto che potrebbe suscitare repulsione, ma che in quel caso era volto a far comprendere a quella persona che Gesù stava per trasferire la capacità di parlare anche il linguaggio di Dio e non uno qualunque. Come disse Pietro al medicante paralitico, “Non possiedo né oro, né argento, ma quello che ho, te lo do, alzati e cammina” (Atti 3.5). Nostro Signore, Parola di Dio, stava così per trasmettere a quell’uomo il dono della parola e, assieme ad essa, la capacità di parlare anche un linguaggio diverso. La lettura di questo miracolo è sicuramente quella di un’avvenuta guarigione, ma a noi parla del fatto che solo nel momento in cui Gesù opera direttamente e personalmente sull’uomo questo è in grado di ascoltare ed esprimersi proprio come quel sordomuto guarito di cui è detto che “parlava correttamente”. Si tratta di un miracolo che, come vedremo col cieco di Betsaida, ci parla di un percorso preciso, qui condensato in pochi istanti.

Alle azioni di Nostro Signore fin qui esaminate, ne seguono tre riferite alla Sua persona: alza “gli occhi al cielo”, sospira e parla in aramaico dicendo “Effatà, che vuol dire «Apriti»”. La prima è figura della preghiera e qui dobbiamo chiedercene la ragione, visto che operò altri miracoli per sua volontà diretta (abbiamo ricordato le parole “lo voglio, sii guarito” in Matteo 8.3), quasi che in questo caso fosse necessaria l’approvazione del Padre. Credo che, invece, questo sia stato un miracolo di collaborazione tra le due identità, vista la lode “Ha fatto ogni cosa bene: fa udire i sordi e fa parlare i muti”, che possiamo connettere a Isaia 35.6, “Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno le orecchie ai sordi. Lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”. Nel caso di questo miracolo, allora, abbiamo Gesù come perfetto intercessore a differenza di quelli presunti che una parte del cristianesimo ha voluto proporre-imporre, deviando così le attenzioni e le preghiere che vanno dirette al Padre “nel nome” del Figlio.

Dopo aver rivolto gli occhi al cielo, abbiamo il sospiro che, ancora una volta, ci parla certamente dell’identificazione di Gesù con l’uomo, ma credo si rifaccia al momento della creazione, quando il “soffio” di Dio nelle narici dell’uomo lo rese “anima vivente”. Il “sospiro” di Gesù sta a significare che solo l’intervento del Dio Creatore può modificare una situazione non dovuta alla presenza di uno spirito impuro, ma di qualcosa che, presente dalla nascita, sarebbe altrimenti inguaribile, immodificabile. E allo stesso modo noi nasciamo col contrassegno ereditario del peccato che non potremmo mai eliminare senza un intervento diretto di Colui che per noi si è offerto in sacrificio. Vi è chi vede nel “sospirò” di Gesù, per il verbo greco utilizzato, un gemere pensando alla condizione di chi stava per guarire, e qui vale la pena di ricordare che, alla morte dell’amico Lazzaro, è scritto che “pianse” nonostante sapeva che lo avrebbe resuscitato. A tal punto arrivò in Lui l’identificazione con la penosa realtà e limiti dell’essere umano.

C’è poi l’ordine, “Effatà”, in aramaico, “Apriti”, che nessun altro avrebbe mai potuto pronunciare con il risultato che poi Marco, con il suo caratteristico “subito” riporta: “Gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente” una lingua che mai aveva ascoltato, per cui abbiamo un miracolo nel miracolo.

Come già avvenuto in altri episodi, Gesù si raccomanda affinché la notizia di quanto appena avvenuto non fosse divulgata, ciò perché quella guarigione avrebbe dovuto essere constatata poco a poco: questo era il risultato di un’esperienza diretta, di un incontro col Figlio di Dio e non poteva essere qualcosa di paragonato ad una semplice guarigione pubblica senza che non se ne comprendesse il reale significato. Ricordiamo Isaia 50.5, “Il Signore m’ha aperto l’orecchio ed io non ho opposto nessuna resistenza” (50.5), parole che esprimono la precedenza dell’intervento di Dio sull’azione e che quando parla a un essere umano è a lui solo che si rivolge. Solo dopo questi passaggi-iinterventinsarà in grado di “parlare correttamente”.

