17.28 – MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA (Giovanni 14.8-11)

17.28 – Mostraci il Padre e ci basta (Giovanni 14.8-11)

8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

Sappiamo che, dopo l’istituzione del memoriale, Giovanni nel suo Vangelo riporta quattro interventi di altrettanti apostoli, cioè Pietro, Tommaso, Filippo e Giuda “non l’iscariota”, cioè l’apostolo che è anche chiamato “Taddeo Lebbeo” (Matteo), “Taddeo” (Marco) o “Giuda di Giacomo” (Luca). Dopo Tommaso, quindi, è Filippo a prendere la parola ancora una volta, coinvolgendo tutti gli Undici, come rilevabile dal verbo “mostrare” utilizzato al plurale.
Nativo di Bethsaida in Galilea, concittadino di Andrea e Pietro, Filippo parlò di Gesù a Natanaele dicendogli “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth” (Giovanni 1.45), frase in cui il verbo “trovare” parla dell’attesa e delle domande che quest’uomo si poneva attorno al Messia che finalmente aveva incontrato. È fra l’altro singolare il fatto che lo stesso verbo sia impiegato anche quando il Signore lo incontrò per la prima volta: “Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi»” (1.43). Per quanto i Vangeli non parlino diffusamente di lui, possiamo dedurre che partecipò attivamente e con entusiasmo alle attività del gruppo; è poi menzionato al quinto posto dell’organigramma apostolico nei Vangeli sinottici e negli Atti, fu messo alla prova dal suo Maestro quando, nel primo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, gli chiese dove avrebbero potuto comprare il pane perché la folla avesse da mangiare, al che ammise l’impossibilità di poterla sfamare: “Duecento denari – circa 950 Euro – di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo” (Ibid. 6.7).
Dall’episodio verificatosi in Gerusalemme quando gli ebrei greci gli si rivolsero perché volevano “vedere Gesù”, sappiamo che Filippo parlava quella lingua ed era in grado di fare da interprete. Il fatto poi che, in quella circostanza, “andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù” (12.22), ci mostra una persona rispettosa del protocollo, non incline a prendere iniziative personali. Il suo carattere non era incline allo scoraggiamento e non si perdeva in discorsi volti a cercare di convincere chi la pensava diversamente da lui, come leggiamo dalle parole “Vieni e vedi” che disse all’incredulo amico quando sosteneva che da Nazareth non poteva venire nulla di buono (1.46). Lo vediamo poi attivo nelle riunioni con gli altri discepoli in quella che diventerà la Chiesa di Gerusalemme di cui è detto, dopo l’elenco degli Undici, “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (Atti 1.13,14).
Ultima, necessaria precisazione: l’apostolo non è da confondere col suo omonimo, uno dei sette diaconi cui gli Apostoli imposero le mani (Atti 6.5) che evangelizzò la Samaria e quel famoso barone della regina di Candace che, di ritorno al suo Paese da Gerusalemme, leggeva del “Servo del Signore” sul libro di Isaia non sapendo di chi il profeta scrivesse.

