17.13 – DOVE IO VADO VOI NON POTETE VENIRE (Giovanni 13.33)

17.13 – Dove vado io, voi non potete venire (Giovanni 13.33)

 

33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire.

 

Se si legge il racconto di Giovanni dai versi 31 e 35, è chiaro che riporta tre contenuti diversi fra loro, e cioè prima la glorificazione del Figlio dell’uomo, quindi l’impossibilità da parte degli Undici di seguirlo dove sarebbe andato, e infine il “comandamento nuovo” visto nell’amore reciproco. È quindi probabile che in questi versi l’Evangelista abbia voluto condensare concetti esposti in momenti non necessariamente in successione; dei tre, sicuramente il primo fu pronunciato appena Giuda Iscariotha uscì, gli altri prima o dopo il passaggio del secondo calice, quello che ricordava la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Prendo allora questo gruppo di versetti e cerco di analizzarlo consapevole dell’impossibilità di collocarli temporalmente a parte quanto già accennato.

La prima parola da sottolineare è “Figlioli”, greco tècnion cioè “bimbo, fanciulletto, figliolo, figlioletto”, che in tutti i Vangeli Gesù impiega solo qui. Vero è che in Giovanni 21.5 leggiamo “Figlioli, non avete da mangiare?”, ma la parola è pàis, che come significato primario ha “figlio, giovanetto, ragazzo”. E Giovanni, che scrive in greco, sicuramente fu in grado di cogliere le sfumature originali della lingua parlata dal suo Maestro, l’aramaico. Tècnion quindi, in misura maggiore rispetto a pàis, esprime il sentimento di Gesù verso i Suoi, il Suo lato paterno con riferimento alla fragilità che sarebbe emersa direi violentemente dal momento del Suo arresto fino a quando non apparirà loro una volta risorto.

L’idea che avevano di Lui come Messia e vederlo arrestato sarà un trauma violento come da Marco 14.27: “Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità, in verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire conte, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano tutti gli altri”. Questo è il quadro psicologico di quei momenti, e cioè tutti si ritenevano forti e incrollabili. Ma il pastore sarebbe stato percosso e le pecore disperse.

Lo scandalo allora non sarebbe stata una pietra sulla quale si inciampa e si cade, ma un macigno contro il quale sarebbero andati a sbattere che causerà il disorientamento più totale e non a caso il paragone è con quegli animali che, privi di una guida, si ritrovano senza qualsiasi riparo e orientamento. Pietro dirà anche “Signore, dove vai? Perché non posso seguirti? Io darò la mia vita per te” (v.37).

Nei due versi in esame Gesù dice tre cose: primo, sarebbe stato con loro “ancora per poco”. Non leggiamo “sarò” come ci aspetteremmo, ma “sono”, al presente perché essere con Lui allude all’esistere di una situazione continua, attimo per attimo, sotto la Sua guida e soccorso e così fu per tutti i tre anni e mezzo circa del Suo Ministero da loro condiviso.

Secondo, lo cercheranno nel senso che dovranno ammettere di non poter fare a meno di Lui, sperimenteranno il vuoto e vorranno averlo ancora con loro. Per questo dirà loro “Quado verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi mi date testimonianza, perché siete con me dal principio” (Giovanni 15.36). Il Consolatore sarà quello che supplirà la Sua mancanza, orientandoli e mettendoli in grado di formare e guidare la Chiesa, attivamente fino a quando restarono in vita e con i loro scritti che formano il Nuovo Testamento.

Il terzo punto è quello su cui possiamo soffermarci perché fa luce su una realtà complessa che prelude alla Vita con Lui. “Come ho detto ai Giudei”, i capi del popolo, è un riferimento a parole analoghe, ma cui seguono realtà profondamente diverse. Leggiamo in 7.33,34: “Ancora poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io voi non potete venire” (7.34). In 8.21 poi “Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire” (8.21). Anche agli Undici dice la stessa cosa, ma senza l’impossibilità di trovarlo e il morire nel loro peccato.

