17.17 – Il Memoriale: il pane, corpo di Cristo 3 (Matteo 26.26 – Luca 22.19)
26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo».
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19Poi prese il pane, rese grazie e lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».
PRENDETE, MANGIATE
Con queste parole si conclude l’orientamento di Gesù ai Suoi quanto al proprio corpo. Marco scrive “Prendete, mangiate”, Paolo – lo ricordiamo – “Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me”, quasi identico a Luca che scrive “dato per voi”.
È importante sottolineare che, a differenza a quanto avvenuto in passato, nessuno dei presenti si scandalizzò per quella frase e il motivo è di una semplicità disarmante, vale a dire che gli Undici compresero ciò che il loro Maestro intendeva, questo perché sono parole analoghe a quanto si diceva nella celebrazione consueta della Pasqua quando il più giovane della famiglia chiedeva al più anziano che la commemorava “Che significato ha per voi questo rito?” e riceveva in risposta queste parole: “Questo è il corpo dell’agnello che i nostri padri mangiarono in Egitto, questa pasqua è il nostro Salvatore e il nostro rifugio”. Non era quindi la stessa Pasqua, ma la sua commemorazione e infatti abbiamo le parole “Fate questo in memoria di me”.
Ora, guardando alla frase detta agli Undici, abbiamo due imperativi, “prendete” e “mangiate” che già introducono ancora una volta il principio della gratuità del dono a seguito di una chiamata. Gli apostoli non avrebbero mai potuto prendere e mangiare di loro iniziativa; se ciascuno si fosse alzato dal proprio posto e fosse andato a prendere quel pane, avrebbe compiuto un gesto assolutamente ordinario e comune, ma in quella sala è Gesù che, ancora una volta, dona sé stesso a una persona che lo accoglie. Prendere il pane significa proprio questo, accettare quanto il Signore ci porge ed ecco perché, celebrando il Memoriale, rinnoviamo quell’offerta prendendolo e – attenzione – mangiandolo, confermando così la nostra appartenenza a Lui e soprattutto di averne bisogno perché, considerando freddamente la cosa, un pezzo di pane non aggiunge nulla a una cena: non sazia, serve a poco e non è considerato. Se però lo inquadriamo nel suo vero significato, vale a dire il pane non come il risultato di una cottura, ma come corpo di Cristo, allora il suo valore diventa inestimabile.
Uno si dà a tutti e allo stesso modo, senza favoritismi perché una sola è stata la Sua morte e non ha sofferto di più per me e meno per te. E tutti i credenti, davanti a quel pane, sono uguali, peccatori perdonati cui è stata fatta la grazia della vita eterna per cui non possono esistere risentimenti o questioni irrisolte davanti a quel simbolo e chi lo prende si assume una grande responsabilità se si trova in condizioni che contraddicono il suo gesto. “Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse comunione col sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione col il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Corinti 10.16,17).
Mi spiego meglio citando le parole dell’apostolo Paolo ai credenti di Corinto: “…non posso lodarvi perché vi riunite assieme non per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova – dell’orgoglio e della carnalità –. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere?” (1 Corinti 11.17.20).
In questo passo, allora, sono racchiuse molte contraddizioni che si verificano ancora oggi nelle Chiese, soprattutto la prima vista nelle divisioni, nelle liti non risolte, negli appianamenti mancati e così ciò che per il mondo è la norma, nella Chiesa diventa un macigno dal peso enorme che grava sul capo e la coscienza di chi assume il pane e il vino in modo colpevole, vale a dire senza essere ciò che Cristo fu per il suo prossimo, ciò che furono gli Undici gli uni per gli altri. La Chiesa dev’essere composta da persone con un unico obiettivo comune, individuale e collettivo: il primo è il servizio per il Signore, che non significa fare chissà cosa, ma può essere benissimo il portare dignitosamente la pena del proprio giorno, cosa che non tutti fanno o accettano. Il secondo è la crescita nell’amore, anche questa cosa che non tutti seguono: se non ho la capacità di vedere nel fratello un perdonato come me, se non assorbo questo principio facendolo mio, non ho capito nulla.
