17.50 – QUEL GIORNO (Giovanni 16.23,24)

17.50 – Quel giorno (Giovanni 16.23,24)

 

23Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.

 

Ci sono in questi versi tre interessanti periodi attraverso i quali sarebbero passati non solo i discepoli, ma anche tutti quelli che avrebbero fatto proprio il Vangelo. Il primo di questi è da individuare in “quel giorno”, riferito non al momento in cui Gesù avrebbe visto “di nuovo” i discepoli (v.22) dopo la Sua risurrezione, ma a quando li avrebbe riuniti a sé nel Regno. “Quel giorno” è riferito al “Giorno del Signore” che “verrà come un ladro di notte; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta” (2° Pietro 3.10), in cui i credenti saranno gli unici a sopravvivere perché destinati ad ereditare i “nuovi cieli e nuova terra nei quali abita la giustizia” (v.13); sarà allora che si concreterà la promessa “Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (Ezechiele 37.23; 37.27) citata dall’apostolo Paolo nella sua seconda lettera ai Corinti 6.16.

Nel “Non mi domanderete più nulla” abbiamo il riferimento a tutti quegli argomenti e domande irrisolti/e che da sempre si pongono tutti i credenti nella loro vita imperfetta, alle proprie necessità di varia natura, insomma a tutte quelle richieste che gli rivolgiamo perché, fino a quando vivremo nel mondo, ne avremo sempre bisogno. Il “popolo di Dio”, che vive in mezzo al mondo subendone in un modo o in un altro l’influenza, “Quel giorno” avrà come primo effetto il mutamento delle caratteristiche somatiche, chimiche e fisiche del proprio essere visto nella compatibilità con Lui. Infatti leggiamo “Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati. In un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Essi infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati“ (1° Corinti 15.51,52) a coronamento di quel percorso che, con fatica, avremo intrapreso nel nostro pellegrinaggio terreno.

Sono versi fondamentali sul nostro destino eterno: è bello considerare che nei versi citati l’Apostolo parla di “noi tutti” guardando ai componenti della Chiesa lungo i vari periodi storici, tanto coloro che si saranno addormentati – non morti – in Lui, quanto coloro che si troveranno ancora in vita al Suo ritorno (al rapimento e alla fine della “gran tribolazione” e a millennio concluso). La trasformazione di cui viene dato cenno equivale al passaggio del nostro corpo da quello di carne, che non può che ubbidire a tutte le realtà fisiche, chimiche e psichiche che lo caratterizzano, a quello spirituale esattamente come fu per Gesù risorto.

Sappiamo che alcuni profeti ebbero visioni di Lui, ma anche notevoli turbamenti consci della loro condizione imperfetta. Giovanni stesso, nel libro dell’Apocalisse, ne dà testimonianza e nella sua prima lettera, scritta attorno all’anno 100 quindi dopo di lei, scrive: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è ancora stato rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato – ricordiamo le parole “Vi vedrò di nuovo” – noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è” (1° 3.2).

Si tratta di un confine che oltrepasseremo non certo per nostri meriti, ma perché “quelli che da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Romani 8.29,30). Il cristiano allora è stato “da sempre conosciuto” e qui abbiamo il “libro della vita” il cui nome è stato scritto “fin dalla fondazione del mondo”, quindi prima della sua creazione. Eravamo allora nella mente di Dio dall’eternità e quando disse “Sia la luce” era presente anche il nome di tutti i salvati.

Il “trasformati” di cui abbiamo letto significa anche questo e ciò implica una partenza (con l’accettazione del Vangelo e la conversione) e un arrivo: infatti “Come eravamo simili – esteriormente – all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità” (1° Corinti 15.49,50). Anche questa è creazione perché tanto la vita non avrebbe mai potuto originarsi dagli elementi inanimati presenti (la “terra informe e deserta”), allo stesso modo la “carne e il sangue”, vivi eppure inanimati da un punto di vista spirituale, non avrebbero mai potuto “ereditare il regno di Dio”, principio esposto come sappiamo a Nicodemo con le parole “Ciò che è nato dalla carne è carne, ciò che è nato dallo Spirito è spirito” (Giovanni 3.6).

