10.15 – GENNEZARETH (Marco 6.53-56)

10.15 – Gennezareth (Marco 6.53-56)

 

53Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. 54Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe 55e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. 56E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati”.

 

La nostra sarà una meditazione basata su tre versetti, ma estremamente densi di significato. Possiamo dire che l’episodio della traversata avvenne il giorno dopo la discussione nella Sinagoga di Capernaum quando Gesù si dichiarò “il pane disceso dal cielo”, avvenimento che i sinottici non riportano. In Giovanni però, all’inizio del suo settimo capitolo, leggiamo “Dopo questi fatti, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo”. Credo che di queste intenzioni Giuda Iscariotha ne venne a conoscenza non dopo quanto avvenuto nella Sinagoga, come potrebbe sembrare dalla nota di Giovanni, ma prima, per cui l’annotazione “stava per tradirlo” in 6.71 assume una valenza particolare: da un lato abbiamo i pensieri del traditore, dall’altro la conoscenza di essi da parte di Gesù che li anticipa dicendo “Non ho scelto io voi dodici? Eppure uno di voi è diavolo” (v.70).

Quindi, dopo la disputa a Capernaum, Gesù con i suoi prende la barca e, riallacciandosi al brano di oggi, “compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennezareth, e approdarono”. Si noti, a proposito del racconto di Marco, che nominando Gennezareth, il cui nome significa “Giardini del principe” a motivo della fertilità del territorio, cita un pezzo di storia, oltre che eventi spirituali, precedentemente accaduto: Gennezareth era chiamata anticamente Kinneroth ed apparteneva alla tribù di Neftali. Si tratta di un luogo che fu testimone di una grande battaglia nel corso della conquista della terra di Canaan fra Israele e una coalizione di dieci re, tra i quali quello di Kinneroth. Leggiamo in Giosuè 11.4-9: Allora essi uscirono con tutti i loro eserciti: erano una truppa numerosa come la sabbia sulla riva del mare, con numerosissimi cavalli e carri.5Tutti questi re si allearono e vennero ad accamparsi insieme presso le acque di Merom, per combattere contro Israele. 6Allora il Signore disse a Giosuè: «Non temerli, perché domani a quest’ora io li consegnerò tutti trafitti davanti a Israele. Taglierai i garretti ai loro cavalli e appiccherai il fuoco ai loro carri». 7Giosuè con tutti i suoi guerrieri andò contro di loro presso le acque di Merom, a sorpresa, e piombò su di loro. 8Il Signore li consegnò nelle mani d’Israele, che li batté e li inseguì fino a Sidone la Grande, fino a Misrefot-Màim e fino alla valle di Mispa a oriente. Li sconfissero fino a non lasciar loro neppure un superstite”.

Ebbene, molti secoli dopo quell’avvenimento, Dio visita il suo popolo approdando in un territorio caratterizzato dalla presenza di Satana che, per quanto sconfitto al tempo di Giosuè nella persona dei dieci re, non per questo aveva rinunciato a dominarlo. Quel dominio veniva esercitato in forma subdola perché l’Avversario non aveva occupato militarmente quel territorio con malattie e infermità di vario tipo, figura della disubbidienza ai voleri di Dio; abbiamo letto che “scesi dalla barca, subito la gente lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati – perché il peccato fa ammalare e paralizza l’essere umano – dovunque udivano che si trovasse”. Qui e nell’ultima parte del verso 56, quando leggiamo e rifletteremo sul testo in base al quale gli chiedevano di toccare “almeno il lembo del suo mantello”, occorre sostare brevemente.

Sappiamo che la malattia per Israele era una conseguenza del peccato, mentre per gli altri popoli, come oggi, questa rientrava nelle accidentalità della vita. Risolvendo il problema di quanti andavano a Lui o gli venivano portati, quindi, Gesù non voleva rivelarsi come un “grande guaritore”, ma come l’Emanuele, il “Dio con noi” che, in quanto tale, guariva come scritto in Esodo 15.26, “io sono l’Eterno, che ti guarisco”. La guarigione dalla malattia, qualunque essa fosse, comportava quella dell’anima perché se non vi fosse stato quel desiderio Nostro Signore non avrebbe potuto operare, come ricordiamo si verificò a Nazareth, in cui non avvennero miracoli nonostante la gente glieli chiedesse, ma senza quella fede che risolve.

Sempre riguardo alle guarigioni, va ricordato che queste erano il mezzo mediante il quale Gesù dimostrava di essere in grado di dare il perdono di Dio e di essere Dio stesso secondo la frase “Ti sono rimessi i peccati”. In altri termini, allora i miracoli erano indispensabili per confermare le Sue parole e perché il popolo d’Israele Lo riconoscesse come tale. La continuità dei miracoli nel tempo di allora era un altro elemento importante perché continua conferma del fatto che Gesù era effettivamente chi diceva di essere, ma oggi? Un miracolo, che può sempre avvenire comunque, non può più essere un segno dato affinché la gente possa credere perché quello più importante, la salvezza di un’ anima e la sua conversione, si verifica continuamente e quelli di altro tipo che leggiamo nei Vangeli o nel libro degli Atti, sono da noi accettati e riconosciuti per fede. Il cristiano di oggi vive una realtà profondamente diversa da quella della prima Chiesa e Gesù stesso ricordiamo disse a Tommaso “Perché mi hai veduto, hai creduto; beati coloro che, pur non avendo visto, crederanno” (Giovanni 20.29). Tra l’altro, sbaglieremmo a ritenere il miracolo come condizione base per credere anche ai tempi in cui visse e operò Nostro Signore poiché, ricordando l’episodio del ricco e Lazzaro, alla richiesta del ricco di mandare dei segni ai propri famigliari perché si convertissero prima di incontrare Dio in giudizio, si sentì rispondere “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro” (Luca 16.29).