Ancora, a proposito dell’ascolto, ricordiamo il messaggio “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò della manna nascosta – cioè il cibo degli eletti – e una pietruzza – il nuovo documento di identità – sulla quale sta scritto un nome nuovo che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve – perché la salvezza è personale –“ (Apocalisse 2.17). Amen.

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11.05 – LA DONNA SIROFENICIA (Marco 7.24-30)

11.05 – La donna siro fenicia (Marco 7.24-30)

 

24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». 29Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». 30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

 

Se per affrontare questo episodio è stata necessaria una premessa, altrettanto lo è una precisazione importante e cioè che Marco e Matteo presentano versioni differenti: il primo, che sappiamo scrive basandosi su quanto gli rapportava Pietro, scrive “andò nella regione di Tiro”, che letteralmente sarebbe “verso i territori” (Diodati traduce “ai confini di Tiro e Sidone”). Matteo, più ricco in particolari, riporta “si ritirò verso la zona di Tiro e Sidone”, letterale “dalle parti”, lasciando supporre che Gesù fosse entrato in territorio pagano. Nel capitolo precedente è stata scelta questa ipotesi e si sono fatte alcune applicazioni spirituali credo corrette e non rettificabili, ma è necessario sottolineare che sempre Matteo scrive “Ed ecco una donna cananea, che veniva da quella regione”, letterale “uscita da quei territori”, oppure “da quei confini”. Può quindi essere, secondo questi dati, che in realtà Nostro Signore fosse ancora in Galilea, molto prossimo ai territori pagani e che la donna, per raggiungerlo, abbia attraversato il confine tra la Fenicia e la Galilea superiore. C’è incertezza in merito, poiché “i territori” potrebbero alludere anche alla regione in cui l’innominata apparteneva e quindi Gesù avrebbe potuto essere comunque fuori dalla Galilea. Teniamo presente che i due evangelisti non si prefiggono gli stessi scopi, perché Matteo scrive per gli ebrei e Marco, dalla capitale dell’impero, per i Romani per cui i particolari possono differire tra loro.

Anche le origini della donna sono diverse: per Matteo è cananea, quindi appartenente a un popolo visto negativamente perché erede della maledizione di Noè, i cui antenati furono cacciati dagli ebrei dopo la conquista del “paese di Canaan”. Matteo pone così in evidenza il fatto che la donna apparteneva a ciò che restava dell’antica popolazione pagana che abitava la Siria-Palestina prima degli ebrei; Marco la chiama “siro fenicia” perché la fenicia faceva parte della provincia romana di Siria. Riguardo all’itinerario seguito da Gesù, comunque, va detto che molti commentatori parlano addirittura di un “viaggio in Fenicia” dalla quale poi giunse nella Decapoli, dove vi fu la guarigione di un sordomuto e avvenne la seconda moltiplicazione dei pani.

Fatte queste precisazioni, spostiamo la nostra attenzione sulla donna, “la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro”; non ci viene detto in che modo si caratterizzava questa entità, ma certamente, per il comportamento adottato, non credo costituisca un azzardo paragonarla alla donna emorroissa che “aveva speso tutti i suoi beni con i medici senza poter essere guarita da nessuno” (Luca 8.43). Pur non venendo gli effetti dello “spirito impuro” classificati come una malattia, certamente esistevano anche presso i pagani esorcisti e sacerdoti degli dèi più disparati che avranno cercato in tutti i modi di guarire quella giovane. E tutte le speranze di guarigione si infrangevano puntualmente nel momento in cui ci si trovava di fronte al limite, non superabile, tra la conoscenza e le possibilità umane e ciò che sta oltre. Il testo di entrambi gli evangelisti non specifica da quanto tempo durasse questo stato; fatto sta che quella donna, saputo della presenza di Gesù, “uscì dai suoi confini” – quindi anche quelli etnici e di eredità spirituale negativi in quanto pagana – per andare da Lui, consapevole che sarebbe stato l’Unico in grado di guarire la propria figlia.

A questo punto è bene considerare la cronaca di Matteo che, dopo le parole imploranti di quella madre, scrive “…ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:  «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele»” (15. 23,24). Abbiamo qui un particolare non irrilevante, perché i discepoli si rivelano attenti più alla loro tranquillità e al non venire infastiditi, generalizzando così il piano di Dio allora rivolto unicamente al loro popolo.