A quale momento si riferisce Gesù con quel “mi cercherete” detto ai Giudei? A quello finale, quando avrebbero dovuto fare i conti con Lui: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete». Allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tuo presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Ma egli vi dirà: «Non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia»” (Luca 13.25-27). Ancora, pensando al verso di Isaia che viene spesso citato in queste riflessioni che invita a cercare Iddio “mentre si trova” e “mentre è vicino”, quel “mi cercherete” allude a un’azione comunque ormai tardiva per risolvere il problema della propria destinazione eterna. Se è vero infatti che all’uomo è lasciato il libero arbitrio e la facoltà di scegliere chi servire, è altrettanto vero il fatto che il tempo, quando Gli si resiste, può essere poco e non è detto che si presenti un’altra opportunità di salvezza. Atteggiamento emblematico lo ebbero quei Greci nell’areopago che, sentendo parlare di risurrezione dei morti, dissero a Paolo “Su questo ti sentiremo un’altra volta” (Atti 17.32).

Altra nota per me terrificante è il “morirete nel vostro peccato”, al singolare sia perché ciascuno ha il proprio, ma anche perché avranno rifiutato ostinatamente di affidarsi all’ “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1.29). Sta scritto “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Ebrei 3.8).  È bello considerare che nella stessa circostanza di 8.21 Gesù spiega il concetto per due volte dicendo “Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; infatti, se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati” (v.24) questa volta al plurale perché all’impossibilità di rimuovere quello primario, definito anche “peccato originale”, si aggiungono inevitabilmente i molti dovuti alla concupiscenza della carne, termine che si rifà a tutto quanto l’Ego tirannico della persona esige e ricerca per la propria soddisfazione senza mai poterla placare fino in fondo.

 

Tornando al nostro testo le ultime parole di Gesù sull’argomento sono “dove vado io, voi non potete venire”, impossibilità certo temporanea, ben diversa da quella in cui versavano i Giudei qualora non Lo avessero riconosciuto come l’ “Io sono”. La salvezza non è qualcosa di difficile da raggiungere, non è un concetto frutto di una mente mistica o esaltata, non è un sintomo di estrema presunzione, ma è il motivo per cui Gesù si è fatto uomo lasciando parole inequivocabili poi riprese ed allargate dagli Apostoli che ne fecero la base della loro predicazione, non recando alcuna utilità il credere in Dio quanto ad essere superiore generico.

Gesù è Colui “che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro” (Galati 1.4). Ecco perché disse “Ecco, io vengo per fare la tua volontà” (Ebrei 10.9; Salmo 40.9; 143.10).

Il verbo usato, “strappare” suggerisce un’azione immediata, brusca, per cui non è che uno possa “sperare di essere salvato”: o lo è o non lo è, non esistono luoghi intermedi di decantazione, un Purgatorio in cui uno possa purificarsi dai peccati nell’attesa di essere ammesso a un ipotetico Paradiso, o la possibilità di pregare per le anime dei defunti; la salvezza infatti la si ha nel momento in cui si crede in Gesù Cristo, si ha la conoscenza di quanto questa sia costata. Teniamo presente che “Certo, l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa” (Salmo 49,8,9).

La salvezza è un dato di fatto che non richiede qualità particolari, ma nient’altro che il riconoscere Gesù come Figlio di Dio che ha dato se stesso per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui. Ai membri della Chiesa di Efeso scrive “In Lui ci ha scelti prima della fondazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità” (1.4) per finire con “Voi non siete stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (2.19).

Se non sappiamo “né il giorno, né l’ora” perché “se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa” (Matteo 24.43), c’è una conoscenza più indispensabile di qualsiasi sistema di navigazione che leggiamo in Giovanni 14.1-4 quando, sempre nella cena pasquale celebrata coi suoi Apostoli, dirà “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me – perché entrambi sono Uno –. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. E il Figlio di Dio è la “via, verità e vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (14.6).

