14.21 – QUATTRO DISCORSI DI GESÙ: I – GLI SCANDALI (LUCA 17.1-3)

14.21 – Quattro discorsi di Gesù: I. Gli scandali (Luca 17.1-3)

 

 

1 Disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. 2È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3State attenti a voi stessi!

 

Il capitolo 17 di Luca si apre con un gruppo di quattro brevissimi discorsi di Gesù ai suoi discepoli poco prima che si apra ufficialmente quel periodo che Lo porterà a Gerusalemme per l’ultima volta. Lì inizierà la settimana della Passione. Si noti che questo gruppo di dieci versi sembra voler costituire una sorta di intermezzo fra la parabola del ricco e Lazzaro e l’episodio dei dieci lebbrosi. Può essere che effettivamente Luca abbia voluto inserire un ponte narrativo fra un insegnamento pubblico attraverso una parabola e la partenza per così dire “ufficiale” verso Gerusalemme. Leggiamo infatti in 17.11, poco prima dell’incontro coi dieci lebbrosi, “Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea”, quindi aveva abbandonato la Transgiordania dove erano avvenuti tutti gli altri episodi che abbiamo esaminato.

Cosa significhi “scandalo” lo abbiamo già sviluppato identificandolo come un ostacolo, qualcosa su cui si inciampa e infatti il greco per questo termine ha “sasso, pietra d’inciampo”; è qualcosa che si trova o si pone su un sentiero perché altri, nel camminare, cadano e si facciano male. Lo scandalo è un ostacolo, un impedimento ad un cammino che ci si augurerebbe sereno a prescindere dai suoi fini. Ad esempio, Siracide 32.15 afferma “Chi scruta la Legge – chiaramente andando oltre alla semplice norma – viene appagato, ma l’ipocrita vi trova motivo di scandalo”, quindi trova difficoltà nel porre in essere le sue trame perché la Legge lo smaschera, deve andare contro corrente rispetto alla sua coscienza, per lo meno all’inizio perché poi la cauterizza, per proseguire.

Altro passo lo troviamo quando viene affrontato il discorso degli abitanti di Nazareth, i quali anziché interrogarsi su Gesù per risolvere il problema di come affrontare l’eternità, “dicevano: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo” (Marco 6.3) cioè li ostacolava nella comprensione delle Sue parole, non riuscivano a capire come Lui, “uno di loro”, potesse dire e fare ciò che diceva e faceva. Lo “scandalo”, quindi, è qualcosa che riguarda tutti, anche se differisce profondamente a seconda delle categorie che lo provano, credenti, non credenti e persone che ascoltano Gesù per la prima volta: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Luca 7.23) rendendolo così in grado di agire sulla sua persona e condurlo alla vita eterna.

Un ostacolo può essere rappresentato da un organo del corpo, sempre collegato alla mente, come la “mano”, l’ “occhio” o il “piede”, come insegnato nel sermone sul monte, ma può essere una persona per ciò che fa o dice consapevolmente: questo accade quando a parlare e ad agire non è lo Spirito Santo, ma quello dell’uomo che inevitabilmente, fatto di terra, non può che guardare a ciò che è basso e squalificante.

 

Ora però consideriamo le parole di Gesù: “È inevitabile che vengano scandali”, prima parte di una frase che di per sé basta comunque a se stessa. “Inevitabile” può essere tradotto con “inammissibile, impossibile” (naturalmente col “non”), tutti termini corretti perché il credente vive in mezzo al mondo.

Pur rifiutando l’idea che non esistano cristiani migliori o peggiori di altri, ma spirituali o carnali sì, è inevitabile che questo generi una condizione per cui paradossalmente gli stessi elementi che si trovano nel mondo, per opera dell’Avversario, si trasferiscano all’interno della Chiesa, cosa confermata da tutto il libro degli Atti e dalle stesse epistole.

L’impossibilità di cui parla Nostro Signore è riferita proprio al fatto che l’amore di Dio, che tanto scalda e sostiene, non è tenuto in considerazione da tutti allo stesso modo e, come la storia del popolo di Israele insegna, basta poco per deviare, lasciarsi trasportare – perché non sufficientemente vigilanti – verso territori diversi. In altri termini, dire che “è inevitabile che avvengano scandali” è come sostenere che è inevitabile che l’uomo pecchi. Certo cadute involontarie, non operate per sfida, non coscientemente, ma perché irretiti da un momento di distrazione che poi può prolungarsi, di scarsa vigilanza in quanto, purtroppo, soggetti a stancarci, magari perché in crisi oppure semplicemente perché sfiancati dal giorno.