L’episodio del ricco e Lazzaro, poi, conferma il principio in base al quale un miracolo viene concesso a chi si trova in una condizione d’animo particolare: “Se non ascoltano – cioè recepiscono e quindi seguono – Mosè e i profeti, neanche se uno resuscitasse dai morti saranno persuasi” (v.30). Ora credo che sia sufficiente considerare quanti hanno creduto nella resurrezione di Cristo per fare le dovute considerazioni.

Mentre il fine di un miracolo, non solo al tempo di Gesù, era quello di condurre uno o più uomini a Dio, quello odierno trova quasi sempre il suo punto d’arrivo nella superstizione e nel traviamento delle anime. Ben sapendo questo, l’apostolo Paolo scrive già in 2 Corinzi 11.14,15 “…ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere”. Tra l’altro, se osserviamo chi sono i presunti autori dei miracoli di oggi, vediamo che non sono mai attribuiti a Gesù Cristo, ma a divinità immaginarie, aggiunte, parallele a quella che è la sana dottrina cristiana che vede unicamente nel Figlio la sorgente di ogni benedizione, non essendovi altra via oltre a Lui per giungere al Padre.

Il miracolo con provenienza dall’Avversario, al di fuori dei casi immediatamente riconoscibili quanto a intervento di Dio, è ben descritto in Atti 8 con Simon Mago: “V’era da tempo in città un tale di nome Simone, dedito alla magia, il quale mandava in visibilio la popolazione di Samaria spacciandosi per un gran personaggio. A lui aderivano tutti, piccoli e grandi, esclamando: Questa è la potenza di Dio, quella che è chiamata grande. Gli davano ascolto perché per molto tempo gli aveva fatti strabiliare con le sue magie – le stesse esercitate da Satana con Mosè nell’episodio delle dieci piaghe –. (…) ma quando cominciarono a credere a Filippo, che recava la buona novella del Regno di Dio – che non si riduce a cose apparenti – e del nome di Cristo, uomini e donne – cioè persone adulte –  si facevano battezzare. Anche Simone credette e fu battezzato e non si staccò più da Filippo. Era fuori di sé nel vedere i segni e i grandi prodigi che avvenivano”. Sappiamo però che Simone non capì nulla sullo scopo dei miracoli che venivano compiuti allora, talché propose del denaro a Pietro e agli Apostoli pur di riuscire a trasmettere lo Spirito Santo agli altri mediante imposizione delle mani.

 

Giungiamo ora al secondo spunto di riflessione che inizia al verso 54 con le parole “la gente subito lo riconobbe”: come mai, se a Genenzareth approdava per la prima volta? Qui abbiamo un riferimento importante nel vestito di Gesù, che abbiamo già incontrato nell’episodio della donna emorroissa. Nostro Signore non indossava un abito di peli di cammello come il Battista, ma quello descritto in Numeri 15.38: «Parla agli israeliti e ordina loro che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti quei comandamenti del Signore per metterli in pratica”. Ecco: Gesù, in quanto assoluto compitore della Legge, l’unico in grado di adempierla in modo perfetto, era anche il solo a poter essere in grado di guarire proprio coloro che “lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello”, cioè non un pezzo di vestito, ma proprio quei fiocchi o più propriamente il cordone di porpora viola posto agli angoli del mantello che portava. Qui le traduzioni appropriate sono poche perché quello del cordone, o “frangia” è un particolare che si trova nelle versioni ebraiche.

L’abito che Gesù portava non aveva nulla di miracoloso, ma i lembi, le frange, erano la parte sacra dell’abito e, toccando quelli, i malati dimostravano di voler andare direttamente a Lui perché costituivano l’adempimento di tutti quei comandamenti emanati da Dio che loro non potevano né sapevano adempiere. C’è una profondità immensa in questo gesto che esprime ciò che migliaia di parole non avrebbero potuto dire: una mano si tende e tocca la frangia della Sua veste, quella che stava ai quattro angoli perché, tra l’altro, ad ognuno di loro corrispondeva un nome di Dio. E quattro sono le lettere del tetragramma YHWH. Toccare quel lembo, angolo, frangia, significava dimostrare la volontà di aderire a ciò che Gesù avrebbe potuto fare, Lui e Lui solo. Toccare quella frangia significava sfiorare la Sua Santità e nonostante questo esserne resi partecipi. Ecco perché il verso con cui termina il nostro passo non parla di guarigione, ma di salvezza: “quanti lo toccavano venivano salvati”. Comprendiamo? L’importante era sì guarire, ma con uno scopo nuovo. L’importante era sì guarire, ma come conseguenza, dimostrazione di un perdono ricevuto e ottenuto toccando ciò che era simbolo certamente della santità del Nome di Dio, ma ancor di più del Suo Amore che lo porterà ad immolarsi quale Agnello innocente.

Un cristianesimo fortemente inquinato da tradizioni e concezioni pagane, nei secoli, ha fatto sì che si costituisse la credenza delle reliquie, che però sono completamente fuori da qualsiasi contesto spirituale corretto e appartengono alle regioni oscure della magia, di Simone e di molti altri, che gli apostoli e non solo hanno sempre combattuto.