Ecco allora che quel “Dove vado io, voi non potete venire” detta agli Undici è una frase dal valore unicamente temporaneo a differenza della stessa rivolta ai Giudei che, a meno di un intervento di conversione, sarebbe pesata su di loro come una montagna. La temporaneità era data dall’attesa che il servizio a favore delle anime e della Comunità Ecclesiale si concludesse, nell’attesa che tutti ricevessero la “corona della vita che il Signore ha promesso a coloro che lo amano” (Giacomo 1.12). Amen.

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12.16 – MORIRE NEL PROPRIO PECCATO (Giovanni 8. 21-30)

12.16 – Morire nel proprio peccato (Giovanni 8.21-30)

 

21Di nuovo disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: «Dove vado io, voi non potete venire»?». 23E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». 25Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. 26Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». 27Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. 29Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30A queste sue parole, molti credettero in lui.

 

Ci troviamo di fronte al proseguimento del discorso iniziato a seguito dell’accusa mossa a Gesù dai farisei secondo cui dava testimonianza “di se stesso”, e abbiamo letto che Giovanni specifica al verso 30 “A queste sue parole, molti credettero in lui”, dando prova che “molti”avevano compreso l’urgenza di salvarsi a fronte di un tempo breve ancora loro concesso. A questa scelta, quei “molti”, erano giunti dopo aver compreso che Gesù non dava affatto testimonianza da solo e che non vi era nulla che impedisse loro di credere: bastava l’obiettiva constatazione che mai nessuno aveva parlato come Lui, dando prova di presentare verità come mai prima sentite, che ogni cosa detta trovava riscontro nel Suo modo di vivere ed agire nei confronti dell’uomo perché questi potesse essere spiritualmente guarito, sollevato; in poche parole, avesse un Pastore. La frase del verso 21 può essere considerata da un punto di vista storico, cioè rivolta ai farisei e a tutti coloro che ne condividevano la posizione (i “Giudei”, quindi tutto l’insieme delle autorità religiose), ma anche come qualcosa di lapidario, valida in ogni tempo fino al Suo ritorno. Ognuno di noi, infatti, ha un tempo di vita stabilito, con un termine che non conosce.

“Io vado”è chiaramente riferito alla Sua morte e resurrezione tornando così al Padre, ma è quel “e voi mi cercherete”che ha suscitato in me domande importanti perché mi sono chiesto come fosse possibile, una volta avuta soddisfazione con l’averlo soppresso, che venisse da loro cercato avendone in cambio la morte “nel loro peccato”. È indubbio che vi sia sproporzione fra l’annuncio della Sua dipartita, risolta in due parole a differenza di quando aveva parlato ai discepoli, e quelle impiegate a descrivere il destino dei Giudei, “voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato”, quindi un riferimento alla sorte che loro stessi avevano scelto. La ricerca cui fa riferimento Nostro Signore non allude a quella dettata dalla fede e dal pentimento, ma quella spinta dalla sola disperazione (come fu per Giuda quando capì che non avrebbe potuto tornare indietro), quando è imminente la rovina personale o collettiva. È facile trovare, storicamente parlando, il senso di queste parole in almeno due avvenimenti che si sarebbero verificati da lì a poco tempo.

