17.41 – NON VOI AVETE SCELTO ME (Giovanni 15. 16,17)

17.41 – Non voi avete scelto me (Giovanni 15.16,17)

 

16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

 

Con questi versi entriamo in una parte molto particolare delle ultime parole di Gesù agli Undici. Abbiamo già sottolineato come tutto il contenuto di esse, riportato da Giovanni, riguarda in primo luogo loro e che tutti i credenti venuti dopo ne sarebbero stati coinvolti per riflesso. È agli Undici che viene affidata la responsabilità e l’onore di fondare e costituire la Chiesa, una linea di condotta precisa dalla quale non avrebbero dovuto deviare perché il messaggio di salvezza giungesse a gli uomini. È quindi per noi motivo di lode e ringraziamento per questa scelta di Dio che cadde sugli apostoli che agirono in modo tale da far giungere le parole di Gesù fino a noi perché potessimo determinare il nostro dunque spirituale e avere così una destinazione eterna.

Il verso 16 inizia con una precisazione: gli Undici non hanno scelto il loro Maestro, ma è stato Lui a farlo. Il verbo impiagato è exairéo e, per capirlo, va tenuto presente che è composto da ek, cioè da, fuori e airéo, prendere, togliere, portar via, scegliere, eleggere, che si collega comunque a Galati 1.4. “Gesù Cristo è morto per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. Gli apostoli, quindi, sono stati scelti, eletti tra la moltitudine di persone che popolavano il territorio di Israele di quel tempo: Nostro Signore ha saputo individuare uomini che sapeva avrebbero potuto affrontare le fatiche della predicazione e del dono di sé una volta sceso lo Spirito Santo. Anzi, proprio loro avrebbero ricordato ciò che erano prima e dopo questo intervento, per avere motivo di lode e di riconoscenza verso Colui che li aveva presi ed amati così com’erano. Credo che un’esperienza simile, fatte le debite proporzioni, l’abbia fatta qualunque cristiano pensando a ciò che era un tempo.

Il tema della scelta di Dio era già noto nei testi dell’Antico Patto e compare per la prima volta con Abrahamo, quando leggiamo “Il Signore diceva: «Devo tenere nascosto ad Abrahamo ciò che sto per fare, mentre Abrahamo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abrahamo quanto gli ha promesso»” (Genesi 18.17-19).

Ricordiamo, sempre a proposito di questa azione, i Leviti perché fossero Suoi (Numeri 3.12), Aaronne tramite il suo bastone fiorito (17.20), Israele stesso, “scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra” (Deuteronomio 7.6). Da meditare, a proposito del mistero dell’elezione, anche 10.14,15: “Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto in essa contiene –proprietà di Dio e non dell’uomo–. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi”.

Ci si potrebbe chiedere, visto che Israele rigettò il Figlio di Dio, se non si sia sbagliato scegliendo quel popolo, ma non è un’ipotesi corretta perché “Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. Non sapete ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele? «Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita». Che cosa gli risponde la voce divina? «Mi sono riservato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal»” (Romani 11.2-4). Torna allora il tema del “rimanente fedele”, che esiste anche oggi nella Chiesa che spesso, purtroppo, dimostra amore per le apparenze, magari le grandi funzioni religiose e procura scandali.

Tornando in tema, anche il re non poteva venire eletto dal popolo, ma sempre e solo dal Signore (17. 14,15) ed è degno di nota considerare che, nell’idolatria, è il falso dio a venire scelto dall’uomo (Giudici 10.14) per cui, con le parole “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”, Gesù si rifà a questa immensa differenza più che, come ho sentito, cercare di ridurre la compiacenza degli Undici che avrebbero potuto inorgoglirsi per aver eletto Lui a loro Maestro.

Sempre sostando su questo tema, ricordiamo le parole di Dio a Davide: “Salomone, tuo figlio, costruirà la mia casa e i miei cortili, perché io mi sono scelto lui come figlio e io gli sarò padre” (1 Cronache 28.6).

Venendo poi al Nuovo testamento possiamo considerare che già un’altra volta Gesù aveva introdotto il concetto della Sua elezione dei Dodici quando, a Capernaum, disse loro “Non sono forse io che ho scelto voi, i dodici? Eppure uno di voi è un diavolo” (Giovanni 6.70): notare “è un diavolo”, che mi rimanda all’osservazione di un fratello che sostenne che Giuda “era animato dallo spirito di Satana per essere tra i Dodici quello che l’Avversario era stato nella famiglia di Dio in cielo”.

