17.10 – Uno di voi mi tradirà (Matteo 26.21-25)
21Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 22Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. 24Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 25Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
In pochi versi abbiamo la presentazione di una grande quantità di dinamiche umane e spirituali impossibili da esaurire perché le considerazioni e le applicazioni possibili, come sempre, sono infinite. Ciò che ad esempio mi viene in mente di primo acchito considerando il «Nuovo Testamento» a proposito dell’umanità degli Undici, è l’enorme divario tra ciò che questi erano prima della discesa dello Spirito Santo e dopo: li abbiamo visti – cito i primi esempi che mi vengono in mente – spaventati sulla barca nel Lago di Galilea, credere che Gesù fosse un’allucinazione vedendolo camminare sull’acqua, chiedersi chi fosse colui al quale “il vento e il mare obbediscono”. I tre che componevano il gruppo di più ristretto, Pietro, Giacomo e Giovanni, erano spaventati alla Trasfigurazione, poi tutti i Dodici non riuscirono a scacciare un demone; si dispersero all’arresto di Gesù e qui si rattristano profondamente interrogandosi sulla possibilità che potessero tradire il Maestro, ma poi li vediamo operatori attivi del Vangelo della Grazia, insegnare nel Tempio “annunciando in Gesù la resurrezione dei morti” e non indietreggiare mai più, né avere alcun turbamento nonostante le persecuzioni subite. Li vediamo dimentichi di loro stessi ascoltando la voce dello Spirito e dediti unicamente alla predicazione del Vangelo.
Ciò che trasformò questi uomini non fu solo la fede, che costituì comunque la base della loro vita spirituale, ma lo Spirito di Dio che li rese impermeabili ai criteri di giudizio, ragionamento e condotta tipicamente umani, della carne o, meglio, di essere in grado di dominarli pienamente e così agire come uomini di Dio. Credo che discernere tra ciò che è umano e ciò che è spirituale sia un grande dono perché grazie ad esso si evitano clamorosi fraintendimenti e insuccessi. E ricordiamo che Gesù aveva pregato il Padre in proposito: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. (…) Custodiscili nel tuo nome, quello che tu mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Giovanni 17.9,11). Se non fossero stati custoditi, avrebbero fallito.
Se la Parola di Dio ha potuto propagarsi e diffondersi fino ad oggi, è per l’operato loro e di chi, nel corso dei secoli, ha potuto e saputo tramandarla. Le generazioni si succedono da sempre, eppure non sono mai cessati coloro che si sono applicati ad Essa, ciascuno secondo il proprio dono. La Bibbia è stata tradotta, commentata in un lavoro assiduo che non finirà né potrà dirsi mai esaurito; è stata attaccata, combattuta, ma non è mai stata vinta nonostante innumerevoli tentativi, resistendo anche a quelli per adulterarne il contenuto e la morale anche se nei tempi in cui viviamo, “ultimi” molto di più rispetto a quando operavano gli antichi cristiani, si fa di tutto per distruggerla e sostituire ad essa nuovi credi certamente più consoni alla carnalità dell’uomo.
Considerando l’annuncio del tradimento, vediamo che viene dato per gradi: Gesù aveva già detto “Voi siete puri, ma non tutti” (Giovanni 13.10), “Io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno” (v.18); qui però abbiamo qualcosa di inequivocabile che, andando oltre il significato delle parole e guardando al metodo, ci parla delle rivelazioni di Dio riguardo alle Sue verità: possono essere dirette come avvenuto coi profeti e i Suoi grandi uomini, ma molto più spesso sono progressive e vengono da Lui rivelate poco a poco. Addirittura qui vengono date delle allusioni il cui significato verrà compreso dopo.
Guardando alle cronache dei Vangeli riguardo l’annuncio del traditore, Giovanni è l’unico a darci un dettaglio di come questo avvenne: “Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà»” (13.21). Fu qualcosa che trasparì inequivocabilmente, non sappiamo come, se cioè dal tono della voce, dalla mimica facciale, dalla postura o tutte e tre le cose.
