17.14 – IL COMANDAMENTO NUOVO (Giovanni 13.34-35)

17.14 – Il comandamento nuovo (Giovanni 13.34,35)

34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Ultimamente le nostre riflessioni stanno riguardando un gruppo di versi, dal 31 al 35, in cui Nostro Signore presenta ai Suoi tre argomenti nuovi: il primo è la Sua glorificazione, il secondo la di Lui ricerca che avrebbero fatto senza poterlo trovare (fisicamente ma non spiritualmente), il terzo è il “comandamento nuovo” che va inquadrato alla luce della altrettanto nuova realtà che si sarebbe venuta a creare con la Sua morte e risurrezione. In altri termini il fatto che il “Figlio dell’uomo” fosse “glorificato” apriva due prospettive fino ad allora a loro sconosciute la cui comprensione sarebbe stata impedita agli altri uomini: i Giudei non lo avrebbero potuto trovare e sarebbero morti nel loro peccato, a differenza degli Undici e di tutti coloro che avrebbero creduto in lui; ora – nuovo annuncio – viene dato “un nuovo comandamento” che, a uno sguardo superficiale, tale non era, ma lo diviene se lo si inquadra sotto l’ottica della nuova condizione che si sarebbe aperta di lì a poco.
Il “nuovo comandamento” perfeziona e completa il “comandamento più grande” già enunciato da Gesù quando un Dottore della Legge, fariseo, “…lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il più grande comandamento?» Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»” (Matteo 22.35-40). In quella stessa circostanza, riferita da Marco, parlò uno scriba, che disse “«Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio»” (Marco 12.33,34).
Sappiamo già che per “prossimo” non si intendeva un generico appartenente al genere umano, ma al popolo di Israele; qui però Nostro Signore entra più nel particolare senza modificare il principio che stava alla base dell’amore visto in Levitico 19.17-19, “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. Osserverete le mie leggi”: venuto “non per abolire, ma per adempiere”, Gesù porterà il comandamento al suo punto più alto dando se stesso come esempio per cui il concetto va molto oltre al fare agli altri quanto vorremmo fosse fatto a noi (Matteo 7.12): “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” non lascia nessuno scampo alla non operosità anche interiore verso il fratello o sorella proprio perché Gesù è arrivato al limite estremo visto nel dare la propria vita in sacrificio per tutti coloro che il Lui avrebbero creduto. Abbiamo letto, quando lavò ai piedi ai dodici, che disse “Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (13.15) e l’apostolo Paolo, scrivendo ai Romani, esorta “… e il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore Gesù Cristo” (15.5,6).
Si potrebbe a questo punto affrontare il tema dell’amore nella Chiesa, ma non si finirebbe mai; se però ci limitiamo a quanto lasciato agli e dagli apostoli diventa possibile tracciare dei percorsi, delle idee. Dal testo nei due versi, oltre al fatto che viene dato un “nuovo comandamento”, vediamo che questo assume un fattore di riconoscimento per i cristiani visto nelle parole “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”. Questo vuol dire sia che gli Undici sarebbero entrati in una fase della loro vita in cui praticare l’amore gli uni verso gli altri sarebbe stato fondamentale, ma anche che quello sarebbe stato il loro segno di distinzione dal resto del mondo, in cui le persone si amano in modo diverso.
Oggi spesso chi è impegnato in àmbito religioso usa indossare un vestito particolare, un saio, una tonaca, un segno sopra un abito normale che le distingua e questo accade più o meno in tutte le confessioni, ma l’amore è qualcosa che va oltre tutto questo. Si ama non per interesse, non per secondi fini, ma è un modo di essere, è una relazione che scaturisce inevitabilmente nel momento in cui “due o tre” persone si ritrovano unite dal comune vincolo della fede. La Chiesa non è un’associazione di gente che condivide un interesse, quello che viene chiamato hobby o passione, ma un gruppo di salvati per grazia che hanno sperimentato, provato l’amore di Dio nei loro confronti e si riconoscono l’uno nell’altro.
