17.37 – Come il Padre ha amato me I/ II
Il comprendere limitato (Giovanni 15.9; Giobbe 38; Salmo 138)
9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Credo sinceramente che il nono verso sia uno dei più particolari del Nuovo Testamento, sotto alcuni aspetti difficile se non impossibile da comprendere e praticare perché perfetto come lo può essere, impiegando un paragone prettamente umano e quindi enormemente inferiore, il cielo stellato in alta montagna, un suono mai udito, il descrivere ciò che porta il rumore di una brezza leggera, o il silenzio (apparente) di un bosco: ciò che accomuna questi ambiti è sempre uno stato di profonda inadeguatezza che coglie chi si trova di fronte a loro; simile, fatte le dovute proporzioni. La ragione è che questi elementi bastano a loro stessi, esistono, si verificano, compaiono, ed il Padre (con il Figlio e lo Spirito Santo che interagiscono e sono Uno) è l’unico essere, vivente al di là del mondo, in grado di avere questa autosufficienza; è potenza che va al di là di qualsiasi entità conosciuta di cui troviamo traccia in ogni elemento, micro o macro, del creato che è Opera Sua. E noi siamo così lontani, quanto al ragionare, da questa perfezione da non riuscire a comprenderla nonostante abbiamo una scienza che, per quanto abbia fatto progressi enormi da quando l’uomo ha iniziato a voler comprendere il perché delle cose, è e sarà sempre limitata, enormemente distante dalla Verità e soprattutto da Lui.
Anche nelle cose spirituali abbiamo un limite visto nelle parole “La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta è la nostra profezia. (…) Ora vediamo come in uno specchio – quelli di allora – , in maniera confusa; ma allora lo vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono stato conosciuto” (1 Corinti 13.9-12).
Il Figlio, “sapienza di Dio”, un giorno abbiamo ricordato che “…è un albero di vita per chi l’afferra e chi ad essa si stringe è beato” (Proverbi 3.18), ed è stato riportato questo testo di 8.24-31: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine –quindi prima del “In principio” di Genesi 1.1–. Dall’eternità sono stata formata –in assenza di tempo, ma nel continuo movimento (o immobilità) dell’istante –, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come un artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (8.24-31).
Quindi Padre Creatore e Figlio quale coadiutore, strumento, voce, Parola che ordinò il primo movimento in assoluto delle Forme con “Sia la luce”. Infatti un’alternativa alle parole “io ero presso di lui come un allievo”, è “artefice”, cioè “realizzatore, artigiano, artista”.
Dell’uomo (caduto) invece leggiamo delle domande che rivelano la totalità del suo limite che troviamo nel capitolo 38 del libro di Giobbe: sono questioni che Dio pose a quest’uomo, alcune delle quali vanno lette in termini dispensazionali e poetici, ma che credo vengano presentate ad ogni essere umano indipendentemente dall’epoca affinché possa rispondere della propria origine e fine.
“Cingiti i fianchi come un prode: io ti interrogherò e tu mi istruirai! Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri? –in contrapposizione alla presenza della Sapienza e alla chiamata “Adamo, dove sei?” e al fatto che Giobbe nacque molto tempo dopo– Dimmelo, se sei tanto intelligente! Chi –oltre a me, quindi istituzione della distanza e del confine– ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la corda per misurare? Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e acclamavano tutti i figli di Dio? –gli angeli presenti alla creazione raffigurati anche in Salmo 148.3– Chi ha chiuso fra due porte il mare –la fossa delle Marianne coi suoi 10.929 m. di profondità, delle Sandwich australi, 7.385 e altre– quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e gli ho messo chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde»? Da quando vivi, hai mai comandato al mattino –cioè al sole nel suo ruotare attorno alla terra per dare le ore al giorno–, assegnato il posto all’aurora, per occupare le estremità della terra e ne scuota via i malvagi –che operano nell’oscurità reale e interiore–, ed essa prenda forma come creta premuta da sigillo e si tinga come un vestito, e sia negata ai malvagi la loro luce e sia spezzato il braccio che si alza a colpire? -Gli effetti della luce del giorno, che mostra la varietà della terra coi suoi colori e i suoi monti, colline, laghi e pianure come modellate da un vasaio, e poi la fine dell’empio che non potrà più trovare alcuna ragione e scopo della sua esistenza–“.
Sei mai giunto alle sorgenti del mare e nel fondo dell’abisso hai mai passeggiato? Ti sono state svelate le porte della morte e hai visto le porte dell’ombra tenebrosa? Hai tu considerato quanto si estende la terra? Dillo, se sai tutto questo! Qual è la strada dove abita la luce e dove dimorano le tenebre, perché tu le possa ricondurre dentro i loro confini e sappia insegnare loro la via di casa? –I movimenti di rotazione e rivoluzione terrestre– Certo, lo sai perché allora eri già nato e il numero dei tuoi giorni è assai grande! Sei mai giunto fino ai depositi della neve, hai mai visto i serbatoi della grandine che io riserbo per il giorno della sciagura, per il giorno della guerra e della battaglia?”
