17.26 – LA VITA (Giovanni 14.5-7)

17.26 – La vita (Giovanni 14.5-7)

5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

La vita è il primo indicatore dell’opera di Dio nella creazione dopo l’intervento della Sua parola che disse “Sia la luce” (Genesi 1.3) e delle altre Sue azioni che caratterizzarono i primi tre “giorni”, con cui in realtà vengono indicate le ere. Ci fu un momento preciso, nel corso delle sei che caratterizzarono il creato, in cui la vita nacque e ciò avvenne il quinto giorno. Ricordiamoli:

I – Luce, separazione dalle tenebre;
II – Cielo, firmamento;
III – Piante (che poterono crescere perché c’era la “Luce”, non il sole);
IV – Sole, luna, stelle;
V – Animali acquatici, uccelli;
VI – Tutti gli altri animali e infine l’uomo.

La vita che il Creatore diede agli animali è definita come “alito di vita” (1.30), mentre dell’uomo è detto che “fu fatto anima vivente” (2.7), ma quello che è importante è collegarsi a Giovanni 1, capitolo che possiamo definire come un aggiornamento ai primi versi della Genesi, in cui leggiamo che la fonte di tutta la creazione fu il “lògos”, cioè il “Verbo”, la “Parola” che è “Vita” non solo perché dinamica, ma anche per scòpo, ruolo, progetto, essenza stessa, origine profonda: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”, (vv. 1-5). La vita quindi è parte essenziale del Verbo, impossibile che ci sia l’una senza l’altro ed ecco perché, alla morte degli uomini, verrà loro chiesto cosa ne abbiano fatto, come nella parabola del ricco stolto che abbiamo ricordato recentemente: “ti sarà richiesta la tua vita”, o “anima” come altri traducono. Quell’ “alito” che Dio soffiò nelle narici di Adamo rendendolo “anima vivente”, quindi facendo di lui una persona responsabile, dovrà essere reso.
È stato osservato che segno indicatore della presenza del Figlio in Eden era “l’albero della vita” e abbiamo già visto che fu posto al centro di esso perché non solo fosse ugualmente distante dai quattro angoli del Giardino, ma perché ne era in un certo senso il “motore”, lo scopo, tutto convergeva su di Lui e la Sua potenza era tale che, cibandosene tutti i giorni, l’uomo salvaguardava la sua immortalità e non conosceva ciò di cui sarebbe stato capace una volta conosciuto il peccato; ricordiamo che Adamo e sua moglie “erano nudi e non se ne vergognavano”, facendo riferimento alla nudità non del corpo, ma alla loro innocenza e alla vita ricevuta dall’albero.
Il cibarsi dell’altro albero, quello della conoscenza del bene e del male, era azione loro proibita non perché Dio volesse privarli di qualcosa, ma in quanto non sarebbero stati in grado di gestire il “sapere” che ne sarebbe derivato: il male, nel giardino, non c’era e l’uomo era innocente, talché il periodo vissuto in quel contesto è detto “dispensazione dell’innocenza”.
Dalla caduta e relativa incompatibilità col Giardino, il termine “vita” cessò di avere il significato puro di relazione spirituale perfetta in e con Dio per assumere quello di sopravvivenza; l’uomo, come sappiamo, fu condannato non solo a trarre con dolore “dal suolo” il suo nutrimento, ma anche col sudore del suo volto tutti i giorni fino alla morte. Notiamo sempre questo richiamo alla terra: “dal suolo”, “tutti i giorni”, la frase “poiché tu sei polvere, tornerai polvere”, per non parlare di “…finché tu non torni alla terra, da cui sei stato tratto”. L’assenza dell’albero della vita, incompatibile con il peccato, comportò inevitabilmente la presenza della morte, della sofferenza fisica, morale e psichica, oltre che si dipendenza tanto per l’uomo che per la donna.
L’albero della vita non poteva più essere raggiunto. Infatti “Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via dell’albero della vita” (3.23,24). E troviamo ancora i due termini, “via” e “vita”.
Comunque da quel giorno quelle che erano le dinamiche nell’eternità scomparvero e al loro posto si creò quella realtà così triste descritta da Giobbe in 14.1: “L’uomo, nato da donna, ha vita breve e piena d’inquietudine; come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma”. Sono sei caratteristiche, con tutto quello che implica quel numero, mancando la perfezione e il riposo. Ebbene questo verso, che descrive la realtà in cui vivono tutti gli uomini, solo apparentemente rivela “il pessimismo dell’autore” come qualcuno ha scritto, ma in realtà ci parla di attesa e di speranza perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il proprio Figlio, nato di donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Galati 4.4-5). Il Figlio, per riscattare e far ricevere l’adozione a figli, doveva essere identico in tutto a noi, fuorché nel peccato.
Sappiamo che nel libro dei Proverbi il Figlio è identificato con la sapienza, e infatti “è più preziosa di ogni perla e quanto puoi desiderare non l’eguaglia. (…) È un albero di vita per chi l’afferra, e chi ad essa si stringe è beato” (3.15 e segg.). Poi abbiamo l’identificazione anche con la via e il percorso da compiere la cui presenza di Gesù è velata: “Ti indico la via della sapienza, ti guido per i sentieri della rettitudine. Quando camminerai non saranno intralciati i tuoi passi, e se correrai, non inciamperai. Attieniti alla disciplina, non lasciarla, custodiscila, perché essa è la tua vita” (4.11-13). E qui ciascuno di noi può fare le debite considerazioni: se abbiamo i passi intralciati e se cadiamo correndo, è perché stiamo lontani da lui.
Ultimo riferimento, con versi che sono già stati citati in una precedente riflessione, è alla Sapienza come avente origine in Dio e operante nel creato: “Dall’eternità sono stata formata,
fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi
né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Proverbi 8.23-31).

