09.07 – LA MISSIONE DEI DODICI: FINO ALLA FINE (Matteo 10.21-23)

9.07 – La missione dei dodici: VI. Fino alla fine (Matteo 10.21-23)

 

21Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.23Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo”.

 

Con questi versi termina la sezione degli “avvertimenti” di Gesù agli apostoli che partono dal dato del verso 16 (“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe”); da qui poi il discorso si apre verso prospettive future in una panoramica i cui avvenimenti non si sono ancora conclusi, come vediamo dalle parole “fino alla fine” e “prima che venga il Figlio dell’uomo”. Leggere le parole dette ai dodici, allora, significa tener conto di un modo di esporre i fatti diverso dal nostro nel senso che, per i metodi che ci sono stati insegnati, tendiamo a classificare, ordinare, spiegare per essere il più chiari possibile, mentre per gli uomini del tempo di cui ci stiamo occupando non era così, Gesù compreso. Pensiamo solo ai libri della Scrittura, che non avevano capitoli né versetti, eppure erano meditati e conosciuti meglio di adesso. Ed anche imparati a memoria. L’importante era che chi scriveva o parlava affrontasse argomenti che sarebbero stati compresi e si sarebbero verificati al momento opportuno. Ad esempio, prendendo alla lettera la prima parte del verso 12, non risulta, limitatamente alla loro missione, che gli apostoli fossero costretti a fuggire in una città diversa da quella in cui predicavano, ma il libro degli Atti è pieno di casi simili: pensiamo a Paolo, che a Damasco aveva irritato i suoi “fratelli” di fede ebraica a tal punto che “per riuscire ad eliminarlo, essi sorvegliavano anche le porte della città, giorno e notte; ma i suoi discepoli, di notte, lo presero e lo fecero scendere lungo le mura, calandolo giù in una cesta” (9.24,25). Ancora, pensiamo a 8.1-4 in cui leggiamo che “In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria. (…) Saulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere. Quelli che però si erano dispersi andarono di luogo in luogo annunciando la Parola” (8.1-4).

Ecco allora che quanto detto da Gesù riguarda realtà che comprendono una finestra temporale molto ampia e sulla quale tornerà nel corso del suo Ministero diverse volte, sempre aggiungendo particolari, dal tempo in cui era in vita sulla terra a quello del suo ritorno, tema che non riguarda solo un evento. Nei versi che abbiamo preso come tema di riflessione esistono tre punti precisi, il primo dei quali è “il fratello farà morire il fratello”, frase che si riferisce tanto a quelli carnali che di fede ebraica, considerandosi tutti “figli d’Abrahamo”. Ebbene in quel contesto Nostro Signore disse “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non la pace, ma la spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da sua padre e la figlia da sua madre e la nuora dalla suocera, nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (vv. 34-36 di questo stesso capitolo).

La panoramica in proposito è desolante, perché in un mondo dominato dal peccato non potrebbe essere diversamente: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera” (Luca 12.51-53). Gesù porta divisione e non potrebbe essere altrimenti visto che la sua Parola è una spada a due tagli che, per il tema trattato, agisce proprio in quel nucleo che più di tutti dovrebbe restare unito, cioè la famiglia: quando uno non condivide ciò su cui questa si basa, le sue credenze, gli ideali, lo stile di vita, immediatamente ne turba l’equilibrio e ciò avviene soprattutto nel momento in cui la fede porta a non adeguarsi, identificarsi più nelle stesse cose che prima avevano valore per tutti. Ricordiamoci di Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò” (Genesi 12.1).

Parlando Nostro Signore qui principalmente della famiglia religiosa ebraica, allude a una struttura granitica che si basava sull’osservanza della Legge, con tutti quei corollari e orpelli sui quali credeva di vivere illudendosi di essere per questo santa. In una società simile, la pace, nel momento in cui uno dichiarava di seguire Cristo e non la Legge, il tradimento dei genitori, fratelli, parenti e amici che “uccideranno alcuni di voi” (Luca 21.16), sarebbe stata impossibile. Dicendo “il fratello darà il fratello alla morte”, poi, Gesù fa un collegamento immediato a Caino e Abele (ma anche a tanti altri): Caino era il primogenito per cui avrebbe dovuto essere d’esempio al fratello, ma lo uccise perché constatava che era Abele e non lui a beneficiare delle benedizioni di Dio. In altri termini, per quanto Caino potesse fare, visto che l’unica cosa per cambiare la situazione che si era venuta a creare avrebbe dovuto implicare un cambiamento di metodo e coscienza da parte sua, preferì restare com’era e attuare un omicidio, il primo della storia. E lo stesso odio i giudei osservanti, nei confronti dei cristiani, lo impiegarono a partire proprio da Gesù, non potendolo contrastare in dottrina né tantomeno in opere. Poi, guardando alla Storia, ogni qual volta il cristianesimo è diventato religione ufficiale e si è snaturato della fede per abbracciare la politica, la superstizione e gli interessi mondani, è avvenuta la stessa cosa: pensiamo all’inquisizione e ai conseguenti omicidi, delazioni, torture che hanno subìto innumerevoli innocenti. La religione (o un governo) cioè quel sistema organizzato, basato sulla menzogna per illudere l’uomo di avere un dio sensibile a riti, atteggiamenti, “divinità” estranee, usi e credenze, non può che voler eliminare chi dell’Iddio vivente e vero è figlio. Pensiamo ai cristiani che vivono in India, Cina, Paesi arabi ed altri.

C’è però in tutto questo livore, che è descritto con parole semplici, “sarete odiati da tutti a causa del mio nome”, una frase di riferimento molto importante, cioè “Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto” (Luca 21.18) che ci parla dell’assoluta cura di Dio Padre nei confronti dei suoi figli e del premio che li attende. Perché va temuto non chi può uccidere il corpo, ma l’anima. E la salvezza del credente ha un prezzo pagato da Gesù Cristo, ma anche dalla persona stessa che può sempre essere vittima di chi è spinto dall’Avversario.

Il verso 22 avvisa quindi “sarete odiati da tutti a causa del mio nome” dove quei “tutti” sono gli uomini che vivono la loro vita fondata su una fede nel loro presente e futuro egoistico: faccio, posso, voglio. E qui entriamo anche nel concetto secondario dell’odio, che implica “amare meno”, quindi trascurare nel senso di “non curarsi di”: allora ecco che si emargina, si deprezza, disistima, si fa quel che si può pur di mettere la persona che con la propria testimonianza, sia “attiva” o “passiva”, nell’impossibilità di disturbare. Perché “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Giovanni 15.18.19). Dovremmo sempre tenere presente che abbiamo ricevuto in dono non solo la salvezza, ma anche la Sua Parola: “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del monto, come io non sono del mondo” (17.14); quindi, presto o tardi, troveremo il nostro Caino, nel senso di persona avversa. Anche tutti i giorni. Perché questo personaggio “era dal Maligno e uccise suo fratello (…) perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. Non meravigliatevi se il mondo vi odia” (1 Giovanni 3.12-16).

Quindi abbiamo un’estensione alla condizione di essere delle “pecore in mezzo ai lupi” che i discepoli di Gesù, anche moderni, potranno trovare addirittura nelle loro famiglie, quelle che prima di incontrarLo ritenevano magari fonte di quiete e di riferimento.

L’ultima parte del verso 22 ci responsabilizza enormemente e può essere disturbante per coloro che credono non serva impegnarsi perché tanto “salvati e amici” di Dio a prescindere da come si comportino: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”. La salvezza, dono gratuito di Dio, è il primo gradino, l’abilitazione ad avere un rapporto con Dio riservato a chi lo ha accolto, ma non può esservi chi la prende e la tiene per sé come quel servo che, ricevuto un talento, lo nascose per renderlo al suo signore al suo ritorno. Non va dimenticato mai che Dio “renderà a ciascuno le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità” non certo umana (Romani 2.6,7).

Non è concepibile un credente che si culla in uno stato di quiete mondana, pensando solo a se stesso, facendo le stesse cose di quando non conosceva il Vangelo, perché “Siamo diventati partecipi di Cristo a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio” (Ebrei 3.14). Fino alla fine, cioè fino a quando non saremo da lui chiamati con la morte oppure con la trasformazione del corpo al Suo ritorno.

Resta un ultimo punto da considerare ed è la frase “Non avrete finito di percorrere le città di Israele prima che venga il Figlio dell’Uomo”, dalla quale sembra che il ritorno di Gesù fosse quanto mai imminente, addirittura prima che i dodici rientrassero dalla loro missione, che non comprese tutto il territorio israelita. Credo che per risolvere il significato della frase vada prima compreso quello della venuta del Figlio dell’Uomo, che per noi che lo attendiamo rappresenta un avvenimento preciso e liberatorio, mentre allora si conosceva il “giorno della vendetta del Signore” in cui ogni abitudine sarebbe stata sovvertita come avvenne per Babele, il diluvio, la distruzione di Sodoma, Gomorra e delle città della pianura (Adma e Seboim).

Abbiamo così questa doppia valenza da riconoscere, cioè il Ritorno e quel giorno di giudizio che si abbatté su Gerusalemme nel 70 quando fu distrutta dalle truppe romane, mentre quello definitivo sarà il giudizio finale sui popoli e nazioni, ancora a venire. Le parole di Gesù sulla venuta del “Figlio dell’Uomo” sono così da identificare anche, a parte nella Sua nascita, morte e resurrezione, col giudizio su Gerusalemme e l’orrore che contrassegnò quei tre anni a partire dall’assedio fino alla caduta di Masada.

Possiamo dire, a conclusione di questo capitolo, che una parte del sermone profetico di Gesù in Matteo 24 allude proprio al tempo di questa rovina. Per questo disse allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere le cose di casa sua, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendere il suo mantello. In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano!  Pregate che la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato. (…) Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”.  Perché i disegni di Dio si compiono sempre, dai più piccoli, quindi anche quelli per noi, ai più grandi. Amen.

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09.05: LA MISSIONE DEI DODICI: PECORE IN MEZZO AI LUPI (1). (Matteo 10.16-20)

9.05 – La missione dei dodici: IV Pecore in mezzo ai lupi I/II (Matteo 10.16-20)

 

16Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe. 17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe:18e sarete condotti davanti ai governanti e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19E quando vi consegneranno nelle loro mani, non vi preoccupate di come e di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento di che cosa dovrete dire;20non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”.

 

Entriamo qui nel settore degli avvertimenti di Gesù ai dodici in cui non posiamo escludere che Matteo abbia radunato contenuti espressi in altre occasioni. La Parola di Dio, fiume che scorre, messaggio che si attualizza e si rinnova nel tempo con contenuti che si adattano progressivamente nella e alla storia umana, dà livelli di lettura che allargano il tema non solo alla missione che stava per essere intrapresa, ma alla Chiesa e a ciò che ogni discepolo di Gesù avrebbe incontrato. Quanto Nostro Signore predice ai Suoi, quindi, non è più ristretto allo specifico del mandato temporaneo di annuncio della vicinanza del Regno, ma si allarga a tutto il cristianesimo secondo i suoi differenti stadi e, infatti, non è difficile scorgere un primo adempimento delle parole di Gesù con quanto narrato nel libro degli Atti e con le persecuzioni che Pietro, Paolo ed altri, Stefano compreso, subirono fino al martirio. In questo capitolo, quindi, cercheremo di leggere il significato immediato delle parole del brano, e di attualizzarlo in parte ai nostri tempi.

Il verso 16, dopo l’ “Ecco” iniziale che annuncia un nuovo corso degli avvenimenti, si apre con “Io” che sottolinea la potenza e la volontà di chi manda ed è garanzia del fatto che Gesù conosca perfettamente i pericoli che corrono le sue “pecore“, animali incapaci difendersi che addirittura, in Luca 10.3 quando vi sarà la missione dei settanta, verranno paragonati ad “agnelli in mezzo ai lupi”. Si tratta di una realtà che copre un raggio molto vasto e che, limitatamente ai dodici, riguardava i pericoli che avrebbero potuto correre ma, per noi, contempla la possibilità che dai lupi non ne sia risparmiata neppure la Chiesa. Da notare che gli animali citati, pecore, lupi, serpenti e colombe, non sono “buoni” o “cattivi”, ma hanno un comportamento insito in loro: così sono per indole, istinto, “programmazione” al di là di qualsiasi giudizio morale; il loro comportamento è un dato di fatto, costituisce l’appartenenza a un ambito specifico di azione, un ruolo nell’ecosistema così creato. Certo, se il lupo in quanto animale non ha colpe, per quello spirituale va fatto un serio distinguo.

L’apostolo Paolo, parlando agli anziani di Mileto, disse “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata col sangue del proprio figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi dei lupi rapaci – certo non inviati da Cristo – che non risparmieranno il gregge” (Atti 20.28,29). Ecco allora che in mezzo a questo quadro desolante, se non ci fosse quell’ “Io” del verso 16, credo che mancherebbero le forze a chiunque, che nessuno avrebbe una speranza di riuscita nella sua missione o anche solo la più piccola possibilità di sopravvivere perché il lupo, animale predatore che può trovarsi in branco oppure da solo, non sempre uccide con l’unico scopo di nutrirsi.

Quindi, per evitare di venire sbranati, Gesù avverte “siate dunque – nel vostro interesse – prudenti come serpenti e semplici come colombe”, cioè andando contro il vostro istinto, ora naturale, di nuove creature, paradossalmente prendendo a modello l’essere che ha causato la rovina del genere umano, il serpente di cui in Genesi 3.1 è detto che era “il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto”. Naturalmente il serpente, non certo chi allora lo aveva abitato e che approfittò di questa sua caratteristica. Sappiamo che Satana agì in questo animale proprio per il suo carattere, ampliandolo e adattandolo ai suoi scopi di rovina. Certo non è un argomento sviluppabile in un solo capitolo, ma dando delle linee fondamentali a ciò che Gesù vuol dire ai dodici e a noi è che esiste una quantità enorme di fattori da considerare se davvero abbiamo intenzione di sviluppare un ministero di testimonianza e predicazione: l’essere inviati come “pecore in mezzo ai lupi” non significa venire mandati al macello, ma in un territorio in cui la presenza di questi predatori è certa. Eppure bisogna avere a che fare presto o tardi con loro per cercare di recuperare, mediante il Vangelo, chi lupo non è. Ecco allora che la prudenza e l’astuzia del discepolo non si manifesta con il mimetismo, ma con il reperimento delle strategie opportune per salvaguardarsi dall’opera dei lupi senza rinunciare alla semplicità della colomba, animale che, al pari della pecora, non è in grado di portare avanti linee di condotta in cui vi sia violenza. Ricordiamo in che forma discese su Gesù lo Spirito Santo. E queste due condizioni, l’essere mandati in mezzo ai predatori e l’essere prudenti e semplici, confluiscono in un solo principio, “Guardatevi dagli uomini“: là dove un animale avendo a che fare col proprio simile trova solitamente un’intesa o cooperazione, per l’uomo è diverso perché può sempre scoprire, spesso quando è troppo tardi, un nemico sotto mentite spoglie. E la storia umana, a qualunque disciplina si riferisca, è piena di soprusi, tradimenti, prevaricazioni. Chi ha creduto, per la stessa definizione di Gesù “I figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce”, non ha la necessaria astuzia per fronteggiarli, ma se non s’impone la prudenza come metodo, il calcolo e il discernimento mentre ha a che fare con loro, è destinato a subire conseguenze anche pesanti, a subire congiure, piani vessatori, tradimenti e pagarne le conseguenze.

Ora, al verso 17, questi “uomini” da cui Gesù raccomanda di guardarsi avrebbero consegnato i suoi discepoli ai “tribunali”, parola interpretata più che tradotta perché l’originale ha “concistori”, i cosiddetti “tribunali dei sette” istituiti in tutte le città a giudicare i reati “minori” somministrando pene amministrative o corporali, spettando ai romani comminare la pena di morte. La frase “vi flagelleranno nelle loro sinagoghe”, poi, si riferisce alle reazioni scomposte e isteriche, ma non per questo innocue, di cui abbiamo testimonianza nel libro degli Atti (la già citata morte di Stefano) e, ancor prima, con il processo a Gesù, l’Agnello di Dio per eccellenza di cui il salmista profetizza “Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori, hanno scavato le mie mani e i miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa, essi stanno a guardare e mi osservano: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte” (Salmo 22.17-19). La lettura del secondo libro di Luca, poi, è piena di false accuse e complotti verso colo che annunciavano il Vangelo convertendo anche i giudei.

“Guardatevi dagli uomini”, dunque, cioè da chi non possiede altra caratteristica se non quella di vivere l’orizzontalità e non la verticalità della vita, quindi da chi appartiene al mondo e per il mondo vive fondando su di lui tutto il proprio essere. Questo comprende tutti gli affetti che possiamo avere, le amicizie estranee al nostro mondo spirituale che coltiviamo a nostro rischio, spesso dimenticando – parlo anche per esperienza e non solo perché così è scritto – che tra luce e tenebre non vi può essere nulla in comune. Spesso i tradimenti di varia natura o le perdite che subiamo trovano la loro origine in un nostro errore. “Guardatevi dagli uomini” è un consiglio amorevole che Gesù rivolge a tutti coloro che si ritengono o desiderano essere suoi discepoli, arrivando a scavare anche in quelli che dovrebbero essere gli affetti più cari: in questo stesso discorso dirà “i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua” (v.36). L’appartenenza a Cristo e la relativa conversione, infatti, crea automaticamente una grande spaccatura che si fa tanto più profonda quanto più il seguire Gesù si fa evidente agli occhi di chi ci ha circondato fino a poco prima del nostro incontro con Lui. E qui ci sarebbe molto da dire sul fraintendimento colossale che inseriscono certe organizzazioni religiose pronte a vantarsi delle “persecuzioni” che i loro adepti subiscono da parte di familiari preoccupati per atteggiamenti e metodi che riguardano prese di posizione tese ad apparire più che il risultato dell’opera dello Spirito.

“Guardatevi dagli uomini” è un modo per ricordare che l’appartenere a questo genere, se qualifica ogni uomo e donna come individuo dotato di anima e quindi come essere superiore, può collocarlo tanto nella luce che nelle tenebre. Anzi, ricordiamo che l’apostolo Paolo giunge a dire “Un tempo eravate tenebre”, cioè vi identificavate con esse e avevate la loro medesima caratteristica (Efesi 5.5). Ricordiamo anche la frase “…figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa” (Filippesi 2.14).

“Guardatevi da” indica allora la metodologia per una profilassi preventiva e, nella Scrittura, incontriamo solo dieci inviti preceduti da questo verbo: abbiamo

 

1) il guardarsi dal praticare la nostra giustizia davanti agli uomini, primo passo verso l’ipocrisia;

2) dai falsi profeti per non cadere nelle loro reti;

3) dagli uomini (il nostro caso);

4) dal “disprezzare alcuno di questi piccoli” cioè chi è veramente semplice (18.10);

5) dal lievito degli scribi e dei farisei, collegato all’esercizio della falsa giustizia;

6) da ogni avarizia che poi è considerare una cosa esclusivamente come nostra (Lc 12.15);

7,8) dai cani e dai cattivi operai;

9) da quelli della mutilazione (Fil. 3.2) strettamente collegati a quegli ebrei che ponevano la circoncisione come indispensabile per essere considerati popolo di Dio;

10) dagli idoli (1 Gv 5.21).

 

Rinviando al un prossimo capitolo l’esame del metodo che può consentire alla pecora in mezzo ai lupi di sopravvivere, cerchiamo di concludere la lettura immediata del nostro passo: i discepoli sarebbero stati condotti “davanti ai governanti e ai re per causa mia”, letteralmente “rettori e re”, quindi davanti ai magistrati romani di vari ordini e gradi, proconsoli, pretori e procuratori oltre che ai “re”, riferimento ad Erode Agrippa e ai “Cesari” romani.

Ebbene, in questo frangente non saranno i discepoli a parlare, ma lo Spirito Santo dimorante in loro: non si tratterà di riportare frasi fatte, di compiere miracoli, ma di raccogliere ed esporre le proprie esperienze e conoscenze in modo tale da mettere quelle persone nelle condizioni di scegliere se continuare ad opporsi allo Spirito stesso, o cedere davanti a lui. Ricordiamo che se gli apostoli, dal primo all’ultimo, avessero dovuto assemblare i loro ricordi per evangelizzare senza venire illuminati dallo Spirito, avrebbero miseramente fallito. Ma ringraziamo Nostro Signore Gesù Cristo perché disse loro “Vi ho detto queste cose mentre io sono ancora presso di voi. Ma il Consolatore, lo spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Giovanni 14.26). Amen.

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09.04 – LA MISSIONE DEI DODICI: LA GRATUITÀ DEL DONARE E LA GESTIONE DI SÉ (Matteo 10.8-14)

9.04–La missione dei dodici: III. Gratuità del donare e la gestione di sé (Matteo 10.8-14)

 

8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.”.

 

Abbiamo qui le istruzioni di Gesù ai dodici che per la prima volta sarebbero diventati davvero operativi, protagonisti della predicazione anche se in modo diverso da quanto avverrà dopo l’ascensione e la discesa dello Spirito Santo. Siamo infatti al tempo in cui la diffusione del Vangelo consisteva nell’annuncio del Regno di Dio “vicino” o “giunto” a Israele, popolo eletto che, credendo nel Messia promesso, avrebbe potuto determinare un nuovo corso storico per sé e per gli altri popoli. La vicinanza del Regno andava dichiarata a tutti indipendentemente dal loro grado di istruzione o condizione sociale e ciò avveniva ininterrottamente secondo il raccordarsi dell’eternità di Dio col tempo degli uomini: pensiamo che, a partire dall’annuncio della nascita di Gesù, nel giro di pochi decenni si erano registrati eventi miracolosi (le tante teofanie angeliche e tutti gli episodi ad esse collegati), la predicazione e il battesimo di Giovanni, il ministero di Gesù, i suoi discepoli che Lo seguivano e collaboravano con Lui per quanto potevano, la predicazione sostenuta dai miracoli. Ora abbiamo l’invio dei dodici dopo aver ricevuto potere su tutto ciò che era d’impedimento per una vita totalmente piena, cioè la malattia, la morte, la lebbra e la possessione demoniaca. Si tratta di quattro elementi di cui due sicuramente ”naturali” perché malattia e morte rientrano nella vita; gli altri invece non si sa come affrontare, sfuggono alla comprensione perché appartengono a una dimensione alla quale l’essere umano non pensa e vi si ritrova coinvolto suo malgrado. La lebbra, per la quale non c’era cura, modo che Dio allora aveva per giudicare la persona nella carne, sappiamo che rendeva chi ne era affetto totalmente emarginato dalla società e senza diritti. L’indemoniato, poi, non avendo più il controllo su di sé, viveva succube di colui, o coloro, che lo abitavano. Ecco allora la totalità dell’intervento che i dodici erano in grado di portare a quanti avrebbero accolto il loro annuncio, a conferma del fatto che non possono esservi limiti all’intervento di Dio.

Penso a come si saranno sentiti i dodici nell’esercizio delle loro funzioni che Gesù aveva conferito loro, che da battezzatori che ricalcavano le orme di Giovanni Battista, si ritrovavano a compiere quei miracoli che mai avrebbero pensato di poter fare, meditando così sulla differenza tra il seguire un profeta o il Figlio di Dio.

Va comunque rilevato che “risuscitate i morti” manca nei manoscritti più antichi e che, nei racconti evangelici, non abbiamo nessun dato circa resurrezioni operate dagli apostoli in questo primo periodo. Poco cambia perché Gesù, se avesse conferito ai Suoi tre ambiti di contrasto e non quattro, si sarebbe riservato quello sulla morte. Concedendo poi ai dodici di intervenire sugli altri elementi, quindi malattia, lebbra e possessione, avrebbe mantenuto il necessario distinguo fra coloro che esercitavano dei poteri concessi e Lui, Figlio dell’uomo e dell’Iddio vivente. Eppure, quel “chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato”, ci parla di un’identità totale.

Leggiamo poi il primo ordine impartito, “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, strettamente connesso a quanto appena conferito ai dodici tra i quali anche Giuda Iscariotha. Si tratta di un verità con la quale Nostro Signore stabilisce un primo, fondamentale pilastro dei rapporti che devono intercorrere fra chi del Vangelo è un operatore e chi un fruitore: Gesù aveva conferito un potere ai dodici e il suo ordine è teso potenzialmente ad evitare quei fraintendimenti carnali che si manifestarono altrove, come nel caso del mago Simone, che pregò gli apostoli di dare anche a lui il potere di trasmettere il dono dello Spirito Santo con l’imposizione delle mani (Atti 8.9-24). Questo Simone voleva che ciò avvenisse per poi fare altrettanto, ma facendosi pagare. Ricordiamo le parole di Pietro in proposito: “Possa andare in rovina tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convertiti dunque da questa tua iniquità e prega il signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore”.

Tanto le parole di Gesù ai dodici quanto quelle di Pietro al mago Simone aiutano a valutare la condizione spirituale di quelle Chiese, o credenti, che chiedono un contributo economico per opere che non possono essere valutate con un metro umano e quindi il denaro, doveroso compenso per una qualsiasi attività lavorativa, è qui completamente fuori luogo. Ecco allora che qualunque dono un credente abbia ricevuto non può venire esercitato a pagamento, ma dev’essere un libero donarsi per quanto, come vedremo, con accortezza.

Già con la proibizione di accettare denaro dai beneficiari dei miracoli abbiamo un primo, profondo distacco dal modo di ragionare umano, ma la seconda istruzione irrompe anche nel senso di prudenza che qualunque viaggiatore doveva (e deve) avere, predisponendo quanto potrà aiutarlo nel viaggio: gli apostoli non dovevano portare con sé oro, argento e denaro, tutti indici di una coscienziosa previdenza in quanto elementi che potevano essere scambiati in denaro e quindi ciò avrebbe evitato di portare con sé il peso eccessivo di molte monete. Poi niente sacca da viaggio (utilizzata per semplici provviste alimentari), vestiti di ricambio e sandali che però, venendo raccomandati in Marco, viene da pensare che ne fosse proibito un ulteriore paio. Infine, nell’elenco, non viene ammesso addirittura il bastone per sostenersi quando stanchi o da usare per difendersi da animali aggressivi. Il bastone era soprattutto quello strumento che qualificava la tribù di appartenenza della persona. Matteo specifica tutto ciò mentre Luca riporta “non prendete nulla per il viaggio”: i dodici avrebbero dovuto andare così com’erano, senza nient’altro che loro stessi e, soprattutto, la benedizione del loro Maestro perché “chi lavora ha diritto al suo nutrimento” cioè “io stesso provvederò a voi”.

Inviando i dodici in missione Gesù intende far scoprire loro cosa voglia dire lavorare per Lui, cioè stare sotto le Sue ali protettive e quindi dipendendo da Dio in tutto e per tutto ma, attenzione, fu uno stato temporaneo sul quale occorre riflettere per non cadere nell’approssimazione o peggio in un “romanticismo” fuori luogo: vero è che davanti a Nostro Signore ci siamo sempre, vero è che chi dirige la nostra vita è Lui come è Lui a proteggere e provvedere continuamente, ma non si può fare di questi principi una regola assoluta, qualcosa che debba avvenire per forza come lo fu per gli apostoli in missione. In altri termini, per chiarire il concetto senza ombre, Gesù inviò i Suoi con questi ordini per far capire loro quanto fosse fondamentale attenersi alla Sua provvidenza, ma successivamente non fu più così, anzi, ricordando proprio questa missione disse loro: “«Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?» Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico, deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato fra gli empi»” (Luca 22.35-37).

Sappiamo che quando Gesù “Fu annoverato fra gli empi” ne accettò le conseguenze anche di fronte al Padre che lo abbandonò e per questo, in quel lasso di tempo per quanto breve, non avrebbe potuto far nulla né per sé, né per altri: “Bisogna che noi compiano le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la note, quando nessuno può agire” (Giovanni 9.4)

Ricordiamo, a proposito del mantenersi, l’apostolo Paolo che lavorava perché non voleva essere di peso agli altri che avrebbero voluto sostenerlo con le offerte: “Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi, vi abbiamo annunciato il Vangelo di Dio” (1 Tessalonicesi 2.9). Ancora, “Noi non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare” (2 Tessalonicesi 3.7-9). E più avanti si dirà che “Chi non vuole lavorare, non deve neppure mangiare” (v.10).

Quanto Gesù ordinò ai dodici nel nostro episodio, quindi, aveva lo scopo di far comprendere loro che erano un tutt’uno con Lui e che a Lui avrebbero sempre dovuto far riferimento per qualunque loro esigenza, ma questo non li esimeva dal sostenersi da sé in futuro, quando avrebbero poi affrontato la predicazione per formare la Chiesa, posto che il concetto di lavoro era molto diverso dal nostro così come il tempo che a lui si dedicava. Ecco che quindi fare di un episodio “dispensazionale” una regola appare fuori luogo e fuorviante, buono tuttalpiù per del “romanticismo cristiano” che rischia poi di evaporare alla luce della realtà della vita e portare al fallimento o a compromessi di varia natura per sopravvivere.

L’opera cristiana non può essere lasciata al caso, ma proseguendo nella lettura vediamo che è frutto di calcolo e previdenza perché, al verso 11, vengono date le indicazioni per l’alloggio, cercando una casa il cui proprietario sia una persona “degna” nel senso che goda la stima della città o del villaggio, oltre che appartenere alla categoria dei “giusti” come intesi allora. Il verbo impiegato per “cercare”, ecsetàsate, implica un “laborioso ricercare onde scoprire il vero”, quindi facendo appello anche al proprio discernimento. Lì i discepoli, a coppie, avrebbero dovuto dimorare, ma solo se la “casa” si fosse confermata disponibile all’accoglienza del messaggio che essi portavano. Nonostante “Pace a questa casa” fosse ed è tutt’ora un saluto comune in Oriente, in quel caso non si porgeva un augurio sincero e benevolo, ma la pace di Cristo, quella del Regno dei cieli vicino, del Vangelo: essendo impossibile non dichiararsi subito favorevoli o contrari, visto che non può esistere neutralità, ecco che quella “pace” avrebbe potuto scendere sui membri della famiglia, o tornare agli apostoli perché il Vangelo è veramente l’annuncio della “pace” fatta tra Dio e gli uomini che gli appartengono. E la vicinanza del Regno era appunto l’unico annuncio di pace possibile.

È interessante Luca che nel suo racconto fa dire a Gesù “Non passate di casa in casa” perché non solo cambiando dimora avrebbero potuto urtare la suscettibilità del primo ospitante e quindi turbare degli equilibri emotivi che dovevano restare fermi, ma anche avrebbero dimostrato poca oculatezza e sensibilità oltre a venir scambiati per girovaghi, o questuanti, o entrambe le cose. E certo i discepoli di Gesù non vivevano di espedienti.

Una casa, più case, un paese o una città avrebbero avuto la responsabilità di accogliere o rifiutare il messaggio evangelico e la reazione, in quel caso, avrebbe dovuto essere “scuotete la polvere dei vostri piedi”, secondo Marco 6.1 cui Luca 9.5 aggiunge “in testimonianza contro di loro”: lo scuotimento della polvere era un gesto che poteva essere capito molto bene perché usato dai Farisei che, rientrando in Giudea da un paese pagano, scuotevano la polvere dai sandali alla frontiera in segno di esclusione da qualsiasi rapporto coi gentili. Per gli apostoli questo gesto significava che non solo non intendevano portare con sé nulla che appartenesse a quella gente, ma che si liberavano da qualsiasi responsabilità derivante dalla condanna che avrebbe seguito il loro rifiuto. Lo scuotimento della polvere lo troviamo nel libro degli Atti ad Antiochia, quando “…i giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio” (Atti 13.50,51). Anche qui si trattò di un gesto che fu capito dai Giudei e con il quale i due, Paolo e Barnaba, si dichiararono non responsabili del giudizio che sarebbe caduto su quelli.

L’uomo che non conosce il messaggio del Vangelo, nel momento in cui gli viene offerto, ha davvero l’opportunità di determinare il proprio destino di eternità con o senza Cristo secondo quanto leggiamo in Romani 2.5-8: “Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia”. L’uomo quindi, come già detto, deve inevitabilmente obbedire a qualcuno, è uno schiavo comunque nonostante non si ritenga tale. La differenza tra chi servire risiede nel fatto che con Cristo si ha sempre una scelta, mentre con Satana no.

C’è poi il riferimento a Sodoma e Gomorra, città tristemente note nell’antichità per il loro voler vivere in modo totalmente libero non tanto e non solo la sessualità, ma per il disprezzo assoluto delle esigenze altrui, dell’ospitalità e della correttezza dei rapporti umani. Ebbene gli abitanti di quei luoghi, educati agli istinti primitivi fin dall’adolescenza, che non ebbero informazioni o una predicazione su quali fossero le esigenze di Dio, saranno trattate nel giudizio finale meno duramente rispetto a tutti quelli che hanno disprezzato coscienziosamente la testimonianza del Vangelo. E tale affermazione è sostenuta dall’Amen di Gesù, “In verità io vi dico”. Ecco perché il messaggio è “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori”. Amen.

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09.03 – LA MISSIONE DEI DODICI: DA CHI ANDARE (Matteo 10.5-14)

9.03 – La missione dei dodici: II. Da chi andare (Matteo 10.5-14)

 

5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.”.

 

“Chiamare” e “dare” sono i due verbi sui quali ci siamo soffermati nello scorso capitolo. Nella nostra lettura ora se ne aggiunge un terzo, “ordinare”, che contiene le norme di comportamento dell’apostolo in missione, alcune delle quali limitate al periodo in cui gli inviati da Gesù avrebbero operato. Il discorso ai dodici è interessante perché non solo dà loro delle regole, ma anche, come vedremo, tutta una serie di avvertimenti perché non si trovassero impreparati di fronte alle manifestazioni negative che vi sarebbero state in conseguenza della loro missione. Per gli Apostoli furono sufficienti le parole del loro Maestro, per noi valgono tutte le numerose indicazioni-esortazioni che troviamo nelle epistole di Paolo, Pietro, Giacomo, Giuda e Giovanni lasciate alla Chiesa perché i suoi componenti le mettessero in pratica nel loro interesse.

La prima norma, quelle di non andare fra i pagani e non entrare nelle città dei samaritani, rivolgendosi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele, è di facile comprensione poiché non era ancora giunto il tempo per cui il Vangelo fosse predicato a chi non apparteneva al popolo eletto. Questo avverrà apertamente dopo il rifiuto delle autorità religiose della Sinagoga di Antiochia quando Paolo e Barnaba parlarono dicendo: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, noi ci rivolgiamo ai pagani” (Atti 13.46), realtà che vediamo implicitamente nel dono delle lingue parlate dai “centoventi” che componevano la Chiesa di Gerusalemme (2.1-13).

Gesù non compila un itinerario che i Suoi avrebbero dovuto rispettare, ma proibisce loro di entrare nelle città greche situate nella Decapoli dalla quale molti arrivavano per ascoltarlo e vedere i miracoli che faceva. Questa proibizione, come osservato da molti, fu di breve durata, ma necessaria per compiere il piano di Dio di fondare la Chiesa cristiana partendo dagli Ebrei. I Samaritani poi erano una razza mista, in origine pagani introdotti nel regno di Israele dagli Assiri per riempire il vuoto lasciato dalle dieci tribù deportate oltre l’Eufrate: quelli s’imparentarono così col rimanente ebraico lasciato in patria e a loro si assimilarono adottando la Legge di Mosè, ma venerando ancora i loro dèi. Quando il popolo, tornando da Babilonia, rifiutò di accettare la loro cooperazione nel costruire il Tempio a Gerusalemme, i Samaritani se ne costruirono uno sul monte Gherizim. Sappiamo che Gesù visitò i loro territori, come visto nell’episodio della donna samaritana e che là predicò, ma solo Lui sapeva cosa dire e poteva rivolgere loro un messaggio mirato. Da notare poi che, una volta risorto, le parole di Nostro Signore furono differenti: “…ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino a tutti i confini della terra” (Atti 1.8).

Ancora una volta troviamo la definizione “pecore perdute”: così, come già accennato, era descritto il popolo lasciato solo, o peggio male amministrato da pastori indegni. Isaia 53.6 scrive “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada”, cioè pecore non in grado neppure di stare unite. Affondando le sue radici nell’Ebraismo, anche nel Cristianesimo vale la figura della pecora perduta, ma a causa della solitudine e disorientamento derivante dal peccato; l’apostolo Pietro scriverà “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle anime vostre” (! Pietro 2.25). Gesù in persona quindi custodisce le anime di chi lo ascolta, fa la Sua volontà e viene così considerato Suo “amico”.

Per la regola in base alla quale ciò che troviamo scritto nel Vangelo ha una valenza per le persone che vivevano in quel tempo e ne ha un’altra – certo non di opposto significato – per noi, essere “pecora perduta” a causa del peccato e della propria eredità storica pagana con tutto ciò che questo comporta (filosofie di ogni tipo, metodologie di espressione e contenuti), è diverso da essere “pecora perduta” perché abbandonata a sé stessa da chi avrebbe dovuto occuparsi di lei, cioè gli Scribi e Farisei. Il fallimento dei pastori del popolo di allora, ma anche prima, è descritto in modo drammatico in Geremia che addirittura prende ad esempio alcuni animali che, a differenza degli uomini, hanno l’istinto che suggerisce loro cosa fare al tempo opportuno. Sono parole che valgono anche oggi: “Ho ascoltato attentamente: non parlano come dovrebbero. Nessuno si pente della sua malizia e si domanda «Cos’ho fatto?». Ognuno prosegue la sua corsa senza voltarsi, come un cavallo lanciato nella battaglia. La cicogna nel cielo conosce il tempo per migrare, la tortora, la rondine e la gru osservano il tempo del ritorno; il mio popolo, invece, non conosce l’ordine stabilito dal Signore. Come potete dire «Noi siamo saggi perché abbiamo la legge del Signore»? A menzogna l’ha ridotta lo stilo menzognero degli scribi! I saggi restano confusi, sconcertati e presi come in un laccio. Ecco, hanno rigettato la parola del Signore: quale sapienza possono avere?” (8.6-9).

Illuminante poi la profezia di Ezechiele 34.2-6 che oggi molti pastori del cristianesimo, indipendentemente dalla denominazione di appartenenza e/o gerarchia, dovrebbero meditare per ravvedersi: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: «Così dice il Signore Iddio: guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando le mie pecore su tutti i monti e su ogni colle elevato e nessuno va in cerca di loro e se ne cura”.

Ecco perché i dodici dovevano rivolgersi a Israele. Anteporre la predicazione ad altri quando l’elezione di quel popolo richiedeva un intervento che lo facesse tornare tale nella pratica, per di più con la presenza del Messia in mezzo a loro, rendeva qualunque altra iniziativa priva di senso, perché la precedenza non è qualcosa che si può interpretare, ma solo accogliere e rispettare. I Pastori che avevano fallito con le pecore di Israele non è che di punto in bianco avessero cambiato carattere e metodi, ma fu un processo molto graduale, avvenuto quasi senza accorgersene, dando spazio all’aggiungere e togliere elementi che la Legge proibiva: abbiamo letto le parole “A menzogna l’ha ridotta lo stilo menzognero degli scribi”. Poco a poco, introducendo nuove interpretazioni, incapaci di guardare il generale senza cui il particolare si svuota di significato, quei pastori avevano ridotto la pratica e la fede a una religione completamente arida e inutile. Ai tempi di Gesù si trattava di custodire, tramandare, insegnare una visione corretta dell’ebraismo, ai nostri si tratta di non inquinare le verità da Lui annunciate e sviluppate dagli Apostoli che parlarono e scrissero sotto la guida infallibile dello Spirito Santo.

E mi piace concludere questa parte con le parole di un illustre studioso della Scuola di Gerusalemme: “Anche nella storia della Chiesa il Grande Codice fu considerato cava da cui estrarre versetti infallibili perché rapiti dal loro contesto e denucleati della loro significazione, o unico orizzonte in cui circoscrivere il pensiero su Dio e sul Creato”. Senza contare l’azione infestante e dannosa che ha l’aggiungere e il togliere, che genera sempre un grave squilibrio nella relazione con Dio e nella creatura che, disinformata, non può che rientrare nella categoria delle pecore senza pastore. Aggiungo  su questo importante tema Geremia 50.6,7: “Gregge di pecore sperdute era il mio popolo, i loro pastori le avevano sviate, le avevano fatte smarrire per i monti; esse andavano di monte in colle, avevano dimenticato il loro ovile. Quanti le trovavano le divoravano e i loro nemici dicevano: «Non ne siamo colpevoli, perché essi hanno peccato contro il Signore, sede di giustizia e speranza dei loro padri»”.

Rimane a questo punto da riflettere sul verso 7, qui tradotto meglio che in altre versioni, “Strada facendo, predicate”: il messaggio abbiamo visto che allora doveva essere diretto a Israele, inteso a destare principalmente attenzione, svegliare le coscienze addormentate, preparare la via ad un più ampio ed esplicito insegnamento. Certo la frase “Il regno dei cieli è vicino” era ora supportata da molti più elementi rispetto a quelli che predicava Giovanni Battista, di cui è detto che non sorse tra i nati di donna uno maggiore di lui perché sappiamo che quando gli mandò a dire “Sei tu quello che doveva venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” Gesù rispose: “…i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia”. Ebbene ora anche dodici discepoli facevano lo stesso, salvo la predicazione nelle Sinagoghe perché non ne sarebbero stati in grado. Quello lo faceva Gesù e lo faranno gli stessi Apostoli una volta sceso lo Spirito Santo.

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09.02 – LA MISSIONE DEI DODICI: CHIAMARE E DARE (Matteo 10.1-4)

9.02 – La missione dei dodici: I. Chiamare e dare (Matteo 10.1-14)

 

1Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. 2I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 4Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. 5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.”.

 

I traduttori del nostro testo hanno omesso un “Poi” davanti al “Chiamati a sé” a mio giudizio importante perché pone maggiormente l’accento sulla successione degli eventi. “Poi”, cioè “dopo queste cose”, che obbliga il lettore ad un collegamento con la presa d’atto di Gesù sulla condizione in cui versavano le folle, stanche e sfinite “come pecore che non hanno pastore”. Il “Poi” obbliga anche a ricordare che Gesù invitò i dodici a pregare perché il Signore mandasse “degli operai nella sua messe” e che ora era giunto il momento per chiamarli e inviarli. Gesù quindi, con la richiesta ai suoi di pregare per quel motivo, fece loro capire che ogni decisione, soprattutto spirituale, doveva essere prima di tutto soggetta a preghiera solo dopo una risposta, un “semaforo verde” che una volta apertosi avrebbe loro consentito di muoversi.

A questo punto abbiamo la descrizione di due azioni, “chiamati a sé” e “diede loro potere”: Gesù chiama alla sua presenza diretta e senza interferenze di terzi delle persone per un discorso, rivelazione e incarico strettamente individuale. Sappiamo che i dodici erano già stati scelti dopo una notte in preghiera (Luca 6.12) e che ora vengono chiamati all’operatività attraverso un incarico preciso segnando una tappa ulteriore nel cammino verso l’annuncio del regno di Dio. Era talmente tanta la messe che dovevano essere mandati a lavorarla i primi operai. Chiamare significa “invitare qualcuno ad avvicinarsi, intervenire, accorrere, comparire pronunciandone il nome o con un altro appellativo, per uno scopo”. Come significato secondario abbiamo anche “dire o definire le cose come effettivamente sono”, ad esempio la sostituzione di quello che era il popolo di Dio (Israele) con un altro del tutto nuovo (composto tanto da pagani quanto ebrei convertiti). L’apostolo Paolo cita infatti Osea che scrisse “Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo, e mia amata quella che non era l’amata”, cioè la Chiesa anziché Gerusalemme.

La convocazione di Gesù ai dodici ha un significato contingente, cioè lo fa per un motivo preciso visto nell’inviarli in missione dopo aver fornito loro gli elementi indispensabili per la sua riuscita, ma ne ha anche uno più ampio che non abbiamo avuto modo di sviluppare prima e che si estende a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla loro professione di fede e condotta. Perché anche lì esiste un chiamare per dare: chiamare a entrare nella gioia del Signore, a un rendiconto e conseguente giudizio perché la “chiamata” è per tutti gli uomini che vengono a conoscenza del Vangelo e scelgono se accoglierlo o respingerlo, portandone la responsabilità nel bene o nel male. Possiamo ricordare le parole dell’inno che Giovanni pone all’inizio del suo Vangelo: “A tutti quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. È un cambiamento totale, una rivoluzione perché chi crede non è in un rapporto di sudditanza, ma di amicizia che si esplica attraverso una forma dignitosa, confidenziale e di rispetto allo stesso tempo: “Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando – ecco perché il rapporto con Gesù non può essere gestito alla leggera –. Non vi chiamo più servi perché il servo non sa cosa fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15.14,15). Di fronte a un amico non ci si nasconde.

Il “chiamare” nel senso di definire una posizione, attribuire una funzione che prima non si aveva, è al tempo stesso una realtà, una condizione di vita e una promessa, un attributo che comporta un rapporto esclusivo che coinvolge a tal punto da impedire una comunicazione-interazione piena con chi appartiene al mondo terreno. Sempre Giovanni nella sua prima lettera scrive “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio. E lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui”.

La chiamata viene sempre da parte di Dio – l’uomo può solo invocarne l’aiuto – in seguito a un progetto specifico di salvezza in cui rientrava anche quando non Lo conosceva ed era un peccatore professionale. Prima di incontrarLo, non sapevo che il mio nome era nel libro della vita che Giovanni vide e riportò come scritto all’interno e all’esterno, chiuso con sette sigilli che nessuno poteva aprire se non uno “somigliante a un figlio d’uomo”. E qui si apre la conoscenza che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno di ciascuno che a loro appartiene, o prossimo ad appartenergli. Questa verità è così espressa dall’apostolo Paolo: “Quelli che ha da sempre conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli; quelli che poi ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Romani 8.29,30).

Predestinazione nel senso che già Dio sapeva le scelte che avremmo fatto e non sottintende in alcun modo il fatto che, per quanto possa volerlo, un uomo non potrà mai pervenire alla salvezza se così non è stato decretato. In altri termini, Giuda non era predestinato a tradire, ma scelse di farlo nonostante anche a lui fosse stato affidato il compito di predicare l’avvicinarsi del Regno, di guarire, di prendere atto continuamente delle opere che il suo Maestro compiva ogni giorno vissuto con Lui. Certo il suo tradimento era stato profetizzato, ma lo mise in atto di sua volontà e usando il proprio libero arbitrio.

Ancora sulla chiamata, sempre personale, sempre Paolo si definisce “Apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio” (Romani 1.1), ma anche tutti i credenti sono “chiamati da Gesù Cristo ad essere santi” (v.6) “secondo il suo progetto” (8.28). Oggi come dalla costituzione della Chiesa, siamo “Chiamati alla comunione col Figlio suo Gesù Cristo” (1 Corinti 1.9), “a vivere in pace” (7.15), “a libertà” (Galati 5.13), “ad un’unica speranza” (Efesi 4.4). È l’appartenere a un ambito diverso, non terreno, cercare di rimanere a lui uniti perché “Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito” (1 Tessalonicesi 4.7). Abbiamo visto in sintesi la chiamata da parte del Signore per uno scopo che possiamo concludere con queste parole: “E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, egli stesso, dopo che avrete un poco sofferto, vi ristabilirà, vi confermerà, vi rafforzerà, vi darà solide fondamenta” (1 Pietro 5.10).

Quindi Dio chiama sempre per dare e, nel caso del nostro episodio, possiamo osservare che non ordina ai dodici di andare “e basta” ma provvede, dopo aver conferito loro potere sugli effetti del peccato, a informarli, dar loro delle linee guida, il che equivale al fatto che il servitore del Signore non si può improvvisare. Non si può cioè dire “Facciamo, andiamo” senza fare un calcolo, un progetto preventivo che non tenga conto degli imprevisti possibili e di come affrontarli, ignorando le basi e soprattutto chiederci profondamente se abbiamo un mandato da Dio o siamo noi a prendercelo. Gesù chiama a sé i dodici per dare loro il potere su ciò che più di ogni altra cosa poteva far pensare agli uomini di quei territori che il volto di Dio si stava davvero volgendosi verso di loro, che davvero il Signore stava visitando il suo popolo. E il “potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità” andava a colpire tutte le manifestazioni tangibili dell’Avversario.

Dalla lettura del mandato ai dodici rileviamo che erano autorizzati ad una forma di predicazione elementare, “Predicate dicendo che il regno dei cieli è vicino”, la stessa di Giovanni Battista e di Gesù nel suo aspetto più urgente, cioè tralasciando i suoi insegnamenti che non sarebbero stati in grado di sviluppare e ricordare se non in modo sommario, approssimativo. Non essendo ancora sceso lo Spirito Santo i dodici non potevano predicare in modo diverso ma, sostenuto dagli stessi miracoli che compiva il loro Maestro, avrebbero dimostrato una perfetta identità con Lui. Marco infatti scrive che “Partiti, proclamavano alla gente che si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano” (6.12) e Luca “Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni” (9.6).

Va sottolineato che l’unzione degli infermi fatta dai dodici non era stata ordinata da Gesù e che probabilmente la praticavano perché tanto chi stava per essere guarito, quanto eventuali parenti o amici, avesse una visualizzazione concreta di quanto erano lì per fare: ciò che usavano non era un olio miracoloso, ma il simbolo dello Spirito di Dio secondo la concezione dell’Antico Patto in cui appunto l’olio veniva impiegato e inteso. In modo specifico è menzionato in Giacomo 5.15: “Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera della fede salverà il malato”.

È chiaro che in questo caso l’efficacia non è data dall’olio, ma dalla preghiera dei “presbiteri”, cioè degli anziani che devono essere, a prescindere dall’età, uomini puri, con “i sensi esercitati per abitudine a distinguere il bene dal male” (Ebrei 5.14). Da sottolineare quel “per abitudine” che ci parla di continuità nel tempo, di una vita dedicata e non di momenti occasionali in cui ci si sente disposti a fare qualcosa.

Giacomo qui non suggerisce un rito per superstiziosi, ma chiama in causa la scienza spirituale obiettivo di ogni credente, per cui chi mettesse in atto il verso di Giacomo senza averne i requisiti fallirebbe miseramente. Sono convinto che il dono della guarigione possa esistere ancora oggi, ma appartenga più alla nascita del cristianesimo che non al suo sviluppo, in cui l’uomo è chiamato ad accettare per fede gli avvenimenti che la Scrittura testimonia.

Tornando al nostro testo, possiamo immaginare la gioia di Gesù nel constatare che andavano a lavorare nella messe i primi operai.

Non ci soffermeremo sui dodici che abbiamo sviluppato nel volume quarto; possiamo vedere che nell’elenco di Matteo sono suddivisi in tre gruppi di quattro uomini ciascuno, numeri importanti come il dodici, e il due che garantiva loro il sostegno reciproco. Il “due”, poi, è quello minimo richiesto per la costituzione della Chiesa locale, per quanto allora non ancora esistente.

Riassumendo: il popolo d’Israele ebbe prima la predicazione di Giovanni Battista, poi quella di Gesù, ora quella dei dodici, tutte riguardanti la necessità di ravvedersi perché il regno dei cieli era vicino. Era impossibile non vedere uno sviluppo perché Giovanni non faceva miracoli, ma Gesù certamente sì. Ora i dodici che aveva scelto, dando loro una missione mirata come vedremo, testimoniavano anche la crescita, la trasmissione di un potere che da soli non avrebbero certamente avuto.

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09.01 – LA MISSIONE DEI DODICI, INTRODUZIONE (Matteo 9.35-38)

9.01 – La missione dei dodici: introduzione (Matteo 9.35-38)

 

35Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e infermità. 36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma son pochi gli operai! 38Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!»”.

 

Iniziamo una serie di riflessioni sull’invio dei dodici apostoli in missione ed è naturale che risalga dal momento in cui, come leggiamo in Matteo 10.1 in poi o nei paralleli, Gesù li chiama a sé dando loro “potere sugli spiriti impuri per scacciare e guarire ogni malattia e ogni infermità”. È chiaramente così, ma i versi che ho scelto come introduzione a questo tema fondamentale hanno la funzione di rivelarci cosa mosse Nostro Signore per mandare i Suoi in predicazione. Matteo prima ci informa di Nostro Signore che percorre città e villaggi, insegna nelle sinagoghe “annunciando il Vangelo del Regno”, cioè spiegando quei passi profetici che Lo riguardavano e le modalità con cui il regno di Dio si sarebbe manifestato, oltre che guarire ogni tipo di infermità. Da notare che le guarigioni occupano l’ultimo posto nell’elenco, venendo prima l’insegnamento e l’annuncio del regno. In altri termini, era il Vangelo che doveva avere la prevalenza sui miracoli ed ecco perché, dopo che avvenivano, quando avevano carattere privato, ne veniva proibita la divulgazione.

Quanto riportato da Matteo in questi versi lascerebbe pensare al fatto che Gesù intraprese un secondo viaggio missionario, ma il fatto che la versione greca usi il tempo imperfetto (anziché l’aoristo) può significare che Matteo alluda agli spostamenti giornalieri, da un paese all’altro della Galilea anziché riferirsi ad un viaggio vero e proprio. La questione è e rimane aperta, ma credo che a contare sia ciò che traspare dalle parole di Matteo: Gesù opera incessantemente, percorre “tutte le città e i villaggi” senza tralasciare neppure le Sinagoghe più piccole, quelle composte da dieci persone, senza fare distinzione tra centri importanti o meno perché ogni uomo era ugualmente unico e irripetibile così come non faceva distinzione tra malattie più o meno gravi perché tutte riconducevano a una condizione di peccato della quale ciascuno era vittima. Le persone cui si rivolgeva erano i “poveri”, i “malati” secondo la Sua definizione, coloro che non avevano scelto deliberatamente la via degli empi, ma non avevano modo di andare oltre la miopia della carne, subendola senza poter porvi rimedio.

Ed è qui che Matteo fornisce un dato sull’indole e l’amore di Gesù: “Vedendo le folle…”, non radunate in un luogo particolare, ma quelle che accorrevano a Lui da ogni città o villaggio e lo seguivano, “…ne ebbe compassione”, termine che, descrivendo un atteggiamento comprensivo e soccorrevole verso uno stato penoso, trova la sua origine nel latino cum-patior, vale a dire “patire assieme”, quindi Nostro Signore si immedesimò in quella gente a tal punto da soffrire per chi, probabilmente, non si rendeva neppure conto dello stato in cui versava.

Infatti subito dopo abbiamo la spiegazione di questo sentimento: “perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Questa era la valutazione che Gesù fece di loro. Erano gli “stanchi e oppressi” che avevano bisogno del Suo ristoro anche senza sapere esattamente chi fosse Colui al quale si rivolgevano. E la confusione attorno alla Sua persona  era grande, come leggiamo in Marco 8.28 “La gente chi dice che io sia? Ed essi gli risposero: «Giovanni Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”.

È bello vedere che Gesù, quando cerca e trova un uomo, non dia importanza al fatto che questi sappia o meno chi è chi gli parla, ma aspetti di essere da lui riconosciuto: “Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente”. Fino a quel momento, l’uomo è “stanco e sfinito” perché il mondo che conosciamo non può fare altro che produrre nella creatura questo stato, come possiamo vedere nel paragone con la pecora che non ha pastore. Ricordiamoci sempre che possiamo identificare la stanchezza e lo sfinimento del mondo a patto che riguardi i tempi nostri, mentre quella di allora si riferiva sempre allo stato spirituale del popolo che gemeva sotto il giogo dell’insegnamento tradizionale degli Scribi e dei Farisei: questo aveva portato non alla costituzione di un gregge ordinato e compatto, ma il disorientamento e la dispersione delle pecore teoricamente loro affidate.

Riguardo alla pecora, si può dire che è un animale in grado di riconoscere fino a cinquanta propri simili, distingue un volto umano imbronciato da uno sorridente dando la preferenza a quest’ultimo e ha in sé il senso della cooperazione. Il pastore è da lei riconosciuto fisicamente e dalla voce anche quando le chiama una ad una – e una ad una rispondono e vanno da lui –, ma non possiede il senso dell’orientamento e ha bisogno di essere guidata costantemente, come provato dai recinti in cui è contenuto il gregge che, quando è libero, va continuamente compattato dai cani. Anche se agli orgogliosi può non far piacere, l’uomo è spesso paragonato alla pecora perché nonostante l’intelligenza di cui è dotato, è spiritualmente soggetto a perdersi di continuo e ha bisogno che Dio lo guidi costantemente. Tutti, nessuno escluso.

Sappiamo che Gesù ebbe compassione delle folle perché prese atto che erano “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”, cioè lo stato in cui versavano non era tanto imputabile a loro, quanto all’assenza dei pastori nonostante vi fossero quelli che si dichiarassero tali. Ma cosa distingue il pastore bravo da uno che non lo è? La sua abilità non risiede nel tenere unito il gregge ed evitare che la pecora si perda; piuttosto il buon pastore sa gestire il pascolo ottenendo una crescita equilibrata del manto erboso e quindi una corretta alimentazione degli animali. La pecora tende ad essere ingorda ed è golosa, non possiede il senso di sazietà, per cui chi si prende cura di lei deve fare attenzione a che non si ingozzi e deve regolare il tempo di permanenza in un pascolo particolarmente appetibile. Il pastore ha quindi le funzioni di guida al pascolo più idoneo, si deve occupare interamente di loro anche perché se l’erba che assumono, per quanto a loro gradita, è sempre la stessa, si stancano. Il gregge allora deve avere a disposizione una nutrita quantità di erbe e pascoli diversi. Sono poi animali che hanno paura dell’acqua e solo se il pastore è vicino a loro riescono a guadare un torrente, o anche solo un ruscello. Ecco perché si tratta di un mestiere che non si può improvvisare e soprattutto richiede dedizione. Ricordiamo che Abele fu pastore, mentre Caino agricoltore.

Ecco, Gesù constata tutto questo: le folle erano “stanche e sfinite” perché nessuno si prendeva cura di loro, o lo faceva talmente male che era come se il pastore non ci fosse. Di qui la compassione di Gesù, che conosceva i pensieri di ogni componente di quei gruppi, chi gli sarebbe appartenuto e chi no, come disse ai Farisei un giorno: “Voi non credete perché non siete delle mie pecore” (Giovanni 10.26). Il suo sentire quelle cose fece sì che iniziasse un periodo nuovo preceduto dalla richiesta ai Suoi di pregare: la messe era grande e pochi gli operai; c’era urgenza di provvedere a tutta quella massa di gente che Matteo descrive come un gregge senza pastore mentre Gesù lo vede come una messe che va a male per mancanza di mietitori e la Sua reazione non è quella di dire ai discepoli di agire, “fare qualcosa” per loro, ma di pregare “perché (il Signore) mandi degli operai nella sua messe”. Da soli, senza istruzioni, senza sapere come agire, cosa aspettarsi, senza capire, i dodici avrebbero aggiunto danni a quelli già esistenti. Perché se il pastore non può essere improvvisato, chi annuncia il Vangelo non può essere una persona impreparata e non avere la protezione di Dio su di sé.

A conferma l’apostolo Paolo scriverà in 2 Tessalonicesi 3.1-3: “…pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno”. La richiesta di pregare rivolta ai membri della Chiesa di Tessalonica rivela il nuovo bisogno di quel tempo: c’era necessità di pastori, ma anche coloro che già operavano andavano sostenuti in quanto è nel momento che un cristiano parla del Vangelo che diventa un obiettivo per l’Avversario e i suoi angeli, siano essi umani o entità spirituali negative.

Ma il piano di Dio è diverso: “Lascerò ancora che la casa d’Israele mi supplichi e le concederò questo: moltiplicherò gli uomini come greggi, come greggi consacrate, come un gregge di Gerusalemme nelle sue solennità. Allora le città rovinate saranno ripiene di greggi di uomini e sapranno che io sono il Signore” (Ezechiele 36.37).

Tornando all’episodio vediamo che, contrariamente all’istinto che spinge gli uomini ad agire per “fare qualcosa” di fronte a un problema, la preghiera dev’essere al primo posto e costituire il primo passo; quelli che erano già stati chiamati apostoli prima del sermone sul monte ubbidirono all’invito del loro maestro, pregarono perché il Signore mandasse degli operai nella sua messe e qualche tempo dopo, che non possiamo quantificare, vennero inviati in missione con un mandato preciso. Come vedremo, Gesù non li mandò allo sbaraglio, ma li informò dei pericoli che avrebbero corso, dei tipi di uomini che avrebbero incontrato, oltre a dotarli delle elementari regole di comportamento e conferendo loro il potere di guarire e resuscitare i morti. E, lui Figlio di Dio e dell’uomo, avrebbe pregato per loro.

Concludendo, nel nostro ultimo verso Nostro Signore non dice agli apostoli di chiedere a lui, ma “Pregate il Signore della messe”, quindi Colui che Lo aveva mandato, perché solo così avrebbero avuto l’approvazione del Padre in un’opera formidabile non di proselitismo, ma di liberazione dell’uomo dal peccato e dalla morte.

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08.07 – IL MUTO INDEMONIATO (Matteo 9.32-34; Luca 11.14-20)

8.07 – Il muto indemoniato (Matteo 9.32-34; Luca 11.14-20)

 

32Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. 33E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele». 34Ma i Farisei dicevano: «Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni”.

 

Prima di affrontare l’episodio è giusto sfatare un’opinione errata che purtroppo compare in diversi commentari i cui autori, trovando delle analogie con il racconto del cieco muto (indemoniato) reperibile in 12.22, sostengono essere il medesimo. È però chiaro che Matteo, che non scrisse il suo Vangelo con disattenzione, non poteva ripetersi e per questo distingue il muto dal cieco muto nonostante sia identica la reazione dei Farisei sostenenti che, se i demoni uscivano dalle persone, era perché Gesù li scacciava con l’aiuto del loro principe. Questa frase, una volta escogitata, verrà presa quasi come norma e ripetuta altre volte dagli avversari di Nostro Signore per spiegare gli esorcismi che operava. Loro intento era quello di confondere la folla, ammirata per quello che vedeva quando era Lui a intervenire: “Non si è mai vista una cosa simile il Israele”. Lasciando quindi l’episodio dell’indemoniato cieco muto ad un successivo commento, possiamo occuparci della versione di Luca, più ricca dal punto di vista dei dialoghi coi detrattori del Signore.

 

14Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. 15Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebul, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni». 16Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. 18Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demoni per Beelzebul. 19Ma se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebul, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. 20Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio»”.

 

Venendo all’episodio, è importante partire da Matteo perché leggiamo “Usciti costoro”, ancora una volta traduzione dettata dall’opportunità narrativa dall’originale “venendo fuori” che pone maggiormente l’accento sulla continuità dell’opera di Gesù che aveva appena guarito i due ciechi. Leggiamo poi “gli presentarono” che ci parla della solidarietà, penso di amici e/o parenti, che abbiamo già incontrato nel caso del paralitico che, sempre in quella stessa casa, fu calato dal tetto perché entrarvi era impossibile a causa della folla. A differenza di tutti gli altri infermi che lo avevano preceduto, l’indemoniato muto non sarebbe mai stato in grado di chiedere aiuto da solo. Mi spiego: l’handicap di quella persona era il mutismo e pertanto avrebbe teoricamente potuto andare da Nostro Signore ed esprimersi con Lui a gesti ma, essendo indemoniato, era impedito a farlo dallo spirito impuro che lo abitava. Di qui l’intervento di amici e parenti che glielo portarono.

Poi, in questo miracolo, di singolare c’è la causa del mutismo dovuta non a sordità, cecità o a un grave trauma infantile, ma al demonio che si era impossessato di quella persona lasciandolo così, incapace di comunicare senza che avesse manifestazioni considerate eclatanti come l’aggressività vista a Gherghesa. Da ciò consegue che Satana può servirsi non solo di uomini a lui soggetti per far male ad altri (indipendentemente dalla quantità), ma anche accanirsi su un singolo per danneggiarlo. Nella complessa trattazione dell’indemoniato di Gherghesa ho citato alcuni tipi di spiriti immondi in base a come si caratterizzano senza citare quello muto perché in un certo senso li compendia tutti in quanto rende chi è dipendente da questo spirito nell’impossibilità non solo di formulare qualunque concetto spirituale, ma neppure di concepirlo lontanamente. Si può essere muti anche parlando e si può parlare facendo del male anche senza essere indemoniati: tutto dipende dalla misura in cui si è abitati e da chi si è abitati. Nel caso dell’innominato protagonista dell’episodio lo spirito impuro gli impediva qualsiasi forma di comunicazione perché, se scopo del parlare è manifestare il proprio pensiero e volontà, limitarsi ad impedire il semplice interloquire non avrebbe avuto senso in quanto chi è muto ricorre a gesti, magari scrive o escogita altri sistemi. Oggi ad esempio, nei casi più gravi, ci sono tetraplegici o persone colpite da ictus gravi che riescono a comunicare guardando le lettere su uno schermo.

Tornando all’episodio sta di fatto che il demonio, in presenza di chi è più forte di lui, a un certo punto – e chiaramente dietro ordine di Gesù – non può fare altro che uscire provocando immediatamente una reazione vista nel cominciare a parlare. A questo punto Matteo riassume in poche parole quanto avvenne, mentre Luca dà più spazio alle reazioni dei presenti: ancora una volta le persone “normali” si stupiscono, ma i Farisei, compresi quelli venuti da Gerusalemme, spiegano, come abbiamo letto, il perché di quell’esorcismo. Alcuni di loro addirittura hanno una reazione forse peggiore, cioè chiedono “un segno per metterlo alla prova” o, come altri traducono “tentandolo”, cioè per avere altri elementi per deriderlo, ma ancora di più accusarlo. Da notare che quella gente non chiede un segno generico, ma “dal cielo”, cioè un avvenimento che fosse inequivocabilmente attribuibile a Dio, quale non riesco a comprendere, quasi che tutto quanto avvenuto anche solo quel giorno, cioè la guarigione della donna emorraissa, della giovanissima figlia di Giairo e dei due ciechi, non fosse sufficiente. A costoro Gesù non risponde nemmeno.

Interessante invece è il personaggio nominato, Beelzebul, o Beelzebub, riferentesi ad una divinità filistea da Baal (signore, padrone) e Zebub (mosca). “Zebul”, però, significava anche letame, idoli, oggetti offensivi e abominevoli per cui il nome può significare “Dio delle mosche” o “delle immondizie”. Era diventato il nome che gli ebrei davano a Satana , come in questo caso.