Il verso 23 che ho riportato, allora, ci parla di una richiesta incessante rivolta a Gesù, paragonabile a quella dei due ciechi in Matteo 9.27 che lo seguirono fino a casa sua. Le continue grida della cananea avevano finito per infastidire i discepoli che addirittura “implorarono” il loro Maestro di esaudirla, ma la risposta che ottennero escludeva qualsiasi intervento in merito: nel Suo ministero terreno non era stato mandato ai pagani, ma solo “le pecore perdute della casa d’Israele” avrebbero dovuto essere i destinatari del Vangelo e dei suoi effetti. Notare l’aggettivo “perdute”, cioè solo quelle che si erano perse e avevano questa consapevolezza più o meno accentuata, non le altre dello stesso popolo, che nell’Avversario avevano trovato il loro pastore. Ricordiamo che gli scribi e farisei non chiesero mai un miracolo a Nostro Signore per venire guariti, ma solo per metterlo alla prova.

Dal testo pare che Gesù si disinteressasse della condizione di quella madre implorante; anzi, dal comportamento duro avuto nei suoi confronti si potrebbe ipotizzare che non volesse avere nulla a che fare con lei anche perché “figlio di Davide”, con cui gli si rivolge all’inizio, era un appellativo di cui non poteva appropriarsi perché racchiudeva tutto un significato di benedizione e promessa che solo un ebreo poteva pronunciare. Non a caso, infatti, Matteo inizia il suo Vangelo proprio con la frase “Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”.

Alle parole di Gesù sulla sua missione, ancora Matteo scrive “Ma quella gli si avvicinò e si prostrò davanti a lui dicendo: «Signore, aiutami!»”, segno che comprese quella frase, per cui da un “Pietà di me Signore, Figlio di Davide” evidentemente pronunciato in piedi camminando, passa al prostrarsi chiedendo un aiuto ancora più implorante del primo, ma ottenendo una risposta per lei durissima: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini”. E gli ebrei definivano appunto “cani” – cioè animali impuri – tutti i pagani. Come scrive un fratello, “la missione di Gesù era limitata a Israele perché il disegno di Dio era che i beni messianici della salvezza portati dal Figlio di Davide dovevano essere riservati a quel popolo e solo eccezionalmente i pagani avrebbero potuto parteciparvi attraverso una fede supplicante che riconoscesse il privilegio dei Giudei e considerasse puro dono la salvezza divina”. C’è infatti una sostanziale differenza fra pagani ed ebrei: “Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, lui che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli, amen”.

Con le sue parole, Gesù pone la cananea nella posizione storica di essere umano allora impossibilitato a godere dei privilegi che avrebbe avuto se fosse stata appartenente al popolo ebraico, distinzione che verrà abolita più avanti, nella dispensazione della Grazia quando i due popoli, pagani ed ebrei, sarebbero diventati uno solo: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani, siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Lui infatti è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo” (Efesi 2.13,14).

Ora, a quei tempi, tale muro esisteva ancora, ma a questo punto la risposta della cananea diventa confessione pubblica: “Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”; si tratta di parole che esprimono completamente la posizione da lei assunta e cioè che era conscia del fatto di non appartenere al popolo eletto cui spettava il diritto di essere chiamati “figli” e di stare a “tavola”, ma chiedeva solo le briciole e non il pane. A lei bastavano gli avanzi e quelli sapeva di poter chiedere.

In Marco leggiamo la riposta: “Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia”, mentre in Matteo “Donna, grande è la tua fede”, parole che irrompono nella narrazione con una forza unica perché sono le stesse, per lo meno per contenuto, date ad altri uomini o donne ebrei perché la fede è una indipendentemente dal popolo cui si appartiene, come la sofferenza.

Anzi, potremmo aggiungere che parole simili Nostro Signore le utilizzò una sola volta, nel caso del Centurione: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande” (Matteo 8.10), ma a conferma che la presunzione di essere qualcosa o qualcuno rappresenta un ostacolo insormontabile per presentarsi davanti a Dio in modo risolutivo, ricordiamo anche la frase “Vi dico che c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”.