È poi importante sottolineare che l’amore non è qualcosa di raggiungibile solo da chi ha una cultura particolare, ha fatto studi specifici, ma è una pratica alla portata di tutti i credenti che possono ritrovarsi diversificati quanto a doni, ma non certo in questo sentimento, che poi è pratica e dedizione. Se nelle varie Comunità Cristiane si insegnasse che come cristiani la prima cosa da cercare non è aspirare a compiti particolari, ma occorra amare l’altro rinunciando a sé, queste prospererebbero. Al contrario, senza di tutto questo, non si fa altro che replicare quel mondo che a parole si sostiene di avere abbandonato. Ma il mondo è prima di tutto dentro la persona e in un modo o in un altro vorrà sempre ritornare, magari sotto un’altra forma di quella che si censura. Così, la fede si trasforma in uno sterile esercizio “ascetico”.
Certo Gesù non lasciò i discepoli soli con questi due versi, ma ne estese il significato poiché proprio in quella stessa sera dirà “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (15.9). Perché? Perché l’amore è un sentimento che può essere frainteso e allora può venir gestito umanamente portando a conseguenze devastanti come il favoritismo, l’uso dei “due pesi e due misure”, la gestione scorretta dell’aiuto, del ministero e tanto altro.
Fu anche detto agli Undici “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (15.19) per cui la pratica della vita cristiana è alla base, il fondamento per un esercizio corretto di questa importante condizione che si ottiene quando la nostra persona, con il relativo attaccamento a ciò che appartiene alla carne e alla vita orizzontale, si fa da parte. È scritto “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. E la vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2.20. Per amare, quindi, non deve esistere nulla dentro di noi che sia più forte dell’amore per Cristo. Poi potremo pensare a cosa vuole che noi facciamo, ma non va mai anteposta la chiamata al compito, pena un profondo squilibrio interiore.
L’amore, quindi, non lo si può insegnare, ma scaturisce spontaneo da un genuino rapporto con Dio e a questo tema sia Nostro Signore sia gli Apostoli hanno dedicato molte parole. “Rimanete in me e io in voi” (15.4) è la condizione base in cui come cristiani ci dobbiamo trovare perché “come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche coi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (4-6).
Quanto descritto da Gesù è quindi il primo passo verso la pratica dell’amore; l’apostolo Pietro scrive “Dopo – sembra banale dirlo, non “prima” – aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna” (Ia, 1.22).
Giovanni, poi, ricordandosi delle parole del suo Maestro dettegli proprio quella sera, scriverà “Vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera. Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (Ia, 2.8-11). E a prevenire l’amore finto, di circostanza che a volte si respira nelle Comunità, la regola è: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con fatti e nella verità” (3.11) perché “Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (4.21).
Amare il fratello è immedesimarsi in lui. Una volta lessi una frase particolare in cui si affermava che dovremmo guardare ogni uomo con gli occhi di Cristo. Parole di effetto, ma che non dicono nulla perché, nonostante sia scritto, dopo un’accurata esposizione tra la forza dello Spirito e quella dell’uomo, che “noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Corinti 2.16), questo significa che grazie al Suo intervento abbiamo la mente aperta a comprenderne le parole, ma non certo possediamo la conoscenza di ciò che esiste nel cuore dei nostri simili.
Piuttosto, concluderei con la norma che troviamo in Romani 15.1-6: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere – notare il termine – di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me. Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Amen.
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16.22 – IL PRIMO DEI COMANDAMENTI (Marco 12.28-34)

