17.39 – L’AMORE PIÙ GRANDE (Giovanni 15.12,13)

17.39 – L’amore più grande (Giovanni 15.12,13)

 

12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

 

Il comandamento dell’amore trova in questa seconda ripetizione ulteriori elementi di sviluppo. Ricordiamo che la cena pasquale appena conclusasi costituì per Gesù l’ultima occasione per istruire i Suoi prima della Passione e non tralasciò nulla perché quell’intervallo di tempo potesse essere trascorso dagli Undici nel modo migliore possibile: conscio della realtà in cui si trovavano, ancora privi dell’assistenza del Consolatore, l’unico modo possibile perché non cadessero nello sconforto e in quel senso di cieco abbandono che avrebbe provato chiunque, nostro Signore sapeva benissimo che doveva instillare in loro, se non la comprensione delle Sue parole, quel ricordo che li avrebbe posti nelle condizioni di non soccombere.

Ecco allora che, parlando del comandamento che lascia, questa volta ne approfondisce le dinamiche: quando lavò i piedi ai Dodici disse “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto con voi” (cioè l’amore praticato col perdóno e la prevenzione, Giovanni 13.15), poi diede in’istituzione chiara e inequivocabile con le parole “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (13.34). Torna dunque il “come io ho amato voi”, paragone che nessuno di loro poteva ritenere esagerato, avendo dato se stesso con un’assistenza e un’istruzione continua, senza mai negarsi fino alla morte di croce. Ecco perché tempo fa abbiamo letto “…avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (13.1), che ci rende l’idea di quanto incessante fosse questa pratica che, nel Suo caso, fu totale non solo per quanto provato interiormente, ma anche dimostrato con i fatti.

L’amarsi “gli uni gli altri” va oltre quel comandamento già promulgato e che gli ebrei conoscevano molto bene, quello di Levitico 19.18 (“Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso”): si tratta di un passo di cui Gesù stesso parlò sviluppandolo (Matteo 19.19; Luca 6.27-35) giungendo a dire a quel dottore della Legge che gli chiedeva quale fosse “il grande comandamento”, “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il primo, grande comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Matteo 22.36-40). Il comandamento dell’amore di cui parla Gesù ai Suoi è qui portato ai massimi livelli perché è Lui stesso a porsi come esempio e riferimento lasciando un messaggio che si in un certo senso provvisorio perché che non aveva ancora offerto se stesso in sacrificio come farà di lì a poche ore; ecco perché, in quella stessa sera, lo ripete qui per la seconda volta su tre. Il 2 è numero particolare perché indica collaborazione e opposizione al tempo stesso nel senso che siamo liberi di praticarlo oppure no, con tutte le conseguenze del caso. C’è poi una terza volta in cui abbiamo lo stesso comandamento, al verso 17 del nostro stesso capitolo.

Anche nelle parole “gli uni gli altri” abbiamo lo stesso numero, il due, e il riferimento è ad altrettanti soggetti precisi nel senso che tanto “gli uni” quando “gli altri” possono esistere da soli, ascoltando loro stessi, o confrontarsi, diventare “una cosa sola” nonostante apparentemente non la siano, come leggiamo nella preghiera sacerdotale che esamineremo in cui Gesù chiede al Padre che “…tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (17.21,22).

L’amore che intercorre fra “gli uni” e “gli altri”, allora, è un miracolo possibile nel momento in cui dimentichiamo noi stessi, le nostre rivendicazioni carnali, le stesse che, se ritardano di molto il nostro cammino spirituale, costituiscono un impedimento alla comunione fraterna innalzando mura che possono diventare davvero invalicabili perché più ne si costruisce e più ci si sente al sicuro, ma si tratta di opere della carne che ha “desideri contrari allo spirito” come “lo spirito ha desideri contrari alla carne. Mediante l’amore, invece, voi siete a servizio gli uni degli altri” (Galati 5.17 e 13). È degno di nota rilevare che, parlando dei frutti della carne, sempre in questa epistola l’Apostolo, accanto all’impurità e alla dissolutezza, pone sullo stesso livello “discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni e invidie” (v.19-21). Teniamo presente che il muro è una barriera che possiamo costruire per difenderci dagli altri, ma così non facciamo altro che murare noi stessi, rendendoci ancora di più prigionieri delle nostre persone.

“Gli uni” e “gli altri” allora non sono chiamati a tacitare sentimenti contrari, sempre pronti ad emergere ad ogni occasione propizia, ma a risolverli proprio perché la Chiesa non è e non può essere un partito politico in cui si simula il perseguimento di un falso obiettivo comune, ma una struttura basata sul responsabile cammino verticale dei suoi membri. L’amore, come già rilevato, non è un sentimento di benevolenza, ma è immedesimazione, uscire da noi stessi e dal nostro metro di giudizio per entrare nella realtà dell’altro, alla luce della Parola di Dio. E infatti lo stesso autore del passo in esame scrive in proposito: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama, rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1° Giovanni 3.14).

