17.23 – VI PRENDERÒ CON ME (Giovanni 14. 3,4)

17.23 – Verrò di nuovo e vi prenderò con me (Giovanni 14.3,4)

 

3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via.

 

L’ “andare” di Gesù è qualcosa di profondamente personale, che gli appartiene, che solo Lui poteva fare perché, ricordando ancora le parole “dove vado io, voi non potete venire”, si riferiscono ad un’opera che nessun discepolo avrebbe mai potuto compiere, altrimenti non avremmo “un solo mediatore”: “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1 Timoteo 2.5).

Quindi, secondo i versi oggetto di riflessione, sono quattro le azioni che Gesù avrebbe dovuto compiere: andare, che implica tutto il percorso di sofferenza dall’arresto alla morte in croce per poi risorgere e salire al cielo, preparare un posto, espressione che ci parla dell’attesa che il numero di quanti hanno il proprio nome scritto nel libro della vita si compia: è un modo che, parlando agli Undici, ha Gesù di descrivere la cura che ha per ciascuno di coloro che credono perché il lungo – in termini umani – lasso di tempo che intercorre fra l’andare, il preparare il posto e il tornare, contiene l’idea di Uno che non sta fermo, non seduto nella gloria del Padre ad attendere che i tempi da Lui stabiliti sulla terra si compiano, ma un’attività incessante vista nella preparazione di un luogo per i credenti, che poi è l’intercessione.

Infatti leggiamo in Ebrei 7.22-28: “…Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore. Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero perché la morte impediva loro di durare a lungo. Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza, ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre”.

Cerchiamo di commentare brevemente questo passo, che si riallaccia a diversi altri che abbiamo citato in particolare quando abbiamo affrontato il sangue di Gesù e quello dei sacrifici: qui l’Autore della lettera agli Ebrei pone ancora una volta a confronto il sacerdozio dell’Antico Patto a quello del Nuovo. Se allora il sacerdote era un semplice uomo deputato a intercedere fra Dio e gli uomini tramite l’esercizio del suo mandato e compito, ora non è più così. Se un tempo esisteva il sommo sacerdote che andava oltre ai compiti ordinari degli altri (sacerdoti), il solo a poter entrare nel santuario una volta all’anno, ora qualunque essere umano ha un altro sommo sacerdote “santo, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”, quindi “Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinti 1.24). Capiamo chi è garante per noi in cielo? Attenzione perché quello di Cristo non è un ruolo che si può confondere e scambiare con qualcun altro, come purtroppo ha fatto e fa la Chiesa di Roma che, accanto al Salvatore, ha posto e pone altre entità umane viste nella Madonna e i Santi, esseri umani vissuti con tutti i loro limiti (come noi) e che non possono né potranno mai competere con la persona e l’opera di Gesù, “unico mediatore fra Dio e gli uomini” come abbiamo letto.

E “mediare” deriva la latino “médius” cioè “che è nel mezzo, si frappone”: da un lato abbiamo l’uomo, reso imperfetto, soggetto a malattie, con la mente inquinata dal suo attaccamento alla terra da cui proviene, e dall’altra Dio Padre, questo essere Totale, Assoluto e Perfetto, Creatore dell’universo (infinito per noi, ma non per Lui) nel quale tutto si compendia, purtroppo incompatibile con la nostra condizione a meno che non intervenga l’unico legittimato ad assolvere il compito, appunto, di mediatore. Affiancare altri a quest’opera che appartiene esclusivamente a Lui, significa assumersi una responsabilità spirituale enorme e della quale purtroppo si dovrà rendere conto. Con questo non intendo mettere in discussione le qualità morali e spirituali di Maria e dei Santi, ma porre in evidenza il fatto che, in quanto esseri umani, per l’imperfezione data dalla loro stessa natura non possono né potranno mai avere un ruolo mediatorio presso il padre né comunque coadiuvarLo in alcunché, essendo comunque dei salvati per grazia – a prescindere dai meriti – e quindi membri della famiglia di Dio. Ricordiamo Maria, che disse “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Luca 1.46,47), dichiarandosi in tal modo peccatrice come tutti i suoi simili e di aver bisogno di essere salvata.

