17.24 – LA VIA (Giovanni 14.5-7)

17.24 – La via (Giovanni 14.5-7)

 

5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

 

L’intervento di Tommaso testimonia l’attenzione che gli Undici avevano posto alle parole di Gesù sia sulla necessità che il loro cuore non dovesse essere turbato, sia sul fatto che Lui andava a preparar loro un posto. L’ultima Sua frase, “del luogo dove io vado, conoscete la via”, fu però per tutti enigmatica e infatti, a conferma che senza i doni dello Spirito che caratterizzerà poi ognuno di loro erano ancora impossibilitati a fare gli opportuni collegamenti, Tommaso parla a nome di tutti.

Quello che indubbiamente i discepoli più vicini a Gesù avevano era un profondo sentimento d’amore nei Suoi confronti, l’unico che li aveva guidati verso la Verità, ma se è vero che cercavano di seguirLo come meglio potevano, lo è altrettanto che, senza i Suoi costanti interventi a spiegar loro le dinamiche che contraddistinguevano il rapporto con Dio, non avrebbero mai potuto orientarsi. Ecco il perché della frase profetica che ultimamente abbiamo citato spesso, “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.

Va anticipato un intervento che esamineremo a suo tempo, la sera stessa del giorno della resurrezione (domenica), quando leggiamo che “Soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo»” (Giovanni 20.21). Fu quella un’azione che chiaramente trova il suo riferimento a quando Dio Padre, alla creazione di Adamo, “soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo fu fatto anima vivente” (Genesi 2.7), tradotto anche con “divenne un essere vivente”. L’evangelista Luca, riportando l’episodio di Gesù che “soffiò”, scrive “Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture” (20.45) per cui va da sé che, senza un diretto, personale intervento del Figlio, qualunque essere umano non potrà mai parlare correttamente né di Dio, né di ciò che Lui tratta, comprendere i contenuti spirituali della Bibbia. Nel nostro caso, di ciò che Gesù ha fatto e soprattutto detto.

Ciò che Tommaso (e gli Undici con lui) chiede al Suo Maestro, è cosa volesse dire con quella frase: tutti loro conoscevano già la via per seguire Gesù, ma non l’avevano elaborata pur avendola, come si dice, a portata di mano, sempre in base a quel principio già citato secondo il quale le prime verità del Vangelo sono talmente luminose nella loro semplicità che, all’inizio, impediscono all’uomo di vederle, farle proprie. C’è una nota di Giovanni in 20.8,9 che ci aiuta a comprendere quale fosse la conoscenza dei discepoli più vicini a Nostro Signore prima dell’apertura della loro mente: quando Pietro e Giovanni corsero al sepolcro dopo la segnalazione delle donne che affermavano che il Maestro era risorto, Giovanni, arrivato per primo perché correva più veloce, entrato nel sepolcro dopo Pietro, “vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, cioè che gli doveva risorgere dai morti” (20.8,9).

Nel periodo intercorso tra l’intervento di Gesù su quanti erano radunati in quel luogo –lo stesso dell’ultima cena – e la discesa ufficiale dello Spirito Santo (Atti 2), l’apertura della mente ebbe lo scopo di preparare gli Undici proprio a capire le profondità delle Scritture. Sarà solo dopo questa assimilazione, questo sviluppo interiore, che lo Spirito scenderà sui riuniti a Gerusalemme e porrà in grado i presenti di testimoniare e praticare attivamente il Vangelo, predicando e compiendo miracoli.

Coloro che avevano seguìto Gesù quindi ebbero modo di sperimentare e fare i debiti confronti sulla loro vita tra: 1. Il periodo passato a vivere e lavorare come qualunque altra persona umana; 2. Il tempo occupato seguendo il loro Maestro nella Sua predicazione, miracoli e insegnamenti che i Vangeli riportano in minima parte; 3. La comprensione delle Scritture e di quanto detto loro da Gesù quando era nel corpo e infine, 4. La vita quotidiana come uomini di Dio.

 

Tornando ai nostri versi, Nostro Signore risponde alla domanda di Tommaso in un modo molto chiaro, senza rimproverarlo per la sua ignoranza perché aveva parlato come uomo che, non in grado di guardare oltre il contingente, se non riusciva a capire il motivo per cui il Suo Maestro doveva lasciarli, tantomeno poteva sapere dove andasse. E se Gesù aveva già dichiarato “Io sono la porta; se uno entra attraverso di me, sarà salvato” (Giovanni 10.9), qui si definisce con tre sostantivi, “la via, la verità e la vita”.

 

LA VIA

Il termine greco impiegato è “odòs” che significa “via, strada, percorso, cammino”, ma anche “ingresso, entrata, accesso” (ecco il richiamo alla “porta” del verso appena citato), per cui va da sé che Gesù sia l’unico modo per avere accesso al Padre e quindi a Lui e in Lui tornare dopo quello spaventoso distacco che si è creato nel momento in cui i nostri progenitori peccarono. A parte le applicazioni possibili alla via, che noi vedremo in minima parte, dobbiamo pensare che il Creatore, che noi liquidiamo come tale con una parola che si limita a indicare ciò che fa fatto, non è condizionato dal tempo, dallo spazio e dalla materia perché, se così fosse, non sarebbe Dio. Vive quindi una realtà e dimensione che non possiamo comprendere e che però Gesù ha spiegato, offrendoci l’opportunità di parteciparvi un giorno, dandoci lo Spirito Santo come “acconto” o “caparra”.

