17.22 – NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE (Giovanni 14.1)

17.22 – Non sia turbato il vostro cuore (Giovanni 14.1)

 

1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»?

 

Troviamo qui per la prima volta delle parole specifiche che Gesù rivolge ai suoi discepoli in merito al turbamento, che è uno sconvolgimento più o meno profondo della serenità interiore, situazione ben diversa dalla preoccupazione generica per il proprio avvenire di cui aveva già parlato all’inizio del Suo Ministero. Ricordiamo in proposito le Sue parole al sermone sul monte: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Matteo 6.25-34). I riferimenti a queste parole, poi, sono innumerevoli e li abbiamo esaminati in parte quando abbiamo affrontato il sermone a suo tempo.

Qui però Gesù, unico e vero conoscitore del cuore umano, ha ben presente la realtà che di lì a poco avrebbe atteso gli Apostoli e i discepoli, che si sarebbero dispersi a seguito del Suo arresto, Passione e Morte per poi ritrovarsi ad attenderlo prima che risorgesse: infatti “Essa – Maria di Magdala – andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto” (Marco 16.20). Sappiamo che Marco pone l’accento su Maria, ma Luca precisa che erano “Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli Apostoli” (24.10).

Se – tornando in tema – teniamo presente ciò che gli Undici avevano vissuto in quella sera, già c’erano molti elementi che denunciavano l’anomalia di quella cena pasquale e che erano sufficienti a creare in loro per lo meno una sottile inquietudine: Gesù aveva lavato loro i piedi, cosa che non aveva mai fatto e che aveva portato Pietro, inizialmente, a respingere quell’intervento. Poi avevano ascoltato l’annuncio del tradimento di uno di loro, dato da Lui “profondamente turbato” che li aveva portati a dubitare della propria coerenza talché “essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?»” (Matteo 26.22). Ricordiamo che nessuno, salvo Giovanni che era vicino, aveva sentito che il traditore era Giuda e, quando Gesù gli disse “Quello che vuoi – notare il verbo – fare, fallo presto”, “Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualcosa ai poveri.” (Giovanni 13.27-29). Abbiamo poi l’annuncio del fatto che il Maestro sarebbe andato in un luogo dove nessuno degli Undici avrebbe potuto seguirlo e del rinnegamento di Pietro, per non parlare dell’avvertimento secondo il quale Satana, l’Avversario, aveva chiesto che fossero vagliati come il grano.

 

La frase “Non sia turbato il vostro cuore”, era inevitabile e andava ben oltre alle preoccupazioni e alle incombenze che la vita quotidiana pone davanti a tutti. Si tratta di un verbo che ha riferimento con l’agitarsi e soprattutto lo sconvolgersi, implica inquietudine, smarrimento, angoscia. Abbiamo letto che a non essere turbato doveva essere il cuore e non la mente perché mentre quest’ultima si riferisce alla parte razionale dell’essere umano, ma nel “cuore” è compresa anche quella inconscia, la prima a reagire. Sotto questo aspetto il cuore è quello che potremmo definire il nostro motore interno anche riguardo ai pensieri, non solo il “banale” muscolo responsabile del corretto pompaggio del sangue a vene e arterie (detto in modo molto sbrigativo).

Possiamo paragonare sotto certi aspetti l’esortazione di Gesù con quella che fu data agli israeliti in Deuteronomio 20.3, “Voi oggi siete prossimi a dar battaglia ai vostri nemici. Il vostro cuore non venga meno, non temete, non vi smarrite e non vi spaventate davanti a loro”: quello che Iddio vuol dire, a parte l’esortare, è che non vi è ragione alcuna di temere l’altro se Lui è dalla nostra parte.

