11.24 – IL PROFETA ELIA II/IV: L’INTERPRETAZIONE (Matteo 17.3-8)

11.24 – Elia  II: l’interpretazione (Matteo 17. 3-8)

 

10Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». 13Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

 

Redatta, per quanto brevemente, la “carta di identità” di Elia, cercheremo di affrontare un problema piuttosto ostico, e cioè la domanda dei discepoli, “perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”che riflette l’opinione degli ebrei del tempo. La risposta di Gesù è lapidaria, va al nocciolo della questione e presenta ciò che i dodici dovevano sapere per non sviarsi, e cioè “Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto”, con chiaro riferimento alla persona e all’opera di Giovanni Battista. Qui Gesù dà ai suoi discepoli l’interpretazione corretta a fronte di una quantità di opinioni che li disorientavano, cosa che per noi non è perché, a differenza di loro, possiamo contare sulla totalità del Vangelo scritto e delle Epistole.

Per avere un quadro generale delle opinioni attorno a Elia a quel tempo occorre prendere in esame gli scritti di allora, come la letteratura intertestamentaria, cioè quella costituita dagli scritti non ritenuti sacri oltre i libri non accettati dal canone ebraico (Giuditta, Tobia, I e II Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc e la versione greca del libro di Ester). Accanto a questi ve ne sono altri che, nonostante non accolti e posti sullo stesso piano degli altri, forniscono comunque testimonianza non della Verità, ma di quella che era l’opinione dell’autore e di quanti la condividevano.

Si riteneva ad esempio che Elia, con Mosè, Isacco, Giacobbe, Giosuè e Daniele, sarebbe tornato con tutti gli altri profeti che il popolo aveva ucciso oppure che, giungendo su un carro di fuoco, quel profeta avrebbe comunicato i segni che avrebbero annunciato la fine del mondo, come tenebre, fuoco e caduta delle stelle. Potrebbe sembrare un estensione  di Malachia 3.23, (“Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore”), ma in realtà era interpretato come evento autonomo. Del I sec. a.C. è il libro di Enoch, che collega Elia strettamente al Messia in una visione nella quale agisce prima del giorno del giudizio come Suo precursore ma, nonostante questo, pare essere considerato come figura salvifica autonoma.

Abbiamo poi la letteratura di Qumran, nella quale il profeta è presente in un solo frammento in aramaico in cui leggiamo “Vi manderò prima Elia” senza specificare di cosa. L’ attesa di un precursore, comunque, non si era interrotta, ma continuava in molti ambienti, compreso quello degli Esseni che gli attribuivano un ruolo di riconciliazione visto nella frase “In verità i padri vanno dai figli”. Si tratta di due frammenti importanti, perché testimoniano che nella Palestina in cui poi operò Gesù c’era effettivamente questa attesa elianica prima di un evento che avrebbe risollevato il popolo d’Israele. Una visione certo confusa, ma corretta se interpretata alla luce dei dati che abbiamo oggi.

Nella letteratura Targumica, cioè quella inerente la versione aramaica della Bibbia, andando l’ebraico progressivamente in disuso, Elia è raccordato a Fineas, uno dei capi delle casate dei leviti secondo Edodo 6.25. Fineas uccise con una lancia Zimbri con la moglie Cozbi, madianita, perché la loro unione aveva violato il divieto di Dio di unirsi con pagani; successivamente, in Numeri 13.6-7, Fineas è citato come uno dei capi nella spedizione contro i madianiti, rei di aver portato il popolo di Israele all’idolatria. Fineas, che nella tradizione dell’Antico Patto ricopre il ruolo di chi punisce l’idolatria e la contaminazione coi pagani,  è definito in un manoscritto “l’altro sacerdote Elia, che alla fine dei giorni sarà mandato dagli esuli di Israele”, identificazione fatta perché le parole “messaggero” e “alleanza” vengono usate nella Scrittura per entrambi, Elia e Finees.

Abbiamo infine gli scritti rabbinici che presentano il tema del ritorno di Elia molto frequentemente: nella maggioranza di questi testi il fatto che avrebbe convertito “il cuore dei padri ai figli”e viceversa era interpretato col fatto che avrebbe risolto tutte le dispute al fine di costruire la pace nel mondo, ma anche tutte quelle questioni teologiche sulle quali i rabbini non erano d’accordo o non in grado di fornire delle risposte. Elia sarebbe stato l’arbitro definitivo, decidendo sulle questioni genealogiche, regolarizzando i matrimoni misti in vista della purità rituale e, in altri passi, sarebbe stato anche responsabile della resurrezione dei morti.

