17.34 – La vera vite (Giovanni 15.1)
1 Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.
Considerazioni sulla vite sono state già sviluppate, certo in modo molto essenziale, quando abbiamo affrontato le parabole relative alla vigna (Matteo 20.1; 21.28; Luca 13.6 e rif.); qui però Gesù affronta un argomento molto delicato presentandosi come “la vite vera”, che in greco può tradursi anche con “sincera, reale, genuina”. L’aggettivo usato nella nostra versione è quindi il migliore perché implica il fatto che vi siano, o vi siano state, altre viti che però non hanno o non possono portare agli stessi risultati di quella “vera”.
Il riferimento alla vite di nostro Signore affonda le sue radici negli scritti e nella dottrina dell’Antico Patto, quando ad essa è associato il popolo di Israele di cui leggiamo in Deuteronomio 14.2 “Tu sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio, e il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra”: Israele avrebbe dovuto così caratterizzarsi attraverso la fedeltà alle Sue Leggi comportando così le benedizioni che lo avrebbero reso celebre presso tutte le altre nazioni (28.10; 1 Re 8.60; 1 Cronache 16.8 “Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere”, v.24 “In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie”).
La vite non “vera” è però quella del fallimento come leggiamo, fra i molti passi, nel Salmo 80.9-14 di Asaf, cantore al tabernacolo ordinato da Davide: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. – Questo avvenne chiaramente con Mosè, che guidò il popolo verso la terra promessa, poi sostituito da Giosuè sotto la cui guida fu passato il Giordano. – Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra – figura di tutti quei provvedimenti di Dio che provocò l’insediamento di Israele nella terra di Canaan scacciando davanti a lui i popoli che la occupavano -. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. – Figura della giustizia derivante dall’osservanza delle Leggi ricevute e praticate (Salmo 36.7) e della sazietà causate da tale metodo (Salmo 104.16) –. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. – La descrizione dei confini del territorio abitato dal popolo, dal Mediterraneo al fiume Eufrate secondo la promessa fatta già ad Abrahamo in Genesi 15.18; nei germogli poi vediamo le premesse per un ulteriore sviluppo –. Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna”.
Questo Salmo di lamentazione ci rappresenta, dopo il primo periodo florido, una vigna devastata, abbandonata ai saccheggiatori in cui possiamo vedere profeticamente, per il tempo in cui fu scritta, l’esercito assiro che deportò gli ebrei a Babilonia nel 586 a.C., ma anche quello romano che distruggerà Gerusalemme nel 70 d.C., raffigurati nel cinghiale, animale impuro, e negli altri della campagna. Da ricordare che la Xma legione «Fretensis» che distrusse Gerusalemme aveva proprio un cinghiale come emblema. La citazione dei romani è una mia estensione, ma va tenuto presente che questo Salmo non è senza speranza, perché all’immagine della rovina e desolazione corrisponde la venuta del Salvatore: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che tu hai reso forte – citato due volte –. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (vv.15-20).
Già da qui vediamo perché Gesù si dichiari “la vite vera”, ma a fornirci ulteriori dati sono Isaia 5.1-7 che abbiamo più volte citato in vari capitoli: anche qui abbiamo una vigna, “piantata sopra un fertile colle”, il dissodarla e sgombrarla da sassi, l’attesa di ottima uva delusa quando il proprietario si rende conto che ha prodotto “acini acerbi”. Ricordiamo gli ultimi versi: “Toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo, demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni”.
La “vite piantata vicino alle acque” (Ezechiele 19.10) rende molto bene l’idea della città di Gerusalemme prima che la rovina si abbattesse su di lei. Così scrisse il profeta Geremia in 2.19-22: “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio, e non avere più timore di me. (…) Io ti avevo piantato come vigna pregiata, tutta di vitigni genuini; come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?”.
Ecco allora, in breve, i riferimenti più salienti alla vigna e alla vite del fallimento: (la vigna) è la piantagione che Dio ha personalmente curato affinché crescesse e si sviluppasse nel migliore dei modi, ma la vite, nei cui vari componenti vediamo tutto il popolo dal componente più altolocato al più umile, ha prodotto frutti del tipo di cui abbiamo preso atto dai vari passi.
La vite-Gesù, però, è vera perché unica e in quanto identificata col Figlio di Dio non può portare a quei risultati disastrosi che vi furono nei tempi antichi, quando il popolo si allontanò da Colui che lo aveva eletto, perché è Lui la fonte di quella vita che non potrà mai spegnersi: non sono i tralci a dare linfa alla pianta, ma essendo il Figlio la pianta va da sé che è lei a nutrire i tralci.
