17.45 – VI SCACCERANNO DALLE SINAGOGHE (Giovanni 16.1-4)

17.45 – Vi scacceranno dalle sinagoghe (Giovanni 16.1-4)

1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto.

Purtroppo, per esigenze d’esame, la nostra lettura delle parole di Gesù ai discepoli a cena conclusa risulta inevitabilmente spezzettata e, in tal modo, il risultato è una continuità non molto avvertibile. In realtà nostro Signore, dopo aver annunziato ai Suoi la loro prospettiva spirituale e lasciato il “comandamento nuovo” dell’amore e l’altrettanto nuova posizione di Suoi “amici”, passa da 15.18 in poi a parlare degli effetti conseguenti al seguirlo: da una parte vi sarebbe stata la Sua protezione e l’assistenza del Paràclito, dall’altra avrebbero subito l’odio del mondo.
Il termine “mondo” è impegnativo perché si riferisce ai molti sistemi che lo comprendono ed è a più livelli; quando pensiamo a lui tendiamo a identificarlo in tutti coloro che impostano la propria vita in modo chiaramente negativo anche per le persone dotate di semplice coscienza. Troviamo l’esempio principe in Caino e in tutte quelle categorie di persone che hanno un comportamento svincolato da ideali morali (quelli che la Scrittura definisce “empi”, “stolti” e “pigri” tanto per citarne alcuni). Al secondo strato troviamo il sistema politico, sia esso una democrazia o una dittatura, in cui ben raramente il bene del popolo o di una nazione è l’obiettivo primario. Infine, abbiamo quello religioso, da sempre utile a sostenere il precedente, come la storia insegna. E qui Gesù fa riferimento proprio a quest’ultimo. Teniamo presente che Caino e la sua dinastia concretarono il “mondo” in tutti i suoi tre aspetti.
Il nostro testo inizia con le parole “Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi”, cioè ad evitare in loro perplessità e scoramento quando, subendo le persecuzioni, avrebbero potuto interpretare le promesse del Maestro a loro favore a senso unico, vale a dire vedendosi esenti da sofferenze, inimicizie e ostilità di vario tipo. Sappiamo infatti che lo “scàndalo” è una pietra su cui si inciampa mentre si è in cammino che può provocare una caduta le cui conseguenze possono andare da una semplice perdita di equilibrio a ferite, abrasioni o fratture con tutte le conseguenze del caso.
Quindi, se prima le parole furono “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me” e “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (15.18-20), ora l’asse si sposta sui loro stessi correligionari; l’ebraismo, con le sue conoscenze millenarie, la sua sapienza, le scuole rabbiniche, non è stato in grado di discernere in Lui il liberatore dal dominio del peccato e della morte, come dalle parole “Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio” (15.23,24). Notare il tempo e il verbo, “visto”, che si riferisce all’incontestabilità dei miracoli e all’impossibilità, più volte dimostrata, di poter controbattere con argomenti solidi i Suoi insegnamenti.
Il “perché non abbiate a scandalizzarvi” di Gesù si riferisce proprio al fatto che gli Undici, e tutti gli altri discepoli ai quali avrebbero trasmesso queste parole, avrebbero dovuto capire che nel “mondo” rientrano tutti coloro che non sono salvati e non le persone che vengono comunemente definite “cattive”, quindi anche quanti professano una religione che, alla luce della Rivelazione, sono solo un pretesto per difendere posizioni umane contrarie alle esigenze di Dio.
Nella lettera di Giacomo, diretta alle Chiese dei Giudei sparse per il mondo allora conosciuto, leggiamo: “Chi tra voi è saggio e intelligente? Con la buona condotta mostri che le sue opere sono ispirate a mitezza e sapienza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrestre, materiale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni” (3.13-16).
I Giudei in questione si attribuivano, per la loro provenienza religiosa, il titolo di savi e sapienti e disprezzavano gli altri, facendosi censori esattamente come i farisei che combattevano Gesù e avrebbero utilizzato lo stesso metodo con i Suoi Apostoli. Ricordiamo la definizione della loro sapienza: “terrena”, cioè proveniente dalla carne, “animale”, cioè non riservata all’uomo, contrapposta a quell’ “alito di vita” che Dio aveva dato ad Adamo e ora conseguibile tramite lo Spirito Santo, e “diabolica” cioè perversa, da “diàbolos” che tradotto significa “calunnioso, malefico, denigratore”.
Ricordiamo anche le parole di Paolo ai credenti della Chiesa di Roma, anch’essa composta in gran parte da Giudei: “Ma se tu ti chiami Giudeo e ti riposi sicuro sulla Legge e metti il tuo vanto in Dio, ne conosci la volontà e, istruito dalla Legge, sai discernere ciò che è meglio, e sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché nella Legge possiedi l’espressione della conoscenza e della verità… Ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? Tu che dici di non commettere adulterio, commetti adulterio? Tu che detesti gli idoli, ne derubi i templi? Tu che ti vanti della Legge, offendi Dio trasgredendo la Legge! Infatti sta scritto: Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra le genti.” (Romani 2.17-24).
In contrapposizione, Giacomo continua: “Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (3.17.18).

