17.51 – COSE DETTE IN MODO VELATO (Giovanni16. 25-28)

17.51 – Cose dette in modo velato (Giovanni 16.25,28)

 

25Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. 26In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. 28Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

 

Giunti quasi alla fine del capitolo 16 dedicato alla conclusione dell’ultimo discorso di Gesù agli Undici, ricapitoliamone brevemente i contenuti, stante il nostro procedere per tappe che forse spezza eccessivamente la narrazione evangelica: primo, a breve non Lo avrebbero più visto, ma sarebbe tornato consentendo loro di reincontrarLo. Significativo è il fatto che il vedersi qui espresso è reciproco perché se abbiamo il “mi vedrete” del verso 16, abbiamo anche il “vi vedrò di nuovo” del 22 attraverso il quale possiamo constatare che il desiderio di Gesù di incontrarli non è minore, anzi lo è di più, di coloro che Lo attendono.

Secondo, abbiamo il tema della sofferenza necessaria, espressa tramite l’esempio della partoriente e del dolore che prova, condizione che ci rimanda al giudizio sulla donna nel libro della Genesi: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà” (3.16). Certo va tenuto presente che il giudizio fu anche sull’uomo e che entrambi permangono.

Ora credo che sia da sottolineare il fatto che nostro Signore, con questo esempio, non faccia riferimento al sollievo che si prova quando un peso viene tolto o cessa una situazione molto difficile da sopportare, ma a una condizione di dolore acuto che viene dimenticata dalla partoriente quando può stringere a sé il nuovo essere che viene alla nascita. In altre parole Gesù parla di un trauma che non lascia traccia alcuna, a differenza di quelli che possiamo subire e, in alcuni casi producono un condizionamento emotivo, caratteriale della persona come se si trattasse di una frattura mal guarita, una cicatrice o l’amputazione di un arto.

Terzo, che prosegue nei nostri versi, il chiedere “nel mio nome”: è un annuncio nuovo, rivoluzionario perché tanto i discepoli quanto tutti gli uomini dell’Antico Patto (e precedenti) erano abituati a rivolgersi direttamente al Dio che aveva promulgato la Legge attraverso Mosè; ricordiamo per la dispensazione della coscienza Genesi 4.26 “Anche a Set nacque un figlio, che chiamò Enos. A quel tempo si cominciò a invocare il nome del Signore”, Giobbe 30.28 “Avanzo con il volto scuro, senza conforto, nell’assemblea mi alzo per invocare aiuto” (Giobbe 30.28), Abrahamo che “invocò il nome del Signore” (Genesi 12.8), nella Legge Sansone, Samuele, Elia e tanti altri per arrivare agli esiliati di Babilonia in Geremia 29.12, “Voi mi invocherete e ricorrerete a me, e io vi risponderò”.

La preghiera degli uomini vissuti sotto la Legge, ma anche prima, è qualcosa che ho sempre visto come un’espressione della distanza fra ciò che è completamente umano (per quanto a Lui tendente) e ciò che è totalmente puro e assoluto nonostante sia stato sempre e solamente Dio Colui che si è chinato verso la sua creatura, l’abbia chiamata ed esaudita o punita in base al proprio comportamento. Nonostante tutti questi interventi quello che voglio dire è che, nel percorso tra la condizione limitata e limitante dell’uomo e la totalità perfetta e piena di YHWH mancava un punto intermedio, in un certo qual modo di contatto, un punto d’appoggio, un veicolo di comunicazione certo, una pausa, un ripetitore (per usare un termine radiotecnico) che superasse questa lontananza, distanza fra Dio e l’essere umano.

In radio, un ripetitore è un dispositivo che, quando si vogliono mettere in comunicazione due ricetrasmettitori posti a una distanza considerevole per cui il segnale trasmesso e ricevuto non arriverebbe, viene posto in un punto intermedio, lo riceve e lo ritrasmette in modo che possa arrivare all’apparecchio corrispondente per cui la comunicazione diventa possibile.

È già stato evidenziato che il primo, in termini di tempo, che lamentò ufficialmente la mancanza di un intermediario fra Dio e l’uomo fu Giobbe, che disse di Lui “Non è un uomo come me, che io possa rispondergli «Presentiamoci alla pari in giudizio», non c’è fra noi un arbitro che ponga la mano su noi due” (9.32,33) e tutto il Nuovo Testamento è basato su questo ruolo di mediatore di Gesù.