Ricordiamo Saulo da Tarso, di cui il Signore disse ad Anania che temeva di incontrarlo “Va’, perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinnanzi alle nazioni, ai re e ai figli di Israele” (Atti 9.15) e anche qui c’è un’azione di Dio che è multifunzionale nel senso che c’è chi viene preso per compiere opere enormi (come quelle di Pietro, Paolo o Giovanni, gli autori dei Sinottici ed altri), ma anche per vivere degnamente al di fuori del mondo come leggiamo nelle prime parole della lettera a Tito: “Paolo, servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo per portare alla fede quelli che Dio ha scelto e per far conoscere la verità, che è conforme a un’autentica –notare l’aggettivo– religiosità”. Infatti (è Giacomo, a scrivere) “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quello che lo amano?” (2.5). “Poveri agli occhi del mondo”, ma “ricchi nella fede”, quella che serve, che produce le “opere degne del ravvedimento”, quelle che dureranno alla “prova del fuoco”.

 

Ora, tornando al nostro passo, alla scelta, all’elezione, all’estirpare di Gesù i Suoi dal mondo organizzato, gestito e diretto dall’Avversario, Gesù aggiunge “vi ho costituiti”, parola che deriva dal latino constituere cioè collocare, ordinare. Nostro Signore ha così prima scelto, eletto gli Undici e quindi li ha posti a guida e riferimento della Chiesa. È un verbo molto importante che può essere esteso anche a coloro che, in essa, hanno una funzione di guida spirituale, di riferimento non perché lo hanno voluto, ma perché così il Signore ha deciso affidando loro un dono e un ruolo. Leggiamo infatti dalle parole di addio agli anziani di Efeso le parole dell’apostolo Paolo: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio” (Atti 20.28).

Essere costituiti quindi comporta prima di tutto la vigilanza su se stessi proprio perché, venendo a mancare, quella sul gregge si svuota totalmente di significato: non si tratta più di guardare la trave nel proprio occhio, ma di un cammino responsabile conscio che un eventuale condotta deviata si ripercuoterebbe inevitabilmente sugli altri penalizzandoli gravemente. Poi, abbiamo la sacralità della Comunità dei credenti, acquistati col sangue di Gesù. E non potrebbe esservi prezzo più alto.

La Chiesa, corpo di Cristo, si caratterizza secondo 1 Corinti 12.27,28: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha costituiti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue”. Questo in vista dell’adempimento finale, perché “come per la disubbidienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo saranno costituiti giusti” (Romani 5.19).

Torniamo però in tema perché credo occorra valutare per primo il contesto stretto degli undici: qui Gesù rivela loro lo scopo della sua scelta ed elezione: “perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Gli apostoli sono chiamati quindi a tre azioni, anche se potremmo ritenere la terza come accessoria in quanto non dipendente da loro considerando che il risultato del messaggio cristiano è quella di far leva sulla coscienza delle persone. In realtà quel frutto che rimane è qualcosa che accade sempre indipendentemente dal fatto che la predicazione arrivi all’accoglimento del messaggio di Cristo o meno da parte di una persona perché quello che resta è comunque la testimonianza, le parole, la figura di chi porta il Vangelo che, certo, l’essere umano è libero di accettare o rifiutare.

Il frutto che rimane è descritto in Colossesi 1.6, è “la parola del Vangelo che è giunto a voi. E come in tutto il mondo esso porta frutto e si sviluppa, così avviene anche fra voi”. Non è qualcosa di statico, non è una casa che una volta finita di costruire resta così com’è, un macchinario progettato e costruito perché svolga nel tempo la sua stessa funzione, ma ha una vita propria e cresce perché tali sono le persone che su di lui hanno basato e cercano di seguire i suoi insegnamenti.

L’ultima frase, “perché tutto quanto chiediate al Padre mio nel mio nome, ve lo conceda”, è una promessa, una garanzia che non manca mai di verificarsi se si rispettano le condizioni esposte da Gesù nello stesso verso e non una formula scaramantica, come ho sentito, da usare nelle preghiere per aumentarne, ingenuamente o meno, l’efficacia.

Non poteva mancare la terza ripetizione del comandamento dell’amore, che non è benevolenza ma immedesimazione, comprensione e aiuto senza il quale una Chiesa non può crescere. Amen.

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17.40 – Vi ho chiamati amici (Giovanni 15.14,15)

17.40 – Vi ho chiamato amici (Giovanni 15.14,15)

 

14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

 

È bene chiarire che la vastità del tema che troviamo sintetizzato da Gesù in questi versi ha una portata tale da poterlo sviluppare solo in minima parte e nei suoi princìpi fondamentali; è direttamente collegato al verso 13, “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” con il quale Nostro Signore vede in prospettiva gli Undici e tutti coloro che avrebbero creduto tramite la loro opera e testimonianza. Il verso 14, “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando”, sgombra il campo dalle posizioni superficiali che alcuni cristiani assumono dando rilievo unicamente all’amicizia dimenticando la seconda, certamente più scomoda, l’ubbidienza.