E queste parole non sono scritte così per riempire un foglio, ma fanno parte di una dottrina molto ampia e particolare proprio perché il cristiano si confronta con Dio nel punto più alto proprio col Memoriale. Certo posso pregare, studiare la Sua Parola, vivere il mio quotidiano davanti a Lui, ma quando prendo il pane e il vino mi accosto a Lui con la responsabilità del caso e credo che se nelle Chiese si assumesse il pane azzimo e non quello di tutti i giorni sarebbe una cosa giusta perché responsabilizzerebbe di più le persone: sappiamo il significato che ha il lievito, abbiamo l’esortazione a toglierlo via “…per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (5.7) e soprattutto “Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e verità” (v.8). Eppure, anche se il pane azzimo diventasse una regola, si correrebbe comunque il rischio di sottovalutarlo perché il pericolo terribile che il simbolo si tramuti in forma a sé stante e in abitudine esiste sempre. Infatti, la frase “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” ha valore universale nel tempo.
“Prendere” e “mangiare” costituiscono il risultato di uno spostarsi per fare, ma non per consuetudine o per un rito cui sottoporsi per tradizione: Gesù è l’ ”Io sono”, “lo stesso di ieri, di oggi e per sempre” (Ebrei 13.8) e “Ogni volta che voi avrete mangiato di questo pane e bevuto di questo calice, voi annunzierete la morte del Signore, finché egli venga” (1 Corinti 11.26). Si perpetua il Suo ricordo, ma altrettanto lo deve essere il nostro comportamento e il nostro cuore perché “chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore” (v.27).
“Indegno” cioè non conforme alle Sue aspettative, cioè in presenza di un peccato non confessato e lasciato, di comportamenti e atteggiamenti scorretti, di isole di orgoglio che non vogliamo porre in discussione, di ostacoli che gestiamo volontariamente per resistere allo Spirito e così contristandolo. Chi è vittima o prigioniero di queste cose, ha l’obbligo di astenersi dall’assunzione del pane e del vino nel Memoriale. Ecco perché sempre nella stessa lettera leggiamo “Ciascuno dunque esamini se stesso e poi mangi del pane e beva del calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”.
Quindi è richiesta, prima dell’assunzione del simbolo, un esame di se stessi. Quando ero bambino, la Chiesa di Roma insegnava che non era possibile accostarsi all’eucaristia senza prima essersi confessati e nei versi dell’apostolo Paolo vediamo che l’autoesame non è cosa facile perché non si allude a uno sguardo superficiale, bonario, indulgente, ma a qualcosa di scrupolosamente severo: “esaminare” implica un’analisi, una valutazione, una ricerca, un’indagine, un controllo. Quando c’è un esame, di qualunque tipo esso sia (medico, forense, tecnico) implica sempre una valutazione estremamente accurata, osservazioni dirette e circostanziate; non può essere fatto da persone incompetenti e così dobbiamo essere noi nell’accostarci a quei simboli che sono santi perché rappresentano il corpo e il sangue di Colui che ha dato la vita per noi infinitamente puro, santo e innocente.
E credo dobbiamo prestare attenzione al fatto che stiamo parlando dello stesso Essere che non poteva essere visto dall’uomo senza che vi fosse una sua sopravvivenza: la libertà di accostarsi a Lui liberamente esiste fino al momento in cui esiste un peccato che permane, nel qual caso saremmo colpevoli, avendo letto “mangia e beve la propria condanna”.
Proseguendo nella lettura del testo, poi, troviamo “È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un gran numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo” (vv.30,31).
Abbiamo letto che l’esame siamo noi stessi a farlo e nessun altro: in questo caso ciascuno di noi sa ciò che ritarda il proprio cammino o addirittura lo ostacola e del resto, se ci pensiamo, la responsabilità che abbiamo davanti a Dio è assolutamente personale. Non provvedere a questo esame, comporta un giudizio visto nelle infermità, malattie e in alcuni casi la morte, qui così tradotta ma in realtà l’originale ha “dormire”, termine che allude a quello stato in cui versano i credenti nell’attesa della risurrezione del corpo.
Riguardo al tema degli ammonimenti di Dio, illumina Ebrei 12.5-12: “…avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate dritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire”.
Concludo qui le considerazioni sul pane, corpo di Cristo. Molte di queste saranno valide anche per il vino, Suo sangue. Ho però preferito affrontarli come due temi separati anche se non lo sono perché un corpo vivente implica necessariamente il secondo elemento. Corpo e sangue donato, corpo e sangue di cui nutrirci. Amen.
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