17.27 – Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Giovanni 14.6-7)
6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Abbiamo dedicato tre capitoli alle altrettante definizioni che Gesù dà di sé a Tommaso, quindi agli Undici e, per relazione, a tutti noi. Segue poi un assoluto che implica un percorso visto nel verbo “venire”, greco èrxomai che racchiude tutti i significati possibili dell’andare verso qualcosa o qualcuno, nel nostro caso raggiungendolo. Abbiamo infatti: “venire, andare, camminare, avvicinarsi, muovere alla volta di, giungere, pervenire, venire a colloquio”, ma anche il suo contrario, quindi “andare via, andarsene, partire”, cioè: se Gesù è colui “che quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”, il riferimento del significato contrario all’ “andare” è per quanti si accostano, prendono atto di chi sia veramente, e poi coscientemente lo rifiutano. Infatti: “Quelli che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro. Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia. Infatti, una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; ma se produce spine e rovi, non vale nulla ed è vicina alla maledizione: finirà bruciata!” (Ebrei 6.4-8). Il “cadere” di cui parla l’apostolo non è certo il peccato occasionale che tutti possiamo sempre commettere, ma è il rifiuto e il cosciente distacco, come fu per Giuda Iscariotha.
Comunque, tenendo conto dei significati del verbo “venire” che abbiamo elencato, vediamo che, senza Gesù, è precluso qualunque tipo di cammino verso il Padre che sia volto alla Sua conoscenza, un avvicinarsi per vedere meglio, un giungere finalmente a Lui nel senso di trovare qualunque tipo di ragione e risposta.
Trattandosi comunque il passo di Ebrei 6 estremamente delicato, vale la pena dare alcuni brevi ragguagli perché l’Autore della lettera sembrerebbe alludere, a prima vista, a chi ha ricevuto il dono della salvezza, ma non è così: l’illuminazione, il “dono celeste”, la partecipazione “dello Spirito Santo” si riferiscono alla presa d’atto di quanto Gesù possa offrire e all’avvertimento cosciente delle Sue possibili consolazioni. In pratica è qui descritta un’adesione di facciata che porta immediatamente il nostro ricordo a quel seme caduto in un terreno tale per cui germoglia, ma viene soffocato (Matteo 13.20-22): “Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha radici in sé ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello che è seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutti”.
Il cristiano salvato per grazia, invece, potrà essere coinvolto dalle vicissitudini e dai problemi della vita anche in maniera pesante, potrà allontanarsi dalla pratica cristiana, ma non perderà mai il proprio stato perché si ritrarrà prima di giungere al cosiddetto “punto di non ritorno”, senza contare che il Signore “non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta” (Isaia 42.3). E soprattutto, essendo “i doni e la chiamata di Dio irrevocabili” (Romani11.29), riconoscerà e gli sarà indicata una via d’uscita perché altrimenti non sarebbe stato “strappato al presente, malvagio secolo” (Galati 1.4). Poi: “Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1° Corinti 10.13). La tentazione di cui parla l’Apostolo non è quella occasionale – o per lo meno non solo –, ma piuttosto quella sistematica, quell’insieme di situazioni in cui la persona può trovarsi invischiata come in un laccio, o, come la definiva un fratello, “un perfetto labirinto” in cui si vorrebbe trovare la via d’uscita ma, dopo aver percorso tanta strada, ci si ritrova puntualmente al punto di partenza e occorre ricominciare tutto da capo.
Tornando quindi ai possibili significati del nostro verbo, possiamo renderci conto che sono totali, vale a dire che comprendono tanto un percorso lungo e magari travagliato, quanto quello del semplice venire a colloquio, chiaro riferimento alla preghiera che conosce un solo veicolo di trasmissione, e cioè ancora una volta, Gesù Cristo.
Credo che la strada più difficile per l’uomo naturale sia quella della ricerca di Dio: cammino lungo – almeno il mio lo è stato – costituito da un’infinità di domande, una quantità enorme di dubbi e parziali risposte, fino a quando non si verifica l’incontro con Cristo, l’unico in grado di fare conoscere chi si cerca essendo Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, vale a dire Colui che ha parlato, ha agito e si è mostrato in modo tale da farsi conoscere e soprattutto far conoscere il Padre. E infatti, al verso 7, abbiamo letto “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
Ecco allora che le religioni, nate dall’esigenza dell’uomo di trovare una spiegazione al perché della propria origine e fine, possono essere una strada verso la Verità senza però mai poterla raggiungere e soprattutto dare un destino eterno a chi le pratica. Non si tratta, come sentii dire un giorno, di dire o pensare “il mio Dio è migliore del tuo”, ma del fatto che di Dio ce n’è uno solo e si è rivelato unicamente tramite il Suo Figlio Gesù Cristo, che è “la via, la verità e la vita”. Ricordiamo che disse “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10-9), dove i termini “entrare” e “uscire” sono usati nei testi dell’Antico Patto per descrivere un modo abituale di vita, il libero uso di una dimora, l’entrarvi e uscirvi a piacimento come facciamo noi con le nostre. E qui ne abbiamo uso non come ospiti o affittuari, ma come proprietari, ricollegandoci a quanto abbiamo detto a proposito del “posto” che Gesù è andato a preparare.
