17.33 – SE MI AMASTE (Giovanni 14.28-31)

17.33 – Se mi amaste (Giovanni 14.28-31)

 

28Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo via di qui».

 

“Se mi amaste”, al condizionale semplice, è ben diverso da quello al  tempo presente, “Se mi amate” (14.15), legato in questo capitolo e non solo all’osservanza dei comandamenti e della Parola di Gesù. Vengono quindi riportati da nostro Signore due atteggiamenti: il primo è chiaro, perché non si può dire di amarLo se poi non si cerca, “con tutto il cuore e con tutta l’anima” di seguirLo; si tratta di un atteggiamento che deve durare sempre, salvo cadute più o meno grandi e comunque direi inevitabili, tanto per la Sua ricerca quanto per il mantenimento della comunione con Lui. Ricordiamo ad esempio le parole “Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore, e troverai la conoscenza di Dio” (Proverbi 2.1-5) in cui possiamo sottolineare i tre “se”.

Non si tratta quindi di seguire dei riti, degli orari, delle scadenze, un calendario che scandisca lo scorrere di determinate azioni che portano inevitabilmente all’assuefazione e alla routine, ma di custodire un modo di vita che esula da quello del mondo esterno, di cui il re e profeta Davide parla nel suo Salmo 1: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio del malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti – tutte azioni che indicano il permanere in un sistema di ragionamento e pratica -, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo – non come il fico sterile, ad esempio –: le sue fronde non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”.

Possiamo dire che, a proposito del nostro Testo, il Signore considera chiuso – o per lo meno mette da parte – il rapporto tra l’amarlo e seguirlo, per affrontare una realtà che apparteneva solo agli Undici che avevano appena terminato di celebrare la Pasqua con Lui: ricorda loro “ciò che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi»” (v.28). Credo che, riportando una mia esperienza personale, se ci chiedessimo cosa sia ciò che aveva “detto”, il riferimento andrebbe istintivamente a quanto troviamo scritto in Matteo 16.21, “…Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”; non sbaglieremmo, ma sarebbe una risposta affrettata perché in realtà il riferimento era proprio alle parole di quella sera che non furono capite da nessuno di loro, come confermato dagli interventi di Tommaso, Filippo e Giuda Taddeo-Lebbeo.

“Ciò che vi ho detto” va alle parole pronunciate qualche minuto addietro, prima in 13.33, “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove io vado, voi non potete venire” (13.33), poi a Pietro in 13.36 “ Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi”, e ancora di più in 14.3, “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”.

Gesù, da perfetto conoscitore e lettore del cuore umano, sapeva benissimo che quelle parole, per il contesto in cui furono pronunciate e per la mancanza della conoscenza che verrà data più avanti dallo Spirito Santo, non solo non avevano ottenuto alcun effetto, ma anzi “la tristezza ha riempito il vostro cuore” (16.6), per cui inizia a soffermarsi su un sentimento che forse più di tutti è soggetto a fraintendimenti ed equivoci, cioè l’amore, che è e dev’essere dimostrazione pratica realizzantesi, sottolineata e provata, dai fatti.

Prima, quindi, abbiamo la conferma dell’amore per Lui seguendolo, ora la descrizione di un comportamento attuabile solo quando si prende atto – se questo sentimento è presente davvero – della realtà, funzione, attitudini e – nel nostro caso – destinazione dell’altro, Lui compreso. Gesù stava per concludere il proprio Ministero terreno, se ne sarebbe dovuto andare non prima di aver toccato le vette più alte della sofferenza fisica, morale e spirituale, ma soprattutto sarebbe “tornato al Padre”, concetto anche questo non capito: “Che cos’è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete» e «Io me ne vado al Padre?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo «un poco» di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire” (16.17-18).

Si può affermare che, per quanto la comprensione reale delle cose dette verrà grazie allo Spirito, ciò che era presente negli Apostoli in quel momento era un egoismo carnale che faceva sì che rifiutassero il concetto della Sua dipartita: volevano averlo fisicamente sempre con loro. Se l’amore che provavano per Lui fosse stato veramente tale, lo abbiamo letto, “vi rallegrereste che io vado al Padre” perché, come leggiamo, lo avrebbe “fatto sedere alla propria destra nei luoghi celesti, al di sopra di ogni principato, autorità e potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. Ogni cosa gli ha posto sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa” (Efesi 1.20-22).