Gesù prosegue dicendo “Vi scacceranno dalle sinagoghe”, che per un Giudeo era la pena più infamante dopo la pena di morte. Lo scacciato diventava automaticamente immondo e non poteva avere più contatti con nessun ebreo osservante, quindi praticamente con tutti. Ecco perché quei membri del Sinedrio che credevano in Gesù erano pieni di timore e non si rivelavano, come riporta Giovanni in 12.42: “Anche tra i capi, molti credettero in lui, ma a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga”. Anche al cieco guarito nel giorno di sabato riservarono lo stesso trattamento quando dichiarò “«Proprio questo mi stupisce: che voi – sapienti – non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che. Uno abbia aperto gli occhi a un cieco dalla nascita. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Se tutto nato nei peccati – cioè per loro era ancora cieco e non era stato guarito e perdonato – e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori” (12.30-34).
Abbiamo poi “Anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio”, parole che sappiamo si avvereranno molto preso prima con Stefano (Atti 8), poi con l’apostolo Giacomo fatto uccidere da Erode (Atti 12.1.2) che “Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro”. Paolo stesso, parlando del periodo prima della sua conversione, confessò “Eppure anche io ritenni mio dovere compiere molte cose ostili contro il nome di Gesù il Nazareno. Così ho fatto a Gerusalemme: molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con il potere avuto dai capi dei sacerdoti e, quando venivano messi a morte, anche io ho dato il mio voto. In tutte le sinagoghe cercavo spesso di costringerli con le torture a bestemmiare e, nel colmo del mio furore contro di loro, davo loro la caccia perfino nelle città straniere” (26.9-11). Di quel periodo l’apostolo si definisce “accanito nel sostenere le tradizioni dei padri” (Galati 1.14), “quanto allo zelo, persecutore della Chiesa, quanto alla giustizia che deriva dalla Legge, irreprensibile” (Filippesi 3.5), “un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede” (1 Timoteo 1.13).
Tutto questo in nome della religione e la stessa cosa la fecero i Romani con le persecuzioni perché il cristianesimo era considerato un crimine contro l’impero e ciò avvenne, ad esempio, sotto Decio, Valeriano e Diocleziano. Purtroppo iniziative analoghe vennero intraprese dalla Chiesa di Roma contro quelli che considerava eretici e qui dobbiamo pensare non solo alle condanne al rogo e all’inquisizione cosiddetta “santa”, ma agli stermini di intere regioni (la crociata contro gli albigesi (1229-1229), i Catari (1209-1229) che videro la distruzione di molti villaggi e crimini di ogni tipo. Anche qui, l’elenco sarebbe ben più consistente anche secoli più avanti, ad esempio contro i Valdesi nel 1500, che si caratterizzarono con lo sterminio di intere comunità cui seguivano messe di ringraziamento.
Ancora una volta, l’origine del tutto deriva dal “perché non hanno conosciuto me né il Padre mio”, cioè in mancanza di una rivelazione e dell’accoglimento dell’opera di Gesù dentro di sé deriva ogni male. Ricordiamo che se la Chiesa fosse composta da persone che osservano la Parola di Dio, il Suo nome non sarebbe bestemmiato, come abbiamo letto. O, per lo meno, non a causa loro. Ricordiamo sempre che se Gesù libera, la religione opprime, crea fazioni, sette, fanatismo, molto spesso odio e cecità spirituale.
Ricordiamo anche che la Chiesa ha due alternative: rimanere fedele alla Parola, quindi a Gesù Cristo e quindi a se stessa – l’unico egoismo possibile –, oppure venire a patti proprio col mondo che la odia. In pratica, consentire l’ingresso a quei “Nicolaiti” di cui Giovanni parla in Apocalisse 2.6. Nel primo caso avrà persecuzioni, nel secondo si raffredderà e sarà incapace di portare un messaggio risolutore per l’uomo. Il “bestemmiare” nel verso che abbiamo letto non comprende solo gli insulti a Dio, ma un allontanamento da Lui a causa di quei cristiani religiosi che agiscono secondo la carne anziché secondo lo Spirito.

