17.28 – Mostraci il Padre e ci basta (Giovanni 14.8-11)
8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
Sappiamo che, dopo l’istituzione del memoriale, Giovanni nel suo Vangelo riporta quattro interventi di altrettanti apostoli, cioè Pietro, Tommaso, Filippo e Giuda “non l’iscariota”, cioè l’apostolo che è anche chiamato “Taddeo Lebbeo” (Matteo), “Taddeo” (Marco) o “Giuda di Giacomo” (Luca). Dopo Tommaso, quindi, è Filippo a prendere la parola ancora una volta, coinvolgendo tutti gli Undici, come rilevabile dal verbo “mostrare” utilizzato al plurale.
Nativo di Bethsaida in Galilea, concittadino di Andrea e Pietro, Filippo parlò di Gesù a Natanaele dicendogli “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth” (Giovanni 1.45), frase in cui il verbo “trovare” parla dell’attesa e delle domande che quest’uomo si poneva attorno al Messia che finalmente aveva incontrato. È fra l’altro singolare il fatto che lo stesso verbo sia impiegato anche quando il Signore lo incontrò per la prima volta: “Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi»” (1.43). Per quanto i Vangeli non parlino diffusamente di lui, possiamo dedurre che partecipò attivamente e con entusiasmo alle attività del gruppo; è poi menzionato al quinto posto dell’organigramma apostolico nei Vangeli sinottici e negli Atti, fu messo alla prova dal suo Maestro quando, nel primo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, gli chiese dove avrebbero potuto comprare il pane perché la folla avesse da mangiare, al che ammise l’impossibilità di poterla sfamare: “Duecento denari – circa 950 Euro – di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo” (Ibid. 6.7).
Dall’episodio verificatosi in Gerusalemme quando gli ebrei greci gli si rivolsero perché volevano “vedere Gesù”, sappiamo che Filippo parlava quella lingua ed era in grado di fare da interprete. Il fatto poi che, in quella circostanza, “andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù” (12.22), ci mostra una persona rispettosa del protocollo, non incline a prendere iniziative personali. Il suo carattere non era incline allo scoraggiamento e non si perdeva in discorsi volti a cercare di convincere chi la pensava diversamente da lui, come leggiamo dalle parole “Vieni e vedi” che disse all’incredulo amico quando sosteneva che da Nazareth non poteva venire nulla di buono (1.46). Lo vediamo poi attivo nelle riunioni con gli altri discepoli in quella che diventerà la Chiesa di Gerusalemme di cui è detto, dopo l’elenco degli Undici, “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (Atti 1.13,14).
Ultima, necessaria precisazione: l’apostolo non è da confondere col suo omonimo, uno dei sette diaconi cui gli Apostoli imposero le mani (Atti 6.5) che evangelizzò la Samaria e quel famoso barone della regina di Candace che, di ritorno al suo Paese da Gerusalemme, leggeva del “Servo del Signore” sul libro di Isaia non sapendo di chi il profeta scrivesse.
A questo punto possiamo chiederci cosa abbia voluto intendere Filippo dicendo a Gesù “Mostraci il Padre, e ci basta” e il perché di quell’affermazione: non capendo (come gli altri) dove il Suo Maestro andasse, pur dimostrando sicuramente di riconoscere in Lui l’unico abilitato a far conoscere il Padre, avendo presente le grandi teofanie dell’Antico Patto come quelle cui assistettero Mosè ed Elia, chiede di essere testimone di un evento simile o più grande ancora, dimenticando che era nel Cristo che aveva tutto ciò che gli serviva per essere Uno con Lui.
Quindi abbiamo “Mostraci il Padre” perché solo tu lo puoi fare “e ci basta” nel senso di “e saremo a posto così”, senza discorsi complicati, senza che si dovessero sempre chiederci cosa Gesù volesse dire. Filippo chiede a Gesù una scorciatoia impossibile dimenticando che aveva davanti Dio stesso in forma umana ed era a Lui che doveva fare riferimento; la contemplazione, la fede, le parole da udire sarebbero potute venire solo nel Figlio, unica “via, verità e vita” per l’uomo.