Riandando momentaneamente alle tre caratteristiche che il Nostro Signore dà di sé, ha scritto un fratello: “La verità è Dio rivelato nella Sua essenza, la vita è Dio comunicato all’anima, e siccome è in Gesù che si opera quella rivelazione e quella comunicazione di Dio all’anima, è pure per mezzo del Figlio che l’anima viene al Padre e ritrova l’ingresso della casa paterna”. Ecco perché nessuno può accostarsi al Padre se non per mezzo di Lui, come nessuno per recarsi in un posto può prendere una strada a caso pretendendo di arrivare a destinazione. Ancora, la “Via” è nella persona di Gesù, la “Verità” nella Sua dottrina, la “Vita” nel Suo Spirito.
Anche il verso settimo del nostro testo propone ancora una volta la stessa verità, però sviluppata al livello umano: se abbiamo conosciuto Lui, abbiamo conosciuto anche il Padre, quell’entità irraggiungibile per chiunque, inconoscibile se non attraverso la Legge e i Comandamenti per quanto riguarda le Sue esigenze, ma non certo per la Sua realtà che solo Adamo e sua moglie, in Eden, avevano conosciuto, perfetti a tal punto da poter parlare con lui faccia a faccia in dialoghi di una profondità a di una totalità tale da non poter essere da noi neppure immaginata. Questo vuol dire l’autore del libro quando scrive che “erano nudi e non se ne vergognavano”: la loro nudità non esisteva nel senso che l’uomo e la donna erano esseri luminosi a tal punto che irradiavano dai loro corpi l’innocenza e tutta la sapienza che possedevano nutrendosi dall’albero della vita. L’unica cosa che non potevano sperimentare a sapere – a parte l’avvertimento “nel giorno in cui ne mangerai, certamente tu morrai” – era quanto fosse pericoloso l’altro albero, quello della conoscenza del bene e del male, per cui andavano informati e avvisati di non prendere mai frutti da lui.
Nell’era della Grazia, allora, è piaciuto al Padre farsi conoscere per mezzo di Gesù che ha accettato di rendersi uomo, con tutto ciò che questa azione ha comportato. Parlando ai Giudei che gli chiedessero dove fosse Suo Padre, rispose: “Voi non conoscete né me, né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il padre mio” (Giovanni 8.19), a conferma della loro totale reciprocità, perché se il Padre è il Tutto, lo è anche il Figlio che, come abbiamo letto a proposito della Sapienza nel libro dei Proverbi, di Lui parla Salomone e in proposito occorre sottolineare che questo accostamento non è frutto di un’interpretazione, di un volersi “allargare” di qualche mistico, ma è una delle caratteristiche di Gesù, così definito dall’apostolo Paolo in 1 Corinti1.24: “Per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio”, “che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima nei secoli per la nostra gloria” (2.7). Al tempo stesso “in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Colossesi 2.3); ecco perché, a parte il fatto che era Dio, Gesù poté soffiare sugli undici e dir loro “ricevete lo Spirito Santo”, cosa che nessun angelo ha mai fatto, ed aprire “loro la mente alla comprensione delle Scritture”, che altrimenti non avrebbero potuto avere.
Dicendo ai Suoi “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio”, Gesù vuol dir loro che, nonostante lo avessero seguito, ascoltato e avessero partecipato con lui alla predicazione del Vangelo, non erano ancora arrivati a conoscerlo pienamente perché, viceversa, non gli avrebbero chiesto dove andasse. Però rimane il fatto che “Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto” in cui viene ribadito ancora una volta il principio di accessibilità al Padre unicamente per tramite del Figlio: la realtà del Dio Creatore è quella di chi “abita in una luce inaccessibile, nessuno fra gli uomini lo ha mai visto, né può vederlo” (1° Timoteo 6.16), ma contemplando la persona di Gesù, che è “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, tutto sostiene con la sua parola potente” (Ebrei 1.3), abbiamo questo accesso attraverso la via, la verità e la vita, ma anche porta per il regno del Padre.
E la contemplazione del Figlio non ha nulla di sentimentale, ma è studio dei Suoi discorsi, del perché abbia operato in un certo modo piuttosto che in un altro, dell’attesa, della verifica che quanto presumiamo di aver capito sia frutto dello Spirito oppure di un nostro pensiero. Il Figlio, lo troviamo anche nel silenzio che si fa suono e ascolto.
Dicendo ai Suoi “Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”, Gesù vuol farli riflettere sul fatto che giù avevano fatto una scelta diversa da quella di molti, cioè lo avevano accolto dentro di loro e lo avevano seguito, ma non avendo ancora lo Spirito possedevano del Padre un’idea ancora parziale, lontana da quella che avrebbero avuto in seguito. La prova di ciò la darà Filippo, che sempre parlando anche a nome degli altri, gli dirà “Signore, mostraci il Padre, e ciò ci basta”, frase che esamineremo nella prossima riflessione.
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