Andando dal generale al particolare e tenendo presente che Giovanni scrive in greco per raggiungere il numero più elevato possibile di lettori, ma anche per farsi comprendere da chi aveva una cultura filosofica, cerchiamo di comprendere la parola amico, che per noi moderni è una persona in cui ci si identifica, si hanno affinità.

Gli antichi greci, o per lo meno molti di loro, non ignoravano le idee lasciate dai filosofi vissuti prima di Cristo, giunte a loro tramite la letteratura dossografica; così, per Empedocle (492-430) l’amicizia era la forza che teneva coesi gli elementi che costituivano il cosmo, per Socrate (470-399) consisteva nel conoscere il bene desiderato da chi è amico piuttosto che il proprio; Platone (427-347) vedeva l’amicizia come qualcosa di possibile solo tra i buoni che, attraverso di essa, desiderano il bene come fine ultimo e Aristotele (341-270) la descrive come il bene più prezioso cui l’uomo possa aspirare, essendo benevolenza e reciprocità. L’amico è colui nel quale ciascuno si rispecchia.

 

L’eredità che invece i testi dell’Antico Patto hanno lasciato è diversa nel senso che, a differenza dei filosofi greci, aveva punti di maggiore concretezza: pur restando il sentimento d’affetto, è prevalente realtà pratica nel senso che l’amico è colui nel quale si è riposta la fiducia, che viene dimostrata; abbiamo ad esempio Cusai l’Archita per Davide (1 Cronache 27.33), Chiràm, re di Tiro, da sempre suo amico (1 Re 5.25), Zabud, sacerdote, per Salomone (1 Re 4.5).

L’amico può essere vero, “vuol bene sempre, è nato per essere un fratello nella sventura” (Proverbi 17.17), oppure è tale solo di nome come in Salmo 41.10 che conosciamo anche perché riferito profeticamente a Giuda Iscariotha, “Anche l’amico in cui confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede”. Ricordiamo anche i tre “amici” di Giobbe che, con la loro presunzione e senza conoscere il suo vissuto, anziché consolarlo e immedesimarsi nelle sue sofferenze, lo tormentarono con la loro presunta saggezza esponendogli i loro principi morali assoluti, colpevolizzandolo (Giobbe 32.3).

L’amico, prima di essere ritenuto tale, va messo alla prova con la raccomandazione “non fidarti subito di lui” (Siracide 6.8) perché può presentarsi come tale per interesse (6.8,9,10), mentre quello “fedele è un rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro” perché, appunto, raro (v.14). È persona da coltivare e da non tradire (22.22).

Strettamente connesso al passo in esame abbiamo Esodo 33.11 quando leggiamo che “Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico”, e Giacomo 2.23, “…e si compì la scrittura che dice: «Abrahamo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia», ed egli fu chiamato amico di Dio”.

Abbiamo anche il contrasto fra quanti si discostano dall’ubbidienza per abbandonarLo e chi invece gli resta fedele: dopo che il popolo “vedendo che Mosè tardava a discendere dal monte” (dove gli sarebbero consegnate le Tavole) si era fatto costruire il vitello d’oro pervertendosi, leggiamo che “Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aaronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne oggetto di derisione per i loro avversari. Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!». Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Disse loro: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: «Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino»». I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. Allora Mosè disse: «Ricevete oggi l’investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi egli vi accordasse benedizione»” (Esodo 33.25-29).

 

Riguardo a questo episodio è bene spendere qualche parola: fu Aaronne che, a fronte delle lamentele del popolo, per realizzare il vitello ordinò agli israeliti di portargli “i pendenti d’oro che hanno alle orecchie le vostre mogli e le vostre figlie” (v.2). Ora da Genesi 35.4 e Giudici 8.24 sappiamo che i monili (orecchini e anelli d’oro) erano retaggio dell’idolatria appresa dal paganesimo e che probabilmente Aaronne, che aveva compito di sacerdote, volle estirpare quel peccato introducendone però uno peggiore. Infatti il vitello d’oro da lui realizzato non fu per caso, non sappiamo se coscientemente o meno, poiché gli Egiziani veneravano il dio Apis, di fattezze analoghe, espressione vivente del dio Ptah il cui centro di culto era a Menfi. Anche Iside, dea della guarigione, della fertilità e della magia, pur essendo rappresentata prevalentemente in forma umana (donna vestita con lunga tunica), appariva in forma di vacca quando legata ad Apis.