Questa “via”, quindi, è qualcosa che è stato stabilito oltre che donato e offerto agli uomini. Si percorre certi che non potrà che condurre in quel porto dove verremo accolti e ci verrà consegnata quella “dimora”, quel “posto” che Gesù è andato a preparare, cioè un luogo che non potrà essere altro che nostro, perfettamente su misura e correlato a ciò che saremo stati e avremo fatto. La “via”, poi, ci parla di scelta e soprattutto, in modo figurato ma non troppo, di chi l’ha realizzata perché, ricordando Matteo 7.13, “Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano” vediamo ancora per l’ennesima volta l’Avversario replicare quello che fa Dio e, pur essendo un riproduttore imperfetto anche se molto potente, basa ogni sua opera sull’illusione e sull’inganno perché la “via” è un modo di vivere, di essere, il – non un – riferimento.

Ora il fatto che Gesù sia la “via”, non significa che una volta addentratisi in essa diventiamo automaticamente esenti e protetti da qualunque turbamento, anzi, è proprio perché appartenenti ad un realizzatore diverso dal Principe di questo mondo che avremo problemi e sofferenze che gli altri, quelli che percorrono la “strada spaziosa”, non provano. L’Apostolo Pietro scriveva a proposito degli “iniqui”: “Con discorsi arroganti e vuoti e mediante sfrenate passioni carnali adescano quelli che da poco si sono allontanati da chi vive nell’errore – cioè i cristiani appena convertiti, che non hanno ancora i sensi atti a distinguere il bene dal male –. Promettono loro libertà, mentre sono essi stessi schiavi della corruzione. L’uomo infatti è schiavo di ciò che lo domina” (2° 2.18-19).

Molto formativo è il proseguimento: “Se infatti, dopo essere sfuggiti alle corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del nostro Signore e salvatore Gesù Cristo, rimangono di nuovo in esse invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima”. Sono convinto che questo possa succedere quando la persona prende troppo superficialmente la fede, vedendo cioè Gesù come una specie di amico bonario e facilone che tollera qualsiasi atteggiamento o comportamento di vita pratica solo perché si è creduto in Lui. E ad agire così ne ho visti tanti ed io stesso non sono stato esente da un simile atteggiamento. Perché lo zelo senza conoscenza è altrettanto pericoloso della conoscenza senza zelo.

Percorrere una via, specie se siamo avvertiti che è “angusta e pochi sono coloro che la trovano”, significa invece fare bene i conti con le problematiche che si possono incontrare lungo essa. Nella vita reale, per affrontare un lungo viaggio, servono acqua, elementi base di primo soccorso, un bastone, uno zaino, tante cose la cui mancanza potrebbe farsi sentire in modo increscioso e lo stesso avviene con la via spirituale, fatte le opportune applicazioni. È comunque una via che, come visto, è anche cammino che non si percorre da soli: da un lato i fratelli, dall’altro e sopra tutti il Capo: “Come dunque avete ricevuto Gesù il Signore, così camminate uniti a lui, essendo radicati ed edificati in lui e confermati nella fede, come vi è stato insegnato, e abbondando in azioni di grazie” (Colossesi 2.6).

Sostiamo brevemente su questo passo, nel quale risaltano “come” e “così”: ognuno ha “ricevuto” il Signore Gesù in modo diverso, ma per la maggior parte dopo una lunga ricerca e attesa. Può conoscerlo dopo una lettura illuminata del Vangelo, per un sermone particolarmente esaustivo, parlando con un angelo – nel senso di colui che annuncia, un messaggero e non certo l’essere alato di una certa iconografia, ma comunque resta il principio che quel “come” e “così” si riferiscano al comandamento di tenere gelosamente custodito ciò che si è compreso, che in un modo o in un altro è stato annunciato.

La “via” impone il cammino, non esiste l’immobilità e nemmeno la frenesia dove tutto deve essere senza soste, incessante: come nella realtà della vita, chi deve affrontare un lungo percorso non parte in velocità perché altrimenti è destinato a stancarsi subito; piuttosto l’esortazione è “Camminate per lo spirito e non adempiete i desideri della carne” (Galati 5.19): perché? La spiegazione risiede nel fatto che la carne rappresenta sia ciò che siamo, ma soprattutto ciò che eravamo. Va chiarito che il verso “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura, le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” non propone un nuovo Eden sulla terra, ma descrive l’impossibilità di chi appartiene a Dio di tornare ad essere quello di prima e al tempo stesso il fatto che ciò che si è abbandonato susciterà sempre una pericolosa fonte di attrazione per lui. “Le cose vecchie sono passate” significa che il peccato non esercita più su di noi il potere di un tempo, non ci domina più, non che ne siamo esenti o peggio possiamo commetterlo perché siamo già perdonati comunque. I “desideri della carne” sono tanti, li troviamo elencati nel decalogo e non consistono certo unicamente nel desiderare una donna o un uomo come molti pensano, ma fanno riferimento a tutto il nostro sistema mentale corrotto dal peccato che porta l’essere umano a percorrere strade diverse, opposte a quella che Dio ha preparato. Più rimaniamo nella “via”, meno subiremo le influenze di un mondo che va in direzione contraria a quella del Creatore.

Mi rendo conto della complessità del tema e di aver dato ben pochi elementi di riflessione a fronte della vastità del tema. È però vero che è sufficiente pensare che Gesù, identificandosi con “la via” – non “una” –, ha voluto dire che, essendo stata preparata da Lui e dal Padre Perfetto, è l’unica che possiamo percorrere. Le cadute saranno tante, come gli incidenti di percorso perché la perfezione, pur non appartenendoci, è e sarà sempre un modello da seguire: “Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste” (Matteo 5.48) è una frase che ci parla non di impossibilità, ma di atteggiamento e ricerca. Tutti i giorni fino alla fine del mondo. Amen.

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