17.43 – Non hanno scuse per il loro peccato (Giovanni 15.22-25)
22Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.
Il discorso dell’odio del mondo per la Verità, dopo l’identificazione degli Undici in essa, prosegue sulla responsabilità degli uomini di quel tempo, che avevano avuto il privilegio dell’annuncio diretto da parte del Figlio di Dio e di tutti quanti sarebbero loro succeduti. Sono parole che indubbiamente riguardano il popolo di Israele, che più di tutti gli altri aveva gli scritti della Legge e dei Profeti per identificare in Lui il Messia promesso.
Ancora una volta Gesù pone l’accento sul fatto che non solo era venuto come profeta, ma come autore di una quantità di miracoli tale che nessun inviato di Dio aveva mai operato, come possiamo notare dai verbi “venuto”, “parlato” e “compiuto” di cui Zaccaria 9.9-10 anticipa così l’avvenimento: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila grandemente figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra”.
Sostando brevemente su questi versi, abbiamo l’annuncio diretto a tutti coloro che aspettavano la venuta del “Servo del Signore”, “l’eletto che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui – perché uomo -, egli porterà il diritto alle nazioni” (Isaia 42.1). Questi sono chiamati “figlia di Sion” e “figlia di Gerusalemme” perché si tratta dell’insieme di quegli uomini e donne che Lo aspettavano di cui Simeone e Anna sono i rappresentanti. Ricordiamo che del primo è detto che “aspettava la consolazione di Israele e lo Spirito Santo era su di lui”, che disse a Maria, madre del corpo di Gesù, “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione” (Luca 2.25 e 34).
Di Anna, poi, è scritto che era una “profetessa”, cioè si era consacrata a Dio ed esercitava il suo ministero dopo che il marito era rimasta vedova: “Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio giorno e notte con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento – con Simeone – si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Luca 2.36-38). Da notare che le parole di Simeone furono per Maria, quelle di Anna non a tutti indistintamente, ma a chi come loro attendeva che il piano di YHWH annunciato dai profeti si concretasse con la venuta del Suo Consacrato.
Questo Re sarebbe giunto cavalcando un asino, come visto nell’episodio dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, “giusto, vittorioso e umile”, l’esatto contrario dei re di allora, che pensavano solo a come trarre vantaggio dalla politica, in un modo o in un altro schiavi anche loro dell’impero di Roma, intolleranti e altezzosi, sfruttatori e dispotici, incuranti dei bisogni del popolo.
Il Re vero, inviato da Dio, avrebbe fatto sparire tutto ciò che avrebbe avuto a che fare con la guerra, cioè i carri, i cavalli e l’arco. I “carri di Efraim” è un riferimento alla guerra Siro-Efraimitica quando quella tribù veniva identificata con il regno di Israele perché a quel tempo (734-732 a.C.) era la più importante e numerosa. La prospettiva futura è vista nelle ultime parole del verso 10, con l’estensione dei territori della Chiesa e l’annuncio del Vangelo a tutti i popoli che segnerà la fine dell’era che conosciamo: “Questo vangelo del Regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli; e allora verrà la fine” (Matteo 24.14).
Tornando al nostro passo, Gesù è “venuto”, facendosi uomo e condividendo, con la creatura che aveva contribuito a formare, la sua misera condizione identificandosi in lei in tutto fuorché nel peccato. Ha “parlato” insegnando e approfondendo non solo gli argomenti della Legge e dei Profeti, ma soprattutto rivelando, per quanto gli uomini lo potessero comprendere “tutto ciò che ho udito dal Padre mio”, come abbiamo recentemente ricordato (Giovanni 15.15), ma soprattutto ha dato dimostrazione di essere ciò che diceva, rivelandosi tanto personalmente e individualmente (pensiamo al sordomuto della Decàpoli in Marco 7), quanto collettivamente come negli episodi della moltiplicazione dei pani e dei pesci oppure, rimanendo nell’episodio citato, a quanto avvenuto poco prima: “Gesù si allontanò di là – dove la preghiera della donna siro fenicia era stata esaudita – e giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele” (Matteo 15.29-31).
Il Dio sceso dal cielo e fattosi uomo, alla croce, è quello che ha detto “È compiuto” (Giovanni 19.30), che in alcune traduzioni compare preceduto dal “Tutto” che il greco sottintende. Il verbo teléo
Significa compiere, mandare ad effetto, mantenere la parola, adempiere, per cui quel “compiersi” lo possiamo paragonare a quanto può dire un costruttore o un artista che consegna il proprio lavoro, equivale alla dichiarazione che quell’opera è stata conclusa al meglio delle proprie possibilità. Ora, quel “È compiuto” non è un uomo a dirlo, ma lo stesso Dio che ha creato il mondo, il Logos ci cui Giovanni scrive “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.