Gesù quindi avvisa i Suoi di una realtà che, per quanto aberrante, è naturale considerato l’odio che il mondo prova per chi non ne condivide lo spirito e i metodi, e infatti il primo omicidio della storia è commentato così: “Questo è il messaggio che avete udito dal principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello. E per quale motivo lo uccise? Perché le sue opere erano malvage, mentre quelle di suo fratello erano giuste. Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia” (1 Giovanni 3.11-13).
Concludendo, Gesù dà un’ulteriore prova di amore e premura nell’anticipare agli Undici quanto sarebbe avvenuto perché la negatività del mondo non li colga impreparati, certo del fatto che avrebbero rammentato le Sue parole. Così fu per l’annuncio del tradimento di uno di loro (“Ve lo dico fin d’ora, prima che accada perché, quando sarà avvenuto, crediate che io sono”, Giovanni 13.19) e del Suo ritorno al Padre (“Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate”).
Infine le parole si Gesù, per i tempi che si stanno preparando, torneranno ad essere attuali per tutti coloro che, dopo il rapimento della Chiesa, si troveranno a scegliere chi servire. Amen.
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17.44 – QUANDO VERRÀ IL PARACLITO (Giovanni 15.26)

17.44 – Quando verrà il Paraclito (Giovanni 15.26)

 

26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

 

Squisitamente dirette agli Undici, su cui graverà tutta la responsabilità della testimonianza e formazione della prima Chiesa, queste parole  attestano la cura assoluta che Gesù riversò nell’assistere e formare i Suoi, con Lui “fin dal principio”, cioè dall’inizio del Suo ministero, che poi è la caratteristica propria dell’Apostolo la cui funzione non è trasmissibile.

Quella della non trasmissibilità del ruolo è un punto fondamentale perché si tratta di una condizione unica il cui requisito primario è quello di portare proprio la testimonianza, come abbiamo letto, di chi è stato con nostro Signore “fin dal principio”, testimone di avvenimenti e soprattutto dei Suoi insegnamenti; se così non fosse gli Undici, venendo a mancare uno di loro dopo il suicidio di Giuda Iscariotha, non avrebbero mai chiesto in preghiera un segno per poter inserire un sostituto: disse Pietro parlando ai 120 (12×10) credenti in Gerusalemme: “Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione». Ne proposero due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia. Poi pregarono dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava». Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.” (Atti 1.21-28).

È importante considerare in proposito tre elementi il primo dei quali è il criterio adottato per la scelta del nuovo apostolo che, come gli Undici, doveva essere con loro “dal battesimo di Giovanni”, quando vi fu la voce di Dio dal cielo, all’ascensione. Secondo, Pietro, comprendendo che non avrebbe mai potuto scegliere in base a un criterio personale né tantomeno a caso fra due candidati, pregò il proprio Maestro perché rivelasse la Sua volontà in modo indiscutibile secondo un metodo che oggi può far sorridere, ma che in realtà era basato sulla promessa che Gesù stesso aveva fatto ai Suoi proprio a conclusione dell’ultima cena che stiamo esaminando, e cioè “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto” (Giovanni 15.7), “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, perché tutto ciò che chiederete al Padre ve lo conceda” (16), “Se mi chiederete qualcosa nel mio Nome, io la farò” (14.14). La metodologia adottata dall’apostolo Pietro fu allora limitata a quel tempo ed è il motivo per cui è quantomeno poco serio che oggi un credente la impieghi quando deve effettuare una qualsiasi scelta.

Infine, riguardo all’essere con Gesù “fin dal principio”, va fatta qualche considerazione sul numero dodici, risultato della moltiplicazione del 3 col 4. Vero è che lo stesso può dirsi del 2 col 6, ma si tratta di cifre limitate che hanno riferimento con l’imperfezione e per questo non le considererò. Il tre è il numero di Dio ed il quattro, come già scritto tante volte, è quello dell’uomo per il cui dodici è un attestato del Creatore sulla propria approvazione perché l’essere umano possa realizzare il Suo piano. Ecco perché abbiamo dodici tribù di Israele e altrettanti apostoli, ma anche molti altri dati che possiamo raccogliere andando a cercare i versi in cui questo numero compare; possiamo citare l’organizzazione delle classi dei cantori (1 Cronache 25), quelle dei sacerdoti con il 24 suo primo multiplo (cap. 24) e tanti altri.

Nel Nuovo Testamento allora assumono particolare significato non solo gli anni di Gesù quando rimase nel Tempio (Luca 2), ma quelli della figlia di Jairo da Lui risorta (Marco 5.42), gli anni di infermità della donna affetta da perdite di sangue che la rendevano costantemente impura (Matteo 9.20), le ceste piene di avanzi dopo il miracolo dei pani e dei pesci (Matteo 14.20).

Anche questo numero ha la caratteristica di rimanere inalterato nel tempo attraversando le dispensazioni, ma ancor più di proseguire nel mondo tanto terreno che spirituale; pensiamo ai 144.000 servitori segnati dalle tribù di Israele (12.000×12) (Apocalisse 7.3-8), la corona di stelle sopra il capo della “donna vestita di sole, con la luna sotto ai suoi piedi” (12.1) e infine la Gerusalemme celeste di cui è scritto  che “È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.” (21.12-14).