Comunque dall’identificazione inequivoca che abbiamo letto, “essa è la tua vita”, possiamo considerare l’inganno, il fraintendimento su questo termine nella frase di Gesù “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Marco 8.55 e rif.) perché una volta cibatosi del “frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, l’uomo, acquisite idee e distinzioni che non era in grado né doveva avere, pervenne a un totale stravolgimento del termine “vita”, identificandola con quella temporanea, con l’istinto di sopravvivenza mentre Gesù parla di quella reale, eterna e vera, di un riappropriarsi attraverso e per mezzo di Lui di quella dignità che avevamo un tempo e che, grazie alla fede in Lui, potremo riottenere. E che Gesù fosse la “vita”, lo dimostrò risorgendo, fatto inevitabile che possiamo vedere sia nelle Sue parole “depongo la mia vita, per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, la do da me stesso” (Giovanni 10.17), che in 1 Corinti 15.55-57 quando l’apostolo Paolo scrive “O morte, dov’è il tuo dardo? O inferno, dov’è la tua vittoria? Ora il dardo del peccato è la morte, e la forza del peccato è la legge. Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria – altrimenti saremmo sconfitti in partenza – per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo”.
La parola “vita” compare nella Scrittura per 570 volte; impossibile trattarla esaurientemente anche perché mi preme sottolineare un altro aspetto che riguarda la “via, verità e vita” intese come gruppo: si tratta di tre qualità, numero che ci parla della perfetta calibrazione per quanto riguarda l’esistenza dell’essere umano, il suo fabbisogno reale in quanto progetto di Dio, come già avvenuto alla creazione alla quale occorrerà tornare, per quanto brevemente, elaborando le parole che un giorno ho ascoltato da un fratello che, di professione, fa il fisico. Parlando di Dio disse che aveva potuto creare l’universo perché non condizionato dal tempo, dallo spazio e dalla materia che dovevano essere venuti all’esistenza allo stesso istante, contemporaneamente. Le parole “sia la luce”, allora, a parte tutte le applicazioni esatte che si possono fare, implicano a monte l’ordine perché, ad esempio, se fosse stata creata solo la materia, non ci sarebbe stato lo spazio per metterla e, se ci fossero avuti materia e spazio ma non il tempo, non sarebbe stato esistito “un quando” per la loro esistenza.
Le nove parole di Genesi 1.1 ci danno: “Nel principio – il tempo – Iddio creò il cielo – lo spazio – e la terra – la materia –“, quindi 3 elementi; all’interno di essi abbiamo: il tempo, che ha passato, presente e futuro (3), lo spazio, che ha lunghezza, larghezza e altezza (3) e la materia, che comprende lo stato solido, liquido e gassoso (3). Il Dio che ha creato tutto questo avrebbe dovuto essere necessariamente fuori da essi: al di sopra, al di là, attraverso, inalterato rispetto all’universo creato. Se sommiamo tutti i 3 abbiamo 12 che indicano il capolavoro divino a livello progettuale. Ecco perché abbiamo 12 tribù e 12 apostoli, per non parlare di tutti i riferimenti nell’Apocalisse a questo numero e al 24 fino ai 144.000 suo multiplo. E 144.000 diviso 12 dà 12.000, 12 per 1.000.
Allora, a questo punto, “la via, la verità e la vita” sono non solo dei naturali attributi del Dio rivelato, ma anche quanto di più vicino, reale e risolutivo che potremmo avere come uomini destinati, grazie a Lui, a realizzare quanto promesso in Apocalisse 2.7, “Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”. Amen.
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17.25 – LA VERITÀ (Giovanni 14.5-7)

