12.19 – ABRAMO PER PADRE II/IV (Giovanni 8.39-41)

12.19 – Abramo per padre 2 (Giovanni 8.39-41)

           

39Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. 40Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. 41Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!».

 

Prima di passare a considerare gli altri episodi della vita di Abramo, proviamo a riassumere il significato di quelli accennati nello scorso capitolo:

1) Fu preso dalla condizione di ignoranza in cui viveva. Di Dio aveva una vaga opinione e mai avrebbe pensato, un giorno, che Lo avrebbe incontrato. Fu quindi oggetto di un intervento, fu chiamato così com’era e venne fatto oggetto di rivelazioni particolari senza fare nulla perché ciò si verificasse, per quanto dovette dare il suo benestare e così avvenne. L’apostolo Paolo scrive infatti in Romani 4.1-3 “Che diremo dunque di Abrahamo, nostro progenitore secondo la carne? Che cosa ha ottenuto? Se infatti Abrahamo è stato giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non davanti a Dio. Ora, che cosa dice la Scrittura? Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia”. La prima caratteristica di questo personaggio fu quindi non quella di avere delle qualità particolari, ma di essere stato scelto ed aver creduto, fattori che posero le premesse perché agisse secondo la volontà di Dio.

2) Acconsentendo di abbandonare Carran, territorio in cui era nato e cresciuto, per la destinazione che gli venne indicata, il Paese di Canaan, dimostrò di ritenere le promesse che gli furono rivolte infinitamente migliori rispetto alla vita che conduceva, presumo tranquillamente, in quella città. Abramo accettò di cambiare radicalmente la sua esistenza sulle parole “Io farò di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione”, cioè coinvolsero il futuro e non un presente tangibile al di là della voce udita, così particolare rispetto alle altre.

3) Non fu mai lasciato solo nemmeno quando, per salvarsi la vita senza consultarsi con YHWH, preferì sottoporre la propria moglie Sarai alla contaminazione col Faraone e al rischio di fare altrettanto con Abimelek. Ho scritto “contaminazione” e non “adulterio” stante la particolarità del periodo storico.

4) Pur non pienamente consapevole di quanto avveniva, incontrò Melchidedec e quindi ebbe un contatto dal fortissimo valore simbolico con l’Artefice della Grazia, rifiutando qualunque contatto con le ricchezze che poteva donargli il re di Sodoma, dimostrando di tenere nella corretta considerazione ciò che era il dare a Dio e il ricevere dall’uomo. Ciò avvenne una volta liberato Lot e la sua gente con “i suoi uomini esperti nelle armi, schiavi nati nella sua casa, in numero di trecentodiciotto”(14.14). Si tratta di una cifra particolare che troviamo solo qui, simbolicamente importante perché ottenuta moltiplicando il 100+6×3, quindi 10×10 (il compimento pieno) più il 6, numero dell’uomo moltiplicato per la triade divina. Se questo numero non fosse stato importante, l’autore del libro della Genesi non lo avrebbe certo annotato.

5) Non solo credette alla promessa secondo la quale sarebbe diventato una grande nazione, ma ancor di più nel fatto che avrebbe avuto un figlio nonostante fosse in età molto avanzata, come la moglie: credette cioè nell’umanamente impossibile, conscio che quanto gli veniva prospettato era parola di Dio e fu questo che lo portò a venire considerato giusto.