Gli abitanti di Gennezareth e zone circostanti seppero attribuire alle frange del mantello di Gesù il suo corretto significato e oggi, per guarire, basta ascoltare la Sua voce, contenuta nel Vangelo e nel messaggio che ogni Chiesa è chiamata a proclamare, in ottemperanza e fedeltà al mandato ricevuto. Amen.

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10.14 – A CHI CE NE ANDREMO NOI? (Giovanni 6.59-61)

10.14 – A chi ce ne andremo noi (Giovanni 6.59-71)

59Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao. 60Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». 61Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita.64Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

66Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 67Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». 68Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna 69e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 70Gesù riprese: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». 71Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici”.  

Il verso 59 ci informa, come già rilevato, del luogo in cui avvenne il discorso di Gesù sul “pane disceso dal cielo”.Sappiamo così che una prima parte del Suo intervento iniziò all’aperto, quando la folla lo trovò “di là dal mare”(6.25) e una seconda, certo la parte più corposa, nella Sinagoga. Ora Giovanni, nei versi che abbiamo letto, descrive le reazioni dei presenti quando ebbe finito di parlare, con particolare riguardo a “molti dei suoi discepoli”, quelli che fino allora lo avevano seguito per motivi politico-religiosi. A loro stava certamente bene avere abbandonato le loro occupazioni ordinarie, dichiararsi suoi discepoli per i miracoli che faceva e i discorsi sulla libertà e l’identità che avrebbero avuto come figli di Dio, ma Lo avevano inquadrato ancora una volta come un Messia fondamentalmente umano, colui che un giorno sarebbe diventato il “Re d’Israele” nel senso immediato del termine. Quando però parlò di se stesso come “il pane della vita”, e della necessità di mangiare “la sua carne e bere il suo sangue”, iniziarono a mormorare fra loro scandalizzati esattamente come i Farisei e i Dottori avevano fatto poco prima. Quelle parole erano “dure”, greco “skleròs”, cioè non tanto difficili da capire, ma piuttosto detestabili, impossibili da ascoltare, empie, proprio come sostenevano i Suoi oppositori storici.

La “parola dura” è quella che scandalizza. È la pietra d’inciampo. La “parola dura” è quella che ancora oggi fa la selezione, che a un certo punto della vita anche del cristiano nominale interviene, gli si pone davanti tramite un concetto che non rientra nelle sue corde e fa sì che si ritragga rivelando che il vecchio uomo, quello carnale, non era mai morto. Alla carne avere una religione può anche star bene, ma a patto che lasci sempre lasciare una via di fuga, una giustificazione. La religione è deve essere recitazione, mai vita. E infatti, come più volte rimarcato, la religione con il Cristianesimo vero non c’entra nulla. Per quei discepoli lo scandalo fu costituito dal principio della carne e del sangue, oggi può essere la richiesta di abbandonare uno stile di vita, un ragionamento, ciò che è stato conquistato con l’ingiustizia. Dobbiamo portare in noi il frutto concreto del pentimento.

A questo punto, dopo che “molti discepoli”sentenziarono che la parola di Gesù era “dura”, ancora una volta Nostro Signore affonda la sua spada a due tagli e parla non più della Sua morte, ma dalla vittoria che avrebbe riportato su di essa, tornando non solo da dove era venuto, dal cielo, ma con un “nome che è al di sopra di ogni altro”(Filippesi 2.5): il senso delle parole “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”non è quello, immediatamente interpretabile in base al quale la Sua ascensione sarebbe stata un ulteriore motivo di scandalo, ma: quella difficoltà a capire dei discepoli sarebbe cessato se lo avessero visto salire al cielo? Con queste parole Nostro Signore intende dire che il suo ragionamento sulla sua carne e sangue non andava preso in senso letterale, umano, ma spirituale proprio perché “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova nulla”. E infatti fu il prendere quel discorso prendendo le parole nella loro letteralità a scandalizzare; se vi fosse stata apertura mentale, se il preconcetto avesse lasciato spazio al puro desiderio di comprendere, le cose sarebbero andate diversamente, ma quella gente si sentiva superiore, in grado di giudicarLo.

La carne, senza l’intervento dello Spirito Santo, è e rimane inerte, morta nonostante sia apparentemente viva; ricordiamo le parole dell’apostolo Paolo “Misero me uomo, chi mi libererà da questo corpo di morte?”. Morte che domina tutto, anche il ragionare. La carne, nonostante sia in vita, pensa cose morte e fa cose morte perché essa è il suo destino, prospettiva, a meno che non intervenga lo Spirito di Dio a risollevarla per portarla in un territorio nuovo. Ed è la comprensione spirituale delle parole del Cristo, in opposizione alla lettera, che può trasformare la morte in vita. Ricordiamo le parole “La lettera uccide, ma lo Spirito vivifica”(2 Corinti 3.6).

“Le parole che vi ho detto sono spirito e vita”costituiscono una verità, un attestato, una certezza che si concreta in tutte le volte che il verbo essere compare nell’episodio: dice Gesù nella Sinagoga “Io sono il pane della vita”(2 volte), “sono disceso dal cielo”, “Io sono il pane vivo”; le Sue parole erano le uniche che potessero condurre l’uomo alla salvezza per cui sta alla creatura, anche oggi, scegliere tra una guida cieca oppure Gesù stesso.

