17.07 – Sapeva chi lo tradiva (Giovanni 13.10-11)
10Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Nelle precedenti riflessioni avrei voluto sottolineare due punti, ma non è stato possibile per mancanza di spazio, che riguardano l’onniscienza di Gesù verso l’essere umano che, lo voglia o no, sarà costretto a confrontarsi con Lui.
L’affermazione “voi siete puri, ma non tutti”, infatti, è una considerazione che riguarda l’intimo, la profondità della persona, il suo conscio e l’inconscio di cui Gesù, in quanto Figlio Creatore, ha piena comprensione e lettura. Se ci chiedessimo quando questa Sua conoscenza dell’uomo è riferita dagli Evangelisti per la prima volta, credo che difficilmente sapremmo rispondere; al limite potrebbe venirci in mente il fatto che, quando qualcuno Gli chiedeva un miracolo, Gesù sapeva quanta fede costui aveva, oppure potremmo ricordarci degli abitanti di Nazareth, di cui è detto “lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Marco 6.5,6). Certo lo stupore di Gesù non era dovuto al fatto che non si aspettasse un simile atteggiamento, ma si tratta di una Sua reazione umana considerando il fatto che lì aveva vissuto per circa trent’anni, cifra più che sufficiente per conoscerLo. Possiamo però concludere che il Suo “…cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui” (Luca 2.40) era stato dimenticato dai nazareni che vedevano in Lui unicamente un loro concittadino.
Facciamo ora un confronto fra quanto avvenuto in quel villaggio e, ad esempio, Matteo 8.16 che riguarda gli avvenimenti di Capernaum, “Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati”: vediamo che la compassione e gli interventi di Gesù furono sempre conseguenza della fede presente nei beneficiari che la rivelarono a volte con parole, altre con sguardi, mentre in altre circostanze fu la lettura dell’intimo della persona, assieme al suo vissuto, a procurare l’aiuto risolutivo di Gesù che conosceva tutta la storia delle persone e non solo il loro carattere.
Tornando però al tema della conoscenza di Nostro Signore dell’uomo, è una realtà che compare quasi subito, in Giovanni 2.23-25: “Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”. Quindi, come abbiamo letto, “conosceva tutti”, ciascuna delle persone presenti, così come conosce “tutti” anche oggi indipendentemente dal fatto che credano oppure no, siano salvati, lo stiano per essere oppure siano esclusi dal Suo regno per il rifiuto costante al Vangelo fino alla fine.
Abbiamo anche letto che “non aveva bisogno che alcuno gli desse testimonianza sull’uomo”, cioè gli desse delle informazioni, cosa che invece le altre persone chiedono spesso. La Sua conoscenza riguardava infatti il passato, il presente e il futuro di ciascuno, cosa che è ancora oggi.
Stante questa condizione la pericope “Voi siete puri, ma non tutti” rivela lo stato di assoluzione per gli undici, che avevano creduto in Lui con cuore sincero, e di condanna per uno.
“Puro” lo si dice di una sostanza che risulta esente da mescolanze con altri elementi e che quindi presenta intatte tutte le sue caratteristiche originarie; nel caso del credente comporta l’essere esente da impurità e quindi dal peccato che impedisce la relazione con Dio. Undici discepoli avevano creduto, dato loro stessi cioè tutto quanto potevano, al contrario di Giuda Iscariotha che era rimasto sempre e solo se stesso: nulla in quei tre anni e mezzo circa del ministero di Gesù (miracoli, guarigioni, parabole, discorsi alle folle o ai discepoli) lo aveva mai smosso. Nulla, nemmeno il discorso sul giogo del peccato che umilia e tiene schiavi contrapposto a quello dello Spirito, leggero e che dà sollievo. E come riassunto di quel periodo “l’uomo di Kerioth” aveva concordato il valore della persona di Gesù in 30 sicli d’argento, che abbiamo visto essere il prezzo di uno schiavo.