 

Il nuovo episodio che possiamo aggiungere si trova in 15.7-17, qui non trascritto per evitare di appesantire lo spazio a disposizione, che andrebbe comunque letto: la prima osservazione la possiamo fare sul sacrificio in cui sono citati tutti gli animali che saranno poi richiesti nei sacrifici nella dispensazione della Legge, tanto quelli offerti dai ricchi che dai poveri: la giovenca, la capra, l’ariete, tutti di tre anni, la tortora e il piccione. Anche se lo abbiamo accennato in un precedente capitolo, è importante l’intervento degli uccelli al verso 11, che scesero su quei corpi morti, ma furono scacciati da Abramo, episodio che conferma il fatto secondo cui l’Avversario si può servire di qualunque elemento, umano oppure no, per distogliere la persona dalla comunione e dalla preghiera con Dio. Infine abbiamo la visione riportata al verso 17, “Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi”, in cui possiamo discernere la maestà del Dio che passa vagliando quanto fatto dall’uomo, in questo caso approvando ciò che era avvenuto sia quanto alla forma che, soprattutto, al contenuto. Abramo fece ciò che gli era stato ordinato senza nulla aggiungere né togliere, capendo che così firmava il suo patto con l’Eterno Iddio. Inoltre, quella manifestazione fu la risposta alla sua domanda “Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò possesso?”riferito alla terra promessa.

 

Seguendo la cronologia degli avvenimenti giungiamo alla nascita di Ismaele, avuto dalla serva di Sarai, l’egiziana Agar, narrato al capitolo 16. Si tratta di un passo importante prima di tutto perché Sarai indusse il marito ad infrangere il comandamento originario sul matrimonio, “perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla propria moglie, e i due saranno una sola carne”(2.24) nonostante a quel tempo il concubinato fosse tollerato, ma mai praticato da Adamo fino ad allora per quanto riguarda le generazioni fedeli aYHWH. In pratica avvenne che Sarai, sapendo che il marito aspettava il realizzarsi della promessa di Dio in base alla quale avrebbe avuto un erede, lo indusse all’unione con la sua serva, fra l’altro di etnia diversa. La stessa cosa farà Rachele con Isacco: “«Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, partorisca sulle mie ginocchia cosicché, per mezzo di lei, abbia anch’io una mia prole». Così ella gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei”(30.3,4). Notiamo inoltre che il testo di 16.2 mette in risalto l’errore di Abramo, quando scrive che “ascoltò l’invito di Sarai”, che ci rimanda immediatamente alla condanna di Eden: “All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato (…) maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai”(3.17-19). Il nato da Agar fu chiamato Ismaele per espresso ordine dell’angelo del Signore in 16.11, cioè “Iddio esaudisce”, quando Abramo aveva 86 anni, essendo considerato suo figlio anche da Dio cui riservò delle benedizioni, ma con uno sviluppo diverso.

È scritto che “Dio fu con il fanciullo– Ismaele –  che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco”(21.20), ma soprattutto ebbe un ruolo di antagonista proprio nei confronti della discendenza effettiva di Abramo; queste infatti furono le parole dell’Angelo del Signore ad Agar: «Ecco, sei incinta: partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele, perché il Signore ha udito il tuo lamento. Egli sarà un uomo simile ad un asino selvatico; la sua mano sarà conto tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà in fronte ai suoi fratelli”(16.11,12). Precisazione doverosa: “sarà come”è riferito al fatto che darà inizio ad una progenie fiera e rozza, senza essere in grado di intrattenere relazioni civili coi popoli a lui vicini, anzi dando luogo a contese e guerre continue. Non è infatti possibile addomesticare l’asino selvatico: “Chi lascia libero l’asino selvatico e ne scioglie i legami? Io gli ho dato come casa il deserto– e Ismaele vi abiterà – e per dimora la terra salmastra”(Giobbe 39.5).

Tornando alla nascita di Ismaele, così la commenta l’apostolo Paolo in chiave spirituale e simbolica, citando anche Isacco: “Sta scritto che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. Ora queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar. Il Sinai è un monte dell’Arabia; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava, insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi”(Galati 4.22-26).