Si può anche osservare una cosa a proposito di quel “vostro” riferito al cuore tanto nelle parole di Gesù che in quelle di YHWH al Suo popolo: “vostro” nel senso di “ciascuno di voi” perché un gruppo, una Chiesa, un popolo è formato da tanti individui ognuno animato da vita propria. “Vostro”, quindi, coinvolge tanto il singolo che la collettività in cui è inserito e, come vedremo, il tema apparirà anche nella “casa dalle molte stanze”. Nella fede, allora, non esiste chi è chiamato in causa meno di un altro ed ecco che la benedizione può diffondersi o meno a seconda del comportamento del singolo, responsabile di tutti gli altri, unici come lui che uniti assieme formano il popolo di Dio.

Tornando al tema del turbamento, mi viene in mente la domanda di Romani 8.31 “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8.31) perché il timore non ha senso che entri quando una persona Gli appartiene ed è sotto la Sua protezione, mentre è legittimo quando si verificano le condizioni per cui la comunione con Lui viene interrotta; ancora parlando di Israele – poi ciascuno potrà fare le applicazioni e gli adattamenti opportuni – ricordiamo che una delle conseguenze della disubbidienza alla voce del Signore è proprio un cuore instabile: “Là il Signore ti darà un cuore trepidante, languore di occhi e animo sgomento. La tua vita ti starà dinnanzi come sospesa a un filo. Proverai spavento notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: «Se fosse sera!» e alla sera dirai: «Se fosse mattina!», a causa dello spavento che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno” (Deuteronomio 28.65-67).

Con le parole dette agli Undici, allora, Gesù anticipa loro che avranno motivo di spaventarsi e di avere “il cuore turbato”, ma che questo in realtà sarebbe stato solo per breve tempo proprio perché Lui sarebbe stato comunque con loro nonostante la Sua parte umana sarebbe stata strappata dalla comunione reciproca. La Sua esortazione, credo, aveva lo scopo di far vedere la luce in fondo all’oscurità interiore che li avrebbe inevitabilmente pervasi. E sappiamo che, parlando da un punto di vista sensoriale, gli Undici videro arrivare Giuda con “una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo” (Matteo 26.47), il loro Maestro legato e condotto “da Anna, suocero di Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno” (Giovanni 18.13), senza contare tutto quello che avverrà dopo.

Eppure, gli Undici non avrebbero dovuto avere il cuore turbato non nel senso di restare indifferenti, ma non essere “come gli altri che non hanno speranza” (1 Tessalonicesi 4.13), che cioè non hanno un futuro di salvezza eterna e l’unico modo per non cadere nel tranello dell’angoscia è proprio quello indicato nella seconda parte del nostro verso, “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”, cioè: gli Undici erano ebrei che credevano certamente nell’Iddio dell’Antico Patto, ma senza la fede nel loro Maestro sarebbero rimasti solamente delle brave persone, privi di tutto quel progetto che esiste per coloro che credono nel Signore Gesù che qui non mette in dubbio il fatto che i Suoi credessero in Dio, ma ricorda loro di fare altrettanto con Lui quale Dio stesso in forma umana, Figlio che ha rivelato il Padre dalla santità perfetta e irraggiungibile, dalla potenza infinita e da un amore che potremo comprendere quando potremo vivere nel Suo regno.

Ancora, la stessa fede che riponevano nel Padre la avrebbero dovuta riporre in Lui perché erano una cosa sola, come già aveva loro dichiarato (Giovanni 10.30); non solo, ma se non fosse stato così Gesù non avrebbe mai potuto andare a preparar loro un posto. Il verso 2 parla della “casa del Padre mio”: è interessante osservare che qui abbiamo un possessivo singolare che però poi, una volta compiuta la risurrezione che sancirà una volta per sempre che la morte non poteva trattenere chi era senza peccato, questa definizione diventa legittima per qualunque credente: a Maria di Magdala fu infatti detto “…va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20.17).