Lo stato d’animo di Gesù è qualcosa di particolare che già era stato descritto con lo stesso termine alla morte di Lazzaro quando vide “Maria piangere e anche i Giudei che erano con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?»” (Giovanni 11.33). Altra occasione fu quanto alcuni Greci volevano vederlo: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!” (12.27).
Ora riguardo al perché di questi stati d’animo possiamo rispondere soltanto che riguardavano la Sua parte umana fisica e spirituale: Gesù non era un dio che, non avendo nulla da fare, si era fatto un giro sulla terra per morire restando insensibile a qualunque emozione, ma condivise fino in fondo la nostra natura talché era impossibile che restasse indifferente tanto di fronte a un’anima che aveva scelto di servire fino alla fine un altro signore, quanto di fronte al tradimento di una persona che aveva respinto sempre ogni sua parola, insegnamento e correzione. Se Gesù fosse stato un dio distaccato, non avrebbe provato nulla nemmeno in quel momento e anche noi, che sappiamo che il tradimento di una persona a noi vicina costituisce un’eventualità sempre possibile, soffriamo comunque quando ciò si verifica. E Nostro Signore non fu uno stoico, nel senso che non abbiamo un solo caso nei Vangeli in cui restò fermo e impassibile di fronte alle vicende umane; il suo stesso condannare nell’ultimo giorno non avverrà certo per suo capriccio, ma sarà la diretta conseguenza di una scelta fatta da quanti non avranno voluto dare luogo all’amore della verità per essere salvati.
Infatti leggiamo “In base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Matteo 12.37), così come Giovanni 3.28, “Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio”. Perché non credere, lo si voglia o no, significa portare su di sé l’enorme fardello di condanna che Gesù stesso è venuto al mondo e alla croce per togliere. La persona e l’opera di Gesù sono un salvagente che viene gettato a una persona che cade in acque turbinose: se non lo si afferra, si muore.
Esaminiamo ora le reazioni dei Dodici all’annuncio del tradimento di uno di loro: tutti si fanno “profondamente rattristati” (Matteo), “cominciarono a rattristarsi” (Marco), Luca pone più l’accento sul fatto che essi volessero sapere chi fosse la persona: “Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avesse fatto questo” (22.23). In effetti l’idea del tradimento era sconvolgente per tutto ciò che questo comportava; chi tradisce viene meno a un impegno assunto, a un obbligo morale, inganna la persona violando la sua fiducia. Tradire implica sempre nascondere qualcosa, occultare, falsare, tenere coperto. Cosa ben diversa fece Pietro rinnegando il suo Maestro e il suo “pianse amaramente” la dice lunga sul fatto che aveva compreso quanto, come uomo, poteva garantire.
Gli Undici, avendo la certezza che uno di loro avrebbe tradito stante il doppio “Amen” del loro Maestro, erano naturalmente rattristati riguardo alle loro persone perché l’affermazione di Gesù li proiettava nel futuro, che ignoravano. Pensiamo: ciascuno di loro chiese al Maestro se fosse lui a tradirlo, cosa che fece anche Giuda, per ultimo, per non insospettire soprattutto gli altri. La domanda di Giuda fu uno stratagemma perché, se fosse stato zitto, si sarebbe immediatamente rivelato. Giuda chiese “Sono forse io, Rabbi?”. Attenzione: tutti gli altri lo chiamano “Signore”, Giuda invece “Maestro”, o “Rabbi”, a dichiarare-stabilire una distanza enorme perché tradire il proprio Signore, anche a livello teorico, astratto, comporta una valenza diversa rispetto a quella del tradire il proprio Maestro. Chiamandolo così, Giuda esclude che Gesù potesse essere il suo “Signore”, è un’idea che respinge, lo ritiene solo uno strumento per chiudere la questione dei 30 sicli d’argento che aveva già ricevuto.