Citando un passo della profezia delle settanta settimane di Daniele 9, vediamo la morte di Gesù, “un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui”, e la rovina di Gerusalemme nel 70 d.C., “il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario”(v.24), avvenimento terribile che durò dal 66 al 73, anno in cui avvenne la distruzione di Masada, caratterizzata dal suicidio di massa degli Zeloti coi propri figli e mogli. Giuseppe Flavio racconta che il numero complessivo di prigionieri catturati nell’intera guerra fu di 97mila e i morti pari a oltre un milione (1.100.000), numero superiore a qualsiasi altro sterminio prima di allora. L’assedio di Gerusalemme, piena di pellegrini là giunti per la festa degli Azzimi, fece un numero enorme di vittime a causa prima della peste e poi della fame conseguenti all’assedio. Il Tempio, orgoglio e simbolo della religione ebraica, fu distrutto, come da profezia di Gesù “Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non sarà lasciata pietra su pietra che non sia distrutta”(Luca 21.6) che su di lei pianse.

Altro avvenimento certamente angoscioso si verificò una quarantina di anni prima, proprio con la morte del corpo di Gesù, quando “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono”(Matteo 27.51,52); Matteo e Luca parlano di un’eclissi di sole che provocò “buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio”e che “Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornarono percuotendosi il petto”(21.44; v.49), gesto che solitamente alludeva al pentimento, ma qui credo esclusivamente formale, frutto del solo spavento di fronte a quanto accaduto perché altrimenti, alla prima riunione della futura Chiesa di Gerusalemme, non vi sarebbero certo state solo 120 persone.

Ecco allora che, a fronte di avvenimenti sui quali l’essere umano non può avere nessun controllo, c’è un “cercare” che è solo animato dal desiderio impossibile di vederli risolti e quindi, sotto questo aspetto che caratterizza sempre l’uomo radicato nella propria carne, non solo c’è un “non trovare”, ma soprattutto la morte “nel proprio peccato”come sola conseguenza di una vita vissuta nel costante di Lui rifiuto.

Ora vorrei citare un passo di Apocalisse, riferito ai tempi dei giudizi di Dio sull’umanità dopo il rapimento della Chiesa: “Il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli, non si ravvidero dalle opere delle loro mani; non cessarono di adorare i demòni e gli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno che non possono né vedere, né udire, né camminare. Non si ravvidero neppure dai loro omicidi, né dalle loro magie, né dalla loro fornicazione, né dai loro furti”(9.21). La stessa cosa, per quanto in piccolo ma che comunque rappresenta un indicatore molto significativo della condizione dei nostri tempi, la si è constata in occasione della pandemia originata dal Covid-19 in cui tutto si è fatto tranne che meditare costruttivamente non solo sulla fragilità della vita umana, ma sul significato ultimo di quanto accaduto e tutti, non appena questo si è ridotto, hanno ripreso a vivere come se niente fosse, salvo poi tornare a spaventarsi alla sua ripresa. Ogni essere umano infatti è costantemente chiamato a riflettere sulla precarietà della propria vita non considerando il tema a livello filosofico, ma per rimediare ad una condizione che altrimenti non può che giungere alla fine del tutto. Siamo in pratica, nel caso di specie, testimoni di un avvenimento che è solo paragonabile in modo infinitamente pallido a quanto è davvero imminente a giudicare dal livello di moralità che abbiamo raggiunto e dall’impegno posto nella distruzione del pianeta e nell’omologazione della moralità comune.

“Non mi troverete, ma morirete nel vostro peccato”nel senso che ogni uomo o donna, se non avrà creduto affidandosi fattivamente al Figlio di Dio, non potrà che morire portandosi dietro il peso, appunto, della propria condizione senza possibilità di presentare appello e dovrà adeguarsi alla sentenza che verrà pronunciata quando sarà costretto, suo malgrado, a presentarsi in giudizio dove Satana, come accusatore, avrà successo perché verrà a mancare proprio Gesù come Avvocato: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima d’espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”(1 Giovanni 2.1-5).

“Morire nel proprio peccato”si verifica quando si persiste nella condizione di morte rifiutando la vita, cosa che nessuno farebbe per il proprio corpo, ma che molti mettono in pratica per la loro anima.