Quello di Aaronne può essere inteso, a mio giudizio, come il primo tentativo di raffigurare il Dio invisibile in forma visibile, non essendo stato ancora promulgato il comandamento di non farsi “alcuna scultura né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai” (Esodo 20.4). Infatti, dopo l’ordine dato relativo alla consegna dei monili, quel sacerdote disse “Domani sarà festa in onore del Signore” (32.5), non dell’idolo forgiato a cui comunque non fu dato un nome. Da un fraintendimento all’altro il risultato finale fu che “Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e per bere, poi si alzò per darsi al divertimento” (v.6).

Le parole di Dio a Mosè infatti furono: “Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti – vediamo che non dice “Aaronne ha fatto loro” – un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati innanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto»” (32.7,8).

 

Torniamo ora al nostro testo iniziale: con le parole del verso 4, “Voi siete miei amici”, Gesù vuole comunicare la nuova condizione in cui versa chiunque ha creduto in Lui, che è poi quella dell’onore conferitogli. Non solo il cristiano è stato salvato per grazia, ma gli è stata anche data la qualifica di “amico” che mantiene “se fate ciò che vi comando”, espressione che racchiude l’integrità del Suo lascito spirituale, in poche parole: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Luca 21.19).

Perseveranza, dal latino per severus, che possiamo tradurre come “prendere le cose sul serio, costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi”, attitudine sintetizzata dall’apostolo Paolo con le parole “…avendo deposto tutto ciò che ci è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti” (Ebrei 12.1).

Il verso 15 è poi di una luminosità unica e si riferisce alla nuova condizione in cui versano tutti coloro che, facendo “ciò che io vi comando”, sono considerati da Gesù suoi “amici”: essi non sono più esecutori passivi di un volere superiore come i servi, che non hanno alcuna autonomia né altro potere decisionale salvo l’obbedienza ai voleri del loro signore, ma hanno coscienza di quanto è loro richiesto e soprattutto del perché e del dove andrà ad approdare il risultato delle loro fatiche. Ricordiamo che tempo addietro il Maestro aveva detto proprio ai suoi discepoli “…quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare»” (Luca 17.10), parole pronunciate quando i discepoli erano effettivamente uomini non ancora trasformati dallo Spirito e non comprendevano pienamente le Sue parole.

Gesù prosegue spiegando il perché aveva chiamato “amici” i Suoi: “tutto ciò che ho udito dal Padre mio – quindi un Dio che ascolta non un altro Dio come vorrebbero i Testimoni di G., ma il Figlio che ascolta il Padre nella loro unità – l’ho fatto conoscere a voi”. Non abbiamo le parole di un profeta che comunica al popolo il volere di YHWH, ma Lui stesso che si rivela. Un Dio fattosi uomo che parla tenendo presente e dopo avere sperimentato cosa significa vivere in un corpo di carne soggetto a tutto ciò che questo significa e comporta.

È dalla conoscenza del Padre rivelata attraverso il Figlio che abbiamo la salvezza, la luce, la via, la verità e la vita. Tutto ciò che ci serve. Amen.

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17.39 – L’AMORE PIÙ GRANDE (Giovanni 15.12,13)

17.39 – L’amore più grande (Giovanni 15.12,13)

 

12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

 

Il comandamento dell’amore trova in questa seconda ripetizione ulteriori elementi di sviluppo. Ricordiamo che la cena pasquale appena conclusasi costituì per Gesù l’ultima occasione per istruire i Suoi prima della Passione e non tralasciò nulla perché quell’intervallo di tempo potesse essere trascorso dagli Undici nel modo migliore possibile: conscio della realtà in cui si trovavano, ancora privi dell’assistenza del Consolatore, l’unico modo possibile perché non cadessero nello sconforto e in quel senso di cieco abbandono che avrebbe provato chiunque, nostro Signore sapeva benissimo che doveva instillare in loro, se non la comprensione delle Sue parole, quel ricordo che li avrebbe posti nelle condizioni di non soccombere.

Ecco allora che, parlando del comandamento che lascia, questa volta ne approfondisce le dinamiche: quando lavò i piedi ai Dodici disse “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto con voi” (cioè l’amore praticato col perdóno e la prevenzione, Giovanni 13.15), poi diede in’istituzione chiara e inequivocabile con le parole “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (13.34). Torna dunque il “come io ho amato voi”, paragone che nessuno di loro poteva ritenere esagerato, avendo dato se stesso con un’assistenza e un’istruzione continua, senza mai negarsi fino alla morte di croce. Ecco perché tempo fa abbiamo letto “…avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (13.1), che ci rende l’idea di quanto incessante fosse questa pratica che, nel Suo caso, fu totale non solo per quanto provato interiormente, ma anche dimostrato con i fatti.

