15.07 – LA FEDE SULLA TERRA I/III (Luca 18.8)

15.07 – La fede sulla terra I/III (Luca 18.8)

 

8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

 

È il verso che, come ricorderemo, conclude la parabola del giudice iniquo e, per l’importanza che assume, non può essere ignorato sia per il tema che propone, quando per l’apparente anomalia del contenuto, oggettivamente spiazzante: Gesù parla del pregare senza stancarsi, secondo l’ottica con cui abbiamo inquadrato questa azione, sulla Sua promessa di intervenire “prontamente” per far ragione delle ingiustizie subite dai credenti, e tutto ad un tratto abbiamo “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà fa fede sulla terra?”, che coinvolge tutta una serie quasi infinita di elementi e circostanze che non possono portare solamente ad un generico “No” come risposta, essendo dubitativa già in partenza.

È chiaro infatti che quel “quando verrà” non può che riferirsi al Suo ritorno, quello descritto in tante parabole quando si parla di “un uomo” che parte per un paese lontano e lascia incarichi ai suoi servi vuoi per far fruttare il denaro avuto in consegna, vuoi per amministrare il suo palazzo, oppure per attendere che arrivi col corteo nuziale.

La domanda di Gesù fu posta e soprattutto scritta perché giungesse intatta attraverso i secoli fino ai legittimi destinatari, cioè quei credenti che vivranno i cosiddetti “ultimi tempi”, quelli in cui sarà concesso all’Avversario di agire come mai gli era stato dato per poter realizzare il suo capolavoro effimero costituito da un impero terribile che avrà una durata di tre anni e mezzo. SI noti il numero, che non è né tre, perfezione, né quattro, numero dell’equilibrio.

La domanda di Gesù chiama in causa altri concetti da Lui espressi che anticipano le sofferenze della Chiesa e che riprendono, ampliandola, la parabola della zizzania nel campo in cui le piantine di grano sono condannate a “convivere” con le altre, dannose, fino al raccolto conclusivo, quando agli angeli verrà affidato il compito di raccoglierle tutte e separarle. Posto che è ovvio che “la fede sulla terra” riguardi la Chiesa, posto che sappiamo che “Molti falsi profeti sorgeranno e ne sedurranno molti” (Matteo 24.11), che il “molti” di Gesù ha una valenza enorme e che possiamo constatare nelle vere eresie sorte, che “per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti” (ibidem), vediamo nell’interrogativo di Nostro Signore un ammonimento, un richiamo proprio a coloro che si ritroveranno a vivere un periodo più difficile rispetto a quelli vissuti dai fratelli che li hanno preceduti, trovandosi a impattare con esseri profondamente corrotti e privi di qualunque remora.

Scrive l’apostolo Paolo al suo discepolo Timoteo: “Lo Spirito dice apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori – si noti “spiriti” e non “persone”, che saranno animate da loro – e a dottrine diaboliche, a causa di spiriti impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza” (1a, 4.1).

Poi nella sua seconda lettera, “Sappi che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, empi, senza amore, sleali, calunniatori, intemperanti, intrattabili, disumani, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, amanti del piacere più che di Dio, gente che ha una religiosità solo apparente, ma ne disprezza la forza interiore” (3.1-5). Notiamo come particolarmente indicative “senza amore” (a parte per loro stessi), “intrattabili” (cioè sarà impossibile qualunque forma di dialogo e correzione), “disumani” (cioè privi di qualsivoglia qualità morale) e “accecati dall’orgoglio” perché in assenza di Dio l’unica possibilità di adorazione va all’uomo corrotto di per sé che non può che santificare ciò che è miserabile. È un quadro che va oltre alla società conosciuta nella storia, coi suoi errori e i suoi crimini che comunque erano perpetrati da una parte di essa e non da tutti, escluse le guerre che da sempre hanno generato soltanto mostri.

Ora abbiamo il dovere di discernere gli “ultimi tempi”, perché dalla lettura delle caratteristiche degli uomini elencate in questi versi, apparentemente, non vediamo nulla di straordinario: quando non sono stati egoisti o amanti del denaro, o non hanno avuto le altre caratteristiche che abbiamo letto? Si potrebbe rispondere “da sempre” e sarebbe vero visto che l’uomo senza Cristo nella sua vita tende e tenderà sempre a questo; eppure qui si tratta di contrassegni negativi che una collettività eleggerà a norma di vita, e lo possiamo vedere – o per lo meno iniziare a vedere – nel nostro tempo.