Ai Dodici apostoli, numero ricostituito con l’aggiunta di Mattia, ve ne fu un altro che operò anche se in modo differente, e cioè Saulo di Tarso, poi divenuto Paolo: lui stesso si definisce in tal modo in Romani 1.1 “apostolo per chiamata”, in 1 Corinti 1.1 “chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio” e in altri passi; ricordiamo anche, come già rilevato, che Paolo fu l’unico ad essere ammaestrato direttamente da Dio (2 Corinti 12.2).

 

La frase “anche voi mi darete testimonianza, perché siete con me fin dal principio”, è una promessa stupenda che proietta coloro che erano con Gesù in quel momento e luogo nel futuro e nella responsabilità: avrebbero finalmente capito, rammentato ogni Sua parola rendendoli testimoni certi di tutti gli insegnamenti ricevuti e di tutto ciò cui assisterono quando il loro Maestro era nel corpo. Ciò che rileva è che non si trattò di un mero ricordo, ma dell’intervento dello Spirito senza il quale avrebbero continuato a non comprendere quelle parole che, col tempo perché così è la memoria umana, avrebbe reso tutto sbiadito e incerto.

Nostro Signore stesso dice loro “Quando verrà il Paràclito”, tradotto anche con “consolatore”, che dal greco “paràkletos” significa anche “difensore, avvocato, aiutante, intercessore, evocato” a testimonianza delle funzioni che avrebbe avuto e che tempo addietro è stato evidenziato come avrebbe potuto intervenire solo quando Gesù avrebbe lasciato la terra. Lo Spirito Santo, poi, è chiamato anche “lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (Giovanni 14.17), per non parlare di 16.13, “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”.

Ecco allora che l’opera dello Spirito, allargando la visuale, consiste nella guida alla verità non solo di ciò che è scritto, ma anche nell’interpretazione corretta del tempo in cui vive il cristiano vista nella frase “vi annuncerà le cose future”, altro elemento di applicazione della libertà di cui godiamo come credenti, liberi dalle influenze di un mondo che vorrebbe condurre tutti alla perdizione.

Del Paràclito Gesù afferma due cose e cioè “che io vi manderò dal Padre” e che “procede dal Padre” non perché sia il Padre il depositario di Esso, ma sia in quanto il Figlio era ancora in un corpo di carne, sia perché l’artefice della creazione a livello di progetto apparteneva comunque al Lui. Se così non fosse stato, non troveremmo nel Nuovo Testamento espressioni come “Lo Spirito di Cristo” (Romani 8.9: “Se uno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”) “Lo Spirito del suo Figlio” (Galati 4.6), “lo Spirito di Gesù Cristo” (Filippesi 1.19) e altre, tutte riferite a Lui.

Un altro aspetto su cui tendiamo a sorvolare è anche quello della scrittura: i Vangeli, le lettere e l’Apocalisse non furono redatti quando nostro Signore era in vita, ma anni dopo il Suo ritorno al Padre e la conseguente discesa dello Spirito sui centoventi riuniti a Gerusalemme, per cui ha fatto sì che i vari Autori lasciassero una testimonianza assoluta, esente da interpretazioni o idee personali depositate per tutti coloro che se ne sarebbero voluti appropriare.

E, ancora una volta al di là della contingenza di quel tempo, anche questa è consolazione, rivolta a tutti coloro che non avrebbero vissuto alla presenza corporale di Gesù.

Altro spunto di riflessione riguarda il fatto che gli Undici sono chiamati “testimoni” (“anche voi mi darete testimonianza”), termine che si rifà a Deuteronomio 19.15 quando si tratta di accettare un fatto: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato”, che Gesù stesso cita in Matteo 18.16, “…perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”; qui la testimonianza viene affidata non a due o tre, ma a dodici persone, riguardo allo stretto presente di quel contesto, essendo comunque Mattia già operativo, per quanto non presente.

Da questo nucleo originario il numero delle persone in grado di confermare la reale esistenza dopo la morte di nostro Signore crebbe esponenzialmente, come in 1 Corinti 15.3-8 in cui leggiamo “che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. Di seguito apparve a più di cinquecento fratellli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”, cioè meritevole solo di essere distrutto.

Concludendo, lo Spirito da solo non avrebbe potuto far nulla, ma avrebbe avuto bisogno di uomini in grado di operare secondo la grazia che sarebbe stata loro data. E ai Dodici disse “In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele” (Matteo 19.28). E dei credenti, parlando dei tribunali pagani, l’apostolo Paolo scrive: “Quando uno di voi è in lite con un altro, osa forse appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita!” (1 Corinti 6.1-3)

Gesù allora, le parole che abbiamo brevemente esaminato, dona ai Suoi parole che avrebbero costituito un’indicazione assolutamente fondamentale per la loro esistenza in e con Lui. Amen.

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17.43 – NON HANNO SCUSE PER IL LORO PECCATO (Giovanni 15. 22-25)

17.43 – Non hanno scuse per il loro peccato (Giovanni 15.22-25)

 

22Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.