Ancora, “è inevitabile che gli scandali avvengano”, è un modo di Gesù per dire che la Chiesa è un territorio santo nella misura in cui i suoi membri vigilano gli uni sugli altri, espressione questa che non allude allo spiare e giudicare, ma a quell’opera di mutuo soccorso, attivo attraverso l’assistenza morale e la preghiera, nel confronto per evitare che si creino divisioni dovuti alla carne, da sempre fautrice di discordie e attriti. Infatti l’apostolo Paolo, nella sua seconda lettera ai Corinto, parlando delle divisioni al suo interno, scrive “È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi – ad esempio fra circoncisi e incirconcisi, sul mondo di legare o meno la Legge alla salvezza ed altro ancora come il modo di celebrare il Memoriale – perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova” (11.19).

Molto dolorose infine le parole a Timoteo, seconda lettera, profetiche e dirette al nostro tempo: “Verrà il giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina – ecco il cristianesimo sociale e “benpensante” – ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole” (4.3,4). Sottolineiamo “pur di udire qualcosa” che nascondono una forte, direi violenta necessità di legittimazione che spenga ogni remora: la verità andrà soffocata, serviranno profeti e dottori falsi che pongano l’accento su alcuni passi della Scrittura piuttosto che su altri, che non armonizzino, che anziché cercare una verità secondo Dio si rivolgano a quella secondo l’essere umano, ammettendo tutti in un calderone indistinto in cui sarà impossibile distinguere il vero dal falso.

Gesù non parla dello scandalo inteso come comportamento licenzioso come si credeva un tempo, ma proprio di attentato alla dottrina, quella che scandalizza appunto “questi piccoli che credono in me” come riportato anche da Matteo e da Marco in modo pressoché identico: “Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!” (Matteo 18.6,7; Marco 9,42).

E il riferimento alla “macina da mulino” non è a quella enorme che poteva essere mossa soltanto da un asino che girava in tondo collegato ad un meccanismo che la azionava, ma a quella più piccola, che veniva agevolmente comandata a mano. Ecco allora che il “guaio” per chi è fautore di uno scandalo, dottrinale o anche comportamentale, è descritto proprio dalla morte per annegamento che, secondo le parole di Gesù, è preferibile a quella che subirà il fautore del disordine creato.

E a questo punto entriamo in un àmbito molto delicato che è quello del comportamento che deve avere il credente spirituale. Infatti: “D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello. Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto! Non divenga motivo di rimprovero il bene di cui godete! Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini” (Romani 14.13-15).

Credo che qui si apra un universo. Legando questi versi al contesto primario, essendo la Chiesa di Roma di allora composta da ebrei e gentili va da sé che attorno al cibo sorgessero gravi questioni, che Paolo affronta col principio che abbiamo letto: invece che questionare all’infinito creando risentimenti e intoppi, fate in modo di non essere “causa di inciampo o di scandalo per il fratello” per cui “se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti secondo carità”.

Ora ritengo queste parole molto impegnative perché vanno a stabilire una verità molto particolare: se l’amore è la negazione di sé a vantaggio dell’altro, certo Paolo non accomuna chi prende un certo cibo a un seminatore di scandali, ma a chi non pensa agli altri più deboli sicuramente sì. “Non ti comporti seconda carità”, quindi pensaci, provvedi perché altrove è scritto che “se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla” (1 Corinti 13.1,2).

Altro elemento degno di nota si trova in Romani 15.1,1: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso”, ma certo nemmeno agli scribi e ai farisei. Ecco allora che va trovato un punto di equilibrio perché, come Gesù entrava in contrasto con chi gli si opponeva spinto dalla propria cecità e dall’Avversario, non è pensabile che il credente finisca per essere succube di quelli che non la pensano come lui e lo vogliono condizionare a usi e comportamenti che hanno molta apparenza e nessuna sostanza. Come sempre, anche qui entra in gioco il discernimento spirituale e la necessità di non urtare la sensibilità dei fratelli e/o sorelle che camminano onestamente verso la verità e non disonestamente nelle loro convinzioni. Qui viene chiamato in causa il dono, il ruolo che una persona ha nell’interno della Comunità nella quale il Signore lo ha posto.

Più selettive in proposito sono le parole in 1 Corinti 8.10-13: “Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i più deboli. Se uno infatti vede te, che hai conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello”.

Qui Paolo parla dell’ipotesi in cui una persona, maturato il principio in base al quale non è quello che entra nel corpo a contaminare l’uomo, ma ciò che è al suo interno e di cui la bocca si fa interprete, partecipa ad un pranzo in un tempio pagano: non essendo tale, chiaramente non pecca, ma visto da uno più debole, questo potrebbe fraintendere, male interpretando il suo esempio e quindi potrebbe essere spinto a peccare. Ecco allora che può instaurarsi una reazione a catena che viene sintetizzata con le parole “per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!”.