Il verso oggetto di meditazione, quindi, ci presenta la realtà del rapporto fraterno, che non può avere limiti perché l’amore non li conosce e Gesù non ha avuto un solo momento in cui non si è dato; caso mai sono stati gli uomini stessi, con le loro presunzioni, la loro carnalità e mancanza di fede, ad impedirgli di operare per il loro bene spirituale e materiale. Caso mai sono i credenti che, chiusi in loro stessi, vorrebbero un rapporto egoistico e di privilegio con Dio tenendo lontano il loro prossimo ed ecco allora che le riunioni di Chiesa, invece di essere costituite da tante persone che formano una cosa sola, si caratterizzano con individui che si presentano e restano come tante isole immobili, magari capaci anche di comunicare con un saluto, ma comunque distanti. Fratelli nella teoria, ma non nella pratica. E questo avviene perché ciascuno cerca comunque una propria affermazione personale, su di sé o sugli altri non importa.

“Amatevi gli uni gli altri”. Credo che, senza l’intervento dello Spirito, sia un comandamento dalla realizzazione inconseguibile perché portiamo dentro di noi il bagaglio storico dell’uomo vecchio, da sempre abituato a difendersi dall’altro: chi è così non ascolta, quando un suo simile gli parla vuole portare avanti le sue idee e convincere l’altro del contrario, si ritiene esclusivo proprietario di ciò che è suo, le sue azioni sono sempre improntate alla difesa, ma l’uomo nuovo, quello rigenerato dal sacrificio di Cristo, è l’esatto contrario. Ecco allora che l’amore “gli uni” per “gli altri” è possibile solo nella misura in cui esiste l’amore per chi ci ha salvati, la consapevolezza di quello che abbiamo ricevuto da un Dio che ha dato per primo e continua a donare non ciò che vogliamo, ma ciò che ci serve. L’uomo naturare vuole solamente, non dà nulla, è miope nel suo esistere.

La realizzazione dell’amarsi reciprocamente è sotto questo aspetto inconseguibile e rimane fino a quando non si rivolge lo sguardo verso l’alto, “fisso a colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Ebrei 12.2), dove la fissità ci parla di concentrazione, fermezza, esclusione di tutto ciò che è estraneo. È Il rifiuto dell’interferenza che, prima che dagli altri, proviene da noi.

In Matteo 16.24 leggiamo “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”: la rinuncia di cui parla non è tanto agli averi, ma a tutta quell’immagine che la persona ha di sé, le sue presunzioni, la propria sapienza carnale, i desideri e gli affetti atti a intralciare il cammino con Lui. Nel “mi segua” troviamo la ragione della rinuncia perché non la si attua per un ideale generico, ma per aderire a Colui che tutto sa e può e, soprattutto, ci conosce più di qualunque altro, procura un’identità reciproca, sostiene.

Ecco allora che, quando un fratello incontra un altro fratello, se dimora nell’amore di Dio, non potrà non amare l’altro allo stesso modo e il “come io ho amato voi” potrà attuarsi; è lo stesso meccanismo del servire, del farsi ultimo, nel non aspirare alle cose alte per accomodarsi a quelle basse, dell’essere fedele nel poco. È l’orgoglio che porta molti ad occupare posti nella Chiesa che Dio non gli ha dato e a procurare gravi danni spirituali, primo fra tutti l’assoluta mancanza di edificazione dell’altro.

A questo punto Gesù, col verso 13, introduce un cambiamento, una nuova identità dei credenti che esamineremo nella prossima riflessione, “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Certo gli “amici” in senso stretto erano gli Undici, ma anche tutti coloro che lo avevano seguito, come la totalità degli uomini e donne che avrebbero creduto in Lui in ogni tempo, ricordando che nella Sua preghiera sacerdotale dirà “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, perché tutti siano una sola cosa” (17.20). Ciò che è gratificante per tutti è che l’amicizia di nostro Signore esisteva potenzialmente anche a quando ancora non lo conoscevamo, ma i nostri nomi erano scritti nel libro della vita pur non essendo ancora nulla; anche se è un verso che conosciamo, credo sia importante riproporlo: “Quando eravamo ancora senza forze – cioè incapaci a districarci nei labirinti del peccato in cui sostavamo con il corpo e con la mente –, nel tempo stabilito, Cristo morì per gli empi – non le persone “buone” –. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5.6-8).

“Come io ho amato voi” trova il suo corrispettivo in 1 Giovanni 3.16: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”, dove questo “dare” si riferisce non all’immolare la propria persona, ma tutto ciò che riteniamo nostro. Infatti il verso successivo spiega molto bene il concetto: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?”. Ancora una volta, il termine “vita” è da leggersi quindi nel senso orizzontale del termine, come nell’assioma “chi avrà voluto salvare la propria vita, la perderà” (Matteo 16.24) dove il riferimento è, appunto, a ciò che riteniamo nostro. E Gesù prese “forma di servo”, dando ancora una volta l’esempio. Amen.

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