17.39 – L’AMORE PIÙ GRANDE (Giovanni 15.12,13)

17.39 – L’amore più grande (Giovanni 15.12,13)

 

12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

 

Il comandamento dell’amore trova in questa seconda ripetizione ulteriori elementi di sviluppo. Ricordiamo che la cena pasquale appena conclusasi costituì per Gesù l’ultima occasione per istruire i Suoi prima della Passione e non tralasciò nulla perché quell’intervallo di tempo potesse essere trascorso dagli Undici nel modo migliore possibile: conscio della realtà in cui si trovavano, ancora privi dell’assistenza del Consolatore, l’unico modo possibile perché non cadessero nello sconforto e in quel senso di cieco abbandono che avrebbe provato chiunque, nostro Signore sapeva benissimo che doveva instillare in loro, se non la comprensione delle Sue parole, quel ricordo che li avrebbe posti nelle condizioni di non soccombere.

Ecco allora che, parlando del comandamento che lascia, questa volta ne approfondisce le dinamiche: quando lavò i piedi ai Dodici disse “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto con voi” (cioè l’amore praticato col perdóno e la prevenzione, Giovanni 13.15), poi diede in’istituzione chiara e inequivocabile con le parole “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (13.34). Torna dunque il “come io ho amato voi”, paragone che nessuno di loro poteva ritenere esagerato, avendo dato se stesso con un’assistenza e un’istruzione continua, senza mai negarsi fino alla morte di croce. Ecco perché tempo fa abbiamo letto “…avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (13.1), che ci rende l’idea di quanto incessante fosse questa pratica che, nel Suo caso, fu totale non solo per quanto provato interiormente, ma anche dimostrato con i fatti.

L’amarsi “gli uni gli altri” va oltre quel comandamento già promulgato e che gli ebrei conoscevano molto bene, quello di Levitico 19.18 (“Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso”): si tratta di un passo di cui Gesù stesso parlò sviluppandolo (Matteo 19.19; Luca 6.27-35) giungendo a dire a quel dottore della Legge che gli chiedeva quale fosse “il grande comandamento”, “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il primo, grande comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Matteo 22.36-40). Il comandamento dell’amore di cui parla Gesù ai Suoi è qui portato ai massimi livelli perché è Lui stesso a porsi come esempio e riferimento lasciando un messaggio che si in un certo senso provvisorio perché che non aveva ancora offerto se stesso in sacrificio come farà di lì a poche ore; ecco perché, in quella stessa sera, lo ripete qui per la seconda volta su tre. Il 2 è numero particolare perché indica collaborazione e opposizione al tempo stesso nel senso che siamo liberi di praticarlo oppure no, con tutte le conseguenze del caso. C’è poi una terza volta in cui abbiamo lo stesso comandamento, al verso 17 del nostro stesso capitolo.

Anche nelle parole “gli uni gli altri” abbiamo lo stesso numero, il due, e il riferimento è ad altrettanti soggetti precisi nel senso che tanto “gli uni” quando “gli altri” possono esistere da soli, ascoltando loro stessi, o confrontarsi, diventare “una cosa sola” nonostante apparentemente non la siano, come leggiamo nella preghiera sacerdotale che esamineremo in cui Gesù chiede al Padre che “…tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (17.21,22).

L’amore che intercorre fra “gli uni” e “gli altri”, allora, è un miracolo possibile nel momento in cui dimentichiamo noi stessi, le nostre rivendicazioni carnali, le stesse che, se ritardano di molto il nostro cammino spirituale, costituiscono un impedimento alla comunione fraterna innalzando mura che possono diventare davvero invalicabili perché più ne si costruisce e più ci si sente al sicuro, ma si tratta di opere della carne che ha “desideri contrari allo spirito” come “lo spirito ha desideri contrari alla carne. Mediante l’amore, invece, voi siete a servizio gli uni degli altri” (Galati 5.17 e 13). È degno di nota rilevare che, parlando dei frutti della carne, sempre in questa epistola l’Apostolo, accanto all’impurità e alla dissolutezza, pone sullo stesso livello “discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni e invidie” (v.19-21). Teniamo presente che il muro è una barriera che possiamo costruire per difenderci dagli altri, ma così non facciamo altro che murare noi stessi, rendendoci ancora di più prigionieri delle nostre persone.

