17.48 – UN POCO ANCORA E MI VEDRETE (Giovanni 16.16-19)

17.48 – Un poco ancora e mi vedrete (Giovanni 16.16-19)

 

16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»?

 

Negli scorsi capitoli abbiamo già citato questi versi dando la spiegazione più naturale del sedicesimo contenente parole per noi chiare, ma non per i discepoli. La lettura più immediata, comunque corretta, è che Gesù si riferisce allo spazio fra gli ultimi momenti che viveva con gli Undici e la Sua Morte e risurrezione.

Ancora una volta però la lingua italiana non aiuta nell’approfondimento del testo perché i verbi tradotti in tutte le Bibbie con “vedrete” sono nel testo greco diversi e hanno significati molto sottili: il primo, che troviamo nella pericope “Un poco e non mi vedrete più”, è “theoréo”, riferito al vedere le cose materiali, quindi “guardare, scorgere, osservare, assistere a qualcosa, essere spettatore di”, mentre il secondo, utilizzato in “un poco ancora e mi vedrete” è “orào”, molto più sottile da interpretare perché pone l’accento sul “fissare lo sguardo, contemplare, vedere con attenzione, comprendere”. Gesù quindi, già con questo verso, anticipa ai Suoi che tra un po’ non lo avrebbero più visto, ma tra un altro poco ancora lo avrebbero contemplato, comprendendo che le promesse di Dio trovavano in Lui il proprio Amen (2 Corinti 1.20) in quanto nella Sua Persona confluiva tutto ciò che il Padre voleva fosse comunicato agli uomini. E il verso citato infatti dice che “Tutte le promesse di Dio in lui sono «sì»”.

Sappiamo però che raramente un verso ha una sola possibilità interpretativa e ciò si verifica anche in questo caso: nell’immediato, certo Gesù ha voluto informare gli Undici di quanto sarebbe accaduto di lì a breve, ma il secondo verbo, che ci parla di contemplazione, è anche un attestato di appartenenza a un mondo diverso, alla categoria di quanti non Lo temeranno come Giusto Giudice: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Matteo 16.26,27).

C’è quindi nelle parole di Gesù un futuro immediato per gli Undici e un altro prossimo in cui saranno chiamati (e noi con loro) alla Sua presenza secondo 2 Corinti 5.10: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”. Abbiamo poi il definitivo concretarsi della nostra fede secondo 1° Giovanni 3.2: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio -quindi la qualifica di “figlio” è propria solo di chi ha creduto ed è salvato-, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è”, cioè non più vincolati al nostro corpo di carne che, come sappiamo, dopo la caduta di Adamo non può più vedere Dio e vivere.

C’è anche, nelle parole del verso 16 del nostro testo, la realtà della creatura che lo vede nel senso che sente parlare di Gesù e poi lo scopre quale suo unico e personale salvatore arrivando a vederlo in un altro modo, molto diverso da prima perché ne ha sperimentato la presenza. La stessa cosa capita anche a quei credenti che, pur dovendo avere per gli anni che hanno una certa esperienza, scoprono ogni giorno di avere bisogno dell’illuminazione dello Spirito per poter vivere e dare una lettura corretta di eventi, personaggi e luoghi che attraversano. Non siamo né possiamo dirci preparati abbastanza, altrimenti non cadremmo.

Facciamo ora attenzione, a proposito del vedere letterale, al fatto che questo accomuna tutti gli esseri umani con particolare riguardo per quelli non illuminati dallo Spirito Santo. Le parole che infatti nostro Signore dice agli Undici, furono pronunciate anche ai Giudei, che ebbero reazione analoga ponendosi la stessa domanda: “Gesù disse: «Ancora poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire». Dissero dunque fra loro i Giudei: «Dove sta per andare costui, che noi non potremmo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e insegnerà ai Greci? Che discorso è quello che ha fatto: «Voi mi cercherete e non mi troverete» e «Dove sono io, voi non potete venire?»” (Giovanni 7.33-36). Ecco allora perché, grazie allo Spirito di Dio, è possibile comprendere le Sue parole, come ampiamente illustrato dall’ apostolo Paolo (e non solo) nei suoi scritti.

