17.37 – COME IL PADRE HA AMATO ME I/II (Giovanni 15.9) IL COMPRENDERE LIMITATO

17.37 – Come il Padre ha amato me I/ II

Il comprendere limitato (Giovanni 15.9; Giobbe 38; Salmo 138)

 

9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.

 

Credo sinceramente che il nono verso sia uno dei più particolari del Nuovo Testamento, sotto alcuni aspetti difficile se non impossibile da comprendere e praticare perché perfetto come lo può essere, impiegando un paragone prettamente umano e quindi enormemente inferiore, il cielo stellato in alta montagna, un suono mai udito, il descrivere ciò che porta il rumore di una brezza leggera, o il silenzio (apparente) di un bosco: ciò che accomuna questi ambiti è sempre uno stato di profonda inadeguatezza che coglie chi si trova di fronte a loro; simile, fatte le dovute proporzioni. La ragione è che questi elementi bastano a loro stessi, esistono, si verificano, compaiono, ed il Padre (con il Figlio e lo Spirito Santo che interagiscono e sono Uno) è l’unico essere, vivente al di là del mondo, in grado di avere questa autosufficienza; è potenza che va al di là di qualsiasi entità conosciuta di cui troviamo traccia in ogni elemento, micro o macro, del creato che è Opera Sua. E noi siamo così lontani, quanto al ragionare, da questa perfezione da non riuscire a comprenderla nonostante abbiamo una scienza che, per quanto abbia fatto progressi enormi da quando l’uomo ha iniziato a voler comprendere il perché delle cose, è e sarà sempre limitata, enormemente distante dalla Verità e soprattutto da Lui.

Anche nelle cose spirituali abbiamo un limite visto nelle parole “La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta è la nostra profezia. (…) Ora vediamo come in uno specchio – quelli di allora – , in maniera confusa; ma allora lo vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono stato conosciuto” (1 Corinti 13.9-12).

Il Figlio, “sapienza di Dio”, un giorno abbiamo ricordato che “…è un albero di vita per chi l’afferra e chi ad essa si stringe è beato” (Proverbi 3.18), ed è stato riportato questo testo di 8.24-31: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine –quindi prima del “In principio” di Genesi 1.1–. Dall’eternità sono stata formata –in assenza di tempo, ma nel continuo movimento (o immobilità) dell’istante –, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come un artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (8.24-31).

Quindi Padre Creatore e Figlio quale coadiutore, strumento, voce, Parola che ordinò il primo movimento in assoluto delle Forme con “Sia la luce”. Infatti un’alternativa alle parole “io ero presso di lui come un allievo”, è “artefice”, cioè “realizzatore, artigiano, artista”.

Dell’uomo (caduto) invece leggiamo delle domande che rivelano la totalità del suo limite che troviamo nel capitolo 38 del libro di Giobbe: sono questioni che Dio pose a quest’uomo, alcune delle quali vanno lette in termini dispensazionali e poetici, ma che credo vengano presentate ad ogni essere umano indipendentemente dall’epoca affinché possa rispondere della propria origine e fine.

“Cingiti i fianchi come un prode: io ti interrogherò e tu mi istruirai! Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri? –in contrapposizione alla presenza della Sapienza e alla chiamata “Adamo, dove sei?” e al fatto che Giobbe nacque molto tempo dopo– Dimmelo, se sei tanto intelligente! Chi –oltre a me, quindi istituzione della distanza e del confine– ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la corda per misurare? Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e acclamavano tutti i figli di Dio? –gli angeli presenti alla creazione raffigurati anche in Salmo 148.3– Chi ha chiuso fra due porte il mare –la fossa delle Marianne coi suoi 10.929 m. di profondità, delle Sandwich australi, 7.385 e altre– quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e gli ho messo chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde»? Da quando vivi, hai mai comandato al mattino –cioè al sole nel suo ruotare attorno alla terra per dare le ore al giorno–, assegnato il posto all’aurora, per occupare le estremità della terra e ne scuota via i malvagi –che operano nell’oscurità reale e interiore–, ed essa prenda forma come creta premuta da sigillo e si tinga come un vestito, e sia negata ai malvagi la loro luce e sia spezzato il braccio che si alza a colpire? -Gli effetti della luce del giorno, che mostra la varietà della terra coi suoi colori e i suoi monti, colline, laghi e pianure come modellate da un vasaio, e poi la fine dell’empio che non potrà più trovare alcuna ragione e scopo della sua esistenza–“.

Sei mai giunto alle sorgenti del mare e nel fondo dell’abisso hai mai passeggiato? Ti sono state svelate le porte della morte e hai visto le porte dell’ombra tenebrosa? Hai tu considerato quanto si estende la terra? Dillo, se sai tutto questo! Qual è la strada dove abita la luce e dove dimorano le tenebre, perché tu le possa ricondurre dentro i loro confini e sappia insegnare loro la via di casa? –I movimenti di rotazione e rivoluzione terrestre– Certo, lo sai perché allora eri già nato e il numero dei tuoi giorni è assai grande! Sei mai giunto fino ai depositi della neve, hai mai visto i serbatoi della grandine che io riserbo per il giorno della sciagura, per il giorno della guerra e della battaglia?”

Questo è un riferimento agli elementi nella mano di Dio quando, ad esempio in Esodo 9.22-23: “Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano verso il cielo: vi sia grandine in tutta la terra d’Egitto, sugli uomini, sulle bestie e su tutta la vegetazione dei campi nella terra d’Egitto». Mosè stese il bastone verso il cielo e il signore mandò tuoni e grandine; sul suolo si abbatté fuoco e il Signore fece cadere grandine su tutta la terra d’Egitto”. Ancora con Giosuè in 10.11 dell’omonimo libro: “Mentre essi –i cinque re, quattro Amorrei e Adonì-Sedek di Gerusalemme– fuggivano dinnanzi a Israele (…), il Signore lanciò dal cielo su di loro come grosse pietre fino ad Azekà e molti morirono. Morirono per le pietre della grandine più di quanti ne avessero uccisi gli Israeliti con la spada”. Ricordiamo infine il castigo profetizzato sull’Assiria in Isaia 30.30, “Il Signore farà udire la sua voce maestosa e mostrerà come colpisce il suo braccio con ira ardente, in mezzo a un fuoco divorante, tra nembi, tempesta e grandine furiosa”.