Riassunto, forse banale ma stringato di tutte le convinzioni, è che il riferimento al Messia era secondario e la convinzione più forte era quella che Elia avrebbe caratterizzato l’era messianica, anche se non si sapeva bene come. Una forte traccia di questa confusione la vediamo alla croce, quando in Matteo 27.47-49, al grido “Elì, Elì, lemà sabactàni?” udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia».(…) Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se Elia viene a salvarlo!»”.

Tenendo presente il principio rivelato da Gesù “Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto, anzi hanno fatto di lui ciò che hanno voluto”, in un manoscritto del III secolo d.C., ci si chiede se si può bere vino nel giorno della venuta del Messia e si risponde che è vietato “perché Elia non è ancora venuto”.

È indubbio che in molti scritti giudei del I secolo a.C. era radicata la convinzione che Elia sarebbe venuto prima del “giorno del Signore”e, di conseguenza, era facile considerarlo come precursore del Messia.

“Prima”, quindi riprendendo la domanda dei discepoli, “deve venire Elia”: è un’opinione alla quale dovevano aver creduto e sarebbe rimasta latente in loro se non lo avessero visto – e sentito – parlare con Gesù alla trasfigurazione; da quella visione sul monte, allora, derivò un disorientamento perché non riuscivano a capire come mai proprio quell’Elia, presente fisicamente a poca distanza da loro, non fosse venuto “prima”, ma si fosse rivelato solo in quella circostanza.

A questo punto Gesù fuga ogni dubbio, e cioè che l’insegnamento degli scribi era corretto, perché “Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa”, oppure “Veramente deve prima venire Elia”(Marco 9.13) dove quel “prima”si riferisce proprio a “prima”di Gesù. Per inquadrare correttamente i due versi, in cui il “venire” è messo da Matteo al futuro perché gli preme collegarsi a Malachia, occorre rifarsi alle nozioni che già possediamo su Giovanni Battista e andare a quegli episodi che abbiamo già esaminato, dall’annuncio a Zaccaria alle sue risposte alla delegazione venuta a Gerusalemme per interrogarlo. Il “ristabilirà ogni cosa”detto da Gesù non vuol dire che la predicazione dell’Elia che lo aveva preceduto avrebbe avuto un effetto immediato negli uomini, ma rivela le intenzioni di Dio riguardo ad Israele, cioè che avrebbe potuto convertirsi. Il “ricondurre il cuore dei padri verso i figli”e viceversa è una verità riferita alla connessione fra l’Antico e il Nuovo patto in un legame indissolubile di continuità e aggiornamento, rivelazione. E il “ristabilirà”di Elia-Giovanni Battista non si riferisce ad una sorta di edificazione miracolosa, ma al verificarsi di una serie di eventi riconoscibili da chi avrebbe voluto davvero accogliere il Cristo e non altri. Giovanni, infatti, sappiamo che è l’ultimo profeta della dispensazione della Legge, il ponte fra la vecchia e la nuova, e il primo della Grazia.

Come la storia di ogni uomo è costituita da piccoli, ma incessanti passi e tappe, così avviene per il popolo di Dio, sia questo Israele oppure la Chiesa. Ricordiamo le parole di Gabriele: “Ricondurrà molti figli di Israele al Signore loro Dio”, cioè porrà le basi perché questo possa avvenire. Nel suo ministero, Giovanni Battista fece proprio questo, cioè predicò il ravvedimento, in vista del Salvatore. Nel “ristabilirà ogni cosa”possiamo così discernere tutti i tentativi possibili perché gli uomini potessero porsi nelle condizioni di accogliere il Cristo e, se leggiamo gli episodi in cui Giovanni fu protagonista, vediamo che ebbe sempre una funzione perché il cuore degli uomini fosse mosso all’accoglimento del Figlio di Dio: predicò, battezzò, quando venne il momento indicò in Gesù “l’Agnello di Dio”e si mise da parte con le parole “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”(Giovanni 3.30), a conferma del fatto che la sua opera stava per concludersi.

Il “ristabilire” di Elia-Giovanni è poi collegato a quello di Gesù Cristo, secondo il discorso di Pietro nel Tempio: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi – nei vostri cuori – colui che vi aveva destinato come Cristo cioè Gesù. Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, della quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi profeti fin dall’antichità” (Atti 3. 19-21). Questa è stata la funzione di Giovanni Battista-Elia, un tassello importante in vista della realizzazione di quel progetto, di respiro ben più ampio, che è la nuova creazione in cui vivranno tutti coloro che hanno creduto e agito secondo quanto è a loro stato dato.