Proseguendo nel testo, abbiamo ancora una prova ulteriore della cecità dei Giudei perché, se prima avevano ipotizzato che Gesù se ne andasse a predicare agli ebrei della dispersione in territorio pagano, qui pensano che stia per suicidarsi, gesto che presso quel popolo era messo allo stesso livello dell’omicidio: qui non trovano risposta, ma una frase che testimonia il profondo baratro che intercorreva tra loro, cioè“Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo”. Ecco, qui l’essere“di questo mondo”trova le tenebre come luogo di dimora stabile e rifiuto della luce. “Io sono la luce del mondo”.

“Se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati”amplia poi quanto scritto poco prima: occorre credere in Gesù come “Io sono”, quindi come Dio nella sua sostanza di Figlio, Parola fatta carne; viceversa la morte dell’anima sarà l’unica, inutile coperta con la quale “proteggersi” da un freddo irrimediabile visto (anche) nel “pianto e stridore di denti”. Come ha scritto un fratello, “Mediante le parole “Io Sono”, egli si fa conoscere come la sorgente della vita, della luce e della forza, si presenta come la invisibile Maestà di Dio e come ad unire nella sua persona, in virtù dell’essere suo essenziale, il visibile e l’invisibile, il finito e l’infinito”.

 

La domanda “Tu chi sei?”contiene tutto il disprezzo dei Giudei, perché sapevano che era discendente da Davide, ma qui credo che il riferimento sia alle sue umili condizioni di figlio del carpentiere che vogliono contrapporre a quell’ “Io sono”appena pronunciato: Gesù, secondo loro, non meritava di essere ascoltato anche per questo e persistono in questa tesi non capendo “che egli parlava del Padre”(v.21). La frase successiva, “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite”(vv.28,29) generò però una spaccatura in quel gruppo perché “a queste parole, molti credettero in lui”e sappiamo che proprio subito dopo inizierà un altro discorso diretto “a quei Giudei che avevano creduto in lui”(v.31). Si tratta di un riferimento sia alla Sua morte sulla croce, ma ancor di più alla conseguente resurrezione perché in un altro passo dirà “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”(12.32) dove quel “tutti”non è indistinto, ma riguarda tutte le Sue pecore che da lì in poi avrebbero creduto.

Infine, quel “saprete che Io Sono”ha riferimento con l’unicità nella resurrezione come insegnò l’apostolo Paolo in Romani 1.1-4: “…per annunziare il Vangelo di Dio che egli aveva promesso riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne. Costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la resurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro signore”. Sapere che Lui è l’ “Io Sono”costituisce la prima, profonda esperienza di ogni cristiano non di nome, ma di fatto. Sapere che Lui è, inoltre, fu anche dimostrato dagli avvenimenti che si verificarono alla Sua morte di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo soprattutto da individuare nello strappo della cortina, che sancì la fine della dispensazione della Legge come condicio sine qua non per il perdóno, per la giustificazione temporanea perché, una volta rimesso, il peccato si presentava puntualmente alla porta con tutta la sua forza distruttiva.

Infatti: “Ora, noi sappiamo che tutto ciò che dice la legge lo dice per quelli che sono sotto la legge, perché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato. Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù”(Romani 3.19-24).

Mi viene in mente la diversa disposizione delle due Bibbie, quella Ebraica e quella Cristiana: la prima ha al centro la Legge, quindi i Profeti (anteriori con Giosuè, Giudici, Samuele 1 e 2 e Re 1 e 2, e posteriori con Isaia e tutti gli altri compresi Esdra, Neemia e 1 e 2 Cronache) e gli Scritti (i libri sapienzali), ma la seconda, quella cristiana parte dalla Legge e conduce progressivamente a Cristo mettendo appositamente i profeti per ultimi intendendo la Scrittura non come qualcosa di circolare, dove tutto ruota attorno alla Torah, ma lineare in direzione del Cristo. Credo che, tra i tanti argomenti portati da Gesù qui nel Tempio, vi sia stato anche questo. Amen.

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