 

Un dato significativo, già rilevato in un altro capitolo, lo abbiamo nei tredici anni di silenzio fra la nascita dei due figli di Abramo, in cui nulla avvenne tra lui e Dio. Anche qui a parlare sono i numeri: non il primo (86) che, comunque lo si tratti, non dà nulla di significativo, ma il secondo (99), quello dell’annuncio e della circoncisione, cui manca un’unità per arrivare al cento compiuti quando nacque Isacco (21.5). Ai novantanove abbiamo l’alleanza in cui fu stabilita la circoncisione, da osservare “di generazione in generazione”per tutti: “Dev’essere circonciso chi è nato in casa, sia quello comprato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe”(17.13). Ai novantanove abbiamo anche il cambiamento del nome, da Abramo in Abrahamo, “padre di una moltitudine di nazioni”(v.5) in cui vediamo tutti, sia israeliti che pagani convertiti secondo Romani 4. 11: “Egli divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia ed egli fosse padre anche dei circoncisi”.

 

Per ora, credo sia giusto fermarsi qui anche per la complessità degli argomenti trattati, non senza sottolineare ancora una volta, raccordandoci alla situazione del tempo di Gesù, quanto fosse distante da Lui la posizione spirituale dei Giudei che non avevano capito il significato reale della circoncisione, ritenendolo un segno sufficiente a qualificare il popolo di Dio e ritenersi superiori agli altri, dimenticando Deuteronomio 30.6: “Il Signore, tuo Dio, circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu possa amare il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima e viva”. Ricordiamo anche Geremia 4.4 “Circoncidetevi per il Signore, circoncidete il vostro cuore, uomini di Giuda e abitanti di Gerusalemme, perché la mia ira non divampi come fuoco e non bruci senza che alcuno la possa spegnere, a causa delle vostre azioni perverse”.

Ancora una volta, fare “le opere di Abrahamo”si riferisce ad una condizione di spirito, preclusa ai Giudei che guardavano la superficialità della lettera: Abrahamo era loro padre in quanto da lui discendevano e, nell’apparenza, così era anche perché portavano nel loro corpo il segno della circoncisione appartenente a un’alleanza ormai destinata a divenire obsoleta. Quei Giudei non erano in grado ci compiere però né le “opere” di Abramo, né quelle di Abrahamo.

* * * * *

 

12.18 – ABRAMO PER PADRE I/IV (Giovanni 8.39-41)

12.18 – Abramo per padre 1 (Giovanni 8.39-41)

39Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. 40Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. 41Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!».

Credo che, per capire questi versi, sia necessario raccordarci a quelli precedenti, affrontati nello scorso capitolo, e vari approfondimenti. Ricordiamo il testo già esaminato da 31 a 38: “Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abrahamo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire «Diventerete liberi»?. Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abrahamo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro”.

A proposito del nome di Abrahamo, si noti che lo riporto con la “h” intermedia anziché, come in molte versioni moderne, senza di essa. Queste distinguono fra “Abram”e “Abramo”a seconda del momento storico in cui si parla di lui. Questa versione però, pur agevole a leggersi, non è corretta perché non riproduce il testo quando Iddio stesso cambiò nome da “Abramo”, cioè “Padre grande”, in “Abrahamo”, “Padre di una moltitudine” (Genesi 17.4,5): “Quanto a me ecco, la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abramo, ma ti chiamerai Abrahamo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò”.

Ora quando si parla di lui viene sempre alla mente la sua fede, i passi del Nuovo Testamento che lo nominano, il sacrificio di Isacco e le promesse che ebbe da Dio e questo, di per sé, è sufficiente per capire le parole di Gesù “Se foste figli di Abrahamo, fareste le opere di Abrahamo”, ma vale la pena di allargare un poco il discorso su di lui, perché la sua storia non si limitò a questi episodi, ma implica molto altro.

