17.46 – PECCATO, GIUSTIZIA E GIUDIZIO (Giovanni 16.5-11)

17.46 – Peccato, giustizia e giudizio (Giovanni 16.5-11)

5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?». 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

Credo che esaminare brevemente il verso quinto sia particolarmente interessate perché si potrebbe obiettare obbiettare che gli Undici, in realtà, la domanda su dove il loro Maestro andasse gliel’avevano già posta, in forma sia diretta che indiretta. Ricordiamo “Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi»” (13.36) e che Tommaso intervenne dicendogli “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?»” (14.5).
Ora però guardando al contesto vediamo che la domanda ci fu, ma dettata dalla curiosità su parole che non riuscivano a comprendere. Pietro infatti intervenne dopo che Gesù disse “Figlioli, ancora un poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove io vado, voi non potete venire” (14.33) e Tommaso chiese attorno alla frase sul “posto” che il Suo Maestro andava a preparare: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò son me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo ove io vado, conoscete anche la via” (14.3,4).
Le parole di Gesù del nostro verso, invece, collegate al sesto “perché vi ho detto questo, la tristezza ha pervaso il vostro cuore”, ci rivelano che gli Undici cominciavano a capire che quelli erano gli ultimi momenti che passavano con Lui, per cui il problema non era dove andasse, ma che non sarebbe stato più con loro indipendentemente dalla promessa del Paràclito che non sapevano chi fosse, se non che sarebbe stato inviato dal Padre attraverso di Lui.
“La tristezza ha riempito il vostro cuore”: greco “lùpe” cioè “dolore, pena, afflizione, affanno” oltre al termine in traduzione. I presenti provavano tutto questo in modo accentuato visto in quel “riempito il vostro cuore” che ci dice che quegli uomini non provavano altro sentimento al di fuori di quello. E notiamo che qui Gesù non fa nulla per fare scomparire questa emozione negativa perché, così facendo, non li avrebbe posti nella condizione di sperimentare il contrasto fra la loro verità, sempre ancorata al presente e al sentire immediato, e la Sua attraverso l’adempimento puntuale delle promesse e degli eventi futuri che aveva annunciato.
In altri termini qui si evidenzia ancora una volta la necessità di un percorso non facile da comprendere per l’uomo naturale perché quel “è bene per voi che io me ne vada” non era una frase che potesse consolarli nell’immediato, ma nel dopo, una volta raggiunto uno stadio di conoscenza e di realizzazione spirituale diverso. Senza l’annuncio della necessità che il Maestro si dipartisse da loro per dar luogo all’opera dello Spirito Santo, tanto gli Undici quanto gli altri della Chiesa di Gerusalemme non avrebbero potuto capire quanto stava succedendo al manifestarsi delle “Lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro” (Atti 2.3).
Al di là degli effetti che ebbe l’episodio narrato in Atti, è da sottolineare che da lì in poi tanto i presenti alla cena quanto tutti i credenti (da loro informati), seppero che proprio in quel momento si adempivano le parole di Gesù sul Paràclito e che da lì poteva dirsi ufficialmente iniziata la loro missione che non a caso ebbe come primo effetto il parlare idiomi fino a pochi attimi prima da loro sconosciuti, un altro segno del Dio che desidera incontrare l’uomo. Senza l’intervento dello Spirito Santo che mise quei credenti in grado di parlare linguaggi diversi dai loro, avrebbero dovuto impiegare anni prima di farsi comprendere.
La frase “se non vado, non verrà a voi il Paràclito” non intende solo quanto appena evidenziato, ma è spiegata perfettamente dall’apostolo Paolo che, scrivendo agli Efesi, afferma: “Colui che discese è lo stesso che ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato – con la sua ascensione – ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo – che è la Chiesa –” (4.-10-12).
Su questo tema è stata fatta un’osservazione degna di nota secondo la quale, se Gesù fosse rimasto, avrebbe potuto essere visto solo in un luogo alla volta, mentre lo Spirito sarebbe stato presente ovunque contemporaneamente, cosa che ciascun cristiano può sperimentare dentro di sé proporzionalmente al dono ricevuto e, quindi, all’onestà con la quale lo gestisce.