Da sottolineare che la grandine non è un evento relegato alla storia antica, ma si presenterà ancora come strumento di giudizio: la prima tromba suonata dal primo angelo comportò “grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata” (Apocalisse 8.7), che lascerebbe pensare agli effetti di una guerra nucleare. La grandine sarà l’ultimo dei flagelli prima del giudizio finale, quando “Enormi chicchi di grandine, pesanti come talenti – il talento (romano) era 32 kg. circa –, caddero dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello” (16.21).

Proseguiamo: “Per quali vie si diffonde la luce, da dove il vento d’oriente invade la terra? Chi ha scavato canali agli acquazzoni e una via al lampo tonante, per far piovere anche su una terra spopolata, su un deserto dove non abita nessuno, per dissetare regioni desolate e squallide e far sbocciare germogli verdeggianti? –il provvedere di Dio agli animali di quei territori e al ribadire che la vita di qualunque essere, animale o vegetale, è opera Sua–. Ha forse un padre la pioggia? O chi fa nascere le gocce della rugiada? Dal qual grembo esce il ghiaccio e la brina del cielo chi la genera, quando come pietra le acque si induriscono e la faccia dell’abisso si raggela? Puoi tu annodare i legàmi delle Pléiadi o sciogliere i vincoli di Orione? –Le Pléiadi e Orione erano le costellazioni più osservate in antichità le prime in Estate, la seconda tra novembre e maggio, per cui la loro citazione comprende i due periodi, stagioni fredde e calde, con l’impossibilità per l’uomo di intervenire tanto sugli astri che sulle stagioni–.

“Puoi tu far spuntare a suo tempo le costellazioni e guidare l’Orsa insieme coi suoi figli? Conosci tu le leggi del cielo –per disporre a tuo piacimento le forze che le regolano, le orbite, la velocità della luce– o ne applichi le norme sulla terra? –cioè le riesci a comprendere?–. Puoi tu alzare la voce fino alle nubi per farti inondare da una massa d’acqua? Scagli tu i fulmini ed essi partono dicendoti: «Eccoci»? Chi ha messo la sapienza all’interno dell’uomo, o chi ha dato il senno alla sua mente? Chi mai è in grado di contare con esattezza le nubi e chi può riversare gli otri del cielo, quando la polvere del suolo diventa fango e le zolle si attaccano insieme? Sei tu forse che vai a caccia di preda per la leonessa e sazi la fame dei suoi piccoli, quando sono accovacciati nelle tane o stanno in agguato nei nascondigli? Chi prepara al corvo il suo pasto, quando i suoi piccoli gridano verso Dio e vagano qua e là per mancanza di cibo?”

Le domande di Dio a Giobbe proseguono ai capitoli da 39 a 41 col passare in rassegna il comportamento di alcuni animali che non affronteremo perché credo basti quanto abbiamo letto. Giobbe rispose “Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile”. La Scrittura, nella sua vastità immensa, ci pone di fronte quindi a tre “misteri” che ho diviso, per quanto mi è stato dato di comprendere, nell’amore del Padre per il Figlio, nelle leggi del creato che conosciamo in minima parte, e infine nel restare muti, in grado solo di prenderne atto, delle dinamiche espresse nel Salmo 138 di Davide, particolarissimo inno alla totalità perfetta di Dio che, alla luce del Nuovo Testamento, lo ampliano, lo aggiornano e ci illuminano sull’Opera e le funzioni del Figlio che quel re non poteva conoscere nei dettagli, ma gli furono comunque rivelate nella loro essenza.

Infatti: Signore, tu mi scruti e mi conosci –ecco perché dobbiamo cercare non la comprensione o l’approvazione dei nostri simili, o peggio pretendere di essere capiti da loro–. Tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta –ecco perché il Padre sa ciò che gli dobbiamo dire ancora prima che iniziamo–. Alle spalle e di fronte mi circondi –quindi non esistono lati scoperti– e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare le estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia notte», nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce. Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio: sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati quando ancora non ne esisteva uno. Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora. (…) Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita”.

 

Siamo così giunti al termine di questa prima parte, credo importante anche se, più che mie considerazioni, ho lasciato parlare il Testo Biblico. Ma è anche giusto tacersi, per respirare, acquisire, lasciar spazio a Colui che non solo ha fatto sì che nascessimo come esseri umani, ma ha amato il Figlio e, come in una catena, a sua volta Lui ha amato noi. Cercheremo di sviluppare col prossimo capitolo questi rapporti. Certo non da soli. Amen.

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17.36 – SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA (Giovanni 15.3-8)

17.36 – Senza di me non potete far nulla (Giovanni 15.3-8)

 

3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

Il verso terzo con cui si apre la base della nostra meditazione costituisce un distinguo che fa Gesù avvertendo i Suoi che sta parlando a loro come tralci già innestati e valutati come fruttiferi. Essi infatti, nonostante le loro cadute nella carne e tutte le volte in cui rivelarono la loro incapacità a comprendere molti concetti spirituali, non erano certo un gruppo di persone sprovvedute o ignoranti, ma uomini che per amore del loro Maestro avevano, come disse Pietro parlando per tutti loro, “lasciato tutto” e lo avevano “seguito” (Matteo 19.27).