16.22 – Il primo dei comandamenti (Marco 12.28-34)

 

28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

Dalla lettura del testo di Marco parrebbe che, terminata la questione posta dai sadducei esaminata nello scorso capitolo, si sia fatto avanti uno scriba sottoponendo a Gesù un nuovo tema; in realtà l’episodio coi sadducei si era concluso con le parole di Luca “Non osavano più rivolgergli alcuna domanda” (20-39), “Allora i farisei, avendo udito che aveva chiuso la bocca ai saducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova” (Matteo 22.34). Passò quindi un certo tempo tra un episodio e l’altro, poiché “i farisei si riunirono insieme”, presumibilmente nella sala del Sinedrio, poco distante da dove Nostro Signore si trovava. Certo il fine della domanda dello scriba era quello, ancora una volta, di “metterlo alla prova”, ma credo senza la malizia che aveva caratterizzato tutti gli altri che in quel giorno si erano rivolti a Lui. Questo lo dimostra sia il commento al verso 32, ”Hai detto bene, Maestro, e secondo verità” con relativo commento, sia le parole di Gesù, “Non sei lontano dal regno di Dio”.

Tra l’altro, viene anche da pensare che la persona in questione fosse la stessa che gli disse “Maestro, hai parlato bene” nella disputa coi sadducei, facendo il confronto col verso 28, “visto come aveva ben risposto a loro”. Se così fosse avremmo una progressione spirituale perché dall’approvazione alla risposta ai sadducei si passerebbe a una richiesta “per metterlo alla prova”, ma non “per tentarlo”. Il fatto poi che secondo Marco questa persona fosse uno scriba e per Matteo un Dottore della Legge, non deve far gridare alla contraddizione perché le qualifiche di scriba, fariseo e dottore non erano così rigide, ma piuttosto si trattava di competenze, per cui vi erano soli scribi, ma anche scribi, farisei e dottori al tempo stesso.

La domanda posta a Gesù, per gli studiosi delle Scritture, non era semplice ed era molto dibattuta perché, a fronte delle 365 proibizioni e ai 248 obblighi della Legge, si ammetteva che ve ne fossero di più o meno gravi, ma districarsi fra le leggi sui sacrifici, il sabato, la circoncisione, le abluzioni e altri punti era per loro impossibile nel senso che non arrivavano mai a un parere unitario in merito. La frase in risposta al problema del “primo di tutti i comandamenti”, tra l’altro, la leggiamo anche prima della parabola del ”buon samaritano” quando “Un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?» Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto bene, fa’ questo e vivrai»” (Luca 10.25-28).

In quell’occasione quel dottore riportò il testo di Deuteronomio 6.5, ma qui abbiamo la citazione dello Shemà, la preghiera che ogni ebreo devoto, allora come oggi, ripete al mattino e alla sera essendo ritenuta la più sacra e che inizia appunto con “Ascolta, Israele!” e poi prosegue con lo stesso testo oltre a 11.13-21 e Numeri 15.37-41. Credo che, a proposito dei due episodi, si tratti di due approcci diversi al problema: nel primo caso un dottore dà una risposta a una domanda di Gesù, nel secondo è Lui stesso a fornirla, ma presentandola come ovvia e unica possibile in quanto a portata di mano di chiunque la recitava; quindi tutti, compreso il popolo minuto, l’aveva memorizzata, ma la ripetevano meccanicamente, con maggiore o minore enfasi, senza riuscire ad andare oltre le semplici parole del testo. Un po’ come accade con la Chiesa di Roma. Qualcuno l’ha definita “La grande confessione della fede nazionale nel Dio vivente e personale”, ma non credo si andasse oltre.

Nel passo di Deuteronomio e nello Shemah si trovano tre elementi, cuore – anima – forza (tradotta anche “maggior potere”), ma nelle parole di Gesù quattro poiché aggiunge “la mente” e sappiamo che il quattro, numero dell’uomo, ha qui riferimento alla sua totalità, quindi ciò di cui è capace a livello tanto costruttivo quanto affettivo.

