17.31 – LO SPIRITO VI INSEGNERÀ OGNI COSA (Giovanni 14.22-25)

17.31 – Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa (Giovanni 14.22-25)

 

22Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

 

Dopo gli interventi di Pietro, Tommaso e Filippo, l’Evangelista riporta quello di “Giuda, non l’iscariotha”, termine riferito alle sue origni, “uomo di Kerioth”, città posta “alle estremità della tribù dei figli di Giuda, lungo il confine di Edom, nel Negheb”. Giovanni specifica che il primo Giuda non è da confondere col traditore, mentre Marco aggiunge “quello che poi lo tradì” (3.19). C’è dunque, da parte degli evangelisti non tanto voler distinguere i due, ma il ribadire la totale estraneità dell’iscariota al piano di Dio per la salvezza e redenzione dell’essere umano. Non spiegheremmo altrimenti le parole “non l’iscariota” che sarebbero superflue, visto che la lettura di come si svolse l’ultima cena ci dice chiaramente che il traditore era già da tempo uscito dalla sala.

Sviluppare l’apostolo Giuda, colui che parla in questo episodio, è impresa non semplice: a parte i nomi con cui è citato dai Sinottici, Matteo 10.3 e Marco 3.18 lo chiamano “Taddeo” dall’aramaico Taddaija, “petto”, in alcune antiche versioni di Matteo compare come “Lebbeo” (da Libba, “cuore”) talché, traducendo da queste ultime, abbiamo “Lebbeo, chiamato per soprannome Taddeo”. Una possibile interpretazione di entrambi i nomi è “uomo dal grande cuore”, ma andando all’etimologia Taddeo ha riferimento col coraggio e Lebbeo con la misericordia. È chiamato anche “Giuda di Giacomo” (Luca 6.16) cui i traduttori hanno posto tra i nomi “Giuda” e “Giacomo” alcuni “figlio di”, altri “fratello di” che il testo non riporta. La preposizione “di”, però, nella Scrittura indica sempre o una relazione figlio-padre o moglie-marito. “Fratello” e “figlio” è probabile che siano dovute alla difficoltà di identificare con certezza il Giuda “buono” in quanto un altro con lo stesso nome è l’autore dell’omonima lettera: si definisce al primo verso «Servo di Gesù Cristo» e «fratello di Giacomo», questo fratello di Gesù. Giacomo era il secondogenito di Maria (Matteo 13.55) ed occupava un posto di rilievo nella Chiesa di Gerusalemme. Secondo Eusebio di Cesarea (260-339) Giuda di Giacomo fu lo sposo delle nozze di Cana alle quali Gesù fu invitato assieme a sua madre, per altri era effettivamente “fratello di Giacomo”, ma quello cosiddetto “minore”, figlio di Maria di Cleopa moglie di Alfeo, a sua volta fratello di Giuseppe.

Resta il fatto che la domanda di Giuda fu l’unica a restare aderente al tema perché Gesù aveva appena detto «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». A questa affermazione l’apostolo restò stupito perché, come gli altri, non aveva ancora la visione corretta del Messia, vincitore sul mondo non in senso terreno, ma spirituale; di qui, si chiede cosa come mai il Suo essere, nella potenza di Dio, si rivelasse a loro, apostoli, e non a tutti gli uomini. Concettualmente, è una domanda che rivela una non comprensione del concetto, simile a ciò che sostenevano i fratelli di Gesù quando, non ancora credenti in Lui, gli dissero “Nessuno, se vuol esser riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!” (Giovanni 7.4). Tutti loro quindi, Giuda Taddeo Lebbeo compreso, dimostravano di non aver capito che effettivamente il Nome di Gesù andava conosciuto, ma la Sua rivelazione sarebbe stata di esclusivo dono per quelli che avrebbero creduto in Lui. Due infatti sono e sarebbero stati i modi con cui il Signore si sarebbe rivelato, uno per il mondo con la Sua morte e risurrezione, e uno per i credenti attraverso un rapporto Unico e profondo.

Certo che il popolo e i suoi capi erano al corrente della Sua esistenza, dei Suoi miracoli e di quanto predicava, ma non se ne erano appropriati, non Lo avevano accolto, rifiutandosi di dare luogo “all’amore della verità per essere salvati” (2 Tessalonicesi 2.10).