Penso a quanto tutto questo sia distante dalla realtà che tutti noi viviamo quotidianamente e alla lotta che intraprendiamo ogni giorno per non rimanere invischiati in essa; lo stesso Apostolo insiste, in Filippesi 3.20, sul fatto che “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore – che ci ha salvati fin da ora, pur essendo soggetti a passioni e travagli come gli altri uomini – il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro corpo misero per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”. Ecco perché leggiamo che non abbiamo “ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma lo spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo «Abbà, Padre»” (Romani 8.15), parola di origine siriaca usata dai bambini per chiamare il loro padre e che Gesù stesso, come vedremo, impiegherà come esordio nella sua preghiera nell’orto, quando chiederà che il calice che avrebbe dovuto assumere, se possibile, oltrepassasse da Lui (Marco 14.36).

È “lo spirito che rende figli adottivi” che consente tutto questo, non quello della Legge che, al contrario di quello di Cristo, era improntato fondamentalmente al timore; infatti “Per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, benché sia padrone di tutto, ma dipende da tutori e amministratori fino al termine prestabilito dal padre. Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio – non un profeta –, nato di donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto di essa, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida «Abbà, Padre». Quindi non sei più schiavo, ma figli e, se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Galati 4.1-7).

Dobbiamo però chiederci perché, in tutti i versi in cui compare “Abbà Padre”, abbiamo sempre il verbo “gridare”, che a tutto allude tranne a un mormorio o comunque a qualcosa di sommesso. Tra l’altro le parole e i verbi greci, che abbiamo visto avere sempre significati diversi consentendoci di ampliare la nostra visuale, qui fanno eccezione perché qui ne è utilizzato uno che ne ha uno solo. In italiano “gridare” è spiegato con “Alzare molto la voce per farsi sentire o per fare rumore o per sfogare l’eccitazione dell’animo o invocare qualcuno comunque a voce alta”: non trovo altra motivazione in questo verbo se non in un metodo interiore che trova la sua origine nel principio espresso dal Salmo 121: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è come l’ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre”.

Nella domanda “da dove mi verrà l’aiuto?” leggiamo sì una ricerca, ma anche la limitatezza dell’ausilio umano rispetto a quello di Dio, il solo a poter risolvere nel momento in cui quello materiale, che possiamo sempre cercare nel nostro simile o in noi stessi, è impotente a sostenere o a intervenire. Ed è lì, quando il grido «Abbà, Padre» trova accoglimento, che può diffondersi la lode e il riconoscere il Suo intervento.

È interessante notare che questo di questo Salmo non è indicato espressamente l’autore per cui potremmo definirlo universale nel senso che riporta l’esperienza di colui che scrive, ma al tempo stesso di tutti, dichiarando così che non esiste essere umano che non abbia bisogno dell’intervento di Dio che va sempre oltre le aspettative della creatura che in Lui confida. D’altro canto il precedente Salmo al primo verso recita “Nella mia angoscia ho gridato al Signore, ed egli mi ha risposto”.

E torniamo così alle parole di Gesù, “quel giorno non mi chiederete più nulla”: cesserà ogni richiesta. “Non vi sarà più maledizione. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello: i suoi servi lo adoreranno; vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli” (Apocalisse 22.3-5).