 

Il discorso dell’odio del mondo per la Verità, dopo l’identificazione degli Undici in essa, prosegue sulla responsabilità degli uomini di quel tempo, che avevano avuto il privilegio dell’annuncio diretto da parte del Figlio di Dio e di tutti quanti sarebbero loro succeduti. Sono parole che indubbiamente riguardano il popolo di Israele, che più di tutti gli altri aveva gli scritti della Legge e dei Profeti per identificare in Lui il Messia promesso.

Ancora una volta Gesù pone l’accento sul fatto che non solo era venuto come profeta, ma come autore di una quantità di miracoli tale che nessun inviato di Dio aveva mai operato, come possiamo notare dai verbi “venuto”, “parlato” e “compiuto” di cui Zaccaria 9.9-10 anticipa così l’avvenimento: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila grandemente figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra”.

 

Sostando brevemente su questi versi, abbiamo l’annuncio diretto a tutti coloro che aspettavano la venuta del “Servo del Signore”, “l’eletto che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui – perché uomo -, egli porterà il diritto alle nazioni” (Isaia 42.1). Questi sono chiamati “figlia di Sion” e “figlia di Gerusalemme” perché si tratta dell’insieme di quegli uomini e donne che Lo aspettavano di cui Simeone e Anna sono i rappresentanti. Ricordiamo che del primo è detto che “aspettava la consolazione di Israele e lo Spirito Santo era su di lui”, che disse a Maria, madre del corpo di Gesù, “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione” (Luca 2.25 e 34).

Di Anna, poi, è scritto che era una “profetessa”, cioè si era consacrata a Dio ed esercitava il suo ministero dopo che il marito era rimasta vedova: “Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio giorno e notte con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento – con Simeone – si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Luca 2.36-38). Da notare che le parole di Simeone furono per Maria, quelle di Anna non a tutti indistintamente, ma a chi come loro attendeva che il piano di YHWH annunciato dai profeti si concretasse con la venuta del Suo Consacrato.

Questo Re sarebbe giunto cavalcando un asino, come visto nell’episodio dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, “giusto, vittorioso e umile”, l’esatto contrario dei re di allora, che pensavano solo a come trarre vantaggio dalla politica, in un modo o in un altro schiavi anche loro dell’impero di Roma, intolleranti e altezzosi, sfruttatori e dispotici, incuranti dei bisogni del popolo.

Il Re vero, inviato da Dio, avrebbe fatto sparire tutto ciò che avrebbe avuto a che fare con la guerra, cioè i carri, i cavalli e l’arco. I “carri di Efraim” è un riferimento alla guerra Siro-Efraimitica quando quella tribù veniva identificata con il regno di Israele perché a quel tempo (734-732 a.C.) era la più importante e numerosa. La prospettiva futura è vista nelle ultime parole del verso 10, con l’estensione dei territori della Chiesa e l’annuncio del Vangelo a tutti i popoli che segnerà la fine dell’era che conosciamo: “Questo vangelo del Regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli; e allora verrà la fine” (Matteo 24.14).

 

Tornando al nostro passo, Gesù è “venuto”, facendosi uomo e condividendo, con la creatura che aveva contribuito a formare, la sua misera condizione identificandosi in lei in tutto fuorché nel peccato. Ha “parlato” insegnando e approfondendo non solo gli argomenti della Legge e dei Profeti, ma soprattutto rivelando, per quanto gli uomini lo potessero comprendere “tutto ciò che ho udito dal Padre mio”, come abbiamo recentemente ricordato (Giovanni 15.15), ma soprattutto ha dato dimostrazione di essere ciò che diceva, rivelandosi tanto personalmente e individualmente (pensiamo al sordomuto della Decàpoli in Marco 7), quanto collettivamente come negli episodi della moltiplicazione dei pani e dei pesci oppure, rimanendo nell’episodio citato, a quanto avvenuto poco prima: “Gesù si allontanò di là – dove la preghiera della donna siro fenicia era stata esaudita – e giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele” (Matteo 15.29-31).

Il Dio sceso dal cielo e fattosi uomo, alla croce, è quello che ha detto “È compiuto” (Giovanni 19.30), che in alcune traduzioni compare preceduto dal “Tutto” che il greco sottintende. Il verbo teléo

Significa compiere, mandare ad effetto, mantenere la parola, adempiere, per cui quel “compiersi” lo possiamo paragonare a quanto può dire un costruttore o un artista che consegna il proprio lavoro, equivale alla dichiarazione che quell’opera è stata conclusa al meglio delle proprie possibilità. Ora, quel “È compiuto” non è un uomo a dirlo, ma lo stesso Dio che ha creato il mondo, il Logos ci cui Giovanni scrive “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

Se poi traduciamo col mantenere la parola data, ecco che in quel momento convergono tutte le profezie dell’Antico Patto, avendo così la totale realizzazione dell’impegno preso da Dio con la Sua creatura.