Giuda chiede “Com’è accaduto che…”, in pratica una sorta di “Cos’è successo che ti ha fatto cambiare idea”, convinto che il Suo Maestro fosse venuto sulla terra per trionfare con manifestazioni ben più potenti di quella di cui era stato testimone quando entrò in Gerusalemme, quando “La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano lungo la strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!»” (Matteo 21.9).

La risposta che Giuda ottiene è tesa ancora una volta a ribadire un concetto già più volte esposto, ad esempio, a Nicodemo quando gli fu detto: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3.3), poi enucleato due versi dopo, “Se uno non nasce di acqua e di spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne – l’uomo – è carne, quello che è nato dallo Spirito – chi ha creduto che Lo porta dentro di sé come un segno – è spirito”. Si tratta di una frase che rivela l’incompatibilità fra i due elementi, appunto carne e spirito.

Certo Gesù si espresse in questo modo perché parlava a “uno dei capi dei Giudei” (3.1), uomo sì di potere, ma con una profonda conoscenza della Scrittura, per lo meno potenziale, che dopo quel colloquio con Lui iniziò un percorso tanto profondo quanto travagliato che lo portò comunque a caratterizzarsi positivamente prima con un tentativo di difenderlo pubblicamente nel Sinedrio (7.45-53) e poi con Giuseppe d’Arimatea, “discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo (…) e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe” (19.38-39). Proprio questi due componenti che servivano per la cosiddetta imbalsamazione che avveniva avvolgendo la salma in fasce di lino finissimo dopo che su di lei erano stati spalmati preparati aromatici in grande quantità.

Tempo addietro abbiamo citato un passo significativo sulle manifestazioni di Dio, che si rivelò ad Elia non col tuono, un vento impetuoso o un fuoco, ma una brezza leggera, sottolineando quel “non era nel…”: Dio si rivela sempre nel modo in cui una persona meno se lo aspetta (se ragiona in termini umani o secondo le proprie aspettative) e nella risposta di Gesù a Giuda Taddeo abbiamo una manifestazione intima ancora più grande perché, nel tempo in cui la Grazia agisce, non esiste irruzione, ma quel “bussare alla porta” che richiede il benestare dell’essere umano affinché Padre e Figlio possano entrare nella sua vita: “Se uno mi ama”. C’è una condizione vista nel “Se” perché l’amore è un sentimento particolare che spesso è frainteso, equivocato, scambiato con un’inclinazione molto difficile da definire e che spesso è permeata da uno straripante egoismo. Qui, invece, l’amore viene dimostrato dall’osservanza della “mia Parola”, quindi dai Suoi insegnamenti, non più e non solo “comandamenti” per quanto contenuti in essa.

“Il Padre mio lo amerà”, non prima perché lo ha già fatto dando il “suo unigenito figlio perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia vita eterna”, “e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. L’apostolo Giovanni ribadisce il concetto nella sua prima lettera: “Quanto a voi, quello che avete udito dal principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito dal principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre” (2.24).

È per me bello considerare che ciascun cristiano è responsabile del proprio mantenimento soprattutto riguardo a questa condizione e qui vediamo anche il perché Gesù non abbia detto “i miei comandamenti”, ma “la mia parola”: se avesse citato quelli si sarebbe ripetuto, ma facendo riferimento alla Sua parola allude al tutto, compresa quell’attività costante di custodia e protezione che dobbiamo avere circa la nostra condotta e i nostri pensieri. Osservare la Sua parola significa renderLo partecipe del nostro esistere, custodire e difendere le Sue promesse, ascoltarlo, dare sempre la precedenza a quanto abbiamo ricevuto a fronte di quei comportamenti o attitudini che, se lasciati agire dentro di noi, ci porterebbero lontano. Ecco allora che la Sua parola e la fede non sono doni dati da conservare in un cassetto remoto, ma un tesoro da custodire perché si tratta di elementi che si rinnovano e rinnovano continuamente.

