17.14 – IL COMANDAMENTO NUOVO (Giovanni 13.34-35)

17.14 – Il comandamento nuovo (Giovanni 13.34,35)

34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Ultimamente le nostre riflessioni stanno riguardando un gruppo di versi, dal 31 al 35, in cui Nostro Signore presenta ai Suoi tre argomenti nuovi: il primo è la Sua glorificazione, il secondo la di Lui ricerca che avrebbero fatto senza poterlo trovare (fisicamente ma non spiritualmente), il terzo è il “comandamento nuovo” che va inquadrato alla luce della altrettanto nuova realtà che si sarebbe venuta a creare con la Sua morte e risurrezione. In altri termini il fatto che il “Figlio dell’uomo” fosse “glorificato” apriva due prospettive fino ad allora a loro sconosciute la cui comprensione sarebbe stata impedita agli altri uomini: i Giudei non lo avrebbero potuto trovare e sarebbero morti nel loro peccato, a differenza degli Undici e di tutti coloro che avrebbero creduto in lui; ora – nuovo annuncio – viene dato “un nuovo comandamento” che, a uno sguardo superficiale, tale non era, ma lo diviene se lo si inquadra sotto l’ottica della nuova condizione che si sarebbe aperta di lì a poco.
Il “nuovo comandamento” perfeziona e completa il “comandamento più grande” già enunciato da Gesù quando un Dottore della Legge, fariseo, “…lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il più grande comandamento?» Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»” (Matteo 22.35-40). In quella stessa circostanza, riferita da Marco, parlò uno scriba, che disse “«Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio»” (Marco 12.33,34).
Sappiamo già che per “prossimo” non si intendeva un generico appartenente al genere umano, ma al popolo di Israele; qui però Nostro Signore entra più nel particolare senza modificare il principio che stava alla base dell’amore visto in Levitico 19.17-19, “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. Osserverete le mie leggi”: venuto “non per abolire, ma per adempiere”, Gesù porterà il comandamento al suo punto più alto dando se stesso come esempio per cui il concetto va molto oltre al fare agli altri quanto vorremmo fosse fatto a noi (Matteo 7.12): “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” non lascia nessuno scampo alla non operosità anche interiore verso il fratello o sorella proprio perché Gesù è arrivato al limite estremo visto nel dare la propria vita in sacrificio per tutti coloro che il Lui avrebbero creduto. Abbiamo letto, quando lavò ai piedi ai dodici, che disse “Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (13.15) e l’apostolo Paolo, scrivendo ai Romani, esorta “… e il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore Gesù Cristo” (15.5,6).
Si potrebbe a questo punto affrontare il tema dell’amore nella Chiesa, ma non si finirebbe mai; se però ci limitiamo a quanto lasciato agli e dagli apostoli diventa possibile tracciare dei percorsi, delle idee. Dal testo nei due versi, oltre al fatto che viene dato un “nuovo comandamento”, vediamo che questo assume un fattore di riconoscimento per i cristiani visto nelle parole “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”. Questo vuol dire sia che gli Undici sarebbero entrati in una fase della loro vita in cui praticare l’amore gli uni verso gli altri sarebbe stato fondamentale, ma anche che quello sarebbe stato il loro segno di distinzione dal resto del mondo, in cui le persone si amano in modo diverso.
Oggi spesso chi è impegnato in àmbito religioso usa indossare un vestito particolare, un saio, una tonaca, un segno sopra un abito normale che le distingua e questo accade più o meno in tutte le confessioni, ma l’amore è qualcosa che va oltre tutto questo. Si ama non per interesse, non per secondi fini, ma è un modo di essere, è una relazione che scaturisce inevitabilmente nel momento in cui “due o tre” persone si ritrovano unite dal comune vincolo della fede. La Chiesa non è un’associazione di gente che condivide un interesse, quello che viene chiamato hobby o passione, ma un gruppo di salvati per grazia che hanno sperimentato, provato l’amore di Dio nei loro confronti e si riconoscono l’uno nell’altro.
È poi importante sottolineare che l’amore non è qualcosa di raggiungibile solo da chi ha una cultura particolare, ha fatto studi specifici, ma è una pratica alla portata di tutti i credenti che possono ritrovarsi diversificati quanto a doni, ma non certo in questo sentimento, che poi è pratica e dedizione. Se nelle varie Comunità Cristiane si insegnasse che come cristiani la prima cosa da cercare non è aspirare a compiti particolari, ma occorra amare l’altro rinunciando a sé, queste prospererebbero. Al contrario, senza di tutto questo, non si fa altro che replicare quel mondo che a parole si sostiene di avere abbandonato. Ma il mondo è prima di tutto dentro la persona e in un modo o in un altro vorrà sempre ritornare, magari sotto un’altra forma di quella che si censura. Così, la fede si trasforma in uno sterile esercizio “ascetico”.
Certo Gesù non lasciò i discepoli soli con questi due versi, ma ne estese il significato poiché proprio in quella stessa sera dirà “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (15.9). Perché? Perché l’amore è un sentimento che può essere frainteso e allora può venir gestito umanamente portando a conseguenze devastanti come il favoritismo, l’uso dei “due pesi e due misure”, la gestione scorretta dell’aiuto, del ministero e tanto altro.
Fu anche detto agli Undici “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (15.19) per cui la pratica della vita cristiana è alla base, il fondamento per un esercizio corretto di questa importante condizione che si ottiene quando la nostra persona, con il relativo attaccamento a ciò che appartiene alla carne e alla vita orizzontale, si fa da parte. È scritto “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. E la vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2.20. Per amare, quindi, non deve esistere nulla dentro di noi che sia più forte dell’amore per Cristo. Poi potremo pensare a cosa vuole che noi facciamo, ma non va mai anteposta la chiamata al compito, pena un profondo squilibrio interiore.
L’amore, quindi, non lo si può insegnare, ma scaturisce spontaneo da un genuino rapporto con Dio e a questo tema sia Nostro Signore sia gli Apostoli hanno dedicato molte parole. “Rimanete in me e io in voi” (15.4) è la condizione base in cui come cristiani ci dobbiamo trovare perché “come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche coi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (4-6).
Quanto descritto da Gesù è quindi il primo passo verso la pratica dell’amore; l’apostolo Pietro scrive “Dopo – sembra banale dirlo, non “prima” – aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna” (Ia, 1.22).
Giovanni, poi, ricordandosi delle parole del suo Maestro dettegli proprio quella sera, scriverà “Vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera. Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (Ia, 2.8-11). E a prevenire l’amore finto, di circostanza che a volte si respira nelle Comunità, la regola è: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con fatti e nella verità” (3.11) perché “Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (4.21).
Amare il fratello è immedesimarsi in lui. Una volta lessi una frase particolare in cui si affermava che dovremmo guardare ogni uomo con gli occhi di Cristo. Parole di effetto, ma che non dicono nulla perché, nonostante sia scritto, dopo un’accurata esposizione tra la forza dello Spirito e quella dell’uomo, che “noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Corinti 2.16), questo significa che grazie al Suo intervento abbiamo la mente aperta a comprenderne le parole, ma non certo possediamo la conoscenza di ciò che esiste nel cuore dei nostri simili.
Piuttosto, concluderei con la norma che troviamo in Romani 15.1-6: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere – notare il termine – di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me. Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Amen.
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