Se poi traduciamo col mantenere la parola data, ecco che in quel momento convergono tutte le profezie dell’Antico Patto, avendo così la totale realizzazione dell’impegno preso da Dio con la Sua creatura.
“Venuto”, “parlato” e “compiuto” sono allora i tre metri mediante i quali l’uomo può valutare Gesù nel senso di decidere o meno di accoglierlo dentro di sé, di aprire quella porta alla quale lui bussa secondo Apocalisse 3.20, “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.
Nostro Signore, avendo “parlato” e sostenuto il suo dire con “molte prove certe” (Atti 1.3), ha rivelato le vere e nuove esigenze del Padre al di là della Legge su cui si basava la vita degli ebrei osservanti: adempiendole, ha liberato l’essere umano da tutte quelle norme cerimoniali abolendole, e ha posto quelle morali come realizzabili attraverso lo Spirito e unico metro del bene e del male che troviamo elencate nel decalogo. In questo modo non solo ha illuminato tutti coloro che avrebbero voluto seguire, nel corso dei secoli l’unica Via, Verità e Vita, ma li ha liberati per avere una condotta e un’esistenza altrimenti irraggiungibile presso il Padre.
Gesù, in altri termini, chiede paradossalmente, Lui giusto Giudice, di venire valutato per tutto quanto ha detto e fatto: “Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato, ma ora non hanno scusa alcuna per il loro peccato” cioè senza di Lui sarebbero rimasti in quella condizione definita “i tempi dell’ignoranza” (Atti 3.17) che li poneva non in una condizione di innocenza, ma di non imputazione. Ricordiamo in proposito le parole dell’apostolo Paolo che in 1 Timoteo 1.12,13 scrive “Rendo grazia a colui che mi ha reso forte, Gesù Cristo Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”.
A proposito del non sapere, possiamo dire che è una delle condizioni, una delle leve perché il Vangelo possa entrare nelle persone che però, a un certo punto della loro vita, la ammettono, poiché Gesù “è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui – come uomo – rivestito di debolezza” (Ebrei 5.2).
C’è un passo che direi molto delicato che leggiamo in Romani 2.12-16 che illustra la realtà dell’uomo: “Tutti quelli che hanno peccato senza la Legge, senza Legge moriranno; quelli che invece hanno peccato sotto la Legge, con la Legge saranno giudicati. Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi, pur non avendo la Legge, sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano e ora li difendono”. Chi muore quindi senza avere avuto conoscenza della propria condizione di peccato, verrà giudicato in base alla propria coscienza.
Il nostro testo prosegue con parole aderenti alla realtà e alle conseguenze del Ministero di Gesù: “Ora invece hanno visto e odiato me e il Padre mio”. Lo stesso sentimento che si prova per il Figlio, si riflette inevitabilmente verso il Padre e qui risiede il baratro, l’esclusione volontaria dalla salvezza perché non ci sono più riti (al di fuori del battesimo e della celebrazione del memoriale), festività da celebrare, ricorrenze, ma solo il rapporto fra la Chiesa, sposa di Cristo, e il Padre.
Come ha scritto un fratello a proposito delle parole, “se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato”, ci sarebbe stata la colpa negativa di chi non sa, ma ora abbiamo la trasgressione di chi, pur conoscendo la verità perché gli è stata comunicata, ostinatamente rifiuta di riceverla.
Gesù, infine, dice che “Questo è avvenuto affinché si adempisse quello che è scritto nella loro legge: «Mi hanno odiato senza ragione»” (v.25). Qui nostro Signore, col termine “legge” allude agli scritti dell’Antico Patto, in particolare quelli di Davide che in Salmo 35.18-20 scrive “Ti renderò grazie nella grande assemblea, ti loderò in mezzo a un popolo numeroso. Non esultino su di me i nemici bugiardi, non strizzino l’occhio quelli che, senza motivo, mi odiano. Poiché essi non parlano di pace, contro gente pacifica tramano inganni”.
La citazione di Gesù è attinente anche al Salmo 69.5, “Sono più numerosi dei capelli del mio capo quelli che mi odiano senza ragione. Sono potenti quelli che mi vogliono distruggere, i miei nemici bugiardi: quanto non ho rubato, dovrei forse restituirlo?”. Da notare anche che “senza ragione” può venir tradotto anche “inutilmente, invano”.
Ecco perché, su tutti quegli odianti, vi fu la sentenza che decretò la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C., con tutto quello che comportò, compreso il pianto di Gesù quando la vide dall’alto: “Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono stati mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i pulcini sotto le sue ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi cedrete più, fino a quando non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Matteo 23.37-38). Amen.
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