È probabile che le parole sulla Sua resurrezione scandalizzassero ancora di più i discepoli che “non credevano in lui”, mischiati a quelli veri, preludio alla realtà della zizzania nel campo. Sappiamo però che “Gesù sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era quello che lo avrebbe tradito”: impossibile ingannarlo e quel sapere “fin da principio”ci parla di quei nomi “scritti prima della fondazione del mondo”(Efesi 1.4), dell’impossibilità dell’intrusione che questi soggetti avranno nel Regno di Dio. Nostro Signore sa quindi chi gli appartiene, ma anche i pensieri più profondi e reconditi di ogni essere umano e, nel caso in cui questi diventi figlio, ha un progetto per lui perché, se Dio è nei nostri pensieri, noi lo siamo nei Suoi. Credo che, assieme a quella della salvezza, non possa esservi consapevolezza migliore.

“Molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andarono più con lui”: fecero una scelta. Tornare indietro implica rinunciare a seguirlo, a fare il cammino con Lui, scegliere la solitudine, l’identificazione con la morte, tornare da dove si è venuti dopo un breve intervallo in cui si è creduto di aver trovato un’alternativa. Ma la carne, per quelle persone, fu più forte. Quando purtroppo mi ritrovo a fare i conti con la realtà della mia vita orizzontale, coi suoi problemi a volte difficili, mi chiedo sempre che senso abbia non tanto il doverli affrontare, ma la vita stessa, che trova nella morte il suo punto di arrivo. E concludo che, privato della certezza e della prospettiva di occupare un posto nella “casa delle molte stanze”, ogni cosa sarebbe priva di significato. Tornare indietro, allora come oggi, equivale a rinunciare a un cammino con Gesù, a rinnegare, rifiutare le parole “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28.20). È la “bestemmia contro lo Spirito Santo”l’unico peccato a non essere perdonato.

“Molti discepoli tornarono indietro”, ma non tutti. E Nostro Signore, per far sì che i dodici dessero una spiegazione non a Lui, ma a loro stessi, del perché rimanessero lì, chiede “Volete andarvene anche voi?”: la volontà dipende dall’anima e dallo spirito della persona, si esprime sospinta da una forza a loro connessa, ma Pietro, parlando anche per gli altri, che aveva ben vivo il ricordo di ciò che era avvenuto sul lago in tempesta e non solo, lascia spazio a una dichiarazione particolare: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”, che altre traduzioni riportano con “il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”a seconda della fonte, che risente dell’influenza di Matteo 16.

Pietro non dice di aver compreso il discorso sulla carne e il sangue, cosa che avverrà dopo la discesa dello Spirito Santo, ma confessa quale più anziano del gruppo che né lui né gli altri avevano alternative una volta riconosciuto di aver bisogno di un Pastore e, soprattutto, averlo trovato. I verbi “creduto”e “conosciuto”fanno riferimento al fatto che i dodici a quella conclusione erano giunti dopo un’attenta osservazione dei fatti di cui erano stati testimoni e protagonisti al tempo stesso, oltre che di una forte volontà di capire i suoi discorsi. Ed erano arrivati a un punto in cui in loro si era creata la consapevolezza del fatto che, senza di lui, non avrebbero potuto essere. Senza il loro Maestro si sarebbero sentiti persi, a differenza di quanti “tornarono indietro”ad una vita che, temporaneamente, li avrebbe distolti dal pensare che un giorno sarebbero morti trovandosi di fronte a ciò che Gesù aveva detto: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio”(Luca 18.8).

La risposta “Non sono forse io che ho scelto voi, i dodici?”riguarda non l’elezione per la vita eterna, ma la nomina ad apostoli (Luca 6.13). La immediata aggiunta “Eppure uno di voi è un diavolo”ha fatto seguito al tema dell’elezione probabilmente perché gli altri undici, una volta che Giuda Iscariotha si fosse rivelato, non avessero dei dubbi ipotizzando che il loro Maestro avesse sbagliato a scegliere uno di loro. Il termine usato per indicare Giuda è molto particolare perché di lui non è detto che è un “daimon”, cioè uno spirito maligno, ma “diàbolos”, cioè “colui che divide”, “calunniatore”, “accusatore”, col quale è evidente l’identificazione con Satana. Jacques Masson, teologo vissuto tra il 1400 e il 1500, osservò che “Egli era animato dallo spirito di Satana, così da esser fra i dodici quello che Satana era stato nella famiglia di Dio in cielo”. Occorre però specificare che questa identificazione piena avverrà in un punto preciso, quando ricevette da Gesù il boccone intinto, dopo di che leggiamo che “Satana entrò in lui”, cioè ne prese pieno possesso non per umiliarlo come fece e fa con gli indemoniati, ma per i suoi scopi. Giuda quindi, a quel tempo, era una persona che agiva per se stesso, traendo un illecito guadagno rubando dalla cassa comune di cui era responsabile, oltre a disprezzare costantemente tutto ciò di cui, assieme agli altri, era testimone. “Uno di voi è diavolo”, sono parole che quindi si riferiscono alla prospettiva e al destino di quell’apostolo, ma anche al fatto che a spingerlo nelle sue azioni era una forza contraria che andava oltre oltre l’impermeabilità del cuore e della mente. “Durante la cena,(…) il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariotha, di tradirlo”: si noti il “già” che allude al processo inevitabile di chi non solo rifiuta il Vangelo, ma lo combatte, lo ignora volutamente, resta indifferente nonostante le Sue manifestazioni. Giuda qui “stava per tradirlo”, il che significa che aveva già deciso di attendere il tempo opportuno per farlo: avrebbe ferito al calcagno la “progenie della donna”.