Siccome però l’ebraico, che se ci pensiamo è la lingua che parlava Dio con Adamo ed Eva e quella in uso prima della confusione a Babele, non può non avere una caratteristica spirituale, ecco che “zebul”, secondo un’accezione totalmente diversa, significa anche “casa, abitazione” per cui Baalzebul è anche il “Signore della casa” visto nel corpo della persona che abita. Ecco perché Gesù, dopo l’ovvio richiamo all’impossibilità che ha un regno diviso si resistere, passerà a parlare di un’abitazione, l’uomo, che non può che venire occupata dallo Spirito di Dio o da un demonio cacciato in precedenza.

Rimaniamo però ai nostri versi: “un regno diviso in se stesso va in rovina”. Col termine “regno” possiamo intendere qualunque sistema organizzato, quindi uno Stato indipendentemente dal tipo di governo, ma anche una famiglia oltre alla stessa, singola persona. Tutto ciò che ha una struttura ha bisogno di un’unitarietà di intenti, progetti, aspirazioni, mete. Quando, ad esempio nel rapporto di coppia, l’uomo e la donna agiscono in modo non tanto indipendente, quanto contrario alle esigenze e alle visioni dell’altro, inevitabilmente questo è destinato a sfaldarsi. E così tutti gli altri rapporti umani indipendentemente dal grado di parentela. Allo stesso modo una persona che subisce delle contraddizioni forti e violente, non in grado di gestire la coerenza, che oggi prova una cosa e domani il suo esatto contrario, non può che sdoppiarsi all’estremo e vivere in una condizione meschina che gli precluderà un rapporto sano col prossimo oltre che con se stesso. Questo è uno dei motivi per cui è scritto “Dio non è un dio di confusione, ma di ordine” (1 Corinti 11.33), frase riferita alle assemblee di una Chiesa e alla Chiesa stessa indipendentemente dalla regione in cui si colloca. Anche lei, certo parlando di quella locale, può sfaldarsi e conoscere defezioni fino a estinguersi, spegnersi, trasformarsi in un’organizzazione in cui prevalgono tradizioni, credenze e riti estranei alla fede.

Quindi Gesù, parlando ai Farisei, fa un primo enunciato sul fatto che Satana ha un regno ben organizzato e non può cacciare se stesso; se mai sappiamo che “si traveste da angelo di luce”, altra frase che aprirebbe considerazioni infinite sulle presunte manifestazioni ritenute “sacre” nella storia anche recente. Il regno di Satana, poi, deve sussistere fino a quando non sarà distrutto, per cui questo personaggio non può permettersi che l’uomo possa venire guarito o salvato. E Gesù era ed è l’unico in grado di potersi a lui opporre.

A questo punto ecco una domanda che ammutolì i detrattori di Gesù: “Se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebul, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano?” (v.19). Questa frase ci consente di aprire una parentesi storica. I Padri della Chiesa hanno creduto di riconoscere ne “i vostri figli” gli apostoli in quanto ebrei, ma si tratta di un’ipotesi che non regge anche perché, a quel tempo, nessuno di loro aveva ancora compiuto un miracolo a parte quando furono inviati in missione. Piuttosto sappiamo da Giuseppe Flavio e da un episodio in Atti 19.13 che in Israele a quel tempo c’erano degli esorcisti che ogni tanto qualche risultato lo ottenevano. Si badi bene: ogni tanto, perché altrimenti gli indemoniati li avrebbero portati a loro e non a Gesù. Ebbene questi esorcisti appartenevano alla cerchia degli Scribi e Farisei, più precisamente erano dei loro discepoli che venivano chiamati “figli dei Profeti”.

Gli esorcisti di allora vanno inquadrati nella dispensazione della Legge, in cui la loro efficacia era direttamente proporzionale a quella della Legge stessa paragonata a quella della Grazia che Gesù era venuto ad annunciare non senza adempiere compiutamente quella precedente. Ricordiamoci bene del cortocircuito che si scatenò nel passo di Atti 19.13-16: “Alcuni giudei, che erano esorcisti itineranti, provarono anch’essi a invocare il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica». Così facevano i figli di un certo Sceva, uno dei capi dei sacerdoti, giudeo. Ma lo spirito cattivo rispose loro: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». E l’uomo che aveva lo spirito cattivo si scagliò contro di loro, ebbe il sopravvento su tutti e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite”.

Sta di fatto che comunque Scribi e Farisei avevano i loro esorcisti e che credevano nelle loro imprese, ma a questo punto dovevano spiegare chi stava realmente dietro a tutto: anche “i loro figli” scacciavano i demoni per Beelzebul? Quegli uomini certo non potevano rispondere affermativamente. Non solo, ma sarebbero stati quegli stessi esorcisti a giudicarli, per cui facessero attenzione alle loro parole.

La conclusione quindi è: nel momento in cui Satana non può cacciare se stesso, se Gesù lo mandava via con “il dito di Dio”, espressione che si rifaceva all’intervento persona di YHWH, altro non poteva significare che era giunto a loro quel regno che con estrema ostinazione rifiutavano.

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08.06 – DUE CIECHI (Matteo 9.27-31)

8.06 – Due ciechi (Matteo 9.27-31)

 

27Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». 28Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?» Gli risposero: «Sì, o Signore!» 29Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». 30E si aprirono loro li occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!» 31Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione”.

 

Concluso l’episodio del ritorno in vita della figlia di Giairo, Marco riferisce che Gesù partì da Capernaum per Nazareth e Luca passa a trattare l’invio dei dodici in missione. In effetti sono entrambi eventi prossimi. Matteo però inserisce due miracoli particolari: quello della guarigione di due ciechi e, subito dopo, di un muto indemoniato, cui fa seguito un cenno ad un Suo giro missionario compiuto mentre i suoi facevano altrettanto. La guarigione di cui abbiamo letto viene collocata subito dopo quanto avvenuto a casa di Giairo, “Mentre Gesù si allontanava di là”, quando due ciechi seppero che Lui stava passando.

A quei tempi la cecità poteva essere causata fondamentalmente dalla cataratta, che rende opaco il cristallino, o dal glaucoma, danno progressivo del nervo ottico. Erano quelli territori caratterizzati da una forte presenza di raggi solari i cui effetti, aumentati dal riverbero del terreno, causavano un’infiammazione acuta della congiuntiva e della cornea che andava progressivamente aggravandosi perché la gente continuava a vivere all’aperto e non si proteggeva dalla luce del giorno. Aggiungiamo poi infiammazioni varie causate da polvere e sabbia che raramente venivano curate e abbiamo un quadro abbastanza drammatico sul numero dei ciechi che potevano essere presenti nei territori di quel tempo. Non è una credenza popolare il fatto che la mancanza della vista affina i sensi rimanenti che vanno a compensare quello mancante, per cui quando leggiamo “i ciechi lo seguirono” significa che si orientarono sfruttando in particolare l’udito, seguendo non il rumore dei passi di Gesù che ben difficilmente era solo, ma quello della gente che lo seguiva.

Sappiamo che i due ciechi lo seguirono fino a casa sua gridando una breve frase che esprime tutto il loro sentimento: prima abbiamo l’appellativo “Figlio di Davide” che incontriamo per la prima volta nella lettura cronologica dei Vangeli. Con queste parole viene espressa una giusta credenza popolare in base alla quale il Messia sarebbe stato un discendente di Davide. Ciò è provato da Matteo 22.41,42 quando Gesù, interrogando i Farisei per metterli in difficoltà chiese loro “«Cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?»; gli risposero: «Di Davide»”. E tanto Matteo che Luca, nella loro genealogia, si preoccupano di mettere questa discendenza in risalto. Una nota a margine della Bibbia di Gerusalemme afferma giustamente che “Gesù accettò quel titolo con riserva perché implicava una concezione troppo umana del Messia e preferì il titolo di Figlio dell’uomo”.

“Figlio di Davide” lo troviamo infatti poche volte negli scritti del Nuovo Patto: pensiamo alla donna sirofenicia che Lo chiamò così (Matteo 15.22), ai ciechi di Gerico in un episodio definito speculare a questo (20.30) e soprattutto alla folla che Lo accolse in Gerusalemme che, nonostante gli avesse dato quel titolo e lo osannasse, scomparve dopo quell’episodio guardandosi bene dall’intervenire in sua difesa. Eppure “La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!»” (21.9). Da notare che la parola “Hoshana”, in ebraico e aramaico, significa “Salvaci” e col tempo il cristianesimo gli ha associato in senso di giubilo. Ebbene, dopo quelle manifestazioni in cui Gesù fu “portato in trionfo”, in cui “tutta la città fu presa da agitazione”, fece seguito il nulla.

“Figlio di Davide” è un fatto che fu poi, alla luce di tutte le manifestazioni con cui Gesù si qualificò al mondo, è dato per scontato; pensiamo all’apostolo Paolo che, scrivendo ai credenti di Roma, ne accenna solamente parlando del “…Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di Santità, in virtù della resurrezione dei morti” (1.3) e in 2 Timoteo 2.8, “Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide”. I due ciechi allora si rivolsero a Nostro Signore chiamandolo così, dimostrando di credere chi effettivamente fosse, facendo affidamento sulla promessa di Isaia 35.5 “Allora saranno aperti gli occhi dei ciechi”.

“Abbi pietà di noi” sono parole dette non da questuanti, ma da chi è convinto che Gesù possa avere un intervento risolutore nei loro confronti, come il padre dell’epilettico che gli disse “Signore, abbi pietà di mio figlio”, o i due lebbrosi, “Gesù maestro, abbi pietà di noi”. E la pietà è un sentimento di partecipazione all’infelicità altrui che non è mai fine a se stessa, non ha niente a che vedere con quella pena che ci possono fare certe persone che vediamo in una triste condizione senza che abbiamo possibilità di far qualcosa per loro. La pietà la prova chi può far qualcosa per un altro e decide di non rimanere immobile perché le circostanze che si sono venute a creare fanno sì che dipenda dalla sua persona un intervento che può mutare radicalmente le condizioni dell’altro. La preghiera dei due ciechi, e come loro di altri che incontreremo, non è “guarisici”, ma “abbi pietà”, cioè in altre parole “Tu solo che puoi, aiutaci”. E questa preghiera non cessò, ma proseguì fino a quando Gesù non entrò in casa sua.

Quello di Nostro Signore non fu un gioco crudele, ma un insegnamento sulla necessità dell’insistere: in questo caso abbiamo due uomini per cui era vitale recuperare la vista, ma il loro seguire Gesù ripetendogli di avere pietà di loro è figura del nostro cercare di avere delle risposte alle nostre necessità spirituali, della preghiera che solo una reale necessità può spingere ad essere continua. Luca 18.1, prima di esporre la parabola del giudice e della vedova, scrive “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai” ed è quello che fecero i due ciechi. La loro non era la preghiera di due bambini capricciosi: quei due uomini chiedevano e arrivarono fino alla casa di Gesù perché sapevano che avrebbero potuto venire guariti, forti delle notizie di analoghi miracoli operati nei confronti di altri. Sapevano che, in quanto “Figlio di Davide” secondo l’ottica che abbiamo esaminato, Gesù avrebbe potuto avere pietà di loro.

E qui dobbiamo prestare attenzione a ciò che fu detto: “Credete che io possa fare questo?”. Gesù non chiede se loro credessero davvero che Lui fosse il Cristo, ma se ritenevano che veramente fosse in grado di guarirli, cioè se la loro fede era reale: per riconoscere un titolo a una persona è sufficiente pronunciare delle parole (“Figlio di Davide”), ma credere che gli effetti della sua funzione possano riversarsi su chi la dichiara è una cosa differente. Senza l’intervento di Gesù quei due ciechi avrebbero continuato a condurre una vita umiliante, soggetta alla derisione, allo sfruttamento e al dipendere da altri nonostante avessero dimostrato di essere autonomi. E il loro gridare è un esempio per noi, che ciechi non siamo fisicamente, ma spiritualmente sì, chi più, chi meno. Alla luce rivelata vista nel dono della salvezza, infatti, deve seguire un cammino in cui la vista spirituale si acuisce poco a poco in quanto diversa da quella fisica e certo i due ciechi non tornarono più da Gesù chiedendogli di essere riguariti o per delle visite di controllo. Ma noi di Lui abbiamo bisogno sempre e non possiamo esimerci dal pregare perché le nostre imperfezioni siano smussate e, ancora di più, che le nostre convinzioni personali siano rafforzate o demolite esistendo sempre quel “peccato di inavvertenza” che ci può sempre penalizzare.

Solo di fronte a una risposta affermativa da parte loro Gesù intervenne e lo fece direttamente, personalmente nel senso che avrebbe potuto dire “Sì, lo voglio” e sarebbero stati guariti, ma prima toccò i loro occhi, confermando fisicamente un Suo diretto interessamento. Le parole “Siavi fatto secondo la vostra fede” sottolineano che non può esistere un intervento risolutore di Dio senza una partecipazione umana attraverso la fede perché senza di essa non può operare, come avvenne in altre circostanze; ricordiamo quando a Nazareth Marco scrive “E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (6.5,6).

La fede quindi, se correttamente indirizzata, porta a una risoluzione: toccando gli occhi ai due ciechi Gesù fa la sua parte, ma la guarigione avviene solo quando viene dimostrata la proporzione tra fede e il gesto. Solo allora è scritto che “si aprirono i loro occhi”. A questo punto è invitabile chiederci quando “vediamo” realmente noi: credo molto poco e male. E proprio per questo la preghiera dei due ciechi dev’essere anche la nostra, perché possiamo essere in grado di orientarci, conoscere, vedere.

Certo la loro guarigione non poteva rimanere nascosta come tutti gli altri miracoli, compreso quello precedente della figlia di Giairo, eppure leggiamo che “Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!»”. Perché? Nessuno avrebbe dovuto scambiare Gesù solo per un guaritore, rivolgersi a Lui come risolutore di un problema esclusivamente materiale. I miracoli infatti erano la conseguenza della Sua missione, non certo la ragione.

Ci chiediamo: allora come oggi era ed è più importante conoscere Cristo come uno che può fare un miracolo, o come Colui che può e vuole salvare? I due ciechi, diffondendo “la notizia per tutta la regione” non aiutarono il progresso del Vangelo come fece l’innominato indemoniato gadareno, ma posero l’accento sulla loro disabilità scomparsa alimentando ancora di più le aspettative delle folle che pensavano al proprio tornaconto, salvo quelli che desideravano saziarsi con parole di vita.

I due ciechi sono allora la figura di quanti, ricevuta una grazia dal Signore, gestiscono le sue conseguenze in modo non appropriato. L’opposto del paralitico di Capernaum che “subito si alzò e andò a casa sua, glorificando Iddio” (Luca 5.25). Fu allora l’umanità a prevalere su queste due persone, mentre la dignità del perdono ricevuto la vediamo più nel paralitico.

Tenere per sé l’avvenuta guarigione non comportava continuare a simulare la cecità, ma vivere una vita nuova dando spiegazione dell’avvenuto cambiamento a chi ne chiedeva la ragione ed era in grado di capirne la risposta, perché le manifestazioni di piazza appartengono al superficiale, all’immediatezza. E il Vangelo e la fede sono molto diverse da quelle.

Concludendo queste riflessioni, va sottolineato che Gesù guarì questi due uomini nonostante sapesse la loro indole impulsiva, guardando alla loro fede segno che la salvezza non è destinata soltanto a uomini di razze e nazionalità diverse, ma anche indipendentemente dal carattere, risultato della genetica e delle esperienze vissute.

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07.19 – CINQUE CANTICI III/V (Isaia50.4-6)

7.19 – Cinque cantici III/V (Isaia 50.4-6)

 

TERZO CANTICO

 

4Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. 5Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. 6Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. 7Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. 8È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. 9Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole? Ecco, come una veste si logorano tutti, la tignola li divora. 10Chi tra voi teme il Signore, ascolti la voce del suo servo! Colui che cammina nelle tenebre, senza avere luce, confidi nel nome del Signore, si affidi al suo Dio. 11Ecco, voi tutti che accendete il fuoco, che vi circondate di frecce incendiarie, andate alla fiamme del vostro fuoco, tra le frecce che avete acceso. Dalla mia mano vi è giusto questo; voi giacerete nel luogo dei dolori.”.

 

L’esame dei quattro (o cinque a seconda  di come li si vuol suddividere) canti del servo è scaturito dalla domanda dei discepoli a seguito dell’episodio della tempesta sedata in cui dissero “Chi è costui, cui anche il mare e i venti obbediscono?”. Commentando ciò che quegli uomini si chiedevano, è stato sottolineato che i discepoli avevano a portata di mano tutti gli elementi per darsi una risposta, se non altro per i riferimenti al Dio che era intervenuto, ai tempi dell’Antico Patto, sugli elementi della natura servendosi di loro e dominandoli. I discepoli però non erano dottori della Legge, anche se non possiamo escludere che tra loro ve ne fossero, e difficilmente avrebbero potuto collegare i canti del Servo al loro Maestro, cosa che fecero successivamente, come dimostrato da Matteo che cita costantemente le profezie che Lo riguardavano. Questi canti possono essere letti e interpretati oggi e sono in grado di rispondere alla domanda sorta sulla barca a tempesta sedata, “Chi è costui?” sotto l’aspetto profetico.

Il terzo canto espone sinteticamente, da un punto di vista “morale”, la vita del Servo da quando iniziò a insegnare e predicare alla morte sulla croce. Il quarto verso ne spiega la condizione, lo scopo: gli è stata data “una lingua da discepolo” e, secondo questa traduzione, ha avuto come Maestro direttamente il Padre; disse infatti un giorno “Tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15.15). Diodati, tralasciando altre versioni che usano termini intermedi, come ad esempio “da iniziati”, riporta “Mi ha dato la lingua degli uomini dotti” con riferimento non ai sapienti di questo mondo, ma di coloro che erano in grado di esporre la Legge allo stesso popolo che attribuiva Gesù che la spiegava un’autorità vera, superiore a quella degli Scribi e Farisei. Ricordiamo in proposito l’annotazione a commento di quando, dodicenne,  era in mezzo ai dottori: “Tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. “Lingua dei dotti” vista nel suo significato più alto che è quello di essere in grado di parlare a chiunque, con concetti semplici o comunque adatti alla persona che ascolta perché lo scopo di quel parlare era “saper indirizzare una parola allo sfiduciato”, tradotto anche con “afflitto” che ci collega alla seconda beatitudine, quella di coloro che “saranno consolati”. Dare una parola che porti sollievo non è facile se ci si vuole immedesimare in chi ne ha bisogno e il libro di Giobbe, con gli interventi dei suoi “amici” venuti a consolarlo con frasi fatte moralmente condivisibili nei contenuti, ma per nulla rapportate al suo caso, testimonia che parole sbagliate e di giudizio portano all’effetto opposto e aumentano la sofferenza dell’interessato.

Le parole di Gesù, invece, indicarono sempre una via d’uscita, l’unica possibile per determinare una soluzione spirituale del problema, dell’origine del dolore, a volte accettata e altre, più spesso, rifiutata. La via spirituale è infatti opposta a quella della carne e una persona, di fronte a una situazione o a uno stato che gli dà pena, se non ne cerca le ragioni e i rimedi spirituali per uscirne, resta coinvolto in essa. È il “laccio” di cui più volte troviamo citazione nelle Scritture. Sono concetti che si collegano al verso 10 che nella sua prima parte dice: “Chi tra voi teme il Signore, ascolti la voce del suo servo!”. Chi “teme il Signore”, cioè lo conosce od è cosciente della Sua esistenza, non deve ascoltare altre voci se non quella di chi è stato “fatto e formato” per rappresentarLo, portare la Sua parola agli uomini perché temere il Signore non è sufficiente, non dà garanzie di riuscita se non ci si appella al Servo. Ricordiamo le parole “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14.6) e “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Matteo 11.28). A me e non ad altri.

I più grandi profeti, da Mosè in poi, nonostante il ruolo determinante che ebbero nella conduzione del popolo oppure nel trasmettere il messaggio di JHWH, ebbero dei punti di fallimento e non poteva essere diversamente in quanto uomini. Così non per Gesù, attento “ogni mattina”, di cui i vangeli attestano lunghe preghiere in cui non solo presentava i suoi perché fossero preservati dal male, ma perché nessuna Sua parola andasse sprecata: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Isaia 55.10,11). La parola di Dio infatti non torna senza un risultato, in salvezza o in giudizio.

Il verso quinto, “il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”, testimonia l’instancabilità del Servo, fedele in tutto tanto nel poco che nel grande, dagli spostamenti per le varie regioni del territorio al punto più alto e per noi determinante della Sua vita, quello dell’arresto, del processo fino alla crocifissione. Rileviamo il non opporre resistenza alla volontà del Padre – che aveva accettato responsabilmente – nelle tre azioni viste nel dare il dorso ai flagellatori, le guance a chi gli strappava la barba, il non sottrarre la faccia agli sputi, tutti eventi che rientravano in ciò per cui era venuto al mondo. Gesù infatti non nacque per risolvere problemi umanamente contingenti come nella visione messianica ebraica, ma dare la sua vita per gli uomini quale “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

Nel verso settimo ci troviamo di fronte a un interessante parallelo con Luca 9.51 che non tutti traducono allo stesso modo: “Avvenne, nel compiersi dei giorni della sua assunzione, che egli indurì il volto– letteralmente “fermò la faccia” – per andare a Gerusalemme”; altri, preoccupati di dare il significato più immediato, riportano “prese la ferma decisione di”, impedendo però di fatto la connessione col cantico. L’indurimento del volto come la pietra può essere visto effettivamente con la risolutezza: Gesù sapeva che, a Gerusalemme, avrebbe dovuto affrontare il combattimento più grande di tutta la sua vita terrena che iniziava proprio col mettersi in viaggio recandosi al Golgotha.

Il Servo indurisce il volto, prende ferma determinazione in quanto cosciente dell’assistenza del Padre e sa che non resterà confuso: ciò testimonia la piena coscienza del Suo ruolo, ma è anche sinonimo di resistenza addirittura maggiore rispetto alle violenze e agli oltraggi che gli verranno fatti. Anche qui possiamo fare una connessione importante: si tratta di Ezechiele 3.8,9 quando Dio dice al profeta “Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli”. È compito del profeta, quindi dell’uomo di Dio, non avere timore dei suoi simili né del destino che gli prospettano, avendo fondato e costruito la loro esistenza su un terreno diverso, destinato a crollare perché non vedono che il loro presente illudendosi che resti immutabile. Chiariscono bene il concetto le parole dell’apostolo Paolo “A me poco importa venire giudicato da voi o da un tribunale umano;(…) il mio giudice è il Signore” (1 Corinti 4.3,4).

Paolo è quindi conscio non solo dell’abisso che separa il metro valutativo umano da quello di Dio, ma che l’uomo può arrivare solo fino a un certo punto: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l’anima e il corpo nella Geenna” (Matteo 10.28). Ancora Paolo spiegherà il concetto in Romani 8.31-39, le cui parole su rifanno anche al volto e alla fronte duri letti in Ezechiele: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?(…) Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è quel che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?(…) Io infatti sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Gesù Cristo, nostro Signore”.

Penso che questi versi siano un ideale collegamento con l’ottavo e nono del cantico, quando leggiamo “Chi oserà venire a contesa con me?(…) Chi mi accusa?(…) Chi mi dichiarerà colpevole?”; sappiamo che furono necessari falsi testimoni contro di Lui e che Gesù fu dichiarato colpevole dagli uomini, non certo dal Padre. La morte stessa, data la forza totale della Sua innocenza, non poté trattenerlo. Una delle vere ragioni della resurrezione di Nostro Signore non fu tanto perché era onnipotente e in grado di sconfiggere la morte, ma perché lei stessa era la conseguenza del peccato per cui, se il Cristo non ne aveva commessi, anzi aveva adempiuto la legge punto per punto, era impossibile avesse potere su di lui, neppure sul suo corpo. Per concludere questo breve inserto, Isaia 51.7,8 riporta un appello: “Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni; poiché le tarme li roderanno come una veste e la tignola li roderà come la lana, ma la mia giustizia dura per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione”.

Tornando al cantico, la frase “Come veste si logorano tutti, la tignola li divora” mostra la reale condizione in cui versano gli accusatori: da un lato Lui, attaccabile solo nel corpo, dall’altro loro, che si logorano “come veste” – e sappiamo che lo stesso è scritto anche per la terra – quindi poco a poco, quasi senza che se ne accorgano e, in questo accadere, non esiste rimedio. “La tignola” che il vestito corrode, poi, è figura di quel processo che porta il corpo esanime a decomporsi lasciando solo alla polvere il compito di testimoniare quel che resta di una vita coscientemente spesa ad opporsi all’amore di Dio. Perché anche la loro anima verrà ridotta al nulla: “Ecco, tutte le vite sono mie:(…) chi pecca morirà” (Ezechiele 18.4).

Il cantico, per quel che ci compete, si conclude con un invito a due categorie di persone, “Chi teme il Signore” e “Chi cammina nelle tenebre”: i primi, pur avendo un atteggiamento corretto, devono “ascoltare la voce del Suo servo”, l’unico in grado di condurli correttamente lungo quei “pascoli erbosi” figura della fede e della dottrina. Senza questo ascolto, si rischia di essere sterili e di possedere convinzioni errate destinate ad ostacolare il rapporto con il Padre. I secondi, sono quelli che sono coscienti di andare a tentoni, senza una luce che ne rischiari cammino: anche per loro, proprio perché consapevoli della condizione in cui versano, è detto di “confidare nel nome del Signore”, quindi non in un Dio generico, costruito per appagare il vuoto interiore.

Resta il verso undicesimo in cui vediamo non solo gli accusatori, i detrattori e i responsabili della morte del corpo del Servo per eccellenza, ma tutti quelli che combattono gli altri servi, coloro che hanno creduto e testimoniano: “Voi tutti che accendete il fuoco– figura di un’idea, di un progetto per distruggere –, che vi circondate di frecce incendiarie– chi si circonda di qualcosa è per rafforzarsi anche psicologicamente –, andate alle fiamme del vostro– la responsabilità – fuoco, tra le frecce che avete acceso– altro rafforzativo della responsabilità –. Dalla mia mano– figura della volontà e del potere – vi è giunto questo: voi giacerete nel luogo dei dolori”. Sicuramente da porre una sottolineatura sul fatto che i nemici del Servo (e dei suoi fratelli) non confluiranno in un luogo di dolore generico, ma “nel luogo”, quindi in un posto preciso in cui possiamo identificare quello “stagno ardente di fuoco e zolfo” in cui verrà gettato Satana con i suoi angeli. Angeli ribelli, ma anche tutti coloro che gli avranno dato ascolto e obbedienza. Amen.

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07.13 – I FACILI ENTUSIASMI DI FRONTE AL VANGELO: TRE PERSONAGGI (2/3) (Matteo 8.18-22)

7.13 – I facili entusiasmi di fronte al Vangelo (2/3): tre personaggi (Matteo 8.18,22)

 

18Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. 19Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò ovunque tu vada». 20Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 21E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre». 22Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

 

            Nello scorso incontro abbiamo parlato della differente collocazione temporale che danno dello stesso episodio Matteo e Luca, che nel suo capitolo nono parla di una terza persona che si presentò a Gesù:

 

61Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». 62Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».”

 

Venendo al secondo personaggio del racconto, questi, come lo Scriba, era un discepolo;  mentre però il primo, forse contento per aver capito le parabole e travolto dalla purezza di quell’insegnamento, promise a Gesù di seguirlo ovunque, questo mette delle condizioni. Possiamo paragonare la promessa dello Scriba a quella dell’apostolo Pietro “«Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi»” (Luca 22.33,34): fu l’entusiasmo a spingere entrambi, non la ragione, cioè la consapevolezza di ciò che comportava darsi totalmente al discepolato per lo Scriba, e il non dover fare i conti con la propria natura, per Pietro.

Prima di addentrarci un poco nei contenuti dei versi 21 e 22, è giusto sfatare un’interpretazione che vede nel secondo discepolo una persona cui era appena morto il padre. Infatti in Israele la sepoltura la si faceva il giorno stesso della morte, come avvenne per Nostro Signore. Ci sono nella Scrittura due versi particolari sulla pietà per il corpo dei defunti: il primo riguarda Mosè, che non lasciò in Egitto le ossa di Giuseppe “…perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli israeliti dicendo «Dio certo verrà a visitarvi; voi allora porterete via le mie ossa» (Esodo 13.19), parole dette nella consapevolezza di essere in un Paese straniero e indice del fatto che Giuseppe desiderava rientrare totalmente nel piano di Dio per il Suo popolo.

Altro punto lo rileviamo in Tobia 4.3: “Figlio, quando morirò, dovrai darmi una sepoltura decorosa; onora tua madre e non abbandonarla per tutti i giorni della tua vita;(…) quando morirà, dovrai darle sepoltura presso di me, in una medesima tomba”. Andando alle origini ricordiamo Sara, seppellita “nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, nella terra di Canaan. Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Ittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale” (Genesi 23.19,20).

Ritengo allora che quel discepolo intendesse attendere la morte del padre per dargli onorata sepoltura e non che fosse effettivamente deceduto. Tuttavia la rinuncia ai legami di famiglia era una prima condizione operativa per il discepolato.

Occorre però stabilire un punto fermo, perché molti credono che questo valga anche oggi, cosa vera solo in parte: esiste una differenza tra il tempo in cui Gesù esisteva in carne e quello in cui, come oggi, è presente in spirito, tra la necessità di predicare e farsi Suo strumento a quel tempo e ai nostri giorni. Una cosa è l’amore per i propri cari e le loro esigenze nel momento in cui limitano la vita cristiana – ricordiamo le parole “Chi ama padre e madre più di me non è degno di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”, (Matteo 10.37) – e un’altra sono quegli affetti che i discepoli avevano messo da parte, poiché l’abbandono non significa lasciare la persona sola, ma agire inquadrandola correttamente dal punto di vista affettivo. Ricordiamo poi che le mogli degli Apostoli li seguivano, per cui non furono da loro abbandonate, come scrive Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”(9.5). Riguardo all’amore per i famigliari, è giusto puntualizzare che Luca 14.26, “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, sua moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” intende l’odio non come profonda avversione e ripugnanza, ma amare di meno, lasciare quegli elementi in subordine, non provare quell’attaccamento smodato che ostacolerebbe l’esercizio del discepolato. Non sono pochi i credenti che, per non urtare la suscettibilità carnale dei propri famigliari e quindi per quieto vivere, si limitano nella loro attività spirituale scendendo a compromessi. Per contro ve ne sono altri che, prendendo il verso alla lettera, fanno l’esatto contrario, sbagliando altrettanto anche se in modo diverso. Letteralmente, infatti, chi odia “la propria vita”non può che essere una persona disconnessa, mentre chi la lascia in subordine per il Vangelo abbandonando le esigenze della propria carne può trovare motivi di realizzazione e dare veramente un senso all’esistenza.

Affrontando sinteticamente l’importante argomento dei rapporti famigliari, ricordiamo Genesi 2.24 “L’uomo lascerà sua padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”: per quanto “lasciare” sia diverso da “abbandonare” che lo rafforza, abbiamo comunque lo spostamento dell’asse degli affetti, dei compiti e delle responsabilità: l’uomo “lascia”, cioè abbandona i genitori come riferimento e centro affettivo per dedicarsi a un’altra persona, in questo caso la propria moglie. E lo stesso lei nei confronti del marito.

Altro riferimento lo abbiamo nelle parole di Gesù “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Matteo 19.29). “Lasciare” e “abbandonare” rappresentano così, in questo caso, dei ridimensionamenti affettivi come furono messi in atto dagli apostoli Giacomo e Giovanni che lasciarono Zebedeo loro padre, che però aveva una flotta di barche e delle persone al suo servizio, per cui non fu abbandonato, e certo neppure Pietro e Andrea si disinteressarono dei loro famigliari: abitavano a Capernaum e Pietro aveva una moglie che lo seguiva, come già citato. Inoltre, prima di qualunque attività missionaria, è stabilito questo principio: “Se poi uno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Timoteo 5.8). Sono parole forti necessarie ad inquadrare correttamente le parole di Gesù sull’abbandono.

Tornando alle parole del discepolo, è sicuramente determinante quel “permettimi primadi andare”, avverbio che esprime anteriorità nel tempo, precedenza in una scala di valori. Il seppellimento del padre, per come lo abbiamo inquadrato, era per quel discepolo più importante del seguire Gesù, era una condizione che veniva ipocritamente posta in omaggio alla pietà filiale di fronte alla quale Nostro Signore, in quanto sorgente di verità e vita, non tacque. È Luca a darci la versione più completa: “Lascia i morti seppellire i loro morti. Tu invece va’, e annuncia il regno di Dio” (9.60). Sempre stando a questo evangelista fu Gesù stesso che rivolse a quel discepolo l’invito a seguirlo (v.59: “…gli disse: «Seguimi»”).

Basandoci su Luca, abbiamo quindi due periodi in cui nel primo si definisce la condizione di chi Gesù non lo conosce, non gli appartiene: è, sono, “i morti”. Anche se è una frase che può scandalizzare, non esiste differenza tra un cuore che batte in un corpo non destinato alla resurrezione e all’immortalità, e un cadavere. L’essere “morti” non è quindi un insulto, ma la descrizione di uno stato perché “chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce e del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Giovanni 5. 24,25). Se “i morti” di cui parlò Gesù al discepolo non fossero stati vivi, non avrebbero potuto certo ascoltare, né soprattutto avere la possibilità di scegliere se vivere secondo verità o meno.

Un’importante definizione delle dinamiche che portano dalla morte alla vita la troviamo in Colossesi 2.5: “…Per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete stati salvati”. Qui è importante la definizione “da morti che eravamo”, quindi una condizione che dobbiamo tenere sempre presente per evitare l’orgoglio di quanti guardano dall’alto in basso chiunque non professa la loro fede. Anche perché nell’essere salvati non abbiamo alcun merito. Ricordiamo infine il discorso a Timoteo quando, parlando delle vedove, è scritto “…al contrario quella che si abbandona ai piaceri, anche se vive, è già morta” (1°, 5.6), oppure la chiesa di Laodicea, “Conosco le tue opere, ti si crede vivo, eppur sei morto” (Apocalisse 3.1).

Ecco spiegato in sintesi il significato della frase “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, dichiarazione non dispregiativa, ma diagnosi che lascia intendere comunque che quel padre avrebbe potuto essere sempre tenuto presente così come Gesù fece con sua madre, da lui incontrata a Capernaum ogni volta che rientrava dai suoi viaggi missionari, abitando con lei e i fratelli.

A questo punto c’è il “Ma tu”, che indica la necessità di un cambiamento di azione: a metodo concretamente terreno se ne contrappone uno concretamente spirituale visto nell’andare e annunciare, segno che quel discepolo seguiva il maestro da un tempo sufficiente per poterne parlare. Non gli dice “va’ e impara”, tipica frase che i dottori della legge amavano dire agli ignoranti e con la quale furono spesso apostrofati da Gesù, ma “tu va’, e annuncia il regno di Dio”. “Ma” è quindi una correzione, un intervento di Dio sulle errate convinzioni della persona. Altri traducono, forse in modo più incisivo, “Tu invece va’ e annuncia”, dove “invece” rende più l’idea dell’opposto, del contrario, “al posto di”, che in questo caso è correttamente interpretabile col consiglio “Tu non comportarti come gli altri, va’ e annuncia”. Quel discepolo avrebbe potuto farlo perché nel momento in cui ci viene rivelato qualcosa è perché alla nostra portata: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica «Chi salirà per noi in cielo per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?»; non è di là dal mare perché tu dica «Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?». Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Deuteronomio 30.11-14).

Concludendo, ciò che premeva a Gesù era far riflettere quell’anonimo discepolo di mettersi all’opposto della mentalità comune: altri si sarebbero occupati del suo genitore che non avrebbe comunque abbandonato nel senso assoluto del termine. Perché chi ha uno scopo nel piano di Dio non può farsi condizionare dalle aspettative umane di altri, ma ragionare in termini spirituali, gli unici destinati a rimanere.

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07.12 – I FACILI ENTUSIASMI DI FRONTE AL VANGELO: TRE PERSONAGGI (1/3) (Matteo 8.18-22)

7.12 – I facili entusiasmi di fronte al Vangelo (1/3) (Matteo 8.18,22)

 

18Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. 19Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò ovunque tu vada». 20Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 21E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre». 22Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

 

            Questo episodio è riportato da Matteo e da Luca, per quanto in contesti differenti: il primo lo colloca poco prima che Gesù partisse alla volta del territorio di Gadara, il secondo nel corso del Suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Il racconto di Luca è interessante perché, pur riportando le stesse parole di Matteo, aggiunge l’intervento di un terzo discepolo, o aspirante tale (cap. 9).

 

61Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». 62Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».”

 

Se è facile pensare che l’incontro con questi tre personaggi sia effettivamente avvenuto lungo la strada per Gerusalemme come raccontato da Luca, non è neppure da escludere che, tra la folla presente alla partenza di Gesù per “l’altra riva” corrispondente al territorio della Decapoli, quindi Hippos, fossero stati presenti questi uomini che gli si avvicinarono. Il primo è uno scriba, il secondo un discepolo, del terzo non ci è detto quale posizione avesse, ma di certo non era rimasto indifferente al messaggio e allo stile di vita di Gesù a tal punto da dirgli “Ti seguirò, Signore”, frase espressa al futuro, quindi già sottintendendo che prima aveva qualcosa da fare.

 

LO SCRIBA

Abbiamo già avuto modo di parlare di questa categoria di persone: istruivano il popolo nella Legge, rappresentavano accanto ai farisei il potere religioso e, tutti loro assieme sadducei, quello politico nel Sinedrio. Chi di loro si fosse apertamente schierato dalla parte di Gesù, sarebbe stato estromesso dalla Congregazione di Israele e non avrebbe potuto partecipare alle assemblee della sinagoga, nessuno gli avrebbe più parlato, né lo avrebbe salutato, né instaurato rapporti di qualsiasi tipo con lui. “Ti seguirò ovunque tu vada”, era quindi una frase molto impegnativa anche sotto questo aspetto, oltre che rappresentare una confessione esplicita del fatto di non sapere, di voler lasciarsi alle spalle credenze religiose magari belle nella forma, ma inutili per la salvezza.

La risposta di Gesù, “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, è illuminante: dichiarandosi “Figlio dell’uomo”, Gesù, sapendo con chi parlava, ricorda allo scriba la definizione che Daniele diede di Lui in 7.13,14: “Ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è eterno, che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto”. Quindi a quello scriba viene data una rivelazione e al tempo stesso una conferma, nel senso che viene avvisato prima di tutto – o gli si conferma a seconda di come vogliamo interpretare la frase – che Colui che desiderava seguire era il “Figlio dell’uomo” visto da Daniele. Non si dichiarò così solo a lui, ma fu una definizione che usò molto spesso: addirittura, parlando coi Giudei e definendosi in tal modo, quelli non capendolo gli dissero “Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come puoi dire che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?” (Giovanni 12.34). Rivelavano così la loro ignoranza.

Con la frase “…mail Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, allora, Gesù avverte quello scriba che, seguendolo “ovunque” lui fosse andato, avrebbe dovuto accettare di condurre la Sua stessa vita, come avevano fatto i dodici, che ne condivisero l’incessante attività missionaria. Tutto lascia supporre che, dopo quelle parole, anziché montare su una delle barche, se ne sia tornato a casa.

Mi sono chiesto cosa vogliono dire per noi oggi queste parole, “non ha da posare il capo”, partendo dal presupposto che gli evangelisti riportano i detti di Gesù in modo tale che parlino ai credenti di ogni tempo. Vero è che l’attività missionaria non si può fermare, ma va tenuto conto dei doni ricevuti e soprattutto bisogna chiedersi se seguire Cristo debba per forza consistere nel girare il mondo a predicare, oppure non si tratti di perseguire un’attività incessante che consista nell’essere presenti dove occorre e assenti quando la nostra presenza è inutile; in altri termini, selezionare le attività, gli impegni, le compagnie, gli interventi. Chiederci se, dove andiamo o mentre facciamo qualcosa, possiamo portare Cristo con noi o sarebbe “meglio” lasciarlo da parte, anche nei nostri pensieri. Credo che anche questo sia un impegno totale, perché “svestire l’uomo vecchio con i suoi atti e rivestire il nuovo” (Colossesi 3.10) non sempre è facile. Non è poco, nessuno ci obbliga a farlo, è una libera scelta, una pratica che si sviluppa negli anni e dura tutta la vita. È un’attività che conosce successi ed insuccessi.

Per far questo alcuni scelgono di chiudersi in un monastero, altri si fanno eremiti, ma si può sempre portare i germi del mondo dentro di sé e non risolvere nulla, finendo per creare delle comunità, grandi o piccole, in cui si pensano e si fanno le stesse cose degli “altri”, per quanto in pochi. L’apostolo Paolo in 1 Corinti 5.9,10 scrive “Vi ho scritto nella lettera precedente– c’è chi sostiene sia andata perduta – di non mescolarvi con gli impudichi. Non mi riferivo però agli impudichi di questo mondo o agli avari, al ladri o agli idolatri: altrimenti dovreste uscire dal mondo!”. È quindi necessario mantenere il proprio equilibrio, assimilare realmente il concetto del pellegrinaggio, contrastare la carne conoscendo i nostri limiti e andando a combattere là dove siamo sensibili perché, nonostante il mondo sia fondato sul trinomio soldi – sesso – potere, non tutti subiamo le stesse tentazioni.

Infatti Giacomo 1.14 scrive “Ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce”. E l’attrazione è una forza naturale che spinge al contatto, mentre la seduzione consiste nell’indurre una persona a fare qualcosa quasi senza che questa se ne renda conto. Contrastare la “propria concupiscenza” credo sia un’attività incessante come quella di chi deve tenere pulita una casa che si trova a ordinare e togliere una polvere che si riformerà continuamente. Eppure, nonostante la si possa considerare come una battaglia sotto certi aspetti persa in partenza, lo si fa per non avere magari allergie, problemi respiratori, per igiene.

Ancora in 1 Corinti leggiamo “…anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato” (9.27). Nemmeno Paolo aveva “dove posare il capo”. Nessuno che voglia applicarsi seriamente nelle cose di Dio lo ha, e infatti nei versi precedenti viene fatto il paragone con l’atleta che si allena “per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre” (v.25).

Per il cristiano non avere “dove posare il capo” è leggere la propria vita alla luce della Parola, porre una scala di valori, usare il setaccio, accogliere o separare, gettare o mettere da parte, fondare la propria casa su Cristo perché non crolli quando verranno le piogge, strariperanno i torrenti o soffieranno i venti.

Alla luce della frase “Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, non sarebbe giusto parlare solo dell’essere umano perché Gesù accentra prima di tutto quella definizione su di lui ed è rivolta allo scriba – e quindi a noi – per riflesso. Egli infatti era “…cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza da attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Isaia 53.2,5).

Tutto il capitolo sarebbe da studiare, e lo faremo tra breve, ma quanto riportato può bastare ai nostri scopi: Gesù è cresciuto davanti al Padre come un virgulto, cioè un ramoscello sottile, oppure un arbusto; quindi, andando alle parabole, fu anche lui una piantina, una “radice” che dovette crescere e svilupparsi non in un “buon terreno”, ma in una “terra arida”, quindi con sofferenza, patimenti, difficoltà, avversità. Contrariamente alle rappresentazioni che il mondo religioso-pagano ha dato di Lui, non era una persona che si distinguesse per aspetto e fu “disprezzato e reietto dagli uomini” per le realtà così distanti da loro che predicava. Ciò nonostante, non obbligato da qualcuno, ma per libera scelta, si fece carico della nostra condizione di peccato subendone le conseguenze come se ne fosse stato l’agente, il responsabile, portandone il castigo sulla morte infamante della croce.

Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Corinti 8.9): con la sua morte, Gesù ha trasmesso quindi a tutti quelli che avrebbero creduto in Lui la sua ricchezza, rinunciandovi per tutta la sua vita terrena. Un Dio che muore è, per gli ebrei e teoricamente per gli uomini tutti, un controsenso: non credendo alla resurrezione, si fermano alla sua morte, che senza il non risorgere sarebbe stata totalmente inutile come i miracoli, la predicazione, le promesse.

Ecco, fino alla morte Gesù non ebbe dove posare il capo, tutto questo solo per l’interesse degli uomini che in lui avrebbero creduto, perché viceversa i loro nomi non sarebbero mai stati scritti nel libro della vita che non avrebbe mai potuto essere aperto. E qui rimango muto perché trovare le parole è impossibile. Posso solo pensare al silenzio “per circa mezzora” che si fece in cielo “quando l’Agnello aprì il settimo sigillo”, l’ultimo, quello che consentirà la lettura di quel libro (Apocalisse 8.1). Quel “cielo” che fino ad allora si era riempito di lodi, di vita, di anime, di parole, di eventi, di angeli e creature celesti, allora tacque perché l’eternità stava per incontrarsi con il tempo. Perché questo potesse realizzarsi il Figlio dell’uomo non aveva ove posare il capo. Amen.

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07.08 – LE PARABOLE DEL REGNO 7: LO SCRIBA (Matteo 13.51,52)

7.08 – Le parabole del regno 7 (Lo scriba, Matteo 13.51-52)

 

“51«Avete compreso tutte queste cose?» Gli risposero: «Sì». 52Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

 

            Alle sette parabole del regno, Gesù ne aggiunge un’ultima che, ottava del giorno, descrive la posizione del discepolo. Si tratta di un intervento molto breve, contenuto in un solo verso, che apre sviluppi particolari che troviamo in diverse lettere dell’apostolo Paolo. Per capire l’ottava parabola bisogna concentrarsi prima sul verso 51, quando la domanda se i discepoli avessero compreso “tutte queste cose” aveva lo scopo di portarli a riflettere sul privilegio che avevano nell’ascoltare le spiegazioni di Gesù. Ricordiamo che aveva detto loro, nell’esposizione delle prime parabole, “A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” (13.11). Quel “A voi è dato” era però riferito in prospettiva, per quello che erano nell’anima, per l’elezione che avevano ricevuto ad essere apostoli operanti nella dispensazione della Grazia. In quel momento Gesù parlava a uomini che, per quanto gli fossero affezionati, desiderosi di partecipare alla Sua predicazione ed ascoltarne gli insegnamenti senza pregiudizi come molti, possedevano quella limitatezza tipica di chiunque non è illuminato dallo Spirito. Il cambiamento sarebbe avvenuto quando sarebbe arrivato “…il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quello che vi ho detto” (Giovanni 14.26).

La comprensione dei discepoli di “tutte queste cose” era quindi limitata alle linee generali, alla parabola del seme gettato nel campo e della zizzania che erano state loro spiegate; avevano capito che ci sarebbe stata una separazione dal “buono” dal “cattivo”, ma i dettagli li avrebbero compresi dopo, con le illuminazioni dello Spirito e la pratica della vita cristiana. Il loro “” era quindi limitato all’immediatezza dei concetti loro esposti e, se avessero dovuto spiegarli meglio, non sarebbero stato in grado di farlo. Poco tempo dopo, infatti, Matteo riporterà un episodio in cui Pietro chiederà spiegazioni a Gesù su una frase che né lui né gli altri avevano capito: “«Ogni pianta che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!». Pietro allora gli disse: «Spiegaci questa parabola». Ed egli rispose: «Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nella bocca passa nel ventre e viene gettato in una fogna? Invece ciò che esce dalla bocca, proviene dal cuore. Questo rende impuro l’uomo”»(15.13-18).

Quelle parole furono pronunciate perché i farisei si erano scandalizzati del fatto che né Gesù né i suoi si lavavano le mani prima di prendere cibo, cosa che trasgrediva “la tradizione degli antichi” (Matteo 15.2), senza preoccuparsi di ciò che veramente li rendeva impuri, cioè un cuore non rigenerato dalla Parola di Dio. Abbiamo già citato il verso “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me, invano mi rendono il culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (parole di Gesù in Marco 7.6,7 che cita Isaia), sintomo di una grave malattia spirituale, della religiosità fine a se stessa, di un comportamento che denota attaccamento a riti e tradizioni che appagano la mente lasciando intatte le proprietà caratteriali dell’ “uomo vecchio” che rimane solo coi propri egoismi. Ed è il cuore il primo a rispondere alle sollecitazioni immediate, primarie della carne.

L’ottava parabola di quel giorno verte proprio sulla differenza tra l’essere uno “scriba” tra i tanti che si trovavano in Giudea e Galilea, e uno “divenuto discepolo del regno dei cieli”. Prima di affrontare l’argomento, però, occorre sviluppare la figura del “padrone di casa, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”: con questa similitudine Gesù si rifà ad una persona che non si limita a procurarsi gli oggetti e gli alimenti per le immediate necessità, ma a mettere da parte ciò che può sempre servire. Anche oggi, chi vive in una casa che lo consente, ripone “cose vecchie” in cantina o negli armadi lasciando quelle acquistate di recente a portata di mano. Come sappiamo tutti, però, viene sempre il momento in cui un oggetto comprato anni addietro diventa necessario e lo si deve andare a cercare. Teniamo presente questi pochi dati e raccordiamoli alla figura dello scriba, persona non qualunque perché, come abbiamo avuto modo di considerare in un precedente episodio, era un istruito, formato nell’esperienza nelle lettere e nelle Scritture che insegnava al popolo.

È però fondamentale che Gesù parli di uno che è “divenuto discepolo del regno dei cieli”, cioè che ha abbandonato quelle caratteristiche che lo rendevano soggetto a Sue critiche e rimproveri: l’orgoglio e la presunzione dati dall’attaccamento alla tradizione orale e scritta fiorita accanto alla Legge e ai Profeti, avevano finito per avere la meglio sui nobili intenti che avevano caratterizzato la nascita della categoria degli scribi. Da custode della Legge di Dio perché “uomo del Libro”, l’elaborazione costante dell’immenso materiale della tradizione aveva finito per assumere un’importanza maggiore della Torah scritta. Il risultato lo conosciamo: gli scribi e i farisei avevano finito per perdere il senso generale, dal quale occorre sempre partire per comprendere, e si perdevano nei particolari, come dimostrato dal richiamo di Gesù a ciò che contaminava davvero l’essere umano.

È triste considerare come nel cristianesimo ci siano molti scribi, ma ben pochi siano i “discepoli del regno dei cieli”: così avviene in tutte le denominazioni, nate come costole di altre chiese come ribellione al formalismo e ad errate posizioni dottrinali, ma che poi sono scivolate in altri errori e in altre presunzioni. Lo “scriba” secondo Cristo, se non è consapevole di non essere migliore di altri, ma solo diverso, se non si arrocca sul fatto che “lui sì che cammina con rettitudine” e non tiene presente che può sempre cadere, se non antepone la Parola di Dio alla sua, se non cammina costantemente unito a Cristo e non vigila su se stesso, è destinato a perdere la sua funzione. La meta dello scriba divenuto discepolo non è il nutrire se stesso o il proprio orgoglio per fare sfoggio di conoscenza e sapere cercando l’onore e il rispetto dei propri simili, ma è rendersi strumento nelle mani di Dio per la propria e altrui edificazione. Egli dev’essere “bene ammaestrato”, o “ammaestrato per il regno dei cieli” secondo altre traduzioni, dove in quel “bene” vediamo l’approvazione del Signore: sa che dovrà rendere conto del proprio operato.

Poc’anzi è stato fatto l’esempio delle cose che si trovano in una abitazione: si tratta di un esempio immediato, ma moderno. In realtà Gesù, con la figura del padrone di casa, intende riferirsi a un amministratore, o a un uomo benestante che, dovendo provvedere ai domestici e ai famigliari, distribuisce ciò di cui necessitano. Cose utili e varie. È quello che dovrebbero fare i responsabili della Chiesa locale, immedesimandosi nelle persone loro affidate, nel “gregge di Dio”. La parabola dei servi, che riportano Matteo e Luca, parla dello “scriba” con termini diversi: “Qual è dunque il servo fedele e avveduto, che il suo padrone ha preposto ai suoi domestici, per dar loro il cibo al suo tempo? Beato quel servo che il suo padrone, quando egli tornerà, troverà facendo così. In verità vi dico che gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni. Ma, se quel malvagio servo dice in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e comincia a battere i suoi conservi, e a mangiare e bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo verrà nel giorno in cui meno se l’aspetta e nell’ora che egli non sa, lo punirà duramente e gli riserverà la sorte degli ipocriti. Lì sarà il pianto e lo stridore di denti” (Matteo 24.45-51)

Luca, impiega delle varianti: si parla di un “amministratore fedele e saggio che il padrone costituirà sui suoi domestici per dar loro a suo tempo la porzione di viveri” (12.42) e come in Matteo si ipotizza che quella stessa persona, preso atto che il padrone tardi a tornare, cominci “a battere i servi e le serve, a mangiare, a bere e ubriacarsi” (v.45). La conclusione del racconto è “lo punirà severamente e gli assegnerà la sorte con gli infedeli”.

Quel servo non viene colto da stanchezza per il duro lavoro, ma si chiede chi glielo faccia fare di comportarsi in ossequio all’incarico ricevuto se i giorni scorrono tutti uguali e non sia il caso di godersi un po’ di “vita” visto che il padrone tarda a tornare. In pratica, l’amministratore esce dal proprio ruolo e ne assume un altro, decide di agire in autonomia, indipendentemente dagli ordini ricevuti. Nel “Battere i servi e le serve” vediamo la prepotenza e la volontà di umiliare, nel “mangiare, bere e ubriacarsi” il tradire le aspettative del suo signore e soprattutto dimenticare la propria condizione di servo volendo agire chiaramente in modo diverso dai suoi pari trasformandosi in un usurpatore, impostore, traditore.

Chi aggiornerà i cristiani sullo “scriba” sarà l’apostolo Paolo, scrivendo a Tito e Timoteo suoi discepoli e attivi nella predicazione e rafforzamento delle Chiese: “Per questo ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine in quello che rimane da fare e stabilisca alcuni presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato. Ognuno di loro sia irreprensibile, marito di una sola donna e abbia figli credenti, non accusabili di vita dissoluta o indisciplinati. Il vescovo, infatti, come amministratore di Dio, deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non avido di guadagni disonesti, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori” (Tito 1.5-9)

A Timoteo poi lascerà scritto: “Se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento, ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia convertito da poco tempo, perché, accecato dall’orgoglio, non cada nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona stima presso quelli che sono fuori della comunità, per non cadere in discredito e nelle insidie del demonio” (1 Timoteo 3.1-7); simili indicazioni sono date poi per i diaconi.

Sono due passi impegnativi, che meriterebbero un’analisi a parte, ma che ampliano il significato e il perché dell’ultima parabola esposta da Gesù privatamente ai discepoli.

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07.07 – LE PARABOLE DEL REGNO 6: LA RETE (Matteo 13.47-50)

7.07 – Le parabole del regno 6 (La rete, Matteo 13.47-50)

 

“47Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

 

            È la seconda volta nella stessa giornata che Gesù parla di un raccolto che avverrà alla fine dei tempi: la prima l’abbiamo avuta con l’esempio dei mietitori, del fatto che ci sarà una selezione tra grano e zizzania, di una fornace, di “pianto e stridore di denti”. Qui, nel secondo racconto, cambiano gli elementi, ma non il risultato anche se qualcosa di profondamente diverso c’è. Da sempre i commentatori hanno posto la parabola della rete in connessione a quella delle zizzanie, ma le azioni in cui le due si svolgono sono in altrettanti ambienti opposti: nel primo, il campo, abbiamo la Chiesa nella quale purtroppo si annidano seme e operatori estranei alla Parola di Dio e la inquinano; nel secondo, la rete, è raffigurato il mondo esterno, nel quale operano ogni sorta di elementi, positivi e negativi, utili e inutili.

Prima di fare le necessarie conclusioni, guardiamo i componenti del racconto a partire dalla “rete gettata nel mare” che non va intesa come una normale da pesca, ma del tipo a strascico: il greco “saghéne” indica infatti quella rete che veniva gettata nell’acqua a semicerchio e poi trainata dalle barche per i due capi fino a quando non si riempiva di ciò che riusciva a raccogliere, non solo di pesce. Nei versi in esame della nostra versione abbiamo una traduzione non proprio corretta, ma che piuttosto cerca di orientare il lettore costringendolo a fare riferimento alla parabola della zizzania cui è indubbiamente collegata. Il testo originale infatti non riporta “ogni genere di pesci”, ma semplicemente “(cose) di ogni genere” esattamente come i pescatori non “raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi”, ma “raccolgono le cose buone nelle loro ceste e buttano via ciò che non vale nulla”, quindi l’attenzione degli addetti non si concentra solo sulla selezione dei pesci commestibili o meno, ma anche su quanto viene raccolto nello strascico, che viene valutato per essere tenuto o gettato.

Da sottolineare la posizione dei pescatori che “si mettono a sedere” prima di operare, con la quale Gesù dà all’immagine un senso di calma, di lavoro di persone esperte, di gesti studiati e di conoscenza, attenzione e cura perché nulla deve andare sprecato: quelle persone cercano ciò che è utile e buttano via “ciò che non vale nulla”, quindi valutano elemento dopo elemento più che “i pesci cattivi”; il testo greco usa il termine “saprà”, cioè “ciò che è guasto, corrotto”. Credo che mettere assieme tutti questi dati contribuisca a dare un senso molto più ampio e completo alla parabola che altrimenti renderebbe un’idea, per quanto efficace, non altrettanto precisa.

Riassumendo: abbiamo la descrizione di un altro aspetto del regno dei cieli, di ciò che avverrà nel futuro, “alla fine del mondo”, non prima. Ci sarà un tempo, che vedremo tra breve per quanto possibile, in cui tutti gli uomini, qui paragonati ai pesci, verranno vagliati con tutte le loro azioni e verrà fatta una selezione accurata in mezzo a tutto quell’ammasso di esseri e cose rappresentato dalla parabola. Ancora oggi i pescatori di professione selezionano pesce per pesce e lo mettono in ceste in base alla loro specie, spesso mentre sono in mare. E buttano via tutto ciò che non vale nulla. L’uomo che oggi sente parlare di Cristo da persone che glielo presentano in base ai doni ricevuti, non pensa che gli viene offerta la possibilità di incontrarLo in salvezza anziché in giudizio: in quel momento può conoscere il Figlio dell’uomo “mansueto e umile di cuore” anziché l’entità di fronte alla quale l’apostolo Giovanni e altri profeti, abbagliati e spaventati dalla Sua potenza e santità quando la videro, ebbero dei mancamenti per lo spavento. E così sarebbero rimasti senza che una voce amica e amorevole li invitasse a rialzarsi e a non temere.

Abbiamo letto che Gesù disse “Così avverrà alla fine del mondo” e ho precisato “non prima” perché si tratta della fine dell’ambiente che conosciamo, la conclusione dell’esistenza della terra con l’universo che la circonda, fatto accennato dagli antichi profeti, ma che solo all’apostolo Giovanni fu concesso vedere nei dettagli per trasmetterne ai credenti le modalità. Qui occorre fare necessariamente riferimento al libro dell’Apocalisse, o Rivelazione, l’unico scritto con lo scopo preciso di “mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve” (1.1). Ebbene la “fine del mondo”, anticipata da molte sette, Testimoni di Geova in particolare, che hanno voluto indicare più volte una data precisa dell’avvenimento poi chiaramente smentita dai fatti, arriverà dopo tutta una serie di eventi che avranno nel millennio un periodo di tregua tra la “gran tribolazione” e la fine del creato che conosciamo.

Chi è interessato ad intravedere gli eventi futuri, perché “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte” (1.3), nonostante si trovi di fronte ad una lettura apparentemente ostica perché non scritta secondo una logica umana, trova abbastanza agevole individuare una linea temporale che parte dalla Chiesa primitiva per arrivare alla “fine del mondo” e alla creazione di uno nuovo, passando attraverso sette avvenimenti identificabili negli altrettanti sigilli, parte dei quali si sono già aperti, descritti nei capitoli 7 e 8. È fondamentale il fatto che quei sigilli siano a protezione del libro su cui sono scritti i nomi dei salvati e vengano tolti uno ad uno fino alla fine: “E vidi, nella mano destra di colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno, né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. Io piangevo molto, perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo. Uno degli anziani mi disse «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli»” (5.1-5).

Identificato il libro ed il perché nessuno potesse aprirlo salvo l’Unico degno di farlo, è anche agevole riconoscere, nel corso della lettura, la presenza di una linea ascendente delle forze avverse alla Parola di Dio fino all’instaurazione di un impero mondiale che soffocherà qualunque rifiuto ad aderirvi anche solo formalmente: si tratta di quel richiamo all’impossibilità di comprare e vendere senza avere il “marchio della bestia” sulla fronte o sulla mano destra. Alla distruzione di quel sistema seguirà il periodo in cui Satana verrà incatenato dando inizio al “millennio”, cioè quel tempo in cui Gesù e i credenti regneranno sulla terra: “Poi vidi un angelo che scendeva dal cielo e che aveva la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Egli prese il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e Satana, e lo legò per mille anni, poi lo gettò nell’abisso che chiuse e sigillò sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni finché fossero compiuti mille anni, dopo i quali dovrà essere sciolto per poco tempo” (Apocalisse 20.1-3).

Ecco, sempre in questo libro si trovano anche i riferimenti alla mietitura e alla vendemmia, anch’essi da non confondere con la selezione finale. Tenendo presente la parabola della zizzania leggiamo 14.14,15: “Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura». Allora colui che fu seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: «Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le uve sono mature». L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio”.

Queste immagini si riferiscono al rapimento della Chiesa, quando alla mietitura la zizzania non verrà raccolta, lasciando alla fine il gettarla nel fuoco, e sarà tenuto solo il grano. Lo stesso per la vendemmia, dove i credenti, in riferimento alla “vite” e ai “tralci”, verranno finalmente radunati e, con questo, cesserà la presenza dei giusti sulla terra per cui potranno avere luogo tutte le nefandezze della Bestia e i giudizi su di lei. Ricordiamo che la distruzione di Sodoma avvenne quando Lot e i suoi se ne andarono dalla città, non prima.

È un’immagine terribile quella che descrive Giovanni sulla sorte che seguiranno coloro che avranno aderito al sistema perverso della Bestia subito dopo la sua caduta: “Chi adora la bestia e la sua statua, e ne riceve il marchio sulla sua fronte o sulla mano, anch’egli berrà il vino dell’ira di Dio, che è versato puro nella coppa della sua ira, e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell’Agnello. Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome” (14.9-11).

Un intermezzo necessario in questa brevissima panoramica sugli eventi futuri accennati da Gesù, è un’altra nota alla traduzione della parabola della rete: al verso 49 leggiamo “verranno gli angeli”, anche qui tradotto così per semplificare, essendo corretto “usciranno” anche perché l’uscita dei messaggeri va a collegarsi alla stessa azione compiuta in Apocalisse. Gesù stesso lo predisse: “E allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e tutte le nazioni della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con potenza e grande gloria. Ed egli manderà i suoi angeli con un potente suono di tromba, ed essi raccoglieranno i suoi eletti dai quattro venti, da un’estremità dei cieli all’altra” (Matteo 24.30,31).

La nostra parabola però ci parla di separazione tra ciò che ha valore e ciò che è inutile e l’adempimento lo troviamo ancora in Apocalisse 20.11-14: “Poi vidi un gran trono bianco e colui che vi sedeva sopra, dalla cui presenza fuggirono il cielo e la terra, e non fu più trovato posto per loro. E vidi i morti, grandi e piccoli, che stavano ritti davanti a Dio, e i libri furono aperti; e fu aperto un altro libro, che è il libro della vita, e i morti furono giudicati in base alle cose scritte nei libri, secondo le loro opere. E il mare restituì i morti che erano in esso, la morte e l’Ades restituirono i morti che erano in loro, ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere. Poi la morte e l’Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda. E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco”. Dopo di che, verrà “Un nuovo cielo e una nuova terra. perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c’era più” (21.1).

Ecco, visto per sommi capi, il piano di Dio per l’uomo che ha creduto in Lui. E, altrettanto per sommi capi, il destino che si saranno scelti quelli che lo avranno rifiutato: rinviando quando erano in vita l’incontro con Lui, non potranno comunque sottrarsi a quello in condanna. Gesù in questa parabola va direttamente alla selezione finale omettendo tutti quei passaggi intermedi che i discepoli non avrebbero potuto capire e che allora non erano necessari, come il rapimento della Chiesa, la costituzione di distruzione di “Babilonia la grande”, la triade composta dalla Bestia, dal Falso Profeta e dal Dragone la cui esistenza rimane velata fino a quando a Giovanni non fu detto “Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese” (1.11), figure della Chiesa nella storia, ciascuna appartenente ad un’epoca precisa.

Per i discepoli era urgente conoscere altro, come le verità basilari contenute nelle parabole del regno oppure, più avanti, al loro stupore per la magnificenza delle costruzioni del Tempio in Gerusalemme, che non sarebbe lasciata “pietra su pietra che non sia diroccata”. Perché, nonostante il senso di magnificenza di fronte alle opere dell’uomo, non ne resterà nulla. Amen.

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07.06 – LE PARABOLE DEL REGNO 5: IL TESORO E LA PERLA (Matteo 13.44-46)

7.06 – Le parabole del regno 5 (Il tesoro e la perla, Matteo 13.44-46)

 

“44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45Il regno dei cieli è simile anche ad un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.”.

 

            Come già accennato, inizia qui un secondo gruppo di parabole che potremmo definire “privato” perché esposte ai soli discepoli dopo aver risposto ai loro chiarimenti su quelle pronunciate in pubblico. Al verso 36 infatti leggiamo “Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo»”. Forse per questo motivo, per il fatto che negli esempi precedenti Gesù aveva parlato degli effetti pubblici della Parola e del Regno che ne è il risultato, ora entra negli effetti che questo produce nell’intimo della persona quando si rende conto di cosa abbia trovato.

Veniamo alla prima delle nuove parabole: c’è un tesoro nascosto in un campo, cosa a quei tempi abbastanza comune: essendo sempre possibili invasioni nemiche o di briganti, erano numerosi i capifamiglia che sotterravano i loro risparmi nella speranza che non venissero scoperti. Sotterrarli da qualche parte, come abbiamo già visto anche in casa, era l’unica possibilità per preservarli, ma siccome uno solo era chi sapeva dov’era il nascondiglio, alla sua morte o deportazione se ne perdeva la memoria e gli averi preziosi rimanevano lì.