Il vedere del verso 16 allora comprende tutti quegli eventi di cui l’uomo sarà testimone: non solo Gesù può essere visto attraverso i Vangeli, ma lo sarà con quelli degli uomini testimoni, volenti o meno, degli eventi futuri annunciati nella Parola di Dio; pensiamo solo ad Apocalisse 1.7 “Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen”.

Analizzando molto brevemente questo verso vediamo le nuvole, che nella Scrittura da sempre nascondono la visione di Dio all’uomo testimoniando allo stesso tempo la Sua presenza. Qui però abbiamo una contraddizione apparente nel senso che esse non lo nascondono come nell’Antico Testamento, ma lo accompagnano a conferma del fatto che nulla è più celato e il tempo degli uomini si è compiuto in ogni senso e quindi non potranno essere più modificati il fatto e il trascurato, il detto e il trattenuto dentro, l’amato e l’odiato.

“Ogni occhio lo vedrà”, quindi quello che l’ha atteso per tanto tempo e chi l’ha ignorato, chi ha vissuto aspettando quel momento e chi ne ha respinto l’idea ritenendola una favola per bambini ed ecco perché è scritto che “si piegherà ogni ginocchio”. Ricordiamo le parole dell’apostolo Pietro in Atti 4.12 “In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che noi siamo salvati”. Il nome che salva sarà quello che condannerà e quel “ginocchio” che non si sarà voluto piegare di fronte alla proposta di salvezza per orgoglio, sarà costretto a farlo nel senso che cederà non consentendo alla persona di rimanere in piedi.

Con “anche quelli che lo trafissero” il riferimento è al popolo di Israele più che ai soldati romani in quanto essi furono dei semplici esecutori e per loro Gesù era al pari di qualunque malfattore. La pericope è una citazione da Zaccaria 12.9,10 riferita a una delle fasi degli “ultimi tempi” in cui leggiamo “In quel giorno io m’impegnerò a distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme. Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione; guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piangerà il primogenito”.

“E tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui”, tradotto anche con “si batteranno il petto” è un modo per descrivere la capitolazione dell’individuo che non avrà voluto amare la Verità proposta dal Vangelo, che possiamo riassumere, aggiornandola, nella frase di Geremia 8.20 “La mietitura è passata, l’estate è finita e noi non siamo stati salvati” in cui possiamo leggere nella mietitura l’opera degli angeli raccoglitori, nell’estate quel periodo della vita trascorso seguendo la propria natura e il non essere stati “salvati” si commenta da solo.

 

Nella nostra versione il verso 16 si conclude con “vedrete”, ma in altre vi è l’aggiunta “perché io vado al Padre” che manca nel Codice Vaticano (il più antico esempio di Bibbia cristiana del 325 circa) e altri manoscritti. Dimenticanza di qualche copista? Doppione del verso 10, “vado al Padre e non mi vedrete più”? A fronte di queste ipotesi non mi sento di commentare nulla anche perché non vedo il problema essendo il verso 10, che riporta lo stesso contesto, non minimamente contestato da alcuno. Resta il fatto che, come già scritto più volte, Gesù avrebbe potuto tornare al Padre solo dopo aver fatto tutto il necessario perché l’essere umano potesse essere salvato e ricordiamo che qualora il Figlio di Dio avesse trascurato di adempiere un solo “iota” della Legge, avrebbe dato spazio a Satana per chiedere che il Suo Sacrificio fosse reso nullo, essendo questo personaggio un accusatore e avendo facoltà, come visto in Giobbe, di presentare istanze al cospetto di YHWH. Ecco un ulteriore motivo da aggiungere ai significati della Sua ultima frase alla croce, “Tutto è compiuto”, visto nell’inattaccabilità anche giuridica del Suo Sacrificio.

