17.09 –Il primo calice (Luca 22.17,18)
17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio.
Personalmente devo dire che avverto molto la difficoltà del disporre cronologicamente gli eventi dell’ultima cena anche per la questione non tanto del giorno in cui avvenne, ma della data di cui abbiamo trattato, in cui è stato concluso che «Il 14 di Nisan» può leggersi anche come «Il 13» a seconda dei gruppi religiosi che lo osservavano.
Ora però tutti i quattro Evangelisti, nello scrivere degli avvenimenti del 14 (o 13), riportarono solo quanto effettivamente lo Spirito li autorizzò a scrivere e in ogni caso non era loro intenzione scendere nei dettagli cerimoniali che qualunque ebreo conosceva molto bene al contrario di noi che saremmo venuti dopo, privi di quel retaggio culturale. Sull’ipotesi avanzata da alcuni in base alla quale Giovanni scrive di un’altra cena perché non cita l’istituzione del Memoriale, ricordiamo che il quarto Vangelo viene scritto sul finire del I° secolo, quando già quella celebrazione era diventata d’uso comune nelle adunanze ecclesiastiche e fu probabilmente per questo motivo che l’evangelista non ne parlò, ritenendo di dare piuttosto dei fondamentali particolari aggiuntivi che i Sinottici non riportano. Come avremo modo di vedere, sarà l’apostolo Paolo a curarsi di fornire una versione dell’evento nel capitolo 11 della prima lettera ai Corinti.
Riassumendo quanto fino ad allora avvenuto, sappiamo che nel pomeriggio Pietro e Giovanni avevano portato l’agnello al Tempio dove i sacerdoti avevano provveduto a sacrificarlo per poi restituirlo spellato. La sera, questo veniva arrostito per la cena pasquale che, come già scritto, iniziava dopo il tramonto del sole per prolungarsi fino alla mezzanotte, ma a volte anche oltre. Quando tutto fu pronto, Gesù fece il suo ingresso nella sala coi suoi che si posizionarono a tavola (sui divani) e abbiamo rivelato l’anomalia di Giuda Iscariotha che occupò un posto che certo non era il suo, sùbito accanto a Giovanni. Il numero dei presenti era quindi di tredici, che non eccedeva il massimo consentito (venti persone), che presero posto in modo concentrico alla tavola che conteneva le vivande. Quindi il primo avvenimento ufficiale che contrassegnò la celebrazione di quella Pasqua, dopo le parole “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, perché io vi dico: non la mangerò più finché essa non si compia nel regno di Dio” (vv.15,16), fu secondo me l’alzarsi di Gesù, togliersi la veste, cingersi e lavare i piedi ai Suoi.
Ora è molto importante conoscere e memorizzare cosa avveniva alla cena pasquale perché verrà utile quando si considereranno diversi elementi raccontati dai quattro evangelisti: chi celebrava era il padre di famiglia o comunque la persona più autorevole o anziana del gruppo che versava il vino nella prima delle quattro coppe che sarebbero circolate fra i presenti.
E qui dobbiamo evidenziare che Gesù non celebrò quella Pasqua coi suoi familiari – sua madre e i suoi fratelli – come richiesto dall’Istituzione riportata in Esodo 12, ma la trascorse con coloro che, in prospettiva, avrebbero caratterizzato la Sua Chiesa divenendo di fatto la Sua vera famiglia. Nei dodici Apostoli, ad eccezione di Giuda Iscariotha, si sono identificati poi tutti coloro che hanno accettato e creduto al sacrificio di Cristo per la loro salvezza eterna, evitando così la condivisione della natura e della sorte dell’Avversario nello stagno di fuoco e zolfo.
Sappiamo che la ragione che spinse Gesù a desiderare così tanto di trascorrere e celebrare la Pasqua coi Suoi la troviamo nel fatto che da allora in poi quel rituale, quella festa, sarebbe stata sostituita dal Suo Memoriale costituito da un pezzo di pane, figura del Suo corpo percosso e trafitto per la salvezza dei peccatori, e da un calice di vino figura del Suo sangue sparso, versato per la remissione dei peccati.