Senza quel percorso di sofferenza, partito dal vedere la propria figlia posseduta dallo spirito impuro senza che nessuno lo fermasse, proseguito con il non vedersi ascoltata da Gesù e respinta perché non appartenente al popolo di Dio, la cananea non sarebbe arrivata da nessuna parte; non avrebbe mai potuto risolvere il problema della propria figlia, condannata ad una vita di dolore ed emarginazione senza alcuna possibilità di un futuro, per quanto umano.

Quella donna ebbe la sua briciola e se Matteo scrive “da quell’ora la sua figlia fu guarita”, Marco aggiunge il particolare “Tornata a casa sua, trovò la figlia seduta sul letto e il demonio se ne era andato”: fece allora, andando a Gesù, un viaggio nel dolore, ma un ritorno sereno con la certezza di essere esaudita. A una gioia moderata, ne seguì poi una completa vedendo la bambina, o ragazza non sappiamo, “seduta” esattamente come l’indemoniato guarito a Gadara, o Gherghesa. E va sottolineato che la posizione seduta, per noi è normale, richiede in realtà un forte equilibrio e controllo della muscolatura impensabile per molti tipi di infermità, ma in particolare per la sconnessione che uno spirito impuro porta nella persona.

La cananea innominata non sapeva che la sua vicenda, attraverso Matteo e Marco, si sarebbe tramandata nei secoli. E a ben guardare, riguardo alla soluzione di un importante problema, la stessa cosa capita anche a noi, che certamente non verremo ricordati da nessuno, ma certamente da Dio, quando ci ritroviamo liberati da situazioni impossibili a risolversi senza il Suo intervento d’amore in quanto suoi figli. Amen.

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11.04 – LA DONNA SIROFENICIA, INTRODUZIONE (Marco 7.24-30)

11.04 – La donna siro fenicia, introduzione (Marco 7.24-30)

 

24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». 29Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». 30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

 

Abbiamo letto un episodio molto particolare che va preceduto da considerazioni anche di carattere storico tenendo presente che Gesù parte da Capernaum, il cui nome significa “vicolo di consolazione”, dove aveva stabilito la sua residenza. Il Suo abitare in quel villaggio costituiva l’adempimento di due profezie di Isaia la prima delle quali si trova in 9.1: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Matteo, che cita il verso, lo fa precedere da questa nota: “Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Capernaum, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia” (4.12-14). E non poteva esservi luce più “grande”, visto che il Figlio di Dio veniva in mezzo a loro.

Al riguardo si possono fare le stesse applicazioni di quando Nostro Signore si recò nel territorio di Gennezareth, per quanto differenti: Satana era stato sconfitto dopo l’episodio della tentazione nel deserto, ma la Galilea era sotto la politica di Erode Antipa che lo aveva avuto in gestione dal Senato romano quando, alla morte di Erode il Grande, lo aveva diviso in tre tetrarchie. La frase di Isaia “Il popolo che camminava nelle tenebre” (altre traduzione riportano “immerso” in esse) qualificava allora quel territorio di profonda ignoranza spirituale e morale con tutta la depravazione e miseria che ne costituiscono il frutto. Un fratello ha osservato che, sempre a proposito di questo passo, l’espressone “terra tenebrosa”, tradotta anche con “ombre di morte”, “…è un’altra espressione figurata che rileva il contrasto con tutto ciò che ha riferimento con la vita secondo l’ideale di Dio visto nel principio della creazione. Le lezioni storiche tenute da Dio viste nelle alleanze da Lui stipulate a partire da Noè dopo il diluvio fino alla distruzione del Tempio e della città di Gerusalemme, infatti, non furono fatte proprie dal popolo; anzi, furono maggiormente prevaricate”.

Abbiamo poi un’altra descrizione di quanto stava avvenendo con le parole “una luce si è levata”, in opposizione alle precedenti che parlano di buio, che indica verità, purezza, felicità; il verso successivo (Isaia 9.2) infatti recita “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”. Questa avrebbe dovuto essere la reazione di tutto il popolo alla luce del Messia giunto, ma non essendo ciò avvenuto ecco che vi è stato un spostamento temporale in avanti, quando “gli ultimi giorni” avranno un termine e finalmente Israele riconoscerà Gesù nel suo ruolo.