“Tutto” secondo Matteo, “i nostri beni” secondo Luca (18.28), cioè avevano abbandonato quanto costituiva il loro sostentamento materiale, avevano rinunciato a ciò che per l’uomo è importante, a un punto di riferimento terreno per la vita quotidiana, normale, a vantaggio del seguire il Cristo. Insomma gli Undici fecero un atto di fede formidabile fin da subito, comprendendo che Colui che li chiamava a seguirlo non poteva essere ignorato, come testimoniato dalla gioia proveniente dalla consapevolezza di averLo incontrato. Infatti Andrea, fratello di Simone poi chiamato Pietro, subito dopo l’incontro con Gesù gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» (Giovanni 1.41). Il “tutto” di Matteo e i “beni” di Luca, allora, si riferiscono al fatto che questi uomini diedero sempre la priorità al loro Maestro facendo tutto quanto in loro potere a tal punto che, a seguito dell’opera che avrebbero compiuto per Lui, dirà loro “siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele” (Lc 22.30; Matteo 19.28).

Quindi, primo dato, gli Apostoli avevano dimostrato sempre, nonostante i loro errori valutativi e interpretativi delle parole del Maestro quando era con loro, una donazione continua, condividendo con Lui fatiche citate solo in minima parte, come quando è detto che “non potevano neppure mangiare” (Marco 3.20), per non parlare di quando Lui stesso li portò in un luogo appartato dicendo “«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un poco». Erano infatti moti quelli che andavano e venivano e – seconda citazione – non avevano neanche il tempo di mangiare” (Marco 6.31).

Secondo, questo far dono continuo di sé li aveva resi “puri” perché non avevano dato loro stessi a un’ideale, politico o religioso che fosse, ma al “Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente” che li aveva chiamati e al quale avevano risposto. Teniamo presente che il termine “puri” utilizzato da Gesù trova il suo riferimento soprattutto a quanto avvenuto poco prima col lavacro dei piedi; ricordiamo in proposito le parole “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro. Voi siete puri, ma non tutti – perché c’era ancora Giuda l’Iscariotha” (Giovanni 13.10). Sarebbero poi stati, per espressa preghiera di Gesù, consacrati nella verità (17.17) e non credo ci sia testimonianza di purezza migliore, senza contare tutti gli altri contenuti della preghiera sacerdotale che esamineremo.

Non possiamo ricordare anche il fatto che se con il lavaggio dei Piedi nostro Signore ha testimoniato la sua approvazione al cammino spirituale futuro del Suoi, dall’altro lato ha voluto sancire il rinnovo del perdóno e della Sua continua opera affinché essi (e noi con loro) fossero presentabili al Padre: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, rendendola santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola” (Efesi 5.25,26), che poi significa che i credenti sono stati “rigenerati non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio vivente ed eterna” (1 Pietro 1.23).

 

Tutta questa premessa per stabilire che un tralcio non è mai nella vite a caso nel senso che Dio Padre lo sceglierà sempre di persona perché “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre mio che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6.44). È una dichiarazione immensa di amore e onore, ma anche di responsabilità perché ricordiamo sempre tralcioe vite sono simboli e in quanto tali sono immediati, ma non esaustivi. La frase “Rimanete in me ed io in voi” ha proprio lo scopo di fare distinzione fra la vita del tralcio, che non può che restare fisicamente attaccato alla vite a meno che qualcuno non intervenga col taglio, mentre il cristiano può realizzare atti autonomi e purtroppo contrari alla funzione che ricopre, per cui il pensiero ed il senso prioritario è: possiamo portare frutto solo se rimaniamo uniti alla vite; viceversa potremo anche averne, ma saranno insipidi, o amari, comunque inutili perché non provenienti da lei.

Se comprendiamo questo principio possiamo avere chiari tutti quei frutti mortali che ha portato quel cristianesimo composto da uomini che, tagliati come tralci sterili, hanno persistito nella Chiesa come se niente fosse, facendola deviare dalla sua funzione originaria per un periodo storico più o limitato. E a loro, purtroppo, ne sono succeduti altri, troppi.

Si notino le parole “Senza di me non potete far nulla”: queste non significano che, se non rimaniamo uniti a Gesù, saremo impossibilitati a fare qualunque attività o tutto ciò che intraprenderemo fallirà, perché quel “nulla” si riferisce alle opere dello Spirito e il seccarsi del tralcio tagliato non significa morte, ma una lenta esclusione così come la parte tagliata della pianta all’inizio rimane verde, poi gradualmente ingiallisce fino a quando non diventa idonea ad essere bruciata nel fuoco.

Se “il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno” (1 Corinti 3.13), ecco che tutti quegli altri frutti estranei che avremo portato con noi verranno bruciati: “Se l’opera che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà la ricompensa. Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco” (vv. 14,15). In altri termini, si troverà salvo, ma privo di quel premio che avranno tutti coloro che avranno agito correttamente e portato frutti reali, quelli che il fuoco ha lasciato intatti, cioè “oro, argento, pietre preziose” al posto di “legno, fieno, paglia” (v.12).

Ecco allora spiegato anche da questi versi il senso delle parole dei versi da 4 a 5, Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”: poiché nel nostro quotidiano produciamo ciò che abbiamo “costruito sul fondamento”, che non può essere “diverso da quello che già si trova, Gesù Cristo” (1 Corinti 3.11), è chiaro che la scelta di opere e scelte solide produrrà la categoria nella quale rientrano l’oro, l’argento e le pietre preziose, ma se ci lasceremo trasportare dai sentimenti o interpretando a nostro vantaggio e piacimento il Vangelo, produrremo cose assolutamente inutili viste nel legno, nel fieno e nella paglia.

La scelta è quindi tra il frutto apprezzato dal viticoltore, o l’inutile e il nulla. Da notare che il testo non dice che senza il Suo aiuto non possiamo far nulla, ma “Senza di me”, cioè privi della Sua presenza, separati da lui, in opposizione al “Rimanete in me” del verso 4.