“Venuto”, “parlato” e “compiuto” sono allora i tre metri mediante i quali l’uomo può valutare Gesù nel senso di decidere o meno di accoglierlo dentro di sé, di aprire quella porta alla quale lui bussa secondo Apocalisse 3.20, “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.

Nostro Signore, avendo “parlato” e sostenuto il suo dire con “molte prove certe” (Atti 1.3), ha rivelato le vere e nuove esigenze del Padre al di là della Legge su cui si basava la vita degli ebrei osservanti: adempiendole, ha liberato l’essere umano da tutte quelle norme cerimoniali abolendole, e ha posto quelle morali come realizzabili attraverso lo Spirito e unico metro del bene e del male che troviamo elencate nel decalogo. In questo modo non solo ha illuminato tutti coloro che avrebbero voluto seguire, nel corso dei secoli l’unica Via, Verità e Vita, ma li ha liberati per avere una condotta e un’esistenza altrimenti irraggiungibile presso il Padre.

Gesù, in altri termini, chiede paradossalmente, Lui giusto Giudice, di venire valutato per tutto quanto ha detto e fatto: “Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato, ma ora non hanno scusa alcuna per il loro peccato” cioè senza di Lui sarebbero rimasti in quella condizione definita “i tempi dell’ignoranza” (Atti 3.17) che li poneva non in una condizione di innocenza, ma di non imputazione. Ricordiamo in proposito le parole dell’apostolo Paolo che in 1 Timoteo 1.12,13 scrive “Rendo grazia a colui che mi ha reso forte, Gesù Cristo Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”.

A proposito del non sapere, possiamo dire che è una delle condizioni, una delle leve perché il Vangelo possa entrare nelle persone che però, a un certo punto della loro vita, la ammettono, poiché Gesù “è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui – come uomo – rivestito di debolezza” (Ebrei 5.2).

C’è un passo che direi molto delicato che leggiamo in Romani 2.12-16 che illustra la realtà dell’uomo: “Tutti quelli che hanno peccato senza la Legge, senza Legge moriranno; quelli che invece hanno peccato sotto la Legge, con la Legge saranno giudicati. Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi, pur non avendo la Legge, sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano e ora li difendono”. Chi muore quindi senza avere avuto conoscenza della propria condizione di peccato, verrà giudicato in base alla propria coscienza.

Il nostro testo prosegue con parole aderenti alla realtà e alle conseguenze del Ministero di Gesù: “Ora invece hanno visto e odiato me e il Padre mio”. Lo stesso sentimento che si prova per il Figlio, si riflette inevitabilmente verso il Padre e qui risiede il baratro, l’esclusione volontaria dalla salvezza perché non ci sono più riti (al di fuori del battesimo e della celebrazione del memoriale), festività da celebrare, ricorrenze, ma solo il rapporto fra la Chiesa, sposa di Cristo, e il Padre.

Come ha scritto un fratello a proposito delle parole, “se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato”, ci sarebbe stata la colpa negativa di chi non sa, ma ora abbiamo la trasgressione di chi, pur conoscendo la verità perché gli è stata comunicata, ostinatamente rifiuta di riceverla.

Gesù, infine, dice che “Questo è avvenuto affinché si adempisse quello che è scritto nella loro legge: «Mi hanno odiato senza ragione»” (v.25). Qui nostro Signore, col termine “legge” allude agli scritti dell’Antico Patto, in particolare quelli di Davide che in Salmo 35.18-20 scrive “Ti renderò grazie nella grande assemblea, ti loderò in mezzo a un popolo numeroso. Non esultino su di me i nemici bugiardi, non strizzino l’occhio quelli che, senza motivo, mi odiano. Poiché essi non parlano di pace, contro gente pacifica tramano inganni”.

La citazione di Gesù è attinente anche al Salmo 69.5, “Sono più numerosi dei capelli del mio capo quelli che mi odiano senza ragione. Sono potenti quelli che mi vogliono distruggere, i miei nemici bugiardi: quanto non ho rubato, dovrei forse restituirlo?”. Da notare anche che “senza ragione” può venir tradotto anche “inutilmente, invano”.

Ecco perché, su tutti quegli odianti, vi fu la sentenza che decretò la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C., con tutto quello che comportò, compreso il pianto di Gesù quando la vide dall’alto: “Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono stati mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i pulcini sotto le sue ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi cedrete più, fino a quando non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Matteo 23.37-38). Amen.