 

C’è poi la seconda profezia di Isaia, che troviamo in 8.23: “Non ci sarà più oscurità dove ora è angoscia. In passato umiliò la terra di Zabulon e Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, la Galilea delle genti”. Notare l’ultima espressione, “la Galilea delle genti” perché a confine proprio con “quelli di Tiro e Sidone” con il popolo che si era in parte mescolato con loro. Facile a questo punto il collegamento con i “guai” che Gesù decretò su Corazim e Bethsaida, che terminano con “Perché se in Tiro e in Sidone fossero stati compiuti tra voi miracoli, già da tempo si sarebbero pentite, vestendosi di sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi” (Luca 10.13). E Gesù, nonostante la Bibbia contenga invettive profetiche e maledizioni contro queste città, come Dio Onnisciente conosceva la loro storia interiore e le considerava predisposte alla conversione. Trattare la storia soprattutto di Tiro è impresa ardua, ma si può ricordare che Chiram, suo re, fu alleato di Davide, fornendogli legname e mano d’opera per la costruzione della sua casa (2 Samuele 5.11), stringendo legami così stretti con lui che poi, Tiro, fu inclusa nel suo censimento. Tiro fornì a Salomone non solo legname e maestranze, ma anche l’oro per il Tempio (1 Re 5.9) e poi marinai per la sua flotta (1 Re 9.27).

Le relazioni amichevoli con Israele, però, nei tempi antichi favorirono il sincretismo religioso al suo interno e ed il re Achab, sposando la figlia del “re di quelli di Sidone”, Jesabel, accettò il culto di Baal: “Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito a Samaria. Acab eresse anche il palo sacro e continuò ad agire provocando a sdegno il Signore, Dio di Israele, più di tutti i re d’Israele prima di lui” (1 Re 16. 32,33). Tiro, difficile da espugnare per la sua posizione, subì soltanto una sconfitta, a parte la piccola parte che  nel 573  a. C. Nabucodonosor riuscì a conquistare dopo un assedio di tredici anni: quella del 332 a.C. da Alessandro Magno che, dopo sette mesi di resistenza, ne ordinò la distruzione. Si avverò così la profezia di Ezechiele 26.8,9: “Poiché hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, ecco, io manderò a te i più feroci popoli stranieri; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari. Ripeterai ancora «Io sono un dio» di fronte ai suoi uccisori? Ma sei un uomo, e non un dio, in balia di chi ti uccide” (28.6-9). Il peccato di Tiro, al pari di quello di Babilonia, fu infatti la superbia ed il fidare in se stessi, il voler escludere Dio dai propri progetti per sussistere da soli.

 

“Partito di là, andò nella regione di Tiro”, è una frase che sottintende una volontà precisa di Gesù in obbedienza ad un itinerario concordato col Padre dopo che molto era già stato fatto e predicato per il Suo popolo, che però non lo aveva ascoltato come avrebbe dovuto. Nostro Signore pare entri in territorio pagano – ma ne parleremo meglio nel prossimo capitolo – e, da queste parole, con decisione. Da notare che diversi manoscritti aggiungono “e di Sidone”. Matteo scrive “si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone” (15.21) quasi a suggerire un precauzionale rifugiarsi in un territorio dove non avrebbe potuto venir catturato; in realtà, credo abbia voluto dimostrare l’anticipazione di quell’avvenimento totale che darà ai pagani la possibilità di convertirsi e beneficiare delle attenzioni di Dio secondo le parole di Paolo ai Galati: “Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abrahamo, eredi secondo la sua promessa” (3.26-29). Pensiamo che sono parole rivelate da un ex fariseo che, ai tempi della sua professione, avrebbe ritenuto inconcepibili e quasi blasfeme le parole “discendenti di Abrahamo” riferite a dei pagani. È importante tener presente che Gesù non andò in quei territori per portare il Vangelo, ma per anticipare ciò che sarebbe avvenuto un giorno, quando il Regno di Dio sarebbe stato “tolto” ai Giudei per essere “dato a gente che lo avrebbe fatto fruttificare”.