A questo punto possiamo chiederci cosa abbia voluto intendere Filippo dicendo a Gesù “Mostraci il Padre, e ci basta” e il perché di quell’affermazione: non capendo (come gli altri) dove il Suo Maestro andasse, pur dimostrando sicuramente di riconoscere in Lui l’unico abilitato a far conoscere il Padre, avendo presente le grandi teofanie dell’Antico Patto come quelle cui assistettero Mosè ed Elia, chiede di essere testimone di un evento simile o più grande ancora, dimenticando che era nel Cristo che aveva tutto ciò che gli serviva per essere Uno con Lui.
Quindi abbiamo “Mostraci il Padre” perché solo tu lo puoi fare “e ci basta” nel senso di “e saremo a posto così”, senza discorsi complicati, senza che si dovessero sempre chiederci cosa Gesù volesse dire. Filippo chiede a Gesù una scorciatoia impossibile dimenticando che aveva davanti Dio stesso in forma umana ed era a Lui che doveva fare riferimento; la contemplazione, la fede, le parole da udire sarebbero potute venire solo nel Figlio, unica “via, verità e vita” per l’uomo.
Filippo aveva dimenticato che molti secoli prima di lui proprio Elia aveva fatto un’esperienza molto istruttiva quando sull’Horeb si realizzò l’incontro con Dio che gli era stato preannunciato. È un brano già riportato qualche meditazione fa, ma lo ripropongo nella traduzione di Giovanni Diodati perché più precisa e di immediata comprensione: “Ed ecco, il Signore passò, e davanti a lui veniva un grande e impetuoso vento che spaccava i monti e spezzava le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, veniva un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, veniva un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, veniva un suono sommesso, e sottile. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, una voce gli venne, e gli disse: «Cosa fai qui, Elia?»” (1 Re 19.11-13). Per gli uomini dell’Antico Patto, vento, terremoto e fuoco erano i segni della potenza di Dio, suoi strumenti di giudizio e/o provvedimento; Elia si aspettava di trovarLo in quelli, ma la Sua presenza fu in quel “suono sommesso e sottile”, tradotto da altri con “il sussurro di una brezza leggera”. Ora quel suono, quella brezza, non poteva essere altri che una manifestazione velata proprio del Figlio, che si rivelò invece a tutti coloro che in Lui avrebbero creduto.
Filippo, chiedendo a Gesù di mostrar loro il Padre perché sarebbe stato sufficiente, faceva riferimento a tutte quelle grandi manifestazioni di Dio che non avevano a che fare con il Suo dialogare con l’uomo, occuparsi di lui, rivelare la Sua tenerezza, quella cui faceva riferimento Davide nel suo Salmo 69 quando scrisse: “Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; volgiti a me nella tua grande tenerezza”. Teniamo anche presente che Filippo e con lui tutti gli altri dieci, senza contare il resto dei discepoli, uomini e donne, avevano ascoltato da Gesù un numero infinitamente maggiore di insegnamenti che nei Vangeli non compaiono per cui quel suo “Mostraci il Padre e ci basta” proprio non aveva senso.
È infatti proprio quello che gli fa notare il Maestro nella cui risposta, ancora una volta, è assente il rimprovero: “Da tanto sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?” è un invito al ricordo, a pensare a ciò che aveva visto e udito nei tre anni e mezzo in cui Gesù era stato con loro, tempo sufficiente per prendere atto non solo di chi Lui fosse – perché gli Undici lo sapevano –, ma soprattutto sperimentare cosa significasse averlo come quel “buon pastore” che disse “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Giovanni 10.14). Fra l’altro, essendo Colui che il Padre aveva inviato, la richiesta di quell’apostolo era fuori luogo. Se Gesù, come sapevano Filippo e gli altri, era l’“Iddio manifestato in carne” (1 Timoteo 3.16), non avevano bisogno di altro.
Con la frase “Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire «Mostraci il Padre»?”, Gesù va alla radice del problema evidenziando tutta l’assurdità delle parole pronunciate dall’apostolo: il Padre era lì, davanti a loro essendo un tutt’uno col Figlio e l’unico modo per poter essere visto, “mostrato”, era vedere-ascoltare Colui che aveva mandato. Del resto, nell’Antico Patto, in Isaia 9.5-6 leggiamo in prospettiva lo stesso concetto: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”, quattro titoli che non lasciano spazio a interpretazioni e l’apostolo Giovanni scriverà nel prologo al suo Vangelo “E il Verbo – la Parola, il Logos – si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come Figlio unigenito che viene dal Padre” (1.14).
Nostro Signore, poi, entra più nel dettaglio e precisa che tutta la Sua vita, opere e soprattutto discorsi non furono mai frutto di una iniziativa personale, ma sempre e solo il risultato della perfetta comunione con il Padre: “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso, ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”. Da lì a poco Gesù dirà anche “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (15.5), passo di una portata totale che va ad aggiornare sia il ruolo di chi crede, sia la conoscenza che ha disposizione dove quel “tutto” è da intendere rapportato alla capacità di elaborare ciò che viene proposto; e infatti in 16.2 dirà anche “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (16.12).
Il nostro testo ha “il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”, ma è una traduzione poco chiara rispetto alla più corretta “il Padre, che dimora in me, è quello che fa le opere” perché mette in luce ancora di più la funzione mediatoria del Figlio che qui si descrive come uno strumento, un veicolo di comunicazione: allora, Lui è la Via che non solo conduce l’uomo al Padre, ma anche il Padre verso l’uomo. E non potrebbe essere diversamente.
Per questo, ancora una volta, Gesù non può che esortare gli Undici a credere in Lui: abbiamo letto che non parlò mai da se stesso ma soprattutto, grazie al lavoro immenso dei quattro evangelisti, abbiamo la possibilità di conoscere tutto quanto ci serve non solo per essere salvati, ma per crescere davanti a Lui. Senza dimenticarci del quinto Vangelo che sono le lettere dell’apostolo Paolo. Amen.
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NESSUNO VIENE AL PADRE SE NON PER MEZZO DI ME (Giovanni 14.6-7)

17.27 – Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Giovanni 14.6-7)