Tra l’altro, da quando Gesù sarebbe tornato al Padre avrebbe potuto realizzarsi per i credenti quanto scritto in Giacomo 1.16: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre – che, pregato da Gesù, manderà il Paràclito –, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento”. Giacomo qui ricorda che la “luce” proviene da Dio che, al di là di quella fisica, illumina i cuori e le menti di chi glielo domanda.

Vorrei ora concludere con una breve considerazione sul non capire, da parte degli Apostoli, le parole del loro Maestro quando queste si facevano indecifrabili per la loro condizione: sappiamo che questo successe varie volte, che in alcune di queste gli chiesero lumi ed in altre tennero per loro interrogativi irrisolti, ma in questo caso sappiamo che in loro era già presente una forte tristezza (e probabilmente inquietudine), come abbiamo letto al verso 6, per cui il loro guardarsi l’un l’altro chiedendosi il significato di quelle ultime parole comportava uno smarrimento non indifferente.

Gesù non poteva fare altro se non parlare delle tappe attraverso le quali sarebbero dovuti passare nell’immediato futuro, che esamineremo nel prossimo capitolo: “In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si tramuterà in gioia” (v.20).

Guardando a ciò che si verificherà, sono parole che trovarono il loro perfetto adempimento, così come avverrà anche per noi, con la promessa “Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alla fonte delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi (…) e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 7.17; 21.4). Amen.

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17.47 – MOLTE COSE HO ANCORA DA DIRVI (Giovanni 16.12-15)

17.47 – Molte cose ho ancora da dirvi (Giovanni 16.12-15)

 

12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

 

L’amore di Gesù verso i suoi trova nel verso 12 una delle conferme più luminose e testimonia la cura assoluta che riversò sulla loro istruzione. Ricordiamo che, nel corso del Suo Ministero quando predicava, aveva sempre fatto una selezione dei contenuti in base all’uditorio che aveva davanti: se prendiamo il sermone sul monte leggiamo parole chiare e concetti elementari (per lo meno nell’immediato) sulla Legge e come praticare un’ordinata profilassi della propria coscienza, ma qualora prendessimo il metodo da Lui adottato qualche tempo dopo, vediamo una situazione diversa riferita da Marco: “Con molte parabole dello stesso genere –il chicco di grano, il granello di senape e molte altre– annunciava loro la Parola, come la potevano intendere. Senza parabole non parlava loro, ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa” (4-33.34).

È interessante notare come Nostro Signore parlasse, tramite parabole, a tre tipi di persone: vi erano quelli che, volendo imparare da Lui, ascoltavano un messaggio figurato che potevano memorizzare facilmente e veniva compreso, per quanto in generale; al secondo gruppo appartenevano i Suoi detrattori, identificati negli scribi, farisei e loro seguaci che, abituati ad altri metodi di studio e indagine, non ne capivano il senso o lo rifiutavano a priori. Ricordiamo le parole di Gesù in proposito: “A voi -discepoli- è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, perché vedendo non vedano, e ascoltando non comprendano” (Luca 8.10).

Infine il terzo gruppo è chiaramente costituito dai discepoli, cioè dai Dodici e da un numero imprecisato di persone, uomini e donne, che lo seguivano. A loro era “dato conoscere” perché, elezione a parte, avevano già ascoltato la voce di Dio e scelto di seguirla. Leggiamo in Salmo 25.8-14 parole illuminanti al riguardo: “Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri -di spirito- secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti. Per il tuo nome, Signore, perdona la mia colpa, anche se è grande. C’è un uomo che teme il Signore? Gli indicherà la via da scegliere. (…) Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza”.

Ricordiamo anche che Gesù stesso ringraziò il Padre in preghiera perché aveva “nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11.25-27) e che, in adempienza alla promessa sullo Spirito della verità che giungerà ad annunciare le cose future, abbiamo le parole dell’apostolo Paolo in 1 Corinti 2.9-12, “Ma, come sta scritto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano», Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi infatti conosce i segreti dell’uomo, se non lo spirito che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato”.