Nostro Signore quindi “andò nella regione di Tiro e Sidone”, o “si ritrasse”, con lo scopo appena evidenziato, ma a questo punto due sono le domande che ci si pongono, e cioè a casa di chi e soprattutto perché ci viene specificato che “non voleva che alcuno lo sapesse”. Credo che Nostro Signore si sia diretto là sapendo di essere accolto e da chi andare a differenza dei discepoli che, da lui istruiti, ricevettero quest’ordine: “In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza” (Matteo 10.11).

Quanto alla seconda domanda, cioè il perché “non voleva che nessuno lo sapesse”, non possiamo fare a meno di rilevare che quello di Gesù fu un comportamento opposto a quello degli ipocriti, gli scribi e i farisei,  visto ad esempio in Matteo 6.2 “Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico, hanno già ricevuto la loro ricompensa”, stesso principio applicato alla preghiera pubblica. Gesù, recandosi “nella regione di Tiro e Sidone” non solo entra in territorio pagano, ma addirittura in una casa, che ha ancora di più a che fare con l’intimità e le caratteristiche della persona che la abita senza contare che, entrando in quella regione, rinunciava ai privilegi e ai diritti religiosi ed etnici della Sua nazione. È giusto riportare che però non tutti sono d’accordo col fatto secondo il quale Nostro Signore entrò in quei territori, ma sostengono che ne rimase al limite, essendo scritto che la donna “uscì dai suoi confini” (Matteo).

Sappiamo comunque che entrò “in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto”, particolare importante che indica quanto Nostro Signore fosse conosciuto e quanto agevolmente circolassero le notizie nonostante la mancanza giornali, radio e televisione; ricordiamo quanto avvenuto in tempi anteriori: “Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall’Idumea e dalla Transiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui” (Marco 3.7,8). Luca aggiunge, in 6.17 che tutti questi, compresi quelli “dal litorale di Tiro e Sidone erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie”.

Gesù, quindi, non era uno sconosciuto e la notizia del suo arrivo in quella casa si sparse subito in quanto era impossibile che “restasse nascosto”: la luce non può far altro che illuminare e nel buio si distingue anche da lontano. E senza volere ho utilizzato due termini, “buio” e “lontano” che hanno riferimento alla condizione spirituale di chi Dio non lo conosce. È nel momento in cui il Vangelo gli viene annunciato che può scegliere se togliersene, o rimanervi.

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11.03 – CIÒ CHE CONTAMINA L’UOMO (Marco 7.14-23)

11.03 – Ciò che contamina l’uomo (Marco 7.14-23)

 

14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [ 16]17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. 20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

 

Non sarà sfuggita, leggendo il testo riportato qui sopra, l’assenza del verso 16, che alcune versioni riportano, “Chi ha orecchie per ascoltare, ascolti”, assente nella versione considerata dai questi traduttori.

Ora, collegandoci a quanto avvenuto in precedenza, non risulta né da Marco, né dal parallelo di Matteo 15, che alle parole di Gesù “annullate il comandamento di Dio con la vostra tradizione”, abbia fatto seguito una replica, segno che gli scribi e i farisei non seppero cosa rispondere a quelle accuse. Pertanto Gesù chiama di nuovo la folla che, probabilmente salvo alcuni, si era tenuta a distanza, ma è probabile che i due evangelisti abbiano voluto sottolineare, con le parole “Chiamata di nuovo la folla”, che da quel punto in poi sarebbe iniziato un discorso nell’interesse di tutti e non solo dei “venuti da Gerusalemme” presenti. “Ascoltatemi tutti, e comprendete bene”, dove quel “bene” è assolutamente indicativo.

Partiamo allora dal significato del verbo “contaminare”, che annovera tra i suoi sinonimi “macchiare, insozzare, deturpare, infettare, corrompere”, qui applicato moralmente e spiritualmente. Questo, per la Legge, riguardava in senso corporale l’assunzione di alcuni cibi come la carne di animali da lei proibiti, ma i maestri avevano aggiunto alla proibizione alimentare anche l’abluzione delle mani per riaffermare la loro distinzione dai popoli pagani, considerati impuri talché, se vi era stato un contatto con loro, ci si doveva scuotere di dosso tutta la polvere. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nelle sue Antichità Giudaiche (13.297) scrive “I farisei hanno trasmesso al popolo numerose prescrizioni avendole ereditate dalla dottrina dei padri, che non si trovano scritte nella legge data da Dio a Mosè”.

