16.36 – IL SERMONE PROFETICO IX: LA VENUTA DEL FIGLIO DELL’UOMO I (Matteo 24.26-28)

16.36 – Il sermone profetico 9: LA VENUTA DEL FIGLIO DELL’UOMO I (Matteo 24.26,28)

 

26Se dunque vi diranno: «Ecco, è nel deserto», non andateci; «Ecco, è in casa», non credeteci. 27Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. 28Dovunque sia il cadavere, lì si raduneranno gli avvoltoi.

 

Due versi fondamentali, intimamente connessi fra loro eppure così distanti: il primo (26) è un richiamo a concetti precedentemente esposti, il secondo (27) è una precisazione alla domanda originariamente posta, “Quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo?”. Ancora, il primo verso, che esamineremo fra breve, comprende alcuni dei precedenti, e cioè il 5, “Molti verranno nel mio nome dicendo: «Io sono il Cristo» e trarranno molti in inganno”, l’ 11, “Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti”, il 23, apparentemente simile a questo, “Se qualcuno vi dirà: «Ecco il Cristo è qui» oppure «È là», non credeteci, perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti”.

Ragionando brevemente su questi versi, sul quinto in particolare, dobbiamo uscire dalla nostra forma mentis pagana che tende a farci considerare il “Cristo” e il “Figlio di Dio” come la medesima persona. È certo così, ma non per gli ebrei per i quali “Cristo”, che significa “Unto” e “Messia” sono la stessa cosa, ma stanno ad indicare il condottiero invincibile, mandato da Dio, che li guiderà alla vittoria sulla schiavitù dai popoli pagani e col dominio su di essi. Ecco allora che Gerusalemme, parlando nel periodo prima dell’anno 70, ne ebbe di condottieri che attirarono molta gente a sé: pensiamo a un certo Gesù, che aveva una banda armata di circa 800 persone, Giusto di Tiberiade, Giovanni di Giscala, condottiero zelota, quelli che vinsero le armate di Cestio Gallo in ritirata e tentarono l’assedio di Ascalona, a Nord di Gaza, rimanendone sconfitti. Per inciso, anche qui vediamo le “guerre e voci di guerre”. Il senso delle parole di Gesù è quindi, parafrasato, “Il Messia che il popolo attendeva è già venuto, gli altri sono impostori perché non potranno mai guidarli verso il mio Regno, che non è di questo mondo”.

A questo punto, affrontando il verso 26, vanno esaminate le due parole tradotte con “deserto” e (molto sbrigativamente) “casa”. Questi due termini, più che un luogo, credo esprimano un concetto perché “éremon” sta a indicare un “luogo solitario, deserto, abbandonato, vuoto” mentre “tamérion” è più complesso ed è utilizzato per indicare una dispensa, un granaio, un tesoro, una stanza interna privata. Questo sostantivo genera un verbo che significa “amministrare, mettere in serbo, riporre, conservare”. “Tamérion” è usato da Gesù in Matteo 6.6 quando leggiamo “Invece, quando tu preghi, entri nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. “In casa”, quindi, indica un luogo appartato, raccolto, nascosto per cui non viene qui applicato agli impostori che, ritirandosi, vogliono dare sfoggio di chissà quale ruolo spirituale. È una forma di travestimento.

Il verso 26 esprime anche un concetto molto importante e cioè quello dell’assoluta diversità con la realtà proposta dal 27 che ci parla della venuta di Gesù non solo relativa all’assedio e presa di Gerusalemme; è quindi un invito a restare saldi nella persecuzione, nei tempi in cui abbonderanno eresie e rinunce alla fede, attendendo il glorioso ritorno del Signore. La “venuta” è sempre possibile, sempre in atto, coinvolge una molteplicità di eventi e significati. Tendiamo poi, con riguardo alla persecuzione, riferirci all’oppressione ostinata ed esasperata di una o più persone contro altre, ma non consideriamo il fatto che il primo persecutore del cristiano è l’Avversario che rivolge le sue attenzioni ad ogni individuo che vorrebbe, o ha voluto, staccarsi da lui. E Satana fece la stessa cosa nei riguardi di Nostro Signore, perseguitandolo prima con Erode, poi con le tentazioni nel deserto e via via con tutte le persone che lo ostacolarono fino ad ucciderlo.