Ora, spostiamo la nostra attenzione sui protagonisti del racconto: il tesoro trovato, dal valore inestimabile. “Un uomo” di cui non è detta la professione, ma che possiamo individuare, più che in un agricoltore o un proprietario terriero, in un cercatore perché nessuno trova qualcosa di “nascosto”, per di più in un campo, senza frugare, studiare attentamente il terreno, soprattutto senza stancarsi. Se consideriamo valida la figura del cercatore, si tratta di un’azione che ricorda pienamente Proverbi 2.1-5: “Figlio mio, se ricevi le mie parole e fai tesoro dei miei comandamenti, prestando orecchio alla sapienza e inclinando il cuore all’intendimento, se chiedi con forza il discernimento e alzi la tua voce per ottenere intendimento, se lo cerchi come l’argento e ti dai a scavarlo come un tesoro nascosto, allora intenderai il timore dell’Eterno, e troverai la conoscenza di Dio”. Il riferimento è semplice e profetico e contiene tutte le azioni della ricerca spirituale: le parole prima si ricevono e metabolizzano, come rilevabile nel “far tesoro dei comandamenti” visti non nella mera esecuzione di ordini, ma di principi assimilati e fatti propri perché Dio non dà mai un ordine senza motivarlo. Questo porta, una volta acquisita la consapevolezza di quanto il volere e l’appartenere al Signore sia alto e distante dal nostro essere, a “chiedere con forza” la capacità di discernere e intendere.

Vediamo che tutto ciò non è disgiunto da un impegno: cercare “come l’argento” e scavare “come un tesoro nascosto”, quindi impiegando quella fatica che non si avverte come tale perché l’obiettivo la giustifica e la rende leggera. Anche se chi guarda il lavoro del cercatore “da fuori” lo possa vedere come estenuante, possa considerare quella vita come di rinuncia senza garanzie di successo, è quell’ “allora intenderai” e “troverai”, pari a un sole che squarcia le nubi, che sancisce e promette l’obiettivo raggiunto. Cercare “il regno di Dio”, per chi è nel mondo, è sempre stato ritenuto qualcosa di assurdo, una perdita di tempo, un mettersi a inseguire le favole, ma per chi l’ha trovato è qualcosa di estremamente concreto: è un tesoro nascosto, lo ha cercato come tale e il personaggio della parabola, per ottenerlo legalmente, ha venduto tutti i suoi averi e ha comprato il campo. Fosse stato un disonesto, avrebbe potuto caricare il tesoro su un carro e andarsene, ma preferisce seguire le procedure legali per goderne.

Traspare dalle parole di Gesù la naturalezza con la quale il tesoro viene trovato: la figura del cercatore – o di chi ha trovato comunque – non è esaltata con termini che possano suscitare invidia o ammirazione, ma come la conclusione di una vicenda qualunque, comune, quasi come si trattasse di un fatto naturale come avviene con la parabola della perla trovata dal mercante. Non poteva essere diversamente visto che, al sermone sul monte, Nostro Signore aveva posto l’accento sul principio di risposta: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova e sarà aperto a chi bussa” (Matteo 7.7,8). Ecco la naturalezza con la quale il tesoro viene trovato, ecco il perché l’uomo della parabola “va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”: fa un investimento, sa che da quel tesoro potrà trarre benefici e permettersi di fare cose che prima gli erano precluse. In pratica, quel rinvenimento non costituiva per lui un punto di arrivo, ma di partenza, il capitolo di una nuova vita. Ecco perché sbaglia chi vede in questa parabola la conclusione felice di un percorso: spiritualmente la cittadinanza del regno è solo il raggiungimento di un traguardo che, per quanto indispensabile, segna l’inizio di un cammino nuovo come leggiamo in Colossesi 2.2 quando Paolo scrive “…arricchiti di una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo. In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza”. Ecco perché, chi trova il tesoro della parabola, in realtà trova dei mondi da scoprire per cui la sua ricerca prosegue ancor più di prima.

Nella “gioia” di quell’uomo e nel vendere quello che aveva, dobbiamo identificare l’abbandono di ciò che è nostro relativamente a quanto ritarda il nostro cammino, la stessa scelta che fece Mosè di cui è detto “Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio, piuttosto che godere momentaneamente del peccato. Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto l’essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa” (Ebrei 11.24,26). Si noti come, ai tempi in cui il Figlio non era ancora rivelato ufficialmente, Paolo ci dice che Mosé sapeva di Lui, per quanto la dispensazione in cui viveva glielo poteva consentire. E “lo sguardo fisso sulla ricompensa” è quello che ci permette di fare la selezione tra ciò che è utile al nostro avanzamento spirituale oppure no.

C’è poi l’azione finale, l’acquisto del campo, grazie alla quale il protagonista entra legalmente in possesso del tesoro. Questo ci rimanda a Proverbi 23.23, “Acquista la verità e non rivenderla, la sapienza, l’educazione e la prudenza”, tutti elementi che siamo tenuti a procacciare – “Acquista” – e a non considerare come cose comuni – “non rivenderla” –. Verità, sapienza, educazione e prudenza aprono infatti altri mondi a chi le possiede indipendentemente dalla loro quantità.

Riguardo al comprare (dagli uomini) non è cosa che tutti possono sempre permettersi perché tutto si basa sul soldo o su ciò che uno ha da offrire in cambio, ma da Dio sappiamo che questo avviene “senza denaro e senza prezzo”; basta riconoscere, capire di avere veramente bisogno di ciò che Lui vuole offrire; se poi si acquisisce il principio in base al quale come esseri assolutamente imperfetti abbiamo sempre bisogno di essere ogni giorno “clienti” del Padre, ci terremo al riparo da molte negatività che vengono prima da noi stessi, tendenzialmente sempre pronti a giustificarci, se non a vederci per ciò che non siamo. E qui, a proposito del “comprare”, mi viene in mente la Chiesa di Laodicea, i cui componenti erano-sono convinti di essere ricchi, ma sono definiti “un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”. L’invito in proposito è “Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista” (Apocalisse 3.18). Presso il Padre esiste dunque tutto ciò che serve per la nostra vita: per la ricchezza del mondo ricordiamo come si conclude la parabola del ricco stolto, “Così è di chi accumula tesori per sé, e non è ricco in Dio” (Luca 12.21). Gli abiti bianchi sono quelli dell’innocenza e della giustizia perché non appaia la nudità in Adamo e la presenza del collirio, per “ungerti gli occhi e recuperare la vista”, ci parla di quanto sia indispensabile un confronto continuo, sincero e avulso da quei diabolici sentimentalismi religiosi, con la Parola di Dio per evitare di essere vomitati dalla Sua bocca o tenuti a margine dai Suoi piani o anche solo dalla Vita con Lui. Il più delle volte, questo avviene perché si sceglie, anziché confrontarci con la santità di Dio, di guardare al nostro simile ed è lì che iniziano le finzioni, gli inganni, il cammino a ritroso. Il più delle volte questo avviene perché si sostituisce alla purezza della Parola di Dio quella degli uomini che la contamina rendendola una religione come le altre, perciò inutile.

La seconda parabola che Gesù espone ai suoi è quella del mercante di perle preziose che, inaspettatamente, ne trova una diversa dalle altre, il cui valore anche qui è talmente elevato da spingerlo a vendere tutti i suoi averi per poterla comprare. Anche qui il riferimento al libro dei Proverbi, ma non solo, è d’obbligo: la perla infatti rappresenta sia ciò che è effettivamente prezioso spiritualmente, ma anche ciò che è ritenuto tale nel mondo apparente. La perla, vista come fonte di guadagno dagli uomini e come ornamento dalle donne, è usata per indicare il fraintendimento: “…allo stesso modo le donne, vestite decorosamente, si adornino con pudore e riservatezza, non con trecce e ornamenti d’oro, perle o vesti sontuose, ma, come conviene a donne che onorano Dio, con opere buone” (1 Timoteo 2.9);  non a caso la “grande prostituta” dell’Apocalisse è vestita “…di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle” (17.4).

Eppure la perla, usata per scopi frivoli per abbellire qualcosa che non ha bisogno di venire migliorato o senza poter cambiare realmente ciò che è già brutto, sarà presente con altro significato nella Nuova Gerusalemme, nelle sue dodici porte dove “…le dodici porte sono dodici perle, ciascuna porta era formata da una sola perla” (Apocalisse 21.21), in riferimento al risultato delle sofferenze alla croce, non esistendo in natura perla senza sofferenza.

Tornando alla nostra parabola, chi trova la perla non è un dilettante, ma un profondo conoscitore della materia. Allo stesso modo quindi Gesù invita anche i sapienti di questo mondo, i filosofi, “i savi e gli intendenti” a confrontarsi col Suo Vangelo perché possano transitare dal mondo della “sapienza” umana a quella spirituale, perché “Coralli e perle non meritano menzione, l’acquisto della sapienza non si fa con le gemme” (Giobbe 28.18), “la sapienza vale più delle perle e quanto si può desiderare non la eguaglia” (Proverbi 8.11), perché “C’è possesso di oro e moltitudine di perle, ma la cosa più preziosa sono le labbra sapienti” (20.15). Ancora sulle perle, ricordiamo l’insegnamento sul non dare ciò che è santo ai cani e non gettare le perle davanti ai porci e che anticamente queste erano considerate ai pari dei diamanti, quindi molto più preziose di quanto non siano oggi.

Un esempio dei due protagonisti delle parabole lo troviamo nell’apostolo Paolo che, scrivendo ai Filippesi della sua esperienza e del suo bagaglio etnico-culturale ebbe a dire: “Queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (3.7-9).

Concludendo, con le due parabole Gesù ci ha presentato due tipi di uomini che hanno fatto una scelta assolutamente naturale, quella di chiunque nella vita di tutti i giorni nel momento in cui s’imbatta in qualcosa di molto prezioso. Purtroppo la stessa cosa non avviene nel campo spirituale, e le conseguenze verranno descritte nella similitudine successiva, quella della rete gettata in mare e dei pesci che raccoglie.

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07.05 – LE PARABOLE DEL REGNO 4: LA SENAPE E IL LIEVITO (Matteo 13.31-34)

7.05 – Le parabole del regno 4 (La senape e il lievito, Matteo 13.31-34)

 

“31Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido tra i suoi rami». 33Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». 34Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole,35perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.

 

            Matteo, attento espositore profetico-dottrinale, ci pone in successione queste due parabole, effettivamente connesse fra loro, e le fa iniziare direttamente con “Il regno dei cieli è simile a”. Marco e Luca le fanno precedere da una domanda che lo stesso Gesù pone ai suoi uditori: “A cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?” (Marco 4.30): si tratta di un interrogativo importante perché chi parla, chi lo espone, non è un filosofo o un profeta che ha ricevuto un messaggio, ma Uno che il “regno” lo conosce in quanto partecipe e responsabile del suo progetto e realizzazione. Quel “regno” di cui molti avevano sentito parlare sta quindi per essere spiegato dalla Fonte più autorevole, dall’Unico in grado di esporre una verità così complessa e multiforme. Precedentemente Gesù aveva collegato il “regno dei cieli” ai tipi di uomini che ascoltano la Parola e delle reazioni che hanno di fronte ad essa, poi del fatto che questo prevede uno sviluppo che contempla un tempo per seminare lasciando che i “figli del regno” e i “figli del maligno” crescano insieme, e infine la mietitura in cui gli uni e gli altri verranno raccolti, ma con un diverso destino. Le parabole del seminatore e della zizzania sono quindi una premessa, una panoramica generale che riguarda l’essere umano e come si pone nei confronti del progetto di Dio, mentre quelle della senape e del lievito ci mostrano il suo sviluppo indipendentemente dalla loro volontà.

Per questa terza parabola Gesù sceglie il seme della senape, piccolo, rotondo, che nelle sue dimensioni massime arriva a circa mezzo millimetro. Colpisce, in questa parabola, la figura dell’uomo che decide di piantare un solo seme nel suo campo, a differenza delle precedenti in cui lo scopo è quello di dar vita a una coltivazione precisa, il grano. La senape poteva essere coltivata, seminata attendendo la fioritura annuale e la successiva comparsa dei semi, dai quali si ricavava una farina, ma anche olio, utilizzata sia in cucina che per curare la tosse e varie infiammazioni. Il protagonista di questo racconto vuole però che cresca un albero che avrebbe avuto fronde rigogliose destinate ad ospitare diverse specie di uccelli. Si tratta di un paragone che troviamo in molti punti dell’Antico Testamento che hanno a che fare coi progetti di Dio per il Suo Regno; ad esempio l’uomo che pianta un seme per la soddisfazione di contemplare un grande albero è connesso al Creatore in Ezechiele 17.23.24: “Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro; dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto di Israele. Metterà rami e frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò”.

Soffermiamoci brevemente su questo passo: in Israele sarebbe sorto un cedro, albero imponente che può arrivare a 40 o 50 metri d’altezza. Spesso il cedro della Scrittura è quello “del Libano” e trova il suo ambiente ideale in montagna. Anche questa pianta, nelle prime fasi del suo sviluppo, è fragile, ma diventa poi albero resistente, dal legno pregiato, emanando un aroma acuto e penetrante che respinge gli insetti. Il cedro di cui parla Ezechiele non sarebbe stato seminato come l’albero della senape, ma sarebbe nato da un ramoscello preso da un’altra pianta e qui è facile individuare il germoglio, Gesù Cristo quale “virgulto(che) germoglierà dalle sue radici” (Isaia 11.1,2). Ora questo albero piantato “metterà rami e frutti e diventerà un cedro magnifico”, aggettivo usato non da un uomo, ma da Dio stesso per cui riceverà tutta la sua approvazione e compiacimento. Quest’albero ci parla di santità (il suo legno fu usato da Salomone per costruire il tempio, 1 Re 6.14-16) e di purificazione (Levitico 14.6,7). C’è poi il particolare degli “uccelli del cielo” in cui sappiamo che Gesù identifica quelle creature che, nonostante siano apparentemente insignificanti, godono della Sua provvidenza: ricordiamo il sermone sul monte in cui, a proposito delle sollecitudini ansiose, invitò gli uomini a considerare, a parte i fiori del campo, proprio gli uccelli che “…non seminano, né mietono, né ammassano nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate forse più di loro?” (Matteo 6.26).

Ezechiele cita poi gli alberi della foresta, questa volta figura degli uomini secondo le loro nazioni messi in relazione anche con gli uccelli che fanno il nido e godono l’ombra: qui le relazioni con altri versi sono almeno due, riferiti ad un tempo che deve ancora venire: “Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno «Venite, saliamo sul monte del Signore». Egli sarà giudice tra le genti e arbitro fra i popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra” (Isaia 2.2,4), verso che troviamo identico in Michea 4.1.

Da questa citazione è semplice fare riferimento al cedro piantato sul monte alto e imponente, ma analoga situazione è anche descritta in Zaccaria 8.20-23: “…anche i popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro – quindi ci sarà concordia – «Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire». Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme per cercare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore”.

Possiamo fare a questo punto alcune osservazioni: primo, da quel piccolo seme di senape nessuno potrebbe aspettarsi che possa nascere un albero così grande ed utile: dà riparo nelle giornate assolate alle creature. Secondo, è un albero che cresce da solo, senza alcun intervento umano che lo possa rinforzare o guidare in qualche modo nel suo sviluppo. Terzo, è piantato non per un’utilità personale di chi lo semina, ma per l’esclusivo vantaggio di altri che non l’hanno chiesto. Quarto, non è detto cosa faccia quell’uomo del resto del campo: questo non rileva, l’attenzione si focalizza solo sul gesto di chi pianta il seme e sul risultato finale e, infine quinto, qui non c’è nessun “nemico” che viene ad attentare alla vita di quell’albero.

 

Se già da questa parabola è chiara la sproporzione tra ciò che è minimo e quanto è in grado di produrre, quella del lievito lo è ancora di più: la senape nasce da un seme, il pane da un lievito, quindi da un funghi microscopici, i saccaromiceti. L’esempio di Gesù qui è illuminante anche per la scelta del vero agente del suo racconto, non la donna, ma il lievito: su questo punto si sono arenati in tanti perché il lievito è spesso visto in riferimento alla negatività e al peccato che trasforma e inquina l’uomo poco a poco. Qui però non si tratta di dare interpretazioni a senso unico, ma del fatto che esiste sempre una doppia valenza per ciascun elemento del creato; infatti, parlando ai farisei che tenevano molto alla purità formale, Gesù volle farli riflettere  dicendo: “Non è quel che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma quello che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo”, (Matteo 15.11).

Il lievito, in questa parabola, è visto al pari del seme di senape come quella forza che si sviluppa nel tempo, cresce indipendentemente dal controllo umano. Entrambi i due elementi giungono a un punto in cui il loro compito giunge a un termine, l’albero con il suo arrivare a uno stadio rigoglioso e il lievito con la formazione di un impasto pronto per il forno. Da notare poi le “tre misure”, nel terzo originale “staia” che formavano un “efa”, quantità sufficiente a sfamare una famiglia.

La parabola del lievito, poi, ha un significato importante perché è la quarta, quella che secondo Matteo è l’ultima ad essere esposta alla folla in pubblico. Leggiamo infatti che “Allora Gesù, licenziate le folle, se ne ritornò a casa e i suoi discepoli gli si accostarono dicendo «Spiegaci la parabola del campo»” (v.26). Da qui in poi ne seguiranno altrettante, riservate solo a loro.

Resta da esaminare il richiamo di Matteo al Salmo 78.2, identico nella forma e nei termini, che descrive il compito del profeta, che Cristo assolveva come Figlio dell’uomo: “Aprirò la bocca con parabole”, quindi per simboli a volte elementari e di facile richiamo, altri complessi e comprensibili grazie allo Spirito Santo, come gli stessi apostoli e discepoli ebbero modo di sperimentare quando discese su di loro e compresero le parole che il Maestro aveva loro trasmesso. La seconda parte del verso è poi illuminante perché spiega il motivo per cui il profeta parla in modo non comprensibile a tutti: spiega “cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” e qui emerge tutto il cammino tanto del singolo, che saputa la vitale importanza di queste le investiga “come i tesori” quali effettivamente sono, quanto della Chiesa intesa non come struttura più o meno gerarchica, ma come la grande Comunità dei credenti sparsi nelle varie denominazioni che la rendono viva e unica.

Concludendo, è facile vedere nei due elementi proposti da Gesù lo sviluppo del regno, che partì ufficialmente proprio da Lui: prima un uomo solo, poi dodici chiamati all’apostolato, poi 120, poi tremila in un solo giorno (Atti 2.41), quindi cinquemila (4.4), il tutto difficilmente non accostabile alla figura del seme che diventa arbusto e quindi albero, o al lievito.

Se la Scienza si pone ogni interrogativo possibile sui fenomeni fisici e chimici presenti nel mondo naturale, le parabole, e quindi le verità assolute trasmesseci attraverso la Scrittura, contengono la risposta ad ogni perché della nostra realtà spirituale. E i racconti fin qui esaminati hanno affrontato temi importanti quali la divisione delle anime, la separazione tra i figli di Dio e quelli che non lo sono ed infine cosa sia il Regno dei cieli, che per ora non si vede o di lui si sente parlare senza prestarvi attenzione, ma destinato ad apparire in tutta la sua realtà, come l’albero sotto il quale le creature si riparano o come il lievito che dà origine a qualcosa che diventa idoneo a sfamare. Perché non veniamo lasciati soli, mai.

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07.04 – LE PARABOLE DEL REGNO: LA ZIZZANIA (Matteo 13.24-30)

7.04 – Le parabole del regno 3 (La zizzania, Matteo 13.24-30)

 

“4Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». 28Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». 29«No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio»”

 

            Leggendo la parabola colpisce la frase di apertura, “il regno dei cieli è simile a un uomo”, paragone non riferito tanto alla persona che compie una determinata azione, ma al suo modo di operare. “Il regno dei cieli è simile a” si troverà in molte parabole a conferma della totalità degli interventi di Dio nei confronti della sua creatura. Anche nel testo di oggi c’è un campo che, come nella prima parabola del seminatore, ma qui ancora di più, si riferisce a tutto il territorio da coltivare posseduto. Ora Gesù, dopo aver presentato nella parabola precedente la sorte che hanno i semi che cadono chi nella strada, chi nel terreno pietroso e chi in mezzo alle spine, entra nei dettagli occupandosi di ciò che avviene nel campo vero e proprio, seminato con “buon seme”, quindi una sorta di prodotto certificato dal quale si attende, come anche i suoi servi, un raccolto ricco e abbondante.

Nel “buon seme” riconosciamo il Vangelo, la Parola di Dio, che dà come risultato una crescita che l’apostolo Pietro descriverà con le parole “…generati non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna” (1 Pietro 1.23). Poi l’aggettivo “buono” non può che rimandarci alla creazione, quando la frase “E Dio vide che ciò era buono” compare al termine di ciascun giorno che si concluse col Suo riposo dopo i sei. Il “buon seme” che viene messo nel campo porta in sé l’approvazione del Creatore proprio come fu all’inizio quando leggiamo “Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie». E così avvenne. E la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.” (Genesi 1.11,12). È evidente il rimando al tempo antico in cui c’era un progetto di perfezione e di equilibrio, lo stesso che si aspettava il padrone nel campo tramite il raccolto. Anche questa fu una parabola di cui i discepoli chiesero il significato: al verso 37 di questo stesso capitolo leggiamo “Colui che semina il buon seme, è il Figlio dell’uomo”. Addirittura poi, a testimonianza di quanto debba identificarsi chi ha creduto nella Parola, “il buon seme sono i figli del regno”. Un’identità totale.

Si arriva così al verso 25, che ci conferma che questo racconto sia in un certo senso speculare a quello della Genesi perché anche qui assistiamo ad una strategia ostile per rovinare, inquinare e se possibile distruggere tutto il lavoro accurato svolto con la semina, per quanto riguarda la parabola, e con la tentazione andata a buon fine, circa i nostri progenitori. Se con loro il nemico dovette mimetizzarsi e minare dalle fondamenta l’equilibrio e l’ingenuità-fragilità di Eva, qui raccoglie personalmente i semi di una pianta che non si trovava in commercio perché tossica, dando capogiri e vomito. Di sapore amaro, impossibile da distinguere dal grano o dall’orzo allo stato di piantina, in caso di contaminazione del campo chi faceva il raccolto era costretto o a estirpare le infestanti (ma come vedremo sarebbe stata un’azione poco prudente) oppure attendere che le due specie si lasciassero riconoscere crescendo.

L’azione del “nemico” viene fatta di notte, “mentre tutti dormivano” perché un campo, al contrario di un gregge, non lo si vigilava. Questo nemico agisce di nascosto, con il preciso obiettivo di rovinare il raccolto e lo fa con un’azione identica al proprietario del terreno, cioè semina: un ideale di vita falso, delle verità alternative, un modo di essere tossico, contaminante, indigeribile con l’obiettivo di rovinare il progetto del Creatore. C’è quindi un seme buono, la Parola di Dio che genera vita, e uno cattivo, del nemico, anch’esso una vita la dà, ma utile a portare danno agli altri. La spiegazione di Gesù, “Il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del regno e la zizzania sono i figli del maligno” (v.38), è eloquente sull’identità di questi personaggi e come purtroppo gli uni siano costretti a condividere lo stesso spazio, quello del mondo. E si badi che possiamo leggere il termine “campo” in due modi, cioè tanto il mondo inteso come terra, quando come Chiesa, poiché è la storia a insegnare che anche al suo interno si nascondono, più o meno bene, individui che tutto fanno tranne che portare un frutto buono a vantaggio degli altri, della dottrina o dell’esempio. Gli scritti del Nuovo Patto sono pieni di esempi in proposito e più volte sono scritte esortazioni a guardarsi dai falsi profeti, l’aggiornamento neotestamentario dei farisei del tempo di Gesù.

Leggiamo al verso 39 che “a un certo punto spuntò anche la zizzania”, cioè diventò ufficialmente riconoscibile suscitando la meraviglia dei servi, in cui possiamo identificare quegli angeli che non svolgono la funzione di mietitori: “…e il nemico che l’ha seminata è il diavolo, mentre la mietitura è la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli”.

La domanda che i servi fanno al Signore del campo può essere letta come ingenua, perché la risposta se la sarebbero potuti dare da soli in quanto, per l’abbondanza della zizzania nel campo, difficilmente avrebbe potuto essere causata da semi portati dal vento. Va tenuto presente però cosa siano gli angeli, esseri innocenti a parte l’antica ribellione di alcuni di loro a Dio, che non hanno una volontà propria, ma sono essenzialmente degli esecutori ai Suoi ordini. La loro domanda è sotto certi aspetti simile a quella che rivolsero le anime dei martiri in Apocalisse 6.10,11: “Fino a quando aspetti, o Signore, che sei il Santo e il Verrace, a fare giustizia del nostro sangue sopra coloro che abitano la terra?– contro le zizzanie – E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completato il numero dei loro conservi e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro”.

Apriamo una breve parentesi: la loro è una domanda che, come quella dei mietitori, precede il raccolto finale. Anche ad essi viene detto di attendere e viene data loro una “veste bianca”, riferimento alla loro giustizia, quindi viene loro ricordata la beatitudine e la ricompensa che avrebbero avuto, ma che questa non sarebbe stata fruibile senza che prima fossero stati raggiunti da tutti gli altri, che abitavano ancora in un corpo di carne.

Mettiamo un attimo da parte ciò che Giovanni ci ha trasmesso per volere di Dio e torniamo alla risposta data ai mietitori: non era ancora il tempo per procedere. Se l’Apocalisse ci ha spiegato uno dei perché, qui Gesù ne dà un altro: si sarebbero strappate senza volerlo le piantine buone non per distrazione o errore, ma anche perché, essendo la zizzania cresciuta accanto al grano, le radici delle piante si erano intrecciate fra loro ed estirpando una piantina cattiva si sarebbe corso il rischio di fare altrettanto con il grano. Questo perché nessun’anima che il Padre ha dato al Figlio deve andare perduta.

Torniamo ora ai versi di Apocalisse successivi, quelli da 12 a 17: “E vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora i re della terra e i grandi, i comandanti, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti, e dicevano ai monti e alle rupi: «Cadeteci addosso e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?».

Ecco, questo è un solo aspetto della mietitura, una delle sue fasi che, se ci verrà dato, affronteremo quando potremo fare un’analisi del libro dell’Apocalisse che, per il poco che è stato citato in questo studio, fa risultare assente la Chiesa.

Tornando alla parabola, anche ai mietitori viene detto di pazientare ancora un po’ di tempo, cioè fino a quando sarebbe stato impossibile sbagliare nel selezionare le piantine buone da quelle cattive e il raccolto avrebbe potuto iniziare e proseguire senza problemi. In tal modo l’opera del nemico sarebbe stata vana.

Ci sono poi due espressioni nella parte finale del racconto di Gesù che meritano un’attenzione particolare, cioè “lasciate che (…) crescano insieme” e “il grano invece riponetelo nel mio granaio”: la prima frase stabilisce che, purtroppo, chi appartiene ai figli di Dio è costretto a “crescere insieme” a chi serve un altro signore, che non può esservi pace sulla terra nel senso completo del termine, nemmeno nella Chiesa che dovrebbe essere assolutamente “santa”, ma che di fatto non lo è a livello di totalità, d’insieme umano, perché anche in essa si nascondono i “figli del maligno”. Anche l’apostolo Paolo, certo riferendosi alla zizzania, scrisse “Questi sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia, ma la loro fine sarà secondo le loro opere” (2 Corinti 11.13-15). La seconda frase è invece di una consolazione assoluta: “Il grano invece riponetelo nel mio granaio”, dove “invece” e “mio” dicono tutto quel che serve.

La mietitura fu così spiegata ai discepoli; “Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli ed essi raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e gli operatori d’iniquità, e li getteranno nella fornace del fuoco. Lì– e non altrove – sarà pianto e stridor di denti. Allora– non prima – i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchie per ascoltare, ascolti.” (v.41-43).

Si compiranno allora tutte le promesse e ogni cosa sarà definita. E penso che già a Isaia fu rivelata questa verità: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”, e le stelle sono come il sole.

E per quanto riguarda infine il “mio granaio”, così diverso da quello degli altri, leggiamo ancora in Apocalisse: “Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Oméga, il principio e la fine. A colui che ha sete darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore erediterà questi bene; io sarò Dio ed egli sarà mio figlio” (21.6,7). Amen.

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07.03 – LE PARABOLE DEL REGNO: IL SEMINATORE (Matteo 13.3-23)

7.03 – Le parabole del regno 2 (Il seminatore, Matteo 13.3-23)

 

“3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti». 0Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. 15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca! 16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! 18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, 21ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».”

 

            Leggendo questa parabola tendiamo a focalizzare la nostra attenzione, come è giusto che sia e come era nelle intenzioni di Gesù, sui quattro terreni che ricevono il seme della parola oltre che sulla spiegazione che dà di loro. La figura del seminatore la diamo per scontata e non facciamo caso all’articolo che ci mette in guardia fin da subito perché, se leggere “Un seminatore uscì a seminare”ci lascerebbe pensare all’inizio di un racconto o a una favola, “Il seminatore” ci pone nelle condizioni di chiederci chi sia questa persona, essendo un articolo determinativo. “Un seminatore” potrebbe essere tanto un incaricato della semina, quindi un lavorante, quanto il proprietario del terreno, ma “Il seminatore” è impossibile da confondere, è un individuo che “esce” dalla propria casa per compiere un’azione destinata a rendergli un guadagno nel futuro, un raccolto. Il seminatore è un professionista, non si mette a lavorare se non è il mese adatto per farlo, ha deciso in anticipo il giorno e l’ora per la semina per un raccolto che, a livello di collettività, avverrà in un tempo conosciuto solo dal Padre. Ricordiamoci che anche per la venuta del Figlio di Dio nel mondo e per tutto il Suo ministero c’è sempre stato un giorno e un’ora e tutto quanto da Lui compiuto, sempre, ha avuto un motivo visto nel raccolto finale. Il verbo “uscire”, poi, ci parla anche della profezia su Betlehem di Efrata, “così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni remoti” (Michea 5.1). Gesù stesso, nella notte in cui fu tradito, disse “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” (Giovanni 16.28).

Vediamo il primo terreno su cui cade il seme, la strada: quelle di allora erano in terra battuta, dura, arsa dal sole, se un seme vi cadeva sopra rimbalzava e stava lì, senza alcuna possibilità di sviluppo. Quella terra serviva ad altro, nessuno la lavorava perché altrimenti persone, animali o carri non avrebbero potuto passarvi sopra. A volte le strade non si costruivano neppure, ma erano il risultato del continuo passare di gente e carri che avevano così indurito la terra. Così è per l’uomo, che di fronte alle ingiustizie della vita, al dolore e all’incomprensione altrui si fa l’idea che la gente che popola il mondo sia divisa in due categorie, chi subisce e chi fa subire e sceglie di essere dalla parte di chi s’impone con metodi spesso non leciti, o risponde come meglio può, difendendosi ad oltranza e finendo per essere vittima di se stesso anziché degli altri. Abituato a reagire sempre e comunque per difendere il proprio territorio fisico o morale, non vede altro al di fuori delle proprie esigenze, della realtà che si è costruito a fatica.

Esempi in proposito nella Scrittura ne troviamo tanti, come i sommi sacerdoti Anna e Caiafa (o Caifa) e coloro che combatterono Gesù: pensiamo a quelli che, dopo aver ascoltato il discorso dell’apostolo Paolo nell’Areopago di Atene, “appena sentirono parlare della resurrezione dei morti, cominciarono a deridere Paolo. Altri invece gli dissero «Su questo punto ti sentiremo un’altra volta»” (Atti 17.32). Ricordando poi sempre la sua testimonianza a Festo, Agrippa e Felice, leggiamo “Mentre parlava così per difendersi– portando il Vangelo e non giustificandosi – il governatore Festo disse ad alta voce «Tu sei pazzo, Paolo! Hai studiato troppo e sei diventato matto!(…) Agrippa allora rispose a Polo: «Ancora un po’ e tu mi convincerai a farmi cristiano». Ma Paolo rispose «Io non sono pazzo, eccellentissimo Festo, sto dicendo cose vere e ragionevoli.” Quando poi l’apostolo cominciò a parlare del giusto modo di vivere, del dominare gli istinti e del giudizio futuro di Dio, Felice si spaventò e disse «Basta, per ora puoi andare. Ti farò chiamare quando avrò tempo». Intanto sperava di poter ricevere da Paolo un po’ di soldi, per questo lo faceva chiamare abbastanza spesso e parlava con lui” (Atti 24.25).

Un’altra volta” e “Quando avrò tempo”, frasi che denotano quanto sia distante, da chi appartiene al terreno indurito della strada, la comprensione del fatto che la vita non ci appartiene perché può finire da un momento all’altro senza che possiamo far nulla per impedirlo, la mancata acquisizione del principio del pericolo e del giudizio: se nessuno in balia dell’acqua profonda e agitata rifiuta un salvagente, l’idea, il concetto del Dio che vuole salvare dalla perdizione eterna è disprezzato, sottovalutato, ritenuto procrastinabile.

Il secondo terreno è quello che ha pietre e poca terra: qui, a differenza del primo, il seme germoglia, ma non essendo la terra sufficientemente profonda, la piantina viene bruciata dal sole, che altrimenti le avrebbe dato vita. Possiamo vedere in questo ambito anche la figura di Giuda Iscariotha, che percorse al pari degli altri le strade della Galilea e della Giudea patendo la sete e il caldo, vivendo di poco (ma rubando dalla cassa comune) e che alla fine tradì il suo Maestro coscientemente per trenta sicli d’argento, il prezzo di uno schiavo. Pensiamo anche al “giovane ricco” di cui parla Matteo 19.16-22: “Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gesù gli rispose: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso.Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”.

Altro esempio lo troviamo in Dema, compagno d’opera di Paolo che, a un certo punto, preferì tornare ad occuparsi di filosofia anziché proseguire l’evangelizzazione con lui. I termini con cui l’apostolo si esprime, cioè “Dema mi ha lasciato, avendo amato il mondo presente, e se ne è andato a Tessalonica” (2 Timoteo 4.10,11), ci lasciano pensare che il suo abbandono non sia stato dovuto al fatto che la vita apostolica fosse divenuta pesante e volesse riposarsi, ma una scelta: amò “il mondo presente” e non quello futuro. Ancora, l’opera del sole ci richiama Osea 6.4: “Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce”.

Il terzo terreno cade in mezzo alle spine, cioè ai rovi. O meglio, alle piantine di rovo che crescono più velocemente di lui. All’inizio la loro ombra, l’umidità che si cela tra essi crea un ambiente favorevole al germogliare della piantina, la fa crescere, ma poi finisce per soffocarla. Un fratello identificava qui il popolo di Israele al quale Gesù parlava che, in un’altra parabola, quella degli invitati al “gran convito”, è descritto in modo più preciso: «Ma uno dopo l’altro gli invitati cominciarono a scusarsi. Uno disse: Ho comprato un terreno e devo assolutamente venderlo; ti prego di scusarmi-appellandosi alla norma della Legge -. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e sto andando a provarli. Ti prego di scusarmi-anche questo si appella alla tradizione-. Un terzo invitato gli disse: Mi sono sposato da poco e perciò non posso venire-ricordiamo che la Legge esentava per un anno da un impegno attivo, come ad esempio la guerra, colui che aveva preso moglie-» (Lc 14.18). La variante vista in Mt 22.3 aggiunge «Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati, ma quelli non vollero venire».

Precisando meglio il concetto: gli invitati non erano degli sconosciuti, ma persone che avevano un rapporto con il re che aveva organizzato un banchetto per le nozze del proprio figlio. Tutta la tradizione religiosa millenaria, gli studi dei rabbini, i riti e i sacrifici altro non avevano prodotto se non un rifiuto all’invito di quel “Re” che onoravano a parole, ma non con i fatti.

Certo, questo terreno comprende anche un raggio più vasto, quello di chi viene soffocato da ciò che lo circonda e al quale o attribuisce un valore, o non risponde con fede, che poi è la certezza assoluta dell’aiuto e del soccorso da parte di Dio, della protezione nella vita a prescindere. Questo terreno è quello che mi ha impegnato di più perché mi sono chiesto che colpa abbia, figurativamente parlando, quella piantina se il seme non è caduto nella buona terra. Ebbene, se il rovo è la figura delle “preoccupazioni del mondo”, della “seduzione della ricchezza”, sicuramente questa tenta e crea difficoltà anche a quei credenti che rientrano nel terreno buono, perché altrimenti crescerebbero senza fatica e non avrebbero alcun premio; la differenza è che gli uni se ne lasciano dominare, gli altri non consentono che queste interferiscano nella loro vita spirituale, pur soffrendo perché nel mondo sono comunque. Ecco perché è fondamentale avere ogni giorno cura del nostro uomo interiore, “che si rinnova continuamente ad immagine di chi lo ha creato”. Ricordiamo il dettaglio “Non ha radice in sé ed è incostante”.

C’è poi il quarto terreno, quello definito “buono”, di cui il seminatore si è preso cura prima di operare. Anche questo passaggio non è semplice da spiegare se ci si pongono delle domande “scomode”, perché anche qui la pianta che cresce, apparentemente, lo fa senza sforzo. Chi rientra in questo terreno sono quelli come Natanaele, Lidia, il carceriere di Filippi, Onesiforo, Timoteo, Gaio e tutti quelli che, un tempo peccatori, accettarono di diventare parte attiva nel progetto di Dio per loro prima, e per gli altri uomini poi. Di Natanaele – Bartolomeo abbiamo già trattato, ma ricordiamo Atti 16.14,15: “Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo”. E fu battezzata assieme alla sua famiglia.

Al versi da 31 a 34 abbiamo il carceriere: “…poi li condusse fuori e disse «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?» Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio”. Si potrebbe obiettare che anche costoro avrebbero potuto rientrare nella categoria del terzo terreno, perché non sappiamo come continuò la loro vita, ma il fatto stesso che siano citati come esempio è eloquente e di certo la loro esperienza sarà stata duratura, “fino alla fine”.

C’è però un’applicazione collaterale di questa parabola e cioè che le quattro categorie dei terreni, pur nella loro classificazione ufficiale, non sono rigidamente stagni nel senso che, nella vita umana anche di coloro che crescono nel quarto, possono capitare momenti di cedimento in cui può succedere che si venga temporaneamente sopraffatti dall’arsura, dalle sollecitudini, dalle preoccupazioni della vita materiale, ma non si verifica mai la scelta definitiva di lasciarsi coinvolgere da esse fino in fondo e ribellarsi abbandonando il Signore. La crescita può rallentarsi, si può soffrire e ci si può anche ammalare, ma non capitolare perché sempre e comunque siamo figli del Dio che ha salvato. Per questo motivo credo che Gesù abbia esposto una parabola che cita solo Marco: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è matura, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura” (4.26,29). Ed è doveroso, a conclusione di queste brevi riflessioni, sottolineare che Luca, in 8.15, ci dà un particolare che denota fatica: “Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza” (ma c’è chi traduce “con sofferenza”). Ci sarà quindi chi verrà chiamato a rispondere del mancato invito al Vangelo, e chi concluderà una vita di testimonianza, ottenendone il premio.

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07.02 – LE PARABOLE DEL REGNO, INTRODUZIONE

7.02 – Le parabole del regno (Introduzione)

 

            Tutti i sinottici, scrivendo del periodo trascorso da Gesù e i suoi lontano da Capernaum “per città e villaggi predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio”, pongono un accento particolare, nella prima parte della loro cronaca, su quello che Lui disse, sui suoi insegnamenti, esattamente come avvenuto sul sermone sul monte che abbiamo analizzato in Matteo 5. Il viaggio missionario di Nostro Signore, sotto l’aspetto della predicazione, partì proprio dalla città in cui viveva in un contesto preciso riferito da Matteo: “Ora in quello stesso giorno Gesù, uscito di casa, si pose a sedere presso il mare. E grandi folle si radunarono intorno a lui, così che egli, salito su una barca, si pose a sedere, e tutta la folla stava in piedi sulla riva” (Matteo 13.1,2).

La nota “In quello stesso giorno” per Matteo è riferito a discorsi che per ragioni narrative e dottrinali raggruppa in un unico contesto, ma che suppongo fosse lo stesso in cui avvenne il pranzo a casa di Simone il fariseo. Prima di esaminare il gruppo cosiddetto delle “parabole del regno”, dobbiamo vedere cosa effettivamente fosse la parabola e perché Gesù l’utilizzò così frequentemente.

Contrariamente a quanto si possa supporre, il metodo della parabole non fu usato solo da Lui, ma era un genere letterario utilizzato per illustrare, con esempi immaginari ma assolutamente veritieri o possibili, una verità morale e religiosa. La parabola può essere confusa con la favola anche se essa ha per protagonisti animali in situazioni inverosimili e ha per lo più lo scopo di intrattenere le persone. Nel mondo antico entrambi i generi abbondavano, ma soprattutto nel giudaismo esisteva il màshàl, il genere parabolico, che troviamo a volte anche nel Talmud e nella Midrash (insegnamento); anche ai tempi di Gesù i Rabbini ne facevano uso per spiegare le Scritture al popolo che le apprezzava e le ricordava con facilità abbinandole al loro corretto significato spiegato dai maestri.

Attraverso le parabole, soprattutto quelle relative al “Regno”, Nostro Signore cercava di proporre delle verità che andavano a cozzare contro l’idea che il popolo aveva di un regno instaurato sulla terra, che come sappiamo si sarebbe dovuto caratterizzare tramite un Messia potente che, alla guida di un esercito invincibile, avrebbe sottomesso tutte le nazioni e le avrebbe governate assieme al suo popolo. Ecco allora che Gesù non dovette solo rifiutarsi di venire proclamato re quando il popolo voleva farlo, ma soprattutto far capire che il regno che avrebbe instaurato un giorno sarebbe stato profondamente diverso da quello che si aspettavano: fu quindi necessario spiegare le verità di quello non dichiarandole apertamente, dando così l’opportunità ai suoi avversari di attaccarlo più di quanto già non facessero, ma velandole, dicendo le stesse cose in maniera diversa. Se ci pensiamo, riguardo alle verità fruibili a pochi, è quello che non solo Gesù, ma tutta la Scrittura fa continuamente presentando simboli, situazioni, verità e descrizioni che possono essere lette solo per la grazia e l’intercessione dello Spirito Santo, deputato alla rivelazione e mettendo da sempre ogni metodo di lettura a lui estraneo nell’errore.

Il discorso che Nostro Signore tenne sulle rive del lago di Galilea, e in privato coi discepoli, è un aggiornamento del sermone sul monte in cui aveva trattato la Legge perché qui, fondamentalmente, parte dai diversi effetti che ha la Parola sulle persone che l’ascoltano (il seminatore) per arrivare alla fine, quando la zizzania verrà legata in fasce per essere bruciata e il grano “riposto nel granaio” o, nella parabola dei pesci, quando “verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà il pianto e lo stridore dei denti”.

In questo nostro studio ci rifaremo alle parabole così come esposte da Matteo che, a differenza di Marco e Luca, le organizza in modo completo: Luca riporta solo quella del seminatore e Marco vi aggiunge quella del granello di senape, specificando “Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro, ma ai discepoli, in privato, spiegava ogni cosa” (Marco 4.33,34).

Questo contesto può generare un falso interrogativo, a parte quanto già detto sulla necessità di un insegnamento prudente da parte di Gesù: la spiegazione del suo insegnamento “simbolico” non era qualcosa di riservato a degli eletti particolari, ma a quanti erano desiderosi di capire. Infatti proprio al termine dell’esposizione della prima parabola, quella del seminatore per noi neppure tanto complicata, leggiamo che “Allora i discepoli gli domandarono che cosa significasse quella parabola” (Luca 8.9): furono i discepoli a chiederlo e non gli altri, che ascoltavano senza capire e nulla dicevano evidentemente perché mancava loro la volontà di approfondire, la sensibilità per recepire, la possibilità di scegliere tra la vita e la morte come aveva fatto da poco l’innominata peccatrice, che arrivò a comprendere di aver bisogno del perdono di Gesù dopo aver assemblato le Sue parole e raggiunta la consapevolezza che avrebbe potuto guarirla dalla condizione di peccato in cui versava.

Al contrario i presenti, certo non tutti perché alla luce dell’esempio della donna che unse i piedi di Gesù i frutti della Parola raramente sono immediati, avevano un interesse che non andava oltre la curiosità e volevano restare ancorati alle loro convinzioni: infatti leggiamo “A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato.(…) Perché il cuore di questo popolo è divenuto insensibile, essi sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi e non ascoltino con le orecchie, e non intendano col cuore e non si convertano, e io li guarisca” (Matteo 13.11-15).

Si noti che la distinzione “A voi è dato, ma a loro no”, non si riferisce a una scelta arbitraria di Nostro Signore, che in base alle proprie simpatie favorisce alcuni a danno di altri, ma alla condizione spirituale in cui versavano i due gruppi: i discepoli, gli apostoli, chi Lo seguiva e ascoltava dava quotidianamente prova di mettere la propria persona in second’ordine, aveva lasciato ciò che lo legava alla sua quotidianità, rinunciato a ciò che possedeva per seguirlo volendo vivere la vita del Vangelo per capire con le proprie povere forze visto che lo Spirito di Verità non era ancora sceso su di loro. Le altre persone presenti costituivano un grande insieme di estranei al cui interno forse si mescolava qualcuno che sarebbe stato colpito dalle parole di grazia e verità di Gesù e lo avrebbe avvicinato, come effettivamente avvenne. “A loro non è dato” perché non erano “delle sue pecore”.

C’è da precisare che le parole di Nostro Signore sul popolo “diventato insensibile” non sono sue, ma costituiscono un collegamento col profeta Isaia che, in 8.18 e 19.26, scrive le stesse cose. È giusto sottolineare il termine utilizzato, “è diventato insensibile” e “sono diventati duri d’orecchi”, evidentemente riferito a una condizione raggiunta dopo una serie di azioni volontarie, poiché si diventa qualcosa solo con l’esercizio e la pratica, conscia o inconscia. Il fatto che uno divenga insensibile o duro d’orecchi significa che prima non lo era, un po’ quello che avviene con quanti si ammalano dopo una serie di azioni che hanno intossicato il loro organismo. Ecco allora che l’uomo compie sempre, più o meno consapevolmente, un percorso spirituale con azioni che possono giovargli o nuocergli.

Citando poi Giuseppe Ricciotti, a proposito della parabola, scrive “…è chiara, ma anche oscura. È eloquente, ma anche reticente. Per chi la contempli con animo sereno e non preoccupato, è chiara ed eloquente; a chi la scruti con occhio torbido e animo prevenuto, non dice nulla, qualora per lui non dica il contrario di ciò che vuol dire. È dunque non tenebra, ma luce, e luce misericordiosamente adatta per occhi che si trovino in condizioni speciali, cioè puri, non malati”. Occhi che, secondo il testo di Isaia citato, sono stati chiusi deliberatamente, come nel caso dei due sommi sacerdoti che, informati della resurrezione di Lazzaro, anziché aprire gli occhi e voler indagare l’episodio per conoscere i fatti e se necessario riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, decisero di far morire entrambi: “Ora i capi dei sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, poiché a motivo di lui molti lasciavano i Giudei e credevano in Gesù” (Giovanni 12.10,11). Il timore di perdere onorabilità e rispetto, che la loro tradizione umana venisse infangata, prevalse sulla verità che avrebbero dovuto ammettere revisionando tutta la loro vita, mettendo in pratica quel “ravvedimento” di cui lo stesso Giovanni Battista aveva predicato, la metànoia.

Il “non udire” di cui parlò Nostro Signore ai discepoli quindi era riferito al fatto che, per la struttura mentale che si era venuta a creare nel popolo a causa del suo rifiuto continuato al messaggio evangelico, questi udivano parole che non andavano oltre al timpano, l’orecchio esteriore, esattamente ciò che avviene nel primo caso offerto dalla parabola del seminatore: “Quando qualcuno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e rapisce ciò che era stato seminato nel suo cuore” (13.18). Interessante la versione di Marco: “…sono quelli in cui la parola è seminata e, una volta che l’hanno ascoltata, subito viene Satana, e toglie via la parola seminata nei loro cuori” (4.15); qui vediamo che c’è una connessione col non comprendere e l’intervento dell’Avversario che viene “subito” proprio perché la persona la disprezza già a monte, a prescindere. “Subito” perché non fa nessuna fatica: non deve neppure estirpare una piantina, ma semplicemente portar via un seme. La parola non è capita né apprezzata perché il cuore carnale ha già di che soddisfarsi, basta a sé stesso, è già sazio tanto allora quanto oggi. Là dove un cuore basta a se stesso, dove un orecchio non riesce ad udire e dove gli occhi sono chiusi, si ha quindi il verificarsi di quel “…ma a loro non è dato”, che suona come una sentenza.

Ecco allora che tutto torna e, alla fine, è l’uomo stesso che si condanna da solo. Ogni volta che in noi manca una reale volontà di sottomissione allo Spirito di Dio, alla profondità della Sua Parola, subentra la nostra e ci rende incapaci di seguirlo, di essere Suoi strumenti, di vivere pienamente e nella libertà che solo il Vangelo può dare. Amen.

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06.11 – VI DARÒ RISTORO (Matteo 11.28)

6.11 – Io (Matteo 11.28)

 

28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.

 

            Sono convinto che dare per scontato che le cose avvengano o siano come ce le aspettiamo sia un errore che commettiamo frequentemente senza rendercene conto e che lo stesso avvenga spesso nella lettura del testo biblico: la mente istintivamente si focalizza sui soggetti, sugli elementi che risaltano a livello immediato. Nel verso 28 di Matteo, ad esempio, tendiamo a sottolineare “venite a me”, “stanchi e oppressi” e “vi darò ristoro” (o “riposo”, o “vi alleggerirò” come altri traducono); ma quell’ “Io”, però, si tende a considerarlo come un  qualcosa in più, di non rilevante a fronte della promessa di pace, quiete, serenità e non si pensa che è proprio quel pronome a fare la differenza, a dare un tono rafforzativo al tutto. Un medico che dice a un paziente “ti guarirò” indubbiamente gli fa una promessa che genera in lui sollievo, ma anteponendo “Io” si distingue dai propri colleghi, è conscio di aver compreso chiaramente il problema di quella persona, prende un impegno che coinvolge la sua onorabilità, quasi a dire “Io e nessun altro”. La stessa cosa, credo con garanzie infinitamente superiori perché l’essere umano può sempre sbagliarsi, la fa Nostro Signore con questa frase. “Io” e nessun altro.

Lo stesso concetto appare nel primo comandamento: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: non avrai altri dèi di fronte a me” (Esodo 20.2,3), identico in Deuteronomio 5.6,7. Ai tempi in cui furono scritte queste parole, quel “ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile” alludeva solo apparentemente al fatto che il popolo di Israele era stato posto nella condizione di abbandonare quel Paese, ma soprattutto faceva riferimento a tutte le iniziative prese da Dio per liberarli: ricordiamo, stando nel generale, le dieci piaghe, le acque del Mar Rosso che si aprirono per far passare il popolo e si richiusero annientando l’esercito del Faraone, la manna, le quaglie, l’acqua scaturita dalla roccia e la vittoria su Amalek. L’uscita dall’Egitto non fu da un Paese particolarmente malvagio (pensiamo a Giuseppe e al fatto che salvò quel popolo dalla carestia dopo i sette anni di abbondanza), ma da una condizione servile, cioè una realtà in cui la libertà era assente. La schiavitù in cui Israele versava, che possiamo sicuramente definire come “giogo”, non poteva essere che pesante per quanto, quando si trovava in difficoltà nel deserto, la rimpiangesse perché là gli era garantito comunque un tetto e un pasto. L’elezione che aveva ricevuto in dono avrebbe però comportato il possesso della terra promessa e il privilegio di diventare una nazione che avrebbe dovuto fare da luce a tutti gli altri popoli della terra.

Così il libro dell’Esodo, con la cronaca dettagliata di tutti gli errori, i dubbi, i ripensamenti di Israele, è al tempo stesso anche rappresentazione della difficoltà del cammino di ogni credente, soggetto a sbagliare e, nella sua immaturità, a volte a rimpiangere egoisticamente e carnalmente il tempo in cui era schiavo dell’Avversario, più o meno inserito nel mondo illusorio da lui organizzato. La lettura del testo biblico, non importa di quale libro, ci insegna che furono in pochi coloro che seppero attenersi alle promesse di un futuro senza voltarsi indietro.

Quanto al comandamento stretto, “Non avrai altri dèi nel mio cospetto” è un imperativo cui si segue la precisazione: “al mio cospetto”, cioè, parafrasando, “Per quanti dèi tu possa eleggere al mio posto, che possano soddisfare la tua carnalità, “Io” li distruggerò, “Io” conoscerò le ragioni della tua scelta e ti giudicherò. È sempre stato così. Il dio che l’uomo si sceglie contempla una gamma quasi infinita di possibilità che vanno da un essere immaginario superiore (vedi il vitello d’oro in cui la rappresentazione terrena si univa all’unicità di quel metallo che faceva costantemente riferimento al Dio vivente e vero) a un proprio simile, falso profeta inevitabilmente, o a se stessi.

Ricordiamo in opposizione, rimanendo ai tempi dell’Antico Patto, quell’ “Io” ripetuto addirittura due volte in Isaia 51.12 “Io, io sono il vostro consolatore”. Possiamo definire questo grido l’unica prospettiva di rifugio anche nel futuro imminente quando “i cieli si dissolveranno come fumo, la terra si logorerà come un vestito e i suoi abitanti moriranno come larve. Ma la mia salvezza durerà per sempre, la mia giustizia non verrà distrutta” (v. 6). La temporaneità e fragilità del mondo che conosciamo in opposizione alla Sua giustizia, che non passerà esattamente come le parole di Cristo. Passeranno infatti “i cieli e la terra”, quindi qualunque nostro riferimento in questa vita, ma non il Vangelo, la “buona notizia” con la salvezza che porta.

In un capitolo precedente ho citato un altro “Io” che va ricordato “Io so i pensieri che medito per voi, pensieri di pace e non di sventura, per darvi un avvenire e una speranza. Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò. mi cercherete e mi troverete perché mi cercherete con tutto il cuore, mi lascerò trovare da voi” (Geremia 29.11,12). Ebbene, con le parole di Gesù abbiamo un primo adempimento di questa profezia, perché “Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato” (Isaia 40.29), ma quel “darò” di Gesù è condizionato dal “venite a me”. È un atto di fede che scaturisce dalla consapevolezza di non trovare riposo altrove, è la rivelazione del patto antico, imperfetto perché ombra del Nuovo. Credo che ogni credente quel “riposo” lo abbia prima cercato invano da altre parti, da altri dèi, in associazioni, magari in una fede politica, in altre persone, salvo poi scoprire che gli altri dèi non esistono, le associazioni più o meno caritatevoli si basano sull’interesse, una falsa giustizia e un finto vivere e che le persone che ascoltano le persone spesso fingono, o per lo meno recepiscono ciò che vogliono. Quando l’apostolo Paolo scriveva “Quando ero bambino, pensavo da bambino” si riferiva anche al fatto che è quando l’essere umano è inesperto e non conosce la vita si illude di trovare sempre chi lo ascolta e lo capisce; divenuto adulto, però, acquisisce la consapevolezza che, se non è in grado di gestire l’incomprensione, l’abbandono e le altre avversità dentro di sé, in realtà non trova nessuno disposto ad aiutarlo, a meno che non acquisisca una consapevolezza diversa, quell’essere in grado di dire “Abba, Padre” che lo Spirito Santo lo autorizza a pronunciare.

C’è quindi un “Io” che gli dà riposo, e un “Io” che lo allontana, il nostro, quello che appartiene alla carne e sul quale ha indagato a tutto campo la psicanalisi, riuscendovi solo in parte: è l’io che vuole emergere sempre, che organizza, rimuove, sublima, scinde, proietta, azioni dettate dalla necessità di sopravvivere e che in poche parole sono tappe obbligate se si vuole continuare ad esistere su quel “suolo maledetto per causa tua” (Genesi 3.17). Il secondo “Io” sarà sempre in antitesi col primo per cui ascoltandolo, il vero “riposo” sarà solo apparente, transitorio, soggetto a incrinarsi da un momento all’altro.

Avendo citato i due profeti sotto alcuni aspetti “maggiori” dell’antichità, credo sia utile rileggere Geremia 6.16, che abbiamo citato nello scorso capitolo, riportandone il seguito: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete riposo per la vostra vita. Ma essi hanno risposto: Non la percorreremo. Ho posto sentinelle per vegliare su di voi: Fate attenzione al suono della tromba. Hanno risposto: Non ci baderemo”. Ecco: informarsi sui sentieri del passato significa ripensare profondamente ai messaggi contenuti nella legge e fare memoria storica su cosa voglia dire avere la benedizione o meno di Dio. Il riposo per la vita lo si ottiene sminuendo il secondo “Io”, perché la “strada buona” da percorrere la si trova proprio dopo un serio inventario spirituale. Nei versi di Geremia ci sono due risposte negative: il primo, “Non la percorreremo” è il rifiuto a seguire la buona strada, ma il secondo, “Non ci baderemo” è il rifiuto all’ascolto del suono della “tromba”, strumento che nella Scrittura allude sempre a una chiamata generale, un appello di Dio al quale è impossibile sottrarsi. E nel nostro caso è riferita a Gesù Cristo che chiama oggi perché nessuno sia escluso in futuro dal suo Regno.

Abbiamo ricordato il “Venite a me”: Gesù, per i riferimenti all’Antico Patto che abbiamo citato, se ci pensiamo non dà ai suoi uditori un invito nuovo, per lo meno non apparentemente, perché sempre da Isaia abbiamo “Volgetevi a me e sarete salvi, voi tutti confini della terra, perché io sono Dio, non ce n’è altri” (45.22); la differenza piuttosto risiede nel fatto che ora a parlare non è YHWH attraverso un profeta, ma Dio stesso nella sua posizione di Figlio dell’uomo, del Dio uomo che parla ad altri uomini, del Dio che conosce la sofferenza e che sa cosa vuol dire vivere in un corpo di carne. Gesù è Colui che ha rivelato pienamente la gratuità dell’amore del Padre già anticipato con altre parole e con altri inviti: “O voi tutti che siete assetati– quindi la stessa selezione che troviamo nel verso di Matteo – venite all’acqua; voi che non avete denaro– perché davanti a Dio non serve – venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete” (55.1-3).

E anche qui troviamo in Cristo l’aggiornamento, perché l’assetato, il povero in spirito, l’afflitto, chi prende coscienza della sua condizione, può trovare in Lui un rimedio totale, e qui è Lui a parlare: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, dal suo grembo sgorgheranno fiumi d’acqua viva” (Giovanni 7.37). Quindi non solo prenderà l’acqua della vita, quella di cui parlò alla donna samaritana, ma sarà in grado di portare altri a quell’acqua.

Il riposo di cui parla Nostro Signore è quindi, per la vita che viviamo anche sulla terra, una condizione nuova, diversa, dove chi costruisce lo fa sul serio, accumulando beni non materiali, è quello che solo il “Re Giusto” può dare ora e per il futuro di eternità con Lui: “Ecco, un re regnerà secondo giustizia e i prìncipi governeranno secondo diritto. Ognuno sarà come un riparo contro il vento e un rifugio contro l’acquazzone, come canali d’acqua in una steppa, come l’ombra di una grande roccia su terra arida. Non saranno più accecati gli occhi di chi vede– perché lo Spirito Santo li metterà nella condizione di vedere realmente – e gli orecchi di chi sente saranno attenti– alle parole del Re –. L’abietto non sarà più chiamato nobile né l’imbroglione sarà detto gentiluomo, poiché l’abietto fa discorsi abietti e il suo cuore trama l’iniquità per commettere empietà e proferire errori intorno al Signore, per lasciare vuoto lo stomaco dell’affamato e far mancare la bevanda all’assetato” (Isaia 32.1-6).

Riflettendo brevemente su questi ultimi versi, vediamo la figura dei prìncipi, in cui possiamo vedere quelli che il Signore ha posto come membri autorevoli della Sua Chiesa, che la gestiscono secondo i Suoi princìpi e metodi, naturalmente spirituali. Questo ci parla di responsabilità e di quanto sia frequente, purtroppo, incontrarne di falsi perché i “falsi profeti sedurranno molti”. Poi si passa a tutti quelli che ascolteranno: non saranno disorientati, ciascuno intento nelle proprie faccende, isolati nel proprio cammino, ma dei ripari contro il vento, quello che porta la polvere rendendo difficile il respiro e il vedere, o l’acquazzone (non la pioggia per la quale basta un semplice ombrello). La figura del canale d’acqua nella steppa, poi, indica l’essere portatori di vita dove crescere è difficile e, allo stesso modo, l’ombra della grande roccia su terra arida ci parla di sollievo, ristoro, riposo. Segue poi il contrasto tra l’onore umano di cui godono gli abietti e gli imbroglioni, sostenuti da una stima che non meritano da parte di chi, piuttosto che vederli per quello che sono, crede alle loro parole senza osservare i frutti che portano. Queste due categorie di persone non si limitano a fare del male ai deboli e ai sofferenti, ma si travestono di religiosità, senza sfamare e dissetare chi ha bisogno, perfetta descrizione di quanti appartengono al mondo politico, industriale e mediatico oggi.

Ebbene anche da tutte queste persone, dal mondo terreno che non concede altre possibilità se non quelle di essere uno che umilia e prevarica o un umiliato o prevaricato, Nostro Signore promette non una tregua, ma una drastica, radicale interruzione vista in quello “strappare” dal “presente malvagio secolo”così sempre uguale nelle sue manifestazioni perché è Dio ad essere creativo, non certo l’Avversario. Essere figli di Dio comporta il riposo nelle sue promesse e la conseguente uscita dal circuito malato per la sopravvivenza a tutti i costi della carne. Amen.

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06.10 – VENITE A ME VOI TUTTI (Matteo 11.28-30)

6.10 – Venite a me (Matteo 11.28-30)

 

28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»”.

 

            Prima delle parole che abbiamo appena letto, Nostro Signore disse questa frase: “Nessuno conosce il figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. A conferma del fatto che Gesù non si rivolge a una élite di “perfetti”, segue un invito corale che, nonostante la sua universalità, è diretto a una categoria di persone precisa: gli “stanchi e oppressi” sono anche i “poveri in spirito”, “coloro che sono nel pianto”, quelli che “hanno fame e sete della giustizia”. Nostro Signore non fa qui riferimento a un gruppo di persone dalle spiccate qualità morali o spirituali, ma a dei deboli, senza forze, spossati da qualcosa che non viene specificato.

Si tratta di un invito, il “Venite a me voi tutti”, che viene citato spesso per dichiarare la disponibilità del Cristo all’accoglienza delle anime, ma lo si utilizza come slogan pubblicitario per depressi quasi a sostenere la promessa di un miracolo il Signore deve operare per forza, della serie “Hai promesso, adesso mantieni”. Senza nulla togliere al valore dell’invito di Gesù, va detto che il primo riferimento di questo verso riguarda tutti coloro che, desiderando di cuore vivere cercando un rapporto sincero con YHWH, si ritrovavano oppressi dalla Legge e ancora di più da tutte quelle osservanze aggiunte dai Farisei in oltraggio al comandamento “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non toglierete nulla, ma osserverete i comandamenti del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo” (Deuteronomio 4.2).

Va sempre tenuto presente che la Legge data da Dio a Mosè, per quanto imperfetta in relazione alla Grazia, allora non aveva bisogno di nulla in più né in meno, pena la perdita dell’equilibrio che possedeva. Chi viveva in quella dispensazione operava in un tempo di transizione caratterizzato dall’attesa (di quella della Grazia) e provava su di sé la stanchezza di un cammino che poteva essere alleggerito dalle promesse comunicate dai profeti, ma si trattava comunque di un cammino faticoso, di un giogo pesante da portare.

La vita nella dispensazione della Legge era caratterizzata dall’osservanza di 613 precetti tra positivi (“farai”) e negativi (“non farai”) e le parole di Dio a Mosé “Il mio volto camminerà con voi e vi darò riposo” (Esodo 33.14) erano riferite al fatto che, se Israele avesse caratterizzato la propria vita modellandola sui comandamenti ricevuti, avrebbe potuto realizzare il regno di Dio sulla terra ed essere luce alle nazioni già da allora. Però fallirono. Ed ecco perché, oggi, possiamo riflettere sul riposo che dà Gesù Cristo partendo proprio dagli scritti dell’Antico Patto. Leggiamo un attimo Isaia 48.18: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare. Se avresti prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume, la tua giustizia come le onde del mare”. Così non avvenne e non ascoltarono neppure il Figlio, anzi lo fecero crocifiggere dai romani, questo perché arroccati solo sugli egoismi e falsa giustizia data dalle loro tradizioni umane. Non seppero fermarsi né guardare. Geremia 6.16 scrive “Fermatevi sulle strade e guardate, informatevi sui sentieri del passato, dove sta la buona strada percorretela, così troverete pace per la vostra vita”.

Connettendo i due gruppi di versi, possiamo fare delle considerazioni valide anche per noi: l’invito di Geremia è fermarsi, guardare, informarsi, percorrere la buona strada, azioni possibili se le si affrontano in successione. Ci si ferma perché evidentemente ci si trova in una situazione di insicurezza, si guarda per capire nel passato per fare un inventario alla ricerca di eventuali errori, ci si informa nell’ipotesi che qualcosa sia sfuggito, si confessa la propria ignoranza se si vuole trovare la buona strada da percorrere, perché, andando all’Isaia citato, è solo il Signore che insegna per il nostro bene e può guidare sulla buona strada, quella che possiamo sempre perdere.

Tornando ora ai tempi di Gesù, quel popolo amato da Dio la sua strada l’aveva persa da tempo e i pochi che nella loro semplicità avrebbero voluto vivere una condizione spirituale – per quanto consentito dalla Legge – si ritrovavano oppressi e stanchi, con un cammino terribilmente rallentato proprio dalle loro guide: “Legano infatti pesanti fardelli e li pongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Matteo 23.4). Gesù, quindi, con le parole “Venite a me voi tutti” si rivolge proprio quelli che desideravano trovare riposo, ma non ci riuscivano esattamente come quei ciechi, zoppi, paralitici, muti e i tanti altri, oppressi dal peccato, che avrebbero voluto vivere una vita non umiliante e l’ottennero solo grazie a Lui.