Vediamo che i versi citati parlano di grazia verso l’uomo e di una reazione positiva: al “peccatore” viene indicata una “via da seguire”, al “povero” la via di Dio perché entrambi diventino dei custodi a seconda del dono e del piano che il Padre ha per loro.

 

Tornando al verso 12, vediamo che si raccorda direttamente alle parole che Gesù aveva appena pronunciato sul Paràclito: in quel momento gli Undici non avrebbero potuto né saputo “portare il peso” delle molte altre parole che il loro Maestro avrebbe voluto dire. Qui non si tratta di nuovi elementi che nostro Signore avrebbe voluto portare ai Suoi, ma piuttosto di uno sviluppo più completo di quelle verità che, fino a quel momento, erano state esposte ad uno stadio elementare. Le parole “Non siete capaci di portarne il peso”, oppure “Ma voi non le potete ora portare” secondo un’altra versione, stanno a indicare non una pigrizia mentale da parte dell’eventuale uditorio, ma una vera impossibilità strutturale perché il verbo qui utilizzato, βαστἀζειν, implica l’idea di un peso superiore alle forze di un individuo.

Questo ci consentirebbe di aprire una parentesi su quei “pastori” che, anziché pensare ad una crescita ordinata delle anime loro affidate spiegando loro il perché sia necessario un certo stile di vita, le caricano di precetti che, non tenendo conto delle capacità delle persone, portano al fallimento o a sofferenze senza motivo.

Gesù, quindi, si trattiene dal portare agli Undici altri concetti per non confonderli oltre; pensiamo alla reazione che ebbero alle parole “Un poco e non mi vedrete più, un poco ancora e mi vedrete” chiaramente riferite alla Sua morte e resurrezione: “Che cos’è questo «un poco» di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire” (16.18).

Nostro Signore, quindi, rispetta la condizione dei discepoli lì presenti: non li sgrida perché non potevano essere accusati di nulla essendo persone normali che, come già evidenziato in altri capitoli, avevano rinunciato ad una vita dignitosa (da un punto di vista umano) per seguirLo. Quello che mancava loro era l’illuminazione e la rivelazione che sarebbe giunta più avanti.

Credo che vada evidenziata, più che l’incapacità temporanea dei discepoli di portare il peso delle parole del Maestro, la Sua carità nel trattarli: conoscendoli, fornisce loro soltanto quegli elementi suscettibili a ricordo e sviluppo da parte dello Spirito Santo; questo è un esempio che viene fornito a tutti quei pastori di anime che hanno a che fare con persone soprattutto giovani, quasi sempre suscettibili ad entusiasmarsi e ad impegnarsi, anche spendendo molte delle loro energie, per un’ideale; stante questa caratteristica, è facile che questi associno le dinamiche delle fede con quelle di un qualsiasi altro credo e per questo, presto o tardi, inciampino molto seriamente in un percorso che, se non fosse stato loro indicato, avrebbero intrapreso spontaneamente più tardi, ma in modo più responsabile. Sarebbe anche opportuno che si archiviasse l’idea in base alla quale lo Spirito Santo si manifesti oggi allo stesso modo dei tempi degli Apostoli e che la Bibbia, sotto questo aspetto, sia un libro aperto a tutti: certo che lo è, ma questo vale per la salvezza di ciascuno e non per la comprensione immediata di quanto è in essa racchiuso.

Dobbiamo pensare che lo Spirito Santo agisce oggi in modo difforme da quello che troviamo nella Scrittura: lo abbiamo visto anche recentemente nella sorte caduta su Mattia, col dono dei linguaggi, coi miracoli che non sono più legati a una dimostrazione dell’essere un profeta o inviato di Dio, la vipera che morse Paolo e altri, per cui lo sviluppo della persona è molto più lento rispetto ai tempi di cui abbiamo cronaca. Avendo citato l’opera di Paolo, mi chiedo quanti anni siano necessari per formare un uomo di Dio oggi, quando all’Apostolo ne furono sufficienti un paio quando si trovava ad Efeso. È evidente che una lettura della Bibbia che non tenga conto della necessità di adattare le realtà descritte alla nostra, non sia funzionale.