Ancora: “Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto” (Ebrei 2.8), e Filippesi 2.9-11, “Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre”.

La “tristezza” che “ha pervaso il vostro cuore” era umana e in quanto tale pienamente giustificabile e infatti, dal verso 4 del nostro capitolo, Nostro Signore si era impegnato a dissiparla, ma spiritualmente non aveva senso in quanto l’amore non cerca il proprio bene, ma quello della persona che si ama. L’apostolo Paolo, conscio della nostra natura terrena, scrive in proposito “Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma quello degli altri” (1 Corinti 10,24) il che significa, in due parole, andare oltre, al di là di quella condizione di omeostasi che viene bruscamente interrotta con la dipartita di un nostro caro, fratello o sorella che sia. La morte del corpo è una tragedia per “quelli che sono senza speranza” perché non solo è la fine di tutto, ma di ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, dire e non è stato detto, senza contare il giudizio cui l’anima andrà incontro perché “Dio ha mandato il proprio Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio” (Giovanni 3.17-18).

Si tratta di una scelta di fronte alla quale non possiamo fare nulla, si tratti di padri, madri, figli, fratelli nella carne o amici non convertiti per i quali verrebbe spontaneo pregare, ma anche qui, se non sono ancora in vita, non ha alcun senso perché “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4.13). Addirittura Gesù disse in Matteo 12.36 “Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio”. E lo stile di vita che ciascun uomo o donna conduce è come le impronte digitali: può essere solo ed esclusivamente suo, non può essere mutato o condonato una volta conclusosi con la chiamata tramite le morte del corpo. Quel perdono dei peccati che Dio dà incessantemente ogni qual volta lo si chiede, dopo la morte non può essere più possibile esattamente come i biglietti per quei viaggi che vanno acquistati prima.

Gesù poi non aveva detto ai Suoi che se ne sarebbe andato, ma che sarebbe tornato a loro e qui stava la fede; sarebbe bastato accogliere quelle parole per accettare attivamente, come poi fecero, le parole “Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (14.2,3). Non avrebbe potuto esistere promessa migliore.

È poi detto “Il Padre è maggiore di me”, frase che ha dato l’appiglio a molti per sostenere che Gesù sia una sorta di “Dio minore” e rigettare in tal modo il principio della Trinità, dimenticando che i ruoli sono diversi e, in quel caso, il riferimento era al Padre come – se si può usare questa parola – “mente”, autore di quel progetto di creazione dell’uomo, dell’universo e soprattutto della sua redenzione attraverso Colui che avrebbe mandato. Possiamo anche supporre che in quel momento Nostro Signore parlasse di Lui in forma umana, quando fu fatto “…di poco inferiore agli angeli” (Ebrei 2.7) e come tale parlava, ma resta il fatto che “proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (v.18).

Gesù parla così perché stava per tornare nella piena comunione col Padre, per riprendere quella gloria – aumentata – della quale si era volontariamente privato per un tempo di circa 33 anni e per ricevere da Lui la ricca ricompensa di quanto sofferto che abbiamo letto in Filippesi 2.9 e seguenti. Il Maestro stava per morire non perché Satana aveva potere sopra di Lui o sul Suo corpo, ma per ubbidienza alla volontà del Padre, anche qui “maggiore” di Lui  e dice “queste cose prima che ciò avvenga perché, quando ciò avverrà, voi crediate” (v.29): nulla ha tralasciato perché i discepoli potessero compiere un percorso spirituale pieno e secondo Dio nonostante sarebbero stati dispersi perché il loro pastore sarebbe stato colpito. Avrebbero creduto davvero e portato molto frutto guardando al solo che fu in grado di fronteggiare e uscire vittorioso da tutti gli attacchi dell’Avversario, il “principe di questo mondo” che stava per arrivare, ma che su di Lui non poteva nulla.

Restano da considerare le parole “Alzatevi, andiamo via di qui”, che lascerebbero pensare che, a quella frase, tutti se uscirono dalla sala, ma così non fu: con queste parole Gesù dichiarò praticamente chiusa la cena pasquale e a quel punto gli Undici si alzarono, ma prima che uscissero Gesù riprese a parlare e poi terminò il Suo discorso con la preghiera detta “sacerdotale” che esamineremo. Amen.

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