17.16 – Il Memoriale: il pane, corpo di Cristo II/III (Matteo 26.26 – Luca 22.19)
26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo».
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19Poi prese il pane, rese grazie e lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».
IL PANE SPEZZATO E DATO
Se il pane è connesso al corpo di Gesù, il suo spezzamento lo è alle sue sofferenze fisiche, morali e spirituali che i Vangeli ci riportano con dovizia di particolari e le applicazioni possibili sono davvero tante. Abbiamo letto in Luca “dato per voi”, in 1 Corinti 11.24 “che è per voi”: il corpo di Cristo sarebbe stato consegnato agli uomini per essere percosso, processato e crocifisso, ma anche dato a tutti coloro che, credendo in Lui, si fossero salvati. Ed è assolutamente degno di nota il fatto che, mentre il pane fu spezzato, figura dell’universalità del sacrificio, non così fu il corpo perché altrimenti non si sarebbe identificato nell’agnello pasquale, di cui è detto “In una casa sola si mangerà: non ne porterai la carne fuori di casa, non ne spezzerete alcun osso” (Esodo 12.46; Numeri 9.12). Ancora, Salmo 34.19,20 “Molti sono i mali del giusto, ma da tutti lo libera il Signore. Custodisce tutte le sue ossa: neppure uno sarà spezzato”.
Pensiamo a quanto sia e sia stato considerato Gesù tanto ai tempi in cui visse, quanto dopo: “consegnato agli uomini” secondo Matteo 27.22, quindi al mondo e ai religiosi, viene crocifisso, ma, “dato” a chi lo avrebbe seguito in un modo o in un altro, avrebbe costituito un dono di inestimabile valore che sarebbe stato custodito anche con la celebrazione del Memoriale. Agli uni Gesù viene consegnato “ai capi dei sacerdoti e agli Scribi; lo condanneranno a morte” (Matteo 20.18), agli altri, senza che avessero particolari meriti o qualità, accade il miracolo secondo il quale “Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio” (1 Giovanni 5.11). Se “chi non ama rimane nella morte” (3.11-21), Gesù ha raggiunto il punto più alto dell’amore ed ecco per cui la Sua opera fu perfetta e “il Padre gli ha dato un nome superiore ad ogni altro” (Filippesi 2.9).
È poi interessante osservare che le note al testo greco evidenzino che tanto “è per voi” quanto “dato per voi” sottindendano “spezzato” confermando la relazione con quanto fatto da Gesù. Del resto, traducendo letteralmente Paolo, “è per voi” ha lo stesso verbo “essere” usato per Colui che è, l’ “Io sono”. Non esiste il Figlio di Dio (che si donò alla sua creatura) senza un corpo perché tutta la Sua esistenza sulla terra è dipesa dal fatto di essere anche Figlio dell’uomo.
Quel pane non avrebbe potuto essere dato agli Undici intero perché ciascuno ne prendesse una parte, ma andava ridotto da Gesù stesso in porzioni perché un solo corpo sarebbe stato dato a tutti i credenti in Lui ed è così anche oggi; non per nulla i pani furono moltiplicati in un episodio che, come il nostro, testimonia l’infinito del Figlio così come lo è il fluire ininterrotto del Suo aiuto e del Suo amore. Come non finirono i pani, così non finisce il dono universale del corpo del Signore, fino a quando non sarà completato il numero dei salvati ci sarà sempre un frammento di quel pane spezzato. Ricordiamo anche come, a sottolineare che il pane e il vino non sarebbero stati solo per gli Undici, Matteo e Marco scrivono non “a voi”, ma “per molti” anche se riguardo al “sangue versato”, ma non esiste l’uno senza l’altro. Il tempo “dato”, poi, non può che richiamare Isaia 9.5 “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Un Figlio da ascoltare, seguire, amare, in cui vivere.
Pensiamo anche al significato del dare, che implica qualcosa che viene consegnato liberamente per decisione della persona che lo porge. “Dare” implica un offrire e in questo caso il soggetto è Dio stesso. Gesù, che dà se stesso in sacrificio, dà ai discepoli il pane spezzato. Se ci pensiamo, Iddio inteso come triade, ha sempre “dato”, a partire dal giardino di Eden all’uomo “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2.15) in una dimensione spirituale e santa. Il dono di Dio è sempre gratuito, si acquista “senza denaro e senza pagare” (Isaia 55.1) perché l’uomo non potrà mai estinguere il suo debito, esattamente come quel tale nella parabola che Lo implorava, ben sapendo che mai avrebbe potuto adempiere a quella promessa, “Abbi pazienza verso di me, e ti renderò tutto”.
