17.38 – COME IL PADRE HA AMATO ME II/II (Giovanni 15.9-11)

17.38 – Come il Padre ha amato me II: L’eternità, il passato e il presente (Giovanni 15.9-11)

9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena,

All’inizio dello scorso capitolo ho parlato della particolarità di questo verso proprio perché è spesso la semplicità a nascondere verità complesse nel momento in cui iniziamo a porci delle domande. È un verso che possiamo dividere in due parti, la prima delle quali parla dell’amore del Padre verso il Figlio, cui dobbiamo cercare di dare una collocazione temporale tenendo presente i passi che abbiamo citato, soprattutto Proverbi 8.24-31 in cui si parla della Sapienza che fu “generata” “come inizio della sua attività, fin da principio, agli inizi della terra”. Abbiamo letto che era “là” “quando fissava i cieli, quando tracciava un cerchio sull’abisso”.
Una lettura attenta di questi versi lascia intendere però che non vi fu un momento in cui la Sapienza venne al mondo, ma era già presente all’origine, quando il tempo non esisteva perché era l’eternità l’ambito in cui Dio era già “Colui che è”, o “che sono”. La traduzione corretta infatti recita: “Io sono stata costituita al principio, dall’eternità, prima che la terra fosse” (Versione Diodati, 1606).
La Sapienza poi fu rivelata nel corso dei secoli ai profeti dell’Antico Patto per poi venire al mondo con la nascita di Gesù, figlio di Dio di cui l’apostolo Paolo, citando il Salmo 2, così scrive: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo –ecco la Sapienza–. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette a destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?». E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me mio figlio?»” (Ebrei 1.1-5).
Da queste parole derivano due enunciati: il primo è l’eternità del Figlio avente la stessa sostanza del Padre, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”. Il secondo è che c’è stato un “oggi”, quindi un momento preciso che non può che trovare la sua identificazione prima nella Sua nascita –ricordiamo le parole degli Angeli “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”– e poi nell’inizio del Suo Ministero terreno quando, al Suo battesimo da Giovanni, il Padre stesso disse “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3.22) e quindi alla sua morte e risurrezione, coronamento di tutta la Sua Opera.
Ancora è Paolo, nel suo discorso nella sinagoga di Antiochia, a spiegare che “la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato. Sì, Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione” (Atti 13,21-34). Vediamo che ancora una volta viene citato il Salmo 2.7, che nel Nuovo Testamento è riportato tre volte. Si tratta di un Salmo che, nella seconda parte, traccia la storia dell’uomo dalla vittoria di Gesù sul peccato e sulla morte alla fine. Vediamo il testo:

“1Perché le genti sono in tumulto e i popoli mormorano cose vane? 2Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e il suo consacrato: 3«Spezziamo le loro catene, gettiamo via da noi il loro giogo!». 4Ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro. 5Egli parla nella sua ira, li spaventa con la sua collera: 6«Io stesso ho stabilito il mio sovrano sul Sion, mia santa montagna.7Io spiegherò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. 8Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane. 9Le spezzerai con scettro di ferro, come un vaso d’argilla le frantumerai». 10E ora, siate saggi, o sovrani; lasciatevi correggere, o giudici della terra; 11servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore. 12Imparate la disciplina, perché non si adiri e voi perdiate la via: in un attimo divampa la sua ira. Beato chi in lui si rifugia”.
Si tratta di un Salmo di autore sconosciuto, chiaramente profetico, che il cristianesimo ha fatto proprio anche nella sua prima parte in quanto parla delle ribellioni del mondo contro l’ordine spirituale istituito da Dio: sottolineiamo “mormorano cose vane”, cioè che non hanno fondamento né possono produrre alcun frutto di bene o felicità durevoli. Notiamo poi il “mormorare” quando il salmista avrebbe potuto scrivere “dicono”, “sostengono”, ma non usa quei verbi per sottolineare l’infondatezza dei contenuti da loro avanzati: il loro è un mormorio, non possiede nemmeno la dignità di un’affermazione. Nei “re della terra” e nei “principi” possiamo vedere tutti i personaggi storici che da sempre sono sorti per contrastare la vera Chiesa, ma anche tutti coloro che, avendo una posizione di rilievo nei vari campi della scienza o dell’arte, non hanno riconosciuto la mano di Dio nella creazione propagando modi di essere e di pensiero a Lui contrari. Notare anche le parole “Gettiamo via da noi il loro giogo!», quello “dolce e leggero” (Matteo 11.30) in contrapposizione a quello dell’Avversario, mortale.
Il verso 7 parla dell’“oggi”, cioè quel o quei momenti che l’hanno dichiarato, rivelato agli uomini come Parola di Dio, momento di una solennità totale perché, grazie al Figlio, il Padre non fu più nascosto a coloro che, “come a tentoni” lo cercavano. Gesù, come perfetto mediatore e solo grazie alla Sua Opera di redenzione, è l’unico a poter chiedere “in eredità le genti” ed avere in “dominio le terre più lontane” perché “Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli” (Salmo 22.28), “da mare a mare, dai fiumi fino ai confini della terra” (72.8).
Lo “scettro di ferro” poi è molto indicativo: è uno strumento cerimoniale, riccamente decorato, che ha riferimento con l’autorità del re. Ci aspetteremmo che il testo dicesse che è d’oro, ma che sia di ferro è confermato anche da Apocalisse 2.27; 12.5 e 19.15): qui il riferimento è alla durezza e al fatto che di ferro erano le armi e molti utensili da lavoro; quello “scettro” frantumerà tutti coloro che, fra le genti, non avranno riconosciuto a Dio e al Figlio il primato.