L’amarsi “gli uni gli altri” va oltre quel comandamento già promulgato e che gli ebrei conoscevano molto bene, quello di Levitico 19.18 (“Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso”): si tratta di un passo di cui Gesù stesso parlò sviluppandolo (Matteo 19.19; Luca 6.27-35) giungendo a dire a quel dottore della Legge che gli chiedeva quale fosse “il grande comandamento”, “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il primo, grande comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Matteo 22.36-40). Il comandamento dell’amore di cui parla Gesù ai Suoi è qui portato ai massimi livelli perché è Lui stesso a porsi come esempio e riferimento lasciando un messaggio che si in un certo senso provvisorio perché che non aveva ancora offerto se stesso in sacrificio come farà di lì a poche ore; ecco perché, in quella stessa sera, lo ripete qui per la seconda volta su tre. Il 2 è numero particolare perché indica collaborazione e opposizione al tempo stesso nel senso che siamo liberi di praticarlo oppure no, con tutte le conseguenze del caso. C’è poi una terza volta in cui abbiamo lo stesso comandamento, al verso 17 del nostro stesso capitolo.

Anche nelle parole “gli uni gli altri” abbiamo lo stesso numero, il due, e il riferimento è ad altrettanti soggetti precisi nel senso che tanto “gli uni” quando “gli altri” possono esistere da soli, ascoltando loro stessi, o confrontarsi, diventare “una cosa sola” nonostante apparentemente non la siano, come leggiamo nella preghiera sacerdotale che esamineremo in cui Gesù chiede al Padre che “…tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (17.21,22).

L’amore che intercorre fra “gli uni” e “gli altri”, allora, è un miracolo possibile nel momento in cui dimentichiamo noi stessi, le nostre rivendicazioni carnali, le stesse che, se ritardano di molto il nostro cammino spirituale, costituiscono un impedimento alla comunione fraterna innalzando mura che possono diventare davvero invalicabili perché più ne si costruisce e più ci si sente al sicuro, ma si tratta di opere della carne che ha “desideri contrari allo spirito” come “lo spirito ha desideri contrari alla carne. Mediante l’amore, invece, voi siete a servizio gli uni degli altri” (Galati 5.17 e 13). È degno di nota rilevare che, parlando dei frutti della carne, sempre in questa epistola l’Apostolo, accanto all’impurità e alla dissolutezza, pone sullo stesso livello “discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni e invidie” (v.19-21). Teniamo presente che il muro è una barriera che possiamo costruire per difenderci dagli altri, ma così non facciamo altro che murare noi stessi, rendendoci ancora di più prigionieri delle nostre persone.

“Gli uni” e “gli altri” allora non sono chiamati a tacitare sentimenti contrari, sempre pronti ad emergere ad ogni occasione propizia, ma a risolverli proprio perché la Chiesa non è e non può essere un partito politico in cui si simula il perseguimento di un falso obiettivo comune, ma una struttura basata sul responsabile cammino verticale dei suoi membri. L’amore, come già rilevato, non è un sentimento di benevolenza, ma è immedesimazione, uscire da noi stessi e dal nostro metro di giudizio per entrare nella realtà dell’altro, alla luce della Parola di Dio. E infatti lo stesso autore del passo in esame scrive in proposito: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama, rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1° Giovanni 3.14).

Il verso oggetto di meditazione, quindi, ci presenta la realtà del rapporto fraterno, che non può avere limiti perché l’amore non li conosce e Gesù non ha avuto un solo momento in cui non si è dato; caso mai sono stati gli uomini stessi, con le loro presunzioni, la loro carnalità e mancanza di fede, ad impedirgli di operare per il loro bene spirituale e materiale. Caso mai sono i credenti che, chiusi in loro stessi, vorrebbero un rapporto egoistico e di privilegio con Dio tenendo lontano il loro prossimo ed ecco allora che le riunioni di Chiesa, invece di essere costituite da tante persone che formano una cosa sola, si caratterizzano con individui che si presentano e restano come tante isole immobili, magari capaci anche di comunicare con un saluto, ma comunque distanti. Fratelli nella teoria, ma non nella pratica. E questo avviene perché ciascuno cerca comunque una propria affermazione personale, su di sé o sugli altri non importa.