L’apostolo Paolo spiega questo rapporto paragonandolo all’unione matrimoniale quando, in Efesi 5.29,30: “Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, perché siamo membra del suo corpo”, quindi vite-tralci. E quando leggiamo “membra” ci viene istintivo pensare a organi quali ad esempio l’occhio o il dito, ma in realtà il greco parla anche di “parti, pezzi” per cui mi viene da pensare che sia piuttosto alle cellule che formano gli organi che a loro volta costituiscono il corpo, esattamente come avvenuto con la “costola” di Adamo il cui termine ebraico può essere tradotto anche con “metà” che si concretò col prendere metà del cromosoma maschile XY per formare quello femminile XX. Sarà infatti poi, tornando al tema delle membra, che per far capire ai credenti il fatto che non devono aspirare a chissà quali compiti o uffici, l’Apostolo scriverà: “Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto” (1 Corinti 12.17,18). Paolo non poteva conoscere l’esistenza delle cellule, scoperte per la prima volta nel 1665 da Robert Hocke. Ricordiamo sempre che una parola, un concetto, nella Scrittura non hanno un solo significato, ma ne comprendono molti.
Da questi ultimi brani vediamo comunque sempre un reciproco rapporto tra le membra (come le si vuole intendere) mai disgiunte dal corpo di Cristo, la Chiesa, su di Lui fondata e altrettanto a Lui unita. La “vera vite” ha quindi dei tralci che, se connessi a lei in modo sano, non possono seccarsi o peggio farla ammalare perché “il Padre mio è l’agricoltore”, traduzione da “georgòs”, il padrone del terreno che coltiva le sue piante con le proprie cure, a differenza dell’ “ampelurgòs”, il lavoratore stipendiato come quelli della parabola degli operai delle diverse ore.
Facile immaginarsi l’atteggiamento del contadino proprietario della vigna: la ama, la coltiva con la massima cura, veglia su di lei, progetta un futuro, non lascia nulla di intentato esattamente come nei passi che abbiamo letto riferiti al popolo di Israele, ma la differenza enorme è che il tipo di vite è totalmente diverso. Un fratello ha scritto: “Come Signore del regno spirituale, il Padre ha piantato la vigna nel terreno dell’umanità e la sorveglia con cura e, nella sua qualità di padrone, a lui spetta vegliare sui rapporti della vite con i tralci, dei redenti con Cristo, perché ha il diritto di aspettare, e lo fa con trepidazione, i frutti”.
Se la vite dell’antico patto ha prodotto “acini acerbi” a causa della umana difficoltà a mantenersi fedele, quella del nuovo non contempla questa possibilità perché ogni cristiano è un tralcio che dipende in tutto e per tutto da Gesù. Questa frase può sembrare eccessiva perché, guardando ai risultati della Chiesa che nella sua storia ha conosciuto e commesso ogni genere di nefandezze in nome di Dio, verrebbe da porre in discussione tutto l’impianto del cristianesimo, ma non è così. Qui non si parla della Chiesa istituzionale, che ha cercato le conversioni di massa venendo a compromessi con il retaggio culturale del popolo che “evangelizzava” e ha infarcito il proprio credo di superstizioni, ma di quella vera che credo non possa più essere identificata in una precisa a livello di denominazione. I credenti sono ovunque, in ognuna di esse, così come in ognuna esistono gli impostori e quanti distorcono in maniera più o meno grave il loro modo di agire al suo interno.
Non sta a me giudicare perché, facendolo, ruberei il compito a Colui che lo farà, ma la Chiesa sarà quella che, per questi ultimi tempi, uscirà opponendosi nettamente al sistema della Bestia e del Falso Profeta che va sempre più delineandosi. Ogni vero credente, tralcio connesso alla “vera vite” non potrà esimersi dall’uscire allo scoperto esattamente come ciascun cristiano di fatto rifiuta la partecipazione al modo di vivere del mondo.
Resta il fatto che, per chi crede, non esiste possibilità di sconfitta, considerando chi è la vite e chi è l’agricoltore. In proposito non credo vi sia commento migliore a quanto troviamo in 1 Corinti 3.6-9: “Io ho piantato, Apollo – collaboratore di Paolo – ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, edificio di Dio”. Amen.
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