A questo punto è necessario identificare chi sia “Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. Non credo si tratti di persone che hanno realmente conosciuto Gesù ed abbiano quindi avuto un’esperienza di salvezza, che poi è un contratto che non può essere rescisso, ma ancora una volta si tratti di quelli che di Lui si fanno un’idea generalista e di comodo, persone per le quali fare professione di fede, frequentare un’Assemblea e compilare un modulo sono la stessa cosa. Sono quelli che usano il cristianesimo come tornaconto personale, tutte categorie di cui abbiamo già trattato.

Ecco perché rimanere in Lui è l’unica alternativa possibile una volta creduto. Il verso 7, “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”, è a dimostrazione e sostegno del rapporto del cristiano con Gesù: a parte la condizione vista nel “Se”, vediamo che il custodire le Sue parole equivalgono al rimanere in Lui, come scrisse l’autore del Salmo 119.11, “Ho riposto la tua parola – altri traducono “promessa” – nel mio cuore, per non peccare contro di te”. Ecco allora che il “non peccare” (volontariamente) non è un esercizio ascetico, ma della custodia nel cuore, che deve essere anche un soggetto di preghiera. Se poi “viviamo nella carne, ma non combattiamo secondo criteri umani” (2 Corinti 10.3), va da sé che l’ottenimento proveniente dal chiedere quel che vorremo, si riferisce a quanto è nella Sua volontà, poiché “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1 Giovanni 5.14). Amen.

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17.35 – LA VITE E I TRALCI (Giovanni 15.2)

17.35 – La vite e i tralci (Giovanni 15.2)

Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

Illustrati i ruoli del Padre e del Figlio per la salvezza dell’uomo, Gesù passa a spiegare le dinamiche che si instaurano fra Lui e i credenti. Il Figlio è la pianta sul quale l’“agricoltore” non nutre il minimo dubbio né effettua alcun intervento, curandosi esclusivamente dei tralci uniti a Lui. Torniamo un attimo a considerare i versi citati nella scorsa riflessione a proposito dell’antica vigna: anche là il Creatore si attendeva uve pregiate, ma non vi furono, mentre qui i tralci vanno solo curati perché non possono deludere le aspettative essendo nati da una vite che è il Figlio di Dio.
A questo punto non possiamo che sottolineare, come già avvenuto altre volte, la duplice lettura delle parole del verso in esame, la prima delle quali è aderente alla circostanza, cioè Gesù parla agli undici spiegando loro la responsabilità e il privilegio che comporta la loro posizione di tralci. Se però questi contenuti avessero riguardato esclusivamente loro, Giovanni non li avrebbe scritti perché tramandare elementi che non riguardassero la cristianità non avrebbe avuto senso. E questo è un punto importante da sviluppare, per quanto brevemente.
Ricordiamo l’apostolo Paolo, come Giovanni portato in una dimensione ultraterrena prima di scrivere il libro dell’Apocalisse, così scrive di sé nella sua seconda lettera ai Corinti: “So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa (se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio), fu rapito fino al terzo cielo – il settimo quindi è un’invenzione – e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare.” (12.2-4). Furono quindi altre “parole”, udite in quella circostanza, che poi riversò nelle lettere da lui stesso definite “mio Vangelo” (Romani 2.16; 16.25; 2 Timoteo 2.8) senza le quali non avremmo elementi per la nostra crescita spirituale. Un fratello amava definire l’opera di questo Apostolo “la spina dorsale del Nuovo Testamento”.
Quanto a Giovanni, poi, ricordiamo che vi furono delle visioni che non riportò perché gli fu proibito: “Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere – come avvenuto in precedenza –, quando udii una voce dal cielo che diceva: «Metti sotto sigillo quanto hanno detto i sette tuoni e non scriverlo»” (Apocalisse 10.4). Consideriamo il “tuono”, che è un simbolo delle parole di Dio che gli uomini nel mondo non comprendono come in Giovanni 12.28-29: in quel passo Gesù prega il Padre di glorificare il Suo Nome. “Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!» – parole che l’apostolo comprese –. La folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato»”.
Ora l’Apostolo, nello scritto di Apocalisse, sente e comprende ciò che dicono i “sette tuoni” (altrimenti non sarebbe stato pronto a scrivere), figura della totalità e perfezione dei decreti di Dio, ma gli viene ordinato di non riportarli, anzi, come in una traduzione letterale, di porli “sotto sigillo”, cosa verificatasi anche con Daniele al quale, in 12.4, viene detto “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine”. A proposito del libro di questo profeta, va rilevato che a lui viene spiegato nei dettagli, dal capitolo 11, ciò che sarebbe accaduto al popolo di Israele sotto i Persiani, poi Alessandro Magno e le quattro monarchie che sarebbero sorte in seguito alla frantumazione del suo regno (Siria ed Egitto soprattutto, fino ad Antioco Epifane) e poi al Messia: “Ora, in quel tempo – cioè dopo la distruzione di tutte quelle monarchie – sorgerà Michele – riferimento a Gesù –, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Sarà un tempo d’angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo – dai Romani al Nazismo –; in quel tempo – quello stabilito da YHWH – sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. La moltitudine di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna, e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come lo splendore delle stelle per sempre” (vv. 1-3).
È quindi gratificante per noi sapere che Dio, nella Sua Onniscienza e perfetto conoscitore dell’uomo, rivela ciò che è a lui determinante per sapere quanto lo riguarda e orientarsi a livello di scelte e comportamenti senza porgli particolari pesi o dargli elementi di cui non saprebbe che farsene. Giovanni, quindi, nel passo in esame, riporta le parole di Gesù che riguardano tutti i credenti, che è impossibile che non siano tralci esattamente come gli Apostoli, portanti comunque frutti anche se in misura quantitativamente diversa, ciascuno secondo il dono ricevuto.