Credo che qui, a prescindere da quanto scritto finora, quel “diavolo”riferito a Giuda sia strettamente connesso a un’altra definizione che Gesù dà di lui: in Giovanni 17.12 leggiamo “Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la scrittura”. Qui si aprirebbe un argomento immenso, che penso sia impossibile da sviluppare se non poco per volta, stante gli scopi che si prefiggono questi studi sul Vangelo.

Se però Giuda è il livello più alto – in questo contesto – della manifestazione satanica, ricordiamo che non è importante riflettere sulla capacità distruttiva di questo personaggio, quanto piuttosto sul fatto che l’Avversario abita certe persone, compresi quegli Scribi e Farisei cui Gesù si rivolse dicendo “Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio”. Ecco perché, per trovare un angelo dell’Avversario, o un appartenente a lui, non dobbiamo andare troppo lontano. E, a volte, questo non lo pensiamo. Amen.

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10.13 – CHI MANGIA LA MIA CARNE E BEVE IL MIO SANGUE (Giovanni 6.52-58)

10.13 – Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue (Giovanni 6.52-58)

 

52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»”.

 

A un lettore attento ai verbi che descrivono lo stato d’animo dei Giudei non sarà sfuggito che prima “mormorano” e poi che, dopo le parole “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, si mettono a “discutere aspramente”perché quella frase rappresentò per loro qualcosa di totalmente assurdo e non sapevano come interpretarla alla luce della loro conoscenza. A cosa alludeva Gesù? Per quanto sapevano i Suoi uditori, non poteva certo riferirsi a una forma di cannibalismo perché avrebbe comportato l’infrazione del comandamento “Non ucciderai”senza contare che cibarsi di un corpo umano sarebbe stato impossibile dal momento in cui, solo per aver toccato un cadavere, una persona rimaneva impura “fino alla sera”. Ora, poiché questi due principi erano chiari a tutti, il fatto che discutevano aspramente ci parla del fatto che, in quella Sinagoga, si erano create due fazioni opposte che, come dal verbo utilizzato, “emaxónto”, “combattevano”tra loro: vi era così un gruppo che credeva in Gesù e ne accettava la dottrina, un secondo che la contrastava ritenendola assurda e impossibile.

A questo punto intervengono i due “Amen” di Gesù in cui pone di fronte quei Giudei a qualcosa di enorme: al mangiare la propria carne aggiunge il bere Suo sangue, altra pratica proibita dalla Legge, per sette volte, a cominciare dalla Genesi in cui leggiamo (9.4) “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente, e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”. Sono parole dette a Noè e ai suoi figli una volta usciti dall’arca. Essendo quindi il sangue la sede fisica della vita animale e al tempo stesso facente espiazione per l’anima dell’uomo, come ha scritto un fratello, “ai più riflessivi e sinceri dei suoi uditori, la separazione che Gesù fa fra la sua carne e il suo sangue dovette dar l’idea della morte, non naturale ma espiatoria come accennato al verso 51 «il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo»”.

Vorrei a questo punto mettere in risalto gli elementi a disposizione della fazione contraria a Nostro Signore per cercare di capire quanto voleva dire nonostante, più che la verità, a loro interessasse la contesa: prima di tutto c’era il fatto che Gesù era un profeta e, riguardo alla categoria di queste persone, la Legge aveva dato delle indicazioni per distinguere quello vero dal falso: “Qualora sorga in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti proponga un segno o un prodigio, e il segno e il prodigio annunciato succeda, ed egli ti dica: «Seguiamo dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuto, e serviamoli», tu non dovrai ascoltare le parole di quel profeta o di quel sognatore perché il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il Signore, vostro Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Seguirete il Signore, vostro Dio, temerete lui, osserverete i suoi comandi, ascolterete la sua voce, lo servirete e gli resterete fedeli, Quanto a quel profeta o a quel sognatore, egli dovrà essere messo a morte, perché ha proposto di abbandonare il Signore, vostro Dio, che vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto e ti ha riscattato dalla condizione servile, per trascinarti fuori della via per la quale il Signore, tuo Dio, ti ha ordinato di camminare. Così estirperai il male in mezzo a te”(Deuteronomio 13.2-6). Ora non mi pare che Gesù rientrasse nella categoria qui descritta e sicuramente anche il partito a lui opposto, in quella sede, non avrebbe potuto accusarlo in tal senso.

C’era poi la frase, ripetuta quattro volte, “lo risusciterò nell’ultimo giorno”: non potevano essere parole dette a caso perché Gesù aveva già risuscitato, per quanto sappiamo, due persone, la figlia di Jairo, proprio a Capernaum, e il figlio della vedova a Nain. Quelle parole, quindi, avrebbero dovuto essere elaborate con la massima attenzione. Terzo, Nostro Signore era lì, in mezzo a loro e non ci sarebbe stato altro modo per approfondire interpellandolo direttamente come avvenuto quando, in età di dodici anni, a Gerusalemme è scritto che i Dottori della Legge “erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”(Luca 2. 47). Attenzione, perché quei maestri venivano da una vita dedicata allo studio, estensione e memorizzazione dei testi sacri e di un mare di sentenze custodite gelosamente da secoli. E mi viene in mente Nicodemo, che andò da Lui per capire e lo interrogò certo non con un senso di superiorità e per contendere.