6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Abbiamo dedicato tre capitoli alle altrettante definizioni che Gesù dà di sé a Tommaso, quindi agli Undici e, per relazione, a tutti noi. Segue poi un assoluto che implica un percorso visto nel verbo “venire”, greco èrxomai che racchiude tutti i significati possibili dell’andare verso qualcosa o qualcuno, nel nostro caso raggiungendolo. Abbiamo infatti: “venire, andare, camminare, avvicinarsi, muovere alla volta di, giungere, pervenire, venire a colloquio”, ma anche il suo contrario, quindi “andare via, andarsene, partire”, cioè: se Gesù è colui “che quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”, il riferimento del significato contrario all’ “andare” è per quanti si accostano, prendono atto di chi sia veramente, e poi coscientemente lo rifiutano. Infatti: “Quelli che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro. Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia. Infatti, una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; ma se produce spine e rovi, non vale nulla ed è vicina alla maledizione: finirà bruciata!” (Ebrei 6.4-8). Il “cadere” di cui parla l’apostolo non è certo il peccato occasionale che tutti possiamo sempre commettere, ma è il rifiuto e il cosciente distacco, come fu per Giuda Iscariotha.
Comunque, tenendo conto dei significati del verbo “venire” che abbiamo elencato, vediamo che, senza Gesù, è precluso qualunque tipo di cammino verso il Padre che sia volto alla Sua conoscenza, un avvicinarsi per vedere meglio, un giungere finalmente a Lui nel senso di trovare qualunque tipo di ragione e risposta.
Trattandosi comunque il passo di Ebrei 6 estremamente delicato, vale la pena dare alcuni brevi ragguagli perché l’Autore della lettera sembrerebbe alludere, a prima vista, a chi ha ricevuto il dono della salvezza, ma non è così: l’illuminazione, il “dono celeste”, la partecipazione “dello Spirito Santo” si riferiscono alla presa d’atto di quanto Gesù possa offrire e all’avvertimento cosciente delle Sue possibili consolazioni. In pratica è qui descritta un’adesione di facciata che porta immediatamente il nostro ricordo a quel seme caduto in un terreno tale per cui germoglia, ma viene soffocato (Matteo 13.20-22): “Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha radici in sé ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello che è seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutti”.
Il cristiano salvato per grazia, invece, potrà essere coinvolto dalle vicissitudini e dai problemi della vita anche in maniera pesante, potrà allontanarsi dalla pratica cristiana, ma non perderà mai il proprio stato perché si ritrarrà prima di giungere al cosiddetto “punto di non ritorno”, senza contare che il Signore “non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta” (Isaia 42.3). E soprattutto, essendo “i doni e la chiamata di Dio irrevocabili” (Romani11.29), riconoscerà e gli sarà indicata una via d’uscita perché altrimenti non sarebbe stato “strappato al presente, malvagio secolo” (Galati 1.4). Poi: “Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1° Corinti 10.13). La tentazione di cui parla l’Apostolo non è quella occasionale – o per lo meno non solo –, ma piuttosto quella sistematica, quell’insieme di situazioni in cui la persona può trovarsi invischiata come in un laccio, o, come la definiva un fratello, “un perfetto labirinto” in cui si vorrebbe trovare la via d’uscita ma, dopo aver percorso tanta strada, ci si ritrova puntualmente al punto di partenza e occorre ricominciare tutto da capo.

Tornando quindi ai possibili significati del nostro verbo, possiamo renderci conto che sono totali, vale a dire che comprendono tanto un percorso lungo e magari travagliato, quanto quello del semplice venire a colloquio, chiaro riferimento alla preghiera che conosce un solo veicolo di trasmissione, e cioè ancora una volta, Gesù Cristo.
Credo che la strada più difficile per l’uomo naturale sia quella della ricerca di Dio: cammino lungo – almeno il mio lo è stato – costituito da un’infinità di domande, una quantità enorme di dubbi e parziali risposte, fino a quando non si verifica l’incontro con Cristo, l’unico in grado di fare conoscere chi si cerca essendo Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, vale a dire Colui che ha parlato, ha agito e si è mostrato in modo tale da farsi conoscere e soprattutto far conoscere il Padre. E infatti, al verso 7, abbiamo letto “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
Ecco allora che le religioni, nate dall’esigenza dell’uomo di trovare una spiegazione al perché della propria origine e fine, possono essere una strada verso la Verità senza però mai poterla raggiungere e soprattutto dare un destino eterno a chi le pratica. Non si tratta, come sentii dire un giorno, di dire o pensare “il mio Dio è migliore del tuo”, ma del fatto che di Dio ce n’è uno solo e si è rivelato unicamente tramite il Suo Figlio Gesù Cristo, che è “la via, la verità e la vita”. Ricordiamo che disse “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10-9), dove i termini “entrare” e “uscire” sono usati nei testi dell’Antico Patto per descrivere un modo abituale di vita, il libero uso di una dimora, l’entrarvi e uscirvi a piacimento come facciamo noi con le nostre. E qui ne abbiamo uso non come ospiti o affittuari, ma come proprietari, ricollegandoci a quanto abbiamo detto a proposito del “posto” che Gesù è andato a preparare.
Riandando momentaneamente alle tre caratteristiche che il Nostro Signore dà di sé, ha scritto un fratello: “La verità è Dio rivelato nella Sua essenza, la vita è Dio comunicato all’anima, e siccome è in Gesù che si opera quella rivelazione e quella comunicazione di Dio all’anima, è pure per mezzo del Figlio che l’anima viene al Padre e ritrova l’ingresso della casa paterna”. Ecco perché nessuno può accostarsi al Padre se non per mezzo di Lui, come nessuno per recarsi in un posto può prendere una strada a caso pretendendo di arrivare a destinazione. Ancora, la “Via” è nella persona di Gesù, la “Verità” nella Sua dottrina, la “Vita” nel Suo Spirito.