In realtà la purità rituale, essendo come sappiamo la Legge “un pedagogo che conduce verso Cristo” era stata data perché Israele mantenesse la sua precisa identità di popolo di Dio rispetto agli altri fino all’arrivo della nuova dispensazione della Grazia, rivelata ufficialmente, riguardo gli alimenti, nell’episodio in cui Pietro, trovandosi sul tetto di casa sua, ebbe una visione: “Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. In esso c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: «Àlzati, Pietro, uccidi e mangia». Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano». Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto du risollevato al cielo” (Atti 10.11.15).

La purità rituale, riguardo agli scritti dell’Antico Patto, stava allora a simboleggiare la differenza tra la corruttele pagane e la santità del popolo di Dio. I maestri ebrei, però, perdendo di vista il vero motivo per cui Israele non poteva essere contaminato come le altre genti, avevano finito per stabilire che i cibi impuri erano atti di per se stessi a inquinare moralmente, per cui l’uso di quelli puri era l’unico modo per mantenersi intrinsecamente integri. Il lavarsi le mani fino al gomito, poi, li preservava ancora di più da tutto ciò di immondo con il quale quegli arti erano venuti a contatto senza che la persona se ne rendesse conto. Capiamo allora perché Gesù sia intervenuto con quell’ “Ascoltatemi tutti e comprendete bene”, preludio a un insegnamento importante per chi volesse capire cosa fosse effettivamente puro e impuro andando alla radice del problema.

La contaminazione non la dà ciò che entra nel corpo, ma ciò che esce da lui. Qui non si tratta chiaramente dell’ambito fisico, ma spirituale, di andare ancora una volta alla radice del vero problema poiché altrimenti si rischia di limitare l’interpretazione agli effetti delle sostanze tossiche eventualmente ingerite, che portano a malattie, se non alla morte dopo un tempo più o meno lungo. Il corpo naturale qui è escluso, ma il riferimento è a ciò che contamina davvero la vita che ogni uomo è chiamato a vivere.

La folla, con le parole di Gesù, è chiamata a considerare che non sono le cose esterne a rendere l’uomo impuro, cioè inadatto all’incontro con Dio, ma è ciò che questi accoglie nel suo cuore custodendo le “cose vecchie” ed impedendo il ritrovamento della comunione con Lui, quella che i nostri progenitori persero.

Il testo ci dice che Nostro Signore fu più esaustivo coi discepoli che lo interrogarono privatamente sul paragone (parabola) appena esposto: a contaminare l’uomo è “ciò che esce dalla bocca”, riferimento, ad esempio, al Salmo 10.7 in cui, parlando del malvagio, leggiamo “Di spergiuri, di frodi e d’inganni ha piena la sua bocca, dalla sua lingua sono cattiveria e prepotenza”, che si collega al principio “La bocca parla di ciò che sovrabbonda nel cuore” (Matteo 12.34). Per questo, sempre nello stesso passo, Gesù stabilirà un’importante verità: “Qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo, né il quello futuro” (vv.31,32). Perché? Credo che molte persone che oggi credono, quando non conoscevano il Signore, abbiano espresso concetti negativi su di Lui, indipendentemente che si trattasse del Padre o del Figlio, bestemmie o negazione della Sua esistenza non importa. Tutte colpe estinte, perdonate, perché “siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1 Corinti 6.11).

C’è però un sistema oltraggioso di vita, visto nella condizione di peccato che la persona vuole assolutamente mantenere senza arrendersi, che se dura fino alla fine, all’ultimo istante di vita dell’uomo, renderà impossibile il suo perdóno. Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è la resistenza strenua a Colui che vorrebbe convincere gli uomini di peccato, giustizia e giudizio per porvi rimedio. Gli atti contrari alla legge di Dio che una persona compie determinano la sua condanna solo se sono confermati da un ostinato rifiuto della Sua parola fino all’ultimo respiro, come ci conferma l’episodio del ladro crocifisso con Gesù che gli disse semplicemente “ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Luca 23.42); queste parole fanno fremere perché denotano la comprensione di una vita sbagliata che chiede un riscatto possibile. Da sottolineare che quell’uomo chiamò Nostro Signore per nome, dando prova di non esprimere un concetto scaramantico, ma fede.