Invece l’infinita potenza di Dio, nell’amore non meno che nel creare, arriva ad amare il mondo a tal punto da dare “il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia vita eterna”: “perduto” anonimo nel tempo e nello spazio per poi risorgere e condividere con l’Avversario il suo stesso destino, quindi perso due volte. Vediamo che la resurrezione tanto dei perduti quanto dei salvati testimonia il fatto che l’uomo è proprietà di Dio per cui non può sottrarsi in ogni caso alla Sua chiamata, ma il suo destino, da lui scelto, è quello che fa la differenza per l’eternità. Così, l’unico modo che una persona ha per appartenere davvero alla Storia è quello di credere per essere salvata e avere il posto preparato per lei da Gesù in persona nella “casa dalle molte stanze”.
Spezzando e dando il pane agli Undici Gesù compie in prospettiva la stessa azione di quando sarà percosso, umiliato e crocifisso, confermando così che tutto da parte Sua fu volontario. Come dirà a Pilato, “Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza della verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Giovanni 18.37). E la verità si concreta nella celebrazione del memoriale perché, prendendo parte al corpo e al sangue del Signore Gesù, i credenti non fanno altro che anticipare figurativamente ciò che avverrà quanto saranno risorti in salvezza; in Apocalisse 19.9 leggiamo “Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!» Queste parole sono vere”.
E a questo punto possiamo ricordare le parole di Gesù dette all’inizio della cena a proposito del calice inaugurale, “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” (Luca 23.14), frase meglio tradotta da Giovanni Diodati con “…finché tutto sia compiuto nel regno di Dio”, dove il “tutto” è chiaramente il conseguimento del numero di quanti sono scritti nel libro della vita, raggiunto il quale l’esistenza del mondo che conosciamo non avrà più alcun senso.
“Finché tutto sia compiuto”, poi, ci informa che ci sono due tempi nell’opera perfetta del Figlio di Dio perché la prima volta che disse “Tutto è compiuto” fu alla croce, alludendo al fatto che aveva adempiuto perfettamente tutte le Scritture e la Legge e quindi il Suo sacrificio poteva dirsi perfetto secondo le aspettative del Padre in prospettiva che fosse adempiuto (compiuto) il progetto per l’umanità. “Tutto” rappresenta anche la summa di tutte le dichiarazioni profetiche su di Lui che i Giudei non riconobbero allora come oggi. Quando il progetto di Dio arriverà a pieno compimento ci sarà la “festa di nozze” più volte ribadita in parabole ed è questo a cui Nostro Signore allude nel passo di Luca sul non bere “più il frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio” (22.18)
Nel pane e nel vino, quindi, vanno riconosciuti non solo il corpo e il sangue di Gesù, ma anche il Suo progetto. Prendo entrambi gli elementi del memoriale perché in Lui sono e vivo nonostante le mie imperfezioni, il mio peccare che viene perdonato, ma soprattutto faccio parte del Suo progetto secondo Galati 1.4: “Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen”. Sono parole che andrebbero lette come se fosse – e lo è – un testo giuridico. E si noti che il “mondo” è “malvagio” per sua stessa natura e in quanto tale sarà sempre ostile alla Parola di Dio, reale o predicata. Basta guardare a Caino, di cui è scritto che “…era dal maligno e uccise il suo fratello. E per quale motivo lo uccise? Perché le opere sue erano malvage, mentre quelle di suo fratello erano giuste” (1 Giovanni 3.11,12). Il mondo è “malvagio” anche quando parla di pace e solidarietà umana perché si tratta di una caratteristica che proviene dal suo interno più profondo.
Nel pane spezzato e dato, tornando in tema, ci sono anche tutte le conseguenze del sacrificio di Gesù che si dona così come dà il pane ai Suoi: le conseguenze di quel corpo “dato per molti” le vediamo a partire dal momento in cui Pietro parlò nel Concilio di Gerusalemme a proposito dello Spirito Santo dato anche ai Gentili: “Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza il loro favore – le nazioni – concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede” (Atti 15.7-9). Paolo poi, trattando lo stesso argomento in Romani 10.12 scrive che “non vi è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque invoca il nome del Signore sarà salvato”.
Gesù quella sera, spezzando e dando il pane agli Undici, dava se stesso per loro e per tutti quelli che, grazie all’opera degli Apostoli, avrebbero creduto: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Efesi 5.1) perché altrimenti non avremmo un “mediatore” fra noi e il Padre: “Uno solo infatti è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Timoteo 2.6). E in Tito 2.14 abbiamo “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, peno di zelo per le opere buone”.
Il pane spezzato e dato, allora è figura dell’infinito amore di Dio che si rinnova perpetuamente ogni qualvolta che il Memoriale viene celebrato. Amen.
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