17.29 – Chiedere nel Suo Nome (Giovanni 14.12-14)
12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Nei versi precedenti abbiamo considerato le parole di Gesù a Filippo e agli Undici riguardo alla Sua identità: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre?». Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il padre, che rimane in me, compie le sue opere”. Abbiamo visto che, con queste frasi, il Maestro volle evidenziare l’assurdità della richiesta del quinto Apostolo alla luce del fatto che tutto il Suo Ministero era stato rivolto prima di tutto a far conoscere il Padre, la cui identità era rimasta velata per gli uomini dell’Antico Patto, quindi “Mostraci il padre, e ci basta” non aveva senso. Gesù era quindi il Figlio di Dio venuto nel mondo come tramite per una nuova relazione che si sarebbe potuta instaurare fra il Padre, che avrebbe garantito loro un futuro nell’eternità, e gli uomini.
Ricordiamo infatti il testo di Geremia 29.11-14 che, per quanto indirizzato agli ebrei esiliati a Babilonia sotto Nabucodonosor, trovano il suo punto più alto oltre il riferimento al loro ritorno in patria: “«Io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. Voi m’invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; io mi lascerò trovare da voi»”. La venuta di Gesù, con tutto il Suo Operato, rappresentò allora una nuova apertura che poi è la dispensazione della Grazia.
Ciò che abbiamo esaminato nello scorso capitolo, però, era solo una premessa perché con questi nuovi versi Nostro Signore passa ad affrontare le conseguenze dell’accoglierLo che avrebbero riguardato non tutti i credenti che sarebbero venuti dopo di Lui, ma quelli che avrebbero dato un contributo determinante alla diffusione del Vangelo inteso nel suo significato etimologico di “Eu – buono” e “anghélion – annuncio, messaggio, notizia”, non la Sua biografia come erroneamente inteso da molti.
Che fa da ponte fra i due periodi del nostro testo è il verso 11, “Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse”: nei versi precedenti, infatti, abbiamo parole rivolte a Filippo che lo aveva interpellato, ma da qui in poi Gesù passa all’utilizzo plurale, “Credete a me” e da qui, dopo il doppio amen come consuetudine di Giovanni, passa a “chi crede in me”. È di fondamentale importanza sottolineare che quel “chi crede” non può e non deve essere generalizzato perché altrimenti il cristianesimo avrebbe avuto una serie ininterrotta di miracoli dalla Chiesa primitiva ad oggi e tuttora avremmo ogni sorta di eventi in tal senso. Sono invece sorti tanti artifici e “veggenti” che hanno impegnato non poco la Chiesa ufficiale che, il più delle volte, li ha classificati come truffe. Oggi già una vita che si converte è di per se stessa un miracolo.
È indubbio invece, come testimonia il libro degli Atti, che gli eventi eclatanti a causa della fede si siano verificati proprio perché andava testimoniata l’opera del Dio Unico che si rivelava anche attraverso di essi, altrimenti la Chiesa avrebbe potuto essere intesa come un’associazione di nostalgici di un grande profeta ormai morto (come tutti quelli prima di lui), i cui seguaci più stretti affermavano che era risorto, senza possibilità di manifestazioni autorevoli e soprattutto incontestabili.
Un passo correlato a quello che stiamo esaminando è reperibile in Marco 16.17-18 che riporta le parole di Gesù dopo la Sua risurrezione: “Questi sono i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Ora il fatto che anche qui si tratta di promesse adempiute è certo: “Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (Atti 2.4), poi è scritto che “le folle unanimi prestavano attenzione alle parole di Filippo – il diacono – sentendolo parlare e vedendo i segni che compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono guariti” (8.5). L’identità di Filippo come diacono è rilevabile al verso 1 quando veniamo informati che “In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria”, quindi l’apostolo Filippo rimase in città.
Proseguendo nell’individuazione dei riferimenti di Gesù, abbiamo poi i miracoli operati da Pietro e Giovanni (lo storpio guarito alla porta del Tempio detta “Bella” (3.1-10), dal solo Pietro (ad esempio tra i tanti riportati quello in giudizio di Anania e Saffira in 5.3-10) da tutti gli Undici quando leggiamo che “Molti segni e prodigi avvenivano tra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre di più, però venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti” (5.12-16). Penso a cosa provarono gli avversari di Gesù che poco tempo addietro erano convinti di essersi liberati per sempre di Gesù e di non sentirne più parlare.
Ricordiamo la guarigione del paralitico Enea (9.32-35), la risurrezione di Tabità (vv.36-42) e infine Paolo a Malta, morso alla mano da una vipera senza che nulla gli accadesse (28.3-6) oltre alla guarigione del padre di Publio, governatore dell’isola: “Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti” (vv.7-9).
Gesù, tornando al nostro testo, dice ai Suoi che “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste”: ecco adempiuto il Suo insegnamento sulla fede che, quando fu pronunciato, parve loro sicuramente un’esagerazione ma, alla luce di quanto poi avverrà, non la fu affatto: “In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte; «Spostati da qui a là», ed esso si sosterà, e nulla vi sarà impossibile” (Matteo 17.20 e riferimenti).