È il diavolo che “porta via la parola dal loro cuore perché, credendo, non siano salvati” (Luca 8.12), che “…aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo” (Giovanni 13.2), che “li tiene prigionieri affinché facciano la sua volontà” (2 Timoteo 2.26); “Come leone ruggente, va in giro cercando chi possa divorare” (1 Pietro 5.8), ma sarà “gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli” (Apocalisse 20.10). Ricordiamoci anche le parole di Gesù a Pietro quando gli disse; “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano, ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno” (Luca 22.31,32). Ma l’accanimento contro gli undici, fondamentali per la predicazione del Vangelo, è lo stesso per qualunque anima che intende affrontare un percorso spirituale.

Analizziamo brevemente questo passo: “ha richiesto”, come avvenuto secoli prima con Giobbe, e la sua istanza è stata accolta. La vagliatura del grano, poi, avveniva gettandolo con una pala in direzione opposta a quella del vento per far sì che portasse via la pula, cioè l’involucro dei chicchi. Lo si faceva poi passare attraverso un setaccio per separarlo da pezzetti di terra o altro materiale col quale si era mescolato eventualmente restando nell’aia. Ecco perché “…ciascuno è attratto dalla sua concupiscenza, che lo attrae e lo seduce; poi le passioni concepiscono e generano il peccato e il peccato, una volta commesso, produce la morte” (Giacomo 2.14). E questo vale per tutti gli uomini; la “morte” è l’interruzione della comunione con Dio.

Le parole del verso 27 da un lato stabiliscono che “il Figlio dell’uomo verrà”, dall’altro che questo non sarà un fatto segreto, (nel deserto o in una camera), ma verrà visto da tutti. Il problema è capire cosa si intenda per “Quando il Figlio dell’uomo verrà” anche perché si tratta di una frase connessa a quella del 28, “Dovunque sia il cadavere, lì si aduneranno gli avvoltoi” e, soprattutto, andando al 34 che contiene l’amen di Gesù, “In verità io vi dico, non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”, si può escludere che qui si parli del Ritorno che tutti aspettiamo. Il Figlio dell’uomo “viene” ogni qualvolta viene posta la parola fine alle iniziative, ai progetti e all’esistenza dell’essere umano. Anche con la torre di Babele vi fu una Sua venuta. Nostro Signore “viene” quando dà luogo ai Suoi giudizi, chiama le persone attraverso la morte oppure, come alla fine dei tempi, per rapire la sua Chiesa, per legare Satana e i suoi angeli nel Millennio e per il giudizio finale, tutti eventi a fronte dei quali l’uomo non può porre alcun rimedio.

Nonostante le parole del verso 27 possano apparire assolutamente pertinenti al Ritorno, quando “Ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto” (Apocalisse 1.7), in realtà il fenomeno della “folgore” che “brilla da oriente ad occidente” ha riferimento con un fenomeno improvviso, con una luce che si vede da ogni parte e che qui va identificata con l’arrivo dell’esercito romano, che aveva nell’aquila il proprio emblema, che si radunerà da ogni parte dove sarà “il cadavere”. In altre traduzioni infatti abbiamo “carname” e “aquile”. E se ne radunarono davvero tante, non solo a Gerusalemme, ma per tutta la Giudea, le cui città furono tutte conquistate: Tito Flavio Vespasiano scelse la X legione Fretensis, la V Macedonica, la XV Apollinaris. Oltre alle legioni, vi furono diciotto Coorti ausiliarie (10.800 uomini) e cinque ali di cavalleria, senza contare il supporto dato da Antioco, Agrippa II e Soemo, re alleati, che fornirono in tutto 6mila arcieri e 3mila cavalieri. La forza romana raggiunse così un numero complessivo di 60mila uomini senza contare le macchine da guerra (160 catapulte) e tutto il personale di supporto che entrarono nella Giudea ed assediarono, prima di Gerusalemme, praticamente tutte le città fortificate, la prima delle quali fu Iotapata nel 67.