Ciò che intendo dire è che va sempre tenuto presente Ebrei 13.8,9 “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Non vi lasciate trasportare qua e là da diversi e strani insegnamenti; perché è bene che il cuore sia reso saldo nella grazia, non da pratiche relative a vivande, dalle quali non trassero alcun beneficio quelli che le osservavano”. I “diversi e strani insegnamenti” di allora erano le dottrine giudaiche antecedenti a Cristo che ne inquinavano il messaggio, ma oggi rientrano in essi tanto il letteralismo scritturale quanto tutte quelle dottrine filosofiche mondane tese a indebolire le dinamiche di una sana vita cristiana.

L’uomo di Dio è chiamato a curare, discernere e soprattutto proporre un messaggio rivolto alla reale capacità delle persone; infatti abbiamo in 1 Corinti3.1-2 “Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come essere spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci”. Non per niente le parole che vengono immediatamente dopo sono “Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana?” (v.3).

Anche questi versi, comunque, testimoniano che lo Spirito Santo non operava più come ai tempi della Chiesa di Gerusalemme quando “tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (Atti 1.14).

Il peso da portare non è un carico da gettare sul prossimo come se niente fosse. Gesù ha detto “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (11.30) sia contrapponendo quello del mondo al suo, ma anche volendo dichiarare in quale modo tratta i propri fratelli.

Come già rilevato, se si pongono addosso alle persone i “pesanti fardelli”, quelli importabili, il risultato non può che essere il disordine emotivo fino al crollo psicologico che spesso, a monte, porta scelte non oculate dal punto di vista spirituale e una sopravvalutazione di sé dovuta proprio a una lettura superficiale della Scrittura. La responsabilità sta su quanti che hanno il compito di guidare gli altri, ma non avendo rinunciato a se stessi e non essendosi fatti servi, spesso agiscono in modo dispotico, alcuni chiaramente, altri molto più sottilmente, manipolando persone inconsapevoli.

 

Lo Spirito Santo, tornando ai nostri versi, viene descritto come un perfetto esecutore di Dio ed è chiamato “Lo Spirito della verità” sia perché sarà Colui che farà conoscere “il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi” (Colossesi 1.26), sia perché ricorderà ai discepoli le parole di Gesù e in quanto “non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Mi ha sempre stupito la somiglianza tra l’opera dello Spirito in questo verso e ciò che Gesù dice di sé: “Non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire” (Giovanni 12.49), che ritroviamo anche in 14.10, “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso, ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”.

Vediamo che l’ultima delle funzioni dello Spirito di verità è quella di annunciare “le cose future”: lo constatiamo nelle profezie sul periodo della fine e su come scorrerà il tempo umano dalla prima Chiesa all’ultima nel libro dell’Apocalisse, così come anche, personalmente, da tutti quei tasselli che ogni credente può mettere assieme per riconoscere l’epoca in cui vive quale immediatamente precedente l’ora dell’Avversario che precederà il ritorno del Signore. Amen.

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17.46 – PECCATO, GIUSTIZIA E GIUDIZIO (Giovanni 16.5-11)

17.46 – Peccato, giustizia e giudizio (Giovanni 16.5-11)

5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?». 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

