14.02 – COLORO CHE SI SALVANO II/II (Luca 13.26-30)

13.19 – Quelli che si salvano II/II (Luca 13.26-30) 

 

26Allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». 27Ma egli vi dichiarerà: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!». 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

 

            Il verso 26 esprime una prima reazione alla risposta “Non so di dove siete” (che verrà ripetuta due volte). Anche qui il Padrone di casa viene trattato dagli esclusi come uno smemorato e un ingrato stante il fatto che disconosceva la relazione di familiarità intercorsa un tempo tra di loro: fanno riferimento all’aver “mangiato e bevuto alla tua presenza” e al fatto che Lui avesse “insegnato nelle nostre piazze”, privilegi di fronte ai quali non avevano però saputo trarre alcun vantaggio spirituale. Di quel mangiare e bere e di quell’insegnamento era rimasto il ricordo formale, ma non l’immedesimazione, il partecipare, la vera appartenenza. E anche qui ci ricolleghiamo al sermone sul monte: “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma chiunque fa la volontà del padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo noi forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità»” (Matteo 7.21-23).

Da queste ultime parole, che vanno ad ampliare quelle su cui stiamo meditando e viceversa, vediamo un fatto nuovo e cioè che la categoria di persone che vuole entrare nel regno è differente dalla quella riportata da Luca: in Matteo abbiamo “profetato nel tuo nome”, cioè predicato, parlato di Lui e operato apparentemente per il bene, “scacciato demòni” e “compiuto molti prodigi” a conferma del fatto che il miracolo non sempre è detto che provenga da Dio, ma sia qualcosa di ambivalente nel senso che può attrarre un’anima alla vera fede, o distoglierla. E questa è una prima interpretazione; in realtà, l’ ”abbiamo”, è riferito alla storia di tutto il popolo di cui quei richiedenti si appropriano in quanto a lui appartenenti. Per quanto riguarda i miracoli, invece, a parte che molti furono quelli di cui Israele fu protagonista nella sua storia, credo che sia molto semplice stabilire se un discorrere di Dio o qualsiasi altra manifestazione provenga da Lui o dall’Avversario: basta vedere dove o a chi essa porta, se a Cristo oppure no, è sufficiente non limitarsi al vivere secondo una coscienza cristiana generica, ma a crescere nella dottrina, fondamentale per orientare le scelte della persona per non subire gli effetti di un pressapochismo sempre pericoloso perché, il più delle volte, si affida al semplice, immediato sentimentalismo.

Aprendo una brevissima parentesi, proprio il Vangelo, paradossalmente, si presta ad interpretazioni facili perché non si pensa che le parole di Gesù furono pronunciate stante la necessità di fornire un insegnamento essenziale ai presenti e sarà solo più avanti che gli apostoli, costituita la Chiesa, forniranno istruzioni dettagliate perché quelle fossero comprese ed inquadrate nella giusta misura. Viceversa Pietro, Giovanni, Giacomo, Giuda e Paolo non avrebbero scritto nulla. Senza dottrina non si cresce, non si va da nessuna parte, non è possibile praticare né tantomeno insegnare la Parola, leggere correttamente gli avvenimenti che riguardano noi o altri.

Vagliare gli spiriti, poi, è qualcosa che siamo chiamati a fare quotidianamente, per non cadere vittima di falsi “amici” o “fratelli”, come scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio, perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo” (4.1-6). Sono parole terribili se pensiamo al pressapochismo con il quale a volte valutiamo le persone che hanno a che fare con noi. Ecco perché, nelle nostre relazioni con il prossimo non credente e soprattutto non convertito nei fatti, non dovremmo mai lasciare che, al di là della cordialità e disponibilità comunque dovuta, questa persona diventi dominante su di noi finendo per condizionare le nostre scelte e la nostra vita.

 

Ora, concludendo il verso 26, è facile identificare nei postulanti gli ebrei non cristiani che ipocritamente, trovandosi la porta chiusa, ricorrono alla loro appartenenza formale al Popolo di Dio, mentre quelli di Matteo 7 sono da individuarsi anche nella Chiesa nominale, quella sterile, che sprona alla superstizione, che mira alle masse per scopi diversi dalla salvezza e dalla predicazione del Vangelo, che parla di bontà, pace, fratellanza e solidarietà lasciando accuratamente Cristo fuori da qualsiasi discorso, anteponendo a Lui le opere proprio come abbiamo letto. Infatti, non esiste anima salvata che non conosca Cristo Gesù e viceversa perché “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me; così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore” (Giovanni 10.14). Questo citando il primo verso che mi viene in mente e sul quale ciascuno può fare i propri, ulteriori collegamenti, precisando che il perdóno, il risollevamento dell’uomo dalla propria condizione umiliante non era certo sconosciuto ai tempi di Gesù, perché “Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato. Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto e nel cui spirito non è inganno. (…) Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa. Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità» e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato” (Salmo 32. 1-5).

Facendo un breve inciso, vediamo da questo verso che esisteva comunque un rapporto di conoscenza fra YHWH e il suo popolo ma questo, salvo rari casi, non era reciproco né lo poteva essere per l’assenza di un mediatore che sarebbe venuto dopo nella persona di Nostro Signore che avrebbe portato un’identificazione tra Lui e la creatura.

