17.22 – Non sia turbato il vostro cuore (Giovanni 14.1)
1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»?
Troviamo qui per la prima volta delle parole specifiche che Gesù rivolge ai suoi discepoli in merito al turbamento, che è uno sconvolgimento più o meno profondo della serenità interiore, situazione ben diversa dalla preoccupazione generica per il proprio avvenire di cui aveva già parlato all’inizio del Suo Ministero. Ricordiamo in proposito le Sue parole al sermone sul monte: “non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Matteo 6.25-34). I riferimenti a queste parole, poi, sono innumerevoli e li abbiamo esaminati in parte quando abbiamo affrontato il sermone a suo tempo.
Qui però Gesù, unico e vero conoscitore del cuore umano, ha ben presente la realtà che di lì a poco avrebbe atteso gli Apostoli e i discepoli, che si sarebbero dispersi a seguito del Suo arresto, Passione e Morte per poi ritrovarsi ad attenderlo prima che risorgesse: infatti “Essa – Maria di Magdala – andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto” (Marco 16.20). Sappiamo che Marco pone l’accento su Maria, ma Luca precisa che erano “Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli Apostoli” (24.10).
Se – tornando in tema – teniamo presente ciò che gli Undici avevano vissuto in quella sera, già c’erano molti elementi che denunciavano l’anomalia di quella cena pasquale e che erano sufficienti a creare in loro per lo meno una sottile inquietudine: Gesù aveva lavato loro i piedi, cosa che non aveva mai fatto e che aveva portato Pietro, inizialmente, a respingere quell’intervento. Poi avevano ascoltato l’annuncio del tradimento di uno di loro, dato da Lui “profondamente turbato” che li aveva portati a dubitare della propria coerenza talché “essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?»” (Matteo 26.22). Ricordiamo che nessuno, salvo Giovanni che era vicino, aveva sentito che il traditore era Giuda e, quando Gesù gli disse “Quello che vuoi – notare il verbo – fare, fallo presto”, “Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualcosa ai poveri.” (Giovanni 13.27-29). Abbiamo poi l’annuncio del fatto che il Maestro sarebbe andato in un luogo dove nessuno degli Undici avrebbe potuto seguirlo e del rinnegamento di Pietro, per non parlare dell’avvertimento secondo il quale Satana, l’Avversario, aveva chiesto che fossero vagliati come il grano.
La frase “Non sia turbato il vostro cuore”, era inevitabile e andava ben oltre alle preoccupazioni e alle incombenze che la vita quotidiana pone davanti a tutti. Si tratta di un verbo che ha riferimento con l’agitarsi e soprattutto lo sconvolgersi, implica inquietudine, smarrimento, angoscia. Abbiamo letto che a non essere turbato doveva essere il cuore e non la mente perché mentre quest’ultima si riferisce alla parte razionale dell’essere umano, ma nel “cuore” è compresa anche quella inconscia, la prima a reagire. Sotto questo aspetto il cuore è quello che potremmo definire il nostro motore interno anche riguardo ai pensieri, non solo il “banale” muscolo responsabile del corretto pompaggio del sangue a vene e arterie (detto in modo molto sbrigativo).
Possiamo paragonare sotto certi aspetti l’esortazione di Gesù con quella che fu data agli israeliti in Deuteronomio 20.3, “Voi oggi siete prossimi a dar battaglia ai vostri nemici. Il vostro cuore non venga meno, non temete, non vi smarrite e non vi spaventate davanti a loro”: quello che Iddio vuol dire, a parte l’esortare, è che non vi è ragione alcuna di temere l’altro se Lui è dalla nostra parte.
Si può anche osservare una cosa a proposito di quel “vostro” riferito al cuore tanto nelle parole di Gesù che in quelle di YHWH al Suo popolo: “vostro” nel senso di “ciascuno di voi” perché un gruppo, una Chiesa, un popolo è formato da tanti individui ognuno animato da vita propria. “Vostro”, quindi, coinvolge tanto il singolo che la collettività in cui è inserito e, come vedremo, il tema apparirà anche nella “casa dalle molte stanze”. Nella fede, allora, non esiste chi è chiamato in causa meno di un altro ed ecco che la benedizione può diffondersi o meno a seconda del comportamento del singolo, responsabile di tutti gli altri, unici come lui che uniti assieme formano il popolo di Dio.
Tornando al tema del turbamento, mi viene in mente la domanda di Romani 8.31 “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8.31) perché il timore non ha senso che entri quando una persona Gli appartiene ed è sotto la Sua protezione, mentre è legittimo quando si verificano le condizioni per cui la comunione con Lui viene interrotta; ancora parlando di Israele – poi ciascuno potrà fare le applicazioni e gli adattamenti opportuni – ricordiamo che una delle conseguenze della disubbidienza alla voce del Signore è proprio un cuore instabile: “Là il Signore ti darà un cuore trepidante, languore di occhi e animo sgomento. La tua vita ti starà dinnanzi come sospesa a un filo. Proverai spavento notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: «Se fosse sera!» e alla sera dirai: «Se fosse mattina!», a causa dello spavento che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno” (Deuteronomio 28.65-67).