Con le Sue parole Nostro Signore sapeva benissimo di venire capito da chi avrebbe voluto davvero: sarebbe bastato connettere le sue parole a quelle di Isaia 10.27 che, parlando della fine della dominazione assira, scrive “In quel giorno sarà tolto il tuo fardello dalla tua spalla e il suo giogo cesserà di pesare sul tuo collo”; ecco allora che le Sue parole potevano essere recepite immediatamente e collegate al senso di liberazione che si prova quando viene tolto un peso dalla spalla e un giogo dal collo. Tra l’altro Gesù, con il suo invito, si dichiara implicitamente Uno con il Padre perché, se compiva miracoli, poteva anche dare quel riposo spirituale che molti cercavano. Per essere guariti bastava chiedere, naturalmente riconoscendolo, e per trovare riposo in Lui sarebbe stato necessario prendere su di sé il Suo giogo. Sono queste parole vitali per la persona perché implicano tutto un processo da mettere in atto: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”(Matteo 16.24,25); sono parole che Marco riporterà in modo identico in 8.34 e alle quali Luca, dopo “la sua croce” precisa “ogni giorno” (9.23).

Per quanto si tratti di parole che verranno analizzate più avanti, vediamo che prima di tutto chi segue il Signore deve rinnegare se stesso, cioè annullarsi, rinunciare a quello che è la propria vita elementare, animale, carnale. Non è chiesto ascetismo, ma la semplice conoscenza e consapevolezza di ciò che davvero è utile per vivere cristianamente, il confronto con Colui che guida, col Pastore che cammina davanti. Rinunciare a qualcosa spinti dall’entusiasmo, e quindi dalla temerarietà, è uno degli errori più grandi che possiamo commettere, ma non se questa azione è sorretta dalla comprensione del principio in base al quale uno sceglie di estromettersi da un dato contesto con la consapevolezza di cosa abbandona. La ragione di tanti fallimenti che costellano la vita del credente risiede proprio qui, oltre che nella propria natura umana.

Il prendere la nostra croce e seguirlo, poi, non credo alluda all’accettazione passiva e rassegnata delle avversità della vita, ma alla testimonianza da rendere ogni giorno indipendentemente dal fatto che possiamo parlare o meno di Gesù agli altri: la “croce” in tal senso la portiamo e presentiamo prima di tutto a Colui che vede, giudica, valuta e sa. La “croce” è la responsabilità cristiana che abbiamo verso noi stessi prima di tutto perché solo se l’avremo adempiuta in noi la potremo presentare agli altri. E nel seguirlo la croce si rinnova “ogni giorno”, come ci riporta Luca, proprio perché non va lasciata mai, se vogliamo essere dei discepoli.

L’esortazione successiva è poi “Imparate da me”, con cui siamo avvertiti del fatto che non può esservi altro modello, altro riferimento al di fuori di Lui. Soffermandoci un attimo su queste parole, va specificato che l’insegnamento di Gesù avviene non basandosi nel seguire alla lettera le Sue parole, ma ascoltandolo, privilegio dato a ogni vero credente attraverso lo Spirito Santo che agisce se non è contristato. Già nel libro dei Proverbi è espresso questo principio, per quanto in modo velato: “Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienza e gli spavaldi si compiaceranno delle loro spavalderie e gli stolti avranno in odio la scienza? Tornate alle mie esortazioni; ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole” (1.22,23).

Gesù parla di un giogo, figura di accettazione e sottomissione. Parla di un “Mio” giogo perché ce ne sono altri ingannevoli che l’essere umano accetta quasi inconsapevolmente, quello dell’Avversario sempre pronto a mascherare, nascondere, sedurre presentandosi come non è. E in quell’ “imparate da me” c’è tutta la Sua presenza e assistenza promessa. Così parlò infatti Pietro a Gerusalemme nel Tempio: “Mosè disse: «Il Signore vostro Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me; voi lo ascolterete in tutto quel che vi dirà. E avverrà: chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo». E tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunciarono anch’essi questi giorni”. (Atti 3.22,23).

Dopo l’esortazione ad imparare da lui, Gesù descrive sinteticamente le sue qualità non per autocelebrarsi, ma per dare un ulteriore riferimento biblico ai suoi uditori: “mansueto ed umile di cuore” sono le caratteristiche con le quali si mostrava e si mostra in quel e questo tempo, a differenza del rigore e del giudizio con il quale verrà conosciuto al suo ritorno. “Mansueto ed umile di cuore” per il tempo della Grazia non ancora concluso e per quanto lo possiamo conoscere: l’apostolo Paolo un giorno esortò la Chiesa di Corinto “…per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo” (2 Corinti 10.1) e perché quelli erano i segni per individuarlo ancora prima del suo essere vittorioso su tutti i popoli: “Ecco, venne a te il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zaccaria 9.9), come si verificò nella sua ultima entrata in Gerusalemme. Ci sono poi i versi di Filippesi più volte citati e di cui ricordiamo le azioni: “svuotò se stesso”, “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce”. Pietro poi scrive che “Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le sue orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca. Insultato, non rispondeva con insulti; maltrattato, non minacciava vendette, ma si affidava a colui che giudica con giustizia” (2 Pietro 2.21,23). Già nel versi che abbiamo citato possiamo vedere cosa significhi “imparate da me”.

Restano da affrontare i due ultimi punti: “…darò riposo alle anime vostre” è la conseguenza del rivolgersi a Cristo a prescindere dal peso che ci opprime: è l’andare a chi ha detto “Io darò riposo” di cui ci occuperemo nella prossima riflessione. Notiamo che non è promessa una pausa, un sollievo temporaneo, ma il riposo all’anima, cioè al nostro essere nella sua totalità che in questo mondo non riesce, né può, trovare. E naturalmente sono parole che si riferiscono al presente, cioè alla vita sulla terra, ma anche alla vita futura, enormemente più importante perché è il luogo in cui il riposo dell’uomo collimerà pienamente con quello di Dio: “Dovremmo dunque avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. Poiché anche noi, come quelli, abbiamo ricevuto il Vangelo: ma a loro la parola udita non giovò affatto, perché non sono rimasti uniti a quelli che avevano ascoltato con fede. Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo, come egli ha detto: «Così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo” (Ebrei 4.1-13).

Infine abbiamo la descrizione del giogo che Gesù raccomanda all’uomo di prendere, “dolce” e dal peso “leggero” a differenza da quello imposto dagli Scribi e Farisei. Se pensiamo a tutte le persone che si sono allontanate da Lui dopo aver scoperto ciò che dovevano abbandonare o anche ascoltando il solo imperativo “rinneghi se stesso”, il verso sembra un paradosso, ma ci si dimentica che tutte le fatiche che si fanno per raggiungere uno scopo ricompensano abbondantemente del cammino intrapreso. Così scriveva Salomone nonostante la dispensazione in cui viveva: “Beato l’uomo che ha trovato la sapienza, l’uomo che ottiene discernimento: è una rendita che vale più dell’argento e un provento superiore a quello dell’oro. La sapienza è più preziosa di ogni perla e quanto puoi desiderare non l’eguaglia. Lunghi giorni sono nella sua destra e nella sua sinistra sono ricchezza e onore; le sue vie sono deliziose e tutti i suoi sentieri conducono al benessere” (Proverbi 3.13-17).

Il giogo è “dolce” e il peso “leggero” perché non siamo degli schiavi, ma dei figli conosciuti da un Padre che non dà mai oltre a quello che possiamo portare, al contrario di quanto vorrebbero imporre gli uomini, come dalle parole “Ora dunque perché tentate Dio, imponendo ai discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo in grado di portare?» (Atti 15.10). La leggerezza del peso di Gesù sta proprio in questo: l’asperità del cammino la vediamo nel momento in cui guardiamo qualcosa di estraneo alla nostra persona spirituale e stacchiamo la nostra mano dalla Sua per prendere una strada diversa, salvo poi perderci e ritrovarci umiliati. Come bambini capricciosi.

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06.09 – LA RIVELAZIONE DEL FIGLIO (Matteo 11.17)

6.09 – La rivelazione del Figlio (Matteo 11.27)

 

27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.”.

 

            Siamo così giunti alla terza parte di questo verso, per la comprensione della quale va premesso che la presenza e la funzione dello Spirito Santo non erano ancora state rivelate da Gesù; questo avverrà quando, in uno dei suoi ultimi discorsi ai discepoli, dirà “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14.26). Le estensioni possibili su quest’ultima parte, quindi, vanno fatte tenendo conto delle parole sul “Consolatore” oltre alla promessa dell’abitare del Padre e del Figlio presso la persona che li ama: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Ibid. v.23). Questi due versi, quindi, devono essere necessariamente il filtro con cui leggere le riflessioni che seguiranno, al fine di evitare fraintendimenti e completare così i quadri che verranno prospettati.

Dal verso 27 di Matteo vediamo che la rivelazione di Cristo all’uomo avviene sempre dietro Sua scelta ed elezione esattamente come avvenne – citando i più noti – per gli apostoli e, dopo la Sua risurrezione, con Saulo di Tarso, chiamato poi Paolo, cioè “Piccolo”. Ricordiamo che, mentre Saulo si recava a Damasco con altri a perseguitare la Chiesa, “All’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Ma tu alzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno” (Atti 9.3-7). Ricordiamo anche l’apostolo Giovanni, chiamato quando era a Patmos per scrivere il libro dell’Apocalisse, e tutti coloro che si sentirono dire “Seguimi” di cui è scritto nei Vangeli. Così avviene ed è avvenuto per tutti i cristiani: non sono loro ad averlo voluto seguire di propria iniziativa, caso mai hanno accettato il Suo invito e rivelazione.

Ora non dobbiamo pensare, relativamente alla manifestazione di Gesù agli uomini dopo la sua risurrezione, a chissà quale evento umanamente prodigioso o miracolo eclatante poiché gli interventi di Dio, sempre grandi, sempre unici, non possono essere misurati sotto l’ottica della spettacolarità di cui l’uomo naturale è sempre alla ricerca. Al contrario la rivelazione di Cristo all’uomo di oggi, che avviene sempre tramite lo Spirito Santo che lo convince di peccato, giustizia e giudizio (Giovanni 16.8), passa attraverso varie tappe che si fondano sull’esperienza: s’incontra la sofferenza e ci si chiede perché. Si scopre di aver bisogno di aiuto e al tempo stesso che nessuno ce lo può dare, per lo meno in termini pieni. Si capisce che la nostra vita interiore non ha alcun senso e si inizia un percorso di ricerca e si lascia fuori da noi stessi ciò che disturba, ci appesantisce, non ci fa sentire naturalmente liberi. Già riconoscere che il mondo ha ben poco da offrire e deve per forza esserci qualcos’altro è spesso un buon inizio. Il resto, se a Lui ci si rivolge o Lo si cerca, lo fa il Figlio, che rivela il Padre non nella sua interezza, ma per quello che la persona può comprendere, quindi il Suo Amore, il piano di salvezza e redenzione per ciascuno. Se ci fosse rivelata pienamente la realtà di Dio, non solo non la comprenderemmo, ma la nostra mente soccomberebbe; per questo Gesù rileva il Padre che prima di tutto perdona il peccato, la nostra condizione di esseri imperfetti per natura dopo la disubbidienza dei nostri progenitori.

Pensiamo ora ai tempi dell’Antico Patto, cioè del Dio irraggiungibile eppure vicino al tempo stesso: quando erano in atto le vecchie dispensazioni c’erano delle “porte chiuse” che si aprivano occasionalmente. Il principio “Ricordati che Dio è in cielo e tu sei sulla terra” (Ecclesiaste 5.1), certamente valido ancora oggi, allora era inteso in senso fortemente restrittivo: lui era là e i suoi grandi interventi coinvolgevano il suo popolo nel bene (per le liberazioni dai nemici, le vittorie e la prosperità) e nel male (i giudizi, la dominazione straniera, le deportazioni, le malattie, carestie etc.) anche se di “male” non si può parlare perché tutto avveniva sempre col fine di ricondurli a Lui. Il rapporto privilegiato con Dio lo avevano avuto i patriarchi, i condottieri, i profeti, i Re o i Giudici, ma il singolo era visto in quanto comunità che diventava persona, non era contemplato chiaramente un rapporto individuale e le esperienze, salvo rari casi, erano collettive, quelle di un popolo testardo, “di collo duro” in cammino. Certo che il fatto stesso che una trasgressione specifica alla Legge andava regolata esclusivamente dal singolo che lo commetteva è indice di una relazione individuale che l’israelita aveva col Signore, ma si manifestava in modo differente dal nostro.

Nel Nuovo Patto infatti si apre una stagione nuova, diversa, non esiste persona che non porti dentro di sé le conseguenze dell’incontro con Cristo indipendentemente dal fatto che lo accolga o meno: le persone parlano con il Dio in terra che chiama e non con quello che giudica. E sappiamo che, subito le parole che stiamo esaminando in questo verso 27, Gesù farà un appello, “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io darò riposo alle anime vostre”. Gli uomini che hanno a che fare con Nostro signore nei Vangeli gli chiedono aiuto, di essere guarite, lo impegnano in discorsi dottrinali (Nicodemo) per comprendere, gli chiedono di seguirlo e a volte lo fanno e a volte si ritirano da lui non appena scoprono che devono mettere in gioco la loro vita, che devono mettere in atto una rinuncia, come i discepoli, gli apostoli e tutte le donne che facevano parte del suo gruppo. Lo ascoltano parlare e credono in lui oppure lo attaccano, lo tentano, tramano contro di Lui attendendo che venga il tempo per poterlo arrestare o uccidere. Altri addirittura lo vogliono fare re: nessuno, uomo o donna che sia, è mai rimasto indifferente e soprattutto nessuno è mai stato da Lui ignorato, mandato via o anche solo ascoltato distrattamente, nessuno si è sentito dire “Torna domani perché oggi ho da fare”, o “perché sono stanco”. Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio stesso, nato di donna come tutti, è venuto anche per ascoltare e le sue parole sono sempre state specifiche, precise per il singolo oltre che per la collettività che abbiamo visto finora nel sermone sul monte o nelle Sinagoghe.

Possiamo dire che la stessa cosa accade oggi, per lo Spirito. Se Cristo non si rivela è solo perché all’uomo non interessa, sceglie di ascoltare e vivere dell’altro. Se non ci sono benefici tangibili come guarigioni da malattie, dimenticando che la prima a guarire dev’essere l’anima, o la risoluzione miracolosa di situazioni penalizzanti, non si crede. Per questo, ritenendo disonorevole darsi all’ateismo, si fa una fine ancora peggiore creandosi un dio su misura anche in quel cristianesimo che di Cristo ha solo il nome e si passa a pratiche aberranti, a manifestazioni popolari deleterie per la dignità e per la mente che prediligono la devozione per qualunque persona tranne quella di Gesù, l’unico in grado di salvare, che ha fatto tutto, che ha dato sé stesso per noi. C’è una responsabilità che porta chi lascia Cristo fuori dalla porta, ma peggio fa chi lascia entrare altri che non lo possono salvare, ma solo soddisfare i suoi bisogni carnali scambiati per spirituali: “Conosco le tue opere. Tu non sei freddo, né caldo. Ma poiché sei tiepido, non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”(Apocalisse 3.15,16). Interessante è un’altra versione che inserisce la frase “Oh, fossi tu freddo, o caldo!”.

Le ultime parole del verso 27 sulla volontà rivelatrice del Figlio sono strettamente connesse a quell’invito “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”, perché c’è tutto un universo spirituale che ci può essere rivelato e che va conosciuto. E tutto dipende dal cuore, dalla disponibilità a recepire, da come ci poniamo e confrontiamo con il Cristo.

Certamente impegnative le parole di Paolo ai Colossesi: “Cristo è al di sopra di tutte le autorità e di tutte le potenze di questo mondo. Dio è perfettamente presente nella sua persona e, per mezzo di lui, anche voi ne siete riempiti” (2.9): possiamo qui sottolineare “perfettamente presente”, “per mezzo di lui” e “riempiti”. Con la prima definizione abbiamo la conferma del fatto che “In Lui abita tutta la pienezza della deità”, con la seconda, “per mezzo”, abbiamo il ricordo della Sua funzione mediatrice, ma la terza, “riempìti” sta a indicare la possibilità che tutti hanno, “anche voi”, di pervenire alla conoscenza e alla pratica della fede.  Sono parole importanti che ai credenti di Colosse vengono ripetute ed ampliate nel loro significato più profondo: “Se dunque siete morti con Cristo– la condizione base di partenza – cercate le cose di lassù– quindi ci vuole impegno che nasce dall’acquisizione dell’inutilità di tutte le altre – dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti– cioè non appartenete più al mondo – e la vostra vita– quella vera – è ormai nascosta con Cristo in Dio!(…) Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio– quello del mondo, sempre uguale – con le sue azioni e avete rivestito il nuovo– vestirsi implica scegliere cosa indossare – che si rinnova– cioè cresce, scopre, cambia ogni giorno – per una piena conoscenza, ad immagine del suo creatore” (3.1-10). La conoscenza di Dio non la si acquisisce subito dopo aver creduto come molti pensano, ma con il tempo, la pratica, la consacrazione, le scelte e le rinunce.

Abbiamo allora tutto per poter vivere e crescere in virtù del fatto che Cristo ha voluto rivelarsi e, se riusciamo a staccarci dal nostro io che tende inevitabilmente a interferire e a trasferire le ambizioni terrene nell’ambito spirituale, avremo davvero tutte le opportunità possibili per crescere.

Ora io credo che, senza le lettere dell’apostolo Paolo che ci sono state tramandate, non avremmo l’illuminazione su molti passi e aspetti che gli Evangelisti ci hanno lasciato; ad esempio quando leggiamo “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica” (Filippesi 4.13), vediamo proprio le conseguenze della fede e del rapporto con Gesù che scruta e legge perfettamente il cuore dell’uomo che gli si presenta davanti. Questa è una delle ragioni per cui le preghiere vanno presentate nel Suo Nome, che alcuni intendono quasi come se fosse una formula per ottenere esaudimento, dimenticandosi che presentare al Padre una preghiera nel nome del Figlio significa porgerla dopo avere vagliato gli intenti, le motivazioni e l’utilità della stessa, la presenza di eventuali debiti che si hanno coi fratelli o sorelle, se viviamo in una condizione di peccati non confessati e lasciati o, ancora, se recitiamo una parte simile a quella dei Farisei che amavano la considerazione del loro prossimo e questo bastava.

Concludendo, il Figlio vuole rivelare il Padre. È venuto per questo, per aprire il Nuovo Patto di grazia tra lui e l’uomo, una rivelazione che gli uomini dei tempi antichi non conoscevano, in vista di quel “giorno” ultimo in cui tutto sarà concluso. Amen.

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06.08 – NESSUNO CONOSCE IL FIGLIO SE NON IL PADRE (Matteo 11.27)

6.08 – Nessuno conosce il Figlio se non il Padre (Matteo 11.27)

 

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
”.

 

            La seconda parte del verso 27 è dedicata al rapporto di reciprocità tra il Padre e il Figlio e qui Gesù pone in risalto il “conoscere”, cioè la cognizione piena dell’Essere, dei Suoi modi di agire e delle qualità del rapporto che lega i Due. Pensiamo all’imperscrutabilità di Dio ai tempi dell’Antico Patto, descritto e qualificato in tanti modi, ma fondamentalmente irraggiungibile, Lui che da sempre, per rivelarsi all’uomo e anche per dar luogo ai suoi giudizi, dovette “scendere”. La stessa cosa fece anche per salvarlo. Pensiamo, riguardo alla distanza tra Iddio e la sua creatura contaminata dal peccato, alle tavole della Legge, al fatto che Mosé dovette incontrarlo in un terreno santo, come  Abrahamo prima di lui, senza la presenza di altri, ma che non poté guardarlo perché altrimenti sarebbe morto. Pensiamo alle visioni che ebbero i profeti, accompagnate sempre da un profondo smarrimento che si placava solo con parole rassicuranti, quel “Non temere”più volte ricordato: ebbene Abramo, Mosè e tanti altri dopo di loro vennero fatti partecipi di realtà parziali perché i loro simili potessero sapere, a volte in anticipo, eventi che avrebbero riguardato tutto il popolo, oppure le volontà di Dio riguardo determinati temi. I profeti però non furono mai in grado di spiegare le Sue profondità, anche perché non trovavano le parole per rendere l’idea reale di ciò che vedevano. Soprattutto non potevano aggiungere né togliere nulla a quanto loro detto o comandato, come avvenne per la Legge stessa: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla, ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo” (Deuteronomio 4.2).

Certo qui Gesù parla di qualcosa di diverso, perché sappiamo che “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Giovanni 1.18); quindi, in realtà, Lui ha fatto quello che nessun profeta era mai riuscito a compiere: rivelare la volontà estesa del Padre, il Suo piano, la Sua essenza, il Suo amore. E questo avvenne per gradi e il “rivelare” di cui parla Giovanni non ha lo stesso significato del verso 27 che abbiamo letto; piuttosto tutti gli uomini devono sapere, per poi decidere cosa farsene di quest’informativa, che “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (Giovanni 3.35), che “Il Padre non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato” (5.22). Ancora, gli uomini devono sapere che “Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (17.2).

Questa è la descrizione: il Padre ha dato al Figlio “in mano ogni cosa”, “ogni giudizio”, “ogni potere”; c’è poi la vita eterna, dono elargito non a tutti, ma “a tutti coloro che gli hai dato”, cioè a chi avrebbe creduto in Lui perché “Tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”: sono la stessa cosa. È la frattura tra gli uomini, divisi in chi è figlio e gli appartiene e chi invece è conosciuto dal “Principe di questo mondo”.

La presenza del Padre e del Figlio, oltre che delle relazioni tra loro, sappiamo che ci è presentata, per quanto in modo velato, alla creazione e in quel periodo, di cui ignoriamo la durata, in cui Adamo fu innocente vivendo in Eden. Tralasciando le prime sei ere corrispondenti agli altrettanti giorni e andando al giardino, prestiamo attenzione agli alberi che lo popolavano, piantati dallo stesso Creatore: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Genesi 2.8,9). Leggiamo che “piantò un giardino”, cioè a differenza di quanto avvenuto per tutto il resto della terra che produsse da sé erba e piante, lì provvide personalmente affinché l’uomo avesse di che sfamarsi e quindi tutti gli alberi là presenti erano l’emanazione della Sua scienza specifica, irradiazione della Sua Provvidenza. Se andiamo al racconto del racconto del terzo giorno, infatti, abbiamo: “Dio disse «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie». E così avvenne” (1.11). Fu una creazione controllata, ma a differenza di Eden, “distante”, preludio alla costituzione di quel luogo su misura per la creatura che là, e non nel mondo, avrebbe dovuto vivere senza conoscere la morte.

La presenza del Figlio era quindi raffigurata nell’albero della vita, quella del Padre in quello della conoscenza del bene e del male, cioè la maturità, la distinzione tra ciò che è appunto “bene” e “male” che l’innocenza non contempla. Adamo infatti era come un bambino. Se l’albero della vita era “al centro”, non sappiamo dove fosse quello della conoscenza del bene e del male, comunque anche lui raggiungibile in quanto figura del Creatore e Padre di cui il giardino rifletteva le caratteristiche. L’assenza di quell’albero non avrebbe avuto alcun senso e si può anche affermare che Eden stesso, senza di lui, non avrebbe potuto sussistere. I due erano alberi complementari esattamente come lo erano fra loro i nostri progenitori: non poteva esistere l’uno senza l’altro, solo che l’albero della vita era quello perfettamente adatto alla creatura perché potesse vivere in quel territorio protetto, in una condizione di eternità, o meglio di para-eternità visto che il tempo, per quanto in modo differente, scorreva comunque come deduciamo dal fatto che “Udirono i passi del Signore Dio che passeggiava alla brezza del giorno” (3.8). Il passo è ritmo, il ritmo è scansione, tempo, scorrere, assenza di immobilità.

La reciprocità fra i due alberi. Entrambi aspetti di Dio, di uno è detto “In lui– il Verbo – era la vita e la vita era la luce degli uomini”, dell’altro nulla sappiamo se non quello che abbiamo letto in Genesi, ma il fatto stesso che fu dal Padre che procedette la Legge ci dice molto sul fatto che la conoscenza nel senso di riconoscere, distinguere, vagliare, sapere ciò che è bene e ciò che è male non ci appartiene ancora. Viceversa, Mosè non avrebbe ricevuto le tavole, non l’avrebbe trasmessa e non sarebbe stata tramandata così gelosamente.

Torniamo però al Nuovo Patto e alle parole di Gesù: in un discorso nel Tempio ai Giudei in cui disse loro “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”, concluse definendo la Sua posizione e dignità spirituale: “Io e il padre siamo una cosa sola”, o “Uno” secondo altre traduzioni (Giovanni 10.22-30): due persone distinte, ma che non possono essere divise e di qui la profonda conoscenza che hanno l’uno dell’altro come abbiamo trovato scritto nel verso 27 di Matteo. La differenza risiede nel fatto che se il Padre è teoricamente inaccessibile, il Figlio ha avuto il compito di rivelarlo all’uomo talché troviamo scritto che chi ha visto l’Uno, ha visto l’Altro che, a differenza del Figlio, non avrebbe mai potuto farsi uomo. Ecco perché l’apostolo Paolo scrive “Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui” (1 Corinti 8.6).

Ancora nella lettera agli Efesi è scritto che quello di Cristo è un “mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata al Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui” (3.9-12) là dove per “Principati e Potenze dei cieli” si intendono tutti i luoghi ed entità, anche quelli più irraggiungibili del mondo anche spirituale. Paolo di Tarso in questo verso quindi spiega che Cristo, come persona, faceva parte di un progetto eterno “nascosto da secoli”, ora finalmente rivelato e proprio quel Dio irraggiungibile, come abbiamo già visto, è ora avvicinabile liberamente “in piena fiducia mediante la fede in lui”. Non solo, ma Giovanni prosegue scrivendo “Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio– quindi non il Padre – ha la vita; chi non ha il figlio di Dio, non ha la vita” (1 Giovanni 5.11,12).

Torniamo però al Vangelo di Giovanni, così meravigliosamente teologico, e leggiamo le parole di Gesù a Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14.9). “Vedere”, che il dizionario traduce freddamente con il “percepire stimoli esterni mediante la funzione visiva” qui è inteso a livello di tutta quell’infinità di sfumature che va dal semplice prendere atto di una cosa al contemplarla, osservarla, analizzarla. E Gesù Cristo ci offre una visione del Padre compatibile con la nostra perché al Padre possiamo andare solo ed esclusivamente attraverso di lui, come ebbe a dire un giorno: “Nessuno può venire al padre se non per mezzo di me”,  sempre nel capitolo 14 di Giovanni. E già da qui possiamo cominciare a intravedere la verità espressa dal concetto successivo espresso nel nostro verso 27, “e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”, che ci parla della sua presenza costante nei secoli che transitano veloci verso il giorno del Suo ritorno. È triste constatare che, nel suo cammino, una parte della cristianità abbia fortemente sminuito la funzione di Gesù come UNICO mediatore tra il Padre e gli uomini, creando figure che in un certo qual modo dovrebbero aiutare i credenti ad avere dei favori – guarda caso materiali – presso di Lui, di cui non troviamo traccia alcuno in quel cristianesimo, tutt’altro che “primitivo”, che ci è stato tramandato dagli evangelisti e dagli altri Autori. Perché “C’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2.5).

Si noti che questo verso cita quattro entità, Dio, un mediatore, gli uomini, e Gesù Cristo che specifica “uomo” perché fu il Dio che scese in mezzo a noi provando personalmente cosa volesse dire vivere in un corpo di carne, vincendola e servendo il Padre in modo perfetto giungendo a morire in sacrificio sulla croce, innocente, provando il dolore supremo, assoluto e totale dell’abbandono; il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” fu il punto culminante della sofferenza. Sono convinto che Gesù, come uomo e come Dio, abbia potuto sopportare le multiformi ingiurie fisiche e morali che gli furono somministrate dal suo arresto alla croce, ma l’abbandono del Padre in quanto portava il peccato del mondo per toglierlo, sia stato terribile: non lo aveva mai provato prima di allora. Perfezione di sacrificio e di sofferenza, per questo compiuta una volta per sempre, per questo in grado di salvare chiunque glielo chiede. Amen.

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06.07 – TUTTO MI È STATO DATO DAL PADRE MIO (Matteo 11.25-30)

6.07 – Tutto mi è stato dato dal Padre mio  (Matteo 11.25-30)

 

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
”.

 

            Dopo aver definito un aspetto della benevolenza di Dio consistente nel nascondere o rivelare le Sue verità, Gesù passa, al verso 27, ad enunciare una realtà di enorme portata, distinguendosi da tutti i profeti venuti prima di Lui: ricorda la Sua posizione di “Figlio” intesa come seconda persona dell’esistere e manifestarsi di Dio, definendosi implicitamente della stessa sostanza del Padre pur restando da Lui distinto. Anche qui, come già avvenuto nel precedente studio in cui avevo diviso in quattro blocchi la parte finale dei discorso di Gesù, il verso 27 presenta parti distinte: nella prima abbiamo il potere dato a Nostro Signore dal Padre, nella seconda il rapporto di reciprocità intercorrente tra i due e infine vediamo il Cristo come unico rivelatore-mediatore tra il Padre e gli uomini. Si tratta di un verso che condensa molte verità e per questo non si può affrontare in un’unica sessione.

Riguardo alle parole “Tutto mi è stato dato dal Padre mio”, possiamo dire che chiamano in causa Gesù come Alfa e Omega, Primo e Ultimo, Principio e Fine. Il verbo “essere” viene usato al passato prossimo, “è stato” ma ha riferimento anche al presente e all’eternità di modo che sarebbe stato possibile, all’israelita che avrebbe voluto riflettere su quelle parole, meditare il significato di quelle parole nel passato e nel presente. Sappiamo che Gesù disse “Prima che Adamo fosse, io sono” (Giovanni 13.19) facendo riferimento quindi alla sua preesistenza rispetto alla creazione. Sappiamo, perché è sempre Giovanni a dirlo ed è stato il primo argomento trattato in questa lettura cronologica, che “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (…) tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (1.1,2). Se la partecipazione del Figlio fu attiva e perciò indispensabile alla creazione, lo fu anche in Eden in cui possiamo vederlo raffigurato nell’albero della Vita, al centro del giardino, il solo che avrebbe potuto garantire coi suoi frutti ad Adamo ed Eva la sopravvivenza. Fatto “della stessa sostanza del Padre” di cui ci occuperemo nella prossima meditazione, vediamo che al verso ventisettesimo si esprime quasi a voler sottintendere il fatto che ci fu un momento preciso in cui gli è stato dato quel “tutto” di cui parla: è un riferimento a quel verso di Salmo 2.7 “Voglio annunciare il decreto del signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane». Le spezzerai con scettro di ferro, come vaso di argilla le frantumerai”.

Possiamo fare due riferimenti in proposito, di cui il primo è dell’apostolo Paolo che utilizzò questo Salmo per spiegare agli Ebrei proprio l’identità del Cristo: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padre per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è l’irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette nella maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio». Mentre degli angeli dice: «Egli fa i suoi angeli simili al vento, e i suoi ministri come fiamma di fuoco», al Figlio invece dice:« Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli»” (Ebrei 1.1-6).

La seconda nota è tratta dal commento a “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” che fece Papa Giovanni Paolo II all’Udienza Generale del 16 ottobre 1985: «…sono parole profetiche; Dio parla a Davide del suo discendente. Mentre, però, nel contesto dell’Antico Testamento queste parole sembravano riferirsi solo alla figliolanza adottiva, per analogia con la paternità e la figliolanza umana, nel Nuovo Testamento si svela il loro significato autentico e definitivo: esse parlano del Figlio che è della stessa sostanzadel Padre, del Figlio veramente generatodal Padre. E perciò parlano anche della reale paternità di Dio, di una paternità a cui è propria la generazione del Figlio consostanziale al Padre. Esse parlano di Dio, che è Padre nel senso più alto e più autentico della parola. Parlano di Dio, che eternamente genera il Verbo eterno, il Figlio consostanziale al Padre. In ordine a lui Dio è Padre nell’ineffabile mistero della sua divinità. “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. L’avverbio “oggi” parla dell’eternità. È l’“oggi” della vita intima di Dio, l’“oggi” dell’eternità, l’“oggi” della santissima e ineffabile Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo, che è amore eterno ed eternamente consostanziale al Padre e al Figlio».

Ricordiamo, dando una lettura limitata di Gesù come Alfa e Omega, che fu testimone di tutti gli avvenimenti della storia avvenuta sia nel mondo spirituale che terreno: ad esempio il Luca 10.18 “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore” e che, sempre in Luca, raccontò ai discepoli le realtà che vide sia poco prima del diluvio che della distruzione di Sodoma: “Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sodoma, piovve fuoco e zolfo dai cielo e li fece morire tutti”.

 

Fatto questo brevissimo excursus relativo ai tempi antichi, vediamo quelli del presente nel senso di quando Gesù svolgeva il Suo Ministero terreno, perché quel “Tutto mi è stato dato” si riferisce sì alla dignità che aveva presso il Padre, ma sono convinto abbia avuto il suo sigillo ufficiale, terrenamente parlando, una volta ottenuta la vittoria su Satana non cedendo mai alle sue tentazioni nel deserto. Ricordiamo che in quell’occasione l’Avversario giocò il tutto per tutto su di Lui quando era totalmente debilitato dalla quarantena del digiuno. Giova ricordare che l’espressione di Matteo “Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (4.2) non sta ad indicare un tempo preciso, ma il numero “Quaranta” sottintende “quanto basta per”. Solo la vittoria in quella circostanza avrebbe messo Gesù nella possibilità di affrontare il Suo Ministero con tutta l’autorità datagli dal Padre. Quindi, quel “Tutto mi è stato dato”, sta anche a significare che, dopo la tentazione nel deserto, Nostro Signore ha davvero dimostrato pubblicamente di essere l’unico in grado di sconfiggere Satana: la vittoria su di lui, nel deserto e negli altri luoghi in cui fu portato, era la garanzia di tutti i miracoli e della stessa resurrezione in cui gli effetti della morte furono annullati. Infatti “…per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!» a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2.9-11).

Ora facciamo attenzione alla definizione di Gesù Cristo che ogni lingua deve proclamare, volente se in lui avrà creduto o nolente se lo avrà rifiutato: “Signore”. Guardiamo meglio le parole di Paolo ai versi 10 e 11 utilizzando la versione letterale di don Pietro Ottaviano: “…affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio di (esseri) celesti e terrestri e sotterranei e ogni lingua professi che Signore (è) Gesù Cristo a gloria di Dio Padre”: “ogni ginocchio” di qualunque entità pensante, che vive indipendentemente dalla propria area di appartenenza: celeste (quindi spirituale, gli angeli), terrestre (uomini e donne) o sotterranea (gli esseri oscuri, lontani da Dio per scelta). Cosa significhi quel “Signore”, poi, lo si individua in quel “della stessa sostanza del Padre” di cui abbiamo accennato all’inizio. Chi Lo vide in quella forma, e contemporaneamente nel ruolo distinto dal Padre, fu l’apostolo Giovanni, premiato per aver dato la propria vita al servizio del Vangelo quando fu rapito in spirito e scrisse il libro della Rivelazione, di cui ora vedremo brevemente pochi versi, tenendo presente che si tratta di una visione relativa a prima del giudizio, con la Chiesa non ancora rapita.

Giovanni, nel suo scritto, non vide Gesù come lo aveva conosciuto, non posò il suo capo sul su petto come avvenne nell’ultima cena, ma rimase spaventato nel contemplarlo. Gesù gli si presenta così: “Dice il Signore Dio: io sono l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente” (1.8).

Giovanni racconta: “Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come una fiamma di fuoco. I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque. Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza. Appena io lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando la sua mano destra su di me, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi” (1.12-18).

Giovanni è costretto a voltarsi. Dio arriva sempre da dove uno non se lo aspetta, indipendentemente dalla posizione spirituale che ha ricevuto. Prima vede i sette candelabri d’oro, figura delle sette Chiese (1.20) e sappiamo che questo metallo è sempre riferito a YHWH. Dopo i candelabri ecco un essere dalle sembianze umane il cui vestito ricorda quello del Sommo Sacerdote, cinto in modo da richiamare la giustizia e la fedeltà con la quale esercita la sua funzione, anche qui con oro. Ricordiamo le parole “Con la sua veste lunga fino ai piedi portava tutto il mondo” (Sapienza 18.24) ed Esodo 28.4 “E questi sono gli abiti che faranno: il pettorale e l’efod, il manto, la tunica ricamata, il turbante e la cintura. Faranno vesti sacre per Aaronne, tuo fratello, e per i suoi figli, perché esercitino il sacerdozio in mio onore”. Nei capelli e nel volto c’è un richiamo alla visione di Daniele quando ci parla dell’”Antico dei giorni” e gli occhi erano “come– non gli veniva un termine esatto – fiamma di fuoco”, quel fuoco che sappiamo purifica, prova, giudica e separa la paglia, stoppa e legno dall’oro e dall’argento. I piedi, figura del cammino, di quella parte del corpo che consente uno spostarsi, erano di bronzo, figura anch’essa del giudizio, “purificato nel crogiolo”, a sostegno della perfetta santità del percorso di Gesù sulla terra e, se i piedi sono anche quelli che sorreggono la persona, ecco le basi con le quali sarà in grado di sussistere e giudicare: non solo cioè come Dio che risiede “nell’alto dei cieli”, ma in quanto Dio che si è fatto carne, uomo, e venne ad abitare in mezzo a noi. La Sua voce, poi, è un rumore bianco, cioè quel suono che comprende tutte le frequenze udibili esattamente come il bianco, somma di tutti gli altri: la totalità del messaggio, dell’appello, delle iniziative di Dio a favore dell’uomo, ma anche l’impossibilità di comprenderla senza lo Spirito Santo.

Le sette stelle da Lui tenute in mano stanno a significare il dominio e la forza sugli angeli delle sette chiese (1.20) che rappresentano la Chiesa nella sua storia attraverso i secoli; la spada affilata e a doppio taglio, definizione che i lettori della lettera agli Ebrei conoscono, è figura addirittura meno efficace della Parola stessa. Infine abbiamo il volto, abbagliante, inguardabile da occhio umano perché “come il sole che splende in tutta la sua forza”, quella della perfezione e della santità. Le parole che Gesù dice a Giovanni non lasciano dubbi sulla Sua identità: è lo stesso con cui l’apostolo ha camminato per i territori descritti nei Vangeli, lo stesso che ha visto risorto e salire al cielo e che ora non riconosce e ancora una volta ha bisogno di quel “Non temere” di cui più volte abbiamo letto e leggeremo. E tutto gli è stato dato dal Padre. Amen.

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06.06 – HAI NASCOSTO QUESTE COSE AI SAPIENTI (Matteo 11.25-30)

6.06 – Hai nascosto queste cose ai sapienti (Matteo 11.25-30)

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
”.

            Anche i versi di questo passo costituiscono un problema per chi cerca una lettura cronologica del Vangelo perché Luca li pone in un contesto diverso, cioè non dopo che Gersù ricevette i due discepoli di Giovanni Battista, ma quando tornarono a Lui i settantadue che aveva inviato a evangelizzare dando loro potere di guarire gli ammalati e cacciare i demoni.

Comunque sia Nostro Signore esulta e proferisce una lode al Padre. Il passo che esamineremo può essere diviso in quattro blocchi distinti: il primo è compreso dai versi 25 e 26, descrive una realtà spirituale e costituirà il cuore della nostra riflessione; il secondo, al verso 27, è una dichiarazione di autorità e di rapporto Padre – Figlio – credenti, il terzo (vv.28 e 29) è un invito ad andare a Lui e infine il quarto, al verso 30, è una definizione della vita cristiana e in cosa essa consista.

Il primo blocco parte dalla benevolenza del Padre intesa come manifestazione di sé e del Suo piano di redenzione per l’uomo, benevolenza che comprende tanto il rivelare che il nascondere. Qui si apre un capitolo immenso, difficile da spiegare in poche parole. Sembra, da quanto dice Gesù, che il fatto che un uomo creda o meno dipenda dalla scelta di Dio, ma in realtà Lui nasconde o rivela a seconda di ciò che abita la persona. Il primo esempio che mi viene in mente è quello del faraone d’Egitto che, nella sua presunzione, fu punito con l’indurimento del cuore, cioè portando all’esasperazione ciò che già comunque era in lui. Da notare che il cuore del faraone è definito in Esodo 7.14 “irremovibile” prima ancora che Dio lo indurisse ancora di più. In tutta la storia umana raccontata dalla Bibbia non esiste un solo caso di uomo o donna che si siano persi senza avere l’orgoglio e un’alta opinione di sé che li hanno accecati a tal punto da non vedere altro al di fuori della propria persona o dei suoi averi, materiali o intellettivi. E possiamo richiamare le parole “Guai a voi, ricchi” che abbiamo visto nel sermone sul monte, in cui abbiamo dimostrato che non è la ricchezza ad ostacolare la persona nel suo avvicinarsi a Dio, ma il valore che la persona le  attribuisce e l’uso che ne fa.

Andiamo ora agli scritti dell’Antico Patto, fondamentali per capire le basi di tutti i discorsi di Gesù: già Isaia scrisse “Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti” (5.21), dove l’errore è “credersi” e “reputarsi”, cioè attribuirsi un valore da sé stessi, probabilmente misurandosi coi propri simili e rendendosi protagonisti di una commedia tragica alla quale credere per primi. È ciò che facevano gli Scribi e i Farisei, per lo meno la maggior parte di loro, snaturando il senso della Legge che era stata loro, assieme all’esortazione alla santità dalla quale si teneva accuratamente lontano. Dando prevalenza alla lode con le labbra, ma allontanando il loro cuore da Lui, si sentirono dire “…poiché il Signore ha versato su di voi uno spirito di torpore, ha chiuso i vostri occhi, cioè i profeti, e ha velato i vostri capi, cioè i veggenti. Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere– e comprendere – dicendogli «Per favore, leggilo», ma quegli risponde «Non posso, perché è sigillato», oppure si dà un libro a chi non sa leggere dicendoli «Per favore, leggilo», ma quegli risponde «Non so leggere». (…) Continuerò a operare meraviglie e prodigi con questo popolo; perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti” (29.10-15).

Da queste parole vediamo come Isaia delinei già la realtà di cui Nostro Signore prenderà atto nei versi di Matteo che abbiamo letto: stante l’alto concetto che avevano di loro stessi quegli uomini, ma impermeabili all’umiltà e al ravvedimento, Dio non li ha puniti con malattie o calamità, ma li ha lasciati in balia di loro stessi dando loro uno spirito di torpore privandoli di profeti e di veggenti che agissero secondo il Suo volere. E sappiamo che tra Malachia e Giovanni Battista ci furono circa 400 anni di silenzio da parte Sua. Posti di fronte all’impossibilità di capire, ecco che secondo Isaia quella gente sarà costretta a rivolgersi ad altri che non riusciranno ad aiutarli, a spiegare, far loro comprendere. Così, come al Faraone non rimase altro che un trono inutile, ai “sapienti e intelligenti” non resterà altro che un teatro vuoto. Attori senza pubblico.

Salomone scrisse che “È gloria di Dio nascondere le cose, è gloria dei re investigarle” (Proverbi 25.2), parole che ci ricordano il fatto che Israele avrebbe dovuto essere “Un regno di sacerdoti”, condizione poi passata alla vera Chiesa. Dio nasconde, i re investigano e trovano, per loro già la ricerca implica lo scoprire perché sappiamo che chi cerca trova e sarà aperto a chi bussa.

Tornando ora al Vangelo, sarà Gesù a spiegare la condizione dei capi religiosi del popolo e di quanti seguivano le loro orme quando, rispondendo ai discepoli che gli chiedevano come mai parlasse in parabole, disse “«Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano».” (Matteo 13.11-16).

Dio parla e non si presta attenzione, ma si può anche non capirlo perché ciò viene precluso: c’è chi sostiene che questo atteggiamento del Signore eccessivamente duro e che, in fondo, basterebbe un’illuminazione misericordiosa dall’alto perché quelle persone potessero credere, ma non è così perché, anche se illuminati parzialmente, non le saprebbero comunque gestire, portare e assimilare perché ciò che è santo non si dà ai cani e le perle non si buttano ai porci. Parlando al popolo leggiamo che Gesù disse “«È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato, ma siccome dite «Noi vediamo», il vostro peccato rimane»(Giovanni 9.39-41). Quelli che non vedono sono gli stessi che versano nella condizione dei “poveri di spirito”, che riconoscono di aver bisogno della vista esattamente come quei ciechi guariti perché lo chiesero. Sono quei “malati” che hanno bisogno dei medico e per i quali il Figlio si prodigò, donò sé stesso in sacrificio e interviene tutt’ora. Per questo Paolo spiegherà che “Se il nostro Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono. In loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo, che è immagine di Dio” (2 Corinti 3.4,6). Anche qui c’è sempre una responsabilità interiore: il dio di questo mondo acceca quelli che sono suoi, non gli altri, quelli che hanno gridato di essere salvati, non riconoscendosi né nel mondo, né nell’Avversario che di fatto lo governa. Ricordiamo che Satana fu gettato sulla terra coi suoi angeli e non scagliato nello spazio, o su un pianeta dove non avrebbe potuto nuocere.

Questo dunque Dio ha fatto e fa nella sua benevolenza: ha nascosto “queste cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli” e qui non può che venire in mente l’episodio in cui i discepoli volevano impedire ai bambini di andare da Gesù che disse “Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso” (Marco 10.16). Perché? Un bambino non ha preconcetti. Un bambino è naturalmente curioso, sa di non sapere e chiede perché a un adulto in quanto si fida di lui e crede a quello che gli si dice. Ovvio che Nostro Signore qui non parla di persone ignoranti che portano avanti il loro sapere inconsistente e si arroccano su di esso, ma di disponibilità ad accogliere senza quei preconcetti che minano così tanto le possibilità di crescere davvero.

Un bambino impara, anzi è proprio nell’età più tenera che si costruisce la personalità e si pongono le basi per quello che si diventerà un giorno. Un bambino non è malizioso, non fa calcoli, cerca l’affetto di chi glielo può, purtroppo spesso “dovrebbe”, dare. Un bambino è il contrario del sapiente, del presuntuoso, del calcolatore, del ricco. Certo ci sono le eccezioni, ma non è di quelle che si parla in questo passo.

E qui torniamo alla condizione del sapiente secondo il mondo, di chi questa vita la vive bene, prevaricando gli altri, i deboli, le minoranze, chi possiede doppi pesi e doppie misure e le utilizza con disinvoltura, chi calpesta i diritti altrui, ruba, opprime, devasta, rovina non solo fisicamente persone, animali, cose o terra.

Il rivelare “queste cose ai piccoli” e contemporaneamente nasconderle agli altri è spiegato dall’apostolo Paolo in diversi passi, ad esempio nella lettera ai Romani in cui parla di Giacobbe ed Esaù, quando fu preferito Giacobbe, nonostante fosse secondogenito: “C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No, certamente! Egli infatti dice a Mosè: Avrò misericordia per chi vorrò averla, e farò grazia a chi vorrò farla.(…) Dio quindi ha misericordia verso chi vuole e rende ostinato chi vuole” (9.14,15,18). E il “chi vuole” non è a suo capriccio, ma una reazione proporzionata all’atteggiamento di ciascuno che coi suoi pensieri e azioni gli permette di agire o meno. Possiamo infine ricordare 2 Tim 1.9: “Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia”. Ci vuole coraggio ad ammettere, quando si ascolta la Parola, che tutto quanto abbiamo fatto fino all’incontro con Dio avrà forse avuto un senso secondo la prospettiva umana, ma è stato in antitesi per la nostra sopravvivenza spirituale. Ci vuole coraggio per accettare il nostro stato di peccatori e soprattutto per ravvedersi, cambiare, rivisitare il nostro metro di valutazione. Ma è l’unico modo per vivere una vita degna, in prospettiva di quella futura. Amen.

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06.05 – I GUAI SULLE CITTÀ (Matteo 11.20-24)

6.05 – I guai sulle città (Matteo 11.20-24)

 

20Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: 21«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 22Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 23E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! 24Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».”.

 

            Chi cerca di seguire il filo cronologico del Vangelo noterà che Luca, dopo le parole sulla generazione che si rifiutava di vedere in Gesù il Cristo, riporta l’invito a pranzo di un Fariseo in cui avvenne l’adorazione della peccatrice innominata. Matteo però, nel suo Vangelo rivolto agli ebrei, fa proseguire il discorso di Nostro Signore coi famosi “guai” verso le città mentre l’altro evangelista le colloca in occasione dell’invio dei settanta discepoli.

In questo passo Nostro Signore nomina alcune città molto significative accorpandole in due gruppi distinti: Corazìn, Betsaida e Cafàrnao (o Capernaum) da un lato, Tiro, Sidone e Sodoma dall’altro, quindi tre (numero che potremmo definire “del compimento” o “dell’autonomia”) più tre per un totale di sei, numero dell’imperfezione. Riguardo alle città del primo gruppo Matteo specifica “nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi”: a Capernaum fissò la sua temporanea residenza quando, all’età di circa trent’anni, giunse dopo aver lasciato Nazareth, ricevuto il battesimo da Giovanni e percorso la Samaria. Là sappiamo che fece non solo molti miracoli di guarigione, ma soprattutto predicò la “buona novella” che può essere sintetizzata, per allora, con le parole del Battista “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Matteo 3.2), analoghe a quelle di Gesù (Matteo 4.17). Regno dei cieli che, quando sarà definitivamente compiuto, non costringerà chi crede a vivere col corpo in un altro regno, quello sulla terra, gestito dall’Avversario e dai suoi angeli.

Ora, pensando a quanto abbiamo letto finora nei Vangeli nella nostra imperfetta, presunta lettura cronologica, abbiamo visto e vedremo una quantità enorme di gente accorrere a Lui per ascoltarlo, per ottenere la guarigione da malattie di ogni sorta: non possiamo ignorare che tutto quell’agire diede come risultato la presenza di “circa 120” persone desiderosa di stare unite ad attenderlo (Atti 1.15), numero che è una promessa visto in quello degli apostoli, 12, per 10, la completezza agli occhi di Dio per l’uomo. Al di là di questo numero così simbolico, ci chiediamo dove fossero andati a finire tutti gli altri, quei ciechi guariti, quei lebbrosi che avevano potuto riacquistare una dignità e vita sociale prima di allora interdetta, quegli indemoniati così atrocemente umiliati nel corpo, ma soprattutto nella mente; pensiamo anche a tutti coloro che ebbero l’onore di conoscerlo, di parlargli, di pranzare e cenare assieme a Gesù. Certo non possiamo affermare categoricamente che tutti quelli che si erano convertiti si trovassero a Gerusalemme, ma quei “120” ci parlano di quanto sono rare la riconoscenza fattiva e la conversione per quanto sappiamo che, dalla discesa dello Spirito Santo in poi, il numero dei cristiani crebbe molto rapidamente, oserei dire in modo esponenziale.

Ai tempi di Gesù siamo in un periodo intermedio; basta pensare all’idea imperfetta che i suoi discepoli avevano di Lui, non avendo abbandonato l’idea che fosse comunque un liberatore terreno, non capendo chi fosse realmente come avverrà in seguito.

Andando a ritroso nell’ordine con cui Gesù nomina le città del primo gruppo, dopo Capernaum troviamo Bethsaida, “Casa della pesca”, che sappiamo essere quella dove operavano i primi quattro discepoli, cioè Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, appunto pescatori, oltre a Filippo che lì era nato. Anche a Bethsaida, a quanto ne sappiamo e per come scrive Matteo, “era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi” eppure pochi lo seguirono. È allora da un lato commovente la folla che si raduna per ascoltarlo, che beneficia dei suoi insegnamenti nella Sinagoga e gli riconosce un’autorità ben diversa da quella degli Scribi e Farisei, ma dall’altro triste constatare che di tutto quanto Gesù fa per loro finisce per essere dimenticato nel momento in cui si chiama in causa la conversione e il ravvedimento. Le sue non erano parole generiche, bei discorsi di un predicatore preparato, ma tutto era sostenuto da miracoli indiscutibili a provare che chi chiamava ad una rivisitazione della propria vita era Dio stesso o, per come poteva essere visto allora, un grande profeta da Lui inviato.

Arriviamo così a Corazìn, nome che invano cercheremmo nella Bibbia e che compare solo qui e in Luca. Questa città distava tre chilometri circa da Capernaum, ma non ci è stato trasmesso nessun miracolo in lei espressamente avvenuto, a conferma del fatto che i Vangeli riportano una minima parte di quanto fatto e detto da Gesù che comunque passò da lei più volte. Corazìn, attualmente chiamata Keraze o Kerazie, è oggi solo sito archeologico, ma a quei tempi i suoi abitanti erano sia costantemente informati di quanto avveniva nella città vicina, Capernaum, sia erano stati testimoni della “maggior parte dei prodigi” operati da Nostro Signore. Ricordiamo Matteo, che ci illumina scrivendo “Gesù percorreva tutta la Galilea insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì” (4.23,24).

Ecco allora che, se Capernaum e Betsaida indicano inequivocabilmente luoghi in cui Gesù aveva operato, Corazìn è l’immagine di ciò che è avvenuto realmente anche se ufficialmente non se ne sa nulla; quindi, citando queste tre città, Gesù intende dire che Lui sa ciò che non sappiamo e che il suo giudizio è perfetto, messaggio diretto soprattutto a noi che, appunto, di Corazìn non ignoriamo tutto. Se Gesù non l’avesse nominata, non sapremmo della sua esistenza a meno di non essere archeologi, storici o “addetti ai lavori”. Capernaum, Betsaida e Corazìn allora rappresentano il tutto, non solo un’area geografica precisa, definita, come intese chi ascoltò Nostro Signore allora. Queste tre città sono un riferimento e le parole di Gesù sono un atto d’accusa verso tutti quei centri abitati che, nonostante il Vangelo sia annunciato in un modo o in un altro – ma comunque annunciato – lo respingono. Certo ai tempi delle tre città il miracolo, per la mentalità di allora e il fatto che le profezie dovevano adempiersi, era teoricamente per molti una condizione basilare per poi credere, ma oggi, parlando il Vangelo comunque al cuore e rivelando lo spirito delle persone, fa le stesse cose, per quanto con manifestazioni differenti.

Ma l’atto di accusa, il messaggio agli abitanti delle tre città non si ferma qui: Gesù condanna la durezza del cuore dei loro abitanti chiamando in causa altri luoghi la cui immoralità era nota, Sodoma più di tutte. È giusto sottolineare che il vero peccato di Capernaum, Betsaida e Chorazìn non fu il non aver creduto, ma l’indifferenza a fronte di tutto quanto era stato in loro detto e operato, del prendere atto senza cambiare nulla.

Venendo ora a Tiro e Sidone, tralasciando le profezie dell’Antico Patto sulla prima, basta ricordare che erano note per la loro idolatria e libertinaggio. Era particolarmente sentito il culto ad Astarte, la dea della fertilità alla quale purtroppo lo stesso Salomone, ormai corrotto, aveva edificato degli altari.

Ora Gesù, con questo secondo gruppo di città, fa una distinzione affermando in pratica che, parlando della responsabilità di fronte a Dio, è preferibile una vita nell’ignoranza sulle esigenze del Creatore piuttosto che rimanere indifferenti e proseguire per la propria strada una volta averlo incontrato. Come quindi ha dei gradi la positività, vista nel portare frutto in un trenta, sessanta o cento, altrettanto avviene per la negatività dove sarà la coscienza di ciascuno a giudicare, condannare o attenuare la pena sempre secondo le parole di Nostro Signore in Luca 12.47,48: “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche”.

Tornando un attimo a Capernaum, per contrasto, l’interrogativo “sarai forse innalzata fino al cielo?” è una demolizione del concetto campanilistico dei suoi abitanti – che abbiamo visto pretendevano di averlo in esclusiva –, dell’equazione “abbiamo Gesù, quindi meritiamo ogni onore”. “Precipiterai fino agli inferi” è la risposta, mentre Sodoma, se fosse stata testimone degli eventi verificatisi a Capernaum, esisterebbe ancora e gli abitanti di Tiro e Sidone, “vestiti di sacco e cosparsi di cenere”, si sarebbero convertiti, là dove il “sacco” era il nome che si dava a un tessuto di peli di capra e di cammello corrispondente al “cilicium” romano, così chiamato perché realizzato con tessuto da capre della Cilicia. A quel tempo gli ebrei, in tempi di lutto e profonda umiliazione, portavano una veste di quel tessuto, senza maniche, quasi come un sacco, serrato ai fianchi con una corda. A volte si cospargevano il capo con cenere o terra (Daniele 9.3; Nehemia 9.1) o si mettevano addirittura seduti su di esse (2 Samuele 13.19; Salmo 102.9; Giona 3.6).

Abbiamo quindi, nei termini “sacco e cenere” le espressioni esteriori del cordoglio, certamente reali e non messe in atto per avere quel premio fittizio che di fatto ottenevano i Farisei e di cui abbiamo parlato in uno studio precedente meditando le parole “questo è il premio che ne hanno” a cui fa da contrappunto il “Ma tu”.

Possiamo ricordare, per quanto non nominata da Gesù, ma a completamento del nostro discorso, la Ninive di cui si parla in Giona: in cui leggiamo in 1.2 l’ordine che aveva ricevuto: “Alzati, va’ a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me”. Alla successiva predicazione del profeta che le annunciava la sua distruzione, leggiamo “I cittadini di Ninive credettero a Dio– non a Giona – e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato a Ninive questo decreto: «Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e animali si coprano di sacco e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire». Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece”.

Purtroppo, la parte conclusiva del discorso di Gesù sulle città che rifiutano di convertirsi è devastante: “nel giorno del giudizio, la terra di Sodoma sarà trattata più duramente di te!”, parole che non sono pronunciate in preda all’ira o a un sentimento temporaneo di ostilità come potrebbe accadere a un essere umano, ma di verità che riguardano tutti coloro che non si ravvedono anche oggi, con l’obiettivo dell’incontro con il Padre. Amen.

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05.52 – LA CASA SULLA ROCCIA (Matteo 7.24-28)

05.52 – La casa sulla roccia (Matteo 7.24-28)

4Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». 28Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: 29egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.”.

Con questa parabola si conclude la redazione di Matteo sul discorso della montagna. Sono le ultime parole di Gesù alla folla con cui conclude la serie di insegnamenti che abbiamo visto finora per quanto rimanga da analizzare la versione di Luca che presenta particolari molto interessanti. Nostro Signore, con “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica”, si riferisce quindi a tutto quello che ha detto nel suo discorso, fatto con un’autorità diversa da quella dei molti predicatori che i presenti avevano già ascoltato (v.29).

Matteo e Luca così si integrano perfettamente tra loro, riportando le realtà meteorologiche dei territori dai quali provenivano; scrive Luca (6.47-50 “Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta, ma non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande” (Luca 6.47-50). Matteo conosce le piogge invernali in Palestina che formano improvvise correnti di acqua erodendo anche i fianchi delle colline. Il suolo viene spazzato via e con lui case che non sono state costruite sul terreno solido. Luca, invece, conosce di più la tecnica di costruzione greca negli stessi territori, che si realizzava con scavi profondi prima di passare alla realizzazione degli edifici.

Ancora una volta Gesù parla ai suoi uditori usando un termine che conoscevano molto bene, la “roccia”, che al di là di essere eloquente per la parabola, ha riferimento a Deuteronomio 32.4: “Egli è la roccia: perfette le sue opere, giustizia tutte le sue vie; è un Dio fedele e senza malizia, Egli è giusto e retto”. Lo stesso termine lo troviamo nelle parole pronunciate da Davide quando fu liberato da Saul e dai suoi nemici in 2 Samuele 22.2,3. In questo passo rileviamo, oltre alla “roccia”, altre caratteristiche che Davide aveva avuto modo di riconoscere in Dio: “Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo, mio nascondiglio che mi salva”. Da notare il fatto che la vittoria riportata è attribuita all’assistenza che YHWH gli aveva accordato e non al suo eroismo e invincibilità, come troveremmo in un poema profano di un altro popolo. Davide è un servitore, altri ne avrebbero fatto un superuomo, un eroe.

Quindi, per gli uditori di Gesù, fu subito chiaro che costruire “la casa sulla roccia” chiamava direttamente in causa il Creatore, Colui che veniva definito “Il Santo, che benedetto sia”. Matteo parla di “casa” e di “roccia”: ebreo, scrive per gli ebrei a cui bastano i due termini per capire molto di più rispetto ai lettori di Luca, che sceglie di scrivere indipendentemente dalla nazione di appartenenza dei suoi lettori.

Dobbiamo però andare alla base di tutto il discorso, e cioè la casa, che non è qualcosa che si sceglie di costruire, ma che si edifica inevitabilmente: “casa” come luogo in cui abitare, vivere, “casa” come figura di noi stessi, della nostra persona e quindi anima. Ricordiamo l’esempio, sempre fornito da Nostro Signore, sul demonio scacciato senza che la persona da lui abitata abbia provveduto a ravvedersi: “Quando lo spirito immondo esce dall’uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice «Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito». Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell’uomo diventa peggiore della prima” (Luca 11.24,25).

Ecco allora che Gesù, parlando di “casa”, intende la costruzione del nostro essere, della nostra persona(lità), di tutta la struttura che comprende anima e spirito, che può essere diversa, una volta incontratolo, da quella che avevamo prima. C’è chi, dopo questo incontro, la lascia invariata, chi la rinforza e chi addirittura ne costruisce un’altra ex novo tale sarebbe il dispendio di energie per ristrutturarla. E così ricomincia da capo, dopo aver fatto tabula rasa sulle nostre aspettative, relazioni sociali, interessi.

Riflettiamo un attimo sulla condizione in cui versa l’uomo naturale: dominato dalla carne, incapace di pensieri davvero spirituali, imposta la propria vita sulla base delle necessità che persegue, solitamente, con fermezza e volontà. Se però quest’uomo incontra a un certo punto della sua vita Gesù Cristo e ascolta, tramite la lettura del Vangelo o l’esposizione di una persona preparata e di esperienza, il Suo messaggio, scopre, attraverso i versi di Matteo e Luca che abbiamo letto, che le esigenze di Dio sono altre e che tutto quanto ha fatto finora è completamente inutile per la sua realizzazione di persona spirituale, non gli garantisce alcuna possibilità di sopravvivenza una volta abbandonata la vita che conosce. Scopre finalmente di essere incompatibile con Lui ed è costretto a cambiare, abbandonare, se non tutto, gran parte di ciò che possedeva, che gli apparteneva come essere unicamente carnale. E qui parlo del mondo interiore.

La “casa”, allora, va ricostruita o rivista radicalmente e qui si compie il miracolo in quell’uomo “saggio”: sceglie di costruire non più dove capita ma, trovata la roccia, edifica su di lei – specifica Luca – scavando “molto profondo”, cioè con fatica, ma anche col desiderio di apprendere ciò che fino ad allora gli era ignoto. Nella Scrittura infatti il termine “profondità” è sempre usato per indicare ciò che non può essere conosciuto, raggiunto dall’uomo carnale. Ricordiamo Paolo in Romani 11.33 “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!”. Ricordiamo la benedizione – beatitudine espressa in Efesi 3.18: “…perché siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”.

Ancora, nello scavo in profondità dobbiamo individuare la verifica puntuale, anche sulla nostra persona perché tutto parte da lì in quanto il peggior nemico lo troviamo proprio in noi stessi, nella nostra carne che vuole prevalere sempre sullo spirito. Ricordo le parole, più volte citate in queste riflessioni, che Dio disse a Caino sul peccato accovacciato alla porta e la necessità di dominarlo. A fine giornata, dovremmo sempre fare un inventario delle nostre azioni e scelte per verificare dove abbiamo sbagliato e farne tesoro per correggerle in futuro. Abbiamo gestito correttamente il rapporto col nostro prossimo? Quanto abbiamo dato del nostro tempo al Signore e abbiamo cercato la comunione con Lui? Abbiamo portato avanti Lui o noi stessi? Quanto ha pesato il nostro egoismo sulle nostre azioni? Lo abbiamo cercato? Il mattone, o la pietra che abbiamo posto per la nostra costruzione, è stato spirituale? Abbiamo difeso la sostanza, o l’apparenza? Dove siamo stati deboli e dove forti? Cosa abbiamo dato di noi?

Chi quindi costruisce saggiamente, sceglie la roccia come punto per ancorarvi le fondamenta e poi scava consapevole della loro importanza, perché senza di loro qualsiasi opera edile importante è impossibile. Le fondamenta hanno il compito di assorbire i carichi delle strutture in elevazione, trasmettere i carichi da loro al terreno e ancorare l’edificio al suolo: va da sé che una procedura costruttiva che rispetti questi criteri è destinata a durare nel tempo e a resistere alle forze ostili. Ricordiamo una frase dell’apostolo Paolo ai credenti di Corinto: “Nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Corinti 3.11). Inevitabilmente si parte da lì, se si vuole che la nostra costruzione regga. E va da sé che, se uno edifica su Cristo come roccia e fondamento, non userà fieno o paglia per materiale.

A questo punto Luca parla di una piena che arriva, ma non riesce a smuovere la casa, Matteo di pioggia, fiumi e venti che si abbatterono su di lei: molti tendono a vedere in questi elementi le avversità della vita ma personalmente, pur condividendo l’interpretazione, aggiungerei l’ultima prova che il cristiano si troverà ad affrontare, cioè la verifica che Dio farà sul suo operato. Ricordiamo che la casa costruita rappresenta di tutto il nostro essere: nelle fondamenta vedo quello in cui crediamo, i nostri valori; nella sua struttura ciò che abbiamo realizzato, i nostri progetti, le nostre azioni e la testimonianza che avremo reso, più che a parole, con i fatti che poi, alla fine, saranno i soli a parlare per noi. Così come leggiamo che “il fuoco farà la prova delle opere di ciascuno”, qui abbiamo la forza dell’acqua e dei venti che si abbatte sulla casa senza riuscire a smuoverla.

Le stesse forze si riversano sulla costruzione dell’uomo stolto, che ha edificato sulla sabbia (Matteo) o sulla terra senza fondamenta (Luca), ma con risultati diametralmente opposti. Da notare che entrambe sono case, apparentemente simili tra loro. Il nostro “bagaglio storico” è diverso, eppure ci accomuna. Il luogo in cui una persona dimora dice molto di lui, della sua personalità: all’interno pone ciò che lo interessa, la sua storia, i ricordi, si tende a realizzarla in un certo senso a nostra immagine. Può essere funzionale, essenziale, minimale, ordinata, disordinata, ma anche piena di soprammobili, alla moda, sfarzosa, studiata per impressionare chi vi entra, dare un’immagine. Una casa rivela noi stessi e i nostri scopi, la visione che abbiamo della vita.