“Voi siete puri” è l’attestato di innocenza che gli Undici avevano e che possiamo collegare ad Apocalisse 2.17 quando Gesù glorificato dice “Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce al di fuori di colui che lo riceve”: queste parole contengono importanti verità identificabili nella “manna nascosta” che si riferiscono alla piena comunione con Lui, “pane disceso dal cielo” di cui si nutre solo chi Lo ha accolto, allo stato di innocenza di chi a Lui si affida visto nella “pietruzza bianca” che veniva gettata in un sacchetto quando, nei tribunali antichi, occorreva votare per l’innocenza o la colpevolezza della persona, nel qual caso la pietruzza era nera. Il “nome nuovo”, poi, sarà quello definitivo col quale verremo identificati nel Regno di Dio, quello che avremo come cittadini del cielo.
Ancora sull’onniscienza di Gesù sull’uomo è da considerare il commento di Giovanni alle Sue parole “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova nulla, ma tra voi vi sono alcuni che non credono” (6.64): “Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito” (65). Giuda Iscariotha quindi è un concentrato di negatività umane che poi, in un momento preciso, lo lasceranno completamente in balìa di Satana che lo abbandonerà una volta compiuto il suo compito.
Teniamo anche presente che non solo Gesù sa chi non crede, ma conosce nel profondo anche quelli che simulano una fede, di avere un dono, portano indegnamente un abito che li distingue dagli altri uomini o hanno un ruolo nella Chiesa che svolgono, come Giuda, per un tornaconto personale. Ricordiamo anche come questo sarà sempre motivo di eradicazione, come nel caso di Anania e Saffira (Atti 5) e del mago Simone (Atti 8).
La nota di Giovanni “sapeva chi lo avrebbe tradito” pone l’accento sulla parabola discendente Giuda che, non credendo e introducendosi abusivamente nel gruppo dei discepoli, intendeva dapprima di vedere se poteva trarne un guadagno e poi, avuta la responsabilità della cassa comune, trattenere per sé una parte delle offerte.
La situazione di questo apostolo – mi riferisco a prima del tradimento – è la stessa di chiunque va a incistarsi in un contesto ecclesiale rimanendo impermeabile alla Parola che salva, vivifica e rinnova.
Dell’apostolo traditore la Scrittura dice molto, ma ci soffermeremo solo sulle due definizioni che lo riguardano, cioè “Figlio della perdizione” e “ladro”: il primo termine, più che alludere al fatto della predestinazione alla condanna eterna, lo qualifica come una persona dedita ad un ministero avverso a Gesù e al progetto di Dio, lo stesso che avrà quel terribile personaggio di cui l’apostolo Paolo scrive in 2 Tessalonicesi 3-4: “Nessuno vi inganni in alcun modo. Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario”.
Il termine “figlio della perdizione” qualifica allora Giuda spiritualmente, paragonandolo allo stesso anticristo, mentre il secondo, “ladro”, ci informa sulla sua personalità come uomo. Chi ruba pensa solo a se stesso, a un guadagno che può ottenere appropriandosi di un bene altrui, non importa se piccolo o grande. Il ladro ha un profondo disprezzo per la proprietà del suo prossimo, deruba indifferentemente il ricco e il povero. Unica eccezione è costituita da colui che compie un furto per fame, per quanto debba comunque pagare una penale: “Non si disapprova un ladro, se ruba per soddisfare l’appetito quando ha fame; eppure, se è preso, dovrà restituire sette volte e consegnare tutti i beni della sua casa” (Proverbi 6.30).
Abbiamo poi, riguardo a questo tema, un ultimo riferimento a Giuda nella preghiera sacerdotale di Gesù in Giovanni 17.12, “Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome – e quale garanzia migliore, quando è Lui a provvedere? –, quello che tu mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la scrittura”. Giuda disprezzò costantemente il suo Maestro perché altrimenti sarebbe stato fra coloro che il Padre aveva dato al Figlio.
