07.20 – CINQUE CANTICI IV/V (Isaia 52.13-15)

7.20 – Cinque cantici IV/V (Isaia 52.13-15)

 QUARTO CANTICO

13Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. 14Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sia forma da quella dei figli dell’uomo –, 15così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito”

Dando un cenno a ciò che si riferiscono i cantici del Servo, abbiamo visto nel primo (42.1-4) il Suo ruolo, funzioni e metodo; nel secondo (49.1-6) l’appello alle “isole” e “nazioni lontane”; nel terzo (50.4-11) l’impossibilità umana di accusarlo e fermarne l’opera. Nel quarto, così come nel successivo che ne è parte integrante, abbiamo prima un’introduzione generale alla Sua Opera e poi alla crocifissione con importanti dettagli anche sulla Sua vita terrena che, come credenti, non possiamo ignorare.

Dopo l’ “Ecco” iniziale di cui abbiamo già sottolineato l’importanza, viene subito messo in risalto il successo che avrebbe avuto questo personaggio: sarebbe riuscito a portare a termine l’incarico incarico, il compito, quel progetto di recupero dell’uomo che iniziò dopo il peccato di Eden. Adamo ed Eva infatti, a differenza del Servo, al posto del successo e del “prosperare” come traduce Giovanni Diodati, – “Il mio servo prospererà” – conobbe la sconfitta e con lui tutti noi. JHVH rivela tramite Isaia il ripristino futuro della condizione originaria di Eden, in cui vivranno i credenti questa volta senza il comandamento di non prendere il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. I tre versi del quarto cantico si riferiscono ad un periodo molto lontano se consideriamo il tempo in cui furono scritti, ma rivelano quello spazio di tempo che parte dal “successo” in cui vediamo la vittoria sulla morte, fino alla diffusione del Suo messaggio, quindi alla comprensione di “ciò che mai avevano udito”, cioè la Parola di Dio rivelata alle “isole” e alle “nazioni lontane” e oltre.

Spiegare, rendere sufficientemente chiaro il significato di queste parole non è semplice, specie se ne si vogliono cogliere i dettagli: il verso 13 è un’introduzione, una panoramica di eventi rivelati che si contrappongono alla logica umana poiché guardano al di là della morte e delle sofferenze subite da questo personaggio, quando gli uomini a lui contrari, e Satana che agiva attraverso di loro, lo sfidavano affinché, se veramente era Colui che diceva di essere, scendesse dalla croce. Ricordiamo uno dei due ladri crocifissi con lui che diceva, ponendoLo sul suo stesso piano, “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso, e anche noi!” (Luca 23.39), oppure i capi dei giudei, “Ha salvato altri, salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (v.35).

Eppure quel Servo avrebbe avuto successo non solo perché avrebbe schiacciato la testa al serpente, ma perché con quel sacrificio avrebbe avuto un onore, un’esaltazione e un innalzamento che viene rilevato in molti passi, il cui più immediato lo troviamo in quel “nome superiore ad ogni altro” che gli sarebbe stato dato. Infatti: “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù – e nessun altro –ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2.9-11).

Sappiamo che, quando era umanamente in vita, Gesù sapeva benissimo ciò che lo aspettava (arresto, morte e resurrezione) e che disse, nell’episodio in cui a Gerusalemme alcuni greci volevano vederlo, “È venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo. Se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12.24): l’enunciazione della gloria che avrebbe avuto viene prima della morte che avrebbe dovuto subire, vista come un passaggio necessario per arrivare ad essa.

Sempre nello stesso episodio abbiamo un particolare che si raccorda al tema del nostro verso poiché quando Gesù disse “Padre, glorifica il tuo nome”, “Venne una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora” (v. 28), parole che si riferiscono all’identità perfetta tra loro perché chi ha visto il Figlio ha visto il Padre.

Da ricordare che tutte queste cose, oggi facili da capire per lo Spirito, furono comprese solo più tardi, nel giorno della Pentecoste, quando Pietro parlò ai giudei in Gerusalemme: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni – riferimento alla Legge secondo la quale un fatto non poteva essere considerato veritiero se non confermato da due o tre persone –.Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. Davide infatti non salì al cielo, tuttavia egli disse: «Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finché io non ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi»” (Atti 2.32-35). Notare il “finché”, di cui siamo ancora in attesa.

Ultimo verbo del nostro verso è “innalzato”, cioè portato verso l’alto, elevato, che ci fa pensare all’ascensione, ma anche all’ufficialità del ruolo dichiarato finalmente agli uomini; “Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati” (Atti 5.31).

C’è poi l’avverbio “grandemente”, che esprime più il concetto dell’abbondanza secondo Dio che quello umano, per cui si riferisce a qualcosa che oltrepassa i nostri parametri. È scritto che “Cristo è risorto, primizia di coloro che sono morti” (1 Corinti 15.20) perché “Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque crede in me, non morrà in eterno” (Giovanni 11.25,26). E la “primizia”, allusione a ciò che matura per primo, implica che i frutti che seguiranno saranno a lui simili, ciascuno con caratteristiche proprie. Ecco perché l’apostolo Giovanni scrisse nella sua prima lettera “Sappiamo però che, quando egli si sarà manifestato, saremo simili a lui” (3.3).