“Elia è venuto e non l’hanno riconosciuto”: c’è una chiara accusa in queste parole, riferita alla cecità della mente e del cuore che il Battista stesso aveva denunciato con la frase “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire l’ira futura?”(Marco 1.15), domanda che viene rivolta perché lì il loro “maestro” non poteva essere che l’Avversario cui gli scribi e i farisei davano ascolto.

“Anzi, hanno fatto di lui ciò che hanno voluto”, chiaro riferimento da un lato alla congiura dei due gruppi perché fosse arrestato da Antipa, e allo stesso re che non diede ascolto alle sue parole e a quel senso di timore che queste generavano il lui. “Ciò che hanno voluto”, cioè consapevolmente, per quell’ “ignoranza” che non è frutto di un non sapere, ma di un non voler distinguere i segni dei tempi non accogliendo le Parole di vita eterna. “Tu solo hai parole di vita eterna”.

Gesù conclude il suo intervento con parole semplici, “così anche il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”: la Parola che “si è fatta carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, che avrebbe dovuto suscitare la conversione del Suo popolo, verrà da lui condannata a morte e uccisa; così fanno tutti coloro che hanno uno spirito contrario. È probabile che Matteo qui riporti questa frase impiegata nel tentativo di far comprendere ai discepoli un principio che per loro rimase incompreso e che Marco ci consente di identificare: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti”(9. 9,10).

Con l’espressione “soffrire molte cose”, Gesù allude poi alle sofferenze morali e spirituali che il Suo Sacrificio avrebbe comportato, condizione che Marco descrive col termine “annichilito”, più corretto rispetto a “disprezzato” che altri riportano. “Annichilire” ha infatti tra i suoi sinonimi “annientare”, “ridurre al nulla”, distruggere”. E qui sempre l’apostolo Pietro dice “Voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”(Atti 2.23,24). La volontà degli iniqui a fronte di quella di Dio. “Voi avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse consegnato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio lo ha risuscitato dai morti”(3.14).

Il verso che conclude l’episodio in cui Gesù scendeva dal monte coi suoi, testimonia quanto sia distante l’insegnamento dello Spirito da quello della carne: “Allora essi compresero che parlava di Giovanni Battista”: per loro era importante capire “Perché dicono gli scribi che prima deve venire Elia”, lasciando in secondo ordine la morte del loro Maestro. È bello però vedere che, dalle parole di Pietro citate poco prima in Atti, parlò proprio di quella morte salvifica facendo riferimento alle verità infinite contenute nella morte e resurrezione di Gesù. La rivelazione pose lui e gli altri undici in un altro ambito di conoscenza ed esperienza oggi a portata di ogni cristiano, ma cui ben pochi pensano. Amen.

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11.23 -IL PROFETA ELIA I/IV: LA VITA (MATTEO 17.3-8)

11.23 – Elia I/IV: la vita (Matteo 17. 3-8)

 

10Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». 13Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

 

La domanda dei discepoli a Gesù “Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia”sappiamo che fu rivolta a Gesù dopo la proibizione di parlare a chiunque dell’evento di cui erano stati testimoni, la Sua trasfigurazione. Notiamo che non viene chiesto il motivo del divieto, ma che l’attenzione dei discepoli si sposta sull’identità di Elia che avevano visto poco prima parlare con Lui: Pietro, Giacomo e Giovanni, infatti, probabilmente non avevano ancora capito che Mosè, a parte il ruolo fondamentale da lui avuto, rappresentava ormai il passato pur nella sua continuità e grandissima importanza, ma attorno ad Elia avevano certamente delle conoscenze confuse, al pari dei loro conterranei. Credo allora sia necessario aprire una parentesi in questi nostri studi che hanno la persona e l’opera di Gesù al centro, e compilare una carta d’identità di questo profeta così importante, inquadrandolo tanto per la vita che ebbe, quanto riportando le credenze attorno a lui, per poi finire sviluppando il ruolo che gli è riservato nel tempo futuro. Molti versi che riporterò sono solo la parte indispensabile, riassuntiva.