La “casa” non è l’universo, né si può identificare in un luogo preciso, ma è un’àmbito spirituale, un territorio precluso a chi non è compatibile con Lui. Ebbene in questa “casa” ci sono molte “dimore”, traduzione più precisa rispetto a quella che ha “stanze” perché la parola impiegata in greco, mònai, è difficile da rendere in italiano: significa infatti “fermata, abitazione, residenza, albergo, l’atto del rimanere, stabilità,” con l’idea dell’individualità poiché Dio è al tempo stesso di tutti e di ciascuno. Ricordiamo che questa parola ha la stessa radice di “mònos”, solo, poi usata in “monastero” o “monaco” a sottolineare appunto il fatto che ciascuno, pur essendo inserito in un contesto comunitario, ha le proprie particolarità, peculiarità. Purtroppo nella Chiesa ci sono correnti di pensiero e comportamento che vorrebbero tutti i suoi membri uguali nelle loro manifestazioni, intenti in una vita comunitaria festante, sempre sorridenti soprattutto la domenica, “Giorno del Signore” in cui ci dev’essere gioia stante il fatto che è solitamente dedicato al culto e alla celebrazione del Memoriale. In proposito una psicoterapeuta americana, Susan Cain, ha dedicato un capitolo importante del suo libro, “Quiet”, alle difficoltà che incontrano i credenti dal carattere introverso nelle Chiese Evangeliche di quel Paese – ma non solo –, questo per dire che l’uomo è un individuo irripetibile, ciascuno è diverso dall’altro e deve essere lasciato libero di esprimersi e agire magari guidato, ma senza alcuna forzatura né giudizio, essendo tutti noi piante in crescita.

 

L’apostolo Paolo definisce ciò che riceveremo dal Padre come “…un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli” (2 Corinti 5.1) dove in pratica abbiamo tre caratteristiche che la rendono incompatibile con i criteri terreni per cui sarà totalmente spirituale. La definizione “non costruita da mani d’uomo”, poi, non può che riferirsi all’opera di Gesù ed esclude paragoni terreni perché è Lui che l’ha resa possibile e, secondo le parole oggetto della nostra riflessione, la è andata a “preparare” nel senso di Ebrei 6.18-20 e cioè “noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad affermarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita; essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi”. Precursore. Ci ha cioè preceduti. Ecco perché “dove vado io, voi non potete venire”, che dalle parole a Pietro “mi seguirai dopo” che abbiamo recentemente esaminato, è sottinteso “per ora”. Un fratello, parafrasando a commento, ha scritto che salendo al Padre per primo ha stabilito il nostro diritto a fare altrettanto, ha preso possesso di quel territorio riservandoci un posto, una “dimora” a nome nostro.

Penso alla enorme vastità e totale perfezione della Sua Opera, e come Figlio di Dio non potrebbe diversamente: come Figlio dell’uomo, poi, fu di una completezza totale solo perché, come dirà al verso terzo, “dove sono io, siate anche voi”. Amen.

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17.21 – LE PAROLE A PIETRO II/II: SATANA HA CHIESTO DI VAGLIARVI (Luca 22.31-34)

17.21 – Le parole a Pietro II: Satana ha chiesto di vagliarvi (Luca 22.31-34)

31Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; 32ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». 33E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». 34Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Prima di entrare nel tema del vaglio, c’è un particolare che risalta in questi versi e cioè come Gesù chiama l’Apostolo più anziano del gruppo: al verso 31 abbiamo “Simone” ripetuto due volte, al 34 “Pietro” una sola. Sappiamo che il primo nome è quello che l’Apostolo aveva fin dalla nascita, che significa “Dio ha ascoltato la mia voce” e che richiama la sua storia, il suo vissuto e il suo essere naturale di uomo. Viene infatti presentato così da Matteo 4.18: “Mentre camminava lungo il mare di Galilea, video due fratelli, Simone, – poi – chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori”.
Il nome “Pietro”, invece, che significa “Pietra, sasso” – altri sostengono “roccia” – è quello che gli fu dato dal Suo Maestro, come scrive Marco: “Costituì dunque i dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro…” (3.16). Questo gli fu anticipato da Gesù praticamente subito, quando Andrea suo fratello “incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, figlio di Giona; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro” (Giovanni 1.41,42). Qui s’impone una parentesi perché questo nome, oggi relativamente comune, tanto in aramaico (Kephas) che in greco (Petros) non indica una persona, ma appunto una pietra, un sasso o una macina da mulino. Solo nel corso del tempo “Pietro” divenne un nome e, per chi deve tradurre dal greco, nei dizionari trova “Pétros” ormai indicato come nome proprio grazie al riferimento siglato “NT”, Nuovo Testamento. È allora possibile stabilire che Gesù non volle tanto dare a Simone un nome proprio, ma piuttosto indicarlo col ruolo che avrebbe avuto nella predicazione e diffusione del Vangelo.
Non abbiamo chiari elementi che ci consentano di stabilire se i Dodici lo chiamassero sempre così, ma di fatto in tal modo è citato il più delle volte dagli Evangelisti, mentre nel libro degli Atti il nome “Simone” è praticamente inutilizzato a conferma del fatto che “Pietro” ha riferimento con il suo ruolo e con la sua vita spirituale. Ad esempio, al centurione Cornelio venne detto “Ora manda degli uomini a Giaffa e fa’ venire un certo Simone, detto Pietro” (10.5).
Gesù dice a quest’apostolo “sarai chiamato Cefa” usando il futuro proprio per le ragioni che abbiamo visto, tant’è che nei testi a disposizione del cristianesimo usa il primo nome. Un’eccezione si trova nel notissimo Matteo 16.17-18 in cui leggiamo (traduzione letterale di Don Domenico Ottaviano) “Beato tu sei Simone Bar-Iona (=figlio di Giona), poiché carne e sangue non te (lo) rivelarono, ma il Padre mio, quello nei cieli. E io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e (le) porte de(ll’)Ade non prevarranno su di essa”. E la “pietra” è il fondamento, quello secondo il quale Gesù era il è “il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”. Sarà Pietro stesso, nel suo discorso ai capi del popolo e anziani di Gerusalemme, a dire “Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo” (Atti 4.12).

Abbiamo poi il nostro passo, in cui prima l’Apostolo viene chiamato “Simone” per due volte, e poi “Pietro” al verso 34. Cosa abbiamo allora nella pericope di Matteo appena citatoA? Prima c’è “Simone”, l’uomo naturale, che riceve la rivelazione dallo Spirito Santo che lo porta a una dichiarazione che, secondo “carne e sangue”, non avrebbe mai potuto fare. Allo stesso modo nei versi di Luca, avvisandolo con gli altri che “Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano”, Gesù si riferisce agli attacchi di questo terribile personaggio e lo chiama poi “Pietro” coinvolgendo tutta la sua persona, vale a dire sia il pescatore che l’Apostolo che era, ma soprattutto che sarebbe diventato, anzi, aprendoli una prospettiva che superava la vergogna e il dolore che avrebbe provato appena udito il canto del gallo, quando “pianse amaramente” (v.62).