Anche il verso settimo del nostro testo propone ancora una volta la stessa verità, però sviluppata al livello umano: se abbiamo conosciuto Lui, abbiamo conosciuto anche il Padre, quell’entità irraggiungibile per chiunque, inconoscibile se non attraverso la Legge e i Comandamenti per quanto riguarda le Sue esigenze, ma non certo per la Sua realtà che solo Adamo e sua moglie, in Eden, avevano conosciuto, perfetti a tal punto da poter parlare con lui faccia a faccia in dialoghi di una profondità a di una totalità tale da non poter essere da noi neppure immaginata. Questo vuol dire l’autore del libro quando scrive che “erano nudi e non se ne vergognavano”: la loro nudità non esisteva nel senso che l’uomo e la donna erano esseri luminosi a tal punto che irradiavano dai loro corpi l’innocenza e tutta la sapienza che possedevano nutrendosi dall’albero della vita. L’unica cosa che non potevano sperimentare a sapere – a parte l’avvertimento “nel giorno in cui ne mangerai, certamente tu morrai” – era quanto fosse pericoloso l’altro albero, quello della conoscenza del bene e del male, per cui andavano informati e avvisati di non prendere mai frutti da lui.

Nell’era della Grazia, allora, è piaciuto al Padre farsi conoscere per mezzo di Gesù che ha accettato di rendersi uomo, con tutto ciò che questa azione ha comportato. Parlando ai Giudei che gli chiedessero dove fosse Suo Padre, rispose: “Voi non conoscete né me, né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il padre mio” (Giovanni 8.19), a conferma della loro totale reciprocità, perché se il Padre è il Tutto, lo è anche il Figlio che, come abbiamo letto a proposito della Sapienza nel libro dei Proverbi, di Lui parla Salomone e in proposito occorre sottolineare che questo accostamento non è frutto di un’interpretazione, di un volersi “allargare” di qualche mistico, ma è una delle caratteristiche di Gesù, così definito dall’apostolo Paolo in 1 Corinti1.24: “Per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio”, “che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima nei secoli per la nostra gloria” (2.7). Al tempo stesso “in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Colossesi 2.3); ecco perché, a parte il fatto che era Dio, Gesù poté soffiare sugli undici e dir loro “ricevete lo Spirito Santo”, cosa che nessun angelo ha mai fatto, ed aprire “loro la mente alla comprensione delle Scritture”, che altrimenti non avrebbero potuto avere.
Dicendo ai Suoi “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio”, Gesù vuol dir loro che, nonostante lo avessero seguito, ascoltato e avessero partecipato con lui alla predicazione del Vangelo, non erano ancora arrivati a conoscerlo pienamente perché, viceversa, non gli avrebbero chiesto dove andasse. Però rimane il fatto che “Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto” in cui viene ribadito ancora una volta il principio di accessibilità al Padre unicamente per tramite del Figlio: la realtà del Dio Creatore è quella di chi “abita in una luce inaccessibile, nessuno fra gli uomini lo ha mai visto, né può vederlo” (1° Timoteo 6.16), ma contemplando la persona di Gesù, che è “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, tutto sostiene con la sua parola potente” (Ebrei 1.3), abbiamo questo accesso attraverso la via, la verità e la vita, ma anche porta per il regno del Padre.
E la contemplazione del Figlio non ha nulla di sentimentale, ma è studio dei Suoi discorsi, del perché abbia operato in un certo modo piuttosto che in un altro, dell’attesa, della verifica che quanto presumiamo di aver capito sia frutto dello Spirito oppure di un nostro pensiero. Il Figlio, lo troviamo anche nel silenzio che si fa suono e ascolto.
Dicendo ai Suoi “Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”, Gesù vuol farli riflettere sul fatto che giù avevano fatto una scelta diversa da quella di molti, cioè lo avevano accolto dentro di loro e lo avevano seguito, ma non avendo ancora lo Spirito possedevano del Padre un’idea ancora parziale, lontana da quella che avrebbero avuto in seguito. La prova di ciò la darà Filippo, che sempre parlando anche a nome degli altri, gli dirà “Signore, mostraci il Padre, e ciò ci basta”, frase che esamineremo nella prossima riflessione.
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17.26 – LA VITA (Giovanni 14.5-7)