Nel preparare “un posto”, quindi, abbiamo fondamentalmente questa attività, competente solo al Signore Gesù Cristo perché ha sparso un sangue “più eloquente di quello di Abele” (Ebrei 12.24), cioè del primo sangue innocente sparso da un uomo. In proposito ricordiamo che il primo sangue sparso in assoluto fu quello degli animali – innocenti – che fornirono le “tuniche di pelli” con cui Dio rivestì Adamo ed Eva (Genesi 3.21) e poi quello di Abele. Entrambi gridano il danno provocato dal peccato che ha interrotto la comunione perfetta prima di allora esistente fra Creatore e Creatura, responsabile della vita in quel giardino.

Concentrandoci però sul sangue del secondogenito di Eva, sparso dal fratello gemello(?) Caino, di cosa parla? Dell’innocenza di chi sceglie di porre il Signore alla base della propria vita e dell’odio da parte di chi prova sentimenti opposti, come fu per Gesù uomo che però, a differenza di Abele, spargendo il proprio sangue provocò come conseguenza la vita eterna per tutti coloro che avrebbero creduto il lui, mentre il sangue di Abele non ha mai salvato nessuno. Ecco perché abbiamo letto “più eloquente”.

 

Tornando ai versi in esame, terza e quarta espressione sono “verrò di nuovo” e “e vi prenderò con me”: sono azioni che danno l’impressione di fondersi in una sola. Il “Verrò di nuovo” non è un mistero per nessun credente e, oserei dire, per chiunque abbia letto i Vangeli anche solo distrattamente: sono infatti tante le parabole che parlano dei ritorno di un “padrone di casa” o di un “uomo potente”. Perché non è solo la vita ad avere un termine, ma qualunque cosa. Guardando al singolo essere umano, ha un termine la giovinezza, la sua eventuale bellezza, la salute. Tutto, dal giorno che risolve nella sera agli affetti più cari, se ne va: possiamo goderne per un tempo più o meno lungo, ma dovremo lasciarli. Allo stesso tempo il “Verrò di nuovo” di Gesù segnerà la fine di quel periodo di attesa che davvero in tanti hanno atteso e attendono proprio grazie all’opera enorme degli Evangelisti che hanno lasciato testimonianza delle parole di Nostro Signore.

“Verrò di nuovo” a dispetto dell’opera titanica dell’Avversario che da sempre suscita falsi profeti e ideologie a sostegno della negazione della persona e opera di Cristo a vantaggio di una presunta autonomia; tutto quanto fa l’uomo oggi contiene questo messaggio, lo constatiamo in ogni campo.

Ancora, la promessa del ritorno non fu detta solo da Gesù e dagli Apostoli, ma anche dagli angeli presenti all’ascensione, quando “Essi – i discepoli – stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (Atti 1.10,11).

“Vi prenderò con me” non è solo la conseguenza della seconda venuta del Signore, ma anche del suo scopo finale, cioè “perché dove sono io, siate anche voi”: è una promessa sul già detto che si rinnova, ad esempio Giovanni 12.26,27: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”. Ancora, il prendere con sé è un esaudimento alla preghiera che Gesù farà storicamente da lì a poco quando dirà “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con le dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, poiché mi hai amato prima della creazione del mondo” (Giovanni 17.24), amore quale perfetto esecutore delle aspettative del Padre che ha creato l’universo proprio quando il Figlio ha accettato il suo ruolo di Salvatore in previsione del dramma totale causato dall’infrazione di Adamo e sua moglie all’unico comandamento avuto.

Vediamo che le parole sono “Vi prenderò con me”, “vi” nel senso di “voi” e non altri, quindi il prendere con lui avrà lo scopo non tanto di risparmiare alla Chiesa dalle sofferenze, ma dalla condivisione della maledizione riservata a coloro che, dopo aver rifiutato ogni messaggio o pensiero di ravvedimento, vorranno dimorare nel proprio peccato. Ricordiamo le parole dell’Apostolo Paolo in 1 Tessalonicesi 4.16-17, “Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore”.