Filippo aveva dimenticato che molti secoli prima di lui proprio Elia aveva fatto un’esperienza molto istruttiva quando sull’Horeb si realizzò l’incontro con Dio che gli era stato preannunciato. È un brano già riportato qualche meditazione fa, ma lo ripropongo nella traduzione di Giovanni Diodati perché più precisa e di immediata comprensione: “Ed ecco, il Signore passò, e davanti a lui veniva un grande e impetuoso vento che spaccava i monti e spezzava le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, veniva un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, veniva un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, veniva un suono sommesso, e sottile. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, una voce gli venne, e gli disse: «Cosa fai qui, Elia?»” (1 Re 19.11-13). Per gli uomini dell’Antico Patto, vento, terremoto e fuoco erano i segni della potenza di Dio, suoi strumenti di giudizio e/o provvedimento; Elia si aspettava di trovarLo in quelli, ma la Sua presenza fu in quel “suono sommesso e sottile”, tradotto da altri con “il sussurro di una brezza leggera”. Ora quel suono, quella brezza, non poteva essere altri che una manifestazione velata proprio del Figlio, che si rivelò invece a tutti coloro che in Lui avrebbero creduto.
Filippo, chiedendo a Gesù di mostrar loro il Padre perché sarebbe stato sufficiente, faceva riferimento a tutte quelle grandi manifestazioni di Dio che non avevano a che fare con il Suo dialogare con l’uomo, occuparsi di lui, rivelare la Sua tenerezza, quella cui faceva riferimento Davide nel suo Salmo 69 quando scrisse: “Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; volgiti a me nella tua grande tenerezza”. Teniamo anche presente che Filippo e con lui tutti gli altri dieci, senza contare il resto dei discepoli, uomini e donne, avevano ascoltato da Gesù un numero infinitamente maggiore di insegnamenti che nei Vangeli non compaiono per cui quel suo “Mostraci il Padre e ci basta” proprio non aveva senso.
È infatti proprio quello che gli fa notare il Maestro nella cui risposta, ancora una volta, è assente il rimprovero: “Da tanto sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?” è un invito al ricordo, a pensare a ciò che aveva visto e udito nei tre anni e mezzo in cui Gesù era stato con loro, tempo sufficiente per prendere atto non solo di chi Lui fosse – perché gli Undici lo sapevano –, ma soprattutto sperimentare cosa significasse averlo come quel “buon pastore” che disse “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Giovanni 10.14). Fra l’altro, essendo Colui che il Padre aveva inviato, la richiesta di quell’apostolo era fuori luogo. Se Gesù, come sapevano Filippo e gli altri, era l’“Iddio manifestato in carne” (1 Timoteo 3.16), non avevano bisogno di altro.
Con la frase “Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire «Mostraci il Padre»?”, Gesù va alla radice del problema evidenziando tutta l’assurdità delle parole pronunciate dall’apostolo: il Padre era lì, davanti a loro essendo un tutt’uno col Figlio e l’unico modo per poter essere visto, “mostrato”, era vedere-ascoltare Colui che aveva mandato. Del resto, nell’Antico Patto, in Isaia 9.5-6 leggiamo in prospettiva lo stesso concetto: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”, quattro titoli che non lasciano spazio a interpretazioni e l’apostolo Giovanni scriverà nel prologo al suo Vangelo “E il Verbo – la Parola, il Logos – si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come Figlio unigenito che viene dal Padre” (1.14).
Nostro Signore, poi, entra più nel dettaglio e precisa che tutta la Sua vita, opere e soprattutto discorsi non furono mai frutto di una iniziativa personale, ma sempre e solo il risultato della perfetta comunione con il Padre: “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso, ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”. Da lì a poco Gesù dirà anche “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (15.5), passo di una portata totale che va ad aggiornare sia il ruolo di chi crede, sia la conoscenza che ha disposizione dove quel “tutto” è da intendere rapportato alla capacità di elaborare ciò che viene proposto; e infatti in 16.2 dirà anche “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (16.12).
Il nostro testo ha “il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”, ma è una traduzione poco chiara rispetto alla più corretta “il Padre, che dimora in me, è quello che fa le opere” perché mette in luce ancora di più la funzione mediatoria del Figlio che qui si descrive come uno strumento, un veicolo di comunicazione: allora, Lui è la Via che non solo conduce l’uomo al Padre, ma anche il Padre verso l’uomo. E non potrebbe essere diversamente.
Per questo, ancora una volta, Gesù non può che esortare gli Undici a credere in Lui: abbiamo letto che non parlò mai da se stesso ma soprattutto, grazie al lavoro immenso dei quattro evangelisti, abbiamo la possibilità di conoscere tutto quanto ci serve non solo per essere salvati, ma per crescere davanti a Lui. Senza dimenticarci del quinto Vangelo che sono le lettere dell’apostolo Paolo. Amen.
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