Non ci inganni il principio che molti portano avanti secondo il quale “queste cose ci sono sempre state” poiché, se questo è vero, lo è altrettanto il fatto che mai fino ad ora c’è stato un disprezzo così accentuato per le norme della convivenza morale e civile, la giustizia è assente, mai fino ad ora si sono venute a creare le condizioni per una pubblicità martellante non tanto su determinati prodotti, ma sul raggiungimento della soddisfazione personale a qualunque costo e con qualunque mezzo. Mai fino ad ora si stanno promulgando leggi liberticide nel profondo che vanno a colpire non chi delinque o persegue condotte contrarie alle più elementari regole dell’educazione e del buon senso, ma le persone comuni, spesso oneste, che si trovano impossibilitate a far valere i propri diritti più elementari.

Ecco allora l’importanza della preghiera ancora una volta intesa non come elenco di richieste, ma come cammino di unità con Dio. E questo credo che possiamo vederlo in due passi assolutamente lampanti, il primo nella parabola delle dieci vergini (Matteo 25.1-13), il secondo nella lettera alla Chiesa di Laodicea (Apocalisse 3.14-22).

Nella parabola abbiamo dieci vergini, cinque savie ed altrettante stolte, tutte invitate a far parte di un corteo nuziale, tutte che si presentano lungo la via ad attendere “lo sposo”. Tutte portano con sé la lampada con il materiale per illuminare, ma solo la metà di esse hanno olio sufficiente ad adempiere la loro chiamata. Eppure tutte, indipendentemente dalla loro caratteristica interiore, cadono in uno stato di torpore perché “lo sposo tardava”: è esattamente quello che non deve accadere, è quella condizione che caratterizzò anche i discepoli in un momento terribile per il loro Maestro, al Getsemani: “Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione»” (Matteo 26.40,41).

“Vegliare” e “pregare” sono i due verbi, impossibile non praticarli entrambi, pena l’inefficacia tanto della veglia che della preghiera. Vegliare è in un certo senso andare contro corrente, fare qualcosa di difficile, di contrario alle esigenze dell’organismo (quindi della carne). “Pregate”, dice Gesù ai suoi, “per non entrare in tentazione”, cioè chiedere il sostegno, nella fattispecie, per non cedere alla paura, allo scoraggiamento perché, per la prima volta, i discepoli si sarebbero trovati soli con loro stessi, privi del Maestro come riferimento e rifugio come tante volte accaduto. E infatti, guardando al contingente, proprio Pietro rinnegò il Maestro per tre volte, in preda ad una crisi di nervi vista nelle parole “cominciò a maledirsi”. Sappiamo che si stava adempiendo il testo di Zaccaria 13.7, “Percuoterò il pastore, e le pecore saranno disperse”.

Quando la vita assume una direzione a noi umanamente favorevole, siamo portati a ringraziare il Signore perché ci riteniamo protetti, ma nel momento in cui questa assume un andamento a noi contrario, ecco che possiamo rimanere scandalizzati nel senso aderente del termine, cioè avere degli intoppi nel nostro cammino spirituale. E il rischio di “addormentarsi” si fa reale perché si può vacillare, ci si può fermare, si può perdere di vista l’obiettivo, in poche parole si inizia a trascurare ciò per cui viviamo e siamo. È anche il sonno derivante dalla frase “Il Padrone tarda ad arrivare”.

C’è un bellissimo verso in Ebrei 2.1, “Per questo bisogna che ci dedichiamo con maggiore impegno alle cose che abbiamo ascoltato, per non andare fuori rotta”, cosa che può avere conseguenze disastrose per chi naviga. Quindi, più la prova è forte, o citando un episodio del Vangelo, più “il vento era – è – contrario”, più deve crescere l’impegno a ciò che abbiamo ascoltato. E di tutto questo occorre far tesoro proprio quando “ascoltiamo”, cioè leggiamo e studiamo la Scrittura, che poi è quel tempo che Dio ci concede per prepararci.

Tornando alla parabola delle dieci vergini, vediamo che a farle entrare a pieno titolo nel corteo nuziale e nel cortile della festa prima che la porta fosse chiusa fu proprio l’olio che avevano conservato, atto a garantire alle “lampade”, che poi erano delle torce, il funzionamento continuo, quindi in tutto questo vediamo la differenza fra la fede reale – che c’era comunque nonostante l’assopirsi – delle savie e quella apparente, convenzionale, formale, finta, delle stolte. E questo ci parla del fatto che lo Spirito, che non lascia mai solo il credente, è memoria e appartenenza che non può essere tolta dall’Avversario che, se gli fosse possibile, sedurrebbe anche gli eletti. Amen.

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