Elia è detto “il tisbita”perché originario di Tisbah, nel paese di Galaad; apparteneva alla tribù di Beniamino e visse nel IX secolo a.C.; nulla si sa della sua formazione né della sua vita fino al momento in cui il suo nome irrompe nel primo libro dei Re al capitolo 17 quando si presenta davanti al re Acab di cui è detto, al capitolo 16, che “fece ciò che è male agli occhi del Signore più di tutti quelli prima di lui. Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo– l’idolatria –, figlio di Nebat, ma  prese anche in moglie Gezabel, figlia di Etbàal, re di quelli di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. Eresse  un altare a Baal nel tempio di Baal, che aveva costruito a Samaria. Eresse anche il palo sacro – tradotto anche con “bosco” inteso come luogo per i sacerdoti e i riti esterni –e continuò ad agire provocando a sdegno il Signore, Dio di Israele, più di tutti i re di Israele prima di lui”(vv.31-33). È importante tenere a mente le parole di Elia ad Acab: “Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada, né pioggia, se non quando lo comanderò io”(17.1).

Nello stesso capitolo abbiamo il miracolo della farina e dell’olio della vedova di Sarepta, citato a proposito di quello dei pani e dei pesci operato da Gesù, donna presa da Lui ad esempio quando disse “C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone”(Luca 4. 25.26). Oltre ai due miracoli citati, Elia fu anche protagonista della resurrezione del figlio di quella vedova.

Proseguendo, al capitolo 18, abbiamo il famoso incontro coi profeti di Baal che, nonostante i loro riti prolungatisi per ore, non riuscirono a compiere il miracolo richiesto, cosa che invece fece Elia, ed il loro sterminio. Il capitolo successivo, il 19, dà dei cenni sulla psicologia e le azioni di Gezabel, ma soprattutto fornisce dati fondamentali sull’esperienza del profeta: mentre dormiva nel deserto in cui si era rifugiato, fu svegliato da un angelo che gli aveva portato da mangiare “una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua”(1 Re 19.5): ricordiamo la presenza degli angeli quando Gesù terminò il suo digiuno, che  quando “il diavolo lo lasciò, ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”(Matteo 4.11).

Elia, al pari di Mosè – e qui c’è un’altra connessione interessante con l’episodio della trasfigurazione appena esaminato – “camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb”, sul quale erano state consegnate le Tavole. E qui abbiamo un episodio particolarissimo: “Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». Gli disse: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”(vv.9-13).

Confrontando ora ciò di cui Elia fu testimone col racconto del libro dell’Esodo riferito a Mosè, abbiamo delle differenze sostanziali: “Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di corno: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore.(…) Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco, e ne saliva il fumo come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono del corno diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce”(Esodo 19. 16-19).

Quando allora è il popolo a venire chiamato a seguire il Signore, questi si rivela con potenza, ma quando ad essere chiamato è il singolo, allora abbiamo una manifestazione molto più particolare, che punta dritto alla persona nel modo più naturale possibile. Ricordiamo come Iddio si presentò a Mosè la prima volta: con il pruno ardente. Non vi erano terremoti o vento, ma lo stesso monte, l’Oreb, e una fiamma di fuoco in mezzo al pruno, o “roveto” come altri traducono. Per Elia in particolare la brezza leggera fu un insegnamento che andò al di là del messaggio che Dio aveva per lui, preceduto dalla domanda “Che cosa fai qui, Elia?”, alla quale anche noi dovremmo dare una risposta ogni qualvolta ci avviciniamo a Lui.

“Cosa fai qui”è una domanda molto impegnativa perché coinvolge tutta la persona: deve dare ragione della sua presenza davanti a Dio, di quello che ha fatto, pensato. Si trova di fronte al Dio in ascolto che automaticamente lo valuta: siamo lì per chiedere o per ascoltare? Quanto portiamo della nostra umanità carnale davanti a Lui? Ci presentiamo a mani vuote?

Tornando al modo con cui il Signore si rivelò, se terremoto, fuoco, vento impetuoso, tuoni e fulmini sono elementi che spaventano, che ci parlano di giudizio, vaglio, potenza, la brezza certamente no: questa si riferisce alla tranquillità di Dio, che ricordiamo “passeggiava nel giardino alla brezza del giorno”(Genesi 3.8). Mosè ed Elia, quindi, avevano bisogno di conoscere, attraverso il modo con cui si rivelò, un altro aspetto di Dio, che contempla anche le cose minime, del tutto naturali e sommesse, che non suscitano ammirazione o timore per la loro fragorosità e imponenza, che non lo fanno conoscere come giusto giudice, ma come Padre prima di tutto amorevole. Non a caso la “brezza”, a parte questi due versi, è impiegata nella Scrittura nel Cantico, dove in 2.17 leggiamo “Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, ritorna, amato mio, simile a gazzella o a cerbiatto, sopra i monti degli aromi”. Ancora in 4.6, “Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, me ne andrò sul monte della mirra e sul colle dell’incenso”. E il Cantico ci parla di un amore senza errori né fine, in cui la visuale dell’Altro non è inquinata da un sentimento generico, ma dall’unicità della Sposa e dello Sposo visto nella frase “Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia fra le ragazze. Come un melo fra gli alberi del bosco, così l’amato mio fra i giovani”.