C’è un ritorno di Gesù per rapire la Sua Chiesa e c’è un ritorno per giudicare il mondo, quello di cui parlarono gli angeli ai discepoli presenti all’ascensione: “Il Signore uscirà e combatterà contro quelle nazioni, come quando combatté nel giorno della battaglia. In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente e il monte degli Ulivi si fenderà in due, da Oriente a Occidente, formando una valle molto profonda; una metà del monte si ritirerà verso settentrione e l’altra verso il mezzogiorno. (…) Verrà allora il Signore mio Dio con tutti i suoi Santi” (Zaccaria 14.3-5).

“Perché dove sono io siate anche voi” è una frase che risarcisce e ristora, credo da sempre, quanti vivono in un mondo di cui non condividono nulla, non gli ideali, non le strategie, lo stile di vita, neppure la natura che viene costantemente oltraggiata e vilipesa assieme ai suoi esseri viventi.

“Perché”, poi, ci rivela tutto lo scopo della vita di Gesù sulla terra, dalla Sua nascita alla Sua morte e risurrezione: una volontà di condivisione, “dove sono io siate anche voi”, dalla quale emerge ancora una volta tutta la gratuità del suo amore.

Ancora, l’essere dove è Lui è promessa di riappropriazione di tutto quanto ci è stato indebitamente tolto dall’Avversario che cesserà di esercitare attrazione, influenza e potere in quanto non esisterà più, essendo stato gettato “nello stagno di fuoco e di zolfo” (Apocalisse 20.10) assieme alla bestia e al falso profeta (19.20) e ai “vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori” (21.8).

“Dove son sono io”, un territorio esente da tutto ciò che non proviene da Dio in cui abbiamo creduto e che attendiamo, che non è irraggiungibile per nessuno perché quando Gesù disse “E del luogo dove io vado, conoscete la via”, non fu una frase che gli Undici tennero per loro, ma la divulgarono unitamente a tutta la dottrina della salvezza, in ossequio al mandato ricevuto di predicare “Il Vangelo ad ogni creatura per tutto il mondo” (Marco 16.15). Perché è Lui la via, la verità e la via che conduce al Padre (Giovanni 14.6). E il Padre è un tutt’uno con Lui. E noi, “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”, vivremo nell’eternità con loro. Amen.

* * * * *

17.22 – NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE (Giovanni 14.1)

17.22 – Non sia turbato il vostro cuore (Giovanni 14.1)

 

1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»?

 

Troviamo qui per la prima volta delle parole specifiche che Gesù rivolge ai suoi discepoli in merito al turbamento, che è uno sconvolgimento più o meno profondo della serenità interiore, situazione ben diversa dalla preoccupazione generica per il proprio avvenire di cui aveva già parlato all’inizio del Suo Ministero. Ricordiamo in proposito le Sue parole al sermone sul monte: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Matteo 6.25-34). I riferimenti a queste parole, poi, sono innumerevoli e li abbiamo esaminati in parte quando abbiamo affrontato il sermone a suo tempo.

Qui però Gesù, unico e vero conoscitore del cuore umano, ha ben presente la realtà che di lì a poco avrebbe atteso gli Apostoli e i discepoli, che si sarebbero dispersi a seguito del Suo arresto, Passione e Morte per poi ritrovarsi ad attenderlo prima che risorgesse: infatti “Essa – Maria di Magdala – andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto” (Marco 16.20). Sappiamo che Marco pone l’accento su Maria, ma Luca precisa che erano “Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli Apostoli” (24.10).

Se – tornando in tema – teniamo presente ciò che gli Undici avevano vissuto in quella sera, già c’erano molti elementi che denunciavano l’anomalia di quella cena pasquale e che erano sufficienti a creare in loro per lo meno una sottile inquietudine: Gesù aveva lavato loro i piedi, cosa che non aveva mai fatto e che aveva portato Pietro, inizialmente, a respingere quell’intervento. Poi avevano ascoltato l’annuncio del tradimento di uno di loro, dato da Lui “profondamente turbato” che li aveva portati a dubitare della propria coerenza talché “essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?»” (Matteo 26.22). Ricordiamo che nessuno, salvo Giovanni che era vicino, aveva sentito che il traditore era Giuda e, quando Gesù gli disse “Quello che vuoi – notare il verbo – fare, fallo presto”, “Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualcosa ai poveri.” (Giovanni 13.27-29). Abbiamo poi l’annuncio del fatto che il Maestro sarebbe andato in un luogo dove nessuno degli Undici avrebbe potuto seguirlo e del rinnegamento di Pietro, per non parlare dell’avvertimento secondo il quale Satana, l’Avversario, aveva chiesto che fossero vagliati come il grano.