 

Ebbene, coi versi oggetto di meditazione nostro Signore parla della rivoluzione del rapporto fra chi crede in Lui ed il Padre dicendo “Queste cose ve le ho dette in modo velato”, cioè simbolico, facendo riferimento a quel linguaggio figurato che furono le parabole in adempimento “a ciò che era stato detto per bocca del profeta: «Aprirò la bocca on parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo»” (Salmo 78.2), per poi arrivare a quanto scritto dall’Apostolo Paolo: “Fra coloro che sono perfetti parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto, «quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di un uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a voi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito. Lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1° 2.6-10).

Per quanto ogni passaggio di questo passo possa venire esteso e sia suscettibile a studi, mi soffermerei su quel “ridotti al nulla” nel senso che “i dominatori di questo mondo” non sono solo quei capi politici più o meno assoluti che hanno fatto la storia umana, ma anche tutti quei filosofi più o meno importanti le cui teorie hanno costituito un attacco al cristianesimo per distruggerlo; di loro scomparirà il ricordo, polverizzato dalle manifestazioni di Dio. La “Sapienza di Dio”, infatti, sarà l’unica a sussistere cancellando tutte le altre, tutte confluenti in quella “terrena, carnale, diabolica” citata in Giacomo 3.15.

Di cosa significhi quel “ridotti al nulla” abbiamo l’esempio perfetto in Apocalisse 6.15, “Allora i re della terra, e i grandi, i comandanti e i potenti e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti”, per finire con 20.11 “scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé”: ecco l’avvento del nulla, “cieli e terra” con quanto contenevano, questo perché Colui che disse “Sia la luce” dando origine alla creazione sarà anche lo stesso che avrà il potere di distruggere il suo risultato, per lo meno quello più immediato visto in quella vita a termine che ogni creatura, indipendentemente dal genere, ha.

 

Abbiamo poi parole che hanno costituito un problema per molti, cioè “non vi dico che pregherò il Padre per voi”, che apparentemente contraddirebbero il Suo ruolo di mediatore: in realtà qui Gesù fa riferimento alla facoltà del credente di ricorrere direttamente al Padre a motivo della propria appartenenza al Figlio perché “Il Padre stesso vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio”. Ricordiamoci di quanto abbiamo letto in 14.21, “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”: abbiamo allora in noi questa duplice condizione perché da un lato abbiamo e avremo sempre bisogno di Lui in questa vita – ricordiamo le parole “Senza di me non potete far nulla” –, dall’altro, come membra del Suo Corpo, abbiamo quello spirito d’adozione attraverso il quale gridiamo “«Abbà, Padre»”. A gridare siamo noi, non Gesù, che lo ha già fatto quando era in carne e che resta comunque l’unica Via che conduce al Padre (Giovanni 14.6).

Nella frase “…perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio” vediamo come nessun cristiano possa utilizzare queste parole sostenendo di avere un merito perché non ha fatto altro che rispondere ad un invito e ad un amore che Dio ha manifestato per primo. Infatti “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima d’espiazione per i nostri peccati. (…) E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi – notare “in” e non “per” –. Dio è amore, chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1a Giovanni 4.10 e 16).

Infine abbiamo il verso 28, “Io sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre”: non sono tanto parole in risposta alla domanda “Signore, dove vai?”, ma un attestato della fine della Sua missione, una recapitulatio maxima come definita da qualcuno, perché sono parole che contengono un sommario di tutta quanta la Sua Opera redentrice, anzi di tutta la Sua storia dal tempo della sua preesistenza presso il Padre fino al Suo ritorno alla gloria nel cielo. Se Gesù venne sulla terra con lo scopo di ricondurre l’uomo a Dio, tornò in cielo perché l’uomo redento potesse venir reso perfetto dallo Spirito e preparato a dimorare in eterno nella casa del Padre. Abbiamo infatti quattro passaggi: nel primo la Sua missione (“Io sono uscito dal Padre”), poi la Sua incarnazione (“Son venuto nel mondo”), la Sua passione (“Io lascio il mondo”) e infine la Sua ascensione (“Io vado al Padre”).

E il quattro, numero del e per l’uomo, ancora una volta trova qui il suo riferimento più grande, nostro e gratuito. Amen.

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