Fatta questa introduzione, vediamo cosa ha fatto l’Avversario: “vi ha cercati” è la traduzione da “exetésato”, tempo aoristo di exaitéo, cioè “chiedere, esigere, reclamare, pretendere”. “Cercare” come significato del verbo greco nei dizionari non si trova e sono convinto che Luca, scrivendo quel verbo, non abbia affatto voluto sottintendere che Satana si fosse messo alla ricerca degli undici; piuttosto, com’era ed è sempre stato suo diritto, si era presentato davanti a Dio e, in quanto “accusatore”, si era avvalso di un suo potere, cioè aveva preteso che Pietro e gli altri fossero “vagliati come il grano”. Ricordiamo Apocalisse 19.9-10 che ci ricorda una delle funzioni di Colui che un tempo era un Angelo di Luce: “Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce dal cielo, che diceva: «Ora è venuta la salvezza e la potenza, il regno del nostro Dio, e il potere del suo Cristo, perché è stato gettato giù l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio”.
Il libro di Giobbe, persona che visse probabilmente prima di Abramo, è quello che più degli altri mostra le strategie del “Serpente antico” nei confronti degli uomini che pongono o intendono porre Dio al centro della loro vita: “Ora, un giorno, i figli di Dio – gli angeli – andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui». Satana si ritirò dalla presenza del Signore” (1.6-12)
È noto cosa avvenne: Giobbe perse i suoi armenti coi guardiani a causa di un’irruzione nemica, poi le pecore coi pastori a causa di “un fuoco caduto dal cielo”; i Caldei rubarono tutti i cammelli che possedeva e uccisero i guardiani, quindi una tempesta fece crollare la casa in cui i suoi figli e figlie erano radunati e morirono tutti. A seguito di questi avvenimenti, “Giobbe si alzò e si stracciò il mantello, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore». In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto” (1.20-22).
Satana però, non avendo avuto successo in questo primo attacco, ritornò davanti a Dio una seconda volta: “Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Egli è ancora saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui per rovinarlo, senza ragione». Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita».” (2.2-6).
Ho trascritto questi passi, che magari non tutti conoscono, perché chiariscono cosa abbia inteso Gesù con la frase “Ha chiesto di vagliarvi”: non avrebbe attaccato gli Undici come Giobbe, la prima volta privandolo dei suoi averi e dei propri affetti più cari, ma avrebbe agito sulla mente degli Apostoli ponendoli di fronte per la prima volta all’impensabile, cioè all’arresto, al processo e alla morte del loro Maestro, incutendo in loro un violento senso di sconfitta che solo una fede molto forte avrebbe potuto vincere. “Percuoterò il pastore, e le pecore saranno disperse”. Soltanto con la vittoria del Figlio di Dio sulla morte, l’apertura ufficiale della Dispensazione della Grazia costituita dalla Sua resurrezione e la discesa dello Spirito Santo Satana sarebbe stato sconfitto, ma quella vagliatura richiesta non avrebbe concesso alcuno sconto e Pietro sarebbe stato quello che avrebbe pagato, provvisoriamente ben inteso, il prezzo più alto. Solo la frase “Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno” contiene la garanzia del successo contro le strategie dell’Avversario per farlo cadere definitivamente.
Attenzione al fatto che Gesù pone il pronome “Io” volontariamente. Avrebbe potuto benissimo dire “Ho pregato per te” e sarebbe stato apparentemente la stessa cosa, ma quell’ “Io” racchiude tutto il Suo essere, il Suo aver vissuto in modo assolutamente santo in mezzo agli uomini, il Suo donarsi costantemente fino al sacrificio supremo. Quell’ “Io” è la garanzia più forte e totale che potesse dare a Pietro e agli altri, che certo non furono turbati meno di lui; sta a significare che, nonostante la gravità degli avvenimenti che si sarebbero verificati di lì a poco, sarebbero stati comunque salvaguardati. Caduti sì, ma non senza speranza.
Satana aveva chiesto-preteso che gli Undici fossero vagliati “come il grano”: un’espressione simile la troviamo in Amos 9.9, “Ecco, io darò ordini e scuoterò, fra tutti i popoli, la casa d’Israele come si scuote un setaccio e non cade un sassolino per terra”; il modo di allora per la vagliatura del grano era quello di gettarlo con pale in direzione opposta a quella del vento in modo che questo portasse via la pula consentendo al chicco di cadere per terra privo di essa. E sappiamo che il vento in questo caso si collega alla parabola della casa quando “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”, al contrario dell’altra che, non avendo le stesse caratteristiche, “cadde e la sua rovina fu grande” (Matteo 7.25-27).
“Ho pregato per te” è la garanzia che Gesù dà a Pietro, agli altri e a tutti coloro che avrebbero creduto, noi compresi perché “Dio, che disse «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio suo volto di Cristo. Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Corinti 4.6-10).
Nostro Signore ha pregato per Simone “perché la tua fede non venga meno” cioè non si estinguesse dopo aver constatato che, nonostante le sue migliori intenzioni e promesse, come uomo non poteva garantire nulla. Credo che, se ci sia una cosa molto dura da accettare per un credente, è proprio il fallimento nella fede, il constatare come la carne prenda il sopravvento proprio quanto lo riteniamo impossibile. E Simone, al canto del gallo, si trovò deserto e solo con sé stesso, per cui quelle parole, unitamente alle successive, “e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”, furono per lui un potente aiuto perché si risollevasse. La caduta di Simone infatti fu sia come uomo (Simone), che come Apostolo (Pietro).
A proposito del “convertito” sbaglieremmo se pensassimo che Pietro non lo fosse già da allora: aveva lasciato praticamente ogni cosa per seguire il suo Maestro come gli altri; piuttosto, Gesù qui anticipa il dialogo con l’Apostolo dopo la Sua risurrezione, quando gli dirà “Pasci i miei agnelli” e “pascola le mie pecore” per due volte (Giovanni 21.15-17) riabilitandolo pienamente. Amen.
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17.20 – LE PAROLE A PIETRO I/II (Giovanni 13.36-38)