Il rito della Pasqua ebraica prevedeva che il celebrante facesse circolare un primo calice di vino in cui ogni membro beveva o ne versava una parte nel proprio; quindi toccava alle erbe amare, simbolo dei patimenti in Egitto sotto il faraone, che venivano fatte passare dall’uno all’altro ed erano mangiate dopo essere state intinte in una salsa (Charoseth) fatta con noci, mandorle, datteri ed aceto. Più propriamente, questa ricordava il composto che gli schiavi erano costretti a impastare per realizzare i mattoni che servivano alle costruzioni in quel Paese straniero. Il pane, come sappiamo, era azzimo, cioè senza lievito che allora era madre: a parte le applicazioni già svolte, si può dire che quel lievito rappresentava il passato, il trascorso, vale a dire ciò che è impuro e privo di rinnovamento.
Dopo tutto questo veniva fatta circolare una seconda coppa di vino e mentre si beveva il padre di famiglia spiegava il significato della festa, quindi prendeva una delle focacce azzime e, dopo averla intinta, la mangiava assieme a un pezzo dell’agnello con tutti i presenti. Si recitava la prima parte dell’Hallel, inno costituito dai salmi da 113 a 118, dopo di che iniziava la vera cena.
Seguiva un terzo calice, detto “di benedizione” perché accompagnato da un’altra preghiera di ringraziamento, poi si recitava la seconda parte dell’Hallel e infine si mesceva il quarto. Tutti i quattro calici di vino stavano a rappresentare le altrettante azioni che Dio aveva compiuto per mezzo di Mosè, cioè fare uscire, liberare, redimere e prendere per Sé. Abbiamo quindi, riguardo alla distribuzione dei calici:
1: Consacrazione della festa di Pasqua;
2: Ricordo di come Dio avesse liberato gli ebrei dalla schiavitù d’Egitto;
3: Connessione con l’agnello sacrificato per segnare col suo sangue le case degli Ebrei e far sì che l’Angelo passasse;
4: Che Gesù né gli Undici presero – Giuda era già andato via –, era di ringraziamento per l’elezione del popolo di Israele.
Il primo calice ebbe la particolarità di essere dato a Gesù da qualcuno che credo potesse essere stato Pietro per ragioni di anzianità; fra l’altro il nostro testo è uno dei pochi a tradurre correttamente il verbo “dexàmenos”, che sarebbe “ricevuto (il calice) come dalle mani di un ministro”. La pericope “rese grazie e disse”, poi, si riferisce al fatto che Nostro Signore recitò le parole della tradizione “A te sia lode, o Signore Iddio nostro, Re del mondo, che hai creato il frutto della vigna”, che ritroviamo spiegate ai Dodici con le parole “Non berrò più il frutto della vigna, finché il regno di Dio sia venuto”, che abbiamo già sviluppato in parte.
Il calice di apertura è allora quello della tradizione, che affonda le sue radici nel ricordo dell’intervento di Dio a favore del Suo popolo liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto, ma quello che verrà costituirà l’apertura dell’alleanza nuova, infinitamente superiore a tutte le altre per quanto da loro proveniente.
Gesù, facendo passare fra i Suoi quel primo, conferma la tradizione della cena, ma al tempo stesso pone le basi perché potessero comprendere il significato del terzo, quello che sarebbe passato di lì a qualche tempo con le parole “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (v.20).
Il primo calice è quello che preannuncia un intervallo perché il frutto della vigna non sarà più preso fino al pieno compimento del regno, al quale prenderanno parte anche i Dodici, come leggiamo in Matteo 26.29, “Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui non lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio”.