“Amatevi gli uni gli altri”. Credo che, senza l’intervento dello Spirito, sia un comandamento dalla realizzazione inconseguibile perché portiamo dentro di noi il bagaglio storico dell’uomo vecchio, da sempre abituato a difendersi dall’altro: chi è così non ascolta, quando un suo simile gli parla vuole portare avanti le sue idee e convincere l’altro del contrario, si ritiene esclusivo proprietario di ciò che è suo, le sue azioni sono sempre improntate alla difesa, ma l’uomo nuovo, quello rigenerato dal sacrificio di Cristo, è l’esatto contrario. Ecco allora che l’amore “gli uni” per “gli altri” è possibile solo nella misura in cui esiste l’amore per chi ci ha salvati, la consapevolezza di quello che abbiamo ricevuto da un Dio che ha dato per primo e continua a donare non ciò che vogliamo, ma ciò che ci serve. L’uomo naturare vuole solamente, non dà nulla, è miope nel suo esistere.

La realizzazione dell’amarsi reciprocamente è sotto questo aspetto inconseguibile e rimane fino a quando non si rivolge lo sguardo verso l’alto, “fisso a colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Ebrei 12.2), dove la fissità ci parla di concentrazione, fermezza, esclusione di tutto ciò che è estraneo. È Il rifiuto dell’interferenza che, prima che dagli altri, proviene da noi.

In Matteo 16.24 leggiamo “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”: la rinuncia di cui parla non è tanto agli averi, ma a tutta quell’immagine che la persona ha di sé, le sue presunzioni, la propria sapienza carnale, i desideri e gli affetti atti a intralciare il cammino con Lui. Nel “mi segua” troviamo la ragione della rinuncia perché non la si attua per un ideale generico, ma per aderire a Colui che tutto sa e può e, soprattutto, ci conosce più di qualunque altro, procura un’identità reciproca, sostiene.

Ecco allora che, quando un fratello incontra un altro fratello, se dimora nell’amore di Dio, non potrà non amare l’altro allo stesso modo e il “come io ho amato voi” potrà attuarsi; è lo stesso meccanismo del servire, del farsi ultimo, nel non aspirare alle cose alte per accomodarsi a quelle basse, dell’essere fedele nel poco. È l’orgoglio che porta molti ad occupare posti nella Chiesa che Dio non gli ha dato e a procurare gravi danni spirituali, primo fra tutti l’assoluta mancanza di edificazione dell’altro.

A questo punto Gesù, col verso 13, introduce un cambiamento, una nuova identità dei credenti che esamineremo nella prossima riflessione, “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Certo gli “amici” in senso stretto erano gli Undici, ma anche tutti coloro che lo avevano seguito, come la totalità degli uomini e donne che avrebbero creduto in Lui in ogni tempo, ricordando che nella Sua preghiera sacerdotale dirà “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, perché tutti siano una sola cosa” (17.20). Ciò che è gratificante per tutti è che l’amicizia di nostro Signore esisteva potenzialmente anche a quando ancora non lo conoscevamo, ma i nostri nomi erano scritti nel libro della vita pur non essendo ancora nulla; anche se è un verso che conosciamo, credo sia importante riproporlo: “Quando eravamo ancora senza forze – cioè incapaci a districarci nei labirinti del peccato in cui sostavamo con il corpo e con la mente –, nel tempo stabilito, Cristo morì per gli empi – non le persone “buone” –. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5.6-8).

“Come io ho amato voi” trova il suo corrispettivo in 1 Giovanni 3.16: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”, dove questo “dare” si riferisce non all’immolare la propria persona, ma tutto ciò che riteniamo nostro. Infatti il verso successivo spiega molto bene il concetto: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?”. Ancora una volta, il termine “vita” è da leggersi quindi nel senso orizzontale del termine, come nell’assioma “chi avrà voluto salvare la propria vita, la perderà” (Matteo 16.24) dove il riferimento è, appunto, a ciò che riteniamo nostro. E Gesù prese “forma di servo”, dando ancora una volta l’esempio. Amen.

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17.38 – COME IL PADRE HA AMATO ME II/II (Giovanni 15.9-11)

17.38 – Come il Padre ha amato me II: L’eternità, il passato e il presente (Giovanni 15.9-11)