17.20 – Le parole a Pietro I/II: l’annuncio del rinnegamento (Giovanni 13.36-38)

36Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37Pietro gli disse: Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!» 38Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

La cena pasquale di Gesù coi Suoi finirà ufficialmente con le parole di Marco 14,26, “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli ulivi”, praticamente identiche in Matteo 26.30. Possiamo quindi affermare che, una volta passato e bevuto dal quinto calice non previsto dalla celebrazione ordinaria, inizia la parte per così dire finale dello stare con i discepoli nella sala che si concluderà “l’inno”, il Salmo 118.
Ora, a conferma che gli Evangelisti non vollero esporre i dialoghi con gli Apostoli come stendendo un ordinato verbale (cosa che avrebbero potuto fare), confrontiamo il passo in esame con Marco 14.27-31: “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire conte, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure gli altri”.
Alcuni commentatori hanno sostenuto che questi discorsi ebbero luogo nel tragitto fra la sala e il Monte, ma ciò non è sostenibile perché Giovanni (18.1) scrive: “Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì coi suoi discepoli”, dove “queste cose” allude a tutta una serie di discorsi pienamente conclusi e che nel tragitto fra i due luoghi vi furono senz’altro dei dialoghi, ma nessuno ritenne opportuno riportarli.

Pietro chiede dunque a Gesù dove andasse e perché non poteva seguirLo: questa domanda sgorgò spontanea quando sentì “Dove io vado, voi non potete venire” e dimostra una forte ingenuità o quanto meno un attaccamento al presente dell’Apostolo, non avendo compreso né trattenuto le parole rivolte a lui e agli altri quando, tempo addietro, “… Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (Matteo 16.21).
La risposta di Nostro Signore è interessante perché sapeva benissimo che ciò che animava Pietro era il risentimento di colui che si sente escluso, un po’ come un bambino quando gli viene impedito di fare qualcosa: “per ora” e “mi seguirai più tardi” sono espressioni che avrebbero potuto calmare qualunque pretesa di immediatezza, ma non furono ascoltate. Quando parla la carne, l’ascolto è impossibile, soprattutto l’attesa ad esso collegata, l’accettazione del fatto che Dio ha sempre per l’uomo un piano diverso da quello che lui si prefigge, che la creatura riassume nel detto “potere è volere” o viceversa. Invece “Ci sono molti disegni nel cuore dell’uomo, ma il piano del Signore è quello che sussiste” (Proverbi 19.21) e raramente i due sono coincidenti. Ancora, “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Isaia 55.8,9). Ricordiamo, quanto ai progetti umani che non tengono conto della Parola di Dio, il ricco stolto che, euforico per i beni accumulati, disse “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti. Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?»” (Luca 12.19,20)
Ascoltare è qualcosa che, per l’uomo naturale, è qualcosa di difficile e faticoso perché, per poterlo fare, deve mettersi in secondo piano rispetto al suo interlocutore e questo vale ancora di più per oggi, in cui viviamo nella cultura del “dire”: l’uomo non solo parla perché deve sempre e comunque far valere le proprie ragioni, ma perché deve portare avanti se stesso perché gli altri non sono importanti, parla pur di farlo anche quando non viene ascoltato dalla controparte, senza fermarsi neppure di fronte al chiaro disinteresse di chi gli si trova di fronte. Questo perché si ignora cosa sia effettivamente il dialogo, letteralmente “attraverso le parole”. Ha scritto un amico: “Dialogare significa confrontarsi su idee diverse e nella Grecia antica era una vera e propria arte. Oggi non è più così e chi ha idee diverse dalle nostre viene in automatico etichettato come nemico dal nostro sistema di difesa, portandoci a emettere pregiudizi che in breve tempo diventano giudizi conclamati”.