Ebbene, la descrizione che dà Nostro Signore del destino delle due case è essenziale, privo di orpelli: “non riuscì a smuoverla” per la prima, “la sua rovina fu grande” per la seconda. Sono due dati di fatto, impossibile interpretarli diversamente. In un caso l’occupante continua a viverci dentro, nell’altro rimane senza un luogo, all’aperto, al freddo e non è più la casa ad essere esposta agli elementi naturali, ma lui stesso che tra l’altro non potrà incolpare nessuno della propria rovina. Si sarà fatto del male da solo. Tra l’altro, entrambi i proprietari occupano l’interno fino a un momento preciso, quello della prova finale rappresentata dagli elementi che si abbattono sulla loro dimora. Ed entrambi, fino a quel momento, si sentono al sicuro. Quando c’è un crollo, c’è sempre una ragione.

Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica” è una frase che possiamo dire fu spiegata da Giacomo diversi anni dopo quando scrisse “Siate di quelli che mettono in pratica la parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi” (1.22): la stessa illusione di chi, costruendo sulla terra o sulla sabbia, era convinto di vivere tranquillo all’interno della propria dimora. L’illusione è quella condizione che ha caratterizzato la vita dell’uomo stolto ed è al tempo stesso il pericolo più grande in cui l’uomo può incappare; ricordiamo che Satana illuse Eva che, prendendo il frutto, sarebbe diventata come Dio ed in cambio ottenne la morte e la fine della sua dignità di essere spirituale. Anche lì la sua rovina fu grande.

Ma per noi, che viviamo la dispensazione della Grazia e non della Coscienza, l’illusione maggiore è quella di pensare che Dio sia tanto buono che alla fine perdonerà tutti perché l’inferno si trova su questa terra: “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio?” (1 Corinti 6.9). A seguire, il verso prosegue con un elenco di persone nelle quali si individuano tutti coloro che avranno portato avanti esclusivamente loro stessi a danno di altri: immorali, idolatri, adùlteri, depravati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, calunniatori, rapinatori.

Ecco perché, per evitare la “grande rovina”, Gesù invita i suoi uditori ad ascoltare e mettere in pratica le sue parole.

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05.51 – FALSI DISCEPOLI (Matteo 7.15-23)

05.51 – Falsi discepoli (Matteo 7.15,23)

 

15Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 20Dai loro frutti dunque li riconoscerete.
21Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». 23Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!».
”.

 

Leggevo un commento a 2 Timoteo 2.17, che abbiamo citato la volta scorsa, a proposito di Imeneo e Fileto e sull’insegnamento del falso profeta paragonato, per come si diffonde, a una cancrena. Scrive William MacDonald: “Pensando a Imeneo, a Fileto e ai loro falsi insegnamenti, ancora una volta Paolo si rende conto che per la Chiesa sono in arrivo giorni bui. La chiesa locale ha raccolto degli increduli fra i suoi membri. La cristianità è una massa eterogenea e la confusione che ne risulta è devastante”. Credo che le parole dell’ultima frase siano molto adatte ai nostri tempi più che a quelli di allora anche se i “giorni complicati” sono iniziati proprio con la prima Chiesa e l’avvento delle prime eresie in cui, fondamentalmente, il metodo filosofico antropocentrico ha iniziato a confondersi con il messaggio cristiano puro (e semplice). Giuda al verso quarto della sua lettera scriveva “Si sono infiltrati in mezzo a voi alcuni individui, per i quali già da tempo sta scritta questa condanna, perché empi, che stravolgono la grazia del nostro Dio in dissolutezze e rinnegano il nostro unico padrone e signore Gesù Cristo”.

Personalmente nelle Chiese mi capita di vedere disinformazione e errore che originano da un non voler vedere la luce per appropriarsene sul serio. Si confonde l’invito di appartenere a Cristo per essere salvati con quello di far parte di una comunità a prescindere perché bisogna “stare insieme”, fare gruppo, possibilmente manifestando agli altri un modo di vivere particolare finendo per lasciare Gesù fuori dalla porta perché c’è altro da portare avanti. Allora si ricorre a manifestazioni esteriori, pubblicitarie, si propaganda il proprio gruppo facendo leva su di esso e non su Cristo, di cui comunque oggi tutti hanno sentito parlare, ma che ben pochi cercano. E la possibilità di cadere in errore sarebbe inevitabile se non ci fosse quest’informativa di Gesù: il falso profeta, se da un lato viene a noi in veste di pecora ma dentro è lupo rapace, dall’altro si riconosce dai suoi frutti che sono l’opposto di quelli portati da quello vero: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Giovanni 15.8). Per collocare il profeta sotto la giusta ottica, poi, occorre distaccarsi dalla visione mondana che lo vede dichiarare ciò che avverrà in futuro, poiché il profeta nella Scrittura è colui che parla correttamente di Dio e, se gli viene ordinato o ha un’illuminazione, ne rivela i piani, le prospettive, l’essenza.

Esiste una differenza tra il significato del termine che troviamo in un dizionario (persona che, per ispirazione divina, predice il futuro o rivela fatti ignoti alla mente umana, o è dotata di capacità divinatorie) e quello originale greco composto dal prefisso “pro” (davanti, prima) e “femì” (parlare, dire); il profeta è quindi colui che, nell’esercizio delle sue funzioni, “parla davanti” a un’assemblea, una o più persone, e contemporaneamente a Dio portandone la responsabilità. Impossibile farlo correttamente senza lo Spirito. Essere dei profeti veri corrisponde al portare, come abbiamo letto, “molto frutto” e lo si può fare anche attraverso una condotta onesta e irreprensibile; essere dei profeti falsi significa agire per scopi non riferibili a quelli della parola di Dio.

Il falso profeta è un “lupo rapace” perché trasmette elementi dottrinali non corretti a chi non ha sufficienti riferimenti per orientare la propria vita spirituale e lo conduce in errore. A volte si tratta di contenuti che si infrangono palesemente con il buon senso del messaggio cristiano, altre volte sono subdoli e potrebbero apparire apparentemente logici, come quel miscuglio tra Legge e Grazia che alcuni giudei portavano avanti nelle prime Chiese costringendo i pagani a circoncidersi ritenendolo un adempimento che condizionasse la salvezza. E rimango negli scritti del Nuovo Patto per non allargare troppo il campo. Possiamo però ricordare Geremia 23.16 “Non ascoltate le parole dei profeti che profetizzano per voi; essi vi fanno vaneggiare, vi annunciano fantasie del loro cuore– impuro -, non quanto viene dalla bocca del Signore”.

Per i frutti, poi, possiamo andare alla lettera ai Galati in passi più volte ricordati quando l’apostolo Paolo sottolinea la differenza tra quelli della carne e quelli dello spirito (5.18-12). Le “opere” (quindi i frutti) della carne sono da Paolo individuati nella “fornicazione” (l’assenza di fedeltà che può essere verso la propria moglie o il proprio marito, ma anche il politeismo come pluralità di servitù), “impurità” (la presenza come scelta di elementi del mondo che si rimpiangono e praticano accanto a una condotta apparentemente cristiana), “dissolutezza” (eccessi provocati dalla libidine e dal vizio, che contempla non solo quello sessuale), “idolatria” (ammirazione, devozione o dedizione gelosa e fanatica), “stregonerie” (l’appoggiarsi a pratiche estranee alla preghiera e allo spirito), “inimicizie” (rancori portati verso gli altri perché osano porsi in contrasto al nostro volere della carne), “discordia” (diversità di intenti tale da alimentare rivalità o provocare frequenti contese), “gelosia” (sentimento tormentoso spesso patologico provocato dal timore, dal sospetto o dalla certezza di perdere qualcosa o una persona che amiamo per opera di altri), “dissensi” (porsi contro un’idea a prescindere portando avanti unicamente se stessi), “divisioni” (i cosiddetti “partiti” nelle Chiese in cui si creano gruppi che parteggiano per uno e ostacolano le iniziative dell’altro), “fazioni” (la formazione di gruppi in cui i membri sono coesi in acceso contrasto con altri gruppi), “invidie” (il non sopportare che l’altro prosperi o consegua dei risultati positivi, che poi è il sentimento di Caino), “ubriachezze” (il volersi saziare a tutti i costi con un surrogato dello Spirito, alternative portate avanti volendole legittimare a tutti i costi) “orge e cose del genere” (feste sfrenate a sfondo sessuale).

Dal verso 16 al 20 del nostro testo, Gesù paragona gli uomini ad alberi e, come sappiamo, propone ai suoi uditori un tema conosciuto: la volta scorsa abbiamo avuto l’esempio del giusto che “fiorirà come la palma” (Salmo 92) e, in opposizione, del “tamerisco nella steppa”. Il giusto che medita la Legge del Signore è poi paragonato a “…un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene” (Salmo 1.3). Se quindi il falso profeta può mentire e irretire con discorsi pseudo-spirituali difficili da individuare, non può fare altrettanto coi suoi frutti. E abbiamo letto che “ogni albero che non dà buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco”: è la fine della pula, della zizzania, del tralcio che non rimane attaccato alla vite, di quella terra che, irrigata, produce rovi e spine.

Il verso 19, sulla fine che fanno gli alberi che non danno frutti buoni, è usato da Gesù come “ponte” verso un’altra categoria di persone, quelle che frutto non ne portano nonostante siano a dimora nel terreno di Dio, come ci insegna la parabola del fico sterile in Luca 13.6-9: “Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: “«Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai»”.

E qui entriamo in un ambito purtroppo amaro e difficile, che Gesù ricorda molte volte in discorsi e parabole e che nel sermone sul monte annuncia per la prima volta: si può appartenere alla Chiesa nominalmente, per scopi personali, ci si può travestire, occupare indegnamente un posto. Quel “Signore, Signore” al verso 21, riferito probabilmente alla preghiera pubblica e a tutte le volte in cui il nome di Dio viene pronunciato dai falsi discepoli, denota un’assenza, un vuoto, una mancanza di partecipazione: “Non quelli che ascoltano la Legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che la mettono in pratica saranno giustificati” (Romani 2.13), frase da un discorso di Paolo sulla sensibilità dei cuori. In realtà, la “Legge” di cui parla l’apostolo è la Parola, come poi Giacomo avrà modo di precisare in 1.22,23: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa il suo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla”.

Ecco, “fare la volontà del Padre” implica aderire a quel percorso che inizia dal credere “in Colui che mi ha mandato” e poi prosegue con una crescita proporzionale ai doni ricevuti, al posto nel “Corpo di Cristo che è la Chiesa” dove chi è grano rimane tale e non può essere zizzania, dove chi è albero può anche temporaneamente non portare frutto, ma lo darà opportunamente concimato dal perfetto operaio della vigna. “Vedremo se porterà frutti per l’avvenire, se no lo taglierai” sono parole che mettono l’accento, più sul tagliare, sull’amore e la pazienza di Dio che desidera un albero fruttifero e non legna da ardere di cui mi viene da pensare – se mi si passa il termine – ne abbia fin troppa. Notiamo poi che il frutto è qualcosa di tangibile e non può trovarsi nelle parole “Signore, Signore” che chiunque è in grado di pronunciare.

C’è poi un giorno, la cui data è nascosta a tutti ma che “solo il Padre conosce”, in cui tutti gli uomini incontreranno Cristo in salvezza o in giudizio: “molti mi diranno in quel giorno” parole tese a giustificarsi o a implorare che sia loro aperta la porta della Grazia che hanno rifiutato in vita. In questo caso, però, sono quelli che vogliono ricordare al Signore un operato preciso. Leggiamo che i falsi discepoli e profeti avranno parlato di Lui usando il suo nome, scacciato demòni e compiuto molti prodigi: si tratta di fenomeni del tutto involontari, come ad esempio avvenne per il Sommo Sacerdote Caiafa che, tra i principali fautori della morte provvisoria di Gesù, disse al Sinedrio “Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!”,parole che Giovanni annota così:“Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione. E non soltanto per la nazione, ma per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Giovanni 11.49-53). Pensiamo anche a quelle manifestazioni miracolose che si verificano, e che abbiamo ricordato ultimamente, tese ad instaurare nella mente altrui false convinzioni religiose o, nel caso di specie, a quegli esorcisti itineranti in Atti 13, che però nulla poterono di fronte a un indemoniato più forte di loro.

Il cristiano deve sapere che ogni intervento soprannaturale di cui può essere testimone non è detto che venga inequivocabilmente da Dio e troppo spesso ci si dimentica che, se Satana si presentasse in tutta la sua potenza negativa, avrebbe ben pochi seguaci. Così, chi si traveste da pecora, troverà la sua condanna nell’ultimo verso del nostro passo: “Non vi ho mai conosciuto. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità”.

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05.50 – I FALSI PROFETI (Matteo 7.15-20)

05.51 – Falsi profeti (Matteo 7.15-20)

 

15Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 20Dai loro frutti dunque li riconoscerete.”.

 

Quando i servi del padrone di casa nella parabola della zizzania andarono ad avvisarlo del fatto che, nel campo di grano da lui seminato, erano apparse anche piantine diverse, questi rispose “Un nemico ha fatto questo” (Matteo 13.28). Non troviamo nelle parole di quell’uomo stupore, non uno scatto d’ira, ma soltanto un’affermazione che sembra a sostegno di un fatto inevitabile, conosciuto, previsto: “Un nemico ha fatto questo”. Il grano seminato era buono, ma una persona avversa, per minare il progetto del padrone di quel campo, aveva deciso di seminarvi un’erbacea destinata a far molto danno perché la zizzania si confonde facilmente con il grano e, soprattutto, produce una farina ad alto potere intossicante. Gesù spiegò poi ai discepoli la parabola con queste parole: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo”.

Le parole dei versi che oggi esaminiamo credo coinvolgano anche questa parabola sotto il profilo dell’inevitabilità perché tutto quanto viene prodotto a danno dell’opera di Dio viene da Satana, da quel “nemico” che da quando fu creato Adamo con sua moglie ha sempre cercato in tutti i modi di rovinare la loro relazione con Lui. Certo non solo di loro due, ma di tutta la discendenza che ne sarebbe derivata, nella quale anche noi rientriamo.

È bello considerare che Nostro Signore, al verso 15, non mette solo genericamente in guardia i suoi uditori dai “falsi profeti”, ma dia in realtà uno spaccato storico dell’opera di Satana riguardo all’inquinamento del “campo di Dio” comprendendo passato, presente e futuro perché si tratta di personaggi che sono sempre esistiti, esistono ed esisteranno: pensiamo ai molti impostori apparsi ai tempi dell’Antico Patto, quindi al passato, al presente relativo con tutti quelli che pretendevano di essere il Messia in opposizione a Gesù, Unico autorizzato a rivelare il Padre, e per il futuro all’opera terribile che verrà fatta tanto nel campo generico del mondo, quanto in mezzo al gregge. “Vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”.

Gesù, nei versi in esame, si presenta così come unico Profeta abilitato a rivelare Dio Padre e anticipa al tempo stesso quanto poi dirà ai suoi discepoli sugli eventi futuri, dalla sua resurrezione al suo ritorno: “Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato. Questo vangelo del Regno sarà annunziato a tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli, e allora verrà la fine” (Matteo 24.11-12). Il falso profeta, che nella sua forma peggiore e potenza sorgerà negli “ultimi tempi”, agisce in ambito spirituale col fine di distogliere l’attenzione dell’essere umano dal Dio vero e unico col fine di perderlo. Si tratta di un tema dalla vastità enorme, che comprende falsa scienza e vera ignoranza, superstizione e soprattutto sfrutta la mancanza di conoscenza, a volte colpevole, di chi dovrebbe avere una fede radicata in quella Parola che non può sbagliare.

Già gli uditori di Gesù presenti sul monte, come già rilevato in altre volte occasioni, avevano gli elementi per comprendere le sue parole perché possedevano un riferimento non solo nella storia del loro popolo, ma soprattutto nella Legge di Mosè, dove in Deuteronomio 13.2-4 si legge “Qualora sorga in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti proponga un segno o un prodigio, e il segno e il prodigio annunciato succeda, ed egli di dica «Seguiamo dèi stranieri, che tu non hai conosciuto, e serviamoli», tu non dovrai ascoltare le parole di quel profeta o di quel sognatore, perché il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il Signore, vostro Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima”.

Il falso profeta, allora, è qualcosa di più complesso di un persecutore rozzo e ignorante; non è una persona immediatamente riconoscibile come negativa, ma può presentare le sue dottrine col sostegno di miracoli, come ad esempio avvenuto – andando indietro nel tempo – con i sacerdoti del Faraone che, per un certo tempo, riuscirono a compiere gli stessi prodigi di Mosè. E dando uno sguardo a quanto avvenuto nella Chiesa, non occorre andare ai periodi recenti della storia contemporanea, dove possiamo trovare i Testimoni di Geova o i Mormoni come espressione severa di travisamento dottrinale, ma basta trovare le tracce che i falsi profeti, o persone a loro collegabili, hanno lasciato negli scritti del Nuovo Patto: troviamo ad esempio Diòtrefe, personaggio particolare poi imitato da molti nel corso della storia, che cercava il primato nella sua Comunità. Giovanni nella sua terza lettera, scrive ”Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere. Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando di noi con discorsi maligni. Non contento di questo, non riceve i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa” (3 Giovanni vv.9-10).

Diòtrefe è allora l’immagine della persona presuntuosa e ambiziosa, di chi ha bisogno di un pubblico indipendentemente dalla qualità del messaggio e teme il confronto con esperienze e rivelazioni diverse e migliori, impedendo lo sviluppo della verità. Diòtrefe temeva le parole che Giovanni e i suoi collaboratori avrebbero potuto portare alla Chiesa di cui era certamente un anziano. Questo personaggio è però l’antitesi del pastore perché ha trasferito tutti gli inutili difetti umani in un campo spirituale e, con la propria condotta, fa solo danni non ammettendo la pluralità dei doni e arrestando la crescita della Chiesa.

Altro esempio negativo lo troviamo in Imeneo e Filéto e questa volta è l’apostolo Paolo a scrivere; “Evita le chiacchiere vuote e perverse, perché spingono sempre più all’empietà quelli che le fanno; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi vi sono Imeneo e Fileto, i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che la resurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni” (2 Timoteo 2.16-18). In realtà, leggendo le lettere di Paolo come degli altri autori, vediamo che molto spesso si trovano nelle condizioni di confutare dottrine estranee; a volte sono errori apparentemente di poco conto, altre sono negazioni della divinità di Gesù e della sua opera di salvezza.

Il falso profeta viene in veste di pecora, ma dentro è un lupo malvagio: si dichiara quindi credente, ma agisce traviando i membri di una Chiesa a partire dai più immaturi. Riconoscere il falso profeta è piuttosto semplice, come scrive l’apostolo Giovanni: “Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, poiché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo” (1 Giovanni 4.1-3). Lo spirito dell’anticristo sappiamo che si manifesterà ufficialmente nell’epoca stabilita da Dio, eppure ci viene detto che “anzi è già nel mondo”: come è indicativo quell’”anzi”! Ci parla veramente del fatto che presso il Signore “un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno”, che tanto lo Spirito di Dio che quello a lui avverso agiscono al di là del tempo che scandisce le nostre giornate, gli anni e i secoli. Se c’è la salvezza, così importante, che si costruisce giorno per giorno quanto a identità del credente perché i doni la arricchiscono, c’è anche la perdizione, così terribile, e anche lei subisce lo stesso scorrere perché si forma poco a poco, in modo tanto impercettibile quanto inevitabile per chi non crede ponendosi come ostacolo allo sviluppo della fede.

Il falso profeta non è necessariamente una persona che propone insegnamenti sbagliati o alternativi alla fede genuina, ma è anche chi non fa nulla o agisce per scopi personali nonostante il ruolo da lui rivestito nella Chiesa; ricordiamo Isaia  56.10-11 a proposito dei “guardiani” di Israele, che per noi potrebbero raccordarsi proprio agli “anziani”, “pastori” o “sacerdoti” delle varie Chiese: “I suoi guardiani sono tutti ciechi, non capiscono nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Ma questi cani avidi, che non sanno saziarsi, sono pastori che non capiscono nulla”. Tutto questo si collega alle parole di Paolo agli anziani di Efeso: “Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare discepoli dietro di sé” (Atti 20.29-30).

Proprio per questo motivo il credente è chiamato a vagliare ogni messaggio che gli viene proposto non solo perché in esso possono nascondersi dei contenuti erronei volti a traviarlo senza che se ne accorga, ma anche perché sono possibili interventi soprannaturali per far deviare le masse dalla fede; lo abbiamo già letto e Gesù stesso avvisò i Suoi con queste parole: “…sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per ingannare, se possibile, gli eletti. Voi, però, fate attenzione! Io vi ho predetto tutto” (Marco 13.21-23).

I “segni e prodigi” sono forse i più pericolosi perché riguardano il campo dell’inspiegabile e sono quelli che, da sempre, spingono gli uomini a credere perché vanno a coinvolgere la loro parte più emotiva e primitiva. Anche qui però la Parola di Dio ha lasciato elementi importanti perché il gregge ne faccia tesoro e non cada nel laccio dell’Avversario; ricordiamo le parole ai Galati “Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema” (1.8). Dalle parole “noi stessi” e “un angelo dal cielo” possiamo capire fino a quanto può spingersi il piano di perdizione nei confronti di chi, divenendo figlio di Dio, si è fatto inevitabilmente bersaglio di Satana; poiché il successo della distruzione delle relazioni si misura anche nella quantità, ecco che l’interesse è rivolto alle masse proprio sfruttando la loro facilità ad essere manipolate e a credere ciò che viene loro propinato: “Nessuno che si compiace vanamente del culto degli angeli e corre dietro alle proprie immaginazioni, gonfio di orgoglio nella sua mente carnale, vi impedisca di conseguire il premio” (Colossesi 2.18). E qui penso alle apparizioni e ai falsi miracoli avvenuti in campo solo apparentemente cristiano che hanno traviato molti.

Ancora, sulla seduzione, sappiamo che “Anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere” (2 Corinti 11.14-15).

È allora doveroso che ogni cristiano si chieda sempre se quanto pratica rientra in ciò che il “Vangelo originale” contempla oppure no, se crede in cose aggiunte e appartenenti alla tradizione degli uomini o se legittimamente procedenti da Dio. Non si tratta di aderire a una Chiesa piuttosto che a un’altra, ma di buona pratica, quella essenziale, logica, giusta, che ci mette nelle condizioni di amare il Signore sempre di più e sempre di più essere amati. Perché come credenti siamo chiamati ad essere dei cercatori di verità e a camminare di conseguenza. Concludo presentando due realtà che ci descrivono il Salmo 92 e il profeta Geremia: “Il giusto fiorirà cine palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio”. Al contrario: “Maledetto l’uomo che si confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere”.

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05.49 – LA PORTA STRETTA (Matteo 7.13,14)

05.49 – La porta stretta (Matteo 7.13,14)

 

13Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. 14Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!”.

 

Stiamo esaminando da un po’ di tempo una serie di inviti, o suggerimenti, dati da Gesù alla folla desiderosa di ascoltarlo e possiamo dire che tutti – il non dare giudizi, non accumulare tesori sulla terra e non essere “solleciti di cosa alcuna” – comportano uno spogliarsi della parte istintiva della persona. Tutto questo è in relazione coi versi di quest’oggi, quella “porta stretta” che a noi dice poco, per lo meno nella sua realtà, ma che fu compresa immediatamente dai presenti: nelle città circondate da mura c’era una porta “larga e spaziosa” che rimaneva aperta tutto il giorno e attraverso la quale si poteva transitare liberamente con le proprie masserizie; di sera e di notte, però, quella porta si chiudeva e ne restava aperta una, molto più piccola. Si trattava di quel famoso “ago” attraverso il quale un cammello passava a fatica e che troviamo menzionato in Matteo 19.24 con le parole “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

Ebbene Gesù qui parla di entrare “per la porta stretta”, passaggio possibile se non si hanno bagagli ingombranti da portarsi appresso: questi vanno lasciati fuori, anzi l’immagine suggerisce il passaggio di una persona leggera, al contrario di quanto avveniva per la porta “larga e spaziosa”, comoda da attraversare per coloro che volevano far presto, avevano cose da fare, carichi da portare comprati o da vendere, impegnati nella loro vita orizzontale accanto alla spietata implacabilità di un tempo che passa senza dare la possibilità di gustare in modo fermo e duraturo i momenti positivi che possono capitare.

L’ “Entrate” di Gesù non sottintende un arrivo, ma l’ingresso in un mondo nuovo, spirituale, quello del regno di Dio di cui un giorno disse “è dentro di voi”. E non è possibile entrare senza spogliarsi di tutto ciò che ingombra, appesantisce, rallenta proprio perché la porta è stretta. Certo allora Nostro Signore non poteva soffermarsi e spiegare nei dettagli cosa significasse passare per quell’ingresso: se aveva ancora molto da dire ai suoi discepoli, ma tacque perché non avrebbero potuto comprendere altre parole perché lo Spirito Santo non era ancora sceso, il suo compito era quello di gettare un seme che avrebbe germogliato in futuro. Ai presenti poteva solo dichiarare che, se avessero voluto, avrebbero potuto avere un futuro di eternità con Lui. Molti erano e sono quelli che passano per la porta ampia e spaziosa, pochi quelli che trovano quella stretta, là dove il trovare implica l’approfittare dell’opportunità di quel passaggio, parlando in termini umani, così scomodo, disagevole e imbarazzante. Per quel pertugio, di giorno, non passava nessuno.

È giusto porre un distinguo perché qui non si parla di operare rinunce particolari, ma di scelte che comunque gli uditori del sermone potevano capire: “Non entrare nella strada degli empi e non procedere nella via dei malvagi. Evita quella strada, non passarvi, sta’ lontano e passa oltre” (Proverbi 4.14,15). “Evita” perché la potresti trovare comoda e allettante. Ancora, “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte” (Salmo 1.1), tutte figure della porta “larga e spaziosa”. La “porta stretta”, che Gesù stesso poi indicherà in lui stesso, è indicata da Isaia 55.7 quando scrive “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

Entrare per la porta stretta” possiamo dire che è uno degli inviti più pressanti del Vangelo là dove esiste un essere umano che cerca la pace non con se stesso, ma con Dio: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e possano così giungere i tempi della consolazione da parte del Signore e così Egli vi mandi Colui che aveva destinato come Cristo, cioè Gesù” (Atti 3.19,20). Non si può passare per la porta stretta senza conversione, è questa che determina il perdono di Dio perché costituisce l’unica firma che possiamo porre sul nostro contratto di salvezza. Gesù diede una rivelazione piena e totale di quanto stiamo meditando con queste parole: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10.9). Lui è la porta, perfetto garante del nostro futuro perché risorto, vincendo la morte che tocca a tutti gli uomini perché tutti si portano dietro il peccato dei loro progenitori. Entrare “attraverso” significa credere in Lui non solo come personaggio storico, ma come unica alternativa, base su cui costruire, riferirsi, come persona che assiste e veglia sul cammino che viene intrapreso. Certo, come Lui disse, per essere salvati, altrimenti ogni cosa sarebbe inutile. Chi studia la mente umana sa benissimo che la mancanza di un progetto è alla base e sintomo della depressione e di malattie che progrediscono col passare del tempo e, senza la salvezza come futuro certo e il conseguente cammino verso di lei, anche la vita di chi crede rischia di essere prima sterile e poi malata. E quando un progetto umano crolla, se la persona ha riversato in quello e su quello tutte le proprie energie, il corto circuito nella mente è inevitabile e viene descritto coi termini “pianto e stridore di denti” quando si parla dei perduti che, appunto, scopriranno troppo tardi che tutto quanto avranno fatto in vita non sarà servito a nulla. Perché la perdizione ha due aspetti, il primo è quello dell’anima come punto di arrivo estremo causato dal rifiuto costante della grazia, ma il secondo, quello che si vede subito, è la mancanza di uno scopo, dell’uomo o donna che diventano dei vuoti a perdere pur vivendo. E ancora ci aiutano i Proverbi dove, in 16.25, leggiamo “C’è una vita che sembra dritta per l’uomo, ma alla fine conduce su sentieri di morte”. “Alla fine”, quando è troppo tardi per tornare indietro, “alla fine” come risultato, “salario delle proprie fatiche” perché, comunque, camminare costa energie in ogni caso, sia che si percorra una strada in salita, sia che sia comoda e pianeggiante.

Torniamo però ai nostri testi: avuta la salvezza, vediamo due verbi, “entrare” e “uscire”, strettamente collegati al “trovare pascolo” che hanno connessione con la vita delle pecore sotto il “buon pastore” che non fa mancare loro nulla e per loro dà la sua vita. Le pecore di Gesù non vengono tenute solo nell’ovile, ma vengono da lui condotte come nel Salmo 22, spesso usato a sproposito e in modo quasi scaramantico nei funerali, quando spesso si vorrebbe che la Parola di Dio intervenisse, ma è troppo tardi: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me”. Queste parole, lette in alcune cerimonie un’infinità di volte, hanno finito per diventare una specie di modo di dire, ma ci si dimentica che sono state scritte da chi ha sperimentato veramente su di sé quella realtà.

Entrate per la porta stretta” è un’esortazione che comporta un percorso a tappe, fatto di riflessione per chi l’ascolta perché non è qualcosa che può essere affrontato alla leggera trattandosi di scegliere se seguire Gesù o meno. Se il Vangelo si basa sul verso “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato”, è indubbio che un aspetto fondamentale della dottrina cristiana si basi sul comportamento dell’uomo o della donna che hanno creduto come confacente alla fede che professa; viceversa avremmo superficialità approssimazione, errore. E qui ci viene in aiuto l’evangelista Luca che, riportando la frase di Gesù che stiamo esaminando, la scrive in modo leggermente diverso: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non vi riusciranno” (Luca 13.24). Qui, a differenza di Matteo, c’è l’idea di uno sforzo visto nello spogliarsi di ciò che non serve perché ostacola il passaggio, contrapposto al “cercare di entrare” da parte di molti: sono quelli che, sentito il messaggio evangelico, lo apprezzano teoricamente, ma lo vorrebbero adattare al loro impianto mentale, alle loro convinzioni, ai loro egoismi, a quel buonismo che tanto li fa apparire “giusti di fronte agli uomini”; da qui originano i tragici tentativi per entrare, pari a quelli dell’invitato alle nozze senza il vestito, o del giovane ricco che aveva osservato fin da bambino i precetti della Legge ma che non volle seguire Gesù, o delle vergini stolte che avevano portato le lampade, ma non l’olio necessario.

Qui ci si ricollega anche alle parole di Gesù a Nicodemo quando gli disse che “Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3.3,5), ma ancora di più, per noi che viviamo tempi cronologicamente e umanamente lontani dall’anno in cui Nostro Signore visse ed operò sulla terra, vale la descrizione sulla condotta cristiana che l’apostolo Paolo descrisse ai Colossesi e che accenniamo brevemente: “Se dunque siete risorti con Cristo– la professione di fede che ogni fratello o sorella ha fatto un giorno – cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio. Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Ecco, il pensiero, dono che ha l’uomo e che gli ha permesso di arrivare a scoperte avanzate in ogni campo, va indirizzato verso l’alto, “dove è Cristo”, quindi in un luogo preciso cui solo lo Spirito può condurre un cuore rinnovato. “Voi infatti siete morti– al peccato e al mondo – e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio– perché ancora non siamo con Loro -. Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato– col Suo ritorno -, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”. Ebbene a questo punto, se tutto quanto esposto fin’ora si è davvero verificato nella mente e nel cuore del credente, ecco rivelato l’impegno inevitabile perché, come diceva un fratello, “il cristiano è al tempo stesso sacerdote e vittima”: “Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra – di cui siamo fatti -: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è l’idolatria– cioè avere falsi miti come riferimento -; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi– ecco perché dobbiamo stare attenti a giudicare il nostro prossimo -. Ora invece gettate via tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri– la reciprocità nella carne che rende gli uomini simili -: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, a immagine di Colui che lo ha creato” (Colossesi 3.1-10).

Ecco, qui Paolo sintetizza il cammino, ricordando a chi è passato per la porta stretta che, se da un lato ha fatto bene ed è stato fautore di una scelta di cui non si pentirà “quando Cristo sarà manifestato” ma non solo, ha ancora tanto lavoro da fare visto nel far morire ciò che appartiene alla terra. Guai a pensare che, fattolo una volta, sia per sempre: il peccato infatti, non come condizione di base, ma come strumento di Satana per far cadere e compromettere la comunione col Signore, è sempre lì come possibilità di scelta: “Se non agisci bene, giace alla porta, verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai” (Genesi 4.7). Quante migliaia di anni separano questo verso dallo scritto paolino che abbiamo ricordato? Tanti, ma l’uomo è sempre lo stesso. “Entrare per la porta stretta”, allora equivale non solo credere nella morte e risurrezione di Cristo per i nostri peccati, ma anche accettare accogliendo questa conoscenza e metterla in pratica quotidianamente, come altrettanto quotidianamente salirà la richiesta al Padre di rimetterci i nostri debiti. E di rimetterli ai nostri debitori. Amen.

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05.48 – QUESTA È LA LEGGE E I PROFETI (Matteo 7.12)

05.48 – La Legge e i Profeti (Matteo 7.12)

12Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti”.

Personalmente trovo questo verso, così chiaro, parente stretto di quello che dice “con il giudizio col quale giudicate, sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi” (Matteo 7.2): se infatti ogni uomo tende a giudicare gli altri, ma non se stesso, allo stesso modo sa come vorrebbe essere trattato, ma così non agisce verso il suo prossimo. Sono contraddizioni, o forse difese, o ancora regole che il mondo ha stabilito per sopravvivere come se Dio non esistesse. Al limite, i più buoni hanno stravolto il senso delle parole che abbiamo letto trasformandolo nell’adagio “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, come riassunto del messaggio evangelico, molto più comodo e altrettanto meno impegnativo.

Il verso 12 ha un’importanza particolare: scritto in maniera identica da Matteo e Luca, è rivolto in modo specifico alla maggioranza degli ebrei che osservavano la legge morale e cerimoniale e trascuravano il principio dell’amore per il loro prossimo vanificando così la posizione che avrebbero voluto avere davanti a Dio. Più volte abbiamo parlato dei danni prodotti della religione fine a se stessa e spiegato quel “voglio misericordia e non sacrificio” più volte ricordato dai profeti. Citando Levitico 19.18 “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso”, vediamo che “il tuo prossimo” sono “i figli del tuo popolo” e non le genti che vivevano, o avrebbero vissuto, nei territori limitrofi: Israele era il popolo eletto così come oggi lo è la Chiesa i cui componenti rischiano di vanificare la loro partecipazione alle adunanze e la loro testimonianza quando fanno attenzione ad osservare – ad esempio – i “dieci comandamenti” e poi non pensano che “chi ama l’altro ha adempiuto la legge” (Romani 13.10).

Addirittura l’amore può essere spento e soffocato quando si agisce per essere a posto con la propria coscienza e non perché il nostro sentire spirituale ci porta ad agire: “Lo scopo del comando è però la carità, che nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Deviando da questa linea alcuni si sono perduti in discorsi senza senso, pretendendo di essere dottori della Legge, mentre non capiscono né quello che dicono, né ciò di cui sono tanto sicuri” (1 Timoteo 5-7). Guardando a queste parole, vediamo che il comandamento esiste per un motivo e non è un ordine dato senza possibilità di essere discusso come può avvenire in ambito militare; ogni comandamento viene dato con lo scopo che l’uomo possa chiedersi il perché, usare la propria intelligenza per capire che, in realtà, è un “pedagogo verso Cristo, perché fossimo giudicati per la fede” (Galati 3.24). Gesù sapeva benissimo che le persone alle quali parlava ed insegnava erano sotto la Legge, dispensazione temporanea nell’attesa “della fede che doveva essere rivelata” (Ibid., v.23), per cui aveva l’autorità per dichiarare in cosa consistessero in realtà Legge e Profeti.

Teniamo presente le parole del verso 12 e riflettiamo su ciò che Lui ha fatto: con la Sua morte e resurrezione ha aperto la dispensazione della Grazia dandoci una prospettiva. È andato al di là del principio del fare agli altri quello che vorremmo ci fosse fatto perché nessuno avrebbe mai pensato né ad una porta aperta verso il cielo, né tantomeno di venire invitato ad entrarvi. È il Dio che si identifica nella creatura a tal punto da dare se stesso per lei. È il Dio che, nonostante il peccato, ha fatto sì che questo fosse vinto e lo ha fatto, una volta avvenuto, in modo tale che esattamente come in Eden l’uomo potesse scegliere: se Adamo avrebbe potuto vivere l’eternità non cibandosi del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo che vive nella dispensazione della Grazia può entrare in essa accettando Gesù Cristo come il suo unico salvatore e quindi vivendo in modo adeguato alla sua fede in Lui. È una scelta, allora come oggi, ed è un cammino. È triste constatare, guardando al percorso fatto dai due popoli nelle due dispensazioni, Israele e la Chiesa, come entrambi abbiano fallito nella testimonianza, salvo rari casi. Questo è successo, e succede sempre, ogni volta che anteponiamo noi stessi a Dio e vogliamo conservare quello che rimane della nostra natura.

Per molto tempo ho sentito dire che chi ha creduto in Cristo non ha bisogno di fare nulla perché è stato già trasformato dalla Grazia, ma il verso “se uno è in Cristo è una nuova creatura” si riferisce al risultato della fede della persona e non al fatto che viene catapultato in una sorta di Eden e in uno spazio spirituale nuovo a prescindere dove ogni cosa è bella e tutto è pace. La presenza o l’assenza dell’amore verso i fratelli è indice di salute o di una grave febbre spirituale, come scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera. Lì infatti leggiamo: “Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio– che si trova nella Legge data da Dio a Mosè e da lui al popolo -. Il comandamento antico è la parola che avete udito– quindi la Legge e i Profeti -. Eppure vi scrivo un comandamento nuovo– nel senso di rivelazione -, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e in lui già appare la luce vera. Chi dice di essere nella luce e odia il suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama il suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui alcuna occasione d’inciampo. Ma chi odia il suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (2.7-11).

Ora questa lettera è stata scritta non a persone da evangelizzare, ma a dei pagani convertiti al cristianesimo nell’Asia minore, quindi a dei salvati o presunti tali. Con le parole che abbiamo letto Giovanni non vuole escluderli dalla comunione con corpo e il sangue di Cristo, ma intende farli riflettere sulla posizione che hanno; in sintesi, non possiamo dirci nella luce se in noi manca l’amore per il prossimo, cioè per il fratello prima di tutto. E in questo tutti sono chiamati in causa, dai conduttori (o Anziani, o Pastori, o Sacerdoti a seconda della denominazione) a chi dichiara di aver creduto perché tutti, una volta ricevuto il battesimo consapevole, sono responsabili gli uni degli altri. Perché essere credenti comporta proprio il progressivo svuotamento di sé per arrivare al discernimento di ciò che è davvero necessario al nostro sostentamento, materiale e spirituale. Un giorno un fratello scrisse “Il risultato è proporzionale alla nostra autentica resa. Maggiore è la finzione, l’ipocrita recitazione di un ruolo, maggiore è la distanza da Cristo e dalla Croce”. Sembra, e lo è, l’enunciato di una legge fisica. Una fisica spirituale. Ecco perché le invettive di Gesù riguardarono sempre non i peccatori, le prostitute, i pubblicani e via dicendo, ma gli Scribi e i Farisei che, nonostante avessero gli strumenti per capire, si guardavano bene dal farlo perché avrebbero dovuto mettere in discussione tutta la loro vita, ravvedendosi.

Affrontando il nostro verso vediamo che quel “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi” non richieda una grande intelligenza per essere compreso. Lo sappiamo già. Quel “tutto quanto” sono quelle “cose buone” che riusciamo a dare in quanto “malvagi”e che ora possono essere veramente “buone” in quanto date, fatte, da figli di Dio in possesso dello Spirito. Impossibile barare, saremmo come quelli che, di fronte al povero, gli dicono “vai in pace” e non gli danno di che sostenersi, non si prendono cura di lui, non fanno proprio il suo caso. Il mondo dominato dal peccato con uomini agli antipodi da Dio lo rileviamo nel rapporto di Oxfam diffuso alla vigilia del Forum economico di Davos nel 2017 in cui viene detto che otto miliardari posseggono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone.

Non è facile l’esercizio della pietà in un mondo di persone che scelgono volutamente di vivere di espedienti e spesso sono ricattatori morali di professione: occorre cercare, occorre vedere, serve il discernimento spirituale, la necessità di fare del bene mirato e non generalizzato, perché il dono arricchisca chi lo fa e chi lo riceve. Ricordiamo le parole di Giacomo: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?” (2.15,16).

Anche voi fatelo a loro”: quell’ “anche” determina l’assoluta identità reciproca, dev’essere una norma, un’inevitabile, insopprimibile gesto che sta a significare l’avvenuta comprensione del principio in base al quale chi è stato salvato da Dio non può non venire aiutato, il mettersi al suo posto.

Il “Voi” e “loro” di questo verso non sono soltanto dei pronomi, ma indicano due aree di competenza, due zone che da sempre sono distinte perché da sempre “io – noi”, “tu – voi”, “lui – loro” sono usati per dividere, distinguere, mettere in chiaro aree, competenze, territori che non possono essere invasi, ma che qui non esistono più. Perché il “voi” si fonde nel “loro”, forma un tutt’uno per quanto l’individuo in quanto tale rimanga sempre; si tratta di un raccordo alle parole dell’apostolo Paolo che scrisse “…non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2.20).

Possiamo concludere questa riflessione citando un episodio celebre, che sempre Matteo riporta, in cui un Dottore della Legge fu scelto dai Farisei per porre una domanda trabocchetto a Gesù su quale fosse il comandamento più importante della Legge. Non erano tanto i dieci quelli a cui quel Dottore alludeva, ma i 613 dei quali 248 positivi (“farai”) e 365 negativi (“non farai”). La risposta fu “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (22-36-40).

L’amore però non è un qualcosa che può suscitarsi a comando, nessuno può amare qualcuno perché gli viene detto di farlo, ma è un sentimento possibile solo quando esiste un rapporto di conoscenza e tanto più questo è stretto, tanto più questo è grande. E l’amore vero consiste nell’annullarsi nell’altro, è fidarsi, è sentirsi al sicuro, protetti, utilizzando chiaramente intelligenza e discernimento. Si può amare Dio, e lo si ama, quando si è da Lui trovati e ci si scopre onorati e colmi di gratitudine per questo. E crescendo nell’amore per lui, è inevitabile trovarsi con coloro che hanno ricevuto le medesime attenzioni. Ecco perché i due comandamenti formano un tutt’uno, ecco perché il secondo, che per questa nostra riflessione Gesù riassume con le parole “questa infatti è la legge e i profeti”, è il più grande, conduce a Cristo e da Lui proviene. Amen.

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05.47- CHIEDETE E VI SARÀ DATO (Matteo 7.7-11)

05.47 – Chiedete e vi sarà dato (Matteo 7.7-11)

 

7Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 8Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 9Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!”.

 

Con questo invito Gesù torna all’insegnamento sulla preghiera, anche se vista in modo diverso da quello esposto sul Padre Nostro al capitolo quinto. Stupisce nei versi che abbiamo letto la distanza intercorrente tra i due atteggiamenti e al tempo stesso l’identità dei rapporti: chi chiede ottiene, chi cerca trova, a chi bussa viene aperto proprio in virtù della relazione figlio – padre che si instaura: “A quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Giovanni 1.12), verso che da un lato esprime l’universalità della condizione e dall’altro circoscrive la qualifica ricevuta; non tutti gli uomini sono figli di Dio, non tutti gli uomini sono fratelli.

L’apostolo Paolo approfondirà il concetto scrivendo “Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Galati 4.7), realtà che esclude un rapporto a termine, ma ha una prospettiva di eternità: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e famigliari di Dio” (Efesi 2.19). È importante soffermarsi su questi principi, perché determinano lo stato di “nuova creatura” in cui si trova chi ha creduto accettando Gesù nella propria vita, venendo cancellato il proprio passato proprio alla luce della nuova dignità ricevuta: “Un tempo, per la vostra ignoranza di Dio – perché non lo conoscevamo – voi eravate sottomessi a divinità che in realtà non lo sono – divinità presunte o create da noi, come il denaro e tutti gli altri falsi miti –. Ora che invece avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti – proprio per il rapporto nuovo che si è venuto a creare –, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?” (Galati 4.8,9).

Con questi versi l’apostolo Paolo ricorda almeno due importanti verità: primo, la condizione di estraneità alla realtà di Dio per l’ignoranza in cui vivevamo e, secondo, la necessità di perseverare nella nuova vita ricevuta rimanendo con la mente uniti alla Verità. Si tratta di un metodo che molti nelle chiese della Galazia avevano smesso di perseguire tornando a “quei deboli e miserabili elementi” di cui un tempo erano servi, influenzati dal giudaismo e da quanti volevano mettere sullo stesso piano Legge e Grazia.

Ho tratteggiato questo piccolo quadro per sottolineare che le tre azioni descritte da Gesù al verso settimo, “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”, sono al tempo stesso un invito e una norma di relazione con promessa; impossibile non ottenere chiedendo, non trovare cercando, che non ci venga aperta la porta qualora noi bussiamo a quella della Grazia: non siamo stranieri né ospiti, come abbiamo letto, ed è soprattutto quel cercare e trovare che ci ricorda quando noi, alla ricerca di una ragione di vita o consapevoli dell’inquietudine derivante dalla presa d’atto che nulla di quanto ci circondava poteva saziarci, ci siamo messi alla ricerca di una ragione superiore chiedendo a quel Dio che non conoscevamo, di rivelarsi. E qui ciascun credente potrebbe narrare la sua esperienza e la scoprirebbe diversa da quella del proprio fratello, o sorella. Personalmente amo ricordare quel passo di Isaia che dice “Cercate il Signore mentre lo si può trovare, invocatelo mentre è vicino” (Isaia 55.6), oppure la verità stabilita in Salmo 145.18 “Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”. Perché? Perché anche oggi, nonostante i tempi moralmente difficili, esiste chi lo cerca con quella sincerità che esclude doppi fini. Si cerca il Signore perché non si hanno alternative, perché viene in momento in cui scopriamo di essere soli nonostante amici, compagne, fidanzate o mogli, perché la sazietà non può venire dal nostro simile, né da quanto il mondo può offrire.

Dobbiamo sempre considerare che la folla presente sul pianoro del monte aveva tutti gli elementi per non considerarlo uno dei tanti predicatori che saltuariamente comparivano in quella regione; Luca infatti, al quale dedicheremo qualche riflessione una volta concluse quelle su Matteo, inquadra l’ambiente con parole illuminanti: “C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle sue malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti” (Luca 6.17,18). E Luca era medico. E chi era presente aveva dovuto fare della strada, anche molta, per trovare Gesù. Aveva dovuto cercarlo. Aveva dovuto iniziare un percorso per uno scopo, per vedere se effettivamente quell’uomo che parlava di Dio con autorità e faceva miracoli avrebbe potuto fare qualcosa per loro individualmente.

Ecco allora che le promesse delle tre azioni contenute nell’invito di Gesù sono a largo raggio e coinvolgono tutti quelli che si pongono delle domande e insistono fino a quando non hanno ottenuto delle risposte, fino a quando non hanno trovato. Esattamente come tutti quegli uomini e donne che, nell’episodio descritto da Matteo e Luca, erano presenti dopo aver tanto camminato ed aver fatto la fatica di salire su quel monte. Certo, tutta la Bibbia narra di uomini che hanno avuto questa esperienza, hanno cercato e trovato ma, anche, sono stati trovati perché scelti, eletti come Saulo di Tarso che così spesso citiamo. Su tutto, però, si elevano le parole di Proverbi 8.17 in cui leggiamo “Io amo quelli che mi amano, e quelli che mi cercano mi trovano”. Gesù non poteva non lasciarsi trovare e, guarendo, dimostrare andare ben oltre il fatto di essere un bravo filosofo o un buon parlatore.

È però necessario soffermarci sulla prima promessa, “chiedete e vi sarà dato”, perché ho notato che spesso si tende a confonderla e ad usarla ingenuamente, infantilmente, come un ricatto: in pratica, chiedere a Dio per noi stessi aggrappandoci al testo letterale senza riflettere sulla portata di quanto domandiamo, della serie “hai promesso, adesso mi dai”. Allora si scambia la fede con l’autoconvincimento, forti ad esempio del testo che recita “Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete” (Matteo 21.22) oppure Marco 11.24 “Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà”. Altri, quasi scaramanticamente, concludono le loro preghiere pubbliche “Nel nome di Gesù” perché così è stato scritto e Lui stesso lo ha raccomandato dicendo “E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Giovanni 16.23,24).

Chiedere qualcosa “nel nome” di Gesù però non significa usare il suo Nome quasi fosse una formula magica, ma proporre una preghiera che abbia in Cristo il suo Amen, cioè risponda al Suo e al nostro essere. È un esame perché il Nome, come sappiamo, non può essere detto invano. Ecco, qui cominciamo a intravedere il senso della promessa “chiedete e vi sarà dato”; quando infatti Nostro Signore si trovò a spiegare ai discepoli il loro ruolo e condizione nella storia, disse “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda” (Giovanni 15.16). Il verso successivo poi, è illuminante: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. Qui sta la promessa, la preghiera, l’esistenza cristiana, senza sminuire le preghiere che vengono rivolte al Padre per avere l’aiuto, il soccorso anche materiale. Non mi stancherò mai di ricordare l’esempio di Salomone, premiato da Dio con la sapienza e la regalità perché gliela chiese al posto di onori e ricchezze nonostante, essendo giovane, fosse sicuramente sensibile ad esse. Ecco perché dovremmo chiedere al Padre l’intelligenza e il discernimento prima di qualsiasi altra cosa, rendendoci docili al suo insegnamento. Giacomo, “fratello del signore” scrive “Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare, mossa e agitata dal vento. Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore: è un indeciso, instabile in tutte le sue azioni” (Giacomo 1.5). La fede quindi non è autoconvincimento o determinazione, ma il semplice sapere che ci rivolgiamo a Colui che può. È una scelta, la stessa che fecero tutti coloro che, nel Vangelo, si rivolsero a Gesù per guarire. La fede è consapevolezza, la gioia di sapere che quanto chiediamo viene valutato da Dio che, conoscendoci a differenza nostra, ci dà quello di cui abbiamo bisogno e non ciò che crediamo sia importante per noi. Chi esita, come abbiamo letto, non è chi ha timore di non ricevere, ma chi ora chiede e ora si ritrae, chi prega tanto per farlo e sa già in partenza che, eventualmente ottenendo, non saprebbe cosa farsene perché non ha prospettive. Ecco perché Giacomo scrive “Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore”.

Ai versi 9 e 10 Gesù fa riflettere sulla relazione padre – figlio nel mondo naturale: nessun genitore darebbe una pietra a un figlio che gli chiede del pane, o una serpe al posto di un pesce (Luca scrive “O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?”), nonostante sia “malvagio”, cioè “non buono” secondo le aspettative di Dio che, parlando dopo il giudizio del diluvio, disse “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto” (Genesi 8.21). Allora Gesù invita i suoi uditori a riflettere sul fatto che, se l’uomo nonostante la sua impurità interiore è in grado di provvedere dando “buone cose” ai propri figli, Dio che è perfetto potrà andare ben oltre. Rileggendo il testo, “Se vuoi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliene chiedono”.

Cose buone” provengono da un padre umano imperfetto per il sostentamento dei figli, “Cose buone” provengono dal Padre perfetto che è nei cieli. Luca va più nello specifico e scrive “Quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono” nel senso dei doni, delle rivelazioni, illuminazioni, di tutto ciò che serve ad orientamento in una terra che non è nostra e nella quale ogni vero cristiano non può che trovarsi a disagio, talvolta anche profondo. Ed è poi da sottolineare che anche qui si ritorna all’inizio della nostra lettura, del “chiedere e ricevere” perché il Padre dà in dono le “cose buone” quando gli vengono richieste: a una richiesta di chi è figlio corrisponde un “dare” perfetto, cioè secondo le nostre capacità, possibilità che abbiamo di gestire quanto ci viene donato. Infatti: “E questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, Egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da Lui quanto abbiamo chiesto” (1 Giovanni 5.14). È questa una certezza che abbiamo e che ci aiuta di molto a vivere nel deserto affollato e rumoroso che è la terra. Amen.

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05.46 – CANI E PORCI (Matteo 7.6)

05.47 – Cani e porci (Matteo 7.6)

 

6Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi”.

 

“Cani e porci” è un detto popolare usato per indicare la presenza delle persone più disparate in un determinato contesto e affonda le sue origini in questo passo, anche se stravolgendone il significato: con l’esortazione qui contenuta Gesù intende riferirsi ad una categoria specifica di persone, non generalizzando come fanno molti che ritengono “cani” e “porci” tutti quanti non la pensano come loro da un punto di vista religioso.

Il cane e il maiale erano secondo la Legge, e quindi al tempo di Nostro Signore, animali considerati impuri al pari di altri, ma a differenza – ad esempio – di un coniglio, vivevano una realtà diversa: alcuni cani erano tenuti nelle case (pensiamo alla parabola del ricco e Lazzaro e le parole di Gesù alla donna sirofenicia), altri venivano allevati per la caccia o perché rappresentavano un valido aiuto ai pastori, ma per lo più, quando si parlava negativamente di loro, li si associava a quelli selvatici, che vivevano in branco presso i depositi di spazzatura fuori dalle mura delle città, spesso feroci e pericolosi. Il cane, anche oggi, a differenza del gatto non può andare libero nei centri abitati e, se in branco, può aggredire e uccidere, per non citare alcune razze suscettibili a moti incontrollabili di aggressività che spesso si concludono tragicamente anche perché affidati a proprietari che non fanno prevenzione e controllo su di loro. Il cane non era trattato come da noi oggi, ma con una distanza che impediva una sua “umanizzazione” sia perché animale, sia perché impuro, cioè non ci si poteva cibare della sua carne. Ritenuto imprevedibile come tutti gli esseri non dotati di ragione, pericoloso nonostante le eccezioni, è figura dell’impurità abbinata al disordine morale, all’irrazionalità e alla violenza; ricordiamo le parole del Gesù glorificato in Apocalisse 22.15 “Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna”. In questo verso vediamo che i “cani” sono i primi a venire cacciati fuori dalla Città di Dio: sono quelli che non hanno dignità, quel rimasuglio impuro e immondo che non sono maghi, cioè coloro che incantano e distolgono l’attenzione che dovrebbe essere indirizzata verso Dio. Non sono immorali, cioè privi di quel senso che naturalmente guida la coscienza nell’uomo ed è in lui presente a prescindere dal fatto che creda o meno. Non sono neppure omicidi o idolatri, cioè chi serve altri (potere, ricchezze, condizione sociale eccetera) come se fosse Dio. Il cane, poi, sbrana e l’oltraggio più grande in tal senso lo ricevette Iezebel, le cui vicende sono narrate nel primo libro dei Re: Moglie di Akhab re d’Israele, favorì il culto di Baal mantenendo 450 suoi profeti e cercando di sterminare quelli di Dio, su di lei si abbatté il giudizio anticipato da Elia: “I cani divoreranno la carne di Izebel(…) e il cadavere di Izebel sarà(…) come letame sulla superficie del suolo, in modo che non si potrà dire «Questa è Izebel». Così avvenne: ““Egli disse: «Buttatela giù!» Quelli la buttarono; e il suo sangue schizzò contro il muro e contro i cavalli. Ieu le passò sopra, calpestandola; poi entrò, mangiò e bevve, quindi disse: «Andate a vedere quella maledetta donna e sotterratela, poiché è figlia di un re». Andarono dunque per sotterrarla, ma non trovarono di lei altro che il cranio, i piedi e le mani. E tornarono a riferir la cosa a Ieu, il quale disse: «Questa è la parola del SIGNORE pronunciata per mezzo del suo servo Elia il Tisbita, quando disse: “I cani divoreranno la carne di Izebel nel campo d’Izreel; e il cadavere di Izebel sarà, nel campo d’Izreel, come letame sulla superficie del suolo, in modo che non si potrà dire: ‘Questa è Izebel'”»(2 Re 9:33-37).

Il cane è anche sinonimo di falsità e quando in Filippesi 3.2 andiamo alle raccomandazioni dell’apostolo Paolo, leggiamo “Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare”, cioè l’esortazione è diffidare ancora una volta dei profani e impuri. “Quelli che si fanno mutilare” è poi un riferimento a coloro che portavano avanti la circoncisione come requisito per appartenere al popolo di Dio e guardavano ancora con disprezzo chi non era circonciso.

Il maiale, invece, considerato impuro come il cane, era più sinonimo di sporcizia e degradazione. Non lo si trovava certo nelle case, ma in branco, non venendo allevato. Vero è che abbiamo l’episodio dell’indemoniato di Gadara in cui sono citate persone che pascolavano i porci, ma era un territorio dalla popolazione mista, non appartenente a Israele; piuttosto, si può citare la parabola del figliol prodigo, che capisce il suo errore e a quale livello di bassezza era arrivato nel momento in cui fu mandato a pascolare i porci e avrebbe voluto saziarsi con le carrube che quelli mangiavano (Luca 15.15,16). Si può ricordare il detto di Proverbi 11.2 “Una bella donna a cui manca la discrezione è come un anello d’oro nel muso di un porco”, che rappresenta l’assurdo, l’inutilità, contrasto e svilimento assieme. Anche il profeta Isaia impiega questi animali per sottolineare l’ipocrisia di chi è religioso solo esteriormente: “Così dice il Signore: «Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa mi potreste costruire? In quale luogo potrei fissare la mia dimora? Tutte queste cose ha fatto la mia mano ed esse sono mie – oracolo del Signore –. Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola. Uno sacrifica un giovenco e poi uccide un uomo. Uno immola una pecora e poi strozza un cane. Uno presenta un’offerta e poi sangue di porco. Uno brucia incenso e poi venera l’iniquità. Costoro hanno scelto le loro vie, essi si dilettano dei loro abomini; anch’io sceglierò la loro sventura e farò piombare su di loro ciò che temono»” (Isaia 66.1-4). Le due facce dell’ipocrita sono l’opposto dell’umile, di chi ha lo spirito contrito e di chi trema alla Parola del Signore, tutti e tre comportamenti che provengono dall’acquisizione del principio di ciò che siamo realmente.

Ebbene, Gesù con il verso oggetto di meditazione parla di non dare “ciò che è santo ai cani”, esempio immediatamente compreso dai suoi uditori perché si rifà ai sacerdoti, cui spettava ciò che rimaneva dei sacrifici; leggiamo in Numeri 18.8-10 “Il Signore parlò ancora ad Aaronne: «Ecco, io ti do il diritto su tutto ciò che si preleva per me, cioè su tutte le cose consacrate dagli israeliti; le do a te e ai tuoi figli, a motivo della tua unzione, per legge perenne. Questo ti apparterrà fra le cose santissime, fra le loro offerte destinate al fuoco: ogni oblazione, ogni sacrificio per il peccato e ogni sacrificio di riparazione che mi presenteranno; sono tutte cose santissime che apparterranno a te e ai tuoi figli. Le mangerai in un luogo santissimo; ne mangerà ogni maschio. Le tratterai come cose sante”. Ricordiamo quando Davide mangiò i pani di presentazione, episodio ricordato in un altro studio: “Il sacerdote– Achimelec – gli diede il pane sacro perché non c’era altro pane che quello dell’offerta, ritirato dalla presenza del Signore, per mettervi pane fresco nel giorno in cui quello veniva tolto” (1 Samuele 21.7), non fu un gesto che sicuramente rientrò nel caso qui proposto da Gesù.

“Dare ciò che è santo ai cani”, allora, significa per un credente sapersi fermare nella sua testimonianza e valutare attentamente le persone a cui questa si indirizza. Del resto le istruzioni di Gesù ai dodici prima di inviarli a predicare, furono molto chiare: “In qualunque città o villaggio entrate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa, ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sodoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città” (Matteo 10.11-15). Sono parole importanti: c’è una pace che scende se accolta e torna se rifiutata, un rimanere di chi annuncia la parola o un allontanamento, un dono di salvezza o un sigillo a giudizio.

E la stessa cosa vale per il saggio e lo stolto: “Chi corregge lo spavaldo ne riceve disprezzo e chi riprende il malvagio ne riceve oltraggio. Non rimproverare lo spavaldo per non farti odiare; rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio, ed egli diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere” (Proverbi 9.7.9).

Se ciò che è santo si riferisce alla dottrina e ai misteri di Dio rivelati, le “perle” rappresentano la saggezza ad essa collegata. La perla, per come viene prodotta da alcuni molluschi, è anche figura della sofferenza e dello sforzo personale di chi vuol rimanere unito a Lui, con Lui camminare e vivere. Preziosa e rara, ha connessione con la “Sapienza” cui sono dedicati i primi capitoli del libro dei Proverbi, “Albero di vita per chi l’afferra, fonte di beatitudine per chi ad essa si stringe” (3.18). La Sapienza a sua volta altri non è che la figura di Gesù Cristo, ed è scritto che “ha più pregio delle perle” (3.15) e Giobbe disse “Coralli e perle non meritano menzione: l’acquisto della sapienza non si fa con le gemme” (28.18).

Al non dare ciò che è santo ai cani si accompagna la proibizione di dare le “nostre perle” ai porci, quindi abbiamo una fonte, cioè che appunto è santo, e una sua conseguenza vista nel risultato della vicinanza ad essa. Del resto fu detto “Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Giovanni 7.38).

Ciò che è santo ai cani e perle ai porci sono quattro elementi simili tra loro (in coppia, vale a dire ciò che è santo con le perle e i cani con i porci), ma assolutamente opposti ai quali non è consentito incontrarsi pena il catastrofico risultato di un calpestio oltraggioso e poi dello sbranamento, che troviamo figurativamente descritto nella parabola delle nozze quando, di fronte agli inviti del Re, “Non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero” (Matteo 22.5-6). Si noti poi che il nostro verso riporta il “calpestio” e il “voltarsi per sbranare” come azione inevitabile, in linea col carattere dell’animale. Il calpestare è indice di disprezzo. Calpestando una cosa la si affonda fino a farla scomparire e qui suonano – o dovrebbero suonare per molti anche oggi – degne di seria preoccupazione le parole dell’Autore alla leggera agli Ebrei: “Quando uno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? Conosciamo infatti colui che ha detto «A me la vendetta! Io darò la retribuzione!». E ancora: «Il Signore giudicherà il suo popolo». È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!” (10.26-31).

Tornando al nostro verso, Gesù invita chi crede in Lui ad esercitare giudizio e discernimento: non suggerisce ai suoi uditori il silenzio né proibisce di parlare a chiunque, ma specificamente ai cani e ai porci, esseri ben precisi figura di altrettanti, uomini e donne, aventi il loro stesso carattere e pericolosità.

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05.45 – NON GIUDICATE PER NON ESSERE GIUDICATI (Matteo 7.1-5)

05.45 – Non giudicare per non essere giudicati (Matteo 7.1-5)

 

1Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio col quale giudicate sarete giudicati voi 2e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 3Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo? 4O come dirai al tuo fratello «Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio», mentre nel tuo c’è la trave? 5Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.

 

Quello del giudicare è un tema su cui Nostro Signore ha più volte accennato nel sermone sul monte, illustrando il rapporto molto stretto che intercorre tra il metro che l’uomo usa per valutare e trattare il prossimo e quello che il Padre ha, di riflesso, nei confronti di chi agisce in tal senso. “Non giudicate per non essere giudicati” oppure, come afferma Luca nel parallelo, “non condannate e non sarete condannati” (Luca 6.37). I versi che abbiamo letto da 3 a 5, poi, illustrano un modo di fare purtroppo istintivo in ciascuno di noi e non a caso Esopo, scrittore e favolista greco vissuto nel 500 a.C., affermò che Giove avesse stabilito che ogni uomo portasse addosso due bisacce, una davanti e una dietro, la prima riempita di tutti i difetti, errori e vizi degli altri uomini e la seconda di tutte le qualità negative del portatore. Ora, essendo per impossibile guardare nella borsa portata di spalle, cioè quella contenenti i propri difetti, gli uomini erano portati a scrutare in quella che avevano davanti, quella contenente le mancanze e le deficienze degli altri. Così una caratteristica della nostra natura è quella di essere sempre pronti a criticare ogni minimo errore altrui, ma tenendosi accuratamente lontani dal valutare i propri.

Nel passo in esame però, Gesù non vuole parlare di un’usanza purtroppo frequente, ma delle conseguenze che l’azione del giudizio comporta sotto l’aspetto dell’universalità del peccato. Mi spiego meglio:  queste parole sono rivolte a tutti indipendentemente dal fatto che credano in Lui o meno perché il giudicare gli altri è un’azione che purtroppo viene istintiva per cui Nostro Signore attacca il metodo, denuncia un costume dando al tempo stesso un avvertimento. Quello che leggiamo nei versi di Matteo è importante a tal punto da spingere l’apostolo Paolo a trattare nella sua lettera ai Romani lo stesso argomento; alla fine del capitolo primo parla della corruzione del costumi insita nel paganesimo, ma all’inizio del secondo irrompe con un preciso avvertimento rivolto a chi si reputa migliore di loro: “O uomo, chiunque tu sia che giudichi, non sei scusabile perché, giudicando gli altri, tu condanni te stesso perché, pur giudicando, fai le stesse cose.(…) E credi che, giudicando quelli che fanno ciò che tu fai, potrai scampare dal giudizio di Dio?” (2.1,3). Ecco allora che tanto Gesù quanto Paolo non fanno riferimento al giudizio che viene espresso nei tribunali, o nella Chiesa che dovrebbe essere governata da persone mature e in grado di distinguere il bene dal male, ma proprio a quell’atteggiamento che scaturisce dall’ignoranza, dal voler vivere comodi nella propria piccolezza, da una voluta, mancata crescita spirituale. E tutto questo porta al trionfo della carne, terreno prediletto dell’Avversario. Non è condannando gli altri che possiamo trovare giustificazione ai nostri o al nostro stato di peccatori, ma caso mai ricercando in noi quei germi causa di comportamenti errati. Quando ero immaturo, anch’io ero pronto a giudicare i miei fratelli, ma lo facevo senza pensare che guardare le mancanze degli altri era un modo per non confrontare le mie alla luce della Parola di Dio.