9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena,

All’inizio dello scorso capitolo ho parlato della particolarità di questo verso proprio perché è spesso la semplicità a nascondere verità complesse nel momento in cui iniziamo a porci delle domande. È un verso che possiamo dividere in due parti, la prima delle quali parla dell’amore del Padre verso il Figlio, cui dobbiamo cercare di dare una collocazione temporale tenendo presente i passi che abbiamo citato, soprattutto Proverbi 8.24-31 in cui si parla della Sapienza che fu “generata” “come inizio della sua attività, fin da principio, agli inizi della terra”. Abbiamo letto che era “là” “quando fissava i cieli, quando tracciava un cerchio sull’abisso”.
Una lettura attenta di questi versi lascia intendere però che non vi fu un momento in cui la Sapienza venne al mondo, ma era già presente all’origine, quando il tempo non esisteva perché era l’eternità l’ambito in cui Dio era già “Colui che è”, o “che sono”. La traduzione corretta infatti recita: “Io sono stata costituita al principio, dall’eternità, prima che la terra fosse” (Versione Diodati, 1606).
La Sapienza poi fu rivelata nel corso dei secoli ai profeti dell’Antico Patto per poi venire al mondo con la nascita di Gesù, figlio di Dio di cui l’apostolo Paolo, citando il Salmo 2, così scrive: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo –ecco la Sapienza–. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette a destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?». E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me mio figlio?»” (Ebrei 1.1-5).
Da queste parole derivano due enunciati: il primo è l’eternità del Figlio avente la stessa sostanza del Padre, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”. Il secondo è che c’è stato un “oggi”, quindi un momento preciso che non può che trovare la sua identificazione prima nella Sua nascita –ricordiamo le parole degli Angeli “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”– e poi nell’inizio del Suo Ministero terreno quando, al Suo battesimo da Giovanni, il Padre stesso disse “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3.22) e quindi alla sua morte e risurrezione, coronamento di tutta la Sua Opera.
Ancora è Paolo, nel suo discorso nella sinagoga di Antiochia, a spiegare che “la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato. Sì, Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione” (Atti 13,21-34). Vediamo che ancora una volta viene citato il Salmo 2.7, che nel Nuovo Testamento è riportato tre volte. Si tratta di un Salmo che, nella seconda parte, traccia la storia dell’uomo dalla vittoria di Gesù sul peccato e sulla morte alla fine. Vediamo il testo:

“1Perché le genti sono in tumulto e i popoli mormorano cose vane? 2Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e il suo consacrato: 3«Spezziamo le loro catene, gettiamo via da noi il loro giogo!». 4Ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro. 5Egli parla nella sua ira, li spaventa con la sua collera: 6«Io stesso ho stabilito il mio sovrano sul Sion, mia santa montagna.7Io spiegherò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. 8Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane. 9Le spezzerai con scettro di ferro, come un vaso d’argilla le frantumerai». 10E ora, siate saggi, o sovrani; lasciatevi correggere, o giudici della terra; 11servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore. 12Imparate la disciplina, perché non si adiri e voi perdiate la via: in un attimo divampa la sua ira. Beato chi in lui si rifugia”.
Si tratta di un Salmo di autore sconosciuto, chiaramente profetico, che il cristianesimo ha fatto proprio anche nella sua prima parte in quanto parla delle ribellioni del mondo contro l’ordine spirituale istituito da Dio: sottolineiamo “mormorano cose vane”, cioè che non hanno fondamento né possono produrre alcun frutto di bene o felicità durevoli. Notiamo poi il “mormorare” quando il salmista avrebbe potuto scrivere “dicono”, “sostengono”, ma non usa quei verbi per sottolineare l’infondatezza dei contenuti da loro avanzati: il loro è un mormorio, non possiede nemmeno la dignità di un’affermazione. Nei “re della terra” e nei “principi” possiamo vedere tutti i personaggi storici che da sempre sono sorti per contrastare la vera Chiesa, ma anche tutti coloro che, avendo una posizione di rilievo nei vari campi della scienza o dell’arte, non hanno riconosciuto la mano di Dio nella creazione propagando modi di essere e di pensiero a Lui contrari. Notare anche le parole “Gettiamo via da noi il loro giogo!», quello “dolce e leggero” (Matteo 11.30) in contrapposizione a quello dell’Avversario, mortale.
Il verso 7 parla dell’“oggi”, cioè quel o quei momenti che l’hanno dichiarato, rivelato agli uomini come Parola di Dio, momento di una solennità totale perché, grazie al Figlio, il Padre non fu più nascosto a coloro che, “come a tentoni” lo cercavano. Gesù, come perfetto mediatore e solo grazie alla Sua Opera di redenzione, è l’unico a poter chiedere “in eredità le genti” ed avere in “dominio le terre più lontane” perché “Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli” (Salmo 22.28), “da mare a mare, dai fiumi fino ai confini della terra” (72.8).
Lo “scettro di ferro” poi è molto indicativo: è uno strumento cerimoniale, riccamente decorato, che ha riferimento con l’autorità del re. Ci aspetteremmo che il testo dicesse che è d’oro, ma che sia di ferro è confermato anche da Apocalisse 2.27; 12.5 e 19.15): qui il riferimento è alla durezza e al fatto che di ferro erano le armi e molti utensili da lavoro; quello “scettro” frantumerà tutti coloro che, fra le genti, non avranno riconosciuto a Dio e al Figlio il primato.