Lo scopo di queste riflessioni attraverso la lettura cronologica del Vangelo, molto spesso, è quello di dare spunti, tracce per sviluppare temi importanti e non concluderli, per cui va sottolineato il modo con cui Gesù conclude il suo intervento in merito agli scandali, “State attenti a voi stessi!”, cioè dovete essere voi i primi giudici di come operate. In altri termini, vestite l’armatura di Dio secondo Efesi 6.

Il riferimento però va a qualcosa di più impegnativo: “Vigilate perché nessuno vi privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati” (Ebrei 12.15). Qui i verbi sono al plurale per cui riguardano tutti i componenti (responsabili) della Chiesa che devono parlarsi, discutere avendo come unico faro la Parola di Dio e non le loro misere aspirazioni. Perché proprio la Chiesa è il terreno preferito per le scorrerie dell’Avversario, che semina al suo interno i suoi angeli. Amen.

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14.20 – IL RICCO E LAZZARO III/III (Luca 16.27-31)

14.20 – Il ricco e Lazzaro 3 (Luca 16.27-31)

 

27E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento». 29Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». 30E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». 31Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

 

Nello scorso capitolo abbiamo accennato alla psicologia del ricco che, nei versi che abbiamo letto, inizia una sorta di trattativa che potremmo definire “dell’inutilità”, sempre improntata all’egoismo e alla considerazione negativa in cui teneva Lazzaro (abbiamo letto “ti prego di mandare Lazzaro”). Tale modo di agire contrasta terribilmente con un’altra trattativa, quella che Abrahamo aveva instaurato con Dio quando gli comunicò la sua intenzione di distruggere Sodoma in Genesi 18: dalla lettura del capitolo vediamo che tutta l’attenzione di quest’uomo era rivolta alla salvezza dei giusti che avrebbero potuto trovarsi all’interno della regione e al fatto che, nel suo intimo, si ribellava a questo: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio?” (v.23). Abrahamo cominciò allora a ipotizzare il fatto che in città avrebbero potuto trovarsi “cinquanta giusti” per poi scendere fino a “dieci”, il numero minimo per poter creare una Sinagoga.

Quando Abrahamo parlò con Dio assunse l’ufficio di intercessore e, in un dialogo in cui la perfezione del Creatore si incontra con l’umanità del proprio servo, abbiamo la domanda “Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?” (v.25). Da sottolineare che Abrahamo non ricevette un trattamento di ascolto e dialogo dal Signore a caso; infatti leggiamo “Io l’ho scelto perché obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto” (v.19). Anche il cristiano deve meditare e chiedersi per cosa è stato scelto e ad agire di conseguenza incamminandosi per la sua strada.

Abrahamo, nella sua trattativa con Dio, pensava a Lot suo nipote? Certo sapeva che si era stabilito “nelle città della valle” e aveva piantato “le tende vicino a Sodoma”, ma non credo che fu quello l’unico impulso a spingerlo a parlare standogli a cuore la giustizia e ribellavandosi all’idea che un “giusto” a lui sconosciuto perisse “assieme all’empio”, cioè allo stesso modo.

 

Vediamo invece il ricco: ha capito troppo tardi che la sua condotta lo ha portato in una condizione di tormento, ma pensa ai suoi cinque fratelli che, evidentemente ricchi come lui ed altrettanto dediti a soddisfare ogni loro istinto, avrebbero subìto la sua stessa sorte. Ancora una volta va ribadito che non è la ricchezza ad essere un ostacolo a salvarsi, ma la priorità che l’uomo dà ad essa: la rincorre, la desidera e, una volta ottenuta, vuole vivere come un dio, senza rispondere a nessuno delle sue azioni, incurante del domani che considera identico all’oggi all’infinito.

Si badi che l’essere “ricco” non dipende da quanto si possiede, ma dall’attaccamento che si ha per le proprie cose indipendentemente dal loro valore oggettivo. Il gusto del possesso, il non voler condividere con altri ciò che si ha, la difesa ad oltranza dell’avere sono cose che riguardano tanto il plurimilionario che il povero.

L’uomo della parabola sa benissimo che i suoi fratelli, ebbri dell’odierno, non pensano minimamente al fatto che esiste un luogo di tormento in cui finiranno, e chiede che sia proprio Lazzaro, in quanto conosciuto da loro, ad andare e ad ammonirli “severamente”, cioè con tutto il convincimento di cui è capace. Ma Lazzaro era un’anima finalmente in riposo e consolazione, non un profeta.