 

A questo punto, torniamo al nostro testo che contiene un’apertura nuova vista nel chiedere al Padre nel Nome di Gesù, azione fino ad allora sconosciuta: se non vi è altro Nome per il quale gli uomini abbiano ad essere salvati, non esiste altro intercessore. Chiedere nel Suo Nome significa tanto rivendicare l’appartenenza a Lui e quindi al Padre, quando portare la responsabilità delle richieste che Gli vengono presentate, pena l’infrazione al terzo comandamento, “Non pronuncerai il nome del Signore tuo Dio invano, perché il Signore tuo Dio non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano” (Esodo 20.7). La preghiera deve infatti essere responsabile perché si concretizzi Romani 15.13 “Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo”. Amen.

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14.09 – I PUBBLICANI E I PECCATORI ASCOLTANO GESÙ (Luca 15.1,2)

14.09 – I pubblicani e i peccatori ascoltano Gesù (Luca 15.1,2)

 

 

1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

 

Il capitolo 15 di Luca è dedicato al tema del recupero del peccatore attraverso tre parabole: la pecora smarrita, la moneta perduta e il figlio prodigo, ciascuna delle quali si occupa di un aspetto dell’opera di Gesù e di come viene considerato l’uomo da Lui e dal Padre. L’antefatto è simile a quello narrato da Matteo in 9.10-13 che ricordiamo: “Mentre sedeva a tavola nella casa – quella di Matteo che aveva dato un convito per dare l’addio alla sua professione – sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia assieme ai pubblicani e peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: «Misericordia io voglio e non sacrifici». Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori»”.

Lo scenario offertoci da Luca è simile a quello di Matteo anche se, nel suo caso, i “pubblicani e i peccatori” si raccolgono per un profondo interesse sugli insegnamenti di Gesù. Per inquadrare correttamente la scena va specificato che quel “tutti” del verso 1 non vuole comprendere la totalità dei pubblicani e peccatori presenti in città (non ci viene detto quale), ma quelli tra la folla: saputo della Sua presenza, chi di loro era in zona accorse per ascoltarlo e “si avvicinavano a lui”, provocando per reazione il ritrarsi dei farisei e degli scribi che, scandalizzati, Lo accusarono di accogliere i peccatori e mangiare con loro. Sappiamo che era l’esatto contrario che quelle persone facevano nei confronti del loro prossimo, che disprezzavano e dal quale si tenevano accuratamente separati.

Ora, prima di esaminare le tre parabole, credo sia giusto soffermarsi sull’azione dell’ascoltare, verbo che oggi ha perso molto del suo significato originale. In un mondo in cui ciò che è importante è apparire, andare veloci, intuire anziché elaborare, avere una vaga idea di qualcosa (ed è anche troppo), riempire il proprio tempo non importa con cosa ma basta che sia, riesce difficile pensare che l’ascolto coinvolga tutta la persona perché si tratta di un’arte che richiede sforzo. Il vero ascolto si basa attraverso l’analisi, il voler ricordare, è prendere appunti utilizzando la mente come quaderno, è elaborare, mettere da parte alcuni dati per analizzarli immediatamente o dopo a seconda della loro complessità.

Il verso 1 del nostro passo parla dei “pubblicani e peccatori” che “si avvicinarono a lui per ascoltarlo”, non per parlargli, evidentemente ritenendo quanto avevano da dirgli qualcosa di secondario rispetto agli insegnamenti che avrebbero potuto ricevere. Erano lì, consapevoli dell’importanza del personaggio che avevano davanti, che non mandava via nessuno realizzandosi nell’essere servo. Non abbiamo problemi a identificare i pubblicani, riscossori di tasse e tributi per il governo di Roma, ma i “peccatori”? Era un termine che si riferiva a persone che non avevano buona fama, individui che notoriamente trasgredivano la Legge morale o cerimoniale per cui, agli occhi dei farisei e loro accoliti, erano considerati al livello più basso della popolazione che già mal sopportavano. Ebbene queste persone, consapevoli del loro stato, evitate dagli altri, vengono e ascoltano.