Il verso 24 è commentato ancora una volta da Giovanni nella stessa lettera: “Chi è il bugiardo, se non colui che nega che Gesù è il Cristo -cioè l’inviato promesso di Dio-? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio – e ce ne sono tanti –. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre” (Ibid. vv. 22,23). E qui “negare” ha riferimento non tanto al disconoscere l’esistenza di Gesù, ma agire come se Lui non ci fosse, sostituirLo con altri dèi, fondamentalmente se stessi. E gli esempi possono essere innumerevoli, da fedi politiche a persone che vengono elette a riferimento determinante per la propria vita. Significativo, tra l’altro, che Giovanni scriva questa lettera proprio perché nella Chiesa di allora, forse in Asia Minore, si stavano diffondendo filosofie come il docetismo e lo gnosticismo che, partendo proprio dalla figura di Nostro Signore, negavano che fosse esistito in carne e quindi non fosse morto né risorto. Gli gnostici poi non credevano che la salvezza si raggiungesse tramite la liberazione dal peccato in Cristo, ma attraverso il conseguimento di una conoscenza superiore, la gnòsis, anziché la fede in lui. Da qui sono possibili tutta una serie di estensioni per adattare le parole di Giovanni ai nostri tempi.

Gesù prosegue dicendo “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora tra voi” (27): “cose” difficili, che certo raramente gli apostoli e i discepoli capivano e molto spesso fraintendevano, ma che se non fossero state dette non avrebbero mai potuto sperimentare e comprendere proprio grazie al “Paraclito”; il compito del Figlio, infatti, era quello di preparare uomini in grado di fare opere “più grandi” delle Sue tramite il miracolo della potenza della rivelazione. La funzione dello Spirito Santo, infatti, vedremo che verrà confermata e sviluppata con queste parole: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Giovanni 16.12-14), quelle per cui ogni cristiano vive. Amen.

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17.30 – SE MI AMATE (Giovanni 14.15-21)

17.30 – Se mi amate (Giovanni 14.15-21)

 

15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 

Parole nuove. Non mi viene altro termine per definire ciò che Gesù dice ai suoi discepoli in questi versi che potrebbero essere definiti il Suo testamento spirituale. Mancava davvero poco al Suo arresto e passione, per cui doveva illustrare delle verità che avrebbero guidati i Suoi nell’attesa della Sua risurrezione e della venuta del Consolatore che qui promette.

Salta immediatamente all’evidenza il fatto che li esorta all’osservanza non dei comandamenti trasmessi da Mosè, ma i Suoi, dichiarando decaduta la Legge nel senso di tutti quei precetti morali e cerimoniali validi fino ad allora per gli israeliti. Certo che il sommario, i dieci comandamenti, rimangono quale eterna misura del bene e del male e sono tuttora parti integranti della vita cristiana, ma qui Gesù li dichiara complementari, subordinati alla ricezione consapevole delle Sue parole. Ciò è stato possibile per il ruolo da Lui avuto che, fra i tanti, annovera quello di parlare non da se stesso, ma per diretto mandato del Padre. Così dichiarerà fra breve a Giuda (Taddeo Lebbeo): “Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (v.21). Ancora: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi.” (15.10-12).

Se anche nel mondo in cui viviamo quando viene promulgata una nuova legge annulla e sostituisce quella che l’ha preceduta, qui non abbiamo un’abrogazione, ma un completamento, un perfezionamento della precedente che già i più illuminati avevano espresso riassumendo quella di Mosè, “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso” (Luca 10.27); ecco allora che la pratica dell’amore fraterno è possibile quando si verifica la prima nel senso che l’amore per il Signore, conosciuto quanto ha fatto per noi, è il prioritario da ricercare e praticare per poi porre in atto in maniera realmente efficace il secondo.

Già dalle prime parole di Gesù appare chiaro che sorvoli sull’attaccamento (umano) che i Suoi avevano per Lui, che avrebbe subìto un colpo durissimo col Suo arresto e con tutto ciò che ne sarebbe derivato, per proiettarli in una dimensione superiore, quella dell’amore svincolato dal sentimento e da quell’egoismo istintivo che avrebbe voluto averLo sempre con loro, come accennato nello scorso capitolo. “Se mi amate” è al tempo presente, “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre” è al futuro, vale a dire che tra i due tempi avrebbe dovuto intercorrere uno spazio di attesa che gli Undici, e gli altri discepoli con loro, avrebbero dovuto trascorrere nell’attesa alimentata dalla comunione fraterna.  Infatti, se dopo la dipartita del Maestro ciascuno di loro se ne fosse tornato alle occupazioni che aveva prima di intraprendere il percorso con Lui, sarebbe stato tutto vano e lo “Spirito della verità” non sarebbe mai potuto scendere.