A parte i significati del “bere” e della “vigna” a risaltare sempre, non solo di questo passo, è il fatto che Gesù non si vede MAI discosto dalla sua creatura e dalle sue pecore; ricordiamo ciò che dirà fra poco: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Giovanni 14.1-3). Teniamo presente che queste parole furono dette agli Undici perché non equivocassero la frase “Dove io vado, voi non potete venire”. Non esiste Cristo senza il Suo popolo, e viceversa. Non esiste Dio se non c’è la Sua creatura da amare. È proprio per questo che la terra, al principio, era “informe e vuota” e chi non crede rende vani non solo la venuta e il sacrificio di Gesù, ma anche l’atto d’amore del creare del Padre, per cui, quando verrà l’ora del rendiconto, non potrà tornare che a e in quel deserto e quel vuoto. Vuoto assoluto, dove esiste solo il non essere, la muta e insopportabile assenza, il nulla come dimensione, ma con la coscienza di ciò che si era – la vita tanto amata e desiderata – e soprattutto si sarebbe potuti essere, verbo che appartiene a Dio. Credo che sarà questa contraddizione che farà esplodere lo “stridore di denti”.
Da sottolineare che il Signore non dice che avrebbe bevuto il frutto della vite “di nuovo”, ma “nuovo”, quindi in una forma diversa, che sarà la stessa di quei “Nuovi cieli e nuova terra” che tutti i veri cristiani aspettano.
Con il calice che apriva la cena pasquale i Dodici già potevano capire che quella era diversa da tutte le altre cui avevano partecipato e che una parte del popolo stava celebrando: le parole del loro Maestro suggerivano ancora una volta un progetto, un piano prima di tutto per Lui che ne era il protagonista e al tempo stesso l’artefice, e quindi per loro. Ci sarebbe stata anche una profonda differenza fra quel vino e quello che sarebbe stato fatto passare, “nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” per quanto la traduzione corretta sia “dato”, didòmenon.
A questo punto su ciò che avvenne da quando fu dato il primo calice possiamo fare delle supposizioni. La lettura comparata dei quattro Vangeli non ci porta ad avere certezze, ma solo ad ipotesi; anzi, sembra quasi che i racconti siano stati posti quasi per non arrivare a dati incontrovertibili. Questo mio stesso lavoro di organizzazione cronologica dei Vangeli, come già scritto, non vuole essere solo un modo necessario per esaminare dei fatti che altrimenti non affronterei in modo organico, provenendo da un ambiente in cui al metodo anche critico veniva preferita da parte di molti l’estemporaneità, cero con aderenza al testo, ma ben raramente con la volontà di andare oltre.
Verrebbe anche da pensare che dopo il primo calice (e il secondo non menzionato), iniziando la cena, emerse una vecchia questione come già accaduto in passato, e cioè “chi di loro fosse da considerare il più grande”, soprattutto considerando che Giuda si era seduto vicino a Giovanni, altrimenti Gesù non avrebbe potuto passargli il boccone intinto. È a questo punto, per chiudere una volta per tutte la questione del più importante fra loro, che Gesù avrebbe lavato i piedi a tutti i discepoli, compreso Giuda. È un’ipotesi da non sottovalutare, ma che ritengo improbabile perché sarebbe venuta meno la ritualità della cena, senza contare che se vi fosse tra i Dodici un “maggiore” era una questione da risolvere prima che tutto iniziasse, anche per gli insegnamenti che sarebbero venuti dopo. Gesù allora avrebbe potuto lavare i piedi dei Dodici prima di iniziare a parlare ai Suoi.
Successivamente abbiamo l’annuncio del tradimento e, seguendo il racconto di Giovanni, tutta una serie di detti ed episodi che non ci consentono di stabilire con precisione il momento in cui venne istituito il Memoriale, salvo che la distribuzione del pane anticipò il terzo calice. Teniamo presente che per i sinottici tutto questo avvenne “mentre mangiavano” e riferiscono di una cena durata almeno quattro ore.
Il primo calice è di apertura, rappresenta la base, consacra la festa di Pasqua e Gesù che la celebra è il Figlio di Dio, il Messia promesso, quello che avrebbe dovuto davvero condurre il Suo popolo alla vera liberazione, quella dal potere del peccato. Il successivo, il terzo, quello che già nella ritualità ebraica parlava di redenzione e dell’agnello sacrificato, sarà quello del sacrificio Supremo ed Unico che non è possibile identificare in altri se non nel Nome di Gesù perché, come disse l’apostolo Pietro, “In nessun altro c’è salvezza; non vi è, infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (Atti 4.12). Amen.
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