Il Padre quindi ha amato il Figlio dal momento in cui ha preso un corpo simile al nostro per iniziare quel percorso di santità e sofferenza che ha caratterizzato tutta la Sua vita terrena, ma prima? Erano una cosa sola, ma il rapporto fra loro era diverso perché l’uno era parte attiva per l’altro, uguale e al tempo stesso distinto per scienza e progettualità. Più che amore, prima che si incarnasse, parlerei di cooperazione e identità; sarà solo dal momento in cui il Figlio prenderà un corpo che il Padre dovrà sostenerlo (Isaia 42.1 “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui, egli porterà il diritto alle nazioni”), proteggerlo (come avvenuto ad esempio ai tempi di Erode il Grande), e soprattutto parlandogli tramite la preghiera, che conobbe momenti di un’altezza e intensità per noi inarrivabile come vedremo nell’orto del Getsemani, ma anche prendiamo atto delle parole dell’apostolo Paolo, l’unico a descrivere l’atteggiamento di Gesù in proposito: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito” (Ebrei 5.7), riferimento a quanto da Lui vissuto nell’orto. Esaudito e quindi amato. Sappiamo che Gesù non faceva nulla se non aveva l’approvazione del Padre (che equivaleva appunto al Suo sostegno) come sarà in proporzione per i discepoli quando furono inviati in missione e, al loro ritorno, Gli riferirono tutto quanto avevano fatto.
E qui arriviamo al “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”, vale a dire piena similitudine e, ancora una volta, mediazione perché non avremmo mai potuto essere amati dal Padre se non ci fosse stato il Figlio con il Suo servizio incessante fino alla morte e ritorno in cielo. Ora, pensando alle parole ricordate poc’anzi circa il “compiacimento” dichiarato in Matteo 3.17, ricordiamo quelle alla trasfigurazione, quando Mosè ed Elia furono coperti dalla nube luminosa e restò solo Gesù e alla voce che disse: “«Questi è il figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»” (17.5). L’amato. Ecco perché scrissi che, con Giovanni 15.9 che stiamo cercando di sviluppare, siamo di fronte a uno dei versi anche più difficili della Bibbia: si tratta di un amore che non comprenderemo mai appieno, per lo meno fino a quando saremo nel nostro corpo di carne. Un fratello scrisse che “È l’amore di Dio per uno che è uguale a Lui e a Lui simile in ogni cosa, che sempre gli compiacque e sempre si dimostrò pronto a qualsiasi sacrificio e fatica per adempiere i segni della divina misericordia.”
Ecco allora che se “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Giovanni 1.2), che vale per il mondo tangibile, quanto più sarà per il Regno nel quale entreremo! Ricordiamo le parole “Vado a prepararvi un posto” che si riferiscono ad un mondo che ancora non era stato formato perché se per creare l’universo furono necessarie Onnipotenza e Parola, per creare i “nuovi cieli e nuova terra” fu richiesto il Sacrificio riparatore del Figlio. E di qui l’amore del Padre. Non so se riesco ad esprimermi anche perché, ragionando su questo tema, mi ritrovo vuoto, incapace di rispondere, conscio del mio limite e del fatto che non potrò mai fare abbastanza per rispondere all’amore di cui sono fatto oggetto, come tutti i miei fratelli e sorelle.
A questo mio – e probabilmente nostro – profondo senso di inadeguatezza è Gesù stesso a darne il rimedio: dello stesso amore con cui è stato amato dal Padre, ha amato i Suoi, quindi anche noi. E ha dato se stesso, cosa che un dio dispotico e con sentimenti umani non avrebbe mai fatto né potuto fare. E “Rimanete nel mio amore” –terzo “rimanete” in questo capitolo– è l’unico modo che abbiamo noi per ricambiarLo, rispondere costruttivamente a questo rapporto: “Se voi osservate i miei comandamenti, voi rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”.
Il secondo “come” del nostro verso è molto impegnativo ed è un modo di essere che ci è spiegato dall’apostolo Pietro, là presente, con queste parole: “Anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme” (1° 2.21). Nostro Signore non aveva altro modo per restare in comunione con il Padre se non ottemperando a quel “come” e allo stesso modo noi, ponendoci questo stato come meta nonostante le cadute e gli incidenti di percorso che caratterizzano la nostra vita.
Concludono la nostra riflessione le ultime parole, destinate a realizzarsi quando gli Undici compresero il peso reale dell’amore di cui furono fatti oggetto, e ogni credente con loro: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. È la consapevolezza di essere sempre sotto la Sua protezione, la fede, l’unione che siamo chiamati a cercare ogni giorno, è l’annuncio secondo 1° Giovanni 1.4, “…quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. Queste cose vi scriviamo, perché la vostra gioia sia piena”. Amen.
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