Dopo questa – credo – importante premessa, torniamo alle due possibili letture a proposito di quanto Gesù vuol dire ai discepoli e a tutti quanti credono in Lui: hanno l’onore di essere dei tralci e di formare un tutt’uno con la vite, ma in base all’epoca in cui avrebbero vissuto, cioè dall’istituzione della Chiesa fino al suo rapimento, avrebbero incontrato difficoltà e vissuto situazioni diverse come descritto nelle varie lettere alle “sette chiese” che (anche qui doppia lettura) trovano il loro riferimento sia alle Comunità del tempo, ma che sono simboli delle varie epoche: ricordiamo Efeso, che significa “amabile, diletta, colei che ama”, quella che ha abbandonato il suo primo amore (Apocalisse 2.1-6), Smirne, “amarezza”, che ha patito persecuzioni (8-11), Pérgamo, “castello, fortezza”, che deve ravvedersi perché influenzata da dottrine esterne (12-17), Tiàtira, “colei che offre incenso”, che aveva una falsa profetessa, riferimento a Iézebel che spinse il popolo alla fornicazione e all’adulterio fisico e religioso (18-26), Sardi, “il residuo, lo scampato”, che ha professato la fede ma dentro di lei non aveva forze (3.1-6) e infine Filadelfia, “amor fraterno”, però con la fede intiepidita (14-22).
A prescindere dall’identificazione, non esiste tralcio e quindi credente che non subisca l’intervento di cui la nostro verso 2, “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”: oggi i viticoltori, pur seguendo altri criteri per la potatura di questa pianta, non possono che concordare sul principio secondo il quale, quando la vite è in vegetazione e il nutrimento è assorbito da rami superflui, li si taglia perché nuocerebbero a quelli fruttiferi. Oggi, questo avviene con anticipo.
Anche qui credo che tutto quanto detto da Nostro Signore abbia avuto, preso alla lettera, valenza dispensazionale cioè limitato al tempo della Chiesa Apostolica: esempi di tralci potati li abbiamo con Anania e Saffira (Atti 5.1-11), il mago Simone, che credette e fu battezzato restando quello di prima (8.9-25), e presumibilmente Dema, che l’apostolo Paolo prima lo descrive suo collaboratore (Filemone 1.24) e poi annota “Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, ed è andato a Tessalonica” (Colossesi 4.14). Tre modi diversi, cioè la morte, l’esclusione dalla Comunità e infine la volontaria assenza.
Resta quindi il principio che il Viticoltore usa fare in modo che alcuni elementi che nella Chiesa possono interferire pesantemente contristando i fratelli, vengano tolti non necessariamente con la morte. In realtà il discorso, se si segue questo principio, è molto più complesso perché nella storia della Comunità cristiana abbiamo avuto personaggi che hanno pesantemente minato la verità e la sua crescita senza che nulla avvenisse, ma questo si collega alla prova e all’inevitabile opera di Satana che proprio in Lei trova terreno ed escogita le strategie migliori: “sorgeranno falsi cristi – fino all’ultimo – e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se possibile, anche gli eletti” (Marco 13.22). Ricordiamo la parabola della zizzania, e 2 Corinti 11.13-15, “Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere”.
Quindi vedo le parole “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia” come una verità assoluta, ma proprio in quanto tale da considerare molto seriamente circa la nostra vita e al tempo che dedichiamo alle cose del mondo e a quelle dello Spirito. La chiave è tutta lì: valutare attentamente il dono, le possibilità individuali e presentare sempre serie preghiere perché ci venga mostrata la via da percorrere in base ad esse, facendo attenzione a non impegnarci in cose più grandi di noi secondo Romani 12.16: “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri – e già qui c’è molto da lavorare -, non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi”. Sono convinto che se i membri di una Chiesa mettessero in pratica queste “piccole cose”, la benedizione scenderebbe su di essa.
Veniamo ora alla seconda parte del verso, “ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché porti più frutto”: il verbo “potare” dà una lettura fuorviante perché in realtà andrebbe utilizzato “rimondare”, cioè quell’azione mediante la quale la pianta viene ripulita portando via i polloni inutili, cioè quei germogli che spuntano sul suo tronco. Si tratta di un’azione che non viene effettuata sul tralcio, ma è di esclusiva competenza del lavoratore della vigna e qui, se esaminiamo la nostra vita, accanto a tutte quelle iniziative inutili e dannose che abbiamo intrapreso, le scelte sbagliate poi perseguite con testardaggine, potremo notare che non noi, ma il Padre ha comunque portato via molto del superfluo che ci nuoceva proprio perché, se il Vangelo lasciasse anche solo trasparire che il cristiano è lasciato solo nel suo crescere, saremmo dei religiosi come tutti gli altri, intenti a seguire riti e istruzioni che non portano ad alcun progresso né soprattutto a nessuna meta. E lasciano l’essere umano peggio di prima. Perché, come già accennato, rimanere fermi significa regredire.
Ancora l’apostolo Paolo: “Vivo non più io, ma Cristo vive in me; e ciò che vivo nella carne, vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2.20). Non esiste credente che non possa condividere questo verso, ciascuno secondo la propria esperienza e guardando al suo passato e vita vissuta.
Credo ci sia un’ultima applicazione possibile, e cioè quel parallelo in cui Gesù parla di “piante”: quando molti tra la folla si scandalizzarono perché aveva detto, contrariamente alla dottrina dei farisei, che a rendere impuro l’uomo era ciò che usciva dalla sua bocca e non ciò che entrava, aggiunse: “Ogni pianta che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata! Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso” (Matteo 15.13, 14).
Nella “pianta piantata dal Padre” vediamo ogni anima salvata che si aggiunge a quelle già viventi nella Chiesa, giardino di Dio. Amen.
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17.34 – LA VERA VITE (Giovanni 15.1)

17.34 – La vera vite (Giovanni 15.1)

 

1 Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.