17.26 – La vita (Giovanni 14.5-7)

5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

La vita è il primo indicatore dell’opera di Dio nella creazione dopo l’intervento della Sua parola che disse “Sia la luce” (Genesi 1.3) e delle altre Sue azioni che caratterizzarono i primi tre “giorni”, con cui in realtà vengono indicate le ere. Ci fu un momento preciso, nel corso delle sei che caratterizzarono il creato, in cui la vita nacque e ciò avvenne il quinto giorno. Ricordiamoli:

I – Luce, separazione dalle tenebre;
II – Cielo, firmamento;
III – Piante (che poterono crescere perché c’era la “Luce”, non il sole);
IV – Sole, luna, stelle;
V – Animali acquatici, uccelli;
VI – Tutti gli altri animali e infine l’uomo.

La vita che il Creatore diede agli animali è definita come “alito di vita” (1.30), mentre dell’uomo è detto che “fu fatto anima vivente” (2.7), ma quello che è importante è collegarsi a Giovanni 1, capitolo che possiamo definire come un aggiornamento ai primi versi della Genesi, in cui leggiamo che la fonte di tutta la creazione fu il “lògos”, cioè il “Verbo”, la “Parola” che è “Vita” non solo perché dinamica, ma anche per scòpo, ruolo, progetto, essenza stessa, origine profonda: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”, (vv. 1-5). La vita quindi è parte essenziale del Verbo, impossibile che ci sia l’una senza l’altro ed ecco perché, alla morte degli uomini, verrà loro chiesto cosa ne abbiano fatto, come nella parabola del ricco stolto che abbiamo ricordato recentemente: “ti sarà richiesta la tua vita”, o “anima” come altri traducono. Quell’ “alito” che Dio soffiò nelle narici di Adamo rendendolo “anima vivente”, quindi facendo di lui una persona responsabile, dovrà essere reso.
È stato osservato che segno indicatore della presenza del Figlio in Eden era “l’albero della vita” e abbiamo già visto che fu posto al centro di esso perché non solo fosse ugualmente distante dai quattro angoli del Giardino, ma perché ne era in un certo senso il “motore”, lo scopo, tutto convergeva su di Lui e la Sua potenza era tale che, cibandosene tutti i giorni, l’uomo salvaguardava la sua immortalità e non conosceva ciò di cui sarebbe stato capace una volta conosciuto il peccato; ricordiamo che Adamo e sua moglie “erano nudi e non se ne vergognavano”, facendo riferimento alla nudità non del corpo, ma alla loro innocenza e alla vita ricevuta dall’albero.
Il cibarsi dell’altro albero, quello della conoscenza del bene e del male, era azione loro proibita non perché Dio volesse privarli di qualcosa, ma in quanto non sarebbero stati in grado di gestire il “sapere” che ne sarebbe derivato: il male, nel giardino, non c’era e l’uomo era innocente, talché il periodo vissuto in quel contesto è detto “dispensazione dell’innocenza”.
Dalla caduta e relativa incompatibilità col Giardino, il termine “vita” cessò di avere il significato puro di relazione spirituale perfetta in e con Dio per assumere quello di sopravvivenza; l’uomo, come sappiamo, fu condannato non solo a trarre con dolore “dal suolo” il suo nutrimento, ma anche col sudore del suo volto tutti i giorni fino alla morte. Notiamo sempre questo richiamo alla terra: “dal suolo”, “tutti i giorni”, la frase “poiché tu sei polvere, tornerai polvere”, per non parlare di “…finché tu non torni alla terra, da cui sei stato tratto”. L’assenza dell’albero della vita, incompatibile con il peccato, comportò inevitabilmente la presenza della morte, della sofferenza fisica, morale e psichica, oltre che si dipendenza tanto per l’uomo che per la donna.
L’albero della vita non poteva più essere raggiunto. Infatti “Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via dell’albero della vita” (3.23,24). E troviamo ancora i due termini, “via” e “vita”.
Comunque da quel giorno quelle che erano le dinamiche nell’eternità scomparvero e al loro posto si creò quella realtà così triste descritta da Giobbe in 14.1: “L’uomo, nato da donna, ha vita breve e piena d’inquietudine; come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma”. Sono sei caratteristiche, con tutto quello che implica quel numero, mancando la perfezione e il riposo. Ebbene questo verso, che descrive la realtà in cui vivono tutti gli uomini, solo apparentemente rivela “il pessimismo dell’autore” come qualcuno ha scritto, ma in realtà ci parla di attesa e di speranza perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il proprio Figlio, nato di donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Galati 4.4-5). Il Figlio, per riscattare e far ricevere l’adozione a figli, doveva essere identico in tutto a noi, fuorché nel peccato.
Sappiamo che nel libro dei Proverbi il Figlio è identificato con la sapienza, e infatti “è più preziosa di ogni perla e quanto puoi desiderare non l’eguaglia. (…) È un albero di vita per chi l’afferra, e chi ad essa si stringe è beato” (3.15 e segg.). Poi abbiamo l’identificazione anche con la via e il percorso da compiere la cui presenza di Gesù è velata: “Ti indico la via della sapienza, ti guido per i sentieri della rettitudine. Quando camminerai non saranno intralciati i tuoi passi, e se correrai, non inciamperai. Attieniti alla disciplina, non lasciarla, custodiscila, perché essa è la tua vita” (4.11-13). E qui ciascuno di noi può fare le debite considerazioni: se abbiamo i passi intralciati e se cadiamo correndo, è perché stiamo lontani da lui.
Ultimo riferimento, con versi che sono già stati citati in una precedente riflessione, è alla Sapienza come avente origine in Dio e operante nel creato: “Dall’eternità sono stata formata,
fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi
né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Proverbi 8.23-31).