Il verso 14 del cantico si comprende nel successivo: per le percosse, a mano e strumenti idonei oltre alla flagellazione, Gesù non aveva più l’aspetto di un uomo. E penso al volto, sul quale certamente si accanirono, tumefatto e soprattutto sanguinante anche per le ferite provocate dalla corona di spine che certo non gli fu appoggiata delicatamente sul capo che veniva poi percosso (Matteo 27.29-31). Da citare il fatto che, quando a un parente viene mostrato il cadavere di un congiunto morto per la violenza subita da altri, questi stenta a riconoscerlo e in alcuni casi non gli viene neppure mostrato perché non sarebbe in grado di farlo, a parte il dolore inutile che proverebbe. L’attribuzione dell’identità viene fatta attraverso altri elementi, quali le impronte digitali, dentarie o il DNA.

Possiamo dire che quanto avvenne a Gesù fu in un certo senso profetizzato anche dall’ignoto autore (o autori) del libro della Sapienza che, per quanto deuterocanonico e a torto ignorato dai credenti del ramo “evangelico”, contiene comunque scritti dei Maestri. Qui gli empi dicono “Tendiamo insidie al giusto che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza Dio e chiama se stesso figlio del Signore. È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade” (2.12,14).

Quello che però mi preme sottolineare nel verso 14 del nostro cantico è la presenza del “come” e del “così”, poiché leggiamo “Come molti si stupirono di lui(…) così si meraviglieranno di lui molte nazioni”: lo stupore è quel senso di disorientamento provocato da qualcosa di inatteso, mentre la meraviglia tende più a mettere in risalto un’ammirazione spontanea e intensamente compiaciuta. Lo stupore è riferito al Gesù sfigurato, la meraviglia alle conseguenze della Sua resurrezione che ha comportato la salvezza di chiunque crede in Lui. Ed è facile vedere nelle “molte nazioni” quelle che sarebbero state raggiunte dal Vangelo. Si noti che non si fa riferimento al fatto che la Parola di Dio verrà accettata universalmente, ma a coloro che, tra le “molte nazioni” e le “isole”, si convertiranno, fatto allora impensabile perché era Israele e non altri il popolo di Dio. In pratica, questo verso pone in evidenza quella legge fisica in base alla quale ad ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria: c’è una matrice comune tra lo stupore e la meraviglia, ma le condizioni sono diverse perché la prima si riferisce al Cristo sacrificato e la seconda a quello trionfante sulla morte e sul peccato: due opposti. Infatti la potenza del Padre “…la manifestò in Cristo quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e potenza, al di sopra di ogni forza e dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente, ma anche in quello futuro” (Efesi 1.20,21).

Il verso 15 parla dei re che “davanti a lui si chiuderanno la bocca”: in questi vanno identificati tutti coloro che hanno autorità sugli altri indipendentemente dall’importanza nella scala del comando che sono destinati a capitolare davanti a Lui rimanendo senza argomenti. Credo che il senso dominante della profezia si riferisca al ritorno di Cristo perché sarà lì che questi uomini, abituati a comandare, decidere e far subire, si troveranno impotenti di fronte a Lui. Ma non è tutto, poiché le parole del verso si riferiscono anche all’impotenza di quei personaggi che nella storia hanno cercato di ostacolare e indebolire l’opera della Chiesa: pensiamo agli imperatori romani che ordinarono le persecuzioni, alcuni dei quali proclamatisi Dio in terra. Pensiamo agli stessi ebrei, che in molti casi le persecuzioni antiche le scatenarono e le misero in atto, come insegna non solo l’episodio di Stefano, ma tutto il quinto libro dei Nuovo Testamento.

Venendo alle nazioni, l’udire “un fatto mai raccontato” e il comprendere “ciò che mai avevano udito”, prima che in condanna, è una descrizione inserita nel contesto del Vangelo, il lieto annuncio dato a tutti i popoli. L’apostolo Paolo descrive così la differenza tra Israele e i Pagani che hanno accolto il messaggio di Gesù: “Dico che Cristo è diventato servitore dei circoncisi– quindi gli ebrei – per dimostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti– quindi gli altri popoli – invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto” (Romani 15.8,9).

Ma c’è di più, perché è proprio Paolo che, nello stesso capitolo, parlando dell’annuncio del Vangelo ai popoli, dice “…come sta scritto, coloro ai quali non era stato annunciato, lo vedranno, e coloro che non ne avevano udito parlare, comprenderanno” (v.22). Comprendere per lo Spirito, giungendo alla salvezza e all’avere un posto nel regno di Dio: in questo caso la bocca potrà aprirsi in un inno di lode, ma nel caso opposto dovrà chiudersi perché mancheranno del tutto gli argomenti per controbattere alla sentenza che verrà emessa. Perché, questo è il punto, che Gesù è il Signore dovrà essere riconosciuto comunque. E qui mi viene in mente Matteo 27.52-56: “Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono.(…) Il centurione e quanti con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano «Davvero costui era figlio di Dio!»”.

Concludendo: anche chi è diventato sinceramente e veramente cristiano, quindi ha avuto un’esperienza diretta col suo Signore, si è trovato nell’impossibilità di ribattere o porre ostacoli all’opera dello Spirito Santo che lo convinceva di peccato, giustizia e giudizio. E ha fatto morire la propria carne e tuttora continua a farlo, conoscendo vittorie e sconfitte. E trova conforto in Cristo sempre e comunque, in Lui che disse “Nel mondo avete tribolazioni, ma state di buon cuore: io ho vinto il mondo” (Giovanni 16.33). Amen.

* * * * *