Ora in Giovanni 6.65 abbiamo letto che “Gesù sapeva chi lo avrebbe tradito”, frase che ci parla di come dovette sopportare la presenza impura di Giuda per tutta la durata del Suo ministero sapendo che, essendo a Lui avverso, avrebbe rifiutato qualunque tentativo di recupero che, quando non va a buon fine, non fa altro che aggravare la posizione del possibile beneficiario. Possiamo ricordare, a proposito delle conseguenze della mancata risposta all’amore di Dio, le parole già riportate in altre occasioni a proposito della vigna del Signore: “Che cosa devo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia” (Isaia 5.5,6).
Confrontiamo in proposito Salmo 109.6-19, anche lui già trascritto in una precedente riflessione: “Suscita un malvagio contro di lui e un accusatore alla sua destra! Citato in giudizio, ne esca colpevole e la sua preghiera si trasformi in peccato. Pochi siano i suoi giorni e il suo posto lo prenda un altro. I suoi figli rimangano orfani e vedova sua mogli. Vadano raminghi i suoi figli, mendicando, rovistino tra le loro rovine. L’usuraio divori tutti i suoi averi e gli estranei saccheggino i frutti delle sue fatiche. Nessuno gli dimostri clemenza, nessuno abbia pietà dei suoi orfani. La sua discendenza sia votata allo sterminio, nella generazione che segue sia cancellato il suo nome. La colpa dei suoi padri sia ricordata al Signore, il peccato di sua madre non sia mai cancellato: siano sempre davanti al Signore ed egli elimini dalla terra il loro ricordo. Perché non si è ricordato di usare clemenza e ha perseguitato un uomo povero e misero, con il cuore affranto, per farlo morire. Ha amato la maledizione: ricada su di lui! Non ha voluto la benedizione: da lui si allontani! Si è avvolto di maledizione come una veste: è penetrata come acqua nel suo intimo e come olio nelle sue ossa. Sia per lui come vestito che lo avvolge, come cintura che sempre lo cinge”.
Ricordiamo anche come Giuda Iscariotha non fu mai discriminato né subì un trattamento diverso dagli altri, ma addirittura furono lavati i piedi anche a lui e che non rifiutò quell’interessamento: Pietro, lo abbiamo sottolineato, conscio della sua imperfezione, riteneva un’assurdità il fatto che Gesù gli lavasse i piedi, che i ruoli dovessero invertirsi, eppure accetto quel lavacro quando gli fu spiegato il motivo. Il lavare i piedi a Giuda costituisce un atto in cui non possiamo vedere una contraddizione perché tramite quello gli fu offerta una delle tante possibilità di tornare indietro. In altri termini, la scelta di tradire il Maestro doveva essere sempre e soltanto sua, non avrebbe mai potuto addurre un motivo diverso da una spinta personale ed egoistica.
Tra l’altro, proprio il lavare i piedi a Giuda ci insegna che a nulla servono le benedizioni o le preghiere che alcuni chiedono pur non abendo la minima intensione di cambiare atteggiamento o metodo di vita perché, altrimenti, questo apostolo non si sarebbe caratterizzato così negativamente.
Ho letto, in un recente studio su questo componente del gruppo apostolico, che Gesù andò a morire anche per lui, ma è una teoria accettabile solo se la si prende come assoluto: certo Nostro Signore ha dato se stesso in sacrificio perché tutti gli uomini se ne potessero appropriare, ma è quando ciò non si verifica che questo Suo immolarsi viene annullato e vilipeso. Si tratta quindi di una generalizzazione pericolosa. È infatti il rifiutare Gesù come salvatore che costituisce la “bestemmia contro lo Spirito Santo” che “non sarà mai perdonata” (Matteo 12.31).
L’uomo ha bisogno della remissione del peccato che ha ereditato in Adamo, ma anche di tutti quelli che, nella sua distrazione, commette. Ecco perché, quando Gesù si alzerà e tornerà alla tavola della cena, chiederà ai discepoli se avevano capito ciò che aveva fatto per loro. Amen.
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