E a questo punto occorre prestare la massima attenzione alle parole di Abrahamo, “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”, che nascondono importanti messaggi. Sempre leggendo la parabola inquadrandola al tempo in cui fu esposta, non va commesso l’errore di ritenere l’osservanza della Legge e dei Profeti come condizione per la salvezza perché altrimenti Gesù sarebbe sceso e morto invano. “Mosè e i Profeti” non erano ascoltati neppure dai farisei che, se lo avessero fatto, sarebbero certo diventati Suoi discepoli perché tanto l’uno che gli altri a Lui conducono, sapendo che “il fine della Legge è Cristo, per la giustificazione di ognuno che crede” (Romani 10.4).

Dove avrebbe potuto portare Mosè i cinque fratelli del ricco? A quella pietà che non esercitavano verso l’affamato, il povero, la vedova, l’orfano e lo straniero (che però per venire accolto doveva farsi circoncidere), ad esempio. E i profeti, posto che lui stesso lo era? Al ravvedimento e all’attesa del Messia promesso che avrebbe richiesto una profonda rivisitazione della propria vita e conversione come predicava Giovanni Battista, il maggiore fra gli uomini “nati di donna”. Del resto, il vero significato del vivere, inteso come scelta, lo spiega proprio Mosè che riporta le parole di Dio al riguardo: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Deuteronomio 30.15). Tutto lì.

 

La colpa di questi personaggi fu di coltivare ed utilizzare la ricchezza del mondo ignorando del tutto l’altra (e servendo a “Mammona” non potevano che odiare l’altro padrone): “Il timore del Signore è puro, rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante”.

L’ascolto di Mosé e dei Profeti è qui raccomandato ed è definito sufficiente per inquadrare correttamente la propria vita, certo tenendo presente l’uditorio cui erano dirette in primis queste parole. Quest’ascolto fu praticato da tanti uomini e donne dell’Antico Patto, e penso a Simeone ed Anna che, sotto certi aspetti, si può dire aprano il Nuovo Testamento.

Tornando al dialogo tra il ricco e Abrahamo, però, vediamo che questo insiste: sa benissimo che lui e i suoi fratelli avevano ricevuto un’istruzione religiosa, ma con basi che avevano ben presto provveduto a rimuovere; se però, secondo lui, avessero fatto un’esperienza diretta, soprannaturale, certamente si sarebbero ravveduti ancor più se rimproverati da Lazzaro, che da loro sarebbe certo stato visto non più coperto di piaghe, ma nella luce.

Questo però è un ragionamento secondo il mondo, fuorviante. E Isaia 8.20 entra nel merito: “Quando vi diranno: «Interrogate i negromanti e gli indovini che bisbigliano e mormorano formule. Forse un popolo non deve consultare i suoi dèi? Per i vivi consultare i morti?», attenetevi all’insegnamento, alla testimonianza. Se non faranno un discorso come questo, non ci sarà aurora per loro”. Invece: “Cercate nel libro del Signore, e leggete: nessuno di essi vi manca, l’uno non deve attendere l’altro, poiché la bocca del Signore lo ha comandato e il suo spirito li raduna” (43.6).

Capiamo? Al miracolo desiderato, alla manifestazione soprannaturale, inspiegabile, spettacolare che l’uomo cerca per credere, è sostituita la lettura del “libro del Signore”, anticipazione di quello della vita, perché lì non manca nulla, compreso il ritrovarsi nella condizione di Lazzaro prima e nei Nuovi Cieli e Nuova Terra poi. Perché “La bocca del Signore lo ha comandato e il suo spirito li raduna”, quindi sono esclusi tutti coloro che condizionano il loro “credere” al “vedere”, al “toccare con mano”. Al contrario, è proprio chi ragiona in questo modo che si perde dietro ricerche o esperienze che portano all’oltre del nulla e del vuoto perché sono proprio le manifestazioni cosiddette “soprannaturali” a perdere le persone.

E in questo possiamo comprendere tutto ciò che esula dalla realtà di Dio ma è ampiamente compreso in quella dell’Avversario, come ad esempio lo spiritismo che, quando non è frutto di artificio, è pericoloso e vietato ai credenti. Ricordiamo infatti le parole di Deuteronomio 18.9: “Quando sarai entrato nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi fa passare per il fuoco il suo figlio o la figlia, né chi faccia incantesimi, né chi consulti i negromanti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore”.