Il giudicare cui fanno riferimento Nostro Signore e gli apostoli quando trattano l’argomento è proprio l’assenza di amore, della responsabilità che comporta l’essere credenti e si estende a tante altre cose perché il giudizio non è un’azione, ma un modo di essere, di vedere le cose, è un’impostazione di mentalità e quindi di vita. A conferma Giacomo, ponendo una situazione del tutto differente a quella del valutare gli altri alla luce della Parola di Dio, scrive così: “Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite «Tu siediti qui, comodo» e al povero dite «Tu mettiti in piedi lì» oppure «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?” (2.3,4). E poco più aventi: “Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio sul giudizio” (vv.12,13). Una “legge di libertà” non è quella che tiene conto rigidamente di un principio, ma lo valuta e lo adatta alla realtà della persona, tiene cioè conto del vissuto di essa e degli elementi che hanno prodotto una determinata situazione. La “legge di libertà” non contempla il tollerare condotte o uno stile di vita basato sul peccato, ma tutto ciò che può essere messo in atto per l’accoglienza e la comprensione prima di quel famoso “sìati come il pagano e il pubblicano”, quello sì giudizio che penalizza la vita di chi non può più frequentare la comunità perché messosi contro di lei con azioni o metodi di pensiero a lei estranei. La misericordia, poi, è all’opposto del giudizio: la prima è un sentimento di compassione (cum-patire, cioè patire assieme identificandosi) attivo, il secondo comporta una sentenza che, se definitiva, non consente possibilità di appello. Se pensiamo alla grazia che Dio ha fatto all’uomo, che ha mostrato la Sua misericordia “facendosi carne e venendo ad abitare fra noi”, va da sé comprendere che il giudizio non ci compete.

Impegnàti quotidianamente a vivere, spesso non si pensa che si può sempre morire. Impegnàti quotidianamente a vivere spesso facendo le cose di sempre e con gli stessi impegni, sociali o di lavoro, prendiamo appuntamenti per i giorni che verranno e così lo scorrere del tempo sembra appartenerci con tutto ciò che ci circonda, compresi gli altri che giudichiamo senza riflettere. Più guardiamo per terra, più ne assorbiamo piccolezze e miserie. Molti, addirittura, preferiscono percorrere la facile ed ovvia strada dello sguardo basso, orizzontale, e in basso restano. Da qui deriva un facile giudicare e un facile misurare il cui esercizio viene fatto in modo quasi scontato. Illuminante in proposito l’episodio della donna adultera che molti volevano lapidare convinti di adempiere alla Legge e le parole di Gesù: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8.7); il risultato fu “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi” (v.9). Questo significa che c’è una coscienza che si può ascoltare, che guardarsi dentro è possibile e non lo si fa per pigrizia, perché giudicare gli altri è sempre più comodo che non rivolgere la stessa attenzione verso se stessi. A quell’imminente lapidazione erano presenti uomini di tutte le età e capirono che l’essere “senza peccato” era una condizione che contemplava due condizioni: la prima era l’essere esenti dalla colpa di adulterio, che può essere consumato materialmente o anche solo pensato, la seconda l’essere esenti da qualsiasi colpa, quindi santi, puri. E nessuno dei presenti si reputò tale. Fu così che nessuno fu in grado di lanciare per primo la sua pietra. Chi guarda dentro di sé scopre di avere un lavoro da fare a tal punto da non avere tempo per giudicare gli altri.

C’è però un errore ancor più grossolano che si può commettere ed è quello di avere la pretesa di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui senza far caso che proprio noi abbiamo una trave. L’originale greco usato per “pagliuzza” è “kàrfos” che significa “piccola cosa secca, scheggia” per cui sta a significare le colpe minime, al contrario della trave. C’è poi il termine “Ipocrita” che Gesù spesso usa nei confronti dei Farisei e chi si identifica in loro: sappiamo che questi giudicavano il loro prossimo dall’alto della loro presunta santità. Si crogiolavano in lei a motivo dell’assiduità con cui pregavano e studiavano le Scritture, crescendo nella conoscenza, ma proporzionalmente anche nella ristrettezza mentale visto che non instauravano un rapporto col loro Dio e sconfessavano con le azioni ciò che professavano con le labbra. Ricordiamo infatti le parole “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno – perché teoricamente giuste– ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno” (Matteo 23.2,3). E per noi, oggi, i Farisei rappresentano quei credenti che studiano con impegno le Scritture, ma finiscono per inorgoglirsi e non mettono in pratica quello che scoprono, stabilendo princìpi che loro per primi non applicano. “Ipocrita” è la parola che come sappiamo indicava anticamente l’attore, chi recita quindi una parte e rappresenta un carattere che non ha.

Eppure, tolta la trave, si avrà la possibilità di veder bene e si sarà in grado di togliere il “kàrfos”. Abbiamo allora l’obbligo di chiederci sempre se non abbiamo un peccato non confessato e non lasciato davanti al Signore, perché altrimenti non saremmo in grado di insegnare e correggere costruttivamente gli altri. Diventeremmo dei teorici, persone dalle buone parole disgiunte dalla realtà, costruttori di ostacoli per noi stessi e il prossimo. Lasciare un peccato o una metodologia errata spaventa sempre la persona quanto è diventata parte integrante di lei ed è per questo che molti credenti sono solo degli ascoltatori della Parola di Dio, ma quasi mai dei fautori di essa: rimane lì, genera un misticismo carnale, vuoto, privo della pur minima consistenza. Soddisfacendo la parte più superficiale dell’anima, però, a molti va bene così.

Chi ha tempo per giudicare gli altri, solitamente non ha altro di meglio da fare. Si chiude nel proprio castello di convinzioni. È quasi sempre religioso e prende i modelli di comportamento come norme che vorrebbe vedere applicate dagli altri ma, come i personaggi citati da Nostro Signore, se ne tiene accuratamente alla larga convinto che basti conoscerli senza sperimentarli. Queste persone non sanno che “giudicare” significa fondamentalmente “discernere”, azione possibile solo dopo un lungo tirocinio spirituale, soprattutto dopo esperienze anche penose in cui si sono sperimentate cadute per debolezza, inavvertenza, ignoranza e, purtroppo, presunzione, leggerezza ed egoismo infantile che, negli adulti, è molto difficile eradicare. Così scrive l’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio. Esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.” (2.14,15).

Giudicare ogni cosa. Scrive Giovanni Diodati a commento di questo verso “È discernere tutto ciò che è della verità di Dio intorno alla sua salvezza, senza che la sua fede soggiaccia ad alcun giudizio umano, essendo fondata sopra la certissima testimonianza dello Spirito Santo”. È anche, a mio parere, quella capacità di filtrare attraverso l’ottica dello Spirito quegli avvenimenti e quelle persone che ci coinvolgono ogni giorno. L’altro giudizio, quello sul prossimo, se va oltre il “discernimento degli spiriti” o quegli interventi che le persone possono sempre chiedere per avere un parere spirituale da uomini di fede ed esperienza provate, è un sostituirsi a Dio, definito “giusto giudice”. Per giudicare occorre conoscere il cuore umano e quindi ciò che ha portato o porta una persona ad agire in un certo modo. E tornando ai versi di Paolo, possiamo vedere che il giudizio corretto è quello dell’uomo spirituale, mentre quello naturale, proprio perché le cose dello Spirito di Dio non le comprende, non può far altro che sbagliare, e quindi giudicare gli altri a proprio esclusivo danno. L’uomo “naturale” si ritiene giusto senza esserlo. Fa del male, ma si meraviglia e offende quando lo riceve a sua volta. Privo di vita al di là del battito cardiaco, non sa agire in una dimensione diversa né gli interessa perché crede che Dio non esista e si affida a una falsa scienza per argomentare l’assenza e l’inesistenza del Creatore e del Suo piano di salvezza.

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05.44 – LE SOLLECITUDINI ANSIOSE – seconda e ultima parte (Matteo 6.25-34)

05.45 – Le sollecitudini ansiose II (Matteo 6.25-34)

 

25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

 

Credo, nello scorso episodio della nostra lettura dei Vangeli, di avere sufficientemente reso l’idea di ciò che significa rifiutare l’ansia derivante dalla preoccupazione costante per la nostra sopravvivenza: non si tratta di ricorrere alla “meditazione” intesa come pratica per estendere o controllare l’attività della mente, di scaricare tensioni irrisolte con l’attività fisica o fare rilassanti passeggiate nei boschi, ma di entrare in un ambito spirituale preciso, dominato dalla certezza e dalla consapevolezza dell’appartenenza a Dio in cui si crede e dal quale si dipende. Non sto parlando di uno “stato mentale” raggiunto, ma di un modo di vivere diverso che non ci si può autoimporre, ma si realizza come conseguenza di una pratica di vita, di un guardare all’esistenza in modo differente che esclude i mantra, le luci soffuse in una stanza per “fare atmosfera”, ma consiste in una camera e una porta chiusa: “Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Matteo 6.3).

L’ansia, in un soggetto sano, è uno stato che emerge dal rimuginare continuo su un problema che, nella sua mente, tende a farsi dominante. Nostro Signore non affronta lo stato ansioso a livello medico ma, come già visto in altre circostanze, preventivo e andandone all’origine. La preoccupazione “per la vostra vita” non è qui riferita al mangiare e al vestire, ma include anche tutte le altre problematiche esattamente come il “sudore del volto” preannunciato ad Adamo, che va ben oltre a quello provocato dalla fatica per provvedere al sostentamento quotidiano dell’uomo. La preoccupazione sorge istintivamente in noi, è un meccanismo di allarme come la paura, comune a tutti gli animali, che spinge chi la prova a mettersi in salvo o a lottare: la preoccupazione è uno stato d’animo che, quando persiste, spiritualmente è un campanello d’allarme perché ci indica che il nostro sguardo verticale è minoritario rispetto a quello orizzontale. La preoccupazione, soprattutto nei tempi in cui viviamo, è un fatto naturale.

La terra. Già il fatto che ogni cosa sia soggetta alla forza gravitazionale testimonia di per sé che a lei siamo ancorati, corporalmente e mentalmente. Ogni istante siamo costretti a confrontarci con problemi di varia entità che vanno risolti, ogni giorno porta “la sua pena” cui è sensibile il trinomio cuore-occhi-mente, ma a ben guardare il sentimento della preoccupazione, pur naturale, è fuori luogo perché l’essere umano che crede nel Padre e nel Figlio ha in loro un formidabile punto di riferimento, conoscendo Lui in anticipo cosa stiamo per chiedergli e di cosa abbiamo bisogno. Ricordiamo le parole “Il Padre sa” e “Non valete forse voi più di loro?”.

Vorrei però spostare l’attenzione su un verso molto importante, e cioè “Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani”, pronunciate come sappiamo a degli ebrei che si ritenevano superiori agli altri popoli perché eletti da Dio. Esistevano cioè solo loro; gli altri erano – e restano tuttora – goym, plurale di goy cioè “popolo”, “nazione” che troviamo per la prima volta in Genesi 10.5: “Da costoro– i figli di Sem, Cam e Jafet – derivarono le genti disperse per le isole, nei loro territori, ciascuna secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle rispettive nazioni”. Per quanto l’atteggiamento ebraico nei confronti delle altre etnie dipenda da un maggiore o minore integralismo, l’idea di base è che questi siano di per sé impuri per quanto si affermi che i giusti di tutte le nazioni abbiano un posto nel mondo a venire. Da un lato si dice “Non devi essere ebreo per trovare il favore negli occhi di Dio”, dall’altro il Talmud paragona chi non è ebreo all’asino.

Ciò che allora Gesù vuol dire è molto semplice: non è la tua origine che fa di te una persona grata a Dio, ma ciò che sei veramente dentro di te. E l’apostolo Pietro dovette avere una visione per capire che, come dirà poi in Atti 10.34, “Dio non ha riguardo per la qualità delle persone”, alludendo alla loro origine ebraica o non. I presenti al sermone sul monte, come detto più volte, avevano tutti un’infarinatura biblica, frequentavano la Sinagoga ascoltando gli insegnamenti dei vari maestri che si succedevano nel commentare i passi scelti, ma quando si trattava di affrontare i problemi, ecco che la preoccupazione diventava ben presto ansia e si rivelava così tutta la natura umana, identica a quella dei pagani cioè di quei popoli che, pur avendo una religione, andavano alla ricerca “di tutte queste cose”, cioè l’accumulare, l’arricchirsi, la sollecitudine ansiosa per ciò che avrebbero mangiato e di ciò di cui si sarebbero vestiti. E questo vale sotto l’aspetto fisico e psichico.

I Testimoni di Geova, per i quali vale il verso “Guai a voi, (…), che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi” (Matteo 23.15), spesso mettono dei banchetti con opuscoli e libri nei punti di passaggio della gente e offrono pubblicazioni dedicate a come risolvere il problema dell’ansia, sapendo quanto sia importante per molti guarirne; ad essa si sostituisce la religione intesa come osservanza di precetti e pseudo conoscenza, del fare-non fare, totalmente inutile senza un cuore rinnovato da Cristo e dallo Spirito Santo. Al suo posto si instaura forse un senso di soddisfazione perché si crede in qualcosa, ma il pericolo di avere e rivolgersi a un amico immaginario rimanendo imbottigliati in uno stallo è reale e molto spesso così avviene. Aderire a Cristo è, prima che ubbidienza, esame e ricerca, confronto, ascolto, attesa e, soprattutto, una costante vigilanza su se stessi. Questo è ciò che Nostro Signore esorta a fare ai suoi uditori: non adagiarti sul fatto che fai parte del popolo eletto, ma guarda a te stesso, parti dal principio elementare che, se ragioni e ti comporti come un pagano, essere “mio” a nulla ti serve. Ecco perché dobbiamo tener sempre presente che, sottoposti come tutti a problemi e ai seri motivi di preoccupazione che il mondo e non solo ci danno, siamo chiamati a verificare il nostro comportamento e a valutarci prima di cadere nel comodo giudizio delle opere e dei pensieri altrui: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio» mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Luca 6.41,42). Vedere bene, collegamento al trinomio visto tempo fa, significa fare proprio un lungo lavoro di perfezionamento sincero su se stessi, un esame continuo cui Gesù allude con l’imperativo “Vegliate, perché non sapete né il giorno, né l’ora”. Vediamo sempre qualcosa che non va negli altri, mai in noi. E qui viene in mente il comportamento di Giobbe che, pensando ai suoi figli, “offriva olocausti per ognuno di loro. Infatti pensava: «Forse i miei figli hanno peccato e hanno maledetto Dio nel loro cuore»” (Giobbe 1.5), segno che non trascurava nulla pur di tenersi unito al Dio che lo aveva benedetto fino ad allora.

C’è però un’ultima annotazione che riguarda un altro motivo per cui Gesù si espresse così a proposito delle preoccupazioni della vita: sapeva quanto potessero essere dominanti e andare a minare profondamente la fede e il rapporto con Lui. Per questo più avanti esporrà la parabola dei terreni su cui cade il buon seme: c’è la strada, il sassoso, quello su cui sono cresciuti i rovi e infine quello buono. Del seme che cade sul terreno tra i rovi leggiamo: “Quello che è seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Matteo 13.22). Attenzione alla pianta scelta da Nostro Signore: il rovo è infestante, si diffonde rapidamente e si eradica con difficoltà perché tagliarlo o bruciarlo non risolve il problema. Quando poi è presente in gran numero, finisce per aggredire e soffocare la vegetazione circostante. Questi sono gli effetti del rovo per la terra, questi sono gli effetti della “preoccupazione del mondo” e della “seduzione della ricchezza” per l’uomo.

C’è quindi chi ascolta il Vangelo, s’interessa, ma crede a modo suo, vale a dire comprende quanto sia necessaria una scelta di vita diversa da quella che ha avuto fino all’annuncio della Parola, ma non ce la fa ad alzarsi in volo perché rimane ancorato proprio ai due elementi contestati da Gesù nel nostro passo. La “Preoccupazione del mondo” è qualcosa che schiaccia perché l’idea della sopravvivenza, intesa come conseguimento di aspirazioni e desideri oltre il proprio sostentamento basilare, si fa dominante. La “Seduzione della ricchezza” ha poi riferimento all’attrazione viva e irresistibile che suscita in molti anche solo l’dea di possedere denaro e beni che in tal modo restano appunto sedotti, quindi ingannati. È il trionfo dell’apparenza. Ho conosciuto persone dare un valore esagerato ai loro averi e poi, giunta la malattia degli ultimi giorni, scoprire troppo tardi che ciò in cui avevano posto le loro speranze non li poteva accompagnare da nessuna parte, era lì, conservato immobile in qualche luogo e all’improvviso si era fatto enormemente lontano da loro, estraneo. E si sentivano persi e completamente soli. Ciò che era stato loro, improvvisamente li stava lasciando come la vita che non potevano più trattenere. Penso al momento finale, quello in cui Dio chiama ogni essere umano a render conto di come ha speso la propria vita: lì vengono tirate le somme, lì abbandoniamo tutto ciò che ci avrà accompagnato fino a quel momento.

Il fatto è che tutto si ricollega non tanto alla morte, passaggio inevitabile e obbligato, ma alla destinazione finale: se non si accetta e soprattutto non si comprende che la vita terrena è un passaggio, un periodo datoci per agire secondo il volere di Dio e non il nostro, ecco allora che ci si affida più o meno inconsapevolmente a quel paganesimo che, ora che il Vangelo è stato rivelato, non ha più ragione di esistere. E dobbiamo fare attenzione perché il mondo, la terra con tutte le sue sollecitudini, ci attira a sé come la forza di gravità che àncora ogni cosa.

L’ansia deriva dalla preoccupazione e dalla mente che, contrariamente a quello che pensiamo, non è controllabile nei suoi automatismi: il pensiero ossessivo e ansioso trova le sue origini dalla solitudine che abbiamo in determinate circostanze, ma di fatto il cristiano sa benissimo che, “solo” non lo è. È stato amato a tal punto che il Figlio stesso è sceso dai cieli, dov’era con il Padre, per farsi uomo e dare la sua vita per lui. Sono molti i cristiani che, pur appropriatisi di questo messaggio e aver fatto una professione di fede, vivono preoccupandosi del domani. Ma indipendentemente dal problema che può opprimerli, non possono consentire che divenga dominante a tal punto da interferire nel loro rapporto col Dio che ascolta e parla comunque: se questo accade, se cioè l’ansia diventa dominante, sono chiamati a chiedersi se la casa che hanno costruito sulla roccia non vada rinforzata, se non sia il caso di rivedere i calcoli fatti a suo tempo per la sua stabilità. La roccia, infatti, garantisce l’edificazione ottimale, ma chi porta i materiali, li sceglie e li assembla è sempre l’uomo, per quanto aiutato dello Spirito Santo che dev’essere messo nelle condizioni di agire.

Ecco allora che qui ritornano le parole di Gesù sui pagani che “di queste cose vanno in cerca”: se tu che sei cristiano ti ritieni superiore agli altri e li giudichi ritenendoli impuri e perduti, stai attento a quello che hai dentro, al tuo tesoro, ai tuoi occhi e al tuo cuore perché, se poi ti comporti come loro, rischi di trovarti in una posizione ancora peggiore. Certo, questo vale quando l’eccezione diventa un abitudine e tutta la vita è improntata su un continuo compromesso tra ciò in cui si dice di credere e ciò che realmente si fa, si pensa, si è. Così si fallisce nella testimonianza e si rischia di assumere quella temperatura che è definita “tiepida”. E leggiamo in Apocalisse 3.15: “Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo, né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca”. Questo Gesù volle far capire ai suoi uditori, che si trovarono di fronte a princìpi e a verità che nessuno aveva mai rivelato prima di allora. Sappiamo che la gente che lo ascoltava “stupiva della sua dottrina”: finalmente potevano capire, i Suoi erano concetti semplici, quelli “nascosti ai sapienti” chiusi nei loro calcoli e nella loro cultura, enormemente lontani da quell’amore che ignoravano. Amen.

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05.43 – LE SOLLECITUDINI ANSIOSE – prima parte (Matteo 6.25-34)

05.43 – Le sollecitudini ansiose I (Matteo 6.25-34)

 

25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

 

Abbiamo letto delle verità importanti che costituiscono l’applicazione pratica dei principi esposti da Gesù in precedenza: il cuore ha un suo tesoro e a lui pensa e in funzione di ciò che prova agisce (“Dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”); l’occhio può essere puro o impuro e quindi ha una sua visione delle cose e della vita (“Se il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso”), infine lo stato mentale della persona, che si trova nell’impossibilità di “servire a due padroni” perché una sola è la condizione di appartenenza che determina il risultato delle azioni di ciascuno. Il “perciò” iniziale del verso 25, allora, è la conseguenza di tutti e tre gli elementi messi insieme. I versi di cui ci siamo occupati nelle ultime riflessioni, sono stati una premessa a questo discorso di Gesù sulle sollecitudini ansiose, temine che ho preso in prestito da Saulo di Tarso che, scrivendo ai Filippesi, dice “Non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna, ma siano in ogni cosa le vostre richieste notificate a Dio, con preghiere, suppliche e ringraziamenti” (4.6). È infatti Lui che dispone della nostra vita.

Ansia, preoccupazioni, tensioni sono quelle che in un modo o nell’altro dominano la vita dell’uomo naturale, sono quelle che rientrano nel “sudore della tua fronte” anticipato da Dio ad Adamo quando gli spiegò a quale prezzo si sarebbe guadagnato “il pane”. E tutti noi sappiamo quanto sia importante il sostentamento visto nella “vostra vita”: mangiare, bere, essere in salute, vestire. Possiamo dire che, sicuramente, in questi quattro termini si riassume appunto la nostra esistenza, è la premessa indispensabile per realizzare, concretare i nostri progetti.

Anche qui ciascuno reagisce a seconda del cuore, dell’occhio e della mente di cui è dotato perché il mondo, retto dall’Avversario, fa di tutto per esasperare il concetto del vivere e qui è necessario aprire una parentesi importante che riguarda ciò che è veramente utile oppure no. Ricordo che da bambino un mio zio, volendo farmi riflettere su come spendevo la “paghetta” che mi davano i miei genitori, mi chiese se ciò che mi compravo mi serviva davvero e gli risposi di no. Le sue parole furono: “Vedi? Se tutti spendessimo per le cose che ci servono veramente, risparmieremmo molti soldi, ma poi non sapremmo cosa farcene”. Da queste semplici parole vediamo che alla base di tutto c’è un inganno totale che va oltre al semplice pubblicizzare un prodotto da vendere: perché questo sia desiderabile, occorre prima provocare uno stato mentale che sia sensibile al superfluo, creare un mito, una situazione che in realtà non abbia un perché. Così, i soldi messi da parte, “in più”, finiscono per essere spesi in beni che non hanno un motivo reale di essere posseduti: “dobbiamo” spostarci il più celermente possibile, “navigare” in rete veloci e magari ogni componente della famiglia deve avere in tablet, una televisione intelligente, essere connessi anche quando viaggiamo, camminiamo. Una strategia per non farci pensare, ottenere risposte automatiche, delle emorragie di tempo che impieghiamo freneticamente senza rendercene conto.

L’Avversario, che progredisce nelle sue strategie col tempo perché mira a creare un sistema che sia interamente al suo servizio, ha cambiato profondamente la mentalità della gente anche solo negli ultimi vent’anni. Cinema e televisione non propongono più modelli positivi, non fanno più pensare, non provocano reazioni interiori nobili, ma istintive. I protagonisti sono “buoni” o “cattivi”, ma non s’interrogano mai sulla loro vita, non intraprendono un percorso interiore, non ne sentono il bisogno, al limite vanno in analisi. Gli spot pubblicitari ti propongono un mondo irreale in cui, se c’è una famiglia, è perfetta. Uomini e donne sono sempre di successo e hanno case bellissime, un lavoro appagante, auto da sogno (che anche se utilitarie vengono rappresentate come all’avanguardia in fatto di tecnologia) vengono inquadrate in paesaggi non naturali, ma realizzati con software dedicati. Meraviglie che un tempo incantavano i bambini e ora attirano i cosiddetti “adulti”, quelli maturi in età, ma non nella mente. E quello che un tempo era un bimbo prepotente, diventa un adulto che uccide perché non è in grado di affrontare qualunque negazione. Abbiamo la realtà aumentata, giochi in 3D, smartphone perché devi essere sempre connesso e soprattutto “condividere” contenuti sempre più mediocri perché l’estetica e la ragione, frutto di uno sforzo intelligente, non devono più esistere. La musica come architettura ricercata di suoni è bandita, al suo posto esiste il ritmo primitivo ossessivamente ripetuto e, se vengono introdotti testi, sono di una banalità devastante. Confrontando ciò che propongono i media con quello che è il messaggio cristiano, vediamo quanto l’uno sia opposto all’altro, quanto la preoccupazione reale sia diversa da quella imposta a un pubblico ormai immaturo senza possibilità di riscatto. Potremmo continuare all’infinito.

Devi sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà mentre ne hanno rinnegata la forza interiore” (2 Timoteo 3.1-5). Sono parole che abbiamo già ricordato.

Con le Sue parole Gesù indica una spazio mentale diverso e pone la domanda: “La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?”: apparentemente c’è una contraddizione, perché la vita senza nutrimento è impossibile e il corpo deve coprirsi, mancando a noi il pelo come gli animali. Ricordiamo però le parole di Isaia 33.14-16: “Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante? Chi di noi può abitare tra fiamme perenni? Colui che cammina nella giustizia e parla con lealtà, che rifiuta un guadagno frutto di oppressione, scuote le mani per non prendere doni di corruzione, si tura le orecchie per non ascoltare proposte sanguinarie e chiude gli occhi per non essere attratto dal male: costui abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l’acqua assicurata”. E penso al Gesù stremato dal digiuno dopo le tentazioni di Satana nel deserto, di cui è detto che “gli angeli lo servivano”. La vita terrena, così importante perché con lei e attraverso di lei ci esprimiamo, non è ritenuta marginale dal Padre nostro che è nei cieli perché “Avendo da nutrirci e da coprirci, saremo di ciò contenti” (1 Timoteo 6.8). La vita terrena, se vista come unico bene, può portare ad un impiego smodato del tempo che abbiamo: molti sono quelli che fanno del lavoro una ragione di vita e lo vedono come realizzazione personale o per sfuggire altre realtà che non sanno affrontare o di cui rinviano la soluzione. Salomone scrive in Salmo 127.2 “Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto Egli lo darà nel sonno”. Sono concetti che la società umana rifiuta.

La “vita” che “vale più del cibo” e il “corpo più del vestito” si riferisce proprio alla nostra stabilità psichica, all’anima che, se abitata da qualcuno diverso dallo Spirito, si perde: vita come il risultato del nostro presente e vita futura, eterna, come collocazione nel Regno di Dio a seconda di come avremo vissuto. E la vita cristiana è impossibile senza una progressiva rinuncia a se stessi, non s’impara in poco tempo, ma è il frutto di uno sperimentare continuo, di un ascolto attento, di una verifica di come e a cosa pensiamo. A volte è una chiamata, altre è un’illuminazione che porta ad agire. Ho sentito molti giovani chiedere cosa dovevano fare per servire il Signore, pensando a chissà quali rinunce oppure opere che li attendevano: nel campo cattolico romano viene detto loro di stare insieme, essere buoni, partecipare a raduni e funzioni; in quello evangelico li si indirizza ad iniziative di evangelizzazione, campi estivi di studio biblico o manifestazioni pubbliche in cui si canta e danno opuscoli, ma non viene mai spiegato loro quanto è importante ricercare le rivelazioni di Dio nel silenzio del proprio intimo, contemplare ed ampliare quella luce che il Signore ha già dato loro, la fedeltà nelle piccole cose. Purtroppo, viviamo in un mondo che non riesce a sopravvivere senza spettacolo e mancano uomini e donne con una vera esperienza cristiana e memoria del loro passato.

Gesù, nel suo discorso sulle sollecitudini, invita i suoi uditori ad un’azione molto semplice, cioè “guardare”, che significa non solo osservare qualcosa o qualcuno, ma anche “proporsi qualcosa come scopo o come modello”, che nel caso del passo in esame sono gli animali, cioè i “corvi”per il nutrimento del corpo, e i “gigli del campo”per il vestire. Non viene detto che “tanto il cibo lo trovano comunque”, ma che “Dio li nutre”. “Quanto più degli uccelli valete voi!”. “Voi” che in me avete creduto, credete o crederete.

Allo stesso modo il giglio, quello di Etiopia che abbondava in Galilea, dai colori intensi e con sfumature molto eleganti, nella sua pur brevissima vita, è vestito meglio di Salomone che faceva sfoggio di raffinatezza ed eleganza: “La regina di Saba, quando vide la sapienza di Salomone, la reggia che egli aveva costruito, i cibi della sua tavola, il modo ordinato di sedere dei suoi servi, il servizio dei suoi domestici e le loro vesti, gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza respiro” (2 Cronache 9.3). Facciamo caso alla reazione di questa donna: era una regina, per cui non certo una persona di poco conto e sicuramente aveva visto e conosciuto altri re ed altre corti oltre a quella, sontuosa, in cui di certo viveva, ma rimase senza respiro. Ebbene quel giglio, vestito da Dio padre come gli altri fiori del campo che non hanno cercato la loro eleganza con sforzo o l’intervento di uno stilista prezzolato, è superiore a tutto quello sfarzo che la lasciò senza parole.

Anche qui, come avvenuto con i corvi, il paragone con gli uomini fa riflettere: “Non farà molto di più per voi, gente di poca fede?”, anche se l’originale dice “non vestirà molto più voi”; sono parole che si riferiscono tanto al vestire nella sua quotidianità, quanto all’abito che indosseremo quando riceveremo il premio nella vita futura che ci attende, quando saremo un tutt’uno con Cristo. Un vestito di eternità, santità e giustizia. L’apostolo Pietro, che era presente quando Gesù pronunciò questo discorso, si ricordò del fiore del campo e, citando Isaia 40, scrisse che il cristiano è rigenerato “non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna. Perché ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore del campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, ma la parola del Signore rimane in eterno. E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato”. Amen.

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05.42 – SERVIRE A DUE PADRONI (Matteo 6.24)

05.42 – I due padroni (Matteo 6.24)

24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.

Ricordando quanto abbiamo letto nei versi precedenti, abbiamo visto l’importanza che rivestono il “tesoro” del cuore e la vista spirituale, soggetta a difetti o ad ammalarsi come quella del corpo. Ora Gesù, con il verso che mediteremo, collega tra loro il cuore, cioè il sentimento che spinge ad agire, le motivazioni profonde che ci motivano, la vista, cioè il riscontro, gli impulsi che determinano le nostre scelte, e la mente, stabilendo per la prima volta un’impossibilità umana tutta interiore, cioè quella di  “servire Dio e la ricchezza”. Si tratta di una traduzione dall’originale aramaico “Mamon” che significa “ricchezza”, ma che troviamo anche nella mitologia caldeo-siriaca riferito a un demone. Sapevano gli uditori di Nostro Signore di quest’ultimo significato? Il testo lascerebbe pensare di sì, perché la ricchezza in senso generico è una condizione di vita che si ha, o si brama, e qui si allude a un padrone, a qualcosa che domina la mente: “Mamon” è una personificazione, qualcuno che rende schiavo chi ha a che fare con lui. A prescindere dal fatto che “Mammona” (come traducono i più) sia un personaggio che tenta o esista personificando l’amore smodato per il profitto e l’accumulare, è importante che nel nostro testo si parli di servire “due padroni”, cosa impossibile senza fare delle preferenze per l’uno o per l’altro, da cui deriverebbe un servizio difettoso per uno dei due. Se poi facciamo caso al verbo impiegato nel testo greco, “douléo”, vediamo che quel “servire” si riferisce a uno status giuridico tipico dello schiavo che appartiene interamente al suo padrone ed è a lui completamente sottoposto. Uno schiavo era a tempo pieno, non esisteva il parziale.

Ancora una volta dobbiamo chiederci cosa avessero pensato le persone riunite sul monte ad ascoltare Gesù sentendo quella frase. Erano ebrei e, anche se non possiamo escludere la presenza di qualche Fariseo o Dottore della legge, si trattava di persone che un’infarinatura dei testi sacri la possedevano per cui saranno sicuramente andati agli avvertimenti che Giosuè dette al popolo a Sichem dove, terminato l’esodo, si rinnovò l’alleanza con YHWH prima di entrare nella terra promessa. Leggiamo in Giosuè 24.14,15 “Ora, dunque, temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà. Eliminate gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume e in Egitto e servite il Signore. Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”. Abbiamo quindi questo verbo, “servire”, che fa riferimento ad un pensiero costante, a un compito, al punto di riferimento che precede l’azione. Anche qui possiamo connetterci al “tesoro del cuore” e al vedere bene o al vedere male: ogni uomo infatti è chiamato a fare una scelta e la fa anche inconsapevolmente, cercando il Signore o rifiutandolo. “Sceglietevi oggi chi servire”, sono parole particolari pronunciate davanti ad un popolo che sarebbe entrato nella terra promessa dopo quarant’anni di vita errabonda nel deserto e tutti coloro che avevano peccato di incredulità, idolatria e ribellione erano ormai morti per il giudizio che si era abbattuto su di loro: “Il Signore disse a Mosè ed Aaronne: Ho sentito gli israeliti lamentarsi continuamente di me! Questo popolo insopportabile, quando la finirà coi suoi lamenti? Di’ loro da parte mia: Io il Signore vivente, dichiaro che vi tratterò come avete detto sul mio conto. Morirete tutti in questo deserto. Tutti voi che siete stati registrati nel censimento, dall’età di vent’anni in su, morirete dal primo all’ultimo, perché vi siete lamentati di me. Giuro che non entrerete nella terra dove avevo promesso di farvi abitare.(…) Voi dicevate che i vostri bambini sarebbero stati fatti prigionieri dai nemici; invece io farò entrare proprio loro nella terra che voi avete disprezzato: essi la conosceranno” (Numeri 14.26-35). Ecco allora che quel “sceglietevi oggi chi servire” si riferiva ad una scelta consapevole dopo aver considerato l’esperienza comune dei loro padri.

Leggendo le parole di Giosuè, mi sono chiesto perché una persona debba essere necessariamente obbligata a scegliere tra Dio e ciò che non lo è, perché non si possa essere neutrali e quindi semplicemente liberi; la risposta immediata è stata: perché è impossibile in quanto l’essere umano è comunque sottoposto alle sue passioni e a queste reagisce dipendendo da esse, per cui in pratica ne è schiavo; loro sono il suo tesoro e lì è il suo cuore.

Se Matteo scrive “Nessuno può servire a due padroni”, Luca specifica meglio il soggetto, “Nessun servitore può servire a due padroni”, per cui implicitamente questo evangelista qualifica l’essere umano, che tanta opinione ha di sé perché constata ogni giorno di essere in grado di pensare e agire in modo apparentemente libero, come un servo a prescindere. Ogni uomo, nessuno escluso, è schiavo, servo delle proprie passioni, aspirazioni, desideri, attitudini, siano esse umanamente positive o negative, a meno che scelga di appartenere a Dio e quindi servirlo; senza un pensiero costante in tal senso, si collocherà in un dualismo impossibile.

L’apostolo Paolo nella sua lettera ai romani afferma “Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite, sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia? Rendiamo grazie a Dio perché eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quella forma di insegnamento alla quale siete stati affidati. Così, liberati dal peccato, siete stati resi schiavi della giustizia” (6.16-18). Già qui Paolo cita i due padroni, in questo caso non la ricchezza, ma il peccato inteso come condizione contrapposta alla santità di Dio. Obbedire al peccato significa proprio rifiutare la Sua presenza nella nostra vita. Il peccatore non è necessariamente l’omicida, il ladro o chi frequenta le prostitute o le osterie, ma chi lascia il Signore fuori dalla propria vita. Facendo ciò compie una libera scelta tra l’essere servo Suo o del peccato e quindi dell’Avversario. Non possiamo essere neutrali o “liberi” per il semplice fatto che siamo su un pianeta che è territorio dominato dal “principe di questo mondo” per cui, teoricamente, ogni uomo gli appartiene per nascita. Ecco perché il termine usato per indicare l’opera di Dio nei confronti chi crede in lui è “strappare”: il Signore Gesù Cristo “ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio” (Galati 1.4), tradotto da altri con “secolo”.

Paolo nel verso che abbiamo letto nella lettera ai Romani parla comunque di un’obbedienza, “al peccato che porta alla morte” o all’ “obbedienza che conduce alla giustizia”. Scegliete chi volete servire. Attenzione al verbo, “servire”, non “seguire”.

Il peccato è allora una realtà nella quale tutti possono cadere accidentalmente, oppure una condizione che schiavizza coinvolgendo il cuore, la mente, gli occhi che restano chiusi alla luce dello Spirito, l’unica in grado ad illuminare la vita per davvero. Il peccato porta all’amore per il mondo, alla ricerca estenuante e continua della sopravvivenza, fisica o psichica poco importa. Il peccato porta al poter contare solo su se stessi in una continua successione di battaglie che possono essere vinte o perse, ma che conducono alla capitolazione definitiva. Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”, scrive nella sua prima lettera “Non amate il mondo, né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita – non viene dal Padre, ma viene dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (2.15-17).

Ecco, le tre realtà citate da Giovanni relative al mondo, le possiamo considerare come le altrettante caratteristiche di Mamona: la prima, la “concupiscenza della carne” si riferisce a quanto ricerchiamo per soddisfare tanto il corpo quando la mente, entrambi sempre alla ricerca di saziare la propria fame e sete; la seconda, la “concupiscenza degli occhi” è quella che ho definito in una scorsa riflessione “la ricerca del bello” in tutte le sue forme. Il bello indubbiamente appaga, ma la concupiscenza degli occhi non si sazia mai e finisce per renderli ancora una volta ossessivamente dipendenti. La terza, la “superbia della vita”, è il naturale riassunto dell’atteggiamento di chi si crede libero, ma in realtà è soltanto un misero che si crede qualcuno. La superbia della vita si riassume in tre affermazioni: io sono, io posso, io voglio, guarda caso tutte in opposizione al concetto dell’essere schiavi, destinate a scontrarsi con parole che ogni credente conosce molto bene: “Tu sei polvere, e ritornerai polvere”. Non è un caso se proprio i tre verbi, essere, volere e potere, sono i più usati negli spot pubblicitari. Non è neppure un caso che su queste tre condizioni fece leva Satana tentando Eva per prima.

A questo punto la ricchezza, Mamona, è tutto quanto abbiamo visto finora messo assieme; un concentrato, una brodaglia impura con dentro un po’ di tutto di cui si nutre chi non ha fatto proprio l’amore della verità per essere salvato. Non è la condizione di chi è ricco in sé che ostacola l’incontro e la relazione con Dio, ma è quello che l’accompagna, vale a dire il volerla difendere, l’attaccarsi a lei con tutte le proprie energie. “A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne” (1 Timoteo 6.17): queste parole non contengono una censura relativa alla condizione di chi possiede dei beni, ma la pongono nella giusta prospettiva, vale a dire non base da cui partire per impostare una vita nell’agio egoistico, ma strumento di ringraziamento e metodo come fu, ad esempio, per Giobbe che diceva “…io liberavo il povero che invocava aiuto e l’orfano che ne era privo. (…) al cuore della vedova infondevo gioia” (29.12,13). Le parole “tutto ci dà in abbondanza perché possiamo goderne”, poi, non esortano certo chi crede a desiderare una vita di stenti, ma a considerare ciò che abbiamo come un dono abbondante, termine che si riferisce alla condizione tanto materiale quanto spirituale, quindi a una dimensione. È con lo spirito che si valutano i doni di Dio, non con il metro del denaro o delle possibilità di soddisfazione dei sensi.

Il denaro, le ricchezze, “Mamona”, non è un dio da servire perché è in grado di menomare gravemente se non impedire il rapporto con quello vero. Troppe volte ho sentito affermare che il cristiano è definitivamente liberato dal peccato e quindi non può peccare perché amico di Dio e nuova creatura: questo significa relegare versi che hanno un’indubbia verità isolandoli dal contesto in cui sono stati scritti e soprattutto dare un’interpretazione univoca ai concetti espressi. In realtà troviamo in Colossesi 3.5-11 un invito preciso rivolto ai membri di quella Chiesa, quindi a noi: “Fate dunque morire ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono.(…) vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, a immagine di Colui che lo ha creato”. E Giacomo 4.4 ricorda “Non sapete voi che l’amore per il mondo è nemico di Dio?”. Sono parole rivolte a cristiani convertiti, tese a ricordare loro che hanno uno scopo e un compito nel mondo, che è quello di essere “sale della terra” che abbiamo visto può perdere il suo sapore.

Ecco spiegato perché non possiamo servire due padroni: scelto Gesù Cristo, c’è un dovere da compiere, un “giogo leggero” che il vero cristiano ha preso su di sé rifiutando l’altro, quello dell’Avversario che illude e divora l’uomo a tal punto da perderlo. Giosuè ricordò, come abbiamo letto all’inizio, che se Israele avesse abbandonato il Signore per servire dèi stranieri, Lui stesso gli si sarebbe voltato contro e, dopo aver fatto loro del bene, li avrebbe annientati: “Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, e un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà”. Questo succederà a chiunque, posta la sua fede nelle ricchezze di questo mondo, avrà impostato la propria vita a inseguirle, accumularle, vivere per loro. In poche parole, servendo Mamona, un dio diverso. Così facendo avrà odiato il Dio d’amore che chiama, sempre. Amen.

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05.41 – L’OCCHIO, LAMPADA DEL CORPO (Matteo 6.22-23)

05.41 – L’occhio, lampada del corpo (Matteo 6.22-23)

 

22La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; 23ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

 

Prima di questo pensiero sappiamo che Gesù disse “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”, quindi: nessuno può fare a meno di continuare a pensare all’oggetto dei propri affetti, o interessi, a prescindere da quali essi siano. Ecco allora che la presenza del “tesoro” è il punto di partenza per una trattazione di argomenti che toccano l’umana condotta e il modo di pensare (i versi di cui ci occuperemo oggi), per poi arrivare allo stato di sudditanza nei confronti della ricchezza come miraggio conseguito sulla terra, o realizzato presso Dio. È da lì che, poi, ne consegue tutto l’atteggiamento nei confronti della vita terrena. Nostro Signore non fa qui della filosofia come potrebbe sembrare, ma dà dei principi appartenenti più all’analisi della persona umana che a un’osservazione distaccata dei comportamenti o al consigliare un atteggiamento nei confronti della vita perché “tanto tutto passa”: correlato ai versi che abbiamo letto e leggeremo è il principio che troviamo in Luca 6.45 “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”. Facciamo attenzione al testo: “dal cuore”indica la provenienza e sappiamo cosa significhi quest’organo per la Scrittura. Il “sovrabbonda”poi parla di ciò che è in eccesso, quindi quello che naturalmente ne esce come se fosse un recipiente colmo fino all’orlo che così trabocca. Certo tutto questo vale se l’individuo in questione non simula, ma possiamo dire che nessuno sfugge al principio in base al quale si tende sempre a parlare di ciò che abbiamo dentro, di ciò che occupa i nostri pensieri: “dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”. Siamo ciò che ci abita e da cui siamo abitati. Sempre.

Ora Gesù parla dell’occhio in termini elementari stante il fatto che doveva farsi capire dai suoi uditori, per poi lasciare a loro il compito di trovare gli opportuni riferimenti. Si può dire che qui venga esposta una parabola elementare, che però implica verità molto profonde; la vista serve per riconoscere, scegliere, valutare, percorrere. Vediamo un pericolo, una persona cara, ammiriamo un panorama, un ambiente; ci sentiamo attratti da una bella persona. L’occhio e l’orecchio è scritto che non si stancano mai di assolvere al loro compito ed è quello che ci ha testimoniato il re Salomone nel suo scritto che abbiamo citato la volta scorsa: “Mi sono procurato cantori e cantatrici insieme con molte donne, delizie degli uomini.(…) Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano”. Pare che sia la vista il senso che le persone temono di perdere più di qualunque altro e se pensiamo che ai tempi di Gesù problemi oggi risolvibili come la miopia o presbiopia costituivano un serio problema, possiamo capire quanto facile fosse stato comprendere le implicazioni di un “occhio semplice” o “cattivo” (“puro” o “viziato” secondo altre traduzioni). Pensiamo poi alla cataratta, al glaucoma, al fatto che esporre gli occhi al sole del deserto portava molti alla cecità poiché i danni che le radiazioni solari possono provocare alla rétina sono in gran parte irreversibili.

Fino a questo punto, tanto per quello che è stato scritto quanto per ciò che ha detto Gesù, sono state fatte osservazioni abbastanza ovvie, valide per tutti, uomini e animali perché, se si parla di sopravvivenza, la vista è indispensabile e la frase “Se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadranno nella fossa” (Matteo 15.14) ci mostra un aspetto purtroppo indiscutibile delle dinamiche terrene. Luca però, nel riportare le parole oggetto di riflessione, aggiunge una frase importante, cioè “bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. Se il tuo corpo è tutto luminoso senza avere alcuna parte nelle tenebre, tutto sarà luminoso come quando la lucerna ti illumina con il suo bagliore” (11.35,36).

Allora l’occhio sano, o puro, o luminoso a seconda delle traduzioni, non è riferito ad un organo che possiede dieci decimi. Allora, possiamo credere di essere nella luce e di vedere quando in realtà ci troviamo in una condizione opposta senza saperlo: “bada”, cioè “fai attenzione”, “cura”, “controlla”, “dedicati a”, non dare per scontato, stai attento perché ne va della tua vita perché, se ciascuno ha il suo tesoro, ciascuno ha la sua luce, ma una sola è quella che durerà in eterno, una sola è quella che ti può illuminare veramente.

E allora non possiamo che andare ad Adamo ed Eva, come già fatto altre volte perché tutto comincia da lì, in Genesi, che come sappiamo significa “origine”. La conseguenza dell’infrazione all’unico comandamento ricevuto fu “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (3.7): non che prima non ci vedessero, ma l’apertura degli occhi significa che le loro frequenze ricettive si spostarono da quelle spirituali e perfette a quelle della carne. Si schiusero su realtà che prima non appartenevano loro. La nudità che vollero coprire non riguardò i loro organi genitali, ma la nudità spirituale, il loro essere indifesi a fronte della perdita della luce di Dio che li rivestiva. Provarono per la prima volta paura e quelle cinture di fico scoprirono subito che nulla potevano di fronte a quel sentimento di vergogna e paura che mai avevano provato fino ad allora. Se il fico avesse potuto proteggerli, Adamo non avrebbe detto “Ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto” (v.10), ma si sarebbe presentato liberamente a Lui come se nulla fosse. E questo ci parla del fatto che, per quanto possa fare, l’uomo non potrà mai essere accettato da Dio a meno che Lui stesso non lo chiami, non lo attiri a sé.

E così la creatura, responsabile del Giardino, che parlava con Lui senza che nessuna cosa si frapponesse tra loro, si sentì fuori posto, avvertì una distanza incommensurabile, non sapeva più come orientarsi: non vedeva come prima. Adamo aveva avuto tutto gratuitamente, non si sentiva nudo non perché ignorava di esserlo, ma perché tale non era, rivestito di santità e soprattutto di purezza a tal punto da formare un tutt’uno con l’ambiente in cui viveva e con suo progettista che, ricordiamo, si riposò il settimo giorno per contemplare il lavoro svolto. Ricordiamo le parole alla fine del sesto giorno: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”. Questa fu la Sua valutazione.

Ci ritroviamo quindi con l’occhio di Adamo impossibilitato a vedere, dopo la caduta, tutto ciò che prima poteva distinguere perché permeato della scienza del suo Creatore. Privato di questo senso così come aveva in origine, l’uomo ha così dovuto adeguarsi: Adamo vide la terra che avrebbe dovuto lavorare, quel suolo che gli avrebbe prodotto “spine e tribolazioni”, Eva il figlio Abele ucciso ed entrambi assistettero impotenti al dipanarsi della storia umana: sarebbero venuti altri omicidi, prevaricazioni, guerre, lotte di potere senza un perché reale proprio in conseguenza di quegli occhi schiusi alla condizione di peccato senza possibilità di appello se non – per alcuni – nella fede in quella promessa secondo la quale il serpente avrebbe avuto schiacciata la testa dalla “progenie della donna”. Adamo infatti tramandò alla sua posterità il racconto della sua caduta e alcuni di loro, saputo il destino finale del serpente, posero la loro fede in quelle parole. Da quando l’uomo iniziò a vivere sulla terra corrotta, iniziò così a scegliere in quale luce vivere, cioè se nella propria, o mettersi a cercare quella di Dio implorando la Sua assistenza, rivelazione, orientamento. E abbiamo tutti gli scritti dell’Antico Patto che lo dimostrano, che ci parlano di scelte oculate e scellerate, di vista illuminata oppure ottenebrata, di convinzioni ostinate che vengono demolite al tempo opportuno e di orientamenti chiaramente riconducibili ad un’illuminazione dall’alto. Caso più eclatante è quello dell’asina di Balaam di Numeri 22.

La vista. Se non è sana, ti fa vedere il mondo in modo diverso, senza occhiali ci si orienta con fatica, senza di essa si dipende purtroppo dagli altri. Si è, come dice Gesù, “nelle tenebre” anche se vedremo che si tratta di un’espressione che comprende due significati.

Ma per la visione spirituale delle cose, così connessa al tesoro del cuore? I ciechi guariti da Gesù dovettero ammettere un problema oggettivo, ma l’uomo che vuole risolvere l’ostacolo di una vista spirituale difettosa, come quei miracolati nei Vangeli, deve ammettere di essere nella loro stessa condizione, per quanto su un piano diverso. È un problema comune a tutti gli uomini che però dev’essere riconosciuto e a far questo sono in pochi perché occorre un atto di profonda umiltà: bisogna riconoscere di non essere in grado di orientarsi oppure, secondo un altro aspetto comunque connesso a questo, di avere sete: “Chiunque ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la scrittura, «fiumi d’acqua viva usciranno dal suo seno»” (Giovanni 7.37.38). Non è un invito rivolto a tutti, ma solo a chi riconosce due cose: di aver sete e che solo in Cristo può trovare la soddisfazione di questo bisogno. Allo stesso modo, è capire che non possediamo la vista spirituale che può spingerci a chiedere aiuto.

Vedere implica un’interpretazione e il mondo visto da un daltonico non è lo stesso che vede  una persona che tale non è e così avviene per chi ha altre patologie, per quanto non gravi. Personalmente posso dire di essere affetto da un problema alla vista per cui ho bisogno di portare gli occhiali; pur conducendo una vita autonoma ed essendo in grado di fare tutto quello che fanno gli altri, l’oculista mi disse che poche persone sarebbero in grado di vivere come me, vedendo quello che vedo. Mi sono molto meravigliato perché, anche senza l’ausilio delle lenti, sono in grado di spostarmi nello spazio senza problemi; la sua risposta fu che se fossi stato in grado di vedere perfettamente, avrei capito le sue parole. Devo quindi dedurre che io credo di vedere, ma in realtà vedo poco, o comunque non come una persona sana anche se il mondo è come lo interpreta il mio cervello che si basa sui segnali che i miei nervi ottici gli trasmettono. Credo di vedere, mi baso su quello che ho ma, a quanto mi dice quel medico, sbaglio. Secondo le parole che abbiamo letto, quindi, basandomi sulla vista in senso tecnico e umano, il mio corpo non è “tutto illuminato”, ma lo è in parte.

Rapportando tutto questo alla vita spirituale, le capacità di orientamento nell’essere umano possono essere del tutto assenti, o funzionare parzialmente e dare una visione non corretta della realtà: ci sono ciechi che fingono di vedere e guidano altri ciechi, c’è chi vede poco e si comporta come se non avesse problemi e potremmo paragonarlo a chi guida un veicolo senza occhiali quando dovrebbe indossarli. Nell’uomo, stando alle parole di Gesù che abbiamo esaminato fin qui, occhi, mente e cuore sono collegati per cui in un certo senso costituiscono la base della persona. Da notare il termine usato per l’occhio: a quello “cattivo”, tradotto da altri con “difettoso”, corrisponde un corpo “tenebroso”, aggettivo che può riferirsi alla completa assenza di luce, ma anche all’assenza di chiarezza e verità, alla torbidità morale. Il corpo “tenebroso”è quindi ridotto alla percezione oscura delle cose. Allora si può individuare la connessione con Efesi 4.18 in cui l’apostolo Paolo parla dei pagani “…accecati nella loro mente, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e della durezza del loro cuore. Così, diventati insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza e, insaziabili, commettono ogni sorta d’impurità”.

Al contrario, l’intervento di Gesù nella vita della persona la trasforma e la rende in grado di vedere, come testimoniato da quei ciechi guariti in più occasioni nei Vangeli.

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05.40 – NON FATEVI TESORI SULLA TERRA (Matteo 6.19-21)

05.40 –Non fatevi tesori sulla terra (Matteo 6.19-21)

“…19Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; 20accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. 21Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

In questo nostro percorso sulla lettura cronologia dei Vangeli nonostante i limiti, ho ritenuto opportuno riprendere dal verso 19 tralasciando quelli da 14 a 18 perché già affrontati col “Padre nostro”; leggiamo infatti: “Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”). Abbiamo fatto lo stesso anche quando abbiamo trattato la vanità e l’ipocrisia come motore delle azioni religiose: “E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che è nel segreto, ti ricompenserà” (vv.19-21).

Possiamo dire che, con i versi oggetto di meditazione, Nostro Signore torna agli esempi semplici, immediatamente comprensibili ai suoi uditori di allora come di oggi. In particolare, se la presenza dei ladri che scassinano e rubano è a prescindere dall’epoca, è il dettaglio della “tarma”e della “ruggine”a portarci ai tempi antichi e, allo stesso tempo, a darci un dettaglio importante: i “tesori sulla terra” di cui parla Gesù sono costituiti da tutto quanto è soggettivamente prezioso, che può essere riconosciuto in quel “per voi”, riferito alle esigenze e attitudini di ciascuno. Se accumulo qualcosa “per me”, significa che intendo mettere da parte per un futuro che non mi appartiene ciò che mi rappresenta, ciò a cui tengo e che non voglio condividere con altri. Accumulare richiede attenzione ed energie e chi lo fa mette in atto il suo progetto di soddisfazione personale. In ciò che ammassiamo “per noi” ci sono spesso le nostre aspettative future e, se il caso più comune e banale è l’accumulo di denaro, possiamo avere anche quello di libri, quadri, gioielli, orologi, francobolli, case, terreni, insomma tutto quanto mettiamo da parte per poi controllarlo, ammirarlo, sapere che esiste perché nostro. “La roba”, insomma. A volte, l’uomo tende a identificarsi in ciò che possiede a tal punto da vederlo come una propria creatura.

Le parole di Nostro Signore non intendono essere un invito alla povertà e a disprezzare il mettere da parte per il proprio futuro, ma sottolineare il controsenso tra il premunirsi eccessivamente per la propria vita terrena a scapito di quella futura. Leggiamo in 2 Corinti 12.14 “Non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli” e “Se poi uno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Timoteo 5.8). Mettere da parte e risparmiare è una cosa, accumulare tesori “per noi” è un’altra, dipende dal valore che dà il cuore alle cose, se queste diventano o sono dominanti.

Gesù sul monte non si rivolge a persone particolarmente ricche o avide come quelle che incontreremo nelle parabole o in altre situazioni, ma a chi tra loro aveva il concetto dell’accumulare anche piccole cose senza escludere le grandi, come appunto testimoniato dalla “tarma”, che intaccava le vesti preziose che i ricchi tenevano sia per loro stessi, sia per far doni o per essere distribuite agli invitati di una loro festa. Pensiamo poi alla “ruggine”, dall’originale “bròsis” indicante quel consumo e perdita di peso che non intaccava l’oro o l’argento, ma le monete di bronzo comuni che, ammassate in quantità, consistevano senza dubbio quei “tesori” eventualmente ammassati dagli uditori del Signore. Siccome banche a quel tempo non esistevano; le monete venivano nascoste sotto terra o in punti particolari nelle case, ma si deterioravano o potevano essere rubate dai ladri, andando così perdute per il furto oppure decadevano in peso e valore.

Chi vorrebbe monete arrugginite? E ancora, chi passerebbe il tempo a togliere da loro la ruggine, data la quantità accumulata di monete? Ne uscirebbe un lavoro enorme, non retribuito, che andrebbe ad aggiungersi a quello già fatto per aver guadagnato quella somma, ora diventata inservibile.

Ecco allora che, con questo semplice esempio, Gesù vuole avvertire l’uomo che lo ascolta quanto non possa avere nulla di certo: la persona guadagna e mette da parte, ma non è detto che un giorno possa godere il frutto delle sue fatiche. La persona accumula per sé presumendo di assaporare un giorno il risultato dei suoi sforzi, ma può perdere ogni cosa; pensiamo alle tragedie che si verificano anche oggi, in cui persone che hanno investito i risparmi di una vita, o la liquidazione, si sono ritrovate senza nulla perché truffati o semplicemente perché le banche che avrebbero dovuto tutelarli sono fallite. Pensiamo ai terremoti, agli uragani o alle inondazioni che, di colpo, cancellano e portano via in un attimo ciò che le persone hanno costruito o realizzato con fatica.

Ebbene Gesù esorta ancora una volta i suoi uditori ad alzare lo sguardo, a cercare di cambiare frequenza ricettiva, ad andare oltre perché ai tesori che si possono sempre perdere si contrappongono quelli messi da parte nel cielo, che la perfetta contabilità di Dio ripone con interessi inossidabili. E qui ci ritroviamo ancora una volta di fronte ai baratri che si frappongono tra ciò che è terreno e spirituale come rileviamo nei due “accumulate per voi” del testo: chi lo fa per i “tesori sulla terra” avrà corruzione e perdita come risultato, chi lo fa per quelli in cielo non solo ritroverà tutto quanto che avrà messo da parte, ma lo vedrà moltiplicato secondo le promesse di Gesù ai suoi quando parlò loro del “premio” e delle “corone” di giustizia, gloria e vita.

C’è però una precisazione fondamentale, e cioè che Gesù ancora una volta pone l’accento sul cuore: a nulla serve abbandonare la volontà dell’accumulare i tesori se il esso non è rinnovato, se non acquisisce, se non assimila il principio dell’aderire a Dio con tutto se stesso rifiutando l’inganno satanico nelle ricchezze di questo mondo: viceversa, nulla cambierà, si correrebbe il rischio di cadere nella religiosità, vale a dire di abbandonare qualcosa per uno o più precetti astratti per poi ritrovarsi più vuoti di prima ed essere costretti a fingere davanti a se stessi e agli altri per sopravvivere. Scrive l’apostolo Paolo: “Quelli che invece vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1 Timoteo 6.9,10). Rileviamo qui alcune parole significative che si pongono in antitesi alla libertà nella quale viene posta la persona che fa proprio il Vangelo: “inganno”, “insensato”, “dannoso”, “affogare”, “rovina”, “perdizione” sono termini che non lasciano scampo; soprattutto è la presenza del desiderio insensato e dannoso che fa riflettere perché porta direttamente alla fine, alla nostra essenza mortale. Siamo esseri che, per quanto intelligenti e in grado di progettare, abbiamo un termine che non conosciamo e che Satana ci tiene nascosto a livello di idea, di concetto. L’uomo infatti è convinto di avere un domani, sempre.

Ricordiamo le parole “Sì, sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti i figli degli uomini: tutti insieme, posti sulla bilancia, sono più lievi di un soffio” (Salmo 62.10) e Proverbi 23.4,5 “Non affannarti per accumulare ricchezze, sii intelligente e rinuncia. Su di esse volano i tuoi occhi, ma già non ci sono più: perché mettono ali come aquila e volano verso il cielo”. Ecco allora che i tesori, anziché parlare di potenza, di posizione altolocata e sotto certi aspetti intoccabilità nel contesto umano, ne attestano la fragilità: in opposizione alla gloria terrena, scrive il salmista “Fammi conoscere, Signore, la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni, e saprò quanto fragile io sono. Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni, è un nulla per te la durata della mia vita. Sì è solo un soffio ogni uomo che vive. Sì, è come un soffio chi si affanna, accumula e non sa chi raccolga”. Sono versi che ciascuno può meditare come meglio crede, tenendo presente che a nulla serve pensare che, essendo la vita breve, è meglio viverla nel migliore dei modi: questo sarebbe un’idea valida a condizione che questa fosse veramente una sola, ma come affrontare l’altra, che non potrà esistere se quella sulla terra si sarà basata sul consumo della stessa e se nulla si sarà fatto per accumulare i “tesori nel cielo” di cui ha parlato Nostro Signore? Si tratta di un tema estremamente serio: ho conosciuto molte persone non credenti che, in salute, accettavano serenamente l’idea della morte, ma piangevano ed erano terrorizzati nel momento in cui credevano si avvicinasse. O si avvicinava per davvero. E nel lavoro che svolgevo un tempo ne ho visti tanti.

Salomone, figlio di Davide, uomo di cui troviamo scritto molto nella Bibbia, scrisse fra gli altri il libro dell’Ecclesiaste, o Qoèlet, in cui riversò la sua esperienza particolare di uomo. Leggiamo alcune sue parole 2.3-11: “Ho voluto fare un’esperienza– che come re cui nulla era precluso poteva concedersi. Salomone cioè volle provare, diremmo oggi, “qualcosa di diverso” –:allietare il mio corpo con il vino e così afferrare la follia, pur dedicandomi con la mente alla sapienza”. La sua ricerca si volse dunque alla soddisfazione della sua persona, sperava di trovare delle alternative alla gestione responsabile del suo rapporto con Dio che lo aveva onorato consentendogli di edificargli il Tempio oltre che colmarlo di ricchezze proporzionali alla sua saggezza di cui, alla fine, io sospetto non sapeva cosa farsene perché venutegli a noia. Infatti l’autore del testo continua e scrive “Volevo scoprire se c’è qualche bene per gli uomini che essi possono realizzare sotto il cielo durante i pochi giorni della loro vita”. Volle cioè rendersi indipendente da quello che la sapienza di Dio già gli aveva rivelato e toccare con mano. Notare l’espressione “i pochi giorni”: solo chi è avanti negli anni e si volta indietro scopre che il suo tempo è passato come un soffio. I giovani, al limite, sospettano che sia così, se sono in grado di guardare al loro debole passato e un delirio di onnipotenza non s’impossessa di loro o l’inesperienza non si fa dogma.

Per far capire al lettore chi sia stato e cos’abbia realizzato, ecco che Salomone si presenta: “Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto di ogni specie; mi sono fatto vasche per irrigare con l’acqua quelle piantagioni in crescita”. Quest’uomo quindi ebbe la possibilità di contemplare il risultato delle proprie fatiche, che non si limitarono alla realizzazione di grandi opere: “Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa; ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero, più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. Ho accumulato per me– ecco l’ “accumulare per voi” di cui Gesù parla – anche argento e oro, ricchezze di re e provincie. Mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con molte donne, delizie degli uomini. Sono divenuto più ricco e potente di tutti i miei predecessori a Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza”. La ricerca di Salomone fu quindi “a tutto tondo”, senza tralasciare nulla, la sua fu una ricerca del piacere secondo la carne e sappiamo che questa comportò il traviamento del suo essere. Prosegue confessando “Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva di ogni mia fatica: questa è stata la mia parte che ho ricavato da tutte le mie fatiche”. Salomone potrebbe essere considerato l’equivalente degli uomini e donne che vengono citati ogni anno dalla rivista “Forbes” che pubblica i nomi delle persone più ricche del mondo in termini di miliardi di dollari USA.

Ebbene, alla fine, è scritto nel nostro testo: “Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo affrontato per realizzarle. Ed ecco, tutto è vanità e un correre dietro al vento. Non c’è alcun guadagno sotto il sole”. Perché? Perché se tutto si basasse sulla soddisfazione personale non resterebbe altro che un terribile, arido deserto che ci sforzeremmo di vedere fiorito.

Io ho visto come vivono i ricchi. Pur non appartenendo al loro ambiente, da giovane sono stato ammesso alla loro cerchia, forse perché mi ritenevano simpatico oppure li incuriosivo in quanto diverso da loro pur non essendo di condizione sociale umile. Anche la vita del ricco è fatta di piccole cose, esattamente come quella del povero. A parte la preoccupazione di come spendere i propri soldi, nulla cambia e ciò che può apparire attraente per chi non ha le loro possibilità economiche, per loro è la norma per cui vivere un’estate su una barca del costo di centinaia di milioni equivale ad uscire in mare con un canotto per un ragioniere di banca. Avere molte ville in giro per l’Italia o il mondo significa spesso dimorarvi per qualche tempo e non sapere cosa fare ed escogitare stratagemmi per non annoiarsi, vivendo di quello che offre un giorno che anche per loro porta la sua pena. Ogni istante sono costretti ad affidarsi al presente, alla carne, alla terra.

Eppure, ciascuno ha il suo tesoro cui rimane attaccato perché altrimenti non saprebbe come vivere. Gesù però dice “dove è il tuo tesoro, qui sarà il tuo cuore”. È un invito a considerare la propria condizione di vita, la propria prospettiva perché sta a noi scegliere il terreno sul quale costruire. Abbiamo una vita da vivere sulla terra e siamo chiamati a gestirla con accortezza e non certo da incoscienti, il che comprende tanto la dissolutezza quanto il misticismo inconcludente, tenendo presente che “(Dio Padre) ci ha rigenerati per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi” (1 Pietro 1.4). Credo che i veri cristiani siano invitati a considerare se si identificano o meno in queste parole: “Chi avrò per me nel cielo? Con te non desidero nulla sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma Dio è roccia del mio cuore, mia parte per sempre” (Salmo 72.25,26). Se manca l’identificazione in questo passo, occorre che si lasci agire lo Spirito Santo e procedere ad una profonda rivisitazione del proprio stato.

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05.39 – PADRE NOSTRO IX/IX (Matteo 6.13)

05.39 – Padre nostro IX (Matteo 6.13)

 

“…13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli. Amen.”

La volta scorsa abbiamo cercato di dare uno sguardo sui Cherubini in quanto esseri spirituali la cui presenza e ruolo è connessa al regnare di Dio, alla Sua realtà che l’uomo naturale, come scrive l’apostolo Paolo, “non conosce e non può comprendere” al contrario di tutto ciò che riguarda la terra nella sua realtà e manifestazioni: capire i suoi fenomeni è questione di tempo, di spazio, conoscenza e studio, ma con così per le cose spirituali, impenetrabili salvo una rilevazione dello Spirito Santo.