È però doveroso chiedersi cosa abbia voluto dire Gesù con “ne compirà più grandi di queste”: prima di tutto la “maggiore grandezza” deriva dal fatto che Lui poteva compiere quelle opere perché era, come abbiamo letto, “Potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinti 1.24), ma dei semplici uomini, peccatori perdonati e salvati, non avrebbero potuto da se stessi agire come fecero. In secondo luogo teniamo presente che il Suo ministero si svolse, salvo brevi eccezioni, nel territorio di Israele, mentre gli Apostoli portarono il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto. E qui troviamo anche un’ulteriore ragione dei miracoli che diedero modo a quanti li compivano di correggere le false opinioni che sorgevano nella gente: a Gerusalemme fu confermato che nel nome di Gesù, “che voi avete crocifisso” (Atti 2.36) la gente guariva da infermità e malattie e fra i pagani, che “chiamavano Barnaba «Zeus» e Paolo «Hermes» oltre a voler offrire un sacrificio di ringraziamento agli dèi, fu portato il messaggio della fede nel “Dio vivente, che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano” (14.8-18).
Il motivo di queste opere è “Perché io vado al Padre”. E mi vengono in mente le parole “I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”: Gesù venne in mezzo ai poveri materiali e spirituali, avrebbe abitato in mezzo a loro portando la Sua Luce per breve tempo, 3 anni e mezzo circa (o 33 della Sua vita), e salendo al cielo avrebbe lasciato la Chiesa che sarebbe stata in grado di portare avanti la Sua opera grazie allo Spirito Santo, disceso da dove Lui era salito. E al verso 18 di questo stesso capitolo comunica agli Undici il Suo progetto: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete”. Da ciò ne consegue, per relazione, che ogni cristiano è un rappresentante di Gesù, con tutta la responsabilità che questo comporta.
“Perché vado al Padre” è una frase che racchiude il progetto di JHWH sulla creazione: semplificando di molto, a Lui spettò il compito del creare, al Figlio quello di comunicare la Sua volontà nei tempi antichi e di rivelarlo nella Grazia per poi tornare nella Gloria presso di Lui, allo Spirito Santo il ruolo di sostenere e guidare i credenti nella Chiesa. Se Gesù fosse rimasto sulla terra, gli uomini non avrebbero potuto assistere alla testimonianza della Sua Parola portata in tutto il mondo. In 16.7 dirà “Vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore. Se invece me ne vado, lo manderò a voi”.
Arriviamo così ad un verso molto impegnativo, direi tanto per Gesù che per quanti si sarebbero rivolti a Lui in Spirito in preghiera: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò”, alla quale fa subito seguito la ragione di questo Suo agire, “perché il Padre sia glorificato nel Figlio”. Questo “Qualunque cosa”, quindi, non può essere generalizzato nel senso che le richieste che veicoliamo attraverso il Figlio devono essere prima di tutto di ordine spirituale senza coinvolgere vicende umane. Certo che siamo liberi di presentare in preghiera “ogni cosa”, ma il contesto cui allude Gesù in questo caso è diverso. Ricordiamo che per tutti i credenti vale il principio dell’ascolto di Dio, che sa i nostri bisogni reali e ha sempre promesso un Suo intervento in proposito perché altrimenti non sarebbe un Padre. Purtroppo dimentichiamo istintivamente che le Sue riposte possono essere tanto in senso positivo che negativo, questo parlando secondo la nostra prospettiva; ci aspetteremmo sempre di ottenere ciò che chiediamo perché convinti che la nostra visuale sia quella giusta, ma non è così. Emblematica in proposito è la risposta che ricevette l’apostolo Paolo: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»” (2 Corinti 12.7).
La promessa di Gesù fatta ai discepoli si avverò sempre ogni qualvolta presentarono richieste per lo sviluppo e la propagazione del Vangelo; pensiamo ai miracoli che compirono e a tutte le difficoltà, risolte, che incontrarono nel loro ministero. Non a caso Giovanni nella sua prima lettera scrive “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: se domandiamo qualcosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce e, se sappiamo che egli ci esaudisce in quello che gli chiediamo, noi sappiamo di avere le cose che gli abbiamo domandato” (3.14,15). Vale allora un principio che Gesù espose all’inizio del Suo Ministero: “Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono” (Matteo 7.11).
Così viene chiusa la prima parte dell’intervento su cui stiamo riflettendo: “Se mi chiederete qualcosa nel mio nome, la farò”: “nel mio nome”, che racchiude tutto il Suo agire e la potenza della Sua intercessione. E non credo che ci sia preghiera migliore che domandare l’aiuto necessario per vivere dignitosamente la fede, l’illuminazione nelle nostre scelte, l’accompagnamento costante, tutti i giorni fino alla fine. Amen.
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