 

La frase “Non sia turbato il vostro cuore”, era inevitabile e andava ben oltre alle preoccupazioni e alle incombenze che la vita quotidiana pone davanti a tutti. Si tratta di un verbo che ha riferimento con l’agitarsi e soprattutto lo sconvolgersi, implica inquietudine, smarrimento, angoscia. Abbiamo letto che a non essere turbato doveva essere il cuore e non la mente perché mentre quest’ultima si riferisce alla parte razionale dell’essere umano, ma nel “cuore” è compresa anche quella inconscia, la prima a reagire. Sotto questo aspetto il cuore è quello che potremmo definire il nostro motore interno anche riguardo ai pensieri, non solo il “banale” muscolo responsabile del corretto pompaggio del sangue a vene e arterie (detto in modo molto sbrigativo).

Possiamo paragonare sotto certi aspetti l’esortazione di Gesù con quella che fu data agli israeliti in Deuteronomio 20.3, “Voi oggi siete prossimi a dar battaglia ai vostri nemici. Il vostro cuore non venga meno, non temete, non vi smarrite e non vi spaventate davanti a loro”: quello che Iddio vuol dire, a parte l’esortare, è che non vi è ragione alcuna di temere l’altro se Lui è dalla nostra parte.

Si può anche osservare una cosa a proposito di quel “vostro” riferito al cuore tanto nelle parole di Gesù che in quelle di YHWH al Suo popolo: “vostro” nel senso di “ciascuno di voi” perché un gruppo, una Chiesa, un popolo è formato da tanti individui ognuno animato da vita propria. “Vostro”, quindi, coinvolge tanto il singolo che la collettività in cui è inserito e, come vedremo, il tema apparirà anche nella “casa dalle molte stanze”. Nella fede, allora, non esiste chi è chiamato in causa meno di un altro ed ecco che la benedizione può diffondersi o meno a seconda del comportamento del singolo, responsabile di tutti gli altri, unici come lui che uniti assieme formano il popolo di Dio.

Tornando al tema del turbamento, mi viene in mente la domanda di Romani 8.31 “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8.31) perché il timore non ha senso che entri quando una persona Gli appartiene ed è sotto la Sua protezione, mentre è legittimo quando si verificano le condizioni per cui la comunione con Lui viene interrotta; ancora parlando di Israele – poi ciascuno potrà fare le applicazioni e gli adattamenti opportuni – ricordiamo che una delle conseguenze della disubbidienza alla voce del Signore è proprio un cuore instabile: “Là il Signore ti darà un cuore trepidante, languore di occhi e animo sgomento. La tua vita ti starà dinnanzi come sospesa a un filo. Proverai spavento notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: «Se fosse sera!» e alla sera dirai: «Se fosse mattina!», a causa dello spavento che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno” (Deuteronomio 28.65-67).

Con le parole dette agli Undici, allora, Gesù anticipa loro che avranno motivo di spaventarsi e di avere “il cuore turbato”, ma che questo in realtà sarebbe stato solo per breve tempo proprio perché Lui sarebbe stato comunque con loro nonostante la Sua parte umana sarebbe stata strappata dalla comunione reciproca. La Sua esortazione, credo, aveva lo scopo di far vedere la luce in fondo all’oscurità interiore che li avrebbe inevitabilmente pervasi. E sappiamo che, parlando da un punto di vista sensoriale, gli Undici videro arrivare Giuda con “una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo” (Matteo 26.47), il loro Maestro legato e condotto “da Anna, suocero di Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno” (Giovanni 18.13), senza contare tutto quello che avverrà dopo.