L’ascolto è un’azione, una scelta consigliata nei confronti di Dio che porta conseguenze precise: “Sì, lo smarrimento degli inesperti li ucciderà e la spensieratezza degli sciocchi li farà perire; ma chi ascolta me vivrà in pace e sarà sicuro senza temere alcun male” (Proverbi 1.32,33); “Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte – per tendere l’orecchio qualora giunga un ordine –, per custodire gli stipiti della mia soglia. Infatti, chi trova me trova la vita e ottiene il favore del Signore; ma chi pecca contro di me fa male a se stesso: quanti mi odiano amano la morte” (8.34). In questo caso, allora, i “pubblicani e i peccatori” compiono il primo passo verso la loro salvezza.

L’ascolto è l’unico mezzo per imparare ed essere in grado di esprimere pensieri appropriati (21.28) “Il falso testimone perirà, ma chi ascolta potrà parlare sempre”), e, se si tratta delle parole di Dio, porta a una conoscenza reciproca che non potrà portare che benefici: “Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido” (Salmo 40.1). Ancora, Salmo 66.18,19: “Se nel mio cuore avessi cercato il male, il Signore non mi avrebbe ascoltato. Ma Dio ha ascoltato, si è fatto attento alla voce della mia preghiera”. Cercavano quindi una relazione con Gesù quelle persone? Forse rispondere affermativamente è azzardato, ma nei due versi dei Salmi citati è chiaro che l’ascolto della Paola di Dio, certo con l’intenzione di identificarsi in lei e metterla in pratica, porta a quello di Dio nei confronti dell’uomo. Si tratta di una relazione reciproca che si instaura.

L’ascolto è infatti il modo migliore per ottenere, è un aspetto della rinuncia a se stessi: “Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicìnati per ascoltare piuttosto che offrire sacrifici, come fanno gli stolti, i quali non sanno di fare del male” (Ecclesiaste 4.17) dove “ascoltare” e “offrire sacrifici” sono la descrizione di ciò che abita nel cuore dell’uomo: chi si mette all’ascolto di Dio sa di avere solo da imparare, che dovrà accogliere quanto gli verrà detto; chi offre sacrifici porta del suo, adempie a una regola, può farlo anche svogliatamente, sbadatamente perché si tratta di una formalità da adempiere esattamente come fanno oggi quei cristiani che frequentano la Chiesa soltanto la domenica e vivono tutti gli altri giorni come se Dio non esistesse. Entrano in un luogo e ne escono esattamente come prima, nulla è cambiato in loro; al limite, si ritengono soddisfatti di avere adempiuto a un precetto o a un’usanza.

Torniamo un attimo sul nostro versetto 1: Luca scrive che “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”, ma non che, a un certo punto come avvenne con altre persone, si allontanarono da lui scandalizzati, quindi costituiscono un esempio. Non si dice che si convertirono, ma è talmente grande il divario tra il loro comportamento e quello dei farisei da non porli in opposizione a Gesù. Si è parlato dell’ascolto, ma non del suo contrario, l’indifferenza, il proseguire per la propria strada, l’ostinato rifiuto dell’appello al ravvedimento.

Così leggiamo in 2 Re 17.12-14: “…servirono gli idoli dei quali il Signore aveva detto: «Non farete una cosa simile!». Eppure il Signore, per mezzo di tutti i suoi profeti e dei veggenti, aveva ordinato a Israele e a Giuda: «Convertitevi dalle vostre vie malvagie e osservate i miei comandi e i miei decreti secondo tutta la legge che io ho prescritto ai vostri padri e che ho trasmesso a voi per mezzo dei miei servi, i profeti». Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore, loro Dio”.

Ecco, qui abbiamo la descrizione di comportamenti assurdi da parte del popolo: idolatria, percorrere vie diverse da quelle indicate loro, non ascoltare e infine non credere. Potremmo definirli peccati, eppure Geremia 11.19 Iddio dice “Ma è proprio me che offendono, o non piuttosto se stessi, a loro stessa vergogna?”. Al verso 24 “Essi non ascoltarono né prestarono orecchio alla mia parola; anzi, procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio e, invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle”.