Elia, proseguendo nei suoi dati biografici, chiamò Eliseo gettandogli il suo mantello. Poi fu al tempo stesso strumento di Dio perché Acab si pentisse: nonostante le parole “In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabel l’aveva istigato”(21.25), ai versi 27-29 leggiamo “Quando sentì tali parole– quelle che Elia gli rivolse per ordine di YHWH –, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa, La parola del Signore fu rivolta a Elia, il Tisbita: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poi ché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio”, Achazia, anch’egli idolatra e col quale Elia avrà a che fare.

Elia, per il potere datogli da Dio, fece piovere fuoco dal cielo per una volta (1 Re 18.38) più due (2 Re 1.10), uccise i profeti di Baal, percosse le acque del Giordano col proprio mantello arrotolato “che si divisero di qua e di là”(2 Re 2.8), altro riferimento a Mosè, e infine, quando era in compagnia di Eliseo, “mentre continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo”(Re 2.11).

Questo breve excursus sul profeta altro scopo non ha se non quello di raccogliere dei dati strettamente inerenti al piano che ho previsto per lo studio su di lui e non può in alcun modo sostituire la lettura individuale, ma possiamo comunque raccogliere in sintesi ciò che effettivamente fu: un uomo di Dio da Lui chiamato. Con questa qualifica, che non scelse ma evidentemente accettò, fu un uomo che riprese comportamenti volutamente errati e devianti altrui in quanto la Legge esisteva ed era nota. I suoi miracoli da sottolineare, non perché più importanti, ma perché verranno utili più avanti, sono quelli della siccità e della pioggia, ed infine il fuoco che divorò per due volte gli inviati di Achazia, in altrettanti gruppi di cinquanta più il loro comandante, oltre che l’olocausto che i profeti di Baal non riuscirono a bruciare. Inoltre, fu rapito da Dio, azione avvenuta certamente non senza scopo.

Se Gesù era disceso dal cielo, cioè quella dimensione a noi inaccessibile, e al cielo tornava, non così può dirsi di Elia e, prima di lui, Enoch, che vennero dalla terra, ma a lei non tornarono come tutti gli altri uomini. E poiché Iddio non fa nulla senza uno scopo, il loro rapimento ci parla di un essere messi da parte per uno scopo preciso, unico, che è stato rivelato nel capitolo 11 dell’Apocalisse, ma che non si è ancora compiuto perché i tempi non sono ancora quelli in cui dovranno operare. Tra l’altro, proprio la vicenda del rapimento di Elia sarà quella su cui si interrogheranno e Maestri per secoli, basandosi su Malachia 3.23 già citato in altro studio: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore”.

Ultimo riferimento possibile è al libro del Siracide, deuterocanonico, che nel capitolo 48 parla di Elia (e poi Eliseo) con parole molto importanti soprattutto al verso 10 in cui è impossibile non discernere l’opera dello Spirito Santo nella rivelazione: “Tu sei stato assunto in un turbine di fuoco, su un carro di cavalli di fuoco; tu sei stato designato a rimproverare i tempi futuri, per placare l’ira prima che divampi, per ricondurre il cuore del padre verso il figlio e ristabilire le tribù di Giacobbe”.

Questo verso allora esprime tre periodi: il primo è quello della storia passata, di cui molto abbiamo letto. Il secondo, contrariamente ad ogni logica o possibilità carnale, anticipa l’impiego di Elia nei tempi a venire, per noi e per l’autore del libro, mentre il terzo ha connessione con l’opera di Giovanni Battista e del Signore Gesù Cristo perché le parole dell’Angelo a Zaccaria furono, tra le altre “Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”(Luca 1.13). Attenzione che Gabriele non disse che suo figlio ed Elia sarebbero stati la stessa persona, ma che Giovanni, che avrebbe avuto il suo stesso “spirito e potenza”, avrebbe potuto essere a lui assimilabile. Per Gesù Cristo, invece, valgono le parole del cantico di Paolo nella lettera agli Efesi sullo scopo del piano di salvezza per ogni credente: “Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi – la grazia – con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”. Amen.

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