Eppure, gli Undici non avrebbero dovuto avere il cuore turbato non nel senso di restare indifferenti, ma non essere “come gli altri che non hanno speranza” (1 Tessalonicesi 4.13), che cioè non hanno un futuro di salvezza eterna e l’unico modo per non cadere nel tranello dell’angoscia è proprio quello indicato nella seconda parte del nostro verso, “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”, cioè: gli Undici erano ebrei che credevano certamente nell’Iddio dell’Antico Patto, ma senza la fede nel loro Maestro sarebbero rimasti solamente delle brave persone, privi di tutto quel progetto che esiste per coloro che credono nel Signore Gesù che qui non mette in dubbio il fatto che i Suoi credessero in Dio, ma ricorda loro di fare altrettanto con Lui quale Dio stesso in forma umana, Figlio che ha rivelato il Padre dalla santità perfetta e irraggiungibile, dalla potenza infinita e da un amore che potremo comprendere quando potremo vivere nel Suo regno.

Ancora, la stessa fede che riponevano nel Padre la avrebbero dovuta riporre in Lui perché erano una cosa sola, come già aveva loro dichiarato (Giovanni 10.30); non solo, ma se non fosse stato così Gesù non avrebbe mai potuto andare a preparar loro un posto. Il verso 2 parla della “casa del Padre mio”: è interessante osservare che qui abbiamo un possessivo singolare che però poi, una volta compiuta la risurrezione che sancirà una volta per sempre che la morte non poteva trattenere chi era senza peccato, questa definizione diventa legittima per qualunque credente: a Maria di Magdala fu infatti detto “…va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20.17).

La “casa” non è l’universo, né si può identificare in un luogo preciso, ma è un’àmbito spirituale, un territorio precluso a chi non è compatibile con Lui. Ebbene in questa “casa” ci sono molte “dimore”, traduzione più precisa rispetto a quella che ha “stanze” perché la parola impiegata in greco, mònai, è difficile da rendere in italiano: significa infatti “fermata, abitazione, residenza, albergo, l’atto del rimanere, stabilità,” con l’idea dell’individualità poiché Dio è al tempo stesso di tutti e di ciascuno. Ricordiamo che questa parola ha la stessa radice di “mònos”, solo, poi usata in “monastero” o “monaco” a sottolineare appunto il fatto che ciascuno, pur essendo inserito in un contesto comunitario, ha le proprie particolarità, peculiarità. Purtroppo nella Chiesa ci sono correnti di pensiero e comportamento che vorrebbero tutti i suoi membri uguali nelle loro manifestazioni, intenti in una vita comunitaria festante, sempre sorridenti soprattutto la domenica, “Giorno del Signore” in cui ci dev’essere gioia stante il fatto che è solitamente dedicato al culto e alla celebrazione del Memoriale. In proposito una psicoterapeuta americana, Susan Cain, ha dedicato un capitolo importante del suo libro, “Quiet”, alle difficoltà che incontrano i credenti dal carattere introverso nelle Chiese Evangeliche di quel Paese – ma non solo –, questo per dire che l’uomo è un individuo irripetibile, ciascuno è diverso dall’altro e deve essere lasciato libero di esprimersi e agire magari guidato, ma senza alcuna forzatura né giudizio, essendo tutti noi piante in crescita.

 

L’apostolo Paolo definisce ciò che riceveremo dal Padre come “…un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli” (2 Corinti 5.1) dove in pratica abbiamo tre caratteristiche che la rendono incompatibile con i criteri terreni per cui sarà totalmente spirituale. La definizione “non costruita da mani d’uomo”, poi, non può che riferirsi all’opera di Gesù ed esclude paragoni terreni perché è Lui che l’ha resa possibile e, secondo le parole oggetto della nostra riflessione, la è andata a “preparare” nel senso di Ebrei 6.18-20 e cioè “noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad affermarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita; essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi”. Precursore. Ci ha cioè preceduti. Ecco perché “dove vado io, voi non potete venire”, che dalle parole a Pietro “mi seguirai dopo” che abbiamo recentemente esaminato, è sottinteso “per ora”. Un fratello, parafrasando a commento, ha scritto che salendo al Padre per primo ha stabilito il nostro diritto a fare altrettanto, ha preso possesso di quel territorio riservandoci un posto, una “dimora” a nome nostro.

Penso alla enorme vastità e totale perfezione della Sua Opera, e come Figlio di Dio non potrebbe diversamente: come Figlio dell’uomo, poi, fu di una completezza totale solo perché, come dirà al verso terzo, “dove sono io, siate anche voi”. Amen.

* * * * *