Invece non si separarono, ma seppero attendere: sappiamo infatti che Maria di Magdala e le altre donne andarono ad annunciare che Gesù era risorto “a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto” (Marco 16.10), che i due discepoli che Lo incontrarono sulla via di Emmaus “senza indugio fecero ritorno a Gerusalemme, dove erano riuniti gli undici e gli altri che erano con loro” (Luca 24.33), che “Tutti questi – gli apostoli – erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (Atti 1.14).

Circa il pregare il Padre da parte del Signore, poi, va sottolineato che il verbo impiegato è “erotào”, apparentemente sinonimo di “aitéo” che entrambi hanno il significato di “domandare, pregare, richiedere”. Il primo è impiegato per indicare uguaglianza, o almeno familiarità, fra chi pone la richiesta e chi la riceve, mentre il secondo per esprimere la domanda di un inferiore a un superiore, per cui Gesù avrebbe fatto questa richiesta al Padre in virtù dell’aver vinto il peccato e la morte quale Suo inviato, come parlò per bocca del profeta Isaia in 42.1-4: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua vice, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole”.

E in questo verso vediamo anche le suddivisioni dei compiti fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dove il primo è Colui che concede, il secondo Colui che chiede e il terzo Chi conforta.

Abbiamo poi il termine “Paràclito”, che usa solo Giovanni, greco “paràcletos”, da “parà”, “presso” e “caléo”, chiamare, quindi “consolatore, intercessore, avvocato”, quindi chiamato e inviato come sostituto. Ricordiamo gli altri tre passi: il secondo, “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (v.26), il terzo, “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi darete testimonianza – grazie a Lui – perché siete con me fin dal principio”, cioè eravate con me fin dalla fondazione del mondo, come nomi scritti nel Libro della Vita (15.26), e infine il quarto, che abbiamo già ricordato, “Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il P.; se invece me ne vado, lo manderò a voi”.

Lo Spirito Santo, quindi, svolge tra le altre l’importante funzione di testimonianza, guida e orientamento che altrimenti nessuno potrebbe mai avere proprio perché appartenente a una dimensione impossibile da raggiungere con i sensi e l’intelligenza umana caduta, relegata a una dimensione terrena; infatti si tratta dello “Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce”: tre preclusioni totali che si riducono alla vigilanza dei cherubini con la spada guizzante posti a custodia della via all’albero della vita (Genesi 3.24). E qui ciascuno può fare le proprie considerazioni sul significato di questo porre questi angeli superiori, figure di una sapienza pura sotto qualunque aspetto. La via della santità e della vita eterna conseguita per conoscenza e innocenza, preclusa a chiunque non è stato lavato, purificato dal sangue di Gesù.

Gesù qui pone di fronte gli Undici, e con loro tutti quelli che avrebbero letto queste parole, a due livelli, condizioni, differenti: da una parte c’è “il mondo”, cioè quell’ambito, quel territorio in cui l’uomo è stato relegato e nel quale un tempo viveva protetto nel giardino delimitato dai quattro fiumi. Cacciato da là per incompatibilità sopraggiunta, ne subì le attrazioni “adempiendo le voglie della carne e dei pensieri” (Efesi 2.3). I due termini, “carne” e “pensieri” sottolineano l’incapacità di provare sentimenti spirituali a prescindere perché “L’uomo animale non comprende le cose dello Spirito di Dio, perché gli sono pazzia, e non le può conoscere, perché si giudicano spiritualmente” (1 Corinti 2.14).

Invece, degli Undici in rapporto con lo Spirito dice “Voi lo conoscete perché rimane presso di voi e sarà in voi”: “lo conoscete” perché, se non avessero provato la sua opera parziale in loro – ricordiamo le parole dei discepoli sulla via di Emmaus “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le scritture?” (Luca 24.32) e le volte in cui capirono ciò che Gesù diceva – sarebbero rimasti impermeabili alle Sue parole. “Sarà in voi”, poi, è il riferimento a tutto ciò che avverrà dalla Sua discesa sui componenti della Chiesa Gerosolima in avanti.

C’è quindi un’ignoranza totale che caratterizza l’uomo senza Cristo, la stessa che avevamo noi un giorno ma, come dal discorso di Paolo nell’Areòpago di Atene, “Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti” (Atti 17.30,31).