Lazzaro non avrebbe mai potuto essere mandato ai fratelli dei ricco perché il volere di Dio è che si creda attraverso la Sua Parola e non per miracoli che portano a distorsioni nella fede come quelli avvenuti da quando l’opera apostolica venne a cessare per la chiamata dei Dodici alla presenza del Signore. I miracoli al di fuori dei Vangeli, infatti, hanno sempre portato o alla superstizione o allo stabilire dottrine a lui non conformi che poi hanno generato posizioni estranee che sono perdurate nel tempo, travisando la fede e trasformandola in atteggiamento e pratica carnale. E vivere senza memoria dei fondamenti equivale a vivere senza una direzione.

Certo, anche qui come in molti altri casi da noi affrontati, non si tratta di un argomento che può essere sviluppato in poche righe, ma se analizziamo le ultime parole di Abrahamo al ricco, notiamo che il credere accettevole a Dio è uno solo, quello basato sulle parole “di Mosè ed i Profeti” e quindi, per noi oggi, sulla totalità della Scrittura, sul messaggio del Vangelo: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (v. 31). Ecco il materiale su cui ragionare: abbiamo una visione, quella di Lazzaro che ipoteticamente risorge dai morti, che avrebbe lasciato sbalorditi e in preda al terrore i cinque fratelli che avrebbero avuto la prova di una vita dopo la morte, ma poi? Poi tutta quella violenta emozione sarebbe svanita poco a poco, Lazzaro se ne sarebbe tornato da dov’era venuto e loro avrebbero fatto i conti con il loro cuore immutato e la ricchezza ancora lì disponibile, pronta ad essere usata a loro piacimento. Il ricordo di Lazzaro sarebbe stato coperto da una coltre, da una frase del tipo “Ma sì, lo abbiamo visto, ma ci siamo sbagliati, abbiamo avuto un’allucinazione, lui non era reale come invece lo è questa tavola imbandita, mangiamo e beviamo”.

Ricordiamoci di ciò che riferisce Matteo: “i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti” (27.52.53): se quanto detto dal ricco fosse stato vero, avremmo avuto una conversione in massa di Israele a seguito di quelle apparizioni, cosa che non fu.

Certo che lì per lì i fratelli del ricco avrebbero creduto alle parole che sarebbero state rivolte loro, sarebbe stato impossibile non ascoltarle, ma poi tutto sarebbe tornato come prima e di qui l’inutilità di mandare Lazzaro ad ammonirli “severamente”. Abrahamo dice “Non sarebbero persuasi”, cioè convinti. Di che cosa? Di “peccato, giustizia e giudizio”, cosa che solo lo Spirito Santo può fare provocando la salvezza del peccatore che infatti si converte, lascia poco a poco le cose che riteneva importanti, primarie per la sua vita e ne abbraccia di altre.

 

Se fosse sufficiente venire coinvolti più o meno direttamente in un miracolo per essere salvati, i dieci lebbrosi guariti sarebbero tornati da Gesù tutti e non uno solo. I miracoli propagandati da certe chiese, il più delle volte grotteschi, spesso risibili e contrari alla Scrittura stessa, generano manifestazioni isteriche o iper superstiziose senza apportare alcuna variazione nel comportamento e soprattutto nella mentalità della gente; di qui vediamo perché Abrahamo abbia parlato in quel modo.

C’è invece una sola conversione vista in Ezechiele 14.6, “Convertitevi, abbandonate i vostri idoli e distogliete la faccia da tutti i vostri abomini”, che mostra due azioni: primo, l’abbandono dei nostri idoli, quindi ciò che in noi ha la priorità nella carne, secondo, prendere atto di tutte le azioni sbagliate nei confronti della Parola che, in quanto tali, impediscono uno sviluppo alla sua luce. Infatti, al verso 30 dello stesso capitolo, abbiamo “Convertitevi e desistete da tutte le vostre iniquità“tutte”, quindi individuarle una per una e provvedere -, e l’iniquità non sarà più causa della vostra rovina”, quindi troverete perdono e redenzione.

Infine, adatto al contesto della parabola, 18.32, “Io non godo della morte di chi muore. Oracolo dei Signore Dio. Convertitevi e vivrete”. Ecco una piccola parte del patrimonio spirituale a disposizione dei cinque fratelli di quel ricco. Era lì, certo scritto nei rotoli della Sinagoga, ma lì letto e spiegato, magari con parole non sempre adatte, ma c’era. Purtroppo, una volta ascoltati, quei contenuti venivano prontamente dimenticati oppure passavano sugli astanti senza fermarsi. Per tutti coloro che, anche oggi, la Parola di Dio fa questo effetto, qualsiasi apparizione soprannaturale o miracolo, è inutile. Amen.