“Gli uni” e “gli altri” allora non sono chiamati a tacitare sentimenti contrari, sempre pronti ad emergere ad ogni occasione propizia, ma a risolverli proprio perché la Chiesa non è e non può essere un partito politico in cui si simula il perseguimento di un falso obiettivo comune, ma una struttura basata sul responsabile cammino verticale dei suoi membri. L’amore, come già rilevato, non è un sentimento di benevolenza, ma è immedesimazione, uscire da noi stessi e dal nostro metro di giudizio per entrare nella realtà dell’altro, alla luce della Parola di Dio. E infatti lo stesso autore del passo in esame scrive in proposito: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama, rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1° Giovanni 3.14).

Il verso oggetto di meditazione, quindi, ci presenta la realtà del rapporto fraterno, che non può avere limiti perché l’amore non li conosce e Gesù non ha avuto un solo momento in cui non si è dato; caso mai sono stati gli uomini stessi, con le loro presunzioni, la loro carnalità e mancanza di fede, ad impedirgli di operare per il loro bene spirituale e materiale. Caso mai sono i credenti che, chiusi in loro stessi, vorrebbero un rapporto egoistico e di privilegio con Dio tenendo lontano il loro prossimo ed ecco allora che le riunioni di Chiesa, invece di essere costituite da tante persone che formano una cosa sola, si caratterizzano con individui che si presentano e restano come tante isole immobili, magari capaci anche di comunicare con un saluto, ma comunque distanti. Fratelli nella teoria, ma non nella pratica. E questo avviene perché ciascuno cerca comunque una propria affermazione personale, su di sé o sugli altri non importa.

“Amatevi gli uni gli altri”. Credo che, senza l’intervento dello Spirito, sia un comandamento dalla realizzazione inconseguibile perché portiamo dentro di noi il bagaglio storico dell’uomo vecchio, da sempre abituato a difendersi dall’altro: chi è così non ascolta, quando un suo simile gli parla vuole portare avanti le sue idee e convincere l’altro del contrario, si ritiene esclusivo proprietario di ciò che è suo, le sue azioni sono sempre improntate alla difesa, ma l’uomo nuovo, quello rigenerato dal sacrificio di Cristo, è l’esatto contrario. Ecco allora che l’amore “gli uni” per “gli altri” è possibile solo nella misura in cui esiste l’amore per chi ci ha salvati, la consapevolezza di quello che abbiamo ricevuto da un Dio che ha dato per primo e continua a donare non ciò che vogliamo, ma ciò che ci serve. L’uomo naturare vuole solamente, non dà nulla, è miope nel suo esistere.

La realizzazione dell’amarsi reciprocamente è sotto questo aspetto inconseguibile e rimane fino a quando non si rivolge lo sguardo verso l’alto, “fisso a colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Ebrei 12.2), dove la fissità ci parla di concentrazione, fermezza, esclusione di tutto ciò che è estraneo. È Il rifiuto dell’interferenza che, prima che dagli altri, proviene da noi.

In Matteo 16.24 leggiamo “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”: la rinuncia di cui parla non è tanto agli averi, ma a tutta quell’immagine che la persona ha di sé, le sue presunzioni, la propria sapienza carnale, i desideri e gli affetti atti a intralciare il cammino con Lui. Nel “mi segua” troviamo la ragione della rinuncia perché non la si attua per un ideale generico, ma per aderire a Colui che tutto sa e può e, soprattutto, ci conosce più di qualunque altro, procura un’identità reciproca, sostiene.

Ecco allora che, quando un fratello incontra un altro fratello, se dimora nell’amore di Dio, non potrà non amare l’altro allo stesso modo e il “come io ho amato voi” potrà attuarsi; è lo stesso meccanismo del servire, del farsi ultimo, nel non aspirare alle cose alte per accomodarsi a quelle basse, dell’essere fedele nel poco. È l’orgoglio che porta molti ad occupare posti nella Chiesa che Dio non gli ha dato e a procurare gravi danni spirituali, primo fra tutti l’assoluta mancanza di edificazione dell’altro.