Sì, ma a questo punto uno potrebbe dire che si tratti di belle parole, ma impossibili da realizzare perché non si può amare in modo così totale un essere in cui si crede, per quanto con forza. È un’affermazione vera e al tempo stesso deviante, che non tiene conto della realtà del tempo in cui il verso fu scritto e soprattutto di ciò che è la fede, che non viene da altro se non dall’esperienza. La fede non è mai un’ipotesi o una speranza, ma si fonda sulla certezza di ciò che si è davanti a Dio. È la dimensione dell’essere con Lui, si esprime così. E qui abbiamo la necessità non di ubbidire, ma dell’acquisire perché, senza di questo, possiamo avere solo una sterile riproduzione di un precetto. Con l’acquisizione, invece, abbiamo elaborazione ed espressione piena e consapevole. Ecco perché Gesù disse “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (Matteo 11,30).

Il testo di Deuteronomio 6.5 riporta parole di Dio ad Israele che non furono pronunciate prima: in altri termini, quel comandamento fu emanato quando il popolo aveva dentro di sé, in memoria collettiva, tutti gli interventi che Lui aveva fatto nei suoi confronti e poteva trarre da solo le conclusioni del caso. YHWH non chiedeva un amore senza basi, ma fondato sul fatto che Lui aveva amato per primo, dandone dimostrazione attraverso gli adempimenti alle Sue promesse

Ricordiamo in proposito le parole in Esodo 20: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile” (v.2), che in concreto, per allora, aveva significato questo: “Resero loro amara la vita – gli Egiziani – mediante una dura schiavitù, costringendoli a preparare l’argilla e a fabbricare mattoni, e ad ogni sorta di lavoro nei campi. A tutti questi lavori li obbligarono con durezza. (…) Gli israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio”. (Esodo 1.14; 2.23). E tutti sappiamo le modalità con cui la liberazione avvenne, dalle dieci piaghe dalle quali il popolo fu risparmiato al passaggio del mar Rosso alla manna, all’acqua. L’amare il Signore, quindi, non era qualcosa di richiesto senza presupposti, ma il naturale evolversi di una relazione.

Il libro dell’Esodo è quello del cammino, del percorso fra la schiavitù in un paese straniero alla terra promessa ed è per questo che le vicende del popolo, quanto a cadute e liberazioni, insegnano molto al credente che è impegnato in un cammino simile e che, una volta liberato dal peccato, non può fare altro che amare il Suo Liberatore, pur con tutte le limitatezze del caso dovute alla carne in cui è prigioniero. Conoscerà momenti di entusiasmo e di sconforto, di aderenza e lontananza, insomma l’avverarsi di quel “tempo per ogni cosa” di cui parla Salomone in Ecclesiaste 3.1-15 che, al di là della veridicità delle parole anche in senso letterale, spiritualmente presenta tutte le fasi della vita interiore dell’essere umano di fronte alle quali non può opporsi.

Le parole che Gesù dà con riferimento alla gestione dell’amore per Dio, che abbracciano la totalità dell’uomo, sono “cuore” e “anima”, cioè coinvolgono la vita affettiva e la personalità, la parte razionale (“mente”) e la “forza”, quindi la possibilità di espressione in un insieme paragonabile al profumo, che sappiamo doveva essere realizzato con parti uguali dei suoi componenti. Se si amasse solo col cuore, si cadrebbe nel sentimentalismo causa di tanti fraintendimenti. Se si amasse solo con la mente, diventeremmo degli aridi, dei teorici, degli insensibili. Se usassimo solo la forza, saremmo degli asceti fini a loro stessi, con solo l’anima vivremmo una vita di contraddizioni perché essa è la nostra psiche: quindi è nella misura in cui i quattro elementi convivono in noi che avremo possibilità di evitare errori di condotta, nella testimonianza e naturalmente nella nostra relazione con Dio.

Una volta conosciutoLo, potremo amarlo. Non prima, che è piuttosto il tempo dedicato alla ricerca, alle domande. Così si potranno realizzare le conseguenze di cui al Salmo 1: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella vita dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde: perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”.