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14.19 – IL RICCO E LAZZARO II/III (Luca 16.23-26)

14.19 – Il ricco e Lazzaro 2 (Luca 16. 23-26)

 

 

23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». 25Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». 

 

Siamo giunti alla seconda parte della parabola, quella a mio avviso più difficile per gli interrogativi che porta. Per noi “moderni” infatti, forse più rispetto ai contemporanei di Nostro Signore, l’interpretazione delle parabole risulta ostica non tanto nel suo significato generale, quanto del particolare perché si può sempre incorrere in errori, primo fra i quali pretendere che ciascun elemento o situazione in esse descritte debba necessariamente corrispondere a un simbolo, a una realtà del mondo spirituale, a una categoria, siano in atto o a venire.

E il primo grande scoglio da superare è rappresentato proprio dal verso 23, che vede il ricco stare “negli inferi fra i tormenti” che vede “di lontano Abrahamo e Lazzaro accanto a lui”. Dobbiamo chiederci cosa significa perché da questo verso trasparirebbe che gli “inferi” e i “tormenti” siano la retribuzione immediata del peccato e che questa venga prima del giudizio finale: è possibile?

Al tempo di Gesù si credeva che le anime di chi concludeva la propria esistenza terrena andassero nello Sheol, o Ades, che si divideva in due luoghi distinti, il Paradiso per i giusti e la Geenna per gli empi, ma andare oltre nella comprensione non si poteva se non ipotizzare che questo fosse comunque un luogo intermedio prima della resurrezione.

Ora effettivamente pensare a un “luogo intermedio” nell’attesa della resurrezione del corpo e del premio o della pena non è totalmente sbagliato, solo che più che “luogo” dovrebbe parlarsi di “condizione”, o di “condizione che è anche luogo” e, partendo dai casi positivi, viene in mente il ladro pentito sulla croce al quale Gesù disse che “oggi” sarebbe stato con lui in Paradiso, frase messa in discussione dai cosiddetti “Testimoni di Geova” che qui giocano sulla punteggiatura per sostenere le loro tesi.

Abbiamo altri versi a sostegno del fatto che, dopo la morte del corpo, l’anima raggiunga uno stato preciso; ad esempio in 2 Corinti 5.6-8 leggiamo “Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio e lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore”. Appunto, “finché abitiamo nel corpo”, cioè il fatto stesso di abbandonare l’involucro umano significa, per chi crede in Lui, andare alla Sua presenza. Quindi, dopo la morte, ci sarà chi sarà col Signore e chi invece ne sarà lontano e parlo di “condizione” o di “stato” perché ciò che saremo per sempre avverrà solo con la resurrezione del corpo e la conseguente occupazione nella “casa dalle molte stanze”. O si concluderà con il venire gettati nello stagno di “fuoco e zolfo”.

Ancora ricordiamo Filippesi 1.23: “Sono stretto fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”.

Allo stesso tempo, però, non possiamo pensare che l’ “abitare presso il Signore” ai tempi di Paolo e nostri sia cosa identica rispetto a quando il mondo non esisterà più e al suo posto ci sarà il Regno perfetto di Dio, nei Nuovi cieli e Nuova terra.

Allo stesso modo, chi viene sepolto e dovrà passare per il giudizio entra in una condizione in cui necessariamente è escluso dalla Luce e dall’Amore di Dio per cui si stabilisce in un àmbito di tormento perché quegli elementi, Luce e Amore, vengono a mancare. Dopo aver molto riflettuto, credo che sia questa l’unica possibilità come punto dal quale partire perché poi Gesù non parla di un corpo che soffre nella sua realtà di elemento risorto al tempo della fine, ma di posizioni spirituali limitate alla condizione dello “stato” del ricco e di Lazzaro, che non sono certo di incoscienza.

Se così non fosse, se cioè il riferimento fosse a entrambi i personaggi che si ritrovano per così dire “a cose fatte”, cioè dopo il giudizio finale, il riferimento ai parenti del ricco da spingere alla conversione con fenomeni soprannaturali, non avrebbe senso.

Dalla lettura del verso 23, caratterizzato dalla descrizione della condizione del ricco che, fra i tormenti alza gli occhi e vede Lazzaro nel seno di Abrahamo, constatiamo che la loro condizione è caratterizzata dalla coscienza di quello che si è, si prova e si vede, a conferma che anima e spirito hanno una vita autonoma che però dipende dalle azioni commesse quando si era nel corpo.