Il non ascolto della parola di Dio quindi porta alla rovina che, nell’immediato per Israele di allora, si caratterizzava con eventi negativi ad alta sofferenza se non mortali, ma per l’uomo d’oggi si concreta nell’esclusione dal Regno.

I farisei, gli scribi, i rettori del popolo, avevano la possibilità di ascoltare il Figlio di Dio, come dalla voce dal cielo “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Matteo 3.17) e non lo fecero tranne alcuni di loro che rimasero nell’ombra, ma al loro posto ecco arrivare davvero gli ultimi, magari non per povertà, ma certo per disprezzo.

Il non ascolto porta infatti a prestare attenzione a particolari irrilevanti per una corretta visione, se non dei dettagli, almeno d’insieme che è quella che poi conta per determinare il dunque della persona: il verso 2, “I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»”, non contiene alcun riferimento alle parole che Gesù diceva a tutti, farisei e scribi compresi: le tre parabole furono rivolte anche a loro, non solo ai “pubblicani e ai peccatori” che, ascoltando nel vero senso della parola, avranno capito che non esiste errore e peccato tanto grande da non venire perdonato e che il destino del peccatore, qualora lo voglia davvero, non è quello di “bruciare all’inferno”, ma quello di trovare accoglimento e perdóno. Tutta quella gente raccoltasi attorno a Gesù, stava considerando seriamente se non era il caso di cambiare vita, tornare indietro, diventare membri della famiglia di Dio.

Guardando ai verbi del secondo versetto vediamo il primo, “mormorare”, cioè per l’originale greco “ad alta voce, in crocchi, fra loro”. Anche qui si circondano di un muro ideale e fanno corporativismo facendo leva sul loro stile di vita che ritenevano puro per giudicare chi non potevano, rendendosi in tal modo simili a tutti coloro che, facendo leva sulla loro morale ridotta e su principi assolutamente personali, da sempre si sentono autorizzati a giudicare il loro prossimo senza mai preoccuparsi della loro coerenza.

Il secondo verbo è “dire”. Quando una persona “dice” qualcosa è sempre per esprimere il proprio pensiero o ciò che ha acquisito. Qui possiamo andare a Matteo 12.34 quando, parlando proprio a quella categoria di persone, Gesù così si espresse: “Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.

Gli ultimi due verbi sono “accogliere” e “mangiare”: il primo significa “ricevere presso di sé, ammettere nel proprio gruppo”, quindi non innalzare barriere. Gesù non mandò via i pubblicani dimostrando di non aderire all’orgoglio nazionale e neppure gridò contro “i peccatori” dando per scontato che la loro posizione fosse di impedimento a venire salvati. Quelle due categorie di persone non andavano a lui per curiosità o per vedere qualche miracolo, ma “per ascoltarlo” e questo faceva di loro persone degne di essere accolte. Il “mangiare” poi è qualcosa che non necessariamente si verificò quel giorno, ma può essere una reminiscenza del convito dato da Levi Matteo, quando fu mossa a Gesù un’identica accusa e fu tramandata stante, per gli scribi e farisei, la sua gravità.

Mangiare con qualcuno, infatti, era sinonimo di familiarità, soprattutto condivisione e identificazione. E Gesù si identificò col peccatore, ma non col peccato, cosa che solo Lui poteva fare. Ricordiamo infatti 1 Corinti 5.11: “Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro: con questi tali non dovete neanche mangiare insieme”.

Concludendo, penso a quei pubblicani e peccatori che, accostandosi a Lui per ascoltarlo, fecero il primo, importante passo per il loro destino spirituale; il loro sarebbe stato un ascolto che avrebbe portato a una scelta che difficilmente non si sarebbe verificata, quella dell’accoglienza Sua secondo Giovanni 1.12, “A quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Amen.

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