17.25 – La verità (Giovanni 14.5-7)

5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Secondo attributo che Gesù dà di sé. “Verità”, greco “alétheia”, che oltre al significato qui tradotto, ha anche “sincerità, lealtà,”, ma anche realtà e apparenza al tempo stesso per cui potremmo dire che Lui è così come si è rivelato, e ha fatto “conoscere i misteri del regno di Dio” (Matteo 13.11) a significare che con Lui è impossibile sbagliarsi. Certo, questo vale se lo si accoglie dandogli lo spazio che porta a rinunciare gradualmente a noi stessi.
La “verità” di cui parla Nostro Signore è a tutti i livelli, anche partire da tutte le volte in cui ha pronunciato il proprio “Amen” riguardo a quelle situazioni che intervengono a prescindere dalle aspettative umane; ricordiamo le parole “in verità vi dico” come premessa – ad esempio – alla preghiera e a tutte le azioni religiosamente ipocrite: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Matteo 6.5). Ancora, pensiamo al privilegio spirituale in cui si trovano tutti coloro che ascoltano le parole di Gesù: “…molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!” (13.17) e così via per tutte le 74 volte in cui leggiamo l’espressione “in verità io – non altri – vi dico”, che nel Vangelo di Giovanni viene sempre ripetuta due volte.
La “verità”, poi, è descritta come Sua essenza quando, introducendo il proprio Vangelo, Giovanni scrive “ Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (1.14): è la verità che ha stravolto il corso della storia degli uomini alla ricerca di Dio perché, riguardo alla Sua volontà, un tempo l’unico mezzo a disposizione per seguirlo era adempiere a tutta quanta la Legge, che fu “data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (v.17, 18).
Ecco allora che non possiamo accampare alcuna scusa di fronte alle rivelazioni di Gesù, che invitano e responsabilizzano al tempo stesso dandoci un’esatta visione di ciò che altrimenti non avremmo mai potuto discernere, sapere, cogliere. E mi viene in mente quanto disse a quei Giudei che avevano creduto in Lui: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (8.31). Ecco allora che aderire alla verità per un cristiano non significa solo sapere realmente come e cos’è tutto ciò che incontra nel corso della vita, ma soprattutto essere libero nelle proprie scelte quando gli altri uomini hanno sempre un percorso obbligato, seguendo i loro istinti e attitudini, e penso alle dipendenze: dal lavoro, dal sesso, da un amico, da una compagnìa, dalle abitudini, dall’alcool, dalla droga, da tutto ciò che gratifica la carne ma anche da quanto umilia e, infine, la dipendenza da se stessi e da qualsiasi bisogno che condiziona la vita anziché liberarla.
Credo che una delle persone più dipendenti presentate nel Vangelo sia il ricco descritto in Luca 12.16-21 che, dopo una vita passata a soddisfare se stesso – ecco il concetto della libertà secondo il mondo – si sentì dire “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non è ricco in Dio”. Un percorso ben differente lo ha chi invece ha accolto Gesù Cristo come propria àncora di salvezza e in Lui dimora, o si sforza di rimanere in un percorso – “via” – il cui inizio non potrebbe essere migliore perché “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno mi ascolta e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3.20).
Da quest’ultimo verso vediamo che la Verità, rivelandosi come tutt’altro che irraggiungibile, addirittura viene a “bussare alla porta” del cuore della persona. Non la sfonda, non entra senza permesso, non fa irruzione, neppure bussa con prepotenza, ma è il Gesù che si china amorevolmente sulla suocera di Pietro per guarirla, che è lì, che ha dato se stesso. Quando si parla di rinuncia, pensiamo alla gloria che aveva e alla quale ha rinunciato per vivere come noi. Il Figlio non chiede all’uomo nulla se non di aprire la porta; nel caso in cui ciò si verifichi, “viene” e “cena”, ma notiamo come subito dopo sia descritta una situazione di assoluta parità, “cenerò con lui ed egli con me”, cioè saremo un tutt’uno, il desiderio del cenare e della compagnia è identico da ambo le parti. Ancora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Giovanni 14.23).
