17.48 – Un poco ancora e mi vedrete (Giovanni 16.16-19)
16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»?
Negli scorsi capitoli abbiamo già citato questi versi dando la spiegazione più naturale del sedicesimo contenente parole per noi chiare, ma non per i discepoli. La lettura più immediata, comunque corretta, è che Gesù si riferisce allo spazio fra gli ultimi momenti che viveva con gli Undici e la Sua Morte e risurrezione.
Ancora una volta però la lingua italiana non aiuta nell’approfondimento del testo perché i verbi tradotti in tutte le Bibbie con “vedrete” sono nel testo greco diversi e hanno significati molto sottili: il primo, che troviamo nella pericope “Un poco e non mi vedrete più”, è “theoréo”, riferito al vedere le cose materiali, quindi “guardare, scorgere, osservare, assistere a qualcosa, essere spettatore di”, mentre il secondo, utilizzato in “un poco ancora e mi vedrete” è “orào”, molto più sottile da interpretare perché pone l’accento sul “fissare lo sguardo, contemplare, vedere con attenzione, comprendere”. Gesù quindi, già con questo verso, anticipa ai Suoi che tra un po’ non lo avrebbero più visto, ma tra un altro poco ancora lo avrebbero contemplato, comprendendo che le promesse di Dio trovavano in Lui il proprio Amen (2 Corinti 1.20) in quanto nella Sua Persona confluiva tutto ciò che il Padre voleva fosse comunicato agli uomini. E il verso citato infatti dice che “Tutte le promesse di Dio in lui sono «sì»”.
Sappiamo però che raramente un verso ha una sola possibilità interpretativa e ciò si verifica anche in questo caso: nell’immediato, certo Gesù ha voluto informare gli Undici di quanto sarebbe accaduto di lì a breve, ma il secondo verbo, che ci parla di contemplazione, è anche un attestato di appartenenza a un mondo diverso, alla categoria di quanti non Lo temeranno come Giusto Giudice: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Matteo 16.26,27).
C’è quindi nelle parole di Gesù un futuro immediato per gli Undici e un altro prossimo in cui saranno chiamati (e noi con loro) alla Sua presenza secondo 2 Corinti 5.10: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”. Abbiamo poi il definitivo concretarsi della nostra fede secondo 1° Giovanni 3.2: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio -quindi la qualifica di “figlio” è propria solo di chi ha creduto ed è salvato-, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è”, cioè non più vincolati al nostro corpo di carne che, come sappiamo, dopo la caduta di Adamo non può più vedere Dio e vivere.
C’è anche, nelle parole del verso 16 del nostro testo, la realtà della creatura che lo vede nel senso che sente parlare di Gesù e poi lo scopre quale suo unico e personale salvatore arrivando a vederlo in un altro modo, molto diverso da prima perché ne ha sperimentato la presenza. La stessa cosa capita anche a quei credenti che, pur dovendo avere per gli anni che hanno una certa esperienza, scoprono ogni giorno di avere bisogno dell’illuminazione dello Spirito per poter vivere e dare una lettura corretta di eventi, personaggi e luoghi che attraversano. Non siamo né possiamo dirci preparati abbastanza, altrimenti non cadremmo.
Facciamo ora attenzione, a proposito del vedere letterale, al fatto che questo accomuna tutti gli esseri umani con particolare riguardo per quelli non illuminati dallo Spirito Santo. Le parole che infatti nostro Signore dice agli Undici, furono pronunciate anche ai Giudei, che ebbero reazione analoga ponendosi la stessa domanda: “Gesù disse: «Ancora poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire». Dissero dunque fra loro i Giudei: «Dove sta per andare costui, che noi non potremmo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e insegnerà ai Greci? Che discorso è quello che ha fatto: «Voi mi cercherete e non mi troverete» e «Dove sono io, voi non potete venire?»” (Giovanni 7.33-36). Ecco allora perché, grazie allo Spirito di Dio, è possibile comprendere le Sue parole, come ampiamente illustrato dall’ apostolo Paolo (e non solo) nei suoi scritti.
Il vedere del verso 16 allora comprende tutti quegli eventi di cui l’uomo sarà testimone: non solo Gesù può essere visto attraverso i Vangeli, ma lo sarà con quelli degli uomini testimoni, volenti o meno, degli eventi futuri annunciati nella Parola di Dio; pensiamo solo ad Apocalisse 1.7 “Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen”.