Credo che esaminare brevemente il verso quinto sia particolarmente interessate perché si potrebbe obiettare obbiettare che gli Undici, in realtà, la domanda su dove il loro Maestro andasse gliel’avevano già posta, in forma sia diretta che indiretta. Ricordiamo “Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi»” (13.36) e che Tommaso intervenne dicendogli “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?»” (14.5).
Ora però guardando al contesto vediamo che la domanda ci fu, ma dettata dalla curiosità su parole che non riuscivano a comprendere. Pietro infatti intervenne dopo che Gesù disse “Figlioli, ancora un poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove io vado, voi non potete venire” (14.33) e Tommaso chiese attorno alla frase sul “posto” che il Suo Maestro andava a preparare: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò son me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo ove io vado, conoscete anche la via” (14.3,4).
Le parole di Gesù del nostro verso, invece, collegate al sesto “perché vi ho detto questo, la tristezza ha pervaso il vostro cuore”, ci rivelano che gli Undici cominciavano a capire che quelli erano gli ultimi momenti che passavano con Lui, per cui il problema non era dove andasse, ma che non sarebbe stato più con loro indipendentemente dalla promessa del Paràclito che non sapevano chi fosse, se non che sarebbe stato inviato dal Padre attraverso di Lui.
“La tristezza ha riempito il vostro cuore”: greco “lùpe” cioè “dolore, pena, afflizione, affanno” oltre al termine in traduzione. I presenti provavano tutto questo in modo accentuato visto in quel “riempito il vostro cuore” che ci dice che quegli uomini non provavano altro sentimento al di fuori di quello. E notiamo che qui Gesù non fa nulla per fare scomparire questa emozione negativa perché, così facendo, non li avrebbe posti nella condizione di sperimentare il contrasto fra la loro verità, sempre ancorata al presente e al sentire immediato, e la Sua attraverso l’adempimento puntuale delle promesse e degli eventi futuri che aveva annunciato.
In altri termini qui si evidenzia ancora una volta la necessità di un percorso non facile da comprendere per l’uomo naturale perché quel “è bene per voi che io me ne vada” non era una frase che potesse consolarli nell’immediato, ma nel dopo, una volta raggiunto uno stadio di conoscenza e di realizzazione spirituale diverso. Senza l’annuncio della necessità che il Maestro si dipartisse da loro per dar luogo all’opera dello Spirito Santo, tanto gli Undici quanto gli altri della Chiesa di Gerusalemme non avrebbero potuto capire quanto stava succedendo al manifestarsi delle “Lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro” (Atti 2.3).
Al di là degli effetti che ebbe l’episodio narrato in Atti, è da sottolineare che da lì in poi tanto i presenti alla cena quanto tutti i credenti (da loro informati), seppero che proprio in quel momento si adempivano le parole di Gesù sul Paràclito e che da lì poteva dirsi ufficialmente iniziata la loro missione che non a caso ebbe come primo effetto il parlare idiomi fino a pochi attimi prima da loro sconosciuti, un altro segno del Dio che desidera incontrare l’uomo. Senza l’intervento dello Spirito Santo che mise quei credenti in grado di parlare linguaggi diversi dai loro, avrebbero dovuto impiegare anni prima di farsi comprendere.
La frase “se non vado, non verrà a voi il Paràclito” non intende solo quanto appena evidenziato, ma è spiegata perfettamente dall’apostolo Paolo che, scrivendo agli Efesi, afferma: “Colui che discese è lo stesso che ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato – con la sua ascensione – ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo – che è la Chiesa –” (4.-10-12).
Su questo tema è stata fatta un’osservazione degna di nota secondo la quale, se Gesù fosse rimasto, avrebbe potuto essere visto solo in un luogo alla volta, mentre lo Spirito sarebbe stato presente ovunque contemporaneamente, cosa che ciascun cristiano può sperimentare dentro di sé proporzionalmente al dono ricevuto e, quindi, all’onestà con la quale lo gestisce.