Comunque dall’identificazione inequivoca che abbiamo letto, “essa è la tua vita”, possiamo considerare l’inganno, il fraintendimento su questo termine nella frase di Gesù “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Marco 8.55 e rif.) perché una volta cibatosi del “frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, l’uomo, acquisite idee e distinzioni che non era in grado né doveva avere, pervenne a un totale stravolgimento del termine “vita”, identificandola con quella temporanea, con l’istinto di sopravvivenza mentre Gesù parla di quella reale, eterna e vera, di un riappropriarsi attraverso e per mezzo di Lui di quella dignità che avevamo un tempo e che, grazie alla fede in Lui, potremo riottenere. E che Gesù fosse la “vita”, lo dimostrò risorgendo, fatto inevitabile che possiamo vedere sia nelle Sue parole “depongo la mia vita, per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, la do da me stesso” (Giovanni 10.17), che in 1 Corinti 15.55-57 quando l’apostolo Paolo scrive “O morte, dov’è il tuo dardo? O inferno, dov’è la tua vittoria? Ora il dardo del peccato è la morte, e la forza del peccato è la legge. Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria – altrimenti saremmo sconfitti in partenza – per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo”.
La parola “vita” compare nella Scrittura per 570 volte; impossibile trattarla esaurientemente anche perché mi preme sottolineare un altro aspetto che riguarda la “via, verità e vita” intese come gruppo: si tratta di tre qualità, numero che ci parla della perfetta calibrazione per quanto riguarda l’esistenza dell’essere umano, il suo fabbisogno reale in quanto progetto di Dio, come già avvenuto alla creazione alla quale occorrerà tornare, per quanto brevemente, elaborando le parole che un giorno ho ascoltato da un fratello che, di professione, fa il fisico. Parlando di Dio disse che aveva potuto creare l’universo perché non condizionato dal tempo, dallo spazio e dalla materia che dovevano essere venuti all’esistenza allo stesso istante, contemporaneamente. Le parole “sia la luce”, allora, a parte tutte le applicazioni esatte che si possono fare, implicano a monte l’ordine perché, ad esempio, se fosse stata creata solo la materia, non ci sarebbe stato lo spazio per metterla e, se ci fossero avuti materia e spazio ma non il tempo, non sarebbe stato esistito “un quando” per la loro esistenza.
Le nove parole di Genesi 1.1 ci danno: “Nel principio – il tempo – Iddio creò il cielo – lo spazio – e la terra – la materia –“, quindi 3 elementi; all’interno di essi abbiamo: il tempo, che ha passato, presente e futuro (3), lo spazio, che ha lunghezza, larghezza e altezza (3) e la materia, che comprende lo stato solido, liquido e gassoso (3). Il Dio che ha creato tutto questo avrebbe dovuto essere necessariamente fuori da essi: al di sopra, al di là, attraverso, inalterato rispetto all’universo creato. Se sommiamo tutti i 3 abbiamo 12 che indicano il capolavoro divino a livello progettuale. Ecco perché abbiamo 12 tribù e 12 apostoli, per non parlare di tutti i riferimenti nell’Apocalisse a questo numero e al 24 fino ai 144.000 suo multiplo. E 144.000 diviso 12 dà 12.000, 12 per 1.000.
Allora, a questo punto, “la via, la verità e la vita” sono non solo dei naturali attributi del Dio rivelato, ma anche quanto di più vicino, reale e risolutivo che potremmo avere come uomini destinati, grazie a Lui, a realizzare quanto promesso in Apocalisse 2.7, “Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”. Amen.
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17.25 – LA VERITÀ (Giovanni 14.5-7)