 

Prima di tutto leggiamo che il ricco è negli inferi (Sheol) fra i tormenti, quindi nella Geenna dove ha memoria di tutto ciò che era e faceva. E infatti riconosce Lazzaro e continua a considerarlo un oggetto. Quali tormenti? La stessa persona parla di “fiamma”, che potrebbe riferirsi a quella che conosciamo, che in questo caso brucia elementi da lei intaccabili, ma anche qualcosa che divora dall’interno e che non può essere spento, quindi il desiderio impossibile di trovarsi in una realtà diversa.

Mi permetto di ricordare i versi 28 e 29 del capitolo 13 di questo stesso Vangelo: “Là sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abrahamo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti del regno di Dio, voi invece cacciati fuori”. Viene da pensare quindi che questa reazione sia causata proprio dalla vista di un mondo precluso per sempre, quello stesso non considerato, valutato adeguatamente quando c’era ancora la possibilità di scegliere la vita. E il ricco vede “da lontano” Abrahamo e Lazzaro proprio a sottolineare la distanza intesa come irraggiungibilità perché altrimenti, se questo “da lontano” fosse stato reale, non avrebbe potuto riconoscerli.

Poi, questo personaggio innominato ha “sete”: per il caldo della fiamma? Come può, se è privo di corpo non essendo risorto? Non si può pensare diversamente se non che quella “sete” e quella “fiamma” fossero interiori, come dalle parole di Gesù “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno” (Giovanni 4.14) e, riguardo a Lazzaro, “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.

Sappiamo che, come insegna il Qoèlet o Ecclesiaste, “C’è un tempo per ogni cosa” e questo riguarda anche quella della scelta, oggi, del riconoscere che l’unica possibilità di trovare riposo, pace e rifugio è nel Signore Gesù Cristo, Colui che è “l’Alfa e l’Oméga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita”. Questa è cosa possibile solo quando si è in vita sulla terra. Ecco perché la “sete” del ricco non poteva essere saziata.

 

Abbiamo però a disposizione altri dati sulla psicologia del ricco, che tale era e tale è rimasta: nella sua ipocrisia giunge a chiamare Abrahamo “padre”, cioè lo invoca sperando di essere ascoltato in quanto ebreo, di avere una corsia preferenziale. Non solo, ma chiede che gli venga usata “pietà”, quella stessa che lui non aveva mai avuto nei confronti di Lazzaro che, giacente in modo penoso alla porta, visto da tutti, sperava di potersi nutrire con gli avanzi che invece venivano dati ai cani. Per quanta fame e sete Lazzaro potesse avere, per quanto cercasse con lo sguardo un minimo di solidarietà umana, gli veniva negata. Ancora: i cani che gli leccavano le piaghe, erano quelli di casa del ricco, oppure randagi?

Ancora una volta le parole di costui ad Abrahamo rivelano soltanto egoismo e che il concetto che aveva di sé come persona potente, da rispettare e/o temere, non era cambiato perché dice “Manda Lazzaro”, cioè considera quell’ex povero comunque un suo sottoposto, un servo, un inutile che deve ubbidire ad Abrahamo perché lui lo chiede. C’è chi ha visto la goccia d’acqua che avrebbe potuto cadere dal dito di Lazzaro corrispondere al pezzo di pane che cadeva dalla tavola del ricco in quel mondo “capovolto”.

Vengono in mente le parole del discorso sul monte “Guai a voi, ricchi, perché già avete ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete” (Matteo 6.24,25). Un “ora” che non contempla un futuro, ma solo l’illusione che possa continuare per sempre, cosa che non può essere. E va sottolineato che quel “che ora siete sazi” è riferito al ritenere la ricchezza l’unica possibilità di espressione, conquista, realizzazione della persona.

E a questo punto possiamo leggere le parole di Abrahamo che, chiamato “padre” dal ricco, si rivolge a lui chiamandolo “figlio”, che contiene un’accusa perché in quanto “figlio di Abrahamo”, come rivendicavano i Giudei, non si era comportato e infatti lo invita ad andare con la memoria alla sua esistenza finita: “ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato e tu invece sei in mezzo ai tormenti”.

In Proverbi 10.15 leggiamo che “I beni del ricco sono la sua roccaforte”, cioè tutto ciò su cui basa la sua esistenza, il suo essere, la sua speranza, ma ciò che ha “verrà lasciato ad altri e morirà” (Siracide 11.19), “accumula per altri, con i suoi beni faranno festa gli estranei” (14.4).

Le parole di Abrahamo, quindi, non sono rivolte a un ricco che, come Giobbe, aveva ben presente la sofferenza umana di chi era povero e si adoperava per alleviarla, ma a una persona che aveva fatto di sé stesso un arbitro che volgeva ogni cosa a suo esclusivo favore.