Con le parole dette agli Undici, allora, Gesù anticipa loro che avranno motivo di spaventarsi e di avere “il cuore turbato”, ma che questo in realtà sarebbe stato solo per breve tempo proprio perché Lui sarebbe stato comunque con loro nonostante la Sua parte umana sarebbe stata strappata dalla comunione reciproca. La Sua esortazione, credo, aveva lo scopo di far vedere la luce in fondo all’oscurità interiore che li avrebbe inevitabilmente pervasi. E sappiamo che, parlando da un punto di vista sensoriale, gli Undici videro arrivare Giuda con “una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo” (Matteo 26.47), il loro Maestro legato e condotto “da Anna, suocero di Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno” (Giovanni 18.13), senza contare tutto quello che avverrà dopo.
Eppure, gli Undici non avrebbero dovuto avere il cuore turbato non nel senso di restare indifferenti, ma non essere “come gli altri che non hanno speranza” (1 Tessalonicesi 4.13), che cioè non hanno un futuro di salvezza eterna e l’unico modo per non cadere nel tranello dell’angoscia è proprio quello indicato nella seconda parte del nostro verso, “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”, cioè: gli Undici erano ebrei che credevano certamente nell’Iddio dell’Antico Patto, ma senza la fede nel loro Maestro sarebbero rimasti solamente delle brave persone, privi di tutto quel progetto che esiste per coloro che credono nel Signore Gesù che qui non mette in dubbio il fatto che i Suoi credessero in Dio, ma ricorda loro di fare altrettanto con Lui quale Dio stesso in forma umana, Figlio che ha rivelato il Padre dalla santità perfetta e irraggiungibile, dalla potenza infinita e da un amore che potremo comprendere quando potremo vivere nel Suo regno.
Ancora, la stessa fede che riponevano nel Padre la avrebbero dovuta riporre in Lui perché erano una cosa sola, come già aveva loro dichiarato (Giovanni 10.30); non solo, ma se non fosse stato così Gesù non avrebbe mai potuto andare a preparar loro un posto. Il verso 2 parla della “casa del Padre mio”: è interessante osservare che qui abbiamo un possessivo singolare che però poi, una volta compiuta la risurrezione che sancirà una volta per sempre che la morte non poteva trattenere chi era senza peccato, questa definizione diventa legittima per qualunque credente: a Maria di Magdala fu infatti detto “…va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20.17).
La “casa” non è l’universo, né si può identificare in un luogo preciso, ma è un’àmbito spirituale, un territorio precluso a chi non è compatibile con Lui. Ebbene in questa “casa” ci sono molte “dimore”, traduzione più precisa rispetto a quella che ha “stanze” perché la parola impiegata in greco, mònai, è difficile da rendere in italiano: significa infatti “fermata, abitazione, residenza, albergo, l’atto del rimanere, stabilità,” con l’idea dell’individualità poiché Dio è al tempo stesso di tutti e di ciascuno. Ricordiamo che questa parola ha la stessa radice di “mònos”, solo, poi usata in “monastero” o “monaco” a sottolineare appunto il fatto che ciascuno, pur essendo inserito in un contesto comunitario, ha le proprie particolarità, peculiarità. Purtroppo nella Chiesa ci sono correnti di pensiero e comportamento che vorrebbero tutti i suoi membri uguali nelle loro manifestazioni, intenti in una vita comunitaria festante, sempre sorridenti soprattutto la domenica, “Giorno del Signore” in cui ci dev’essere gioia stante il fatto che è solitamente dedicato al culto e alla celebrazione del Memoriale. In proposito una psicoterapeuta americana, Susan Cain, ha dedicato un capitolo importante del suo libro, “Quiet”, alle difficoltà che incontrano i credenti dal carattere introverso nelle Chiese Evangeliche di quel Paese – ma non solo –, questo per dire che l’uomo è un individuo irripetibile, ciascuno è diverso dall’altro e deve essere lasciato libero di esprimersi e agire magari guidato, ma senza alcuna forzatura né giudizio, essendo tutti noi piante in crescita.
L’apostolo Paolo definisce ciò che riceveremo dal Padre come “…un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli” (2 Corinti 5.1) dove in pratica abbiamo tre caratteristiche che la rendono incompatibile con i criteri terreni per cui sarà totalmente spirituale. La definizione “non costruita da mani d’uomo”, poi, non può che riferirsi all’opera di Gesù ed esclude paragoni terreni perché è Lui che l’ha resa possibile e, secondo le parole oggetto della nostra riflessione, la è andata a “preparare” nel senso di Ebrei 6.18-20 e cioè “noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad affermarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita; essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi”. Precursore. Ci ha cioè preceduti. Ecco perché “dove vado io, voi non potete venire”, che dalle parole a Pietro “mi seguirai dopo” che abbiamo recentemente esaminato, è sottinteso “per ora”. Un fratello, parafrasando a commento, ha scritto che salendo al Padre per primo ha stabilito il nostro diritto a fare altrettanto, ha preso possesso di quel territorio riservandoci un posto, una “dimora” a nome nostro.
Penso alla enorme vastità e totale perfezione della Sua Opera, e come Figlio di Dio non potrebbe diversamente: come Figlio dell’uomo, poi, fu di una completezza totale solo perché, come dirà al verso terzo, “dove sono io, siate anche voi”. Amen.
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