Torniamo però leggermente indietro e cioè alla risposta che Gesù diede ai Suoi al verso 23, “Chi ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà”: è un altro riferimento al traditore secondo “Colui che mangia con me il mio pane, ha alzato contro di me il calcagno”, ma è anche la descrizione letterale di quanto stava avvenendo perché tutti i commensali attingevano ai vassoi della tavola comune; è anche vero che a ciascuno dei quattro vassoi si servivano in tre, e quello che ci interessa vedeva Gesù, Giovanni e Giuda farvi riferimento mentre Pietro, pur anch’egli seduto accanto al Maestro, si serviva da un altro vassoio, non sappiamo assieme a chi.
Marco scrive “Uno dei dodici, colui che mette con le ma mano nel piatto” (12.10), Luca “Ma ecco, la mano che mi tradisce è con me, sulla tavola” (21.21) mentre Giovanni, diretto testimone a pochi centimetri dai protagonisti, ci riferisce più nel dettaglio: “Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola a fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Egli, chinatosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. Sono parole che meriterebbero uno studio a parte, ma che per adesso prendiamo come indicatore del fatto che il messaggio tanto agli Undici che a Giuda fu inequivocabile: “Intinto il boccone, lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariotha” (v. 26).
Fu quello l’ultimo tentativo di Gesù per salvarlo? Nel senso: prese il boccone, lo intinse e glielo diede in modo tale che non potesse rifiutarlo, o piuttosto glielo porse dandogli l’ultima possibilità per scostarsi e non accettarlo? Diciamo che a quel punto da recuperare c’era ben poco, ma quell’apostolo doveva assumersi la responsabilità del suo essere e della sua scelta fino infondo. La sua tragedia, se così la si può definire, fu quella di avere scelto deliberatamente di essere l’avversario terreno di Colui che era ed è il Signore di tutti, lui compreso.
La domanda di Giuda arriva dopo due frasi che avrebbero atterrito e ridotto chiunque a un profondo ripensamento: “Il Figlio dell’uomo se ne va – alla morte –, come è scritto di lui – da Genesi 3.16 in poi –, ma guai a quell’uomo per cui il Figlio dell’uomo viene tradito! – “guai” che fanno riferimento non solo al destino finale dell’apostolo a livello di anima perduta, ma di tutti gli sconvolgimenti che lo avrebbero colto una volta resosi conto del male fatto – Meglio sarebbe stato per lui non essere mai nato”. E chi non è “mai nato” non ha una dimensione, un ruolo, un passato, presente e futuro. Soprattutto, non ha colpe perché la vita non lo ha coinvolto. Del resto, recentemente, abbiamo citato numerosi versi terribili sulla sorte di quest’uomo, sul suo nome dimenticato e quella coltre di oblio oscuro che lo avrebbe avvolto. C’è chi ha scritto che in tutta la Bibbia non c’è sentenza peggiore di questa e che “Guai” implichi al tempo stesso ira e pietà perché da un lato abbiamo la condanna del peccatore che la sceglie e dall’altra la volontà di Colui che non vuole la sua morte (1 Timoteo 2.4, “…il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”).
In conclusione, Giuda chiese se fosse lui a tradire e la risposta “Tu l’hai detto”, è un modo ebraico per dare una conferma ad un’affermazione. Vi è traccia di questo nella parte finale di un dialogo tra Mosè e il Faraone: quando il sovrano d’Egitto gli disse “«Vattene da me! Guardati dal comparire davanti a me, perché il giorno in cui rivedrai il mio volto, morirai», Mosè disse: «Hai parlato bene, non vedrò più il tuo volto»” (Esodo 10.28,29).
A parte questo significato, “Tu l’hai detto” è un formale appello alla coscienza di quell’apostolo: “Tu l’hai detto” quindi sai di esserlo, hai già fatto la tua scelta e, come hai la volontà di tradirmi, puoi avere anche quella di tornare indietro. Credo che questo fu un messaggio istantaneo, rapidissimo, che però rimase inascoltato. Allo stesso modo, stante il fatto che Giuda, Giovanni e Gesù erano vicini perché si servivano allo stesso vassoio, credo che solo l’evangelista abbia sentito questo dialogo che poi rivelò agli altri. Amen.
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