Tornando al nostro testo sembra quasi, per le dinamiche descritte, che Gesù sembra voler “rincarare la dose” quando, al pane-carne, aggiunge il suo sangue-bevanda, ben sapendo le reazioni che avrebbe provocato: il fatto è che la verità andava detta comunque e in tal modo avrebbe dimostrato, come già detto ai discepoli, di essere “venuto sulla terra non a portare la pace, ma la spada”(Matteo 10.34). Non solo, ma teniamo presente la risposta data ai discepoli circa il motivo del Suo parlare per parabole, quindi per figure che in alcuni casi erano dei veri e propri enigmi: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano; ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”(Marco 4.11,12). Non si tratta di una selezione arbitraria operata da un dio capriccioso, ma della conseguenza dello stato dell’anima della persona, del fatto che “Dio resiste ai superbi e fa grazia agli umili”(1 Pt 5.5), concetto espresso anche in Proverbi 3.34 “Dei beffardi egli si fa beffe e agli umili concede la sua benevolenza”. E il superbo è colui che è assolutamente convinto della propria superiorità sugli altri, quindi abituato a trattare il prossimo con arroganza e disprezzo.

Sappiamo che Gesù parlò in parabole, ma che poi le spiegava ai Suoi: lo stesso farà per queste parole sulla Sua carne e il Suo sangue, per quanto più di un anno dopo nell’ultima cena. Leggendo la versione di Matteo 26.26-28 abbiamo: “Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati”. Abbiamo qui la rivelazione di ciò che Lui intendesse quando parlò ai Giudei a Capernaum: si tratta di una simbologia per alludere alla profonda immedesimazione che dev’esservi tra chi è da Gesù salvato e redento, e Lui stesso in quanto il sacrificio della croce rappresenta il massimo dei doni che vengono porti all’uomo che li accoglie.

Apro una parentesi che mi sembra doverosa: i Giudei rifiutarono il concetto letterale della carne da mangiare e del sangue da bere, ma alcune Chiese ne hanno fatto, altrettanto letteralmente, un dogma stabilendo la transustansazione nell’eucarestia, come dichiarato nel Concilio di Trento (sessione XIII, 11 ottobre 1551): “con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, Nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue”. Va bene, ma prima? Questa “conversione” esisteva, oppure no?

Al contrario di questa teoria, che poi per il cattolicesimo è un dogma, si tratta di riconoscere in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Gesù dato per tutti coloro che lo avrebbero accolto. Fu un sacrificio fatto “una volta per sempre”(Ebrei 9.28) che non ha alcun senso che si rinnovi, mentre a ripetersi – questo sì – è il suo ricordo come dalle parole “Fate questo in memoria di me, finché io venga”(Luca 22.19). Se nell’ultima cena gli apostoli avessero sospettato anche lontanamente che quel vino fosse stato davvero il sangue del loro Maestro, non lo avrebbero certamente assunto, così come il pane, se non fosse stata figura del suo corpo e non la presenza reale di esso.

Le parole dei nostri versi in esame, per la circostanza in cui furono pronunciate, hanno riferimento profetico e al significato del credere più che alla celebrazione del Memoriale (o Eucaristia) che, come sappiamo, sarà istituito in seguito: abbiamo prima il pane – carne, quindi un alimento che, a differenza di quello naturale che deperisce, è per la vita eterna. Questo può essere identificato solo nella persona di Gesù, “Verbo”che “si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”con un corpo simile al nostro, che ha conosciuto una morte violenta, ingiusta, eppure l’ha vinta. Scrive l’apostolo Paolo in Romani 5.6-9 “Quando eravamo ancora senza forza, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui”.

Sappiamo che “A tutti coloro che l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”, quindi è questa accoglienza, che si concreta inizialmente nel riconoscerlo come la “Parola fatta carne”, che comincia il cammino verso la salvezza. Quando fu detto a molti, uomini e donne “Va’, la tua fede ti ha salvato”, significa proprio che questi nostri fratelli o sorelle che ci hanno preceduto lo avevano riconosciuto come Signore. Il Suo sangue, poi, non può avere altri riferimenti che col sacrificio che affrontò come “Agnello di Dio che toglie– cioè prende su di sé – il peccato del mondo”. Il corpo di Gesù è “vero cibo”e il Suo sangue “vera bevanda”perché l’anima dell’uomo ha bisogno di essere sfamata e dissetata. Infatti “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù– non in altri –. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati”(Romani 3.23-25).

L’autore della lettera agli Ebrei scrive a proposito di questo sangue: “Se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su coloro che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? (…)Ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza”(9.13-28).

Ecco allora perché abbiamo letto “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui”, parole che hanno stretta relazione con un altro passo che ci parla dell’identità dell’uomo finalmente trovata: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”(Apocalisse 3.20). Per vivere in eterno, per essere risuscitati nell’ultimo giorno. Amen.

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10.12 – IL PANE DELLA VITA (Giovanni 6.45-51)

10.12 – Il pane della vita (Giovanni 6.41-51)

48Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».”.