L’ascolto implica sempre, prima di un’eventuale risposta, un’attenta riflessione di ciò che è stato detto, cosa che Pietro qui non fa perché non chiede al Suo Maestro cosa intenda con “per ora” e “mi seguirai dopo”.
L’ascolto è qualcosa che l’uomo naturale, o il credente carnale, chiede e pretende dagli altri, ma quando tocca a lui si scansa; anzi, nella preghiera non spirituale la tendenza è sempre quella di presentare davanti a Dio le proprie necessità senza essere disposti ad ascoltare una risposta diversa da quella che ci si aspetta, senza chiedersi se, prima di pregare, si è fatto tutto quel particolare inventario che fondamentalmente consiste nel chiedersi se si è a posto di fronte a Lui (o quantomeno con la propria coscienza) a fronte delle azioni commesse.
Davide nel suo Salmo 142 scrive “Ascolta la mia supplica, perché sono così misero!” (v.7), quindi si accosta a Dio in preghiera premettendo la propria fragilità di uomo anziché la sua condizione di futuro re e detentore delle promesse ricevute. In quelle parole non esiste orgoglio o presunzione, ma la lettura del suo vissuto e del proprio esistere.
Indicativa sull’ascolto sono le parole che seguono la vicenda dell’adolescente dissennato che cede alle lusinghe della prostituta: “Ora, figli, ascoltatemi e fate attenzione alle parole della mia bocca. Il tuo cuore non si volga verso le sue vie, non vagare per i suoi sentieri, perché molti ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime” (Proverbi 7.24-26). E qui la prostituta è figura della forza di attrazione che ha la carne che impedisce di considerare vie diverse dalle sue.
Pietro non poteva ancora capire che in quel momento Gesù gli stava dicendo che entrambi sarebbero andati nello stesso luogo, ma in tempi diversi e penso che con quel “mi seguirai più tardi” il Signore abbia fatto riferimento non solo al Suo Regno, ma anche al martirio già a lui annunciato con la frase “«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio.” (Giovanni 21.15-19). Come avremo modo di vedere, il tendere le mani e il cingere la veste non alludono ad una vecchiaia disfunzionale per cecità o incapacità di vestirsi da solo, ma al metodo romano della crocifissione, quando il condannato veniva costretto a camminare con le braccia tese in avanti per portare il legno che veniva messo sulle spalle. È tradizione molto antica che Pietro subì il martirio sotto Nerone tra il 64 e il 67.
Una nota a margine, ma comunque indicativa, va stesa sulla data della sua morte, fissata il 29 giugno non perché fosse reale, ma perché la Chiesa di Roma, così come avventuro per il Natale di Gesù fissato al 25 dicembre festa del dio Sole, la fece coincidere con i festeggiamenti pagani in onore del dio Quirino, antica divinità sabina collegata a Romolo. Allora quella Chiesa sostituì il giorno del fondatore di Roma, Romolo col fratello Remo, con quello del fondatore di quella potente Chiesa locale, appunto attribuita a Pietro. Ecco perché a Romolo e Remo “corrispondono” Pietro e Paolo nel senso che si ricorda la morte di entrambi in quella data.
Torniamo però alla domanda “Perché non posso seguirti?” e il sostenere che avrebbe dato la propria vita per il Maestro: non si tratta di un intervento volto a chiarire il motivo dell’impossibilità a seguirlo, ma è qualcosa che ha uno scopo diverso, come lo sono tutti quei moti generati dall’ignoranza, dall’incomprensione e dell’egocentrismo. Personalmente intravedo anche un tentativo manipolatorio visto nella frase “darò la mia vita per te”, cioè una sorta di ricatto affettivo a dire che, se Gesù non lo avesse portato con sé, sarebbe stato un ingrato.