Il Padre quindi ha amato il Figlio dal momento in cui ha preso un corpo simile al nostro per iniziare quel percorso di santità e sofferenza che ha caratterizzato tutta la Sua vita terrena, ma prima? Erano una cosa sola, ma il rapporto fra loro era diverso perché l’uno era parte attiva per l’altro, uguale e al tempo stesso distinto per scienza e progettualità. Più che amore, prima che si incarnasse, parlerei di cooperazione e identità; sarà solo dal momento in cui il Figlio prenderà un corpo che il Padre dovrà sostenerlo (Isaia 42.1 “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui, egli porterà il diritto alle nazioni”), proteggerlo (come avvenuto ad esempio ai tempi di Erode il Grande), e soprattutto parlandogli tramite la preghiera, che conobbe momenti di un’altezza e intensità per noi inarrivabile come vedremo nell’orto del Getsemani, ma anche prendiamo atto delle parole dell’apostolo Paolo, l’unico a descrivere l’atteggiamento di Gesù in proposito: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito” (Ebrei 5.7), riferimento a quanto da Lui vissuto nell’orto. Esaudito e quindi amato. Sappiamo che Gesù non faceva nulla se non aveva l’approvazione del Padre (che equivaleva appunto al Suo sostegno) come sarà in proporzione per i discepoli quando furono inviati in missione e, al loro ritorno, Gli riferirono tutto quanto avevano fatto.
E qui arriviamo al “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”, vale a dire piena similitudine e, ancora una volta, mediazione perché non avremmo mai potuto essere amati dal Padre se non ci fosse stato il Figlio con il Suo servizio incessante fino alla morte e ritorno in cielo. Ora, pensando alle parole ricordate poc’anzi circa il “compiacimento” dichiarato in Matteo 3.17, ricordiamo quelle alla trasfigurazione, quando Mosè ed Elia furono coperti dalla nube luminosa e restò solo Gesù e alla voce che disse: “«Questi è il figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»” (17.5). L’amato. Ecco perché scrissi che, con Giovanni 15.9 che stiamo cercando di sviluppare, siamo di fronte a uno dei versi anche più difficili della Bibbia: si tratta di un amore che non comprenderemo mai appieno, per lo meno fino a quando saremo nel nostro corpo di carne. Un fratello scrisse che “È l’amore di Dio per uno che è uguale a Lui e a Lui simile in ogni cosa, che sempre gli compiacque e sempre si dimostrò pronto a qualsiasi sacrificio e fatica per adempiere i segni della divina misericordia.”
Ecco allora che se “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Giovanni 1.2), che vale per il mondo tangibile, quanto più sarà per il Regno nel quale entreremo! Ricordiamo le parole “Vado a prepararvi un posto” che si riferiscono ad un mondo che ancora non era stato formato perché se per creare l’universo furono necessarie Onnipotenza e Parola, per creare i “nuovi cieli e nuova terra” fu richiesto il Sacrificio riparatore del Figlio. E di qui l’amore del Padre. Non so se riesco ad esprimermi anche perché, ragionando su questo tema, mi ritrovo vuoto, incapace di rispondere, conscio del mio limite e del fatto che non potrò mai fare abbastanza per rispondere all’amore di cui sono fatto oggetto, come tutti i miei fratelli e sorelle.
A questo mio – e probabilmente nostro – profondo senso di inadeguatezza è Gesù stesso a darne il rimedio: dello stesso amore con cui è stato amato dal Padre, ha amato i Suoi, quindi anche noi. E ha dato se stesso, cosa che un dio dispotico e con sentimenti umani non avrebbe mai fatto né potuto fare. E “Rimanete nel mio amore” –terzo “rimanete” in questo capitolo– è l’unico modo che abbiamo noi per ricambiarLo, rispondere costruttivamente a questo rapporto: “Se voi osservate i miei comandamenti, voi rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”.
Il secondo “come” del nostro verso è molto impegnativo ed è un modo di essere che ci è spiegato dall’apostolo Pietro, là presente, con queste parole: “Anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme” (1° 2.21). Nostro Signore non aveva altro modo per restare in comunione con il Padre se non ottemperando a quel “come” e allo stesso modo noi, ponendoci questo stato come meta nonostante le cadute e gli incidenti di percorso che caratterizzano la nostra vita.
Concludono la nostra riflessione le ultime parole, destinate a realizzarsi quando gli Undici compresero il peso reale dell’amore di cui furono fatti oggetto, e ogni credente con loro: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. È la consapevolezza di essere sempre sotto la Sua protezione, la fede, l’unione che siamo chiamati a cercare ogni giorno, è l’annuncio secondo 1° Giovanni 1.4, “…quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. Queste cose vi scriviamo, perché la vostra gioia sia piena”. Amen.
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