 

Ebbene, abbiamo al verso 27 il secondo disconoscimento del padrone di casa, al quale vengono aggiunte le stesse parole di Matteo, “Allontanatevi da me, voi tutti operatori d’ingiustizia”, fatto che Gesù aveva avvertito che si sarebbe verificato quando disse “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10.32).

“Operatori d’ingiustizia” in contrapposizione a quelli “di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Matteo 5.9): quindi la “pace” cui allude Nostro Signore non è quella tra uomo e uomo, ma tra uomo e Dio, indispensabile a costruire il rapporto con Lui (e con fratelli e sorelle) altrimenti perduto col peccato dei nostri progenitori. Infatti, “Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Romani 5.1).

La confusione che regna al di fuori di questa regola è enorme e, lasciando scadere la genuinità del principio, lascia il campo aperto a dottrine diverse che portano alla sterilità e alla futura estromissione perché altro non fanno che ampliare l’ingiustizia, la sola che regna nel cuore dell’uomo non rigenerato. Ha scritto Papa Ratzinger: “Per entrare nella giustizia è necessario uscire dall’illusione di autosufficienza, dallo stato profondo di chiusura che caratterizza l’uomo irrigenerato e che è l’origine stessa dell’ingiustizia”.

In opposizione a questo sistema perverso abbiamo la Giustizia di Gesù, che viene dalla Grazia, “Il fatto che l’espiazione avvenga nel sangue di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé la maledizione che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la benedizione che spetta a Dio”. Infatti “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi” (Galati 3.13).

Ecco cosa significa essere “operatori di ingiustizia”: rifiutare l’amore di Dio e ciò che Lui si aspetta dall’uomo perché, agendo così, si rimane vittima della propria condizione umana, si resta unicamente carne, si cresce e si muore senza alcuna prospettiva, si rimane nell’ingiustizia e se ne diventa “operatori”.

Ma c’è di più, perché tutto torna indietro nel senso che viene rispedito al mittente visto nel “pianto e stridore di denti” come reazione a due eventi correlati, cioè il vedere “Abrahamo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori” (v.28): Gesù cita le persone che hanno costruito il Suo Popolo, Abrahamo cui venne fatta la Promessa, Isacco che la rese tangibile, Giacobbe cui fu detto “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto” (Genesi 32.29). Poi i profeti, tramiti di YHWH per rivelare il Suo volere e piani al popolo.

Siccome però tutto è stato fatto in vista della venuta del Cristo, rifiutato da quelli rimasti fuori dalla porta, il “pianto e stridore di denti” è l’unica reazione possibile una volta compresa l’irrimediabilità della situazione e aver preso coscienza che sì, le cose avrebbero potuto essere diverse qualora si fosse accettato Gesù nel cuore.

Abbiamo allora il pianto per ciò che si è perduto e nello stridore la rabbia per non avere approfittato dell’occasione di salvarsi oltre all’invidia per quelli che sono stati accolti. Il loro sarà un assistere impotenti alla mensa del Signore i cui invitati, accolti e degni, verranno da ogni dove, dai quattro punti cardinali in cui vediamo la totalità delle genti senza distinzione di razza e posizione sociale.

Il sedere “a tavola nel regno di Dio” ha riferimento al banchetto nuziale, quando finalmente i credenti saranno riuniti al loro Redentore e non esisterà nient’altro che il piano di Dio finalmente concretato in tutti i suoi punti. Un banchetto in cui ognuno avrà il suo posto e in cui Gesù dice che sarà lui stesso a servire, come abbiamo letto recentemente nel finale della parabola dei servitori vigilanti: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Luca 12.37).

Infine abbiamo il verso 30, divenuto proverbiale anche nel mondo, espresso più volte da Gesù che allude fondamentalmente alla perfetta conoscenza che ha del cuore di ognuno e di giudizio al di là delle apparenze. La frase la esprimerà a conclusione della trattazione sul discepolato, “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli per il mio nome, riceverà ceto volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno i primi” (Matteo 19.29,30; Marco 10.31).

Attenzione al “lasciare” che non ha nulla a che vedere con l’abbandono come purtroppo interpretato dalla maggioranza, ma è semplicemente uno spostamento affettivo come per Genesi 2.24: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e insieme saranno una sola carne”.

Un’altra volta la distinzione ultimi-primi la troviamo alla fine della parabola degli operai delle diverse ore al capitolo 20 dello stesso Vangelo e in tutti i casi, comunque, si tratta di un avvertimento/invito a non adattarsi alle apparenze, all’esteriorità tanto da parte di chi fa distinzione fra “primo” e “ultimo” quando di chi invece si adopera per figurare tra i “primi” o gli “ultimi” per un proprio tornaconto personale.

Credo però che nel caso di specie Gesù, parlando a degli israeliti, voglia far riferimento ai capi religiosi che aspiravano “ai primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti” (Marco 12.39), “i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze” (Luca 11.43) e, per riflesso, anche a tutti coloro che, nel campo cristiano, agiscono per lo stesso tornaconto personale.

Per concludere, credo che la risposta di Gesù all’anonimo che gli chiese se fossero “pochi coloro che si salvano” sia di una consolazione unica da un lato, ma di una massima drammaticità dall’altro perché l’uomo abituato a pensare che vi siano rimedi e scappatoie per ogni cosa, o che fino ad allora era stato indifferente a qualsiasi richiamo alla conversione, alla fine si troverà nella condizione di non poter tornare indietro da un’esclusione che avrà scelto, responsabilmente, lui stesso. Amen.

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