Da notare anche il divario estremo sul comportamento di questo Apostolo che nella carne sosteneva l’impossibile (infatti Lo rinnegherà), ma sotto la guida dello Spirito, come già segnalato in una precedente riflessione, non temerà né le frustate del Sinedrio, né la prigione, né la morte violenta per crocifissione, pare avvenuta testa in giù dietro sua richiesta.
Tornando al nostro episodio, Pietro è assolutamente convinto di quello che dice, come tutti gli altri perché abbiamo letto che quando disse “«Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò», lo stesso dicevano tutti gli altri”, quando poco tempo prima, di fronte all’annuncio che fra di loro vi era uno che lo avrebbe tradito, “…profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io?»” (Matteo 26.22), nessuno escluso perché Marco aggiunge “uno dopo l’altro” (14.19) quindi certezza incrollabile da una parte, dubbio dall’altra.
Purtroppo, sopravvalutare le proprie forze è una cosa che facciamo spesso e questo succede quando riponiamo una fiducia eccessiva in noi stessi, non ci conosciamo abbastanza sia a livello spirituale che naturale. Pietro era lì, a manifestare il suo amore sincero per il Maestro, impegnandosi con una promessa che non poteva fare e prontamente abbiamo l’intervento di Gesù che ne ripete le parole, ma aggiungendo un punto interrogativo, a dirgli “pensa a quello che dici”. In realtà l’Onnisciente, perfetto conoscitore dell’uomo, Colui che gli aveva parlato per primo in Eden alla Sua creatura trasmettendole l’unico comandamento che avrebbe dovuto osservare assieme a sua moglie per vivere nell’innocenza e nella perfezione della comunione con Dio, sapeva che l’Apostolo che gli prometteva fedeltà fino alla morte lo avrebbe rinnegato: “In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu mi abbia rinnegato tre volte”, cioè di lì a poche ore perché qui Gesù allude a una delle veglie della notte chiamata appunto il “canto del gallo” che durava dalla mezzanotte alle tre del mattino. Marco addirittura cita anche il primo canto, quello che si sentiva attorno alla mezzanotte: “Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai” (14.30).
È per me bello pensare che qui Gesù parla non tanto a Pietro come persona, ma al suo orgoglio, alla sua irruenza che lo contraddistingueva dagli altri; non lo rimprovera, ma lo mette davanti alla sua condizione di essere umano a tal punto che, sapendo il dolore che avrebbe provato all’udire quel canto dopo il rinnegamento, gli dirà “Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22.32), un incarico particolare che preannuncia il fatto che l’Apostolo diventerà un punto di riferimento per la Chiesa di Gerusalemme e non solo, con Giacomo e Giovanni (Galati 2.9).
Ancora, vedremo che proprio Nostro Signore si interessò personalmente dell’apostolo dicendogli “Satana ha chiesto di vagliarvi, come si vaglia il grano. Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno” (Luca 22.31, 32) perché, come scrive l’Apostolo Paolo in Ebrei 4.15, “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato”.
Gesù sa chi siamo. Di noi conosce le debolezze, il carattere, tutto ciò che abbiamo vissuto e il perché dei nostri inciampi. Eppure, nonostante tutto questo, ha affrontato il Suo sacrificio ed è andato a prepararci un posto. Amen.
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