Quello che personalmente noto, però, è che Gesù stupisce sempre: quando arriva, in un modo o nell’altro, trova nella quasi totalità dei casi l’uomo impreparato ed ecco perché ci dice: “Vegliate”. Anche la nostra stessa chiamata ad essere dei Suoi è arrivata all’improvviso e così sarà anche al Suo ritorno di cui possiamo leggere, ad esempio, nella seconda lettera ai Tessalonicesi. Gesù irrompe, in un modo o in un altro, nella vita di ognuno: lo fa con la Sua Parola, con un invito a credere per salvarsi. Oppure, a seguito di rifiuti costanti, di inutili rivendicazioni da parte della creatura a costruire la propria vita senza di Lui, con la Sua venuta in giudizio, come fu nel caso della caduta di Gerusalemme, cogliendo quanti si ritenevano al sicuro e confidavano nell’aiuto di YHWH, disperatamente soli, deserti e atrocemente sconfitti. C’è una continuità nonostante il tempo, fra “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti nemici, allora ricordatevi che è vicina la sua rovina” (Luca 21.20) e “Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora subito un’improvvisa rovina verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta, e non potranno sfuggire Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro.” (1 Tessalonicesi 5,3).

Il verso 28, “Dovunque sia il cadavere, là si raduneranno gli avvoltoi”, “aquile” nella traduzione più corretta, rimanda a Deuteronomio 28, anche qui riferito al giudizio su Israele e, penso, per la prima volta alle deportazioni babilonesi del 597, 586 e 582, ma attuali anche per le successive: Poiché non avrai servito il Signore, tuo Dio, con gioia e di buon cuore in mezzo all’abbondanza di ogni cosa, servirai i tuoi nemici, che il Signore manderà contro di te, in mezzo alla fame, alla sete, alla nudità e alla mancanza di ogni cosa. Essi ti metteranno un giogo di ferro sul collo, finché non ti abbiano distrutto. Il Signore solleverà contro di te da lontano, dalle estremità della terra, una nazione che si slancia a volo come l’aquila: una nazione della quale non capirai la lingua, una nazione dall’aspetto feroce, che non avrà riguardo per il vecchio né avrà compassione del fanciullo. Mangerà il frutto del tuo bestiame e il frutto del tuo suolo, finché tu sia distrutto, e non ti lascerà alcun residuo di frumento, di mosto, di olio, dei parti delle tue vacche e dei nati delle tue pecore, finché ti avrà fatto perire. Ti assedierà in tutte le tue città, finché in tutta la tua terra cadano le mura alte e fortificate, nelle quali avrai riposto la fiducia. Ti assedierà in tutte le tue città, in tutta la terra che il Signore, tuo Dio, ti avrà dato. Durante l’assedio e l’angoscia alla quale ti ridurrà il tuo nemico, mangerai il frutto delle tue viscere, le carni dei tuoi figli e delle tue figlie che il Signore, tuo Dio, ti avrà dato. L’uomo più raffinato e più delicato tra voi guarderà di malocchio il suo fratello e la donna del suo seno e il resto dei suoi figli che ancora sopravvivono, per non dare ad alcuno di loro le carni dei suoi figli, delle quali si ciberà, perché non gli sarà rimasto più nulla durante l’assedio e l’angoscia alla quale i nemici ti avranno ridotto entro tutte le tue città. La donna più raffinata e delicata tra voi, che per delicatezza e raffinatezza non avrebbe mai provato a posare in terra la pianta del piede, guarderà di malocchio l’uomo del suo seno, il figlio e la figlia, e si ciberà di nascosto di quanto esce dai suoi fianchi e dei bambini che partorirà, mancando di tutto durante l’assedio e l’angoscia alla quale i nemici ti avranno ridotto entro tutte le tue città” (vv. 47-57).

La parola “cadaveri”, più opportunamente il “carname”, è un modo per definire ciò che resta dell’uomo senza lo Spirito, già così definito in Genesi 6. 3, “L’uomo, nel suo traviamento, non è altro che carne”. Queste ultime parole di Gesù, quindi, si riferiscono nella visione che dà ai discepoli, a tutti gli uomini che lo avranno rifiutato, diventando, così da creature, “carne” che servirà da cibo per animali predatori, che del corpo lasceranno solo ossa. E da qui possiamo comprendere quanto vasta sia la realtà che Nostro Signore dà con queste parole, per cui non è possibile identificarla in un momento storico inequivocabilmente definibile; viceversa, avrebbe specificato il fatto che il Suo ritorno sarebbe stato riferibile ad un unico avvenimento.

Tornando molto brevemente sul concetto di “carne”, sappiamo che l’uomo è paragonato ad una casa, inevitabilmente destinata ad essere abitata da Gesù o dall’Avversario. Chi non lascia entrare Colui che lo vorrebbe salvare, consente automaticamente l’ingresso al proprio assassino. Amen.

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