I versi da 26 a 58 di questo capitolo sono dedicati alla presentazione di Gesù come “Pane della vita”con un discorso in cui si rivela non solo come unica fonte di salvezza per l’uomo, ma dà anche per la prima volta un’identità precisa di sé riguardo al proprio corpo e sangue. Già qui abbiamo un’incommensurabile distanza tra ciò che fu Lui come uomo e ciò che siamo noi: le parole “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(v. 54) fanno riferimento al Suo potere salvifico in contrapposizione alla nostra incapacità risolutiva in tal senso perché la nostra “carne e sangue – cioè così come siamo– non possono ereditare il regno di Dio” (1 Corinti 15.50).

Per quanto noi possiamo fare, allora, non abbiamo nessun potere su ciò che esula dal nostro ambiente terreno per quanto, anche in quel contesto, non possiamo fare “un solo capello bianco o nero”. Si tratta di un’impossibilità già espressa nel dialogo con Nicodemo in cui leggiamo“Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito”(Giovanni 3.5,6).

“Io sono il pane della vita”viene ripetuto per la seconda volta a distanza di poco tempo così come il richiamo alla manna nel deserto ad esso simbolicamente collegato. Mi sono chiesto quali applicazioni si potessero fare sul “pane” nella Scrittura, che simboleggia ciò che alimenta l’uomo e troviamo menzionato la prima volta in Genesi 3.19: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e polvere ritornerai”. Per poter sopravvivere, quindi, Adamo e la sua discendenza avrebbero dovuto lavorare con fatica, a differenza di quanto avveniva in Eden, quel luogo che il Creatore aveva personalmente realizzato per loro e in cui non si conosceva la fame né altre problematiche legate all’esistenza. Ricordiamo che Adamo e sua moglie avevano a disposizione tutti i frutti del giardino, ma ancora di più quelli dell’ “albero della vita”che si trovava al centro di esso, cioè sempre raggiungibile, mai distante da qualunque punto si trovassero. Contrariamente il pane che Adamo si sarebbe procurato lavorando, lo avrebbe nutrito fino a quando egli non sarebbe ritornato polvere.

Il pane, certo non quello contaminato che abbiamo oggi, è figura di ciò che necessita all’uomo per vivere e infatti è uno dei soggetti di preghiera nel “Padre Nostro”, ma nelle parole di Gesù è un elemento che si trasforma sempre in un concetto di più ampia portata: “l’uomo non vive di solo pane, ma di ciò che procede dalla bocca di Dio”, quindi c’è un nutrimento diverso che va assunto per vivere davvero, al di là di quello che conosciamo. Nella seconda parte del verso 50, poi, c’è un “pane che discende dal cielo perchéchi ne mangia non muoia”essendo il Cristo l’unica opportunità offerta per perché l’uomo si possa appropriare di quella vita eterna che altrimenti gli sarebbe negata. E il paragone con la “manna del deserto”, rivolto al popolo che ben conosceva l’episodio, fu quanto mai pertinente, perché la citazione di quanto avvenuto in Esodo ci parla di un intervento di Dio perché gli israeliti non morissero di stenti in un territorio ostile. Ma c’è di più perché, se per i Giudei la citazione dell’episodio della manna fu il punto di partenza per rifiutare Gesù come riportato al verso 31 (“I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto”), per Nostro Signore fu quello di arrivo: certo i loro padri l’avevano mangiata e morirono, ma “questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”(v.50).

Il primo pane, quindi, era per la sopravvivenza temporanea, ma il nuovo, quello “che discende dal cielo”, lo sarebbe stato per la vita eterna. È e fu punto di arrivo perché, dopo di quello, l’uomo non può desiderare altro: cibandosene ha finalmente un ruolo, una prospettiva, una destinazione, una dignità vera. Da notare che i pronomi “Io”e “Me”compaiono in questo capitolo per 35 volte, 5×7, a sostegno della totalità e perfezione dell’opera del Figlio. In quel “sono morti”, infatti, abbiamo un rimando alla descrizione obiettiva che Salomone fa dell’esistenza umana nel libro del Qoèlet quando scrive “Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa (…) nessun ricordo resta degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso quelli che verranno in seguito”(1.4,11): ora il “ricordo degli antichi”non è riferito ai grandi della storia – anche quelli che troviamo nell’Antico Patto –, ma a tutto quel patrimonio di vissuto, nel bene e nel male, di aspirazioni, esperienze e speranze di tutti quelli che sono stati, in un modo o in un altro, protagonisti della loro storia e che è svanito, di quella verità reale, non ufficiale, che non ci è stata tramandata e che non conosciamo. Credo che lo studio della storia umana sia uno dei più grossi inganni che possiamo subire perché scritta sempre dai vincitori che l’hanno piegata ai loro scopi e dagli storici che, per quanto riguarda quella recente, l’hanno omessa in quei dettagli che avrebbero potuto modificarne il senso.

Certo la manna nel deserto ebbe una valenza spirituale assoluta perché stava a testimoniare l’amore di Dio per il suo popolo, ma costituiva, dal momento in cui Gesù parlava in poi, un evento passato: uno dei tre artefici della manna nel deserto stava lì, davanti a quei Giudei che lo contestavano incapaci di capire e privi della volontà di comprenderne il senso.

Ricordiamo infatti le parole di Proverbi 8.21-31 quando parla la Sapienza “Quando egli fissava i cieli, io ero là, quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti così che le acque non oltrepassassero i loro confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”(Proverbi 8.21-31). Sicuramente da sottolineare il “globo terrestre”, descrizione che sta a indicare come gli uomini di Dio già sapessero che la terra non era piatta, come si riteneva nel mondo antico estraneo alla Rivelazione.