 

Considerazioni sulla vite sono state già sviluppate, certo in modo molto essenziale, quando abbiamo affrontato le parabole relative alla vigna (Matteo 20.1; 21.28; Luca 13.6 e rif.); qui però Gesù affronta un argomento molto delicato presentandosi come “la vite vera”, che in greco può tradursi anche con “sincera, reale, genuina”. L’aggettivo usato nella nostra versione è quindi il migliore perché implica il fatto che vi siano, o vi siano state, altre viti che però non hanno o non possono portare agli stessi risultati di quella “vera”.

Il riferimento alla vite di nostro Signore affonda le sue radici negli scritti e nella dottrina dell’Antico Patto, quando ad essa è associato il popolo di Israele di cui leggiamo in Deuteronomio 14.2 “Tu sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio, e il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra”: Israele avrebbe dovuto così caratterizzarsi attraverso la fedeltà alle Sue Leggi comportando così le benedizioni che lo avrebbero reso celebre presso tutte le altre nazioni (28.10; 1 Re 8.60; 1 Cronache 16.8 “Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere”, v.24 “In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie”).

La vite non “vera” è però quella del fallimento come leggiamo, fra i molti passi, nel Salmo 80.9-14 di Asaf, cantore al tabernacolo ordinato da Davide: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. – Questo avvenne chiaramente con Mosè, che guidò il popolo verso la terra promessa, poi sostituito da Giosuè sotto la cui guida fu passato il Giordano. – Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra – figura di tutti quei provvedimenti di Dio che provocò l’insediamento di Israele nella terra di Canaan scacciando davanti a lui i popoli che la occupavano -. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. – Figura della giustizia derivante dall’osservanza delle Leggi ricevute e praticate (Salmo 36.7) e della sazietà causate da tale metodo (Salmo 104.16) –. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. – La descrizione dei confini del territorio abitato dal popolo, dal Mediterraneo al fiume Eufrate secondo la promessa fatta già ad Abrahamo in Genesi 15.18; nei germogli poi vediamo le premesse per un ulteriore sviluppo –. Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna”.

Questo Salmo di lamentazione ci rappresenta, dopo il primo periodo florido, una vigna devastata, abbandonata ai saccheggiatori in cui possiamo vedere profeticamente, per il tempo in cui fu scritta, l’esercito assiro che deportò gli ebrei a Babilonia nel 586 a.C., ma anche quello romano che distruggerà Gerusalemme nel 70 d.C., raffigurati nel cinghiale, animale impuro, e negli altri della campagna. Da ricordare che la Xma legione «Fretensis» che distrusse Gerusalemme aveva proprio un cinghiale come emblema. La citazione dei romani è una mia estensione, ma va tenuto presente che questo Salmo non è senza speranza, perché all’immagine della rovina e desolazione corrisponde la venuta del Salvatore: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che tu hai reso forte – citato due volte –. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (vv.15-20).

Già da qui vediamo perché Gesù si dichiari “la vite vera”, ma a fornirci ulteriori dati sono Isaia 5.1-7 che abbiamo più volte citato in vari capitoli: anche qui abbiamo una vigna, “piantata sopra un fertile colle”, il dissodarla e sgombrarla da sassi, l’attesa di ottima uva delusa quando il proprietario si rende conto che ha prodotto “acini acerbi”. Ricordiamo gli ultimi versi: “Toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo, demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni”.

La “vite piantata vicino alle acque” (Ezechiele 19.10) rende molto bene l’idea della città di Gerusalemme prima che la rovina si abbattesse su di lei. Così scrisse il profeta Geremia in 2.19-22: “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio, e non avere più timore di me. (…) Io ti avevo piantato come vigna pregiata, tutta di vitigni genuini; come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?”.

Ecco allora, in breve, i riferimenti più salienti alla vigna e alla vite del fallimento: (la vigna) è la piantagione che Dio ha personalmente curato affinché crescesse e si sviluppasse nel migliore dei modi, ma la vite, nei cui vari componenti vediamo tutto il popolo dal componente più altolocato al più umile, ha prodotto frutti del tipo di cui abbiamo preso atto dai vari passi.

La vite-Gesù, però, è vera perché unica e in quanto identificata col Figlio di Dio non può portare a quei risultati disastrosi che vi furono nei tempi antichi, quando il popolo si allontanò da Colui che lo aveva eletto, perché è Lui la fonte di quella vita che non potrà mai spegnersi: non sono i tralci a dare linfa alla pianta, ma essendo il Figlio la pianta va da sé che è lei a nutrire i tralci.

L’apostolo Paolo spiega questo rapporto paragonandolo all’unione matrimoniale quando, in Efesi 5.29,30: “Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, perché siamo membra del suo corpo”, quindi vite-tralci. E quando leggiamo “membra” ci viene istintivo pensare a organi quali ad esempio l’occhio o il dito, ma in realtà il greco parla anche di “parti, pezzi” per cui mi viene da pensare che sia piuttosto alle cellule che formano gli organi che a loro volta costituiscono il corpo, esattamente come avvenuto con la “costola” di Adamo il cui termine ebraico può essere tradotto anche con “metà” che si concretò col prendere metà del cromosoma maschile XY per formare quello femminile XX. Sarà infatti poi, tornando al tema delle membra, che per far capire ai credenti il fatto che non devono aspirare a chissà quali compiti o uffici, l’Apostolo scriverà: “Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto” (1 Corinti 12.17,18). Paolo non poteva conoscere l’esistenza delle cellule, scoperte per la prima volta nel 1665 da Robert Hocke. Ricordiamo sempre che una parola, un concetto, nella Scrittura non hanno un solo significato, ma ne comprendono molti.