A questo punto Gesù, col verso 13, introduce un cambiamento, una nuova identità dei credenti che esamineremo nella prossima riflessione, “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Certo gli “amici” in senso stretto erano gli Undici, ma anche tutti coloro che lo avevano seguito, come la totalità degli uomini e donne che avrebbero creduto in Lui in ogni tempo, ricordando che nella Sua preghiera sacerdotale dirà “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, perché tutti siano una sola cosa” (17.20). Ciò che è gratificante per tutti è che l’amicizia di nostro Signore esisteva potenzialmente anche a quando ancora non lo conoscevamo, ma i nostri nomi erano scritti nel libro della vita pur non essendo ancora nulla; anche se è un verso che conosciamo, credo sia importante riproporlo: “Quando eravamo ancora senza forze – cioè incapaci a districarci nei labirinti del peccato in cui sostavamo con il corpo e con la mente –, nel tempo stabilito, Cristo morì per gli empi – non le persone “buone” –. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5.6-8).

“Come io ho amato voi” trova il suo corrispettivo in 1 Giovanni 3.16: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”, dove questo “dare” si riferisce non all’immolare la propria persona, ma tutto ciò che riteniamo nostro. Infatti il verso successivo spiega molto bene il concetto: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?”. Ancora una volta, il termine “vita” è da leggersi quindi nel senso orizzontale del termine, come nell’assioma “chi avrà voluto salvare la propria vita, la perderà” (Matteo 16.24) dove il riferimento è, appunto, a ciò che riteniamo nostro. E Gesù prese “forma di servo”, dando ancora una volta l’esempio. Amen.

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17.38 – COME IL PADRE HA AMATO ME II/II (Giovanni 15.9-11)

17.38 – Come il Padre ha amato me II: L’eternità, il passato e il presente (Giovanni 15.9-11)

9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena,

All’inizio dello scorso capitolo ho parlato della particolarità di questo verso proprio perché è spesso la semplicità a nascondere verità complesse nel momento in cui iniziamo a porci delle domande. È un verso che possiamo dividere in due parti, la prima delle quali parla dell’amore del Padre verso il Figlio, cui dobbiamo cercare di dare una collocazione temporale tenendo presente i passi che abbiamo citato, soprattutto Proverbi 8.24-31 in cui si parla della Sapienza che fu “generata” “come inizio della sua attività, fin da principio, agli inizi della terra”. Abbiamo letto che era “là” “quando fissava i cieli, quando tracciava un cerchio sull’abisso”.
Una lettura attenta di questi versi lascia intendere però che non vi fu un momento in cui la Sapienza venne al mondo, ma era già presente all’origine, quando il tempo non esisteva perché era l’eternità l’ambito in cui Dio era già “Colui che è”, o “che sono”. La traduzione corretta infatti recita: “Io sono stata costituita al principio, dall’eternità, prima che la terra fosse” (Versione Diodati, 1606).
La Sapienza poi fu rivelata nel corso dei secoli ai profeti dell’Antico Patto per poi venire al mondo con la nascita di Gesù, figlio di Dio di cui l’apostolo Paolo, citando il Salmo 2, così scrive: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo –ecco la Sapienza–. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette a destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?». E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me mio figlio?»” (Ebrei 1.1-5).
Da queste parole derivano due enunciati: il primo è l’eternità del Figlio avente la stessa sostanza del Padre, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”. Il secondo è che c’è stato un “oggi”, quindi un momento preciso che non può che trovare la sua identificazione prima nella Sua nascita –ricordiamo le parole degli Angeli “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”– e poi nell’inizio del Suo Ministero terreno quando, al Suo battesimo da Giovanni, il Padre stesso disse “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3.22) e quindi alla sua morte e risurrezione, coronamento di tutta la Sua Opera.
Ancora è Paolo, nel suo discorso nella sinagoga di Antiochia, a spiegare che “la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato. Sì, Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione” (Atti 13,21-34). Vediamo che ancora una volta viene citato il Salmo 2.7, che nel Nuovo Testamento è riportato tre volte. Si tratta di un Salmo che, nella seconda parte, traccia la storia dell’uomo dalla vittoria di Gesù sul peccato e sulla morte alla fine. Vediamo il testo:

“1Perché le genti sono in tumulto e i popoli mormorano cose vane? 2Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e il suo consacrato: 3«Spezziamo le loro catene, gettiamo via da noi il loro giogo!». 4Ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro. 5Egli parla nella sua ira, li spaventa con la sua collera: 6«Io stesso ho stabilito il mio sovrano sul Sion, mia santa montagna.7Io spiegherò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. 8Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane. 9Le spezzerai con scettro di ferro, come un vaso d’argilla le frantumerai». 10E ora, siate saggi, o sovrani; lasciatevi correggere, o giudici della terra; 11servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore. 12Imparate la disciplina, perché non si adiri e voi perdiate la via: in un attimo divampa la sua ira. Beato chi in lui si rifugia”.
Si tratta di un Salmo di autore sconosciuto, chiaramente profetico, che il cristianesimo ha fatto proprio anche nella sua prima parte in quanto parla delle ribellioni del mondo contro l’ordine spirituale istituito da Dio: sottolineiamo “mormorano cose vane”, cioè che non hanno fondamento né possono produrre alcun frutto di bene o felicità durevoli. Notiamo poi il “mormorare” quando il salmista avrebbe potuto scrivere “dicono”, “sostengono”, ma non usa quei verbi per sottolineare l’infondatezza dei contenuti da loro avanzati: il loro è un mormorio, non possiede nemmeno la dignità di un’affermazione. Nei “re della terra” e nei “principi” possiamo vedere tutti i personaggi storici che da sempre sono sorti per contrastare la vera Chiesa, ma anche tutti coloro che, avendo una posizione di rilievo nei vari campi della scienza o dell’arte, non hanno riconosciuto la mano di Dio nella creazione propagando modi di essere e di pensiero a Lui contrari. Notare anche le parole “Gettiamo via da noi il loro giogo!», quello “dolce e leggero” (Matteo 11.30) in contrapposizione a quello dell’Avversario, mortale.
Il verso 7 parla dell’“oggi”, cioè quel o quei momenti che l’hanno dichiarato, rivelato agli uomini come Parola di Dio, momento di una solennità totale perché, grazie al Figlio, il Padre non fu più nascosto a coloro che, “come a tentoni” lo cercavano. Gesù, come perfetto mediatore e solo grazie alla Sua Opera di redenzione, è l’unico a poter chiedere “in eredità le genti” ed avere in “dominio le terre più lontane” perché “Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli” (Salmo 22.28), “da mare a mare, dai fiumi fino ai confini della terra” (72.8).
Lo “scettro di ferro” poi è molto indicativo: è uno strumento cerimoniale, riccamente decorato, che ha riferimento con l’autorità del re. Ci aspetteremmo che il testo dicesse che è d’oro, ma che sia di ferro è confermato anche da Apocalisse 2.27; 12.5 e 19.15): qui il riferimento è alla durezza e al fatto che di ferro erano le armi e molti utensili da lavoro; quello “scettro” frantumerà tutti coloro che, fra le genti, non avranno riconosciuto a Dio e al Figlio il primato.