Un giorno ho pensato che l’opera della creazione di Dio fu un atto non meno complesso del piano di salvezza per l’uomo: il Padre scrisse, nel Libro che solo l’Agnello sarà in grado di aprire, i nomi di tutti coloro che sarebbero stati salvati. Diede loro un posto, un ruolo tanto nella vita terrena che in quella eterna provvedendo alla cancellazione del loro peccato, come troviamo scritto, “…e non mi ricorderò più dei loro peccati”(Geremia 31.31): in Ebrei 8.13 infatti leggiamo “Dicendo alleanza nuova– quella di cui Geremia ha parlato –  Dio ha dichiarato antica la prima; ma, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire”. Non credo che possa esservi passo migliore, a commento di quanto stava avvenendo nella Sinagoga di Capernaum, di Ebrei 1.1-4 che, in poche parole, traccia il senso della storia umana raccordata a quella della Creazione Nuova di cui Gesù è il responsabile: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato”.

È proprio questo ultimo verso a spiegare cosa volesse dire Gesù: il mangiare “di questo pane”è la chiave del discorso, una direzione unica e precisa che ogni uomo, da quando furono pronunciate queste parole, è chiamato a prendere. Per ora stiamo ancora considerando la prima parte di quanto detto da Nostro Signore: mangiare “di questo pane”è un’azione che comporta l’avvicinarsi, prenderlo e cibarsene, cioè farlo profondamente proprio, assimilarlo, quindi ha riferimento con il “credere”che, come più volte sottolineato, è tutt’altro che una semplice presa d’atto. E, certo, comporta delle prese di posizione viste nei due veri “sacramenti” del cristianesimo, il battesimo e la santa cena in cui, assumendo pane e vino, i credenti rinnovano la loro adesione a Cristo obbedendo al comandamento “Fate questo in memoria di me, finché io venga”.

“Se  uno mangia di questo pane vivrà in eterno”, esprime così una condizione, l’unica perché ciò possa avvenire essendo la conseguenza del credere. Poi leggiamo “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”(v.51), frase che ha generato da allora in avanti una confusione enorme perché presa letteralmente. Subito infatti i Giudei dissero “Come può costui– in senso spregiativo – darci la sua carne da mangiare?”(v.52) e “da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”(v.66). Sono passi che affronteremo, ma che dicono molto sull’incapacità dell’uomo naturale di comprendere qualsiasi concetto spirituale: esistono le parabole – o per lo meno alcune di loro –, racconti semplici, che rimangono impressi e il più delle volte sono interpretabili anche da un bambino, ma nel momento in cui ci si addentra nelle prime verità nascoste di Dio ecco che la mente carnale subito interviene volendo interpretare correttamente e, non riuscendovi, si arrende nel modo sbagliato, cioè rifiutandole invece che chiedere umilmente a Lui di illuminarlo. Rifiutare un concetto spirituale comporta sia il respingerlo che il giudicarlo, allontanandosene.

Rimaniamo un poco su quanto detto da Gesù finora: la vita eterna la possiede “chi mangia di questo pane”, ma prima, al verso 40, le parole furono “La volontà di colui che mi ha mandato è questa: che chiunque vede il Figliolo e crede in lui, abbia vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”, due concetti diversi che portano al medesimo risultato comprendendoli entrambi; “vedere”e “credere”, quindi riconoscere la sua esistenza e presenza spirituale indipendentemente dal tempo in cui si vive. Quando Gesù era sulla terra la gente poteva vederlo di persona e credere o meno, allora come oggi. Ogni credente vissuto dalla morte e resurrezione del Cristo in poi, noi compresi, lo ha visto con gli occhi di chi ce lo ha descritto, in parole e opere, nel Vangelo e in tutti gli scritti che compongono il cosiddetto “Nuovo Testamento”.

Quindi: chi ha mangiato la manna nel deserto morì confermando l’amara constatazione di Salomone “Tutti sono diretti nel medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna”(Qoèlet 3.20); chi però afferra l’opportunità di cibarsi del pane disceso dal cielo “vivrà in eterno”perché, pur passando attraverso la morte del corpo, eviterà quella seconda riservata ai “codardi, gli increduli, gli immondi, gli omicidi, i fornicatori, i maghi, gli idolatri e tutti i bugiardi”(Apocalisse 21.8). Si tratta di categorie illuminanti che riguardano tutti coloro che non fanno proprio il sacrificio di Cristo per essere salvati senza produrre quei “frutti degni del ravvedimento”indispensabili a confermare la nuova nascita. Si tratta, ancora, delle stesse tipologie di persone alle quali appartenevamo un tempo. Scrive l’apostolo Paolo che “Tali eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!”( 1 Corinti 6.11).

Ancora, sempre in Apocalisse 20.15 leggiamo che “chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco”, per cui l’uomo non può avere alternative di scampo se non in quel “pane vivo disceso dal cielo”oggi liberamente a disposizione di chiunque. Sono queste parole importanti e mettere i versi di Apocalisse che abbiamo riportato in relazione tra loro è fondamentale perché, lungi dal dividere l’umanità in “buoni e cattivi”, in realtà crea l’insieme dei credenti e dei non credenti, cioè di coloro si nutrono delle parole del Figlio di Dio oppure no, su Lui fanno affidamento e in Lui si nutrono. Amen.

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