Dio, quindi, nella Sua grande compassione e carità, ha sorvolato sull’agire e sul pensare umano a Lui contrario dandogli una possibilità di salvezza vista nella conversione perché ha decretato la fine del mondo che conosciamo per una nuova creazione nella quale entreranno solo quelli che non passeranno attraverso il Suo giudizio perché “In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5.4). Il giudizio di Dio avverrà infatti in base al Suo metro, per cui “È terribile cadere nelle mani dell’Iddio vivente” (Ebrei 10.31), come illustrato da Gesù stesso in tutte quelle parabole (e non solo) che terminano con “lì sarà pianto e stridore di denti”.

Lo Spirito Santo, invece, è il veicolo principale di comunicazione fra gli uomini e il Padre, quello che consente, dopo il sacrificio di Gesù, una guida sicura e orientamento perché tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Romani 8.14-17)

 

Altre parole tese a consolare anticipatamente gli Undici sono riportate nei versi da 18 al 20 del nostro testo, che riguardano tanto loro quanto, per estensione, tutti i credenti dicendo “Non vi lascerò orfani” Gesù si riferisce in particolare ai Suoi Apostoli, che lo avrebbero rivisto nel Suo corpo risuscitato (“verrò a voi”), ma anche alla luce di cui sarebbero stati inondati anche tutti i cristiani al Suo ritorno.

“Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più”: venuto per portare la “buona notizia” della volontà di Dio di riappacificare a sé l’essere umano, passò come una meteora, visto, ma non trattenuto a differenza di quanti in lui credettero. Il risultato fu che, nonostante il privilegio avuto nell’approfittare della presenza dell’Emanuele in mezzo a loro, lo combatterono per poi dimenticarsene, o volersene dimenticare. A differenza di questi, “voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete”: come vive lui, così vivremo noi. Impossibile diversamente, essendo lui la Vita, la Verità e la Vita. Perché “La vita era la luce degli uomini, e le tenebre non l’hanno vinta”, tradotto da altri con “compresa”.

Infine, “in quel giorno – tanto della Sua risurrezione, quando si mostrerà “…ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (Atti 1.3) che al Suo ritorno – saprete che io sono nel Padre mio e voi in me ed io in Lui”: anche qui abbiamo la descrizione anticipata della gioia che i discepoli avrebbero provato non solo e non tanto nel vederlo, quanto dell’ascoltarlo con cuore e disposizione diversi proprio perché vincitore sulla morte, dando piena dimostrazione che le sue parole sulla risurrezione si erano puntualmente avverate.

“Saprete – cioè si formerà in voi una certezza incrollabile – che io sono nel Padre mio e voi in me ed io in voi”, cioè un tutt’uno in previsione delle “nozze dell’Agnello”. Amen.

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17.29 – CHIEDERE NEL SUO NOME (Giovanni 14.12-14)

17.29 – Chiedere nel Suo Nome (Giovanni 14.12-14)

 

12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

 

Nei versi precedenti abbiamo considerato le parole di Gesù a Filippo e agli Undici riguardo alla Sua identità: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre?». Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il padre, che rimane in me, compie le sue opere”. Abbiamo visto che, con queste frasi, il Maestro volle evidenziare l’assurdità della richiesta del quinto Apostolo alla luce del fatto che tutto il Suo Ministero era stato rivolto prima di tutto a far conoscere il Padre, la cui identità era rimasta velata per gli uomini dell’Antico Patto, quindi “Mostraci il padre, e ci basta” non aveva senso.  Gesù era quindi il Figlio di Dio venuto nel mondo come tramite per una nuova relazione che si sarebbe potuta instaurare fra il Padre, che avrebbe garantito loro un futuro nell’eternità, e gli uomini.

Ricordiamo infatti il testo di Geremia 29.11-14 che, per quanto indirizzato agli ebrei esiliati a Babilonia sotto Nabucodonosor, trovano il suo punto più alto oltre il riferimento al loro ritorno in patria: “«Io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. Voi m’invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; io mi lascerò trovare da voi»”. La venuta di Gesù, con tutto il Suo Operato, rappresentò allora una nuova apertura che poi è la dispensazione della Grazia.