Da questi ultimi brani vediamo comunque sempre un reciproco rapporto tra le membra (come le si vuole intendere) mai disgiunte dal corpo di Cristo, la Chiesa, su di Lui fondata e altrettanto a Lui unita. La “vera vite” ha quindi dei tralci che, se connessi a lei in modo sano, non possono seccarsi o peggio farla ammalare perché “il Padre mio è l’agricoltore”, traduzione da “georgòs”, il padrone del terreno che coltiva le sue piante con le proprie cure, a differenza dell’ “ampelurgòs”, il lavoratore stipendiato come quelli della parabola degli operai delle diverse ore.

Facile immaginarsi l’atteggiamento del contadino proprietario della vigna: la ama, la coltiva con la massima cura, veglia su di lei, progetta un futuro, non lascia nulla di intentato esattamente come nei passi che abbiamo letto riferiti al popolo di Israele, ma la differenza enorme è che il tipo di vite è totalmente diverso. Un fratello ha scritto: “Come Signore del regno spirituale, il Padre ha piantato la vigna nel terreno dell’umanità e la sorveglia con cura e, nella sua qualità di padrone, a lui spetta vegliare sui rapporti della vite con i tralci, dei redenti con Cristo, perché ha il diritto di aspettare, e lo fa con trepidazione, i frutti”.

Se la vite dell’antico patto ha prodotto “acini acerbi” a causa della umana difficoltà a mantenersi fedele, quella del nuovo non contempla questa possibilità perché ogni cristiano è un tralcio che dipende in tutto e per tutto da Gesù. Questa frase può sembrare eccessiva perché, guardando ai risultati della Chiesa che nella sua storia ha conosciuto e commesso ogni genere di nefandezze in nome di Dio, verrebbe da porre in discussione tutto l’impianto del cristianesimo, ma non è così. Qui non si parla della Chiesa istituzionale, che ha cercato le conversioni di massa venendo a compromessi con il retaggio culturale del popolo che “evangelizzava” e ha infarcito il proprio credo di superstizioni, ma di quella vera che credo non possa più essere identificata in una precisa a livello di denominazione. I credenti sono ovunque, in ognuna di esse, così come in ognuna esistono gli impostori e quanti distorcono in maniera più o meno grave il loro modo di agire al suo interno.

Non sta a me giudicare perché, facendolo, ruberei il compito a Colui che lo farà, ma la Chiesa sarà quella che, per questi ultimi tempi, uscirà opponendosi nettamente al sistema della Bestia e del Falso Profeta che va sempre più delineandosi. Ogni vero credente, tralcio connesso alla “vera vite” non potrà esimersi dall’uscire allo scoperto esattamente come ciascun cristiano di fatto rifiuta la partecipazione al modo di vivere del mondo.

Resta il fatto che, per chi crede, non esiste possibilità di sconfitta, considerando chi è la vite e chi è l’agricoltore. In proposito non credo vi sia commento migliore a quanto troviamo in 1 Corinti 3.6-9: “Io ho piantato, Apollo – collaboratore di Paolo – ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, edificio di Dio”. Amen.

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17.33 – SE MI AMASTE (Giovanni 14.28-31)

17.33 – Se mi amaste (Giovanni 14.28-31)

 

28Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo via di qui».

 

“Se mi amaste”, al condizionale semplice, è ben diverso da quello al  tempo presente, “Se mi amate” (14.15), legato in questo capitolo e non solo all’osservanza dei comandamenti e della Parola di Gesù. Vengono quindi riportati da nostro Signore due atteggiamenti: il primo è chiaro, perché non si può dire di amarLo se poi non si cerca, “con tutto il cuore e con tutta l’anima” di seguirLo; si tratta di un atteggiamento che deve durare sempre, salvo cadute più o meno grandi e comunque direi inevitabili, tanto per la Sua ricerca quanto per il mantenimento della comunione con Lui. Ricordiamo ad esempio le parole “Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore, e troverai la conoscenza di Dio” (Proverbi 2.1-5) in cui possiamo sottolineare i tre “se”.

Non si tratta quindi di seguire dei riti, degli orari, delle scadenze, un calendario che scandisca lo scorrere di determinate azioni che portano inevitabilmente all’assuefazione e alla routine, ma di custodire un modo di vita che esula da quello del mondo esterno, di cui il re e profeta Davide parla nel suo Salmo 1: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio del malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti – tutte azioni che indicano il permanere in un sistema di ragionamento e pratica -, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo – non come il fico sterile, ad esempio –: le sue fronde non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”.

Possiamo dire che, a proposito del nostro Testo, il Signore considera chiuso – o per lo meno mette da parte – il rapporto tra l’amarlo e seguirlo, per affrontare una realtà che apparteneva solo agli Undici che avevano appena terminato di celebrare la Pasqua con Lui: ricorda loro “ciò che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi»” (v.28). Credo che, riportando una mia esperienza personale, se ci chiedessimo cosa sia ciò che aveva “detto”, il riferimento andrebbe istintivamente a quanto troviamo scritto in Matteo 16.21, “…Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”; non sbaglieremmo, ma sarebbe una risposta affrettata perché in realtà il riferimento era proprio alle parole di quella sera che non furono capite da nessuno di loro, come confermato dagli interventi di Tommaso, Filippo e Giuda Taddeo-Lebbeo.

“Ciò che vi ho detto” va alle parole pronunciate qualche minuto addietro, prima in 13.33, “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove io vado, voi non potete venire” (13.33), poi a Pietro in 13.36 “ Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi”, e ancora di più in 14.3, “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”.