Di Abramo abbiamo la genealogia in Genesi 11.10-26 dalla quale risulta essere discendente di Sem, primogenito di Noè, cui fu riservata la benedizione “Benedetto sia il Signore, il Dio di Sem, e sia Canaan suo servo”(9.26), quindi apparteneva alla stirpe di coloro che avrebbero ereditato le promesse di assistenza e doni da parte di YHWH. Di Jafet è detto che avrebbe abitato “nei tabernacoli di Sem”,promessa quindi di una esperienza futura con Dio. Abramo, nella genealogia citata, occupa il decimo posto, il numero della completezza e dell’azione; da lui infatti si può dire che parta una storia nuova, quella che porterà in breve tempo, biblicamente parlando, alle dodici tribù di Israele e da lì a tutta l’attuazione del piano di salvezza attraverso i secoli, prima e dopo Cristo.

Abramo viveva la propria quotidianità ad Ur dei Caldei anche se poi la sua famiglia si stabilì ad Haran (detta anche Carran, o Carre), nell’odierna Turchia, città religiosamente importante perché in lei si praticava più che in altre il culto al dio della Luna, presente anche in Ur e Babilonia. Interessante è il fatto il fatto che gli dèi là venerati fossero tre, Sin come primo, seguito da Shamash e Istar.

Ebbene, a parte la singolarità del numero degli dèi presenti a Carran, le due città in cui Abramo visse il primo periodo della sua vita ci parlano di un’esistenza pesantemente condizionata dall’idolatria altrui che probabilmente lo coinvolse come avvenuto ad esempio per i suoi parenti, di cui è detto che avevano delle statuette che evidentemente veneravano: emblematico in proposito è l’episodio in cui Rachele ruba gli idoli di famiglia appartenenti al di lei padre Labano, provocandogli una reazione caratterizzata da una ricerca angosciata e ossessiva per ritrovarli (Genesi 31.19,34,35).

Fu a Caran, quindi in mezzo ai pagani, che Abramo ascoltò per la prima volta la voce di Dio, che evidentemente seppe riconoscere fra le tante che ascoltava dentro e attorno a sé: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”(12.1-3).

Abramo quindi sentì una voce che riconobbe diversa da quella dei suoi pensieri, si pose in ascolto e mise in pratica, certo non senza fatica, le parole che aveva udito: “Allora Abramo partì come il Signore gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Haran”(12.5). Solo successivamente quest’uomo fu beneficiario non più di un semplice messaggio, ma di un’apparizione: “Allora il Signore apparve ad Abramo– non ci è detto in che modo, ma sono convinto in forma umana come vedremo – e disse: «Io darò questo paese alla tua discendenza»”(v.7). Si trattò quindi di una chiamata inequivocabile, importante a tal punto che fu proprio da quell’episodio che Stefano, a distanza di circa duemila anni, iniziò la sua testimonianza (Atti 7.2). Il tutto avvenne senza che Abramo lo volesse nel senso che sapeva che certamente esisteva un Creatore, ma lo conosceva attraverso le tradizioni della sua gente, inquinate dal paganesimo. Le parole a lui rivolte, poi, ci parlano del fatto che per seguire e servire Dio bisogna “andarsene”dalla propria gente, uscire dall’ambiente inquinato, contaminante che la caratterizza; per farlo ci vuole però una chiamata, quindi un’esperienza individuale e precisa, oltre a un’accettazione incondizionata delle Sue parole altrimenti il cammino sarà solo a metà, in bilico, privo di un’identità chiara per quanto con buone intenzioni. E Abramo, per ubbidire all’ordine di Dio, fece un viaggio di più di 800 km. da Carran a Canaan che, a quel tempo, dovette essere fortemente impegnativo.