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17.42 – SE IL MONDO VI ODIA (Giovanni 15. 18-21)

17.42 – Se il mondo vi odia (Giovanni 15.18-21)

 

18Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20Ricordatevi della parola che io vi ho detto: «Un servo non è più grande del suo padrone». Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

 

Con questi versi abbiamo la descrizione di una delle tante realtà tangibili per chiunque professi la propria fede davanti al “mondo”. La molteplicità delle azioni possibili nei confronti del cristiano è riassunta col verbo odiare, greco miséo, cioè detestare, disprezzare, non poter sopportare, ciò che i farisei, gli scribi e i capi del popolo provavano nei confronti di Gesù che nel nostro stesso verso dice “sappiate che prima di voi ha odiato me”. Non troviamo nei Vangeli momenti in cui questo sentimento si sia riversato sui discepoli perché ritenuti non pericolosi (se non nel libro degli Atti, ma qui il discorso è diverso perché il loro Maestro era già asceso al Padre). Indicativo il fatto che disse ai Suoi fratelli nella carne “Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono cattive” (Giovanni 7.7): i discepoli potevano essere considerati persone che, pur condividendo l’operato di Gesù, non rappresentavano alcuna minaccia ma solo una fonte di preoccupazione che riguardava comunque il Figlio di Dio. Ricordiamo che fu detto “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro Tempio e la nostra nazione” (11.48).

Circa lo spostamento dell’asse dell’odio da Gesù ai discepoli dobbiamo notare che l’apostolo Pietro scrive nella sua prima lettera agli ebrei convertiti “Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio”.

L’odio del mondo si caratterizza con la persecuzione, di cui abbiamo già trattato, tanto nei tempi antichi quanto in quelli moderni e riguarda soprattutto quanti professano il cristianesimo oppure, per la comunità scientifica, i molti che sostengono l’impossibilità di una creazione dovuta al caso. Anche se sappiamo che l’ammettere l’esistenza di un Dio creatore non salva, è comunque vero che questa sia l’unica idea di partenza verso una ricerca che possa determinare l’approdo a Cristo ed ecco perché vengono propagandate le posizioni atee di Margherita Hack o Piergiorgio Odifreddi, ma ben difficilmente quelle di Chandra Wickramasinghe, matematico, astronomo e astrobiologo, autore di 40 libri sull’astrofisica che ebbe a scrivere “La probabilità che la vita si sia formata a partire dalla materia inanimata corrisponde a un numero decimale dove la cifra 1 compare preceduta da 40mila zeri dopo la virgola, un numero sufficientemente piccolo da seppellire Darwin e l’intera teoria dell’evoluzione. Non c’è mai stato un brodo primordiale, né su questo pianeta né altrove, e se gli inizi della vita non sono dovuti al caso, devono essere necessariamente stati il prodotto intenzionale di un’intelligenza”. Max Planck, fisico tedesco iniziatore della fisica quantistica e premio Nobel per la fisica, ha scritto: “Tutta la materia trova la sua origine ed esiste in virtù di una forza. Dobbiamo supporre che dietro a questa forza vi sia una mente cosciente e intelligente”.

Ho prelevato solo due nomi, ma il numero degli scienziati che hanno espresso opinioni differenti da quelle atee è enorme a partire da Galileo (“La matematica è l’alfabeto con cui Dio ha scritto l’universo”), di cui tutti ricordano la diatriba con la Chiesa di Roma che aveva male interpretato un passo biblico, Keplero (“Ti ringrazio, mio creatore e mio signore, che mi hai dato questa gioia delle opere della tua mano”), Newton (“La gravità spiega i movimenti dei pianeti, ma non può spiegare chi li ha messi in moto. Dio governa tutte le cose e sa tutto ciò che è o può essere fatto”), personaggi di cui si studiano gli scritti, ma non queste frasi.

Scrive Martin Lubenov, teologo americano: “L’evoluzione non è stata pensata come un attacco generale contro il teismo, ma come un attacco specifico contro il Dio della Bibbia rivelato chiaramente nella dottrina della creazione. Un evoluzionista è libero di scegliere qualunque dio desideri, purché non sia quello della Bibbia. Gli dèi permessi dall’evoluzione sono soggettivi e artificiali, non disturbano nessuno e non fanno alcuna richiesta morale. Invece il Dio della Bibbia è il Creatore, il Sostenitore, il Salvatore e il Giudice, tutti sono responsabili di fronte a Lui. Che l’uomo sia creato a immagine di Dio è un concetto grande e spaventoso, è molto più tranquillizzante pensare che Dio sia stato creato a immagine dell’uomo”.

 

Il mondo, tornando ai nostri versi, odia chi non è dalla sua parte, non ne condivide gli ideali e i metodi, ma ama “ciò che è suo”, greco filéo cioè avere caro, accogliere amorevolmente, prendersi cura, compiacersi di qualcuno, azioni molto ben definite da Gesù quando ebbe a dire “Se accogliete solo i vostri amici, cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?” (Matteo 5.47). Infatti, a sostegno della pace provvisoria ricercata da chi vive lontano dal Signore, Giobbe disse che “Le tende dei ladri sono tranquille, c’è sicurezza per chi provoca Dio, per chi riduce Dio in suo potere” (12.6) cioè al Suo posto ne costruisce un altro, uno creato a immagine dell’uomo come abbiamo letto.