Gesù, da perfetto conoscitore e lettore del cuore umano, sapeva benissimo che quelle parole, per il contesto in cui furono pronunciate e per la mancanza della conoscenza che verrà data più avanti dallo Spirito Santo, non solo non avevano ottenuto alcun effetto, ma anzi “la tristezza ha riempito il vostro cuore” (16.6), per cui inizia a soffermarsi su un sentimento che forse più di tutti è soggetto a fraintendimenti ed equivoci, cioè l’amore, che è e dev’essere dimostrazione pratica realizzantesi, sottolineata e provata, dai fatti.

Prima, quindi, abbiamo la conferma dell’amore per Lui seguendolo, ora la descrizione di un comportamento attuabile solo quando si prende atto – se questo sentimento è presente davvero – della realtà, funzione, attitudini e – nel nostro caso – destinazione dell’altro, Lui compreso. Gesù stava per concludere il proprio Ministero terreno, se ne sarebbe dovuto andare non prima di aver toccato le vette più alte della sofferenza fisica, morale e spirituale, ma soprattutto sarebbe “tornato al Padre”, concetto anche questo non capito: “Che cos’è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete» e «Io me ne vado al Padre?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo «un poco» di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire” (16.17-18).

Si può affermare che, per quanto la comprensione reale delle cose dette verrà grazie allo Spirito, ciò che era presente negli Apostoli in quel momento era un egoismo carnale che faceva sì che rifiutassero il concetto della Sua dipartita: volevano averlo fisicamente sempre con loro. Se l’amore che provavano per Lui fosse stato veramente tale, lo abbiamo letto, “vi rallegrereste che io vado al Padre” perché, come leggiamo, lo avrebbe “fatto sedere alla propria destra nei luoghi celesti, al di sopra di ogni principato, autorità e potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. Ogni cosa gli ha posto sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa” (Efesi 1.20-22).

Ancora: “Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto” (Ebrei 2.8), e Filippesi 2.9-11, “Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre”.

La “tristezza” che “ha pervaso il vostro cuore” era umana e in quanto tale pienamente giustificabile e infatti, dal verso 4 del nostro capitolo, Nostro Signore si era impegnato a dissiparla, ma spiritualmente non aveva senso in quanto l’amore non cerca il proprio bene, ma quello della persona che si ama. L’apostolo Paolo, conscio della nostra natura terrena, scrive in proposito “Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma quello degli altri” (1 Corinti 10,24) il che significa, in due parole, andare oltre, al di là di quella condizione di omeostasi che viene bruscamente interrotta con la dipartita di un nostro caro, fratello o sorella che sia. La morte del corpo è una tragedia per “quelli che sono senza speranza” perché non solo è la fine di tutto, ma di ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, dire e non è stato detto, senza contare il giudizio cui l’anima andrà incontro perché “Dio ha mandato il proprio Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio” (Giovanni 3.17-18).

Si tratta di una scelta di fronte alla quale non possiamo fare nulla, si tratti di padri, madri, figli, fratelli nella carne o amici non convertiti per i quali verrebbe spontaneo pregare, ma anche qui, se non sono ancora in vita, non ha alcun senso perché “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4.13). Addirittura Gesù disse in Matteo 12.36 “Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio”. E lo stile di vita che ciascun uomo o donna conduce è come le impronte digitali: può essere solo ed esclusivamente suo, non può essere mutato o condonato una volta conclusosi con la chiamata tramite le morte del corpo. Quel perdono dei peccati che Dio dà incessantemente ogni qual volta lo si chiede, dopo la morte non può essere più possibile esattamente come i biglietti per quei viaggi che vanno acquistati prima.

Gesù poi non aveva detto ai Suoi che se ne sarebbe andato, ma che sarebbe tornato a loro e qui stava la fede; sarebbe bastato accogliere quelle parole per accettare attivamente, come poi fecero, le parole “Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (14.2,3). Non avrebbe potuto esistere promessa migliore.

È poi detto “Il Padre è maggiore di me”, frase che ha dato l’appiglio a molti per sostenere che Gesù sia una sorta di “Dio minore” e rigettare in tal modo il principio della Trinità, dimenticando che i ruoli sono diversi e, in quel caso, il riferimento era al Padre come – se si può usare questa parola – “mente”, autore di quel progetto di creazione dell’uomo, dell’universo e soprattutto della sua redenzione attraverso Colui che avrebbe mandato. Possiamo anche supporre che in quel momento Nostro Signore parlasse di Lui in forma umana, quando fu fatto “…di poco inferiore agli angeli” (Ebrei 2.7) e come tale parlava, ma resta il fatto che “proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (v.18).

Gesù parla così perché stava per tornare nella piena comunione col Padre, per riprendere quella gloria – aumentata – della quale si era volontariamente privato per un tempo di circa 33 anni e per ricevere da Lui la ricca ricompensa di quanto sofferto che abbiamo letto in Filippesi 2.9 e seguenti. Il Maestro stava per morire non perché Satana aveva potere sopra di Lui o sul Suo corpo, ma per ubbidienza alla volontà del Padre, anche qui “maggiore” di Lui  e dice “queste cose prima che ciò avvenga perché, quando ciò avverrà, voi crediate” (v.29): nulla ha tralasciato perché i discepoli potessero compiere un percorso spirituale pieno e secondo Dio nonostante sarebbero stati dispersi perché il loro pastore sarebbe stato colpito. Avrebbero creduto davvero e portato molto frutto guardando al solo che fu in grado di fronteggiare e uscire vittorioso da tutti gli attacchi dell’Avversario, il “principe di questo mondo” che stava per arrivare, ma che su di Lui non poteva nulla.

Restano da considerare le parole “Alzatevi, andiamo via di qui”, che lascerebbero pensare che, a quella frase, tutti se uscirono dalla sala, ma così non fu: con queste parole Gesù dichiarò praticamente chiusa la cena pasquale e a quel punto gli Undici si alzarono, ma prima che uscissero Gesù riprese a parlare e poi terminò il Suo discorso con la preghiera detta “sacerdotale” che esamineremo. Amen.

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