L’opera dello Spirito è descritta da Gesù con queste parole: “E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio”. La versione Diodati recita “convincerà il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio”, ma sono utili entrambe per quanto vada precisato che il senso del verso sia quello di attribuire allo Spirito la capacità di formare, nella persona che Lo ascolta, la convinzione di essere ciò che realmente si è, vale a dire un peccatore incompatibile con la giustizia di Dio che lo giudicherà se non si ravvede.
Purtroppo la religione cattolica insegna che la salvezza dell’anima la si conquista con la sofferenza, ma non è così a meno che non si voglia dire che la vita cristiana non è facile e comporta delle rinunce possibili solo se vengono effettuate nella libertà che Dio concede all’uomo. In realtà la salvezza può essere paragonata a quel salvagente che viene lanciato a chi altrimenti affogherebbe in acqua, quella in cui si viene a trovare la persona che è stata convinta di peccato, giustizia e giudizio non senza prima ricordare che (trad. Diodati) con “mondo” non si intende tutto, ma quelli che in lui non hanno ancora dato spazio all’amore della verità per essere salvati. Con “mondo”, poi, credo che nostro Signore intenda porre un accento particolare su quello giudaico, stante l’espressione “di peccato, perché non credono in me”, non applicabile a chi non ha ancora sentito parlare di Lui e quindi posto in condizione di accettarlo o meno.
Il risultato del primo convincimento di peccato in tal senso lo abbiamo in Atti 2.36,37 al termine del discorso di Pietro proprio dopo la manifestazione dello Spirito Santo a Gerusalemme: molti fra gli astanti che non appartenevano alla Chiesa leggiamo che, dopo la conclusione “«Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso», all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?»”. Partendo da qui, lo Spirito convince l’uomo di peccato quando questi comprende di non avere alcuna possibilità di salvezza se non basando la propria vita accogliendo la persona e l’opera del Figlio di Dio dentro di sé. Non deve fare altro che credere secondo la Sua promessa. Poi verranno scelte più precise, la necessità di percorrere il sentiero che gli è stato indicato, ma senza la convinzione di peccato nulla può essere costruito esattamente come nessuno può intonacare un muro senza che questo esista.
Dopo il convincimento di peccato, abbiamo quello sulla giustizia, quella di Dio che Gesù ha adempiuto per noi. Quindi al popolo ebraico Gesù si presenta (anche) come unico uomo ad averla adempiuta in toto “perché vado al Padre e non mi vedrete più”, cioè nessun altro uomo è mai risorto da sé e se la morte non ha avuto effetto su di Lui, questo fu in virtù della giustizia che ha adempiuto.
Ricordiamo infatti Romani 6.8-11: “Ma se siamo morti con Cristo, crediamo anche che vivremo con lui sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio”. Sempre nella stessa lettera, abbiamo ancora: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Gesù Cristo è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi” (8.31-34).
Ultima azione del convincere l’uomo è sul giudizio, “perché il principe di questo mondo è già condannato”. Dobbiamo notare che l’Avversario è menzionato solo alla fine perché è il rifiuto ostinato di Gesù fino al termine della vita che determina la condanna, così come la persona può essere salvata all’ultimo come avvenuto con ladro sulla croce che, a differenza dell’altro, si raccomandò a Lui.
Ecco allora che in queste ultime parole Gesù identifica prima un responsabile visto in Satana, poi in chi gli ha dato ascolto e lo ha seguito fino all’ultimo, condividendo così la sua sorte. Si tratta di una dinamica già vista in Eden dal momento che anche lì si presentò ad Eva, la sedusse e lei fece altrettanto con Adamo. Lì certo vi fu un giudizio su entrambi e sul serpente in cui l’Avversario si era incarnato, ma anche una speranza visto nel piano di redenzione di Dio, cosa che non avverrà più perché il Figlio fu donato una volta per sempre così come il Suo sacrificio.
Quindi, attualizzando le parole di Gesù dei versi da 9 a 11 del nostro testo: l’essere umano che ascolta lo Spirito può venir convinto di peccato, cioè della sua condizione davanti a Dio, di giustizia, cioè del fatto che Gesù, sacrificandosi e morendo sulla croce, lo ha reso idoneo a presentarsi al Padre come erede del regno, e di giudizio, vale a dire il rifiuto del destino di oscurità (“pianto e stridore di denti”) che avranno tutti coloro che lo avranno rifiutato. Amen.
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