Credo che, al di là della perfetta intellegibilità di questo Salmo, sia necessario considerare che la beatitudine non si realizza perché ci si esenta dal frequentare persone negative, ma nel trovare gioia nella “legge del Signore”, per noi nella Sua Parola, e relativa, continua meditazione. Credo che sia una concreta descrizione di cosa significhi “Amerai il Signore Iddio tuo”. Il punto chiave non è nell’evitare malvagi e peccatori, neppure il meditare giorno e notte, ma la “gioia” che deriva dallo stare “nella legge del Signore” nei termini che abbiamo usato.

Nonostante siamo credenti, nonostante come tali siamo protetti dall’amore di Cristo, senza quel “medita giorno e notte”, riferimento alla continuità nel tempo e non a una vita senza sonno, non avremmo la “gioia” che porterà a 2 Corinti 9.7, “Dio ama chi dona con gioia”. Il costretto, il riluttante, l’abitudinario, il non spontaneo, sono incompatibili. Senza meditazione sulla Parola, senza una vita equamente impostata, cadremo vittime prima di noi stessi e poi di altri.

Il Salmo prosegue poi con il paragone dell’ “albero piantato lungo i corsi d’acqua”, quindi senza avere il problema del patire le conseguenze della siccità, essendo comunque ben radicato, con foglie che non appassiscono né per la mancanza di piogge e neppure per un giudizio come fu nel caso del fico sterile che iniziò a morire proprio a partire dalle foglie.

C’è poi il malvagio, del quale non è detto che per forza condurrà una vita terrena tribolata o pagando per le sue colpe mentre è nel corpo (per quanto così avviene per molti di loro), ma che non sarà in grado di sopravvivere nonostante creda il contrario: “non si alzerà nel giudizio” cioè ne sarà schiacciato, né potrà in alcun modo comparire nell’ “assemblea dei giusti”, vale a dire partecipare alla “festa di nozze” e alla nuova creazione.

Tornando al nostro testo, Gesù prosegue dicendo “Il secondo è questo”: in ordine di importanza e come conseguenza del primo nel senso che, se l’amore per il Signore sarà autentico, quello per il prossimo sarà la diretta conseguenza. Definendolo “secondo” Nostro Signore stabilisce un rapporto di reciprocità, vale a dire che non può esistere amore autentico per Dio senza un amore altrettanto autentico per il prossimo. Anche qui non si tratta di un sentimento generico, ma questa volta di immedesimazione, cosa che Gesù ha fatto arrivando a dare sé stesso in sacrificio per noi.

A ben vedere, la frase “Non c’è comandamento più grande di questi” appare curiosa, perché avrebbe dovuto dire “non ci sono comandamenti più grandi”, ma il fatto che “comandamento” sia al singolare e “questi” al plurale ci parla di come, pur essendo distinti, si compendiano reciprocamente.

Il principio, lo abbiamo letto, fu compreso da quello scriba che lo commentò arrivando ad esprimere un concetto che Gesù espose più volte, vale a dire che quanto contenuto nel comandamento/i valeva “più di tutti gli olocausti e i sacrifici”, quindi di quegli aspetti che, per quanto ordinati, potevano diventare degli atteggiamenti esteriori, delle formalità da adempiere e presto dimenticare.

Una simile affermazione, frutto di un ragionamento importante, rendeva quell’uomo “non lontano dal regno di Dio”, cioè vicino, ma non dentro. Aveva capito molto, ma non abbastanza perché non serve essere “buoni” o comprendere dei princìpi o praticarli, ma occorre essere salvati, accettare quel dono gratuito che eleva la persona da creatura a figlio. A quello scriba mancava ancora quel senso di desolazione infinita ed altrettanto infinita inadeguatezza che si prova nel momento in cui ci si confronta con Colui che è, la consapevolezza della immensa distanza per cui si chiede di appartenergli tramite l’unico intervento risolutivo possibile visto nel sacrificio di Gesù. Amen.

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