Anche oggi avvengono conversioni da persone che potrebbero essere da noi giudicate e condannate senza possibilità di appello, certo non solo da parte di un tribunale umano; penso ad esempio a Gaspare Spatuzza, oggi uno dei principali collaboratori di giustizia (umana), rapinatore, protagonista di omicidi importanti tra i quali quello di don Puglisi a Palermo, che a un certo punto della sua vita ha iniziato un percorso spirituale che potrebbe sembrare impossibile stante le azioni di cui si è reso protagonista. Le sue parole sono un attestato di quanto lo Spirito di Dio possa fare in una persona. Spatuzza ha affermato di avere iniziato un “percorso di ravvedimento, vissuto in silenzio, meditazione e astinenze di cose superflue. (…) Soltanto in carcere inizio a leggere libri, in particolare la Sacra Bibbia dandomi modo di entrare in contatto con la Parola di Dio. Allora ti accorgi che la vita è un’altra, da quello che ti hanno fatto sempre vedere, che tutto quello che hai fatto è orribile e privo di giustificazione e chiede vendetta al cospetto di Dio. (…) Devo dire che aspettavo questo momento di passare dalla parte del Bene e una volta fatto il primo passo non ho esitato a mettermi in grazia di Dio”. Queste frasi fanno parte di un memoriale reperibile in rete, ma ascoltando le dichiarazioni di quest’uomo nei processi, quando testimonia la sua conversione con poche parole, molto si può comprendere non solo di quanto la Grazia possa cambiare la vita di una persona, ma dell’amore con cui il Signore accoglie chi si pente. E non potrebbe essere altrimenti, poiché è stato detto “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Luca 15.7).

Tornando al nostro testo, è necessario sottolineare le parole di Gesù ai discepoli “Neanche voi siete capaci di comprendere?”, traduzione più morbida rispetto all’originale “Siete anche voi privi di intelletto?”: dalle Sue parole emerge il fatto che Nostro Signore prende atto dell’incredulità, insicurezza e disordine presenti nella mente dei suoi: “il Regno di Dio e la sua giustizia non potevano essere a disposizione di chi non si cibava di alcuni alimenti, ma di chi avrebbe ricercato in Gesù Cristo pace e giustizia mediante lo Spirito Santo”, ha scritto un fratello.

Ancora, non esiste più sottile e pericolosa falsità di quella generata dall’equivoco e dalla manipolazione religiosa che fa passare un modello sociale per ciò che Dio vuole veramente: la Sua volontà viene così strumentalizzata da uomini senza scrupoli al solo scopo di poter controllare le relazioni umane.

Concludendo: chi si puliva le mani con le abluzioni rituali prima di mangiare e sceglieva accuratamente i cibi – pensiamo alla cucina “kosher” – non teneva conto del fatto che aveva un cuore, che non poteva essere certo lavato – per lo meno da loro –, sede di ogni sorta di nefandezze che “vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

Infine possiamo dire che è facile condannare gli scribi e i farisei di allora perché ci sono già le parole di Gesù, ma ricordiamo che c’è una tradizione oscura e distruttiva anche nella Chiesa; è quella che, per dirne una, considera “marginali” o “centrali” alcuni principi della Parola di Dio. Come i maestri della Legge di allora, ci sono in tutte le confessioni persone reputate autorevoli che sostengono che la Scrittura vada interpretata in armonia con le civiltà cui si rapporta – adattando così il cristianesimo al paganesimo, oppure estrapolano versetti al di fuori dal loro contesto originario, amputandoli o proponendoli così come sono, ma senza approfondirli perché tanto “la Parola di Dio è semplice per i semplici”.

Così scrive l’apostolo Paolo nella sua prima lettera a Timoteo: “Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed  è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno”.

La purezza. Sembra irraggiungibile, eppure se ci pensiamo altro non è che avere ben presente quell’ “uomo vecchio” che rappresenta ciò che eravamo un tempo e al quale possiamo tornare, per quanto non completamente, se in noi si innesca quel processo degenerativo proprio a partire dal trascurare i principi che Gesù illustra in questo passo. Ecco perché dobbiamo pregare perché il nostro “interno” sia salvaguardato. E farci parte attiva in questo. Amen.

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