Questo è un riferimento agli elementi nella mano di Dio quando, ad esempio in Esodo 9.22-23: “Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano verso il cielo: vi sia grandine in tutta la terra d’Egitto, sugli uomini, sulle bestie e su tutta la vegetazione dei campi nella terra d’Egitto». Mosè stese il bastone verso il cielo e il signore mandò tuoni e grandine; sul suolo si abbatté fuoco e il Signore fece cadere grandine su tutta la terra d’Egitto”. Ancora con Giosuè in 10.11 dell’omonimo libro: “Mentre essi –i cinque re, quattro Amorrei e Adonì-Sedek di Gerusalemme– fuggivano dinnanzi a Israele (…), il Signore lanciò dal cielo su di loro come grosse pietre fino ad Azekà e molti morirono. Morirono per le pietre della grandine più di quanti ne avessero uccisi gli Israeliti con la spada”. Ricordiamo infine il castigo profetizzato sull’Assiria in Isaia 30.30, “Il Signore farà udire la sua voce maestosa e mostrerà come colpisce il suo braccio con ira ardente, in mezzo a un fuoco divorante, tra nembi, tempesta e grandine furiosa”.
Da sottolineare che la grandine non è un evento relegato alla storia antica, ma si presenterà ancora come strumento di giudizio: la prima tromba suonata dal primo angelo comportò “grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata” (Apocalisse 8.7), che lascerebbe pensare agli effetti di una guerra nucleare. La grandine sarà l’ultimo dei flagelli prima del giudizio finale, quando “Enormi chicchi di grandine, pesanti come talenti – il talento (romano) era 32 kg. circa –, caddero dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello” (16.21).
Proseguiamo: “Per quali vie si diffonde la luce, da dove il vento d’oriente invade la terra? Chi ha scavato canali agli acquazzoni e una via al lampo tonante, per far piovere anche su una terra spopolata, su un deserto dove non abita nessuno, per dissetare regioni desolate e squallide e far sbocciare germogli verdeggianti? –il provvedere di Dio agli animali di quei territori e al ribadire che la vita di qualunque essere, animale o vegetale, è opera Sua–. Ha forse un padre la pioggia? O chi fa nascere le gocce della rugiada? Dal qual grembo esce il ghiaccio e la brina del cielo chi la genera, quando come pietra le acque si induriscono e la faccia dell’abisso si raggela? Puoi tu annodare i legàmi delle Pléiadi o sciogliere i vincoli di Orione? –Le Pléiadi e Orione erano le costellazioni più osservate in antichità le prime in Estate, la seconda tra novembre e maggio, per cui la loro citazione comprende i due periodi, stagioni fredde e calde, con l’impossibilità per l’uomo di intervenire tanto sugli astri che sulle stagioni–.
“Puoi tu far spuntare a suo tempo le costellazioni e guidare l’Orsa insieme coi suoi figli? Conosci tu le leggi del cielo –per disporre a tuo piacimento le forze che le regolano, le orbite, la velocità della luce– o ne applichi le norme sulla terra? –cioè le riesci a comprendere?–. Puoi tu alzare la voce fino alle nubi per farti inondare da una massa d’acqua? Scagli tu i fulmini ed essi partono dicendoti: «Eccoci»? Chi ha messo la sapienza all’interno dell’uomo, o chi ha dato il senno alla sua mente? Chi mai è in grado di contare con esattezza le nubi e chi può riversare gli otri del cielo, quando la polvere del suolo diventa fango e le zolle si attaccano insieme? Sei tu forse che vai a caccia di preda per la leonessa e sazi la fame dei suoi piccoli, quando sono accovacciati nelle tane o stanno in agguato nei nascondigli? Chi prepara al corvo il suo pasto, quando i suoi piccoli gridano verso Dio e vagano qua e là per mancanza di cibo?”
Le domande di Dio a Giobbe proseguono ai capitoli da 39 a 41 col passare in rassegna il comportamento di alcuni animali che non affronteremo perché credo basti quanto abbiamo letto. Giobbe rispose “Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile”. La Scrittura, nella sua vastità immensa, ci pone di fronte quindi a tre “misteri” che ho diviso, per quanto mi è stato dato di comprendere, nell’amore del Padre per il Figlio, nelle leggi del creato che conosciamo in minima parte, e infine nel restare muti, in grado solo di prenderne atto, delle dinamiche espresse nel Salmo 138 di Davide, particolarissimo inno alla totalità perfetta di Dio che, alla luce del Nuovo Testamento, lo ampliano, lo aggiornano e ci illuminano sull’Opera e le funzioni del Figlio che quel re non poteva conoscere nei dettagli, ma gli furono comunque rivelate nella loro essenza.
Infatti: Signore, tu mi scruti e mi conosci –ecco perché dobbiamo cercare non la comprensione o l’approvazione dei nostri simili, o peggio pretendere di essere capiti da loro–. Tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta –ecco perché il Padre sa ciò che gli dobbiamo dire ancora prima che iniziamo–. Alle spalle e di fronte mi circondi –quindi non esistono lati scoperti– e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare le estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia notte», nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce. Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio: sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati quando ancora non ne esisteva uno. Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora. (…) Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita”.
Siamo così giunti al termine di questa prima parte, credo importante anche se, più che mie considerazioni, ho lasciato parlare il Testo Biblico. Ma è anche giusto tacersi, per respirare, acquisire, lasciar spazio a Colui che non solo ha fatto sì che nascessimo come esseri umani, ma ha amato il Figlio e, come in una catena, a sua volta Lui ha amato noi. Cercheremo di sviluppare col prossimo capitolo questi rapporti. Certo non da soli. Amen.
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