17.25 – La verità (Giovanni 14.5-7)

5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Secondo attributo che Gesù dà di sé. “Verità”, greco “alétheia”, che oltre al significato qui tradotto, ha anche “sincerità, lealtà,”, ma anche realtà e apparenza al tempo stesso per cui potremmo dire che Lui è così come si è rivelato, e ha fatto “conoscere i misteri del regno di Dio” (Matteo 13.11) a significare che con Lui è impossibile sbagliarsi. Certo, questo vale se lo si accoglie dandogli lo spazio che porta a rinunciare gradualmente a noi stessi.
La “verità” di cui parla Nostro Signore è a tutti i livelli, anche partire da tutte le volte in cui ha pronunciato il proprio “Amen” riguardo a quelle situazioni che intervengono a prescindere dalle aspettative umane; ricordiamo le parole “in verità vi dico” come premessa – ad esempio – alla preghiera e a tutte le azioni religiosamente ipocrite: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Matteo 6.5). Ancora, pensiamo al privilegio spirituale in cui si trovano tutti coloro che ascoltano le parole di Gesù: “…molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!” (13.17) e così via per tutte le 74 volte in cui leggiamo l’espressione “in verità io – non altri – vi dico”, che nel Vangelo di Giovanni viene sempre ripetuta due volte.
La “verità”, poi, è descritta come Sua essenza quando, introducendo il proprio Vangelo, Giovanni scrive “ Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (1.14): è la verità che ha stravolto il corso della storia degli uomini alla ricerca di Dio perché, riguardo alla Sua volontà, un tempo l’unico mezzo a disposizione per seguirlo era adempiere a tutta quanta la Legge, che fu “data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (v.17, 18).
Ecco allora che non possiamo accampare alcuna scusa di fronte alle rivelazioni di Gesù, che invitano e responsabilizzano al tempo stesso dandoci un’esatta visione di ciò che altrimenti non avremmo mai potuto discernere, sapere, cogliere. E mi viene in mente quanto disse a quei Giudei che avevano creduto in Lui: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (8.31). Ecco allora che aderire alla verità per un cristiano non significa solo sapere realmente come e cos’è tutto ciò che incontra nel corso della vita, ma soprattutto essere libero nelle proprie scelte quando gli altri uomini hanno sempre un percorso obbligato, seguendo i loro istinti e attitudini, e penso alle dipendenze: dal lavoro, dal sesso, da un amico, da una compagnìa, dalle abitudini, dall’alcool, dalla droga, da tutto ciò che gratifica la carne ma anche da quanto umilia e, infine, la dipendenza da se stessi e da qualsiasi bisogno che condiziona la vita anziché liberarla.
Credo che una delle persone più dipendenti presentate nel Vangelo sia il ricco descritto in Luca 12.16-21 che, dopo una vita passata a soddisfare se stesso – ecco il concetto della libertà secondo il mondo – si sentì dire “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non è ricco in Dio”. Un percorso ben differente lo ha chi invece ha accolto Gesù Cristo come propria àncora di salvezza e in Lui dimora, o si sforza di rimanere in un percorso – “via” – il cui inizio non potrebbe essere migliore perché “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno mi ascolta e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3.20).
Da quest’ultimo verso vediamo che la Verità, rivelandosi come tutt’altro che irraggiungibile, addirittura viene a “bussare alla porta” del cuore della persona. Non la sfonda, non entra senza permesso, non fa irruzione, neppure bussa con prepotenza, ma è il Gesù che si china amorevolmente sulla suocera di Pietro per guarirla, che è lì, che ha dato se stesso. Quando si parla di rinuncia, pensiamo alla gloria che aveva e alla quale ha rinunciato per vivere come noi. Il Figlio non chiede all’uomo nulla se non di aprire la porta; nel caso in cui ciò si verifichi, “viene” e “cena”, ma notiamo come subito dopo sia descritta una situazione di assoluta parità, “cenerò con lui ed egli con me”, cioè saremo un tutt’uno, il desiderio del cenare e della compagnia è identico da ambo le parti. Ancora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Giovanni 14.23).