L’amore del mondo con le sue varianti che abbiamo citato, quello per chi gli appartiene, è però apparente nel senso che è, per usare un termine impiegato da Gesù, “imbiancato” come quei “sepolcri imbiancati”, che “all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume” (Matteo 23.47), e ne danno forse la miglior prova tutte quelle leggi e costituzioni che vengono costantemente infrante o stravolte non appena se ne ravvisa la necessità.

L’amore del mondo è provvisorio e soprattutto illude, quello di Dio dura per sempre. L’amore del mondo non porta da nessuna parte, quello di Dio alla vita eterna.

Sempre l’autore di questo Vangelo, nella sua prima lettera, redige delle brevi considerazioni al riguardo: “Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Essi sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio: chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore” (4.1-6).

Notiamo che Giovanni non parla di persone, ma di spiriti che le abitano, vale a dire il profondo dell’uomo, quella parte di lui che non possiamo leggere appieno e che sono convinto essere quello che viene definito inconscio. Pare che la nostra parte cosciente corrisponda ad un cerchio di 10-20cm disegnato su una grande lavagna sul tipo di quelle che si trovano nelle aule universitarie, che rimane nera, in cui abita, appunto l’incoscio. Ecco perché nei Vangeli l’oppositore è sì una persona, ma in realtà è lo spirito che la abita. La psicanalisi molto ha fatto per leggere l’inconscio, tante sono state le scoperte in merito, ma resta sempre una lettura umana, del mondo che non a caso giustifica ogni azione proprio in base al vissuto della persona in modo da farla sembrare quasi innocente a prescindere da ciò che ha fatto. Se così fosse, tutti sarebbero innocenti e non avrebbero bisogno di essere salvati. Certo l’inconscio ha una parte determinante per lo sviluppo della persona, ma è lo spirito che lo abita a determinarne la sua posizione spirituale.

Altra realtà che Gesù comunica ai Suoi è “Non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo” (notare quell’ “io” che conferisce alla frase un’autorevolezza totale): poco più tardi dirà al Padre “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (17.14): la Parola trasforma, consente di fare delle selezioni, includere o escludere, prendere direzioni contrarie, praticare astensioni, vivere in modo simile a quello degli altri che non credono eppure profondamente distante ed è questo che non viene compreso e genera l’odio. Se la Chiesa fosse un’associazione di persone che condividono un interesse, verrebbe considerata alla stregua di una bocciofila o un gruppo di appassionati di cucina che non fanno male a nessuno, ma predicando e praticando la Parola di Dio, tanto più gli è fedele, tanto più è ostacolata. Il mondo predica la tolleranza verso qualunque tipo di diversità, ma non per chi è cristiano e non a caso è quello più deriso e schernito; lo abbiamo visto anche nella cerimonia di apertura nelle olimpiadi di Parigi del 2024 in cui si è assistito ad una festa pagana con drag queen ispirata all’ultima cena seguita da un miliardo di telespettatori.

La Chiesa è bene accettata solo nel momento in cui una parte di essa viene a patti con la visione del mondo che plaude al ministero femminile, al matrimonio omosessuale, all’accoglienza indiscriminata dello straniero poi libero di delinquere o sfruttare risorse che sarebbero legittimamente rivolte a chi a uno Stato appartiene, all’eliminazione della sua stessa missione; basta leggere le lettere alle Sette Chiese per rendersi conto di quanto lo spirito dell’Avversario (che è quello del mondo di cui è principe) abbia cercato di introdursi in loro, minando la loro missione in parte.

La Chiesa viene ben accetta anche nel momento in cui si fa complice di propagandare filosofie e stili di vita che non hanno nulla a che vedere col messaggio cristiano, come successo all’Abbazia di Maguzzano le cui monache benedettine eremite hanno promosso tre giorni di “ritiro del silenzio” basato sulla meditazione yoga. È evidente che un cristianesimo così non serva a nulla e quindi tanto valga dedicarsi a pratiche che portino solo risultati a vantaggio del corpo e della mente.

Ricordando le parole di Gesù “Voi siete la luce del mondo: non può restare nascosta una città che sta sopra un monte”, va da sé che è la vera Chiesa a dovere illuminarlo, consentendo a coloro che sono in esso e lo vogliono, di ricevere la luce e non viceversa. Stravolgere questo principio, equivale perdere la funzione originaria che le è stata affidata e che quindi ogni cristiano ha, essendo paragonato a una stella: “Altro è lo splendore del sole, altro è lo splendore della luna e altro è lo splendore delle stelle. Ogni stella differisce infatti da un’altra nello splendore” (1 Corinti 15,41). Ecco perché ciascuno di noi ha il dovere di non contristare lo Spirito Santo che Dio gli ha donato. A un prezzo immenso. Amen.

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