L’opera dello Spirito è descritta da Gesù con queste parole: “E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio”. La versione Diodati recita “convincerà il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio”, ma sono utili entrambe per quanto vada precisato che il senso del verso sia quello di attribuire allo Spirito la capacità di formare, nella persona che Lo ascolta, la convinzione di essere ciò che realmente si è, vale a dire un peccatore incompatibile con la giustizia di Dio che lo giudicherà se non si ravvede.
Purtroppo la religione cattolica insegna che la salvezza dell’anima la si conquista con la sofferenza, ma non è così a meno che non si voglia dire che la vita cristiana non è facile e comporta delle rinunce possibili solo se vengono effettuate nella libertà che Dio concede all’uomo. In realtà la salvezza può essere paragonata a quel salvagente che viene lanciato a chi altrimenti affogherebbe in acqua, quella in cui si viene a trovare la persona che è stata convinta di peccato, giustizia e giudizio non senza prima ricordare che (trad. Diodati) con “mondo” non si intende tutto, ma quelli che in lui non hanno ancora dato spazio all’amore della verità per essere salvati. Con “mondo”, poi, credo che nostro Signore intenda porre un accento particolare su quello giudaico, stante l’espressione “di peccato, perché non credono in me”, non applicabile a chi non ha ancora sentito parlare di Lui e quindi posto in condizione di accettarlo o meno.
Il risultato del primo convincimento di peccato in tal senso lo abbiamo in Atti 2.36,37 al termine del discorso di Pietro proprio dopo la manifestazione dello Spirito Santo a Gerusalemme: molti fra gli astanti che non appartenevano alla Chiesa leggiamo che, dopo la conclusione “«Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso», all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?»”. Partendo da qui, lo Spirito convince l’uomo di peccato quando questi comprende di non avere alcuna possibilità di salvezza se non basando la propria vita accogliendo la persona e l’opera del Figlio di Dio dentro di sé. Non deve fare altro che credere secondo la Sua promessa. Poi verranno scelte più precise, la necessità di percorrere il sentiero che gli è stato indicato, ma senza la convinzione di peccato nulla può essere costruito esattamente come nessuno può intonacare un muro senza che questo esista.
Dopo il convincimento di peccato, abbiamo quello sulla giustizia, quella di Dio che Gesù ha adempiuto per noi. Quindi al popolo ebraico Gesù si presenta (anche) come unico uomo ad averla adempiuta in toto “perché vado al Padre e non mi vedrete più”, cioè nessun altro uomo è mai risorto da sé e se la morte non ha avuto effetto su di Lui, questo fu in virtù della giustizia che ha adempiuto.
Ricordiamo infatti Romani 6.8-11: “Ma se siamo morti con Cristo, crediamo anche che vivremo con lui sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio”. Sempre nella stessa lettera, abbiamo ancora: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Gesù Cristo è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi” (8.31-34).
Ultima azione del convincere l’uomo è sul giudizio, “perché il principe di questo mondo è già condannato”. Dobbiamo notare che l’Avversario è menzionato solo alla fine perché è il rifiuto ostinato di Gesù fino al termine della vita che determina la condanna, così come la persona può essere salvata all’ultimo come avvenuto con ladro sulla croce che, a differenza dell’altro, si raccomandò a Lui.
Ecco allora che in queste ultime parole Gesù identifica prima un responsabile visto in Satana, poi in chi gli ha dato ascolto e lo ha seguito fino all’ultimo, condividendo così la sua sorte. Si tratta di una dinamica già vista in Eden dal momento che anche lì si presentò ad Eva, la sedusse e lei fece altrettanto con Adamo. Lì certo vi fu un giudizio su entrambi e sul serpente in cui l’Avversario si era incarnato, ma anche una speranza visto nel piano di redenzione di Dio, cosa che non avverrà più perché il Figlio fu donato una volta per sempre così come il Suo sacrificio.
Quindi, attualizzando le parole di Gesù dei versi da 9 a 11 del nostro testo: l’essere umano che ascolta lo Spirito può venir convinto di peccato, cioè della sua condizione davanti a Dio, di giustizia, cioè del fatto che Gesù, sacrificandosi e morendo sulla croce, lo ha reso idoneo a presentarsi al Padre come erede del regno, e di giudizio, vale a dire il rifiuto del destino di oscurità (“pianto e stridore di denti”) che avranno tutti coloro che lo avranno rifiutato. Amen.
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