Ciò che abbiamo esaminato nello scorso capitolo, però, era solo una premessa perché con questi nuovi versi Nostro Signore passa ad affrontare le conseguenze dell’accoglierLo che avrebbero riguardato non tutti i credenti che sarebbero venuti dopo di Lui, ma quelli che avrebbero dato un contributo determinante alla diffusione del Vangelo inteso nel suo significato etimologico di “Eu – buono” e “anghélion – annuncio, messaggio, notizia”, non la Sua biografia come erroneamente inteso da molti.

Che fa da ponte fra i due periodi del nostro testo è il verso 11, “Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse”: nei versi precedenti, infatti, abbiamo parole rivolte a Filippo che lo aveva interpellato, ma da qui in poi Gesù passa all’utilizzo plurale, “Credete a me” e da qui, dopo il doppio amen come consuetudine di Giovanni, passa a “chi crede in me”. È di fondamentale importanza sottolineare che quel “chi crede” non può e non deve essere generalizzato perché altrimenti il cristianesimo avrebbe avuto una serie ininterrotta di miracoli dalla Chiesa primitiva ad oggi e tuttora avremmo ogni sorta di eventi in tal senso. Sono invece sorti tanti artifici e “veggenti” che hanno impegnato non poco la Chiesa ufficiale che, il più delle volte, li ha classificati come truffe. Oggi già una vita che si converte è di per se stessa un miracolo.

È indubbio invece, come testimonia il libro degli Atti, che gli eventi eclatanti a causa della fede si siano verificati proprio perché andava testimoniata l’opera del Dio Unico che si rivelava anche attraverso di essi, altrimenti la Chiesa avrebbe potuto essere intesa come un’associazione di nostalgici di un grande profeta ormai morto (come tutti quelli prima di lui), i cui seguaci più stretti affermavano che era risorto, senza possibilità di manifestazioni autorevoli e soprattutto incontestabili.

Un passo correlato a quello che stiamo esaminando è reperibile in Marco 16.17-18 che riporta le parole di Gesù dopo la Sua risurrezione: “Questi sono i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Ora il fatto che anche qui si tratta di promesse adempiute è certo: “Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (Atti 2.4), poi è scritto che “le folle unanimi prestavano attenzione alle parole di Filippo – il diacono – sentendolo parlare e vedendo i segni che compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono guariti” (8.5). L’identità di Filippo come diacono è rilevabile al verso 1 quando veniamo informati che “In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria”, quindi l’apostolo Filippo rimase in città.

Proseguendo nell’individuazione dei riferimenti di Gesù, abbiamo poi i miracoli operati da Pietro e Giovanni (lo storpio guarito alla porta del Tempio detta “Bella” (3.1-10), dal solo Pietro (ad esempio tra i tanti riportati quello in giudizio di Anania e Saffira in 5.3-10) da tutti gli Undici quando leggiamo che “Molti segni e prodigi avvenivano tra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre di più, però venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti” (5.12-16). Penso a cosa provarono gli avversari di Gesù che poco tempo addietro erano convinti di essersi liberati per sempre di Gesù e di non sentirne più parlare.

Ricordiamo la guarigione del paralitico Enea (9.32-35), la risurrezione di Tabità (vv.36-42) e infine Paolo a Malta, morso alla mano da una vipera senza che nulla gli accadesse (28.3-6) oltre alla guarigione del padre di Publio, governatore dell’isola: “Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti” (vv.7-9).

Gesù, tornando al nostro testo, dice ai Suoi che “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste”: ecco adempiuto il Suo insegnamento sulla fede che, quando fu pronunciato, parve loro sicuramente un’esagerazione ma, alla luce di quanto poi avverrà, non la fu affatto: “In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte; «Spostati da qui a là», ed esso si sosterà, e nulla vi sarà impossibile” (Matteo 17.20 e riferimenti).