Ora, a parte le considerazioni possibili sulla “verità” nella Scrittura, proverei a contestualizzare il termine ai tempi in cui l’apostolo Giovanni scrive il suo Vangelo, cioè negli anni fra l’80 e il ’90, quindi per ultimo rispetto agli altri che non sappiamo se conoscesse a parte quello di Marco. La domanda che mi sono posto è la seguente: nel momento in cui Giovanni è l’unico a parlare di Gesù come “lògos” e poi a riportare le parole che stiamo esaminando, “io sono la via, la verità e la vita”, avrà pensato forse ai suoi lettori eventualmente acculturati da un punto di vista filosofico, conoscitori quindi della filosofia greca antica che vedeva nel “lògos” (parola, discorso, ragione) il principio di tutte le cose, la razionalità contenuta nell’universo e nella “verità” ciò che non è più velato? Teniamo presente che la cultura greca si diffuse in modo particolare per tutto il Vicino e Medio Oriente, dalla Macedonia all’India e dal Mar Nero al Danubio per cui Giovanni, che sapeva benissimo per chi scrivere, è impossibile non abbia pensato anche a coloro che avevano questo retaggio culturale e cogliessero “al volo” ciò che riferiva di Gesù. Questo senza elencare le varie eresie che già si insinuavano nelle Comunità, registrando purtroppo dei proseliti.
Ecco allora che, se la “verità” è ciò che non è più velato, abbiamo anche la conferma di Giovanni 1,18 che abbiamo riportato: “Dio nessuno lo ha mai visto – chiusura, inaccessibilità, mistero -: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre – cioè dento di Lui, una sola cosa con Lui – è quello che lo ha rivelato”, cioè ha tolto il velo che lo rendeva inaccessibile, quello che si squarciò in due nel Tempio, che rimane per chi, pur religioso, non si affida alle cure e all’amore di Gesù. Se la verità è l’assenza di velo, quindi ciò che impedisce di vedere bene i dettagli e di avere piena contezza di ciò che si osserva, troviamo piena corrispondenza di essa in 2 Corinti 3 quando l’apostolo Paolo, parlando degli ebrei, dice che “…le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto” (vv.14-16).
Torniamo però indietro nel tempo e veniamo alle parole di Gesù a Pilato, quando gli disse “«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?» (Giovanni 18.37,38): il procuratore romano, all’affermazione in base alla quale il suo Imputato gli parla di “verità”, subito esprime tutto il suo scetticismo, convinto che arrivare ad essa per l’uomo sia impossibile perché ognuno ha la propria e se la tiene ben stretta. Questa, però, è la regola di chi appartiene al mondo perché altrimenti, “chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, quindi rinuncia alla propria che fino ad allora aveva caratterizzato il suo credo e le sue azioni, il suo modo di vivere. C’è infatti chi è assolutamente convinto delle proprie idee e chi le mette in discussione, capendo che queste non sono altro che una maschera, un vestito per coprirsi di fronte ai propri simili e allora, quando la “voce di Gesù” viene avvertita, la riconosce e l’accoglie dentro di sé. E, col tempo, cambia.
Tutto questo non perché queste persone abbiano particolari meriti, ma semplicemente perché “Chi è da Dio, ascolta la parola di Dio” (Giovanni 8.47). Non per nulla abbiamo tutto un discorso particolare di Nostro Signore rivolto ai Giudei: “Perché non capite il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole; voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin dal principio – Adamo ed Eva – e non stava saldo nella verità, perché il lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché menzognero e padre della menzogna. A me invece, voi non credete perché dico la verità” (Giovanni 8.43-46).
Chi è da Dio, quindi, rimane nelle proprie convinzioni – e quindi nella sua ignoranza – fino a quando non ascolta la voce dello Spirito che lo spinge ad aderire alla verità, l’unica esistente e possibile e non può non venire da lui praticata.
Ecco allora che “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14.9), “Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto sapere tutto quello che ho udito dal Padre mio” (15.15). Gesù è la verità, oltre che la via e la vita. Forse l’errore in cui incorro nel trattare questi argomenti è una suddivisione a capitoli, ma si tratta di un tentativo per procedere ordinatamente nell’esposizione; in realtà, come penso traspaia dal testo evangelico, si tratta di tre elementi che formano un tutt’uno perché la realtà stessa di Dio si basa su questo numero, tanto più nel momento in cui si rivela all’essere umano per farsi conoscere e amare. Amen.
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