Il Regno, però, è una condizione, un’appartenenza, richiede un possesso diottrico di cui siamo stati privati e che solo lo Spirito può metterci in condizione di percepire. È scritto che “…noi conosciamo in parte e in parte profetizziamo; ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è è imperfetto scomparirà.(…)Adesso vediamo in modo confuso, come in uno specchio, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come io sono conosciuto” (1 Corinti 13.9-12). Abbiamo qui la descrizione della limitazione del vivere nella carne rapportata alla conoscenza che verrà data una volta liberi da essa, avuta pienamente la cittadinanza del Regno che, pur avendola già, non abbiamo ancora acquisito in modo ufficiale; il credente di oggi infatti ha il passaporto per entrarvi, ma è in viaggio verso la meta.

Tornando ed espandendo un poco l’argomento affrontato nelle riflessioni precedenti, il Cherubino è connesso alla presenza di Dio ed è per questo che lo troviamo in quattro luoghi: abbiamo visto che in Eden prima del peccato ne è citato uno, Lucifero, il più importante di loro, coperto di pietre preziose e avente una funzione protettiva. Da cosa? Mi sono chiesto se le attenzioni di questo essere non fossero rivolte all’anello più debole della catena, l’uomo, che, creato libero, avrebbe potuto cibarsi del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, cosa che forse avvenne proprio quando, per il piano scellerato di volersi fare uguale a Dio, cessò di assisterlo per farsi strumento della sua seduzione. Certo i nostri progenitori peccarono per scelta, dimostrando di non fidarsi di quanto aveva detto loro il Creatore, ma in loro fu instillata subdolamente l’intenzione di diventare come Lui, che fossero stati ingannati, cosa possibile solo se coincidente col piano distruttivo del tentatore creato, come Cherubino, prima di loro.

Il secondo luogo in cui troviamo questi esseri è fuori del giardino, posti a protezione della via per l’albero della vita, “A oriente del giardino di Eden” (Genesi 3.23), cioè là dove il sole sorge, posizione che ci parla di salvaguardia dalla “luce” della conoscenza umana che a tutto vorrebbe pervenire e tutto vorrebbe investigare.

Abbiamo poi trovato i Cherubini scolpiti sul coperchio dell’arca in un posizione che denota protezione e al tempo stesso contemplazione di un mistero perché le creature del regno spirituale, se hanno una visione perfetta del loro ruolo e dimensione, trovano difficile comprendere i meccanismi dei rapporti di Dio con l’uomo e i suoi interventi per la sua salvezza.

La totalità del rapporto fra YHWH e i Cherubini la troviamo poi nel Luogo Santissimo, altrimenti detto “Santo dei Santi” all’interno del quale nessun uomo poteva entrare salvo il Sommo Sacerdote una volta all’anno. Leggiamo in 2 Cronache 3.7-14 che Salomone “Rivestì d’oro la navata, cioè le travi, le soglie, le pareti e le porte; sulle pareti scolpì cherubini. Costruì la cella del Santo dei santi, lunga, nel senso della larghezza della navata, venti cubiti e larga venti cubiti. La rivestì di oro fino, impiegandone seicento talenti. Il peso dei chiodi era di cinquanta sicli d’oro; anche i piani di sopra rivestì d’oro. Nella cella del Santo dei santi eresse due cherubini, lavoro di scultura e li rivestì d’oro. Le ali dei cherubini erano lunghe venti cubiti. Un’ala del primo cherubino, lunga cinque cubiti, toccava la parete della cella; l’altra, lunga cinque cubiti, toccava l’ala del secondo cherubino. Un’ala del secondo cherubino, di cinque cubiti, toccava la parete della cella; l’altra, di cinque cubiti, toccava l’ala del primo cherubino. Queste ali dei cherubini, spiegate, misuravano venti cubiti; essi stavano in piedi, voltati verso l’interno. Salomone fece la cortina di stoffa di violetto, di porpora, di cremisi e di bisso; sopra vi fece ricamare cherubini”. La loro presenza era quindi ovunque e, dalle misure che troviamo nel testo, occupavano tutta l’area della stanza. Le loro ali andavano a toccare le quattro le pareti. I Cherubini, allora, erano assolutamente connessi alla presenza di Dio che figurativamente dimorava in quel luogo a prescindere dalla presenza umana. Eppure, nonostante la loro potenza e funzione, è scritto che il signore “siede” su di loro (Salmo 80.1 – 99.1).

Quarto luogo in cui i Cherubini agiscono è la mobilità – immobilità della Corte Celeste nell’attesa che tutto si compia. Ezechiele, che li vide, li descrisse come riuscì, raffigurandoli simbolicamente: “Muovendosi, potevano andare nelle quattro direzioni senza voltarsi, perché si muovevano verso il lato dove era rivolta la testa, senza voltarsi durante il movimento. Tutto il loro corpo, il dorso, le mani, le ali e le ruote erano pieni di occhi tutt’intorno; ognuno dei quattro aveva la propria ruota. Io sentii che le ruote venivano chiamate «Turbine». Ogni cherubino aveva quattro facce: la prima quella di uomo, la seconda quella di bue, la terza quella di leone e la quarta quella di aquila. (…). Quando i cherubini si muovevano, anche le ruote avanzavano al loro fianco: quando i cherubini spiegavano le ali per sollevarsi da terra, le ruote non si allontanavano dal loro fianco; quando si fermavano, anche le ruote si fermavano; quando si alzavano, anche le ruote si alzavano con loro perché lo spirito di quegli esseri era in loro. La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio e si fermò sui cherubini. I cherubini spiegarono le ali e si sollevarono da terra sotto i miei occhi; anche le ruote si alzarono con loro e si fermarono all’ingresso della porta orientale del tempio, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro” (Ezechiele 10.11-19).

Guardando brevemente il testo, il Cherubino ha occhi ovunque a denotare la sua visione perfetta del micro e del macro. Ha poi quattro facce, circa le quali possiamo fare questi collegamenti: l’uomo è l’unica tra le creature a possedere intelligenza, il bue tra gli animali addomesticati è il più instancabile, il leone tra le fiere è il più regale e potente mentre l’aquila, fra gli uccelli, è quella che ha il volo più perfetto e la vista migliore. I maestri ebrei aggiungono “tutti questi hanno ricevuto il dominio e grandezza gli è stata data, eppure sono fermi al di sotto del carro dell’Iddio Santo”. Questi, grazie alle loro facce, non perdono tempo a voltarsi, ma si spostano usando le ruote o le ali a sottolineare il fatto che sono in grado di agire sulla terra e in cielo, nelle due regioni, o nei due regni distinti, che si sono venuti a creare dopo il peccato dei nostri progenitori. Ricordiamo sempre la loro funzione racchiusa nella radice stessa del termine kavar che implica una rete e quindi una protezione. Diversi sono i Serafini, descritti nei capitoli 4 e 5 dell’Apocalisse che diversi commentatori, anche antichi, hanno voluto identificare i quattro Vangeli.

Sappiamo che i regni sono quindi due, quello sulla terra, retto dal “Principe di questo mondo”, cioè dall’Avversario, e quello che è già preparato, ma non si è ancora manifestato nella sua potenza e gloria, quella della Gerusalemme nuova che scende dal cielo “come una sposa adorna per il suo sposo” (Apocalisse 21.2). Lì è scritto che “Non vi sarà più maledizione. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello: i suoi servi lo adoreranno; vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli” (33.3-5).

Il regno della terra realizzato dall’Avversario ebbe come motore l’orgoglio, l’invidia e la volontà di distruggere (le stesse ragioni che portarono Caino ad uccidere il fratello), quello di Dio Padre ebbe all’inizio un ordine, “Sia la luce”, che solo Lui poteva dare. Credo ci sia differenza. “Tuo è il Regno” è un riconoscimento che contiene la certezza che sia l’unico che possa vincere quello fondato sul non senso, sull’apparenza e l’illusione, sul contrario del bene. Tutto cominciò da lì: ascoltando l’Avversario, l’uomo scoprì l’inganno quando era troppo tardi esattamente come accade oggi, quando le basi sulle cui ha costruito la sua vita, senza Cristo, crollano.

A volte ci si dimentica che il Regno implicherà il cambiamento della nostra fisionomia e corpo che avverrà con quel “batter d’occhio” quando “tutti saremo trasformati” (1 Corinti 15.51,52): “È infatti necessario– per entrare nel Regno – che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità. Si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?»” (54,55). È l’anticipazione del cambiamento che ci attende perché, come disse Gesù, rispondendo ai Sadducei, “Quando risusciteranno dai morti non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli”(Marco 12.25), vale a dire non procreeranno, non sarà necessario perché si sarà completato il numero degli eletti “prima della fondazione del mondo” (Efesi 1.4)

“Potenza”e “Gloria”sono altri attributi che vengono dati al Padre, complementari al Regno che non sarà mai distrutto: stanno a ricordare ancora una volta la differenza che intercorre tra quella umana e quella divina, la prima illusoria e la seconda reale che mai come in questo caso sembrano essere un controsenso. Siamo abituati a stupirci di fronte alle grandi opere che i nostri simili fanno e quando si parla di “potenza” è facile associarla a quella militare che garantisce la supremazia di un popolo su un altro, ma ci si dimentica che sarà solo alla fine dei tempi le due glorie e le due potenze verranno messe a confronto. La storia ci insegna che l’uomo si è sempre illuso e si è posto in contrasto con Dio: lo ha fatto individualmente (Caino) e collettivamente (la torre di Babele) volendo fare affidamento sulle sue sole forze e sull’ingegno che gli è stato dato, ma ha sempre perso. Nonostante questo, sviluppa scelleratamente il progetto e la realizzazione di quella “Babilonia la grande”, anch’essa destinata a cadere come descritto in Apocalisse ai capitoli 17 e 18. Eppure, nonostante l’adorazione che le avranno dato i popoli, “…quanto ha speso per la sua gloria e il suo lusso, tanto restituitele in tormento e afflizione. Perché diceva in cuor suo «Seggo come regina, vedova non sono e lutto non vedrò». Per questo, in un solo giorno, verranno i suoi flagelli: morte, lutto e fame. Sarà bruciata dal fuoco, perché potente Signore è Dio che l’ha condannata” (18.7,8).

E il “Padre nostro” si conclude con l’Amen, derivato da un verbo ebraico che significa “essere fermo, sicuro, fedele”, che costituisce un’attestazione di verità spirituale e non viene mai pronunciata alla leggera. E così facciamo, nell’attesa che il Regno, la potenza e la gloria di Dio si manifestino. Amen.

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05.38 – PADRE NOSTRO VIII (Matteo 6.13)

05.38 – Padre nostro VIII (Matteo 6.13)

 

“…13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli. Amen.”

Come già preannunciato in un altro incontro, la parte finale del verso 13 non compare in tutte le traduzioni ed è ritenuta da molti un inserto, per così dire, rituale o “liturgico”. Credo però che così facendo si snaturi in parte il senso di questa preghiera perché qui si dichiara la ragione, il perché le richieste precedenti vengano rivolte al Padre: a Lui e a nessun altro appartengono i tre elementi, il regno, la potenzae la gloria nei secolicitati da Gesù. La prima parola da considerare è infatti il “perché”, traducibile con “poiché”, “siccome”, “in quanto”, concetto che ci richiama all’unicità del Padre che ascolta e provvede al quale vanno indirizzate le nostre preghiere. La conclusione del “Padre nostro” è allora una dossologia importante perché costituisce una confessione di appartenenza, è la parte finale di un Credo che trova nell’ “Amen” finale, suo quarto elemento, la nostra firma.

Abbiamo cercato di esaminare il concetto di “Regno” quando abbiamo affrontato le parole “Venga il tuo Regno”, ma il questo concetto è immenso per significati e applicazioni: come parlare del regno di Dio, come presentarlo, definirlo? Qualunque sua esposizione risulterebbe limitata perché noi siamo tali e Lui no. È il Suo progetto di comunione e condivisione con l’uomo e, per quanto argomento su cui torneremo molte altre volte, non potremo far altro che affrontarlo in modo riduttivo proprio perché il Regno non è qualcosa che è stato o che sarà, ma una realtà che esiste ed è legata indissolubilmente allo suo essere di Dio. Il Regno è Lui stesso, come noi siamo Lui in una trasformazione costante in vista di quella piena che avremo. È un progetto destinato a realizzarsi, che si può intravedere leggendo il Pentateuco e i libri storici, ma che fu visto come reale ed esistente dai profeti e fu descritto dall’apostolo Giovanni nell’Apocalisse in momenti di attesa e di compimento, per non parlare delle notizie che Gesù diede ai suoi che tuttavia non recepirono perché allora non ne erano in grado. Dobbiamo sempre tenere presente che gli argomenti della Scrittura possono essere visti e spiegati solo in parte e non può esservi nessuno che può avere la pretesa di esaurirne un solo argomento, altrimenti non sarebbe Parola divina e sappiamo che, quando alcuni uomini di Dio si trovarono di fronte alla Sua vastità, non poterono fare altro che soccombere di fronte ad essa e spesso non riuscirono a parlarne in termini umani. Alcuni di loro, come Paolo di Tarso, definirono impronunciabili le parole che ascoltarono e altri, non riuscendo ad esporre le loro visioni, ricorsero a una simbologia tutta particolare confidando che questa fosse recepita dai loro lettori e interpreti.

Sono assolutamente convinto del fatto che, quando riconosciamo a Dio Padre la legittima detenzione del Regno, non possiamo che rifarci, anche e non solo, a quel progetto che iniziò, alla presenza e con la partecipazione del Verbo, con le parole “Sia la luce”. Tutte le sei ere che caratterizzarono la creazione, infatti, non ebbero lo scopo di manifestare la “bravura” di Dio come costruttore in senso autocelebrativo, ma in vista di quella creatura luminosa, Adamo, che con Eva avrebbe dovuto popolare il territorio santo e circondato dai quattro fiumi che prendeva il nome di Eden, cioè “delizia”. Lì l’uomo, così diverso da noi, creato libero, sceglieva ogni giorno di rapportarsi con YHWH liberamente, discorrendo con lui faccia a faccia senza quella limitazione che si sentì dire un giorno Mosè in Esodo 33.20: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.

Ho scritto all’inizio che il Regno è un concetto e una realtà: alle origini tutto era in Eden o, meglio, là c’era una sua parte, un aspetto visto in quella comunione che ebbe termine quando, dopo la trasgressione all’unico comandamento, Adamo e sua moglie ne furono estromessi. Se leggiamo l’episodio, però, possiamo notare che quel luogo non fu distrutto, ma che “Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini con una spada fiammeggiante, per custodire la via all’albero della vita” (Genesi 3.23,24).

A questo punto individuiamo alcuni elementi: primo, Adamo e sua moglie, che avevano desiderato essere come Dio, si vedono estromessi e avrebbero passato la loro esistenza lavorando la terra dalla quale erano stati tratti. Il loro sguardo, cioè, sarebbe stato costantemente rivolto verso il basso, avrebbero compreso il significato della parola “morte” (“Nel giorno in cui ne mangerai, per certo morirai”) e sarebbero tornati polvere, tutto questo portando in loro il ricordo di ciò che erano. Secondo, la via all’albero della vita non viene preclusa, ma protetta, custodita affinché né Adamo, né Eva, né i loro discendenti a prescindere dalle epoche, l’avessero potuta trovare un giorno e diventare immortali. Terzo e ultimo, quello su cui desidero soffermarmi oggi, abbiamo nominati per la prima volta i Cherubini, creature molto particolari che esistono nel Regno spirituale, quello che non vediamo, ma che per noi ebbero il privilegio di vedere e descrivere i profeti e l’apostolo Giovanni.

Il Cherubino è comunemente ritenuto un angelo, ma più che portare messaggi agli uomini pare avere una funzione di esecutore, di guardiano, di protettore, con un’incessante opera di salvaguardia e adorazione davanti al trono di Dio. L’Avversario, Satana, così potente, era uno di loro e, se non il primo, uno dei più importanti. Leggiamo in Ezechiele al capitolo 28.12-15 “Tu eri al sommo, pieno di sapienza e perfetto in bellezza. Tu eri in Eden, giardino di Dio; tu eri coperto di pietre preziose, di diamanti, di grisoliti, di pietre d’onice, diaspri, zaffiri, smeraldi e carbonchi e di oro; l’arte dei tuoi tamburi e dei tuoi flauti era presso di te, quella fu ordinata nel giorno in cui fosti creato. Tu eri un cherubino unto, protettore e io ti avevo stabilito, tu eri nel monte santo di Dio, tu camminavi in mezzo alle pietre di fuoco. Tu sei stato compiuto nelle tue faccende, dal giorno che tu fosti creato, finché si è trovava iniquità in te”.

Questa era la funzione che aveva quando si chiamava Lucifero, cioè “Portatore di luce”. Di lui è detto in Isaia 14.12-15 “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore dei popoli? Eppure tu pensavi «Salirò al cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’altissimo». E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!”.

Raccordando tra loro i due versi, rileviamo il nome che aveva l’Avversario nel Regno spirituale di Dio, la sua presenza del Giardino, il grado di eccellenza che possedeva testimoniato dalle pietre preziose che lo ricoprivano, la sua funzione unica di “Unto” e “Protettore” e la perfezione vista nel suo camminare in mezzo alle pietre infuocate essendo il fuoco riferimento al vaglio e al giudizio cui era immune stante la sua condotta. Ma ci è dato di comprendere come, a un certo punto, fu trovata iniquità in lui e questa si manifestò in un progetto che aveva come risultato finale il “farsi uguale all’altissimo”. Sono le stesse parole che, preso possesso del serpente, disse ad Eva: “Dio sa che il giorno in cui ne mangereste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3.5). Nella sua improponibile volontà distruttiva, cercava un alleato. Il figlio dell’aurora sapeva benissimo che non avrebbe potuto farsi uguale a Dio essendo stato creato da lui, ma diventare un dio in un mondo corrotto dal peccato certamente sì. E così fu.

Se allora prima di questi eventi ciò che era in cielo e sulla terra – o meglio in Eden – formavano un tutt’uno, nel terribile dopo possiamo affermare che si crearono due regni, due territori differenti, uno santo e un altro impuro; il primo abitato da Dio e dagli esseri spirituali che di Lui sono l’emanazione, il secondo popolato da uomini incompatibili con lui parte dei quali però cercavano la Sua comunione, benevolenza, aiuto: erano quelli che, informati da Adamo e sua moglie delle modalità della caduta e ancor più del vestito che il Creatore aveva loro confezionato, lo pregavano di aver pietà e soccorso in quella vita così ostile che si trovavano ad affrontare loro malgrado. Ogni giorno constatavano delle avversità che non avrebbero dovuto conoscere. Seppero così i nostri progenitori dell’esistenza di due regni, uno terreno e l’altro spirituale. “Venga il tuo Regno”, allora, perché il Tuo è l’unico a durare per sempre.

Il Cherubino ritorna poi nella Legge. Non è un personaggio che compie azioni particolari come gli angeli che distrussero Sodoma e Gomorra o parlarono a molti, ma è ordinato che venga rappresentato sul coperchio dell’arca. Non è una figura minacciosa, non ha una spada, ma: “Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio. Fa’ un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio alle sue due estremità. I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. Porrai il coperchio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò. Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimonianza, ti darò i miei ordini riguardo agli Israeliti” (Esodo 25.18-22).

Per quanto il Cherubino comparisse anche raffigurato sui teli che costituivano il velo della dimora a conferma del fatto che è un essere a diretto contatto con la Santità di Dio e con lui compatibile, è la sua presenza sul coperchio dell’arca a rivelarci elementi che ci consentono delle connessioni molto importanti; i cherubini non erano due belle statuine saldate sul coperchio, ma costituivano un tutt’uno con lui, erano un pezzo solo, d’oro puro – il solo metallo che è riferito costantemente a Dio – posti uno di fronte all’altro. Due e non quattro perché non era un riferimento ai punti cardinali, ma alle dimensioni semplici intese come destra e sinistra, uomo e donna, bene e male, di qua o di là. Le loro ali proteggevano il coperchio: sono estremità che consentono uno spostamento diverso dal nostro, che avviene solo sulla terra, ma che adombrano e proteggono, difendono. In più, i cherubini sono posizionati sì frontalmente, ma il loro sguardo è rivolto verso il coperchio, guardando idealmente all’interno dell’arca che conteneva un vaso d’oro con la manna raccolta nel deserto, il bastone d’Aaronne che era fiorito e le tavole della Legge, quelle che Mosè tagliò e sulle quali Iddio scrisse il decalogo, da destra a sinistra, cinque per ogni tavola secondo il Talmud di Gerusalemme. Anche qui, è interessante il rapporto tra le due tavole e i due Cherubini.

Nel meditare però il passo di Esodo 25 mi sono chiesto perché queste due creature, a parte le ali spiegate, avessero lo sguardo verso il basso, metaforicamente a guardare all’interno dell’Arca quasi a contemplarne il contenuto, cioè la manna per la provvidenza di Dio, il bastone a ricordare il serpente che si mangiò tutti quelli creati dai maghi del Faraone e quindi la supremazia di YHWH e le tavole rappresentanti l’osservanza che il Signore si aspetta dall’uomo, oggi per noi misura di ciò che è bene e ciò che è male.

Non credo sia possibile avere una risposta diversa dall’indizio che ci offre l’apostolo Pietro nella sua prima lettera quando, parlando degli avvenimenti con cui Dio si caratterizzò nei tempi antichi a testimonianza del Regno, scrive: “…perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della vostra fede: la salvezza delle anime. Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata; essi cercavano di sapere quale momento o quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che l’avrebbero seguite. A loro fu rivelato che non per se stessi, ma per voi erano servitori di quelle cose che ora vi sono annunciate mediante lo Spirito Santo, mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1.8-12). Ed è interessante sottolineare che alcune traduzioni riportano “guardare dentro”.

Il contenuto dell’Arca testimoniava l’amore di Dio e le Sue esigenze, i profeti scrissero e parlarono di un tempo allora imminente, di un regno che sarebbe dovuto venire a suo tempo ma che esisteva già, pronto e preordinato a tal punto che la sua realizzazione piena, così importante per tutte le negatività che verranno annullate e che ogni salvato attende, può sembrare un dettaglio. Perché la cittadinanza eterna già la possediamo ed è quello che ci spinge a vivere. Amen.

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05.37 – PADRE NOSTRO 7/9 (Matteo 6.9-13)

05.37 – Padre nostro – VII (Matteo 6.9-13)

 

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

NON INDURCI IN TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALE

Ho preferito riportare il verso 13 nella versione comunemente insegnata del “Padre nostro”. “Non indurci”è certo la traduzione più sbagliata di quelle proposte rispetto alla più corretta “non esporci”, o “non abbandonarci”: leggiamo in Giacomo 1.13 che “Nessuno, quando è tentato, dica «Sono tentato da Dio» perché Dio non può essere tentato al male e non tenta nessuno al male”. Con la richiesta espressa dalla preghiera insegnata da Gesù ci troviamo allora di fronte a qualcosa di più complesso, a qualcosa che non chiede, ma implica la presenza di elementi che dobbiamo possedere e che sono raggiungibili anche attraverso la preghiera perché la tentazione intesa come peirasmòs, cioè quella prova morale che serve a mettere in luce il carattere dell’uomo, è inevitabile. Sappiamo che la fede come sentimento è buona cosa, ma ha bisogno di venire dimostrata, di essere messa alla prova e sempre Giacomo, contrastando quelli che si affidavano a un sentimento generico ritenendosi a posto con la propria coscienza, dice in 2.19-24 “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio. Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede”.

Per le opere, la fede diventa perfetta. È la dimostrazione, la conferma, l’inattaccabilità di fronte a quel “fuoco” che sappiamo “farà la prova dell’opera di ciascuno”, cioè di quanto avremo costruito sopra il fondamento, la fede nell’opera di Cristo. Già nella scorsa riflessione era stato accennato al fatto che, come cristiani, c’è un cammino da compiere e che la nostra non è una strada facile perché ci troviamo di fronte a scelte che gli uomini comuni non si pongono, oppure non affrontano e non comprendono. È un percorso in cui non possiamo essere soli e che richiede un aggiornamento dal “non indurci in tentazione” a “non abbandonarci”, cioè, “non lasciarci soli” perché altrimenti falliremmo, cadremmo inevitabilmente.

Entriamo qui in un campo complesso, che contempla la nostra natura umana che si contrappone alla spirituale descritta dall’apostolo Paolo con queste parole: “Io so infatti che in me, nella mia carne, non abita il bene. C’è il me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie e Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore! Io dunque con la mente servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato” (Romani 7.18-25). Con queste parole ci viene data la descrizione del combattimento interiore che sarebbe destinato a fallire sempre se dovessimo contare unicamente sulle nostre forze: la mente, infatti, accetta la teoria, ma fatica enormemente a tradurla in pratica perché si ritrova a fare i conti con un corpo che vorrebbe ogni cosa per sé. Tendenzialmente non siamo fatti per il “no”, esattamente come il corpo è fatto per star bene e per questo, in natura, all’occorrenza assume da solo posizioni antalgiche, si protegge, reagisce con l’istinto alle minacce che gli si pongono davanti.

La persona che ha accettato Gesù Cristo come suo personale Salvatore non deve e non può sottrarsi a un percorso di crescita, eppure spesso tende a sottovalutare le insidie dell’avversario che “Va girando come un leone che ruggisce cercando chi possa divorare”. Ecco allora che il riferimento nel Padre nostro non è tanto a quelle situazioni occasionali in cui una persona può cadere, sbagliare e pentirsi, ma al sistema, al progetto specifico dell’Avversario a danno della creatura. Nelle espressioni “il giusto pecca sette volte al giorno”, e “se uno cade, si rialza” abbiamo l’inevitabilità del peccare da parte nostra, ma quello a cui allude Nostro Signore è piuttosto il “laccio”, cioè quella condizione nella quale il credente può cadere e rimanere intrappolato.

Il laccio di cui parla la scrittura ha riferimento con la vita di tutti i giorni di allora (e non solo), quando per catturare animali selvatici si faceva un nodo scorsoio con una corda. Tra i sinonimi di “laccio” troviamo “trappola, tranello, vincolo, impaccio, qualcosa che soffoca”. Il laccio dev’essere proporzionale alla forza della preda perché, se troppo sottile, questa potrebbe liberarsi e fuggire, cosa che il cacciatore non vuole. Il laccio è quindi il risultato di un calcolo, di uno studio in questo caso molto serio perché Satana, “principe di questo mondo”, ha la potestà su di esso e non ha interesse ad occuparsi di chi già gli appartiene, ma dei credenti. I primi li tiene per sé, i secondi li combatte e mira alla loro caduta come fece alle origini. È noto il versetto che dice “…per sedurre se possibile anche gli eletti”: di qui un progetto volto a menomare il rapporto che i credenti hanno con Dio. Per prendere un uomo, come fece in Eden coi nostri progenitori, Satana deve impostare un piano su misura per lui, partendo dalle sue debolezze e attirarlo al loro interno senza che se ne accorga sapendo che, spesso, la sua vittima è un superficiale e si rende conto di esservi caduto dentro se non quando è troppo tardi. È bello per noi sapere che esiste una promessa: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, e io le conosco, ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre” (Giovanni 10.27-29). Anche se Gesù non parla di perdita, la possibilità del danno esiste sempre. Certo Satana distrugge quel che può distruggere, ma là dove questo gli è impedito danneggia e compromette. È in questo contesto che, fondamentalmente, dobbiamo intendere quel “non abbandonarci alla tentazione”.

E penso ai discepoli, quando erano dei semplici uomini che avevano seguito ammirati il loro Maestro senza capirne la reale portata se non quando lo Spirito Santo scese su di loro, stabiliti per essere colonne della Chiesa, colonna e sostegno a sua volta della Verità. Penso a loro quando fuggirono spaventati all’arresto di Gesù, penso a quei due di loro delusi sulla via di Emmaus e a Pietro, quando gli fu detto “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22.31,32). E così fece.

Io non so se chi mi legge ha mai provato l’esperienza di essere preso in un laccio spirituale: è un’esperienza terribile e umiliante in cui, alla consapevolezza dello Spirito presente e della propria dignità, si affianca un senso di paralisi, d’incapacità a prendere decisioni. Si vorrebbe, ma non si riesce ad uscire. E si ha paura e ci si dibatte come in un perfetto labirinto perché qualunque decisione che si può prendere si pensa sia sbagliata, non si sa più ciò che si è veramente e la mente corre il rischio di ammalarsi. E male come gli “amici” di Giobbe fanno quei “fratelli” che si sentono santi e in grado di giudicare e non trovano meglio che citare versi a sproposito, primo fra tutti Isaia 40.28,31 “Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica e non si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani si affaticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”. E così, citando parole di verità, ma fuori dal contesto in cui si trova la persona, feriscono e annichiliscono perché le citano senza vedere il problema, senza capire, avulsi dalla carità. Proprio come Elifaz, Bildad e Zofar.

Eppure Dio libera e risponde a quel “non abbandonarci”. Lo fa coi suoi tempi e quando siamo pronti a individuare il Suo intervento liberatorio per ringraziarlo ed amarlo ancora di più. Ancora una volta andiamo alle parole dell’apostolo Paolo che, scrivendo alla travagliata Chiesa di Corinto, scrisse “Nessuna tentazione vi ha presi, se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1 Corinti 10.12-13). La via d’uscita, quella che o non vedevamo, o non avevamo il coraggio di intraprendere.

Tornando alla frase della preghiera esposta da Gesù, ci conclude con le parole “ma liberaci dal male”. E quel “ma” sta a indicare un intervento che solo lui può compiere. Il male: quale? Tradotto così suona generico, potrebbe essere banalmente definito come tutto ciò che non appartiene alle categorie del bene. Ma chi decide tra gli uomini ciò che è giusto o sbagliato, se non il sentire comune di un popolo e la propria cultura che si è sviluppata nei secoli? La morale cambia continuamente, soprattutto nel tempo in cui viviamo; a parte il furto e l’omicidio, gli altri sono concetti opinabili, ciò che costituisce reato per un popolo, per un altro non lo è, oppure azioni che oggi sono considerate riprovevoli domani non lo sono più.

L’illuminazione che procede da Dio, però, è diversa: è Lui stesso che ha rivelato la Sua volontà nell’Antico Patto attraverso il Sommario della Legge e i corollari relativi ad essa, o nel Nuovo il Suo amore e perfezione ufficialmente incarnatosi nel proprio Figlio Gesù Cristo. Il Male, allora, è da inquadrare come la diretta espressione di Satana e quel “Male” andrebbe più correttamente tradotto con “Maligno” che trova appunto nella sua opposizione a Dio la propria ragion d’essere e il proprio fine distruttivo.

Pietro ebbe da Gesù la promessa: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno”. Nella circostanza, certo, parlò a lui, ma la stessa preghiera l’aveva rivolta al Padre per tutti coloro che si sarebbero aggiunti alla Chiesa: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola; perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Giovanni 17.20,21).

Ricordiamo ancora le parole di Paolo a Timoteo: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato la forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno. A lui la gloria nei secoli. Amen” (2 Timoteo 4.18).

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05.36 – PADRE NOSTRO 6/9 (Matteo 6.9-13)

05.36 – Padre nostro – VI (Matteo 6.9-13)

 

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

…COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI.

La volta scorsa abbiamo accennato alla differenza che intercorre tra “debito” e “debiti”, anticipando che, riguardo alla reciprocità che contraddistingue i cristiani, è impossibile che non si comportino tra loro utilizzando il perdono come uno dei principali metodi di rapporto interpersonale. Abbiamo anche citato come punto di orientamento fondamentale la parabola del “servitore spietato” che va necessariamente esaminata per comprendere la nostra posizione spirituale, cosa eravamo un tempo e chi siamo ora. La parabola, come amava precisare un fratello, non è una favoletta più o meno edificante, ma un racconto che presenta, tramite la descrizione di episodi di facile memorizzazione, delle profonde verità dottrinali. Nel caso della remissione dei debiti da parte di Dio e dell’azione conseguente da parte nostra, la parabola è quella detta del “servo spietato” che troviamo in Matteo 18.21-35, esposta a seguito di una domanda dell’apostolo Pietro che “gli si avvicinò, e gli disse «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello»”.

Anche se si tratta di un testo che esamineremo in futuro, si possono effettuare alcune sottolineature, prima fra tutte l’ammontare del debito che questo servitore, da individuare certamente in un dignitario di corte, aveva accumulato probabilmente distraendo delle somme a proprio vantaggio: il re della parabola “volle fare i conti” con i responsabili del suo patrimonio e, poco dopo aver iniziato le verifiche, ecco emergere questo personaggio e la frode a danno del suo signore. Va osservato che subito Pietro, ed eventualmente gli altri che ascoltavano Gesù parlare, si resero conto dell’enormità della somma poiché il talento di allora era l’equivalente di 32 kg circa d’argento. Il talento, però, poteva anche essere anche in oro per cui il debito accumulato era di 320 tonnellate a prescindere dal metallo distorto. È chiaro che quella persona non avrebbe mai potuto restituire la somma, ma secondo le leggi del tempo era possibile che pagasse comunque per la colpa venendo venduto unitamente alla sua famiglia come schiavo. Avrebbe cessato di esistere come individuo, non avrebbe avuto più nulla e lo stesso i suoi famigliari.

Contrariamente ad ogni previsione, però, quel re ebbe pietà di quel contabile e, ben sapendo che non avrebbe mai potuto mantenere quanto gli prometteva – ricordiamo le parole che gli disse dopo esserglisi gettato a terra, “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito” – andando contro i suoi interessi, mosso unicamente da un sentimento di pietà, gli azzerò la somma che avrebbe dovuto restituire. Ora stupisce il comportamento che quest’uomo ebbe non appena incontrò una persona, che si suppone fosse un suo pari grado, debitore nei suoi confronti di 100 denari, somma rapportabile allo stipendio di poco più di tre mesi di un operaio: era un’inezia rispetto a quella che a lui era stata condonata. Ma rimase inflessibile e fu crudele verso di lui. Anche quel debitore si gettò a terra esattamente come aveva fatto l’altro col suo re, dicendo le stesse parole, questa volta però pronunciando una promessa plausibile. Eppure abbiamo letto che “non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito”. Questa azione ci dice molto sullo spirito che dominava il servitore spietato: per lui esisteva solo il proprio io: quando si era trovato davanti al suo signore il terrore che aveva provato all’emersione del debito, il sentirsi perduto, lo aveva spinto a gettarsi a terra e a chiedere sinceramente pietà, ma ogni paura era svanita una volta ottenuto il condono ed era tornato quello che era, un essere insensibile attento solo ai propri interessi. Abbiamo letto la sua fine: “Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto” cioè mai, vista l’enormità del debito.

È allora facile individuare nella somma che il servitore spietato avrebbe dovuto restituire al re, la condizione di peccato in cui versano tutti gli uomini che non hanno ricevuto il perdono di Dio. Quando un uomo scopre di essere nella condizione di quel servo, di non avere di che pagare ma soprattutto che per quanto farà non riuscirà mai a soddisfare le esigenze del Suo Signore e gli chiede pietà nonostante tutto, ottiene un perdono che non può non trasmettere agli altri. La sua persona, cioè, non può che venire trasformata da quell’atto di pietà e amore. Certo non possiamo salvare nessuno, ma gestire il perdono per quanto ci è dato, sicuramente sì. Ecco allora che ancora una volta ci troviamo di fronte a un “debito”, che riguarda la verticalità del rapporto uomo – Dio, e a dei “debiti” che rientrano invece nell’orizzontalità del rapporto tra esseri umani visti nei 100 denari della parabola: piccole cose, tranquillamente rifondibili, elementi che sappiamo che addirittura dovremmo aspettare ci venissero restituiti dalla persona senza chiederli indietro.

Il problema però è che non solo Gesù, ma tutta la Scrittura parla in larga parte per simboli e qui non si tratta solo di denaro, ma di offese, di torti, di azioni ingiuste che abbiamo eventualmente patito. Si potrebbero citare molti versi in proposito, di cui una parte sono già stati scritti in riflessioni precedenti quando abbiamo affrontato l’amore per i nemici, il porgere l’altra guancia e altri; qui credo però sia necessario andare al libro del Siracide, un deuterocanonico che, pur non avendo l’autorità spirituale di altri come i Proverbi o il Qoélet (Ecclesiaste), è interessante perché scritto da una persona che dedicò la propria vita a studiare anche i meccanismi psicologici che regolano i rapporti umani. Ben Sira, il suo autore, è scritto che chiese a Dio la sapienza e la ottenne. Conosciuto anche come “Ecclesiastico” è databile attorno al 180 a.C.. Scrive Aldo Moda che l’autore del libro era uno scriba ed espose il frutto del suo studio, intrapreso per grande passione per autentica vocazione fin dalla giovinezza, alla gioventù aristocratica di Gerusalemme che frequentava la sua scuola. Arricchì la sua cultura con numerosi viaggi all’estero, forse anche giovane entrò al servizio di un re straniero in qualità di funzionario. La sua professione di scriba gli permise di essere attento alla realtà sociale ed al culto nel Tempio. Alcuni studiosi lo avvicinano alla corrente sadducea, allora al suo sorgere.

Ebbene, nel grandissimo numero degli argomenti, Jehoshua Ben Shira affronta il tema dell’offesa e quindi dei “debiti” che gli uomini possono contrarre fra loro e il loro spontaneo regolarsi. Ben Shira non fa mai riferimento a tribunali o a terze persone che possano costringere a saldare i debiti, ma valuta indirettamente ed in modo tanto semplice quanto profondo le cause e gli effetti delle offese: “Se hai sguainato la spada contro un amico, non disperare, può esservi un ritorno. Se hai aperto la bocca contro un amico, non disperare, può esserci riconciliazione, tranne il caso di insulto e di arroganza, di segreti svelati e di un colpo a tradimento; in questi casi ogni amico scomparirà” (22.21,22). Perché? Perché in tutti questi casi viene a mancare il rispetto, il riguardo per la persona e la sua dignità in quanto amico e persona, per cui solo una radicale revisione del modo i pensare di chi si è comportato così può spingere a chiedere il perdono e trovarlo. Certo Ben Shira non conosceva la Grazia e parlava a livello umano, non sbagliando le sue valutazioni di base né contraddice a priori le parole di Gesù sul perdono, settanta volte sette. E non esiste perdono senza confessione e prima ancora ravvedimento, tra uomo e uomo e tra questi e Dio stesso.

Fatta questa parentesi necessaria, una delle tante che dimostrano la serietà del perdono che non può essere generalizzato e dato a prescindere, la frase conclusiva di Gesù alla parabola del servo spietato illumina su quanto sia attento lo sguardo di Dio sui suoi figli: “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”; questa si raccorda a quella pronunciata proprio a conclusione dell’esposizione del “Padre nostro”: “Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Matteo 6.14,15). Ecco la reciprocità. Ecco l’impensabilità dei doppi pesi e delle doppie misure che in un rapporto fraterno non possono esistere. Senza la reciprocità, non rimane che la religione che, in sintesi, altro non è se non la pretesa puerile di essere ascoltati a prescindere da quello che siamo veramente, nella nostra essenza, nel nostro cuore. Perché il perdono è l’espressione della partecipazione ad un progetto, di un cammino che non percorriamo da soli, ma con il Padre. Che, appunto, è nostro. Amen.

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05.35 – PADRE NOSTRO 5/9 (Matteo 6.9-13)

05.35 – Padre nostro – V (Matteo 6.9-13)

 

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

 

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI…

Il verso 12 è molto chiaro e parrebbe non necessario di approfondimenti: si chiede al Padre la remissione dei debiti che abbiamo con Lui come noi ci impegniamo a fare altrettanto con chi li ha verso di noi o, meglio, perché abbiamo avuto, accettando il Vangelo, lo stesso trattamento da Lui. Anche se è così, possiamo dire che questo è un verso molto impegnativo e la comprensione di quanto esprime credo possa far del bene a tutti noi, stante il rapporto profondo e continuo esistente tra Antico e Nuovo Patto. Ancora una volta dobbiamo partire dalla realtà conosciuta dagli uditori di Gesù che, nell’attesa che la parola “debito” venisse spiegata con la parabola del servo spietato, potevano collegarsi alla preghiera che Salomone rivolse a YHWH quando l’Arca dell’alleanza fu trasferita nel tempio. La preghiera è contenuta in 1 Re 8.36-50 e ne riportiamo una parte: “Quando il tuo popolo Israele sarà sconfitto di fronte al nemico perché ha peccato contro di te, ma si converte a te, loda il tuo nome, ti prega e ti supplica in questo tempio, tu ascolta nel cielo, perdona il peccato del tuo popolo Israele e fallo tornare sul suolo che hai dato ai loro padri. Quando si chiuderà il cielo e non ci sarà pioggia perché hanno peccato contro di te, ma ti pregano in questo luogo, lodano il tuo nome e si convertono dal loro peccato perché tu li hai umiliati, tu ascolta nel cielo, perdona il peccato dei tuoi servi e del tuo popolo Israele, ai quali indicherai la strada buona su cui camminare, e concedi la pioggia alla terra che hai dato in eredità al tuo popolo. Quando sulla terra ci sarà fame o peste, carbonchio o ruggine, invasione di locuste o bruchi, quando il suo nemico lo assedierà nel territorio delle sue città o quando vi sarà piaga o infermità di ogni genere, ogni preghiera e ogni supplica di un solo individuo o di tutto il tuo popolo Israele, di chiunque abbia patito una piaga nel cuore e stenda le mani verso questo tempio, tu ascoltala nel cielo, luogo della tua dimora, perdona, agisci e da’ a ciascuno secondo la sua condotta, tu che conosci il suo cuore, poiché solo tu conosci il cuore di tutti gli uomini, perché ti temano tutti i giorni della loro vita sul suolo che hai dato ai nostri padri”.

Qui viene descritta una realtà che è presa d’atto di una sconfitta, di eventi che, per la dispensazione in cui si trovava il popolo, potevano essere chiaramente riconducibili ad un intervento di Dio teso a punire una condizione di peccato. Allo stato di cose descritto, cioè l’essere vinti dal nemico, la presenza della siccità, della malattia o altro, segue una vera richiesta di perdono dovuta a un forte dolore interiore. Il popolo, cioè, non avrebbe dovuto soltanto “chiedere perdono” come in un banale rito, ma convertirsi (ricordiamo le parole di Giovanni Battista, “ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino”).  Salomone stesso dice “Se si convertono dal loro peccato”, ponendo la condizione, la sola in grado di testimoniare che il ravvedimento è avvenuto e che la richiesta di perdono è sincera. Possiamo dire che, relativamente alla remissione del peccato da parte di Dio, la stessa cosa avviene anche oggi: in questo tempo in cui le calamità naturali sono una conseguenza delle violenze che uomini scellerati hanno perpetrato su un pianeta prossimo al collasso, non possiamo certo fare gli stessi collegamenti dell’Israele allora; tuttavia per ogni uomo viene il momento in cui si ritrova a fare i conti con delle sconfitte di fronte alle quali è obbligato a chiedersi se queste derivino dal naturale svolgersi della vita, oppure siano un richiamo di Dio alla conversione e questo vale anche per i credenti.

Nell’ultima parte della preghiera di Salomone, poi, vediamo come veda il popolo come organismo di individui, passando ad esaminare il singolo perché facente parte di esso e per questo dotato di individualità e responsabilità: “Dà a ciascuno secondo la sua condotta, tu che conosci il suo cuore”. Lo stesso avviene anche oggi per noi.

Nel Padre nostro Gesù parla di “debiti”perché, come vedremo, esiste un “debito” con Dio, quello che non c’è uomo sulla terra che non abbia, e dei “debiti”. Il primo è quello che rendeva i cristiani incompatibili con Lui visto nella condizione di peccato ereditata alla nascita, i secondi sono quelli che come credenti possiamo sempre contrarre a causa di una mancata vigilanza sulle nostre azioni, cioè quelli che possiamo commettere nella carne perché siamo defettibili. Essere dei salvati non implica l’essere santi e puri a prescindere delle nostre azioni, cioè che siamo stati liberati dal peccato una volta per tutte e che quindi non peccheremo più, ma percorrere una strada fatta di astensione da ciò che offende la nostra dignità e posizione di credenti penalizzando anche fortemente il rapporto che abbiamo con Lui.

Cos’è il peccato? È un termine che si riferisce a qualsiasi azione che possiamo commettere estranea alla volontà e santità di Dio. Il “peccato” è prima di tutto un modo di ragionare, di essere e di vivere, quello di chi esiste ignorando più o meno deliberatamente la Sua presenza, le Sue aspettative nei confronti della creatura che si ritrova così abbandonata a se stessa e cerca di soddisfarsi da un punto di vista fisico e psichico raggiungendo lo scopo per brevi periodi. Ora sappiamo che, grazie al sacrificio di Cristo sulla croce, chiunque lo comprenda e lo accetti consapevolmente per la propria salvezza eterna, in tal modo accogliendolo, viene fatto figlio di Dio venendo liberato dalla sua condizione di peccatore: viene accolto così com’è, viene perdonato, cessa di essere straniero ed avventizio secondo versi che abbiamo citato diverse volte.

L’Agnello di Dio toglie il “peccato del mondo”, non “dal” mondo, non elimina la possibilità di compierlo anche da parte di chi è salvato e redento. E per “togliere” si intende prendere su di sé. C’è un’opinione diffusa in certe Chiese cristiane secondo la quale chi ha creduto, perdonato una volta per sempre dal sangue versato di Cristo, non abbia più bisogno di domandare il perdono dei suoi peccati quotidiani perché non può più peccare. Eppure Giovanni nella sua prima lettera sappiamo che scrive “…se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un Avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto“ (1 Giovanni 2.1).

Davide scrisse “Per il tuo nome, Signore, perdona la mia colpa, anche se grande” (Salmo 25.11), e “Liberaci e perdona i nostri peccati, a motivo del tuo nome” (Salmo 79.9), richieste rivolte a chi è tanto giusto quanto pietoso nei confronti della creatura che a Lui si rivolge. Possiamo dire che la preghiera del “Padre nostro” si occupa non del debito originale, ma di quelli che si accumulano o possono presentarsi lungo il nostro cammino terreno di cui chiediamo la remissione, possibile a due condizioni: perché ne abbiamo compreso la portata e perché li abbandoniamo, la sola azione che possa dimostrare, come già detto, l’avvenuto ravvedimento. Quando ero bambino e andavo a confessarmi, al termine c’era l’”atto di dolore” che si concludeva con le parole “propongo di non offendervi mai più, Signore misericordia perdonatemi”: col tempo, mi sono chiesto se pronunciare quelle parole a distanza di giorni non fosse un alibi, un modo per legittimare certi miei comportamenti perché tanto venivo perdonato e assolto comunque. La stessa cosa succede a molti anche oggi, che pongono in essere comportamenti liberi sapendo che tanto poi, andandosi a confessare, si pentono formalmente regolando così i propri “debiti”.

Nulla di più sbagliato. Si tratta di un modo di ragionare falso e distorto, utilitaristico, che non ha nulla a che vedere con lo Spirito e tutto ha a che fare con l’essere umano carnale, diabolico e ipocrita perché sapere che non esiste peccato che non possa essere rimesso non è una realtà che possiamo distorcere a nostro vantaggio, servircene per i nostri fini personali. Chi agisce così è una persona che, se non si ravvede, sarà solo un religioso, cioè uno che rientra nelle categorie di cui Gesù sappiamo disse “Questo è il premio che ne hanno”.

Utile in proposito un breve commento e relativa lettura su Efesi 4.17-32 che si apre con un paragone importante. L’apostolo Paolo si rivolge a dei credenti che avevano da poco abbandonato il paganesimo e quindi risentivano inevitabilmente dei suoi retaggi e per questo vengono invitati a meditare sulla loro condizione: “Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, accecati nella loro mente, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e della durezza del loro cuore. Così, diventati insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza e, insaziabili, commettono ogni sorta di impurità”. Qui vediamo che il paganesimo, la vita normale quotidiana, “orizzontale”, si caratterizza con vani pensieri, cioè “privi di consistenza, internamente vuoti”, cecità mentale, estraneità alla vita di quell’unico Dio che la vita può dare. Ignoranza e durezza del cuore, entrambe coltivate più o meno consapevolmente, hanno portato insensibilità spirituale e piena disposizione a ciò che è animale e terreno non dando loro altra scelta se non quella di rifugiarsi nella dissolutezza che va a tamponare l’insoddisfazione. I germi del paganesimo, che si concretano nell’anarchia spirituale, li porteremo sempre con noi, se non altro come bagaglio storico. C’è però un’avversativa lapidaria vista nel “Ma” che apre il verso 20: “Ma non così– cioè comportandovi in quel modo – voi avete imparato a conoscere il Cristo, sedavvero gli avete dato ascolto e sein lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare con la sua condotta di prima l’uomo vecchio che si corrompe seguendo passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità”.

Qui abbiamo un grande insegnamento: prima di tutto io noto dei “se”, che vanno idealmente a collegarsi alla preghiera di Salomone citata poco prima; è un “se” che fa la differenza, è una verifica, è un garanzia. Facile dire che si conosce Gesù Cristo e che si ha il Suo Spirito soprattutto in certi ambienti evangelici; molto meno agevole è dimostrare di avere abbandonato l’uomo vecchio che si corrompe seguendo passioni ingannevoli e ancor di più il suo metodo di giudicare. L’uomo vecchio segue le proprie passioni e si basa su di esse, ma alla fine queste crollano. Siamo chiamati a rinnovarci e a rivestire l’uomo nuovo. Siamo chiamati a non rimanere immobili nelle nostre posizioni perché la stasi non esiste e comprometterebbe gravemente la nostra realtà. Chi non si evolve, come ci dimostra la “parabola dei talenti”, in realtà va indietro e peggiora progressivamente senza rendersene conto.

Agire senza rinnovarsi, senza cercare di portare il nostro modo di pensare e di essere a un livello superiore coltivando lo Spirito ma continuando nelle azioni dell’ ”uomo vecchio”, equivale a contristarlo: “E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato voi in Cristo”. Ecco un’altra applicazione col debito rimesso: lo Spirito Santo abbiamo letto che è un “segno” dato per il giorno della redenzione, ma la presenza dentro di noi di elementi dominanti estranei, come quelli che caratterizzano l’uomo vecchio che a volte torna a manifestarsi, fanno parte di quei tanti “debiti” che abbiamo il diritto dovere di chiedere al Padre che ci siano rimessi. E siccome le stesse azioni negative le possono compiere dei fratelli nei nostri confronti, chiedere che ci venga perdonato senza che noi perdoniamo, è un’assurdità. L’uomo che un giorno si è messo alla ricerca di Dio, trovandolo, non può venire lasciato solo nel proprio cammino di ricerca e edificazione spirituale.

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05.34 – PADRE NOSTRO 4/9 (Matteo 6.9-13)

05.35 – Padre nostro – IV (Matteo 6.9-13)

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

 

SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSÌ IN TERRA

Con questa terza e ultima dossologia abbiamo il punto ideale di congiunzione tra il credente e Dio Padre; sicuramente è la più impegnativa e responsabilizzate perché ci chiama in causa davvero in modo diretto. Sono convinto che, quando molti cristiani recitano il “Padre nostro”, non pensino che in realtà s’impegnino di fronte a Dio in modo categorico perché, a prescindere dalle richieste che rivolgiamo davanti al Trono della Sua Grazia, chiediamo che venga fatta la Sua volontà e non la nostra. E il nostro essere naturale viene così a trovarsi, obiettivamente, davanti a un muro, a ciò che è il perimetro del nostro territorio, dell’ambito in cui viviamo contrapposto alla volontà di Dio che può essere, come spesso avviene, diversa dalla nostra.

Tutto ciò ci porta a Gesù, che sperimentò nella sua perfezione e totalità il dolore e l’angoscia giungendo pregare perché gli fosse risparmiato l’immenso patire che avrebbe subito dall’arresto alla crocifissione e, infine, la morte. Sofferenza non solo fisica, ma spirituale, quella che più lo opprimeva. Gesù stesso è il primo riferimento a quel “Sia fatta la tua volontà” perché ne ha dato il più illustre esempio. Leggiamo il testo: “Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Ghetsemani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciòa provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai suoi discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole”(Matteo 26.36-44).

Personalmente rilevo in questi versi che Gesù, nonostante avesse perfettamente chiaro fin dall’inizio del suo ministero pubblico, ma anche prima della fondazione del mondo, che lo scopo della prima sua venuta sulla terra sarebbe stato quello della morte in croce, qui inizia a provare un sentimento assolutamente umano (ricordiamo che sudò sangue, a differenza di Adamo che col sudore del volto si sarebbe guadagnato il pane). Non si trattava della paura del dolore fisico, ma di quello morale e spirituale che sarebbe consistito nell’abbandono del Padre che avrebbe provato per la prima e unica volta. Quel grido, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” non credo possa essere descritto, quanto a significato di sofferenza, con termini adeguati. Eppure, nonostante questo, Nostro Signore dichiara “Sia fatta la tua volontà” mettendosi in secondo piano rispetto al volere del Padre che era il risultato di un piano concordato dalle tre persone racchiuse nella parola “Elohim” e raffigurate nel tetragramma YHWH.

Poi, notiamo che Gesù rivolse al padre la richiesta di non bere quel calice per tre volte, non una di più, a conferma di un comportamento assolutamente dignitoso, di una preghiera in cui la consapevolezza di venire ascoltato a prescindere dall’esaudimento era l’elemento più importante.

La meravigliosa e perfetta dignità con la quale Nostro Signore accettò il suo ultimo compito, dall’arresto all’ultima parola sulla croce, poi, ci presenta tra gli infiniti spunti di riflessione quanto fosse stata reale, vera l’accettazione della volontà del Padre: Gesù non cede mai. Non si lamenta. Non ha un solo movimento o frase inconsulti giungendo a rifiutare l’anestetico che i soldati romani porgevano ai condannati. “Sia fatta la tua volontà”,principio che per Lui rappresentava una fonte di nutrimento: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”(Giovanni 4.34). E il “compiere” comportava bere quel “calice” a Lui riservato e di cui chiedeva, se possibile, che gli fosse risparmiato.

Un secondo esempio lo troviamo in Atti 21 in un contesto molto particolare: l’apostolo Paolo aveva terminato il suo viaggio attraverso la Macedonia e la Grecia e intendeva tornare a Gerusalemme. Dice il testo: “…giungemmo a Cesarea ed entrati nella casa di Filippo l’evangelista, che era uno dei Sette, restammo presso di lui. Egli aveva quattro figlie nubili, che avevano il dono della profezia. Eravamo qui da alcuni giorni, quando scese dalla Giudea un profeta di nome Agabo. Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: «Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, o Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani». All’udire queste cose, noi e quelli del luogo pregavamo Paolo di non salire a Gerusalemme. Allora Paolo rispose: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto ad essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù», E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: «Sia fatta la volontà del Signore»(Atti 21.8-14).

Qui siamo in un contesto diverso, in cui gli interessati sono dei credenti che manifestano il loro affetto spirituale e umano legato ad un ambito personale: consci del valore dell’apostolo e di tutto quello che aveva fatto per loro, rifiutano l’idea che Paolo potesse subire una sorte a lui “sfavorevole”, dimenticandosi che il solo che può disporre veramente della vita e stabilire i percorsi di ciascuno di loro sia in realtà il Padre. La resa manifestata dalle loro ultime parole, le sole che Luca riporta in modo preciso, risiede proprio in quel “Sia fatta la volontà del Signore”dalle quali rileviamo l’accettazione di quei credenti del piano di Dio per Paolo. È un verso molto bello perché ci insegna che, per quanto sia lecito pregare in base alle nostre aspettative, l’importante è la Sua “volontà” e non la nostra. Sicuramente quei cristiani accettarono il fatto che l’apostolo partisse per Gerusalemme come un esaudimento alla loro preghiera, capendo che le vie del Signore possono essere differenti da quelle che ci aspettiamo. E giunto là, Paolo fu arrestato nel Tempio e dovette successivamente affrontare il tribunale ebraico.

Conseguenza diretta di questo episodio, spiritualmente, è l’atteggiamento raccomandato a tutti i veri cristiani: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare per poter discernerela volontà di Dio, cioè che è buono, a lui gradito e perfetto” (Romani 12.2). Sono parole importanti che ci rivelano ciò che da soli non sapremmo. Vivendo in questo mondo, per lo più circondati da gente che vive un sistema che pensa unicamente alla propria sopravvivenza inevitabilmente a danno di altri sempre e comunque, abbiamo l’invito a non conformarci a lui, cioè adeguarsi alla sua mentalità, ai suoi metodi di vita, ai suoi obiettivi che sono innati anche in noi e si sviluppano dal preciso momento in cui ascoltiamo la nostra carne e la sua volontà. Il lasciarsi trasformare, poi, implica un’azione docile, un lasciarsi trasportare senza resistenza perché in quel caso porremmo una forza di attrito a quella benefica dello Spirito. Resistere a qualcosa implica fatica, ma opporsi allo Spirito comporta un danno al nostro stato di “nuova creatura” che rimarrebbe inevitabilmente penalizzata. Solo rinnovando il nostro modo di pensare antico, nel quale purtroppo a volte torniamo, è possibile “discernere la volontà di Dio, cioè che è buono, a lui gradito e perfetto”. Anche questo è racchiuso in quel “Sia fatta la tua volontà” ed ecco perché ho scritto che, per chi recita il Padre nostro indipendentemente dal fatto che lo utilizzi come preghiera recitata o modello, sono parole che impegnano profondamente e non possono venire pronunciate alla leggera, non confermandole con un comportamento – impegno consono all’importanza che rivestono. Pronunciarle significa porre la nostra persona in secondo piano dichiarando la nostra disponibilità ad accettare qualunque progetto che Dio ha per noi.

Successivamente Gesù ci indica dove debba compiersi questa volontà e lo fa citando la totalità dei luoghi coinvolti, il cielo e la terra. È una congiunzione tra i due elementi, il planare perfetto del volere del Padre che dall’alto, o meglio dalla dimensione perfetta dello spirito, la quarta, arriva fino a noi. Obiettivamente, presa alla lettera la prima parte, sembrerebbe una richiesta senza senso, poiché il Padre agisce indipendentemente dalla volontà dell’uomo, non ha chiesto il permesso a nessuno quando ha dato inizio alla creazione e neppure il nostro prima di farci venire al mondo; anzi, dalla lettura di Giobbe 38.8-41 emerge quanto siano distanti la nostra conoscenza, volontà e possibilità dalle sue. Ricordiamo parte delle parole di questo passo: “Cingiti i fianchi come un prode: io ti interrogherò e tu mi istruirai: quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri? Dimmelo, se sei tanto intelligente! (…) Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite e gli ho messo chiavistello e due porta dicendo «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde»?(…) Da quando vivi, hai mai comandato al mattino e assegnato il posto all’aurora, perché afferri la terra per i lembi e ne scuota i malvagi, ed essa prenda forma come creta premuta da sigillo e si tinga come un vestito e sia negata ai malvagi la loro luce e sia spezzato il braccio che si alza a colpire? Sei mai giunto alle sorgenti del mare e nel fondo dell’abisso hai passeggiato? Sei mai giunto fino ai depositi della neve, hai mai visto i serbatoi della grandine, che io riserbo per il giorno della sciagura, per il giorno della guerra e della battaglia?”.

Ecco, in questo dialogo abbiamo un racconto di alcune fasi della creazione e del diluvio, che non esistono nel libro della Genesi, da cui traspare la perfetta scienza e autonomia di Dio. Allora la risposta alla domanda sul perché di una simile richiesta nel “Padre nostro” non può essere se non il voler aderire ancora una volta e con forza al progetto del Creatore: è una dichiarazione totale che, come già detto, non può essere pronunciata alla leggera, ritualmente, distrattamente, ma richiede piena partecipazione non come atteggiamento, ma come condivisione. “Sia fatta la tua volontà” è una confessione, è la dichiarazione mediante la quale ci riconosciamo dei subordinati a lui perché la volontà che si deve compiere non può essere che la sua, come comprese quel lebbroso che disse a Gesù “Signore, se tu vuoi, puoi guarirmi” (Marco 1.40). Sappiamo che fu quella frase a suscitare in Nostro Signore la compassione, cioè a immedesimarsi nella sua condizione che contemplava sì la malattia, ma anche tutto quel sentimento di riverenza, fede e non pretesa. “Se tu vuoi, puoi”, è una frase che potremmo definire parente stretta di quel “Sia fatta la tua volontà” espressa nel Padre nostro.

La volontà del Padre in cielo è un riferimento a tutto ciò che non conosciamo relativamente ai Suoi piani, alla totalità di quel creato che possiamo soltanto intravedere e dal quale siamo stati esclusi per quanto riguarda la nostra vita in una terra in cui sperimentiamo costantemente le conseguenze del peccato dei nostri progenitori. Esprimere la preghiera per cui sia fatta la volontà del Padre in cielo come in terra, esprime l’adorazione profonda dell’uomo al suo Dio: “Il Signore ha posto il suo trono nei cieli e il suo regno domina l’universo. Benedite il Signore, angeli suoi, potenti esecutori dei suoi comandi, attenti alla voce della sua parola. Benedite il Signore, voi tutte sue schiere, suoi ministri che eseguite la sua volontà” (Salmo 103.19-21). Amen.

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05.33 – PADRE NOSTRO 3/9 (Matteo 6.9-13)

05.33 – Padre nostro – III (Matteo 6.9-13)

 

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

VENGA IL TUO REGNO

Siamo giunti al secondo dei tre “tuo”che, nel “Padre nostro”, indicano l’area di pertinenza di Dio. Così come è il Suo Nome che deve essere santificato, in opposizione a quello di altri, così deve venire il Suo Regno, non uno dei tanti che gli uomini hanno cercato di instaurare, a volte riuscendovi per quanto temporaneamente. Così, in questi “ultimi giorni” cui abbiamo accennato la volta scorsa, questa speranza, questo desiderio del nostro spirito, è inevitabile che si faccia più pressante stante la presenza di un altro regno, a lui opposto, che il “principe di questo mondo” sta realizzando ed è di imminente instaurazione: si tratta di un sistema che sarà costituito da un potere economico assolutamente immorale in mano a pochi, che richiederà totale adesione di coscienza e azione, che combatterà con tutti i mezzi a sua disposizione chi dissentirà da lui. Uno stato di cose che finirà con la distruzione del pianeta che, come sappiamo, è scritto che “si logorerà come un vestito”. Il Regno vero, quello di Dio, si realizzerà definitivamente quando avverrà ciò che l’apostolo Giovanni vide dopo il giudizio finale: “Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati e il mare non c’era più. E io, Giovanni, vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una gran voce dal cielo, che diceva «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Ed Egli abiterà con loro, ed essi saranno suo popolo e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido né fatica, perché le cose di prima son passate»” (Apocalisse 21.1-4).

Va sempre tenuto presente il dualismo esistente in ogni elemento: il “regno“ ha come definizione quella di uno stato monarchico inteso come ente politico, come territorio e come insieme dei cittadini. Indica un ambito e un luogo più o meno grande su cui il potere viene esercitato e in cui qualcuno domina. Questa definizione non ci può far venire in mente l’impossibilità che ha l’essere umano di servire a due padroni e quindi di appartenere a un contesto piuttosto che a un altro. Del resto, sappiamo che Satana si trova a suo agio sulla terra, che percorre alla ricerca tanto di chi possa perdere, quando di chi possa tentare. Incontrando Dio in Giobbe, alla domanda “Da dove vieni?” risponderà “Da un giro sulla terra che ho percorso” o, come in un’altra versione, “Dall’andare avanti e indietro sulla terra e dal percorrerla su e giù” (Giobbe 1.7).

Il Regno di cui preghiamo la venuta deve ancora venire, ma chiunque crede e fa la volontà di Dio ne fa già parte, pur vedendolo ancora in lontananza. E qui si dovrebbe aprire una grande parentesi, perché dovremmo affrontare il tempo come dimensione in cui agiscono gli uomini a prescindere dall’epoca in cui sono vissuti. Leggiamo in Giovanni 8.56 “Abramo desiderò vedere il mio giorno; lo vide e ne gioì. Ancora in Matteo 13.17 “In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non lo ascoltarono”. Ricordiamo Ebrei 11.13 “Nella fede morirono tutti costoro, senza avere ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra”. Ecco perché il “Regno” è il tutto, come lo è Cristo presente alla creazione, che venne al mondo con un corpo simile al nostro, che tornerà a giudicare il mondo e a realizzare il compimento definitivo delle promesse. Molto belle le parole di San Girolamo in proposito: “Vedi qui dunque come l’Antico Testamento si unisce al Nuovo; poiché se i Profeti fossero stati servitori di un Dio estraneo o contrario a Cristo, mai avrebbero desiderato vederlo” (Catena aurea: glossa continua super Evangilia). Il “Regno” si realizza attraverso ogni singolo istante e in ogni anima che crede in Gesù e lo accoglie, cambiando vita e scopo di esistenza. Il Regno è quel luogo che Gesù descrisse con poche parole ai Suoi quando disse loro “Il vostro cuore non sia turbato: credete in Dio, e credete anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no ve lo avrei detto. Io vado a prepararvi un posto. E quando sarò andato e vi avrò preparato il posto, ritornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi. Voi sapete dove vado, e sapete anche la via” (Giovanni 24.1-4).

Il Regno che deve venire non fu rivelato in Eden, territorio in cui l’uomo, allora sì a immagine e somiglianza di Dio, poteva vederlo, parlargli e camminare assieme per il giardino nel fresco della sera. Con la catastrofe conseguente all’infrazione dell’unico comandamento ricevuto, l’uomo, divenuto incompatibile con quel luogo santo e la trasformazione della sua fisiologia da immortale a mortale, ascoltò la condanna del serpente e la promessa di un riscatto visto nella progenie della donna che gli avrebbe schiacciato il capo.

Ecco, lì fu annunciato per la prima volta, per quanto in modo velato, ma alla fine della dispensazione dell’innocenza, quando i nostri predecessori entrarono in quella della coscienza. Da lì in poi, attraverso quella della Legge e poi della Grazia nella quale viviamo tuttora, non mancarono mai le rivelazioni di Dio che promettevano un radicale cambiamento della condizione amara in cui erano soggetti subendo il male con persecuzioni umane o con le tentazioni mirate dell’Avversario.