È però doveroso chiedersi cosa abbia voluto dire Gesù con “ne compirà più grandi di queste”: prima di tutto la “maggiore grandezza” deriva dal fatto che Lui poteva compiere quelle opere perché era, come abbiamo letto, “Potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinti 1.24), ma dei semplici uomini, peccatori perdonati e salvati, non avrebbero potuto da se stessi agire come fecero. In secondo luogo teniamo presente che il Suo ministero si svolse, salvo brevi eccezioni, nel territorio di Israele, mentre gli Apostoli portarono il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto. E qui troviamo anche un’ulteriore ragione dei miracoli che diedero modo a quanti li compivano di correggere le false opinioni che sorgevano nella gente: a Gerusalemme fu confermato che nel nome di Gesù, “che voi avete crocifisso” (Atti 2.36) la gente guariva da infermità e malattie e fra i pagani, che “chiamavano Barnaba «Zeus» e Paolo «Hermes» oltre a voler offrire un sacrificio di ringraziamento agli dèi, fu portato il messaggio della fede nel “Dio vivente, che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano” (14.8-18).

Il motivo di queste opere è “Perché io vado al Padre”. E mi vengono in mente le parole “I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”: Gesù venne in mezzo ai poveri materiali e spirituali, avrebbe abitato in mezzo a loro portando la Sua Luce per breve tempo, 3 anni e mezzo circa (o 33 della Sua vita), e salendo al cielo avrebbe lasciato la Chiesa che sarebbe stata in grado di portare avanti la Sua opera grazie allo Spirito Santo, disceso da dove Lui era salito. E al verso 18 di questo stesso capitolo comunica agli Undici il Suo progetto: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete”. Da ciò ne consegue, per relazione, che ogni cristiano è un rappresentante di Gesù, con tutta la responsabilità che questo comporta.

“Perché vado al Padre” è una frase che racchiude il progetto di JHWH sulla creazione: semplificando di molto, a Lui spettò il compito del creare, al Figlio quello di comunicare la Sua volontà nei tempi antichi e di rivelarlo nella Grazia per poi tornare nella Gloria presso di Lui, allo Spirito Santo il ruolo di sostenere e guidare i credenti nella Chiesa. Se Gesù fosse rimasto sulla terra, gli uomini non avrebbero potuto assistere alla testimonianza della Sua Parola portata in tutto il mondo. In 16.7 dirà “Vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore. Se invece me ne vado, lo manderò a voi”.

Arriviamo così ad un verso molto impegnativo, direi tanto per Gesù che per quanti si sarebbero rivolti a Lui in Spirito in preghiera: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò”, alla quale fa subito seguito la ragione di questo Suo agire, “perché il Padre sia glorificato nel Figlio”. Questo “Qualunque cosa”, quindi, non può essere generalizzato nel senso che le richieste che veicoliamo attraverso il Figlio devono essere prima di tutto di ordine spirituale senza coinvolgere vicende umane. Certo che siamo liberi di presentare in preghiera “ogni cosa”, ma il contesto cui allude Gesù in questo caso è diverso. Ricordiamo che per tutti i credenti vale il principio dell’ascolto di Dio, che sa i nostri bisogni reali e ha sempre promesso un Suo intervento in proposito perché altrimenti non sarebbe un Padre. Purtroppo dimentichiamo istintivamente che le Sue riposte possono essere tanto in senso positivo che negativo, questo parlando secondo la nostra prospettiva; ci aspetteremmo sempre di ottenere ciò che chiediamo perché convinti che la nostra visuale sia quella giusta, ma non è così. Emblematica in proposito è la risposta che ricevette l’apostolo Paolo: Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»” (2 Corinti 12.7).

La promessa di Gesù fatta ai discepoli si avverò sempre ogni qualvolta presentarono richieste per lo sviluppo e la propagazione del Vangelo; pensiamo ai miracoli che compirono e a tutte le difficoltà, risolte, che incontrarono nel loro ministero. Non a caso Giovanni nella sua prima lettera scrive “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: se domandiamo qualcosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce e, se sappiamo che egli ci esaudisce in quello che gli chiediamo, noi sappiamo di avere le cose che gli abbiamo domandato” (3.14,15). Vale allora un principio che Gesù espose all’inizio del Suo Ministero: “Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono” (Matteo 7.11).

Così viene chiusa la prima parte dell’intervento su cui stiamo riflettendo: “Se mi chiederete qualcosa nel mio nome, la farò”: “nel mio nome”, che racchiude tutto il Suo agire e la potenza della Sua intercessione. E non credo che ci sia preghiera migliore che domandare l’aiuto necessario per vivere dignitosamente la fede, l’illuminazione nelle nostre scelte, l’accompagnamento costante, tutti i giorni fino alla fine. Amen.

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