Il Padre quindi ha amato il Figlio dal momento in cui ha preso un corpo simile al nostro per iniziare quel percorso di santità e sofferenza che ha caratterizzato tutta la Sua vita terrena, ma prima? Erano una cosa sola, ma il rapporto fra loro era diverso perché l’uno era parte attiva per l’altro, uguale e al tempo stesso distinto per scienza e progettualità. Più che amore, prima che si incarnasse, parlerei di cooperazione e identità; sarà solo dal momento in cui il Figlio prenderà un corpo che il Padre dovrà sostenerlo (Isaia 42.1 “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui, egli porterà il diritto alle nazioni”), proteggerlo (come avvenuto ad esempio ai tempi di Erode il Grande), e soprattutto parlandogli tramite la preghiera, che conobbe momenti di un’altezza e intensità per noi inarrivabile come vedremo nell’orto del Getsemani, ma anche prendiamo atto delle parole dell’apostolo Paolo, l’unico a descrivere l’atteggiamento di Gesù in proposito: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito” (Ebrei 5.7), riferimento a quanto da Lui vissuto nell’orto. Esaudito e quindi amato. Sappiamo che Gesù non faceva nulla se non aveva l’approvazione del Padre (che equivaleva appunto al Suo sostegno) come sarà in proporzione per i discepoli quando furono inviati in missione e, al loro ritorno, Gli riferirono tutto quanto avevano fatto.
E qui arriviamo al “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”, vale a dire piena similitudine e, ancora una volta, mediazione perché non avremmo mai potuto essere amati dal Padre se non ci fosse stato il Figlio con il Suo servizio incessante fino alla morte e ritorno in cielo. Ora, pensando alle parole ricordate poc’anzi circa il “compiacimento” dichiarato in Matteo 3.17, ricordiamo quelle alla trasfigurazione, quando Mosè ed Elia furono coperti dalla nube luminosa e restò solo Gesù e alla voce che disse: “«Questi è il figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»” (17.5). L’amato. Ecco perché scrissi che, con Giovanni 15.9 che stiamo cercando di sviluppare, siamo di fronte a uno dei versi anche più difficili della Bibbia: si tratta di un amore che non comprenderemo mai appieno, per lo meno fino a quando saremo nel nostro corpo di carne. Un fratello scrisse che “È l’amore di Dio per uno che è uguale a Lui e a Lui simile in ogni cosa, che sempre gli compiacque e sempre si dimostrò pronto a qualsiasi sacrificio e fatica per adempiere i segni della divina misericordia.”
Ecco allora che se “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Giovanni 1.2), che vale per il mondo tangibile, quanto più sarà per il Regno nel quale entreremo! Ricordiamo le parole “Vado a prepararvi un posto” che si riferiscono ad un mondo che ancora non era stato formato perché se per creare l’universo furono necessarie Onnipotenza e Parola, per creare i “nuovi cieli e nuova terra” fu richiesto il Sacrificio riparatore del Figlio. E di qui l’amore del Padre. Non so se riesco ad esprimermi anche perché, ragionando su questo tema, mi ritrovo vuoto, incapace di rispondere, conscio del mio limite e del fatto che non potrò mai fare abbastanza per rispondere all’amore di cui sono fatto oggetto, come tutti i miei fratelli e sorelle.
A questo mio – e probabilmente nostro – profondo senso di inadeguatezza è Gesù stesso a darne il rimedio: dello stesso amore con cui è stato amato dal Padre, ha amato i Suoi, quindi anche noi. E ha dato se stesso, cosa che un dio dispotico e con sentimenti umani non avrebbe mai fatto né potuto fare. E “Rimanete nel mio amore” –terzo “rimanete” in questo capitolo– è l’unico modo che abbiamo noi per ricambiarLo, rispondere costruttivamente a questo rapporto: “Se voi osservate i miei comandamenti, voi rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”.
Il secondo “come” del nostro verso è molto impegnativo ed è un modo di essere che ci è spiegato dall’apostolo Pietro, là presente, con queste parole: “Anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme” (1° 2.21). Nostro Signore non aveva altro modo per restare in comunione con il Padre se non ottemperando a quel “come” e allo stesso modo noi, ponendoci questo stato come meta nonostante le cadute e gli incidenti di percorso che caratterizzano la nostra vita.
Concludono la nostra riflessione le ultime parole, destinate a realizzarsi quando gli Undici compresero il peso reale dell’amore di cui furono fatti oggetto, e ogni credente con loro: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. È la consapevolezza di essere sempre sotto la Sua protezione, la fede, l’unione che siamo chiamati a cercare ogni giorno, è l’annuncio secondo 1° Giovanni 1.4, “…quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. Queste cose vi scriviamo, perché la vostra gioia sia piena”. Amen.
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