Il Regno di Dio fu rivelato ed è tuttora in costruzione attraverso i tempi. Gesù Cristo, testimone nell’eternità e nel tempo umano, disse parlando alle subdole autorità religiose di allora “Abrahamo, vostro padre, giubilò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò” (Giovanni 8.56): questo avvenne probabilmente attraverso una visione profetica in uno dei colloqui con “l’Angelo del Signore”. La progressione del Regno attraverso i secoli la vediamo agli inizi della storia umana, anche quando, in Genesi 4.26, a proposito della posterità di Adamo, che dopo Abele generò Set, è scritto “Anche a Set nacque un figlio, e lo chiamò Enos. Questi cominciò a invocare il nome del Signore”. Il tutto mentre esistevano, come progenie di Caino, “i figli degli uomini”.

Il Regno di Dio, nel suo punto di svolta che vi sarebbe stato con la morte e resurrezione di Cristo, lo vediamo anche nell’incontro sul monte della trasfigurazione al quale parteciparono anche Mosè ed Elia che “parlavano con lui della sua dipartita che stava per compiersi a Gerusalemme” (Luca 9.31).

Il Regno di Dio, però, al di là della sua manifestazione definitiva di cui siamo in attesa, è anche qualcosa che permea: quando infatti Nostro Signore fu interrogato dai farisei “…su quando sarebbe venuto il Regno di Dio, rispose loro e disse «Il regno di Dio non viene in maniera che si possa osservare, né si dirà Eccolo qui o Eccolo là, poiché ecco, il regno di Dio è dentro di voi»” (Luca 17.20-21) là dove un’altra traduzione, ugualmente corretta stante l’ambivalenza del significato, recita “È già in mezzo a voi”. Si tratta di un regno spirituale che si manifesta in molte modalità: quante volte Gesù iniziò alcune sue parabole con le parole “Il regno dei cieli è simile a…”? Ricordiamo ad esempio:

il seme della senape (Matteo 13.32,32)

«Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».

il mercante che trova una perla di enorme valore (Matteo 13.44-46)

“Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle;
e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata”.

la rete gettata nel mare (Matteo 13.47,48)

“Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.”

al lievito nelle tre misure di farina (Matteo 13.33)

«Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

E ve ne sono molte altre che richiederebbero uno studio a parte stante la ricchezza di elementi che ne potrebbe scaturire. “Venga il tuo regno” allora è un’espressione che include tutti questi significati senza contare la nostra posizione che va vagliata continuamente perché sappiamo, in altre parabole, quanto sia importante la vigilanza del servo vista anche nelle vergini stolte e in quelle savie. Poter dire “venga il tuo regno”, per un cristiano, significa esprimere un desiderio forte di comunione col suo Signore e confermare al tempo stesso la sua appartenenza a lui. Viceversa, sarebbe un controsenso perché, per la generazione di Caino, la venuta del regno comporterà il giudizio: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. A chi ha sete darò in dono della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà tutte queste cose e io sarò per lui Dio ed egli sarà per me figlio. Ma per i codardi, gli increduli, gli immondi, gli omicidi, i fornicatori, i maghi, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno che arde con fuoco e zolfo, che è la morte seconda”(Apocalisse 21.6-8).

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05.32 – PADRE NOSTRO 2/9 (Matteo 6.9-13)

05.32 – Padre nostro – II (Matteo 6.9-13)

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

 

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

Prima delle speranze o lodi espressa nella terna dei versi 9 e 10 che riguarda le aspettative spirituali. Teniamo presente che l’insegnamento di questa frase venne pronunciata in un tempo particolare, quando era imminente l’aperto rifiuto di Israele ad accettare Gesù come Messia e la Parola sarebbe stata predicata ai pagani. “Sia santificato”, cioè sia considerato come santo, riverito e glorificato da ogni creatura ragionevole, dotata di anima e libero arbitrio secondo la rivelazione di Cristo. Scrive l’apostolo Giovanni nel suo Vangelo “Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (1.18), di qui il fatto che nessuno può andare al Padre se non per mezzo di Lui, che è “l’immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura” (Colossesi 1.15).

Il primo elemento del “Padre nostro”, che qui consideriamo, ci parla di tempo e di scelta. Penso che si tratti di una frase sicuramente attuale dato che la dispensazione della grazia è ancora aperta, ma non si può non pensare ad alcune riflessioni sugli “ultimi tempi” che l’apostolo Pietro, guidato dallo Spirito Santo, già definiva consistere in quelli della venuta al mondo di Gesù facendo riferimento al fatto che, quando si esaurirà la Grazia, seguiranno eventi terribili per quell’umanità che non Lo avrà riconosciuto. C’è un periodo in cui l’accesso a Dio è aperto, ma ce ne sarà uno in cui sarà chiuso e già il profeta Isaia, nello scrivere l’invito del Messia a tutti gli assetati di giustizia, scriveva “Cercate l’Eterno mentre lo si può trovare, invocatelo mentre è vicino” (55.6). Ancora: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere innaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare in modo da dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola uscita dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto senza aver compiuto ciò che desidero e realizzato ciò per cui l’ho mandata” (9-11). Ecco descritto il progetto di Dio per l’uomo: la Sua parola non torna a vuoto indipendentemente dal fatto che la creatura la accetti o meno, la scelga o la rifiuti. Un risultato lo produce in ogni caso, di benedizione o di esclusione.

I tempi in cui viviamo sono sia quelli di cui Paolo scrisse “…ci troviamo negli ultimi termini dei tempi” (1 Cor. 10.11): non erano importanti quanti anni o secoli mancassero, ma il fatto che erano gli “ultimi giorni” comunque: “Ora sappi questo: che negli ultimi giorni verranno tempi difficili, perché gli uomini saranno amanti di se stessi, avidi di denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, scellerati, senza affetto, implacabili, calunniatori, intemperanti, crudeli, senza amore per il bene, traditori, temerari, orgogliosi, amanti dei piaceri invece che amanti di Dio. Aventi l’apparenza della pietà, ma avendone rinnegata la potenza. Da costoro, allontànati” (2 Timoteo, 3.1-4). Ora le caratteristiche degli uomini degli “ultimi giorni” esistono da sempre. Pensiamo solo all’amara constatazione di Dio prima di procedere col diluvio: disse “L’uomo non è altro che carne”, ebraico “basar” che sta ad indicare non tanto il corpo fisico, appunto di ossa, muscoli, e organi, ma le forze mentali istintive che lo governano. L’uomo degli ultimi giorni però, a differenza dei suoi predecessori, è quello che cerca legittimazione e ufficializzazione a tutti i costi delle proprie azioni malvage a differenza del suo omologo di quelli antichi che, pur contravvenendo alle leggi della “comunità civile” o comunque fautore di infrazioni che la stessa avrebbe riprovato anche solo moralmente, agiva di nascosto e mai sarebbe stato portato come esempio. Questo accade oggi in cui, paradossalmente, i trasgressori sono coloro che cercano di vivere la loro vita e fede cristiana autentica, già minata all’interno dello stesso cristianesimo a prescindere dalla denominazione.

Pur non sopportando personalmente il moralismo, è fuor di dubbio che nostri sono i giorni in cui molte libertà e concetti elementari di regole di vita stanno stravolgendosi con un ritmo sempre più allarmante. Satana, che sa di avere poco tempo, fa sì che vengano minate proprio le identità cristiane precise e costituisce poco a poco una religione al servizio della politica e del governo mondiale che, salvo ormai dettagli, è realizzato. È questo il tempo in cui alla pietà e alla carità si sostituiscono opere di facciata e ai giovani è rivolta tutta una strategia di comunicazione mirante a renderli incapaci di riflettere a vantaggio della soddisfazione di qualunque istintività vista come un diritto da acquisire sempre e comunque.

Sia santificato il tuo nome”, lo ritengo allora un qualcosa di strettamente, urgentemente correlato ora più che mai ai successivi due elementi del Padre Nostro (“Venga il tuo Regno” e “Sia fatta la tua volontà”) affinché il disegno di Dio possa compiersi presto, fermo restando che i tempi sono, come sempre Suoi.

Sia santificato il tuo nome”, però, implica una collaborazione dell’uomo: senza una testimonianza attiva da parte di chi ha creduto, il “Nome” di Dio non sarebbe mai stato conosciuto. Ai tempi dell’Antico Testamento erano i prodigi e i giudizi, a volte sul singolo, altre sull’intero popolo d’Israele, altre ancora sui popoli che con lui avevano a che fare; ai tempi del Nuovo, a produrre questa santificazione del Nome, sono stati i miracoli fatti da Gesù e dagli apostoli e quindi la predicazione, la conversione e la testimonianza di coloro che, in virtù della loro fede, cambiavano vita spiegando agli altri le ragioni del loro comportamento, il perché di una scelta.

Nonostante quello che ho detto sui motivi che produssero in me la certezza che non vi fosse altro Dio all’infuori di quello annunciato da Cristo, la mia sarebbe stata solo una convinzione personale se non avessi trovato uomini e donne che avessero rivolto il loro cuore a Lui e che mi avessero dato l’esempio particolarissimo di persone che, nonostante i loro limiti e imperfezioni, avevano una meta, un obiettivo da raggiungere anche a costo di sforzi e scelte non facili. Persone che avevano messo da parte il loro io e si erano messe a cercare la santità.

Molto spesso si pensa, come cristiani, di essere chiamati a compiere grandi cose, ma ci si dimentica che dobbiamo esercitarci nelle piccole, perché “chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto e chi è ingiusto nel poco, lo è anche nel molto” (Luca 16.10); ricordiamoci del premio di quel servitore che si sentì dire “Bene, buono e fedele servo: tu sei stato fedele in poca cosa e io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25.21).

Ogni azione che il credente compie per Colui che lo ha salvato, la porta avanti anche per se stesso: si tratta di quel tesoro che mettiamo da parte quando tutto ciò che avremo fatto in vita verrà vagliato quando saremo alla Sua presenza. “Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come savio architetto io ho posto il fondamento ed altri vi costruisce sopra, perché nessuno può porre altro fondamento diverso da quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo. Ora, se uno costruisce sopra questo fondamento con oro, pietre preziose, argento, legno, fieno, stoppa, l’opera di ciascuno sarà manifestata mediante il fuoco, e il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno. Se l’opera che uno ha edificato sul fondamento resiste, egli ne riceverà una ricompensa, ma se la sua opera è arsa, egli ne subirà la perdita. Non di meno sarà salvato, ma come attraverso il fuoco” (1 Cor. 3.10-15).

Ecco, il cristiano e la Chiesa di cui fa parte sono coinvolti nella santificazione del Nome perché, senza la testimonianza di ciascuno, il concetto di Dio sarebbe assolutamente sterile, identico a quello di altre confessioni. Indubbiamente, nonostante Satana si sia dato da fare parecchio e purtroppo con successo anche all’interno della Chiesa, il “rimanente fedele” ha resistito e ha annunciato il Vangelo sia con la predicazione che con l’esempio di una vita dedicata a Colui che lo ha salvato. Il cristianesimo non è grido, funzioni solenni che attirano curiosi, grandi movimenti acclamanti o processioni che tanto fanno pensare al paganesimo, ma molto spesso è silenzio e servizio muto. E naturalmente fatti concreti.

Il “Nome” di Dio, fermo restando che non non ha uno come il nostro che usiamo per distinguerci gli uni dagli altri, credo che sia da ricercarsi nella terza persona del verbo essere, “Colui che è”. Non c’è bisogno di affannarsi per chiamarlo o definirlo perché quell’ “È” esclude la presenza di qualsiasi altro. Dio “è”, tempo presente che viene dall’eternità come Gesù ebbe a dire: “Prima che Adamo fosse nato, io sono” (Giovanni 8.58) e collegato a quel “Gesù Cristo è lo stesso di ieri, di oggi e in eterno” (Ebrei 13.8). Giovanni, in 8.58, non aggiunge altro. Forse nessuno osò chiedere ragguagli a Gesù sulla sua frase. Io di domande gliene avrei fatte molte. La pericope di Giovanni implica il fatto che presso di Lui non esiste interrogativo che non possa avere una risposta, un elemento che non possa avere un posto. L’ordine del tutto scaturito dal nulla, poiché prima del mondo, alla nostra portata, non esisteva niente.

Sia santificato il tuo nome”, allora, è frase che esprime la preghiera, o la speranza, per cui tutti possano riconoscerlo come unico Dio, vero risolutore del problema basilare della nostra origine e fine. L’unico, tra i tanti, troppi, falsi che il mondo ci propone.

Sia santificato il tuo nome”, quindi non quello di altri e qui non possiamo non fare un riferimento all’elemento che apre il decalogo contenuto sulle tavole che Dio e non Mosè scrisse: “Io sono il Signore Iddio tuo, che ti ho tratto fuori dal paese d’Egitto, dalla casa di servitù. Non avere altri dei nel mio cospetto”; come Israele fu liberato dal Paese in cui era schiavo, il cristiano è stato liberato dalla schiavitù del peccato nel senso che gli è stata data l’opportunità di vivere non più dominato da lui. Non avere altri dèi, per chi crede davvero e mette in pratica, ora significa non avere più dei riferimenti estranei per la sua realizzazione spirituale, non avere altri punti di riferimento. Questo significa, per il credente, santificare il nome del Padre suo. Del Padre nostro. Amen.

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05.31 – PADRE NOSTRO 1/9 (Matteo 6.9-13)

05.32 – Padre nostro – I (Matteo 6.9-13)

 

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

Se dovessi definire il “Padre nostro”, personalmente lo farei in tre modi: è una preghiera, è un modello di preghiera, è un inno con una sua struttura precisa. Partendo dall’ultima caratteristica, quella dell’inno, vediamo che ha una struttura bipartita A-B. Nella A abbiamo l’espressione di tre “speranze”, o più propriamente “lodi”, e nella B quattro preghiere anche se la formula “non indurci in tentazione”insegnata per la recitazione mnemonica è errata essendo più proprio “non abbandonarci”o “non esporci”. Ancora una volta abbiamo allora il numero 3, indice di perfezione e completezza assieme al 7 e al 10, e il 4, tipico dell’uomo o, meglio, di qualcosa di cui necessita per avere stabilità. Nella parte A, vista nelle espressioni “sia santificato il tuo Nome”, “venga il tuo regno” e “sia fatta la tua volontà”, c’è chi ha riconosciuto un andamento discendente per l’essere umano, partendo dall’alto del Suo nome giungendo all’adempimento della Sua volontà, mentre nella B troviamo un percorso ascendente, partendo dal “pane quotidiano” per arrivare alla liberazione dal maligno (o dal male che è la sua diretta emanazione). Dio si piega verso l’uomo che, se lo riconosce, ha il dovere di elevarsi e di iniziare un cammino.

Il “Padre nostro” è un modello di preghiera perché, se quel “pregate così” fosse riferito ad un’unica formula accettata da Dio significherebbe avere il possesso di una sorta di “password” e che qualunque altro contenuto sarebbe rigettato. Naturalmente non è così anche perché il parallelo di Luca è lievemente diverso e, nel Nuovo Patto, troviamo tante preghiere diverse e specifiche, frutto dello Spirito e non di memorizzazione.

Il “Padre nostro” è una preghiera anche se una parte della cristianità piuttosto radicale si vanta di non recitarla mai accusando chi la utilizza di essere un perditempo o un superstizioso sostenendo (quasi) a spada tratta che qui Gesù ci indica le cose che dobbiamo chiedere e non le parole che dobbiamo pronunciare. Personalmente non ho mai capito questo accanimento, tanto più che le varie Chiese cristiane hanno degli inni che, anche se non parlati, ripetono le stesse parole ogni volta che vengono cantati dall’Assemblea. Non capisco quindi la differenza tra una preghiera cantata qual è l’inno vero e proprio, e una recitata consapevolmente qual è appunto il “Padre nostro” che, fra l’altro, inno, oltre che preghiera, a mio giudizio è.

Le tre speranze della prima parte non hanno solo un andamento discendente, ma si riferiscono anche a tutto il piano di Dio che si è sviluppato attraverso i secoli: il Padre che abita nei cieli, nella dimensione dell’eternità che un caro fratello amava definire come “quel concetto di tempo che non ha inizio né fine”, non lasciò solo Adamo dopo la caduta, ma fece la promessa in base alla quale la progenie della donna avrebbe schiacciato il capo al serpente in attesa della venuta del regno e alla volontà finale vista in quei “Nuovi cieli e nuova terra dove giustizia abita” che saranno pronti quando il numero dei salvati sarà completo e avremo il giudizio finale sull’Avversario e tutti coloro che lo avranno seguito.

Le quattro preghiere, d’altro lato, con il loro andamento ascendente, partono dalle elementari esigenze del corpo per il suo sostentamento e terminano con la liberazione dal maligno: questa coinciderà proprio con l’avvento del Regno che costituirà la liberazione da Satana e da tutto ciò che è sua diretta emanazione. L’ultima parte del periodo A, “Sia fatta la tua volontà”, punto di arrivo del piano di Dio per l’uomo, coincide con l’ultima parte del periodo B, “Liberaci dal maligno”, punto di arrivo del percorso dell’uomo che a Lui si è affidato: lo ha fatto per quanto peccatore, per quanto imperfetto e bisognoso di cure continue, ma santificato dal sangue di Colui che, morendo sulla croce, ha compiuto il sacrificio per eccellenza, gradito a Dio “una volta per sempre” (Ebrei 10.10).

Possiamo concludere questo breve sguardo in generale sulla preghiera insegnata da Gesù con questa annotazione: abbiamo l’espressione di tre speranze, o lodi, e quattro richieste per un totale di sette elementi, preceduti da un’invocazione per un totale di otto episodi. Ecco allora che l’ottavo elemento, cioè l’invocazione, sta a significare ancora una volta il compimento, l’indirizzo perfetto a cui inviamo le nostre richieste, ben diverse da una divinità generica che non ha orecchi per udire e potenza per rispondere proprio come il Baal al quale i suoi profeti si rivolgevano nel passo che abbiamo citato nelle precedenti riflessioni, appartenete al capitolo 18 del primo libro dei Re.

 

  1. PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI

In questa pericope vengono contemporaneamente espresse le idee della prossimità e della distanza. La prima fornisce una caratteristica di Dio alla quale gli ebrei non erano abituati, essendo usi a chiamare Dio con una quantità notevole di nomi, o più propriamente attributi. Ricordiamo Elohim, in forma plurale, il primo incontrato in Genesi 1.1. Troviamo poi “El” come suffisso accompagnato a un sostantivo come ad esempio El Hane’eman (Il Dio fedele), El Elyon (Il Dio altissimo), El Olam (Il Dio d’eternità), El Echad (L’unico Dio), ma anche “il Dio d’Israele”, “del cielo e della terra” e molti altri.

Abbiamo poi il tetratramma YHVH, tradotta come “Signore”, rivelato per la prima volta a Mosé al pruno ardente: “Io sono colui che sono”, tetragramma proveniente dal verbo “essere”. Di questo nome, pronunciato da alcuni YEHOWAH e dal altri YAHVEH, non si conosce in realtà la pronuncia corretta poiché l’uso di utilizzarlo nel linguaggio parlato presso gli ebrei cessò nel 200 d.C. temendo di infrangere il comandamento “Non usare il nome dell’Eterno, che è il Dio tuo, in vano; perché l’Eterno non terrà per innocente chi avrà usato il suo nome invano” (Esodo 20.7). Oggi i rabbini spiegano che nel tetragramma è anche compreso il senso del nascondere e da qui l’impronunciabilità del Nome.

Il Dio rivelato ad Israele era quindi innanzitutto l’Unico vero, giusto e terribile, ma anche amorevole come sappiamo fu testimoniato, fin dagli inizi della storia umana, dal vestito confezionato ai nostri progenitori e dalla promessa della progenie della donna che avrebbe schiacciato il capo al serpente.

La qualifica di Dio come “Padre”, tuttavia, era quasi sconosciuta, potremmo definirla come velata e veniva usata per ricordare agli israeliti la loro ribellione. Ad esempio vediamo Isaia 1.2 “Udite, o cieli, e ascolta, o terra, perché L’Eterno ha parlato: «Ho allevato dei figli e li ho fatti crescere, ma essi si sono ribellati contro a me”. Malachia 1.6 riporta le parole di Dio “«Un figlio onora il padre e un servo il suo signore. Se dunque io sono padre, dov’è il mio onore? E se sono signore, dov’è il timore di me?» dice l’Eterno degli eserciti a voi, sacerdoti «che disprezzate il mio nome» e dite «In che cosa abbiamo disprezzato il tuo nome?».

Ora invece abbiamo questo titolo di Dio, Padre, che in tutti e quattro i Vangeli verrà utilizzato 80 volte in passaggi indicanti il legame tra il credente e Dio e tra Cristo e Colui che lo ha mandato: non è poco. Gesù quando pregava si rivolgeva a Dio chiamandolo Padre e la stessa cosa possiamo fare noi, sotto la nuova rivelazione, la nuova dispensazione, epoca, periodo della Grazia fino a quando Dio riterrà opportuno farla durare. Con la rivelazione della parola “Padre” abbiamo l’apertura di un ponte reso possibile, in tutta la sua ufficialità, con la resurrezione e ascensione al cielo di Cristo perché fu quella a sancire in modo definitivo che era Gesù e non altri il Figlio di Dio promesso.

Qui possiamo aprire una parentesi riguardante la religione in genere. Al mondo ce ne sono tante, ciascuna che propone un modello di vita più o meno austero o rigido, ciascuna che propina una o più verità e ciascuna di loro ha un fondatore. La religione implica aderire ad essa in modo più o meno radicale, comporta l’osservanza di riti e atteggiamenti che molto possono adattarsi ai versi letti tempo fa, quelli relativi al “premio” che a nulla serve. Religione a parte ci sono poi correnti di pensiero, o ideali, ai quali molti aderiscono e si impegnano con forme di attivismo più o meno accentuate. Sono però fedi basate sull’uomo. Alcune di loro possono anche sembrare positive, ma riguardano uno o più settori che, se possono far sentire meglio chi si inserisce in loro, tutto possono fare tranne che salvare perché l’unica scelta possibile in tal senso è Gesù Cristo. E dico questo non per propagandare una Chiesa o uno stile di vita religioso, ma perché posso dire di avere sperimentato personalmente di non avere alcuna alternativa o scelta che possa risolvere il problema relativo al mio essere umano.

L’ateo, colui che è convinto nel profondo che non esista alcuna forma di vita superiore o creatrice, non dovrebbe avere nessun problema perché, ritenendosi il frutto di un incidente molecolare, sa di venire dal nulla e di ritornare al nulla. Chi tuttavia non riesce a concepire come il caso abbia potuto far nascere, per quanto nei millenni, anche una semplice drosophila, s’interroga inevitabilmente su chi possa essere o quale sia stata la Forza che ha creato l’Universo: ora, il problema è che tutti i fondatori delle religioni o delle forme di pensiero ad esse afferenti, sono morti. Alcuni, quelli delle numerose sette in particolare – mi riferisco sia a quelle che hanno tratto spunto dalla Bibbia che a quelle tipo Scientology – sono morti da tempo e hanno comunque lasciato imperi economici tutt’altro che irrilevanti e avuto eredi che hanno portato avanti la loro “missione”.

Gesù Cristo, però, è stato l’unico ad essere risorto, nonostante la prima reazione dell’autorità costituita fu quella di nascondere la cosa: sappiamo infatti che i soldati posti a guardia del sepolcro in cui il corpo era stato posto, corsero a riferire ai capi sacerdoti quanto avevano visto ma quelli, “radunatisi con gli anziani, deliberarono di dare una cospicua somma di denaro ai soldati dicendo loro «Dite: i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato mentre noi dormivamo. E se la cosa verrà agli orecchi del governatore. Lo placheremo noi e faremo in modo che voi non siate puniti». Ed essi, preso il denaro, fecero come erano stati istruiti e questo si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi” (Matteo 28.11-15).

Ma perché credere alla resurrezione? Per quanto mi riguarda, la lettura dei Vangeli mi ha insegnato che i discepoli di Gesù, che credettero in lui nei suoi tre anni di ministero, entrarono in crisi profonda con il suo arresto e morte. Parlano credo a nome di tutti gli altri i due discepoli sulla via di Emmaus che dissero: “…ora noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto questo, siamo già al terzo giorno da quando sono avvenute queste cose. Ma anche alcune donne tra di noi ci hanno fatti stupire perché, essendo andate di buon mattino al sepolcro, e non avendo trovato il suo corpo, sono tornate dicendo di avere avuto una visione di angeli che dicono essere lui vivente. E alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato le cose come avevano detto le donne, ma lui non lo hanno visto” (Luca 24.21-24).

Vediamo l’incredulità di questi due discepoli che sicuramente rappresentavano quella di tutti: se non avessero visto il loro Maestro resuscitato non una, ma molte volte come leggiamo in Atti 1.3 – “Ad essi, dopo aver sofferto, si presentò vivente con molte prove convincenti, facendosi vedere da loro per quaranta giorni e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” – se ne sarebbero tranquillamente tornati alle loro case e ai loro mestieri. Se quindi Pietro e tutti gli altri non avessero avuto la prova finale della resurrezione, non avrebbero avuto alcun interesse a propagandare una nuova dottrina che non solo non li avrebbe arricchiti, ma avrebbe fatto di loro dei perseguitati e soprattutto dei martiri. Qui, come uomo razionale, ho dovuto arrendermi perché all’evidenza non avevo era tanto l’ordine nell’Universo indice di un Creatore, ma la testimonianza di uomini come me che non avrebbero mai dato la loro vita per una persona, per quanto sapiente, buona e fautore di miracoli, che non avesse sancito le Sue parole con la resurrezione. Poi la Grazia ha fatto altro e ha prodotto l’uomo nuovo.

Gesù Cristo quindi visse, morì, risorse e salì al cielo. Come questo avvenne è narrato in Atti 1.9-11: “Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu sollevato in alto e una nuvola lo accolse e lo sottrasse ai loro occhi. Come essi avevano gli occhi fissi in cielo, mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono loro e dissero: «Uomini galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che è stato portato in cielo di mezzo a voi, ritornerà nella stessa maniera con cui lo avete visto andare in cielo»”. Mi fermo, purtroppo, solo sul fatto della nuvola, chiaro rimando agli episodi in cui Dio, nell’Antico Patto, manifestava la sua presenza attraverso di essa o da lei parlava. Non è che Gesù salì in cielo e continuò nella sua ascesa fino alla ionosfera e oltre: fu accolto in una nuvola ed entrò in quella dimensione così a noi lontana, ma spiritualmente non così tanto, che è quella dei “cieli” in cui il Padre Nostro abita.

Il “Padre” implica quanto l’apostolo Paolo scrive ai Romani in 8.16,17: “Lo Spirito stesso rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati”. Il “Padre” è “nostro”, cioè è a noi pertinente, ci appartiene. Il “Nostro” implica relazione reciproca per cui è di ciascuno, uomo e donna, che in Lui crede. È di tutti i componenti della Chiesa, latino ecclesia, greco ek-kaleo, cioè coloro che sono “chiamati fuori” dal mondo in cui vivono. Infatti “…noi siamo debitori non alla carne per vivere secondo la carne, perché se vivete secondo la carne voi morrete, ma se per mezzo dello Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete, poiché tutti coloro che sono condotti dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Voi infatti non avete ricevuto uno spirito di schiavitù per cadere nuovamente nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito d’adozione per il quale gridiamo «Abba, Padre»” (Ibid. v. 12-15) dove “Abba” è una parola derivante dall’aramaico traducibile con “padre” oppure il famigliare “papà”. È una relazione che si possiede, poiché un figlio è e rimane tale, ma che va al tempo stesso mantenuta e non autorizza il cristiano a comportarsi come se non fosse, appunto, un figlio.

Tornando al testo, se gli uomini di Dio dell’Antico Testamento potevano rivolgersi a Dio chiamandolo “Signore”, in Cristo ora possiamo dire “Abba, Padre”, “nostro che sei nei cieli” e che, nonostante questa distanza, è vicino e pronto ad accogliere chi lo cerca con cuore sincero e desideroso di diventare erede della promessa della vera Vita Eterna.

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05.30 – INTRODUZIONE AL PADRE NOSTRO II/II (Matteo 6.9-13)

05.31 – Padre nostro – Introduzione II (Matteo 6.9-13)

 

5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

Siamo così arrivati al secondo incontro introduttivo sulla preghiera insegnata da Gesù, nel sermone sul monte, ai discepoli e a tutti quanti vollero incontrarlo. Il verso settimo prende in esame una categoria nuova di persone, cioè i pagani che vengono associati ai farisei e a chi pratica una vuota religiosità alla quale potevano affiancarsi anche manifestazioni di lesionismo corporali che estendevano il concetto di “mortificazione” che avveniva tramite il digiuno. È interessante il verbo greco che ha utilizzato forse lo stesso Matteo dall’aramaico, “Battologhéo”, riferito a Battos, poeta greco verboso e prolisso noto per le sue continue ripetizioni inutili e retoriche. È scritto che i pagani pensano di essere esauditi per la moltitudine delle loro parole: un riferimento (anche) a 1 Re 18.26 quando viene riportato che i profeti di Baal invocarono il nome del loro dio dal mattino fino a mezzogiorno, “26…ma non si udì alcuna voce e nessuno rispose. Intanto essi saltavano intorno all’altare che avevano fatto”. 27A mezzogiorno Elia cominciò a beffarsi di loro e a dire «Gridate più forte, perché egli è dio: forse sta meditando o è indaffarato o è in viaggio, o magari si è addormentato e dev’essere svegliato». 28Così essi si misero a gridare più forte e a farsi incisioni con spade e lance secondo le loro usanze finché grondavano di sangue. 29Passato mezzogiorno, essi profetizzarono fino al tempo di offrire l’oblazione, ma non si udì alcuna voce, nessuno rispose e nessuno diede loro retta”. Troviamo un riferimento interessante anche nel Nuovo Testamento, in Atti 19.34 quando, per circa due ore, tutti gridavano “Grande è la dea Diana degli Efesini”. È un mantra, la ripetizione infinita, cui non pochi tra i medici della psiche e purtroppo anche nel cristianesimo attribuiscono un valore.

Illuminanti le parole in Ecclesiaste 5.1-3 “1Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio: avvicinati per ascoltare piuttosto che per offrire il sacrificio degli stolti, i quali non sanno neppure di far male. 2Non essere precipitoso con la tua bocca e il tuo cuore non si affretti a proferire alcuna parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sulla terra: perciò siano le tue parole poche. 3Poiché con le molte occupazioni vengono i sogni e con le molte parole la voce dello stolto”. È importante notare che, in questi versi, quando troviamo scritto “Dio” il testo originale abbia il plurale Elohim e quindi suggerisca il concetto trinitario che andrebbe tradotto “Iddio”. C’è però il pericolo di un fraintendimento, poiché la lettura di questi versi sembra esortare a una preghiera breve a prescindere: chi può quantificare il tempo giusto per farlo? Nel senso, vanno bene pochi secondi o pochi minuti? Se sì, quanti? Quante parole sono necessarie perché, come ha scritto Salomone, siano considerate “poche”?

In realtà Nostro Signore e il riferimento nell’Ecclesiaste non parla del pregare tanto o poco, ma all’intelligenza della persona: “pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con intelligenza”, scrisse Paolo in 1 Corinti 14.15. È probabile che qui Gesù, che passava notti intere a pregare, abbia fatto un riferimento al non fare della ripetizione e della lunghezza della preghiera un obbligo con la speranza-garanzia che questa venga esaudita esattamente come speravano i profeti di Baal di cui abbiamo letto. È la preghiera del pagano che chiede segni, miracoli, manifestazioni soprannaturali o che la vita si svolga attraverso esaudimenti di richieste materiali; quella del cristiano, invece, deve avere intenti e origini opposte viste nel dialogo, nel confronto col Padre ora possibile grazie allo Spirito Santo e all’intercessione del Risorto.

Infatti il verso successivo parte con l’esortazione – comandamento: “Non siate come loro” e ne spiega il motivo, “perché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate”. Se il pagano è convinto che il suo dio vada informato delle cose che gli necessitano, il cristiano è spinto alla preghiera fondamentalmente perché ha bisogno della comunione col Padre e che questo implica necessariamente un profondo esame di coscienza: ci presentiamo a lui consci delle nostre mancanze e ne chiediamo perdono? Abbiamo dei pesi che ostacolano il nostro cammino di comunione? Ci mettiamo davanti a Lui con onestà di cuore, rifuggendo le eventuali contaminazioni, siamo attenti? Abbiamo dei peccati non confessati e non lasciati?

Il Padre sa di cosa abbiamo bisogno prima che glielo domandiamo. Siamo qui a un bivio: il Creatore che sa cosa necessita realmente la Sua creatura, ma questa spesso non conosce le sue necessità spirituali, al contrario delle sollecitudini ansiose che ha ben presente: “Non cercate di che cosa mangerete o che cosa berrete e non ne siate in ansia, perché le genti del mondo cercano tutte queste cose, ma il Padre vostro sa che voi ne avete bisogno” (Luca 12.29-30).

 

Il sette, l’otto e altri numeri

Quello che mi ha stupito ed altrettanto edificato nell’esaminare il contesto di questa preghiera è la posizione che occupa il sostantivo “Padre” all’interno dei capitoli 5 e 6 del Vangelo di Matteo. Vediamo i versi che precedono il “Padre nostro”:

 

  1. “…affinché siate figli del Padre vostro” (5.45)
  2. “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli” (5.48)
  3. “…altrimenti voi non ne avrete ricompensa presso il Padre vostro, che è nei cieli” (6.1)
  4. “… e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà ricompensa palesemente” (6.4)
  5. “…chiudi la porta e prega il Padre tuo, che vede nel segreto” (6.6)
  6. “…e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente” (6.6)
  7. “…il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate” (6.8)
  8. “Padre nostro che sei nei cieli…” (6.9)

 

Le riflessioni che si possono fare a questo punto sono molte. Guardando ai primi sette versi che riportano la parola “Padre”, non si può ignorare che la loro quantità ha riferimento diretto a Dio, alla Sua opera, pienezza e perfezione. La presenza di questo numero è costante in tutta la Bibbia a partire dalla Genesi quando fu il settimo giorno a fare da sigillo alla creazione. Tra innumerevoli episodi citabili, sono particolarmente importanti le sette volte in cui il generale del re di Siria Naaman fu mandato a bagnarsi nel Giordano da Eliseo per guarire dalla lebbra, oltre ai sette anni impiegati da Salomone per costruire il Tempio, per non parlare della costante del numero nel libro dell’Apocalisse.

Forse può essere interessante, a proposito del Sette, citare la figura di Ivan Nikolayevich Panin (1855 – 1942), critico letterario nichilista e agnostico molto conosciuto in Canada e negli Stati Uniti d’America, che si convertì al Cristianesimo quando, analizzando numericamente i testi del Nuovo e Antico Testamento, dopo un lavoro durato otto anni ed aver riempito un totale di circa 40mila pagine, giunse alla conclusione che il numero 7 è alla base di tutta la struttura letteraria biblica a patto che questa non sia manipolata tramite l’inserimento di parole non presenti nell’originale. Ivan Panin dedicò i restanti 50anni della sua vita allo sviluppo della scienza dei numeri biblici rifiutando incarichi universitari anche prestigiosi.

Può essere interessante cercare in rete “Ivan Panin” dove i dati sulla sua ricerca abbondano. Mi limito a trascrivere la sua ricerca sul verso di Genesi 1.1 “Nel principio Iddio creò i cieli e la terra”.

La frase in ebraico è composta di sette parole, ciascuna delle quali ha il suo valore numerico complessivo, che si ottiene sommando il valore di ogni lettera:

– בראשית 913 (400+10+300+1+200+2) Nel principio

– ברא 203 (1+200+2) creò

– אלהים 86 (40+10+5+30+1) Dio

– את 401 (400+1) Articolo indefinito non traducibile

– השמים 395 (40+10+40+300+5) i cieli

– ואת 407 (400+1+6) e

– הארץ 296 (90+200+1+5) la terra

In questo breve versetto, il numero sette con i suoi multipli ricorre in decine di combinazioni di cui riportiamo solo alcuni esempi:

– Il numero delle parole del verso è 7.

– Vi sono tre importanti parole: Dio, cieli, terra che hanno valore 86, 395, 296. Sommati tra loro danno 777, cioè 111×7.

– Il numero delle lettere di queste tre parole (Dio, cieli, terra) è 14 (2×7).

– Il numero delle lettere delle quattro restanti parole è sempre 14 (2×7).

– Il numero totale delle lettere ebraiche in questa frase è dunque 28 (4×7).

– Le prime tre di queste sette parole ebraiche contengono il soggetto e il predicato della frase: “Nel principio Iddio creò”. Il numero delle lettere di queste tre parole è 14 (2×7).

– Le altre quattro parole contengono l’oggetto della frase: “i cieli e la terra”. Il numero delle lettere di queste quattro parole è anch’esso 14 (2×7).

– Il valore numerico del verbo “creò” è 203 (29×7).

– Il numero trovato sommando il valore numerico della prima e dell’ultima lettera di tutte e sette le parole che compongono questo versetto è 1393 (199×7).

– Il numero 1393 si divide nella seguente maniera:

  1. a) il numero che si ottiene sommando i valori numerici della prima e dell’ultima lettera della prima e della settima parola è un multiplo di 7: 497 (71×7)
  2. b) Il numero che si ottiene sommando i valori numerici della prima e dell’ultima lettera delle cinque parole rimaste in mezzo è anch’esso un multiplo di 7, cioè 896 (128×7),

– L’ultima lettera della prima e dell’ultima parola hanno un valore numerico totale di 490 (70×7)

– La più breve parola è al centro. Il numero ottenuto sommando le lettere di questa parola sommate con le lettere della parola alla sua sinistra è 7.

– Il numero ottenuto sommando le lettere di questa parola sommate con le lettere della parola alla sua destra è 7.

 

Le perfezioni del numero non ricorrono solo nell’AT, ma anche nel Nuovo. Ad esempio nella genealogia di Gesù riportata da Matteo (che non a caso scrive per gli ebrei) e, sempre nel primo capitolo, ai versi da 18 a 25 in cui si narra della visita dell’angelo a Maria e della nascita di Gesù. In questo caso abbiamo:

  • in numero delle parole greche è 161 (23×7)
  • il valore numerico di queste 161 parole è di 93.394 (13.342×7)
  • Il numero delle forme grammaticali in cui queste 161 parole ricorrono è 105 (15×7)
  • Il valore numerico di queste parole usate nelle 105 forme è 65.429 (9347×7)
  • Di queste 105 forme il numero dei verbi è 35 (5×7)
  • Di queste 105 forme il numero dei nomi propri è 7
  • Il numero delle lettere in questi 7 nomi propri è 42 (6×7)
  • Il numero delle forme trovate in questo brano, ma che non si trovano in nessun’altra parte del Vangelo di Matteo è 14 (2×7)
  • Il valore numerico di queste 14 forme è 8.715 (1.245×7)
  • Le sei parole greche trovate in questo brano e che non si trovano in nessun’altra parte del libro di Matteo hanno un valore numerico di 5.005 (715×7)
  • Il numero delle lettere di queste sei parole è esattamente 56 (8×7)
  • L’unica parola trovata qui, ma che non so trova in nessun’altra parte del NT è il nome “Emanuele” il cui valore numerico è 644 (92×7)
  • Il numero delle forme
  • Il valore numerico di tutte le parole usate dall’angelo è di 21.042 (3006×7)
  • Il numero delle forme usate dall’angelo è 35 (5×7)
  • Il numero delle lettere greche in queste 35 forme usate dall’angelo è 168 (24×7)
  • Il valore numerico delle 35 forme usate dall’angelo è di 189.397 (2.772×7).

Ho riportato questi dati unicamente per rendere un’idea della perfezione che esprime questo numero.

 

Torniamo al tema delle prime sette volte in cui compare la parola “Padre”: notiamo che, negli aggettivi accanto a questa parola, abbiamo quattro volte “Vostro” e tre “Tuo”, a mio giudizio una chiara allusione alla stabilità (il numero 4) della Chiesa che sarebbe nata (vista in quel “Vostro” che accomuna) e alla imminente, nuova perfezione del rapporto individuale (il numero 3) visto nel “Tuo”, possessivo che abbiamo già visto Maria di Magdala dichiarare splendidamente con le parole “…hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano posto” (Giovanni 20.13). Era il Signore di tutti, ma in questa espressione Maria volle dichiarare tutto l’amore individuale che aveva per Lui e Lui per lei, così come ogni credente dovrebbe testimoniare.

Ora il “Padre nostro” compare per l’ottava volta quanto a parola “Padre”, ma per la prima con il possessivo “nostro”, segno di un cambiamento profondo, lo stesso che comporterà la resurrezione di Cristo, avvenuta sì nel primo giorno della settimana, ma anche nell’ottavo così come è chiamato altrimenti. Il “Padre nostro” come posizione e definizione può essere considerato sia all’ottavo posto, sia al primo ciclico di una serie di altri che si trovano a seguire. L’otto è quindi abbinabile alla nuova vita, quella eterna a cui destina tutti coloro che Lo accolgono, Lui che ci ha dimostrato che non è la morte ad avere l’ultima parola per cui è chiamato anche “Il primogenito dai morti” (Apocalisse 1.5), ma ancor di più in Romani 8.29: “…poiché quelli che ha preconosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Suo Figlio, sia da essere lui il primogenito fra molti fratelli”. Il numero otto ha riferimento con un’altra creazione, quella appunto della “Nuova creatura” di cui parla l’apostolo Paolo in 2 Corinzi 5.17: “Se dunque uno è in Cristo, è un nuova creatura; le cose vecchie son passate, ecco, tutte le cose sono diventate nuove”. È un ottavo giorno che ogni essere umano può sperimentare.

* * * * *

 

 

05.29 – INTRODUZIONE AL PADRE NOSTRO (Matteo 6.9-13)

05.30 – Padre nostro – Introduzione I (Matteo 6.9-13)

9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”.

            Sono due le osservazioni da fare su questo testo: la prima è che, per lo meno in questa versione, viene finalmente corretta la traduzione “non indurci in tentazione” che purtroppo è diventata di dominio comune fra molti credenti, e la seconda è che manca, dopo “liberaci dal male” la pericope “Poiché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli” in uso presso le Comunità Evangeliche. Non si tratta di un’aggiunta, azione dalla quale i veri traduttori si guardano bene di fare, né di un’omissione (per la quale vale lo stesso principio); piuttosto è questa una frase che si trova presente non in tutti i manoscritti e riportarla o meno è una scelta. “Tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli” non si trova nella Vulgata (IV secolo), ma compare nella versione Peshito, Siriaca e in quelle Sahidica e Thelaica del II secolo per poi mancare in quella Latina, dello stesso periodo. Siccome è opinione comune che gli antichi cristiani, seguendo l’esempio ebraico, avessero l’abitudine di aggiungere questa dossologia alla fine delle loro preghiere, alcuni hanno qui individuato una reminiscenza di tale uso. Personalmente mi ritengo a favore di una sua inclusione. Prima di trattare il “Padre nostro” sezione per sezione, credo sia giusto introdurlo; per farlo dovremo inevitabilmente tornare ai versi che abbiamo già letto la volta scorsa, quelli da 5 a 8, sui quali saranno possibili riflessioni aggiuntive.

La preghiera del “Padre Nostro”, sotto certi aspetti, si può dire che sia stata l’unica ad essere insegnata da Gesù a quanti lo ascoltavano e non possiamo escludere che fu ripetuta, come modello, in più occasioni, non sempre con le stesse parole così come leggiamo e confrontiamo Matteo e Luca che ci suggeriscono così l’idea di una preghiera dalla struttura non rigida e mnemonica, ma di contenuti.

Matteo, come abbiamo visto, la inserisce nel discorso detto “della montagna” in un punto particolarmente importante, cioè dopo avere affrontato il tema della preghiera individuale; Luca la pone in un momento più generico che viene descritto con queste parole: “Mentre stava pregando in un luogo, quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli»” (Luca 11.1). Quel discepolo dovette constatare la differenza tra il modo di Gesù di presentarsi davanti al Padre e il suo: da lì si rese conto che, nonostante la tradizione che gli era stata trasmessa, non sapeva pregare cioè gli mancavano gli elementi per relazionarsi realmente con Dio. Se una persona chiede ad un’altra di insegnargli qualcosa, ammette di non saperla fare, o di farla male.

Due furono quindi i momenti “ufficiali” in cui fu insegnato il modello che tutta la cristianità conosce a memoria, ma non si può escludere che il Signore, stante la sua importanza, lo abbia proposto, in tutto o in parte, anche in altre circostanze nonostante Marco (che scrisse sotto la supervisione dell’apostolo Pietro) e Giovanni non ne parlino. Si può essere autorizzati a fare questa supposizione perché sappiamo che i Vangeli contengono una minima parte di quello che Gesù fece e insegnò: “Vi sono ancora molte altre cose fatte da Gesù che, se si volessero scrivere una ad una, credo che il mondo intero non potrebbe contenere i libri che si potrebbero scrivere” (21.25).

Sarebbe un errore esaminare questa preghiera senza soffermarci sugli insegnamenti precedenti ad essa; per questo credo sia giusto rileggere i versi da 5 a 9 di cui ci siamo occupati nello scorso studio, che spiegano la differenza tra il metodo di ragionamento umano, orizzontale, e quello di Dio, verticale: 5E quando pregate, non siate come gli ipocriti: poiché amano starsene a pregare nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze in modo da apparire agli uomini, vi dico per certo che ricevono la loro ricompensa. 6Tu invece, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la tua porta, prega il tuo Padre, quello (che è) nel segreto, e il tuo Padre che vede nel segreto ti ricompenserà. 7Pregando, non sproloquiate come i pagani, che ritengono che saranno esauditi nella loro verbosità. 8Dunque non siate simili ad essi, poiché il vostro Padre sa di che cosa avete bisogno prima che voi lo chiediate”.

La prima impressione che si ricava da questa lettura è che essa parla di separazione: saltano subito alla mente i frammenti “non siate come”, “Tu invece” e ancora, rafforzando il concetto, “dunque non siate simili ad essi”, riferiti a due categorie ben precise, sostanzialmente accomunate alle persone che non vanno oltre alla religiosità ostentata e quindi, intenzionalmente o per ignoranza, simulano per un proprio tornaconto. L’ipocrita, termine riferito anticamente all’attore, quindi una persona che fingeva di essere colui che nella realtà non era, trova un suo collegamento, per i tempi in cui Gesù parlava alle folle o ai discepoli, con i Farisei e gli Scribi, definiti appunto ipocriti. La preghiera finta si può manifestare con due atteggiamenti: il primo è esteriore e si caratterizza con manifestazioni pubbliche fine a se stesse nei luoghi di adunanza (sinagoga) o scelti per l’occasione: non in viottoli o in quei posti isolati in cui Gesù si recava spesso, ma quelli in cui la gente passava e non poteva fare a meno di considerare le persone che vedeva pregare, in piedi e oscillando avanti e indietro come gli ebrei usano fare ancora oggi, come pie. Si trattava di una strategia portata avanti per avere un’influenza maggiore presso il popolo e che andava a rafforzare il ruolo che quei personaggi avevano nella società del tempo influendo molto più dei Sadducei, che erano in maggioranza, nelle decisioni del Sinedrio.

Tra i tanti passi dei Vangeli che parlano dei comportamenti di costoro, ricordiamo le parole “E io vi dico che se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo 5.20) e ancor di più quell’esempio in cui Gesù mette a confronto la preghiera di Fariseo e di un pubblicano: 10Due uomini salirono al tempio a pregare, uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il Fariseo, ritto in piedi, pregava dentro di sé così: «Ti ringrazio, o Dio, perché io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti e adulteri, e nemmeno come quel pubblicano. 12Io digiuno due volte la settimana, pago le decime su tutto ciò che posseggo». 13Il pubblicano, invece, stando da lontano, non ardiva neppure alzar gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo «O Dio, abbi pietà di me, che sono peccatore». 14Io vi dico che questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro: perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Anche qui abbiamo un modello di preghiera errato e uno corretto: il primo resta lì, non va oltre al semplice compiacimento personale (ecco il “premio”) che non porta ad alcun vantaggio nel suo presunto rapporto con Dio, mentre il secondo, al di là del gesto esteriore del battersi il petto, frequente in Israele al pari dello stracciarsi le vesti, porta il frutto della giustificazione addirittura in un tempo in cui Gesù non si era ancora totalmente identificato nel peccatore arrivando a morire e risorgere per lui.

La preghiera del Fariseo che abbiamo letto contiene due “Io” espliciti (“non sono come gli altri uomini” e “digiuno due volte la settimana”) e due impliciti (“Ti ringrazio” e, in osservanza alla legge,  “pago le decime”): un totale di quattro, numero che ci parla dell’uomo, ma soprattutto di stabilità e base su cui costruire e quindi dell’opinione alta, ferma e assoluta che quell’uomo aveva di sé . Nel nostro versetto 5, rileviamo un altro particolare: queste persone è scritto che “amano” fare le cose che abbiamo letto, quindi si compiacciono ancora di più nella loro religiosità ostentata che va a gonfiare il loro orgoglio che si autoalimenta all’infinito impedendo quel processo di esame interiore, di coscienza, che ogni credente è chiamato a compiere. È solo un serio e consapevole inventario delle proprie azioni che può condurre la creatura alla conclusione di essere sempre e solo un peccatore che, per vivere, ha bisogno del perdono di Dio.

Il verso 6 propone invece un profondo cambiamento di rotta, visto nel “Ma tu”. Un invito, un avvertimento personale, molto più rafforzativo di un generico “voi”. “Tu” che leggi le mie parole che un mio servo ha riportato e che sono giunte a te dopo più di 2000 anni, “tu” che mi stai ascoltando su questo monte, “tu” che vuoi esimerti dal metodo ipocrita che ti ho appena descritto o vuoi sapere come fare, “quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la tua porta, prega il Padre tuo, che è nel segreto, e il tuo Padre che vede nel segreto ti ricompenserà”.

C’è qui una situazione diametralmente opposta alla precedente, tesa a dimostrare l’assoluta intimità del rapporto non più con un Dio altissimo e irraggiungibile, ma con qualcosa di molto più vicino all’uomo. La preghiera comunitaria, così necessaria nell’adorazione e in altre circostanze, passa qui in secondo piano poiché una Chiesa, per definirsi tale, non può che essere composta da persone che hanno un’esperienza privata e personale, appunto, col Padre.

Ora nell’esortazione a entrare nella propria stanza e chiudere la porta c’è un messaggio che non poteva essere ignorato dalle persone allora presenti, poiché è un riferimento alla resurrezione del figlio della Sunamita operata da Eliseo (2 Re 4.32,33) di cui è scritto “Quando Eliseo entrò in casa, vide il fanciullo morto e sdraiato sul suo letto. Egli allora entrò, chiuse la porta dietro a loro e pregò l’Eterno”. Stessa cosa farà l’apostolo Pietro per la resurrezione di Tabita (Atti 9.40) e prima delle sue visioni sul puro e impuro (10.9 e seguenti), per quanto si trovasse sul terrazzo di casa. Le rivelazioni di Dio avvengono sempre quando la persona si trova appartata, e credo non potrebbe essere altrimenti. Nella solitudine, si conosce. Chiedere onestamente l’aiuto di Dio quando si guarda in se stessi è un’azione che produce sempre un risultato.

Nel verso sesto c’è una cronologia: l’intento della preghiera, l’ingresso nella stanza e la chiusura della porta. Le prime due azioni si spiegano da sole, la terza è una condizione. La porta chiusa ci parla di scelta, di condizione seria, del lasciare fuori tutto ciò che è di impedimento tanto all’esposizione che all’ascolto. La preghiera non è mai, non può essere un elenco sterile di bisogni più o meno carnali che vengono presentati a Colui che può, ma un rapporto tra creatura e Creatore qui rivelato come Padre. La chiusura della porta non può essere qualcosa di rituale, un’obbedienza a quanto troviamo scritto in questo passo, ma l’atto finale di un processo spirituale e mentale attraverso il quale rinunciamo a noi stessi consapevoli di non poter nascondere nulla a Colui che ci ha ammessi alla Sua presenza. Il Padre tuo è “in segreto” e “in segreto ricompensa” (alcune traduzioni riportano “ti ricompenserà in palese”) perché a volte l’esaudimento è recepito dal singolo, in altre anche da quanti conoscono il nostro stato e lo vedono mutare.

L’essere “in segreto” del Padre implica la Sua perfetta lettura della coscienza e dei suoi intenti, pronta a rivelarne se del caso la sua ipocrisia e a rendere un premio ad essa proporzionato. L’essere “in segreto” ci parla della profondità del rapporto creatura redenta – Creatore: se nulla può essergli nascosto possiamo avere la certezza, nella preghiera, non tanto del suo esaudimento, ma della correttezza della sua valutazione. Il Padre “riguarda” in segreto, verbo che ci parla della Sua perfetta valutazione e conoscenza del nostro esistere che è al tempo stesso prezioso e, sotto l’ottica dei “servi inutili”, insignificante. Ricordiamo Luca 17.10 “…così anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»”.

Il segreto può essere di Dio – i Suoi piani rivelati e non – oppure dell’uomo, temporaneo, pericoloso: quanti segreti abbiamo? Quante cose ci illudiamo di tenere nascoste? Ebbene, “Non vi è nulla di nascosto che non si debba manifestare e nulla di segreto che non venga a risapersi e non venga messo in luce” (Luca 8.17).

Dio è colui che “conosce i segreti del cuore” (Salmo 44.21) e la Sua onniscienza e onnipresenza è ben descritta nel Salmo 139 di cui riportiamo i versi 3 e 4 particolarmente adatti al tema di cui ci stiamo occupando: “Tu esamini attentamente il mio cammino e il mio riposo e conosci a fondo tutte le mie vie. Poiché prima ancora che la parola sia sulla mia bocca tu, Eterno, la conosci appieno”. E infine, un avvertimento di cui tutti noi abbiamo bisogno per il nostro avanzamento spirituale, alla luce del “premio” di cui Gesù ha parlato a proposito del pregare in modo corretto o errato: “Io, l’Eterno, investigo il cuore, metto alla prova la mente per rendere a ciascuno secondo le sue vie, secondo il frutto delle sue azioni” (Geremia 17.10), perché “Non vi è alcuna creatura nascosta davanti a lui, ma tutte le cose sono nude e scoperte agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4.13). “…e tutte le chiese conosceranno che io sono colui che investiga le menti e i cuori, e renderò a ciascuno di voi secondo le sue opere” (Apocalisse 2.23). Ecco, io credo che, nella preghiera individuale e non solo, il concetto del “segreto” sia racchiuso anche in tutti questi versi che sono stati citati.

La chiusura della porta va fatta con onestà e consapevolezza perché, se non accettiamo ciò che questo comporta, rischiamo di compiere un gesto come tanti, formale, privo di significato, sterile che non va oltre la ricompensa data alla preghiera dei Farisei, degli ipocriti. La “ricompensa” che riceve chi prega non per proprio tornaconto come visto al verso 5, ma si pone di fronte a Dio per avere una risposta – che può essere positiva o negativa – è vista nel dialogo e nella consapevolezza che la preghiera rivolta sia accolta indipendentemente da quello che chiediamo. Troppo spesso si pretende, complice anche un mancato insegnamento sulla preghiera vista più come il presentare un elenco di richieste cui si accompagnano promesse o “voti” poi non mantenuti, che il “premio”, o ricompensa, di cui Gesù parla consista nell’esaudimento di quanto chiediamo: può anche essere, ma non è il primo elemento sul quale ci si deve basare. Piuttosto, vanno tenute presenti le parole che verranno riportate più avanti in 7.11: “Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a coloro che gliele chiedono?”.

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05.28 – COME PREGARE (Matteo 6.5-8)

05.29 – Come pregare (Matteo 6.5-8)

5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.”.

Qui inizia il secondo insegnamento di Gesù sulla pratica della “giustizia” che, nel caso di specie, abbiamo visto essere tripartita in elemosina, preghiera e digiuno. Il gruppo di versi letto è molto particolare perché, secondo Matteo, precede l’esposizione del “Padre nostro” e, prima di insegnarla, Nostro Signore si preoccupa ancora una volta di far riflettere sulla differenza tra ciò che è ostentazione con fini non spirituali e il reale atteggiamento che deve contraddistinguere la preghiera. Ci troviamo su un terreno delicato perché, alla luce delle parole “hanno già ricevuto la loro ricompensa”, possiamo individuare uno stato d’animo che trova la sua soddisfazione nell’avere lo sguardo degli altri, che di se stessi: poltrone o palchi privati non si trovano solo a teatro, ma purtroppo sono numerosi anche in quel cristianesimo fatto di manifestazioni esteriori che alimentano costantemente quella “loro ricompensa” di cui parla Gesù.

Ci siamo già occupati del fatto che chiunque si colloca, o pretende di farlo, in una posizione spirituale dichiarando la propria fede agli uomini, da quel momento è inevitabile si ponga come esempio e quindi “insegni”: lo fa con le proprie azioni quotidiane indipendentemente dal fatto che si metta a predicare o a testimoniare in maniera più o meno dotta o ricercata. Abbiamo infatti letto “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Matteo 5.19-20). Se leggiamo il verso successivo, poi, appare chiaro che esiste una profonda differenza tra l’ipocrisia e la pratica della verità, come dalle parole “Se la vostra giustizia non supererà– cioè non andrà oltre – quella degli scribi e dei farisei, voi non entrerete nel regno dei cieli” (v.21). Le due categorie di persone che Gesù cita così spesso, scribi e farisei, col loro esempio negativo avevano finito per insegnare agli altri “a fare altrettanto”, vale a dire avevano ridotto la preghiera a un atto formale, facendo sì che anche quella personale ne risentisse: tutti li vedevano e nella loro ignoranza, o umana “semplicità”, avevano finito per considerarli persone veramente devote ammirandoli e, inevitabilmente, quell’atteggiamento formale aveva finito per contagiarli.

La preghiera pubblica era quella che veniva fatta in tempi stabiliti del giorno e il giudeo devoto si fermava ovunque si trovasse (a meno che il luogo non fosse impuro) e recitava quanto prescritto stando in piedi. Lo faceva immedesimandosi nel testo, solitamente quello di un Salmo, facendolo proprio, perché ancora non era sceso lo Spirito Santo che, come scrive l’apostolo Paolo ai Romani “…viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con sospiri ineffabili” (8.26). Anche i musulmani pregano in pubblico a tempi prestabiliti e l’osservanza di questa pratica è considerata un segno di grande devozione.

Gesù, venuto “non per abolire, ma per adempiere” non intende demolire la preghiera pubblica, ma censura gli intenti diversi dalla sincerità con cui ci si dovrebbe approcciare ad essa e, con le parole “amano stare ritti in piedi”, smaschera quanti agivano in tal modo.

Ma cosa chiedere al Dio che ascolta e vede, come raccordare una posizione pubblica con il prossimo che ti guarda e considera, con l’accoglimento e l’esposizione reale dei contenuti? Nostro Signore non si occupa dell’orazione comunitaria della Chiesa in cui è inevitabile che i fratelli si ritrovino alla Sua presenza, ma ancora una volta si occupa della persona con quel “ma tu” sul quale ci siamo già soffermati tempo addietro. Gesù doveva spiegare ai presenti sul monte che tutto partiva dall’interno dell’uomo invitato a cercare prima di tutto il rapporto individuale con YHWH che lo avrebbe guidato e chiamato direttamente. Ricordiamo sempre che la Chiesa è comunità formata da individui, ciascuno con la sua funzione vista nel corpo di Cristo e nelle “molte membra”, o se vogliamo è un edificio composto da molte pietre, non mattoni cotti in una fornace, ciascuno con le stesse dimensioni e fattezze.

L’ipocrita recita una parte, ha un ruolo che è quello di impressionare un pubblico, nulla a che vedere con la verità e l’esaudimento che si ritrovano nel rapporto personale con Dio. Si tratta di scegliere. Vuoi una ricompensa? Scegli se avere quella dell’ammirazione umana da parte dei membri di una comunità religiosa, o quella che proviene dalla ricerca dell’incontro col tuo Signore, che Davide ha descritto in modo stupendo e poetico nel Salmo 139 citato la volta scorsa.

Nelle parole di Gesù però c’è molto di più, perché l’insegnamento sulla preghiera occupa una posizione centrale e si allarga notevolmente, essendo un “tu” al tempo stesso personale e comunitario. Ci possiamo infatti ricollegare alle parole di Maria di Magdala quando, piangente vicino al sepolcro vuoto, rispose ai due angeli che le chiedevano il motivo delle sue lacrime: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto” (Giovanni 20.13). Certo Maria non poteva avere l’esclusiva dell’appartenere a Cristo e viceversa, ma queste parole rappresentano il sentimento di totale aderenza a Lui. Quel Signore che umanamente non sapeva dove fosse nonostante avesse dichiarato che sarebbe risorto, dal punto di vista affettivo e del rapporto individuale era unicamente di quella donna e al tempo stesso degli altri coi quali aveva condiviso la vita di predicazione del Vangelo. Ma la prevalenza del rapporto è da vedersi con il “mio”: è lui che mi ama, mi parla, mi sostiene.

Ecco allora il “tu” che diventa “mio”, cioè non può che coinvolgere l’esterno e l’interno della persona e da lì riversarsi nella comunità, nella Chiesa. Ecco allora che il “mio” diventa poi “nostro”, un plurale che leggiamo nella preghiera del Padre nostro: “nostro” – “dacci oggi” – “rimetti a noi” – “non indurci” – “liberaci dal male”. Sono quattro richieste perché possiamo rimanere in equilibrio, per quanto il “non indurci” sia una traduzione errata e vada piuttosto intesa come “non esporci” o meglio ancora, come vedremo, “non abbandonarci”. Avremo modo di affrontare i plurali nelle prossime riflessioni; per ora è necessario sostare ancora sul singolare, che si riflette comunque nel plurale e viceversa perché è da lì che parte la costruzione della Chiesa, la Comunità dei salvati che Dio riunisce sulla terra in attesa di chiamarli a Lui per sempre.

La comunità beneficia sempre della preghiera del singolo, della persona spirituale che ben difficilmente si dichiarerà tale per avere una posizione d’onore sugli altri: agirà con l’obiettivo di camminare unito a Cristo, o a YHWH per gli uomini dell’Antico Patto. Pensiamo ad Abramo che fece intercessione per Sodoma, a Simeone “guardiano” del Tempio, al “rimanente fedele” degli ultimi tempi e al passo “Iddio conosce quelli che sono suoi”.

L’esortazione di Gesù è quindi quella di cercare la comunione col Padre “nel segreto”, di chiudersi in camera, concetto che esamineremo nel corso della trattazione del “Padre nostro”, là dove nel “chiudere la porta” individuiamo l’atto con cui lasciamo fuori tutto ciò che ci ha accompagnato fino a poco prima, non certo solo le persone: pensieri, idee, preoccupazioni, turbamenti, perché viceversa correremmo il rischio di ripetere le nostre richieste come una sorta di mantra oppure, attaccati al contingente, presenteremmo una “lista della spesa” esattamente come farebbero quei “pagani che credono di venire ascoltati a forza di parole”. È il bambino che vede solo le proprie necessità e si crede al centro del mondo, non l’adulto ed è per questo che abbiamo l’esortazione ad essere “bambini in malizia e uomini maturi in senno” (1 Corinti 14.20).

È l’equilibrio che può garantire un esaudimento, che non può essere insegnato ma va ricercato: molto spesso gli insegnamenti di Gesù sono solo un appello al buon senso spirituale che purtroppo non sempre l’uomo possiede e quindi cade in contraddizioni tremende; ricordiamo ad esempio l’offerta sull’altare che non può essere presentata nel momento in cui il nostro prossimo ha qualcosa contro di noi: il “debito” che abbiamo col fratello impedisce l’accoglimento di essa e, nel nostro caso, della preghiera.

Pensiamo ancora al “tu” di Gesù che invita il singolo, l’individuo, a presentarsi lasciando fuori dalla porta tutto quanto può interferire col rapporto col Padre: è quello il momento in cui si realizza il confronto tra due elementi, Dio che ascolta e l’uomo. La porta che tiene fuori ciò che disturba può metterci in condizione non tanto e solo di chiedere, ma di confrontarci, discorrere, fare il punto di situazioni più che chiedere aiuto per i fatti contingenti della vita di cui è detto “il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (v.8).

Quando ero giovane mi chiedevo, alla luce di queste parole, per quale motivo io dovessi pregare per le mie necessità se queste erano già conosciute dal Padre: la parte più importante del verso, però, è quella che informa dell’onniscienza di Dio che ci osserva; sa di cosa abbiamo bisogno realmente e non di ciò che noi riteniamo sia importante. E questo consola e illumina. A volte possiamo essere convinti di avere necessità della soluzione ad un problema e vediamo solo quello e purtroppo istintivamente, come i bambini, vorremmo che il suo appianamento fosse immediato: non è così. Non sempre, almeno. L’apostolo Pietro raccomanda di riversare “…su di Lui ogni preoccupazione, perché Egli ha cura di voi” (1 Pt 5.7): questa è una verità che dovrebbe spingerci, nella preghiera che rivolgiamo a Dio nella preoccupazione che talvolta si muta in angoscia, a chiedere quell’aiuto, ma anche l’accettazione di una Sua volontà diversa nei nostri confronti. Perché l’accoglimento della preghiera non è detto che avvenga secondo le nostre intenzioni. L’importante è avere una risposta, la soluzione di un dubbio e, sotto quest’ottica, un “sì” o un “no” hanno lo stesso valore.

Chi ebbe un’esperienza diversa da quella che si aspettava, cioè un esaudimento risolutivo di un problema, fu l’apostolo Paolo che, affetto da una malattia agli occhi provocatagli da schiaffi e pugni presi in carcere, pregò Dio che lo guarisse. Paolo passò del tempo a interrogarsi sul perché rimanesse così e, scrivendo ai Corinti, lo spiegò: “Perché  non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che lo allontanasse da me– ecco il rifiuto dell’usare molte parole come i pagani –. Ed Egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella tua debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Corinti 12.7-9). Da Dio una risposta arriva sempre anche se i suoi tempi non sono i nostri. Paolo accettò questa condizione, continuando a scrivere anche se il corpo dei suoi caratteri, a causa della vista, aumentò considerevolmente e, a un certo punto, dovette ricorrere all’aiuto di altri fratelli che redigessero alcune lettere (pensiamo a Terzio con la lettera ai Romani). Ma ebbe rivelazioni che non furono rivolte a nessun altro uomo.

Il credente è sempre nell’amore di Dio, tanto nella gioia sulla terra quanto nel suo opposto. Prende il dolore come parte integrante di essa. Sa di essere nelle Sue mani. A differenza degli altri uomini non salvati, può guardare a Lui. Sempre. Amen.

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