Ora, a parte le considerazioni possibili sulla “verità” nella Scrittura, proverei a contestualizzare il termine ai tempi in cui l’apostolo Giovanni scrive il suo Vangelo, cioè negli anni fra l’80 e il ’90, quindi per ultimo rispetto agli altri che non sappiamo se conoscesse a parte quello di Marco. La domanda che mi sono posto è la seguente: nel momento in cui Giovanni è l’unico a parlare di Gesù come “lògos” e poi a riportare le parole che stiamo esaminando, “io sono la via, la verità e la vita”, avrà pensato forse ai suoi lettori eventualmente acculturati da un punto di vista filosofico, conoscitori quindi della filosofia greca antica che vedeva nel “lògos” (parola, discorso, ragione) il principio di tutte le cose, la razionalità contenuta nell’universo e nella “verità” ciò che non è più velato? Teniamo presente che la cultura greca si diffuse in modo particolare per tutto il Vicino e Medio Oriente, dalla Macedonia all’India e dal Mar Nero al Danubio per cui Giovanni, che sapeva benissimo per chi scrivere, è impossibile non abbia pensato anche a coloro che avevano questo retaggio culturale e cogliessero “al volo” ciò che riferiva di Gesù. Questo senza elencare le varie eresie che già si insinuavano nelle Comunità, registrando purtroppo dei proseliti.
Ecco allora che, se la “verità” è ciò che non è più velato, abbiamo anche la conferma di Giovanni 1,18 che abbiamo riportato: “Dio nessuno lo ha mai visto – chiusura, inaccessibilità, mistero -: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre – cioè dento di Lui, una sola cosa con Lui – è quello che lo ha rivelato”, cioè ha tolto il velo che lo rendeva inaccessibile, quello che si squarciò in due nel Tempio, che rimane per chi, pur religioso, non si affida alle cure e all’amore di Gesù. Se la verità è l’assenza di velo, quindi ciò che impedisce di vedere bene i dettagli e di avere piena contezza di ciò che si osserva, troviamo piena corrispondenza di essa in 2 Corinti 3 quando l’apostolo Paolo, parlando degli ebrei, dice che “…le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto” (vv.14-16).
Torniamo però indietro nel tempo e veniamo alle parole di Gesù a Pilato, quando gli disse “«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?» (Giovanni 18.37,38): il procuratore romano, all’affermazione in base alla quale il suo Imputato gli parla di “verità”, subito esprime tutto il suo scetticismo, convinto che arrivare ad essa per l’uomo sia impossibile perché ognuno ha la propria e se la tiene ben stretta. Questa, però, è la regola di chi appartiene al mondo perché altrimenti, “chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, quindi rinuncia alla propria che fino ad allora aveva caratterizzato il suo credo e le sue azioni, il suo modo di vivere. C’è infatti chi è assolutamente convinto delle proprie idee e chi le mette in discussione, capendo che queste non sono altro che una maschera, un vestito per coprirsi di fronte ai propri simili e allora, quando la “voce di Gesù” viene avvertita, la riconosce e l’accoglie dentro di sé. E, col tempo, cambia.
Tutto questo non perché queste persone abbiano particolari meriti, ma semplicemente perché “Chi è da Dio, ascolta la parola di Dio” (Giovanni 8.47). Non per nulla abbiamo tutto un discorso particolare di Nostro Signore rivolto ai Giudei: “Perché non capite il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole; voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin dal principio – Adamo ed Eva – e non stava saldo nella verità, perché il lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché menzognero e padre della menzogna. A me invece, voi non credete perché dico la verità” (Giovanni 8.43-46).
Chi è da Dio, quindi, rimane nelle proprie convinzioni – e quindi nella sua ignoranza – fino a quando non ascolta la voce dello Spirito che lo spinge ad aderire alla verità, l’unica esistente e possibile e non può non venire da lui praticata.
Ecco allora che “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14.9), “Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto sapere tutto quello che ho udito dal Padre mio” (15.15). Gesù è la verità, oltre che la via e la vita. Forse l’errore in cui incorro nel trattare questi argomenti è una suddivisione a capitoli, ma si tratta di un tentativo per procedere ordinatamente nell’esposizione; in realtà, come penso traspaia dal testo evangelico, si tratta di tre elementi che formano un tutt’uno perché la realtà stessa di Dio si basa su questo numero, tanto più nel momento in cui si rivela all’essere umano per farsi conoscere e amare. Amen.
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