Analizzando molto brevemente questo verso vediamo le nuvole, che nella Scrittura da sempre nascondono la visione di Dio all’uomo testimoniando allo stesso tempo la Sua presenza. Qui però abbiamo una contraddizione apparente nel senso che esse non lo nascondono come nell’Antico Testamento, ma lo accompagnano a conferma del fatto che nulla è più celato e il tempo degli uomini si è compiuto in ogni senso e quindi non potranno essere più modificati il fatto e il trascurato, il detto e il trattenuto dentro, l’amato e l’odiato.
“Ogni occhio lo vedrà”, quindi quello che l’ha atteso per tanto tempo e chi l’ha ignorato, chi ha vissuto aspettando quel momento e chi ne ha respinto l’idea ritenendola una favola per bambini ed ecco perché è scritto che “si piegherà ogni ginocchio”. Ricordiamo le parole dell’apostolo Pietro in Atti 4.12 “In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che noi siamo salvati”. Il nome che salva sarà quello che condannerà e quel “ginocchio” che non si sarà voluto piegare di fronte alla proposta di salvezza per orgoglio, sarà costretto a farlo nel senso che cederà non consentendo alla persona di rimanere in piedi.
Con “anche quelli che lo trafissero” il riferimento è al popolo di Israele più che ai soldati romani in quanto essi furono dei semplici esecutori e per loro Gesù era al pari di qualunque malfattore. La pericope è una citazione da Zaccaria 12.9,10 riferita a una delle fasi degli “ultimi tempi” in cui leggiamo “In quel giorno io m’impegnerò a distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme. Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione; guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piangerà il primogenito”.
“E tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui”, tradotto anche con “si batteranno il petto” è un modo per descrivere la capitolazione dell’individuo che non avrà voluto amare la Verità proposta dal Vangelo, che possiamo riassumere, aggiornandola, nella frase di Geremia 8.20 “La mietitura è passata, l’estate è finita e noi non siamo stati salvati” in cui possiamo leggere nella mietitura l’opera degli angeli raccoglitori, nell’estate quel periodo della vita trascorso seguendo la propria natura e il non essere stati “salvati” si commenta da solo.
Nella nostra versione il verso 16 si conclude con “vedrete”, ma in altre vi è l’aggiunta “perché io vado al Padre” che manca nel Codice Vaticano (il più antico esempio di Bibbia cristiana del 325 circa) e altri manoscritti. Dimenticanza di qualche copista? Doppione del verso 10, “vado al Padre e non mi vedrete più”? A fronte di queste ipotesi non mi sento di commentare nulla anche perché non vedo il problema essendo il verso 10, che riporta lo stesso contesto, non minimamente contestato da alcuno. Resta il fatto che, come già scritto più volte, Gesù avrebbe potuto tornare al Padre solo dopo aver fatto tutto il necessario perché l’essere umano potesse essere salvato e ricordiamo che qualora il Figlio di Dio avesse trascurato di adempiere un solo “iota” della Legge, avrebbe dato spazio a Satana per chiedere che il Suo Sacrificio fosse reso nullo, essendo questo personaggio un accusatore e avendo facoltà, come visto in Giobbe, di presentare istanze al cospetto di YHWH. Ecco un ulteriore motivo da aggiungere ai significati della Sua ultima frase alla croce, “Tutto è compiuto”, visto nell’inattaccabilità anche giuridica del Suo Sacrificio.
Tra l’altro, da quando Gesù sarebbe tornato al Padre avrebbe potuto realizzarsi per i credenti quanto scritto in Giacomo 1.16: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre – che, pregato da Gesù, manderà il Paràclito –, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento”. Giacomo qui ricorda che la “luce” proviene da Dio che, al di là di quella fisica, illumina i cuori e le menti di chi glielo domanda.
Vorrei ora concludere con una breve considerazione sul non capire, da parte degli Apostoli, le parole del loro Maestro quando queste si facevano indecifrabili per la loro condizione: sappiamo che questo successe varie volte, che in alcune di queste gli chiesero lumi ed in altre tennero per loro interrogativi irrisolti, ma in questo caso sappiamo che in loro era già presente una forte tristezza (e probabilmente inquietudine), come abbiamo letto al verso 6, per cui il loro guardarsi l’un l’altro chiedendosi il significato di quelle ultime parole comportava uno smarrimento non indifferente.
Gesù non poteva fare altro se non parlare delle tappe attraverso le quali sarebbero dovuti passare nell’immediato futuro, che esamineremo nel prossimo capitolo: “In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si tramuterà in gioia” (v.20).
Guardando a ciò che si verificherà, sono parole che trovarono il loro perfetto adempimento, così come avverrà anche per noi, con la promessa “Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alla fonte delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi (…) e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 7.17; 21.4). Amen.
* * * * *