 

Altro episodio saliente lo abbiamo in Egitto quando, temendo di venire ucciso a causa della bellezza della di lui moglie Sarai, le ordinò di dire che fosse sua sorella (12.11-13), mezza verità perché lei, come dirà lui stesso ad Abimelek re di Gerar, “…è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è poi divenuta mia moglie”(20.12). Si tratta di due episodi simili, ma la loro lettura (che si consiglia per meglio capire queste note) differisce in particolari non di poco conto: il faraone egiziano, il cui termine significa “difensore” o “liberatore” fu colpito da Dio con piaghe, mentre ad Abimelek andò a parlare e impedì che fosse commesso un peccato. Infatti “Dio venne da Abimelek in un sogno di notte, e gli disse: «Ecco, tu stai per morire a motivo della donna che hai preso, perché ella è sposata»”(20.3). Riflettendo sui due episodi e sul diverso trattamento ricevuto dai due uomini, vediamo che il faraone si caratterizzava con presunzione e arroganza anche nel nome, ma ad Abimelek Iddio riconobbe un cuore integro: “Sì, lo so che hai fatto questo nell’integrità del tuo cuore e ti ho quindi impedito dal peccare contro di me: per questo non ti ho permesso di toccarla”(20.6).

 

Altro avvenimento nella vita di Abramo è riportato al capitolo 14 in cui abbiamo la liberazione di Lot, catturato a Sodoma da “Chedorlaomèr e dagli altri re che erano con lui”: è dopo la sua liberazione che abbiamo l’incontro con un personaggio particolarissimo, “Melchisedec re di Salem”(Gerusalemme) in cui va riconosciuta la presenza del Figlio di Dio secondo le parole di Paolo in Ebrei 7.1-4: “Questo Melchisedec, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dall’aver sconfitto i re e lo benedisse; a lui Abramo diede la decima di ogni cosa. Anzitutto il suo nome significa «re di giustizia»; poi è anche re di Salem, cioè «re di pace». Egli, senza padre– umano – senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre. Considerate dunque quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino”.

L’incontro fra Abramo e Melchisedec fu quello fra due mondi, furono due dispensazioni che si incrociarono per un attimo con una portata immensa vista nell’offerta di “pane e vino”, cioè senza un sacrificio espiatorio! Da un lato fu data a Lui “la decima di tutto”, ma Abramo rifiutò di ricevere dal re di Sodoma qualunque cosa, per non contaminarsi, dicendo “Alzo la mano davanti al Signore, il Dio altissimo– giuramento – creatore del cielo e della terra: né un filo né un legaccio di sandalo, niente io prenderò di ciò che è tuo; non potrai dire: io ho arricchito Abramo. Per me niente, se non quello che i servi hanno mangiato”(14.22-24). Fu dopo questo che “La parola del Signore fu rivolta ad Abramo, in visione, con questi termini: «Non temere, Abramo, io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande»”(15,1).

In queste parole risiede tutta la realtà della vita di quest’uomo, che sperimentò come Noè prima di lui, sotto l’aspetto del venire custodito, cosa significasse accettare di essere uno strumento nelle mani di Dio; ricordiamo Salmo 3.4 “Ma sei il mio scudo, Signore, sei la mia gloria e tieni alta la mia testa”, 5.13 “Tu benedici il giusto, Signore, come scudo lo circondi di benevolenza”, 84.12 “Perché sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina nell’integrità”, 91.4 “Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio, la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza”, 119.114 “Tu sei mio rifugio e mio scudo: spero nella tua parola”.

Possiamo concludere questa prima panoramica su Abramo con quanto avvenne poco dopo, quando ricevette la promessa di una discendenza in 15.3-6: “«Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»”. Infine, l’autore della Genesi chiude l’episodio con una nota a noi famigliare: “Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”.

Già da questi dati raccolti, tornando ai versi oggetto di considerazione in Giovanni, vediamo quanto fossero distanti quei Giudei che proclamavano di avere “Abramo per padre”: non solo non avevano nessuna delle sue caratteristiche né di cuore, né di fede, ma non erano neppure in grado di ascoltare, valutare, considerare altro se non ciò che proveniva dal loro cuore indurito. Per questo Gesù disse loro “Voi fate le opere del padre vostro”, ben diverso dal Suo, da identificare nel “principe di questo mondo”. Amen.

* * * * *