C’è qualcosa che accomuna però i “beni” ricevuti dal ricco e i “mali” di Lazzaro e cioè che sono entrambi, per quanto così all’opposto, delle prove che Dio manda per vedere come reagirà la persona: così come il ricco avrebbe potuto gestire i suoi averi per aiutare il prossimo e nulla gli impediva di goderne comunque, allo stesso modo Lazzaro avrebbe potuto incattivirsi come molti nella sua situazione e agire per rubare o, qualora impossibilitato perché – ad esempio – invalido, organizzare furti o rapine informando altri del livello di difesa dell’abitazione presso la cui porta stava. La morale di questo mondo, infatti, si sintetizza nel detto “Mors tua, vita mea” e chi non si adegua, spesso, ne paga le conseguenze, come vediamo soprattutto in campo politico e commerciale dove a soccombere non sono solo le persone che non si adeguano al principio, ma anche gli Stati.

Ebbene, Lazzaro sceglie di guardare oltre al suo contingente, aspetta di essere consolato. Come Davide comunque poteva dire “Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Salmo 16.10,11 riferito a Gesù, ma comunque a tutti coloro che nei vari tempi hanno creduto).

Ancora, il 17.14,15, parlando dei “mortali del mondo, la cui sorte è in questa vita”, dice: “Sazia pure dei beni il loro ventre, se ne sazino pure anche i figli e ne avanzi per i loro bambini. Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine”.

Infine Abrahamo conclude spiegando che i due territori, quello della beatitudine e quello dei tormenti, sono organizzati, cioè è stato posto fra loro “un grande abisso”, uno spazio non oltrepassabile colmandolo con terra o detriti né gettando un ponte “talché coloro che vogliono passare da voi non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. Il “talché” manca nel nostro testo ed è stato sostituito dai traduttori coi due punti, ma è ben presente nel greco con la parola “òpos” che può essere tradotta con “di modo che”, ma anche “affinché” che rimarca maggiormente il fatto che questo confine è stato stabilito da Dio.

Ebbene questo “grande abisso” non è superabile in alcun modo a prescindere dalle intenzioni espresse nel voler passare da un ambiente all’altro da leggersi come “anche se volessero, non potrebbero”.

“Di qui” e “di lì” sono i limiti stabiliti da Dio. Lazzaro va nel territorio della consolazione, il ricco in quello dei tormenti; purtroppo per i religiosi, non c’è Purgatorio per nessuno, entrambi sono stati ricevuti in un luogo o nell’altro per i pensieri e le conseguenti azioni fatte quando erano in vita e credo che sia a questo punto, che cercheremo di sviluppare con la terza parte, Gesù introduce l’impossibilità di credere e convertirsi affidandosi a manifestazioni miracolose che non possono venire da Dio. Amen.

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14.18 – IL RICCO E LAZZARO I/III (Luca 16.19-31)

14.18 – Il ricco e Lazzaro 1 (Luca 16.19 – 31)

 

19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 

 

Abbiamo letto una delle parabole più celebri dei Vangeli, ma che per questo nasconde aspetti interessanti che vanno al di là delle semplici implicazioni letterali.

I versi da 19 a 21 descrivono i personaggi: il primo, di cui non è detto il nome, è un “uomo ricco” di cui non sappiamo nulla quanto al passato, che vestiva “di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti”. La prima caratteristica di questo personaggio è il vestire, “di porpora”, tintura che si dava su vestiti pregiati e che si ricavava da una conchiglia che anticamente abbondava nei dintorni di Tiro, molto costosa perché ciascuna di esse non dava che pochi ml di liquido per colorare gli abiti. Vestirsi di porpora era cosa che ben poche persone potevano permettersi, come i re o i loro alti dignitari. Chiariscono in proposito le parole del re di Babilonia agli indovini, Caldei e astrologi in Daniele 5.7: “Chiunque leggerà quella scrittura e me ne darà la spiegazione, sarà vestito di porpora, porterà una collana d’oro al collo e sarà terzo nel governo del regno”; ciò avvenne nel famoso episodio in cui, al gran banchetto di Baldassàr, “apparvero le dita di una mano d’uomo che si misero a scrivere sull’intonaco della parete del palazzo reale, di fronte al candelabro, e il re vide il palmo di quella mano che scriveva. Allora il re cambiò colore: spaventosi pensieri lo assalirono, le giunture dei suoi fianchi si allentarono, i suoi ginocchi battevano l’uno contro l’altro” (vv.5,6).

L’abito di porpora formava il vestito esterno dell’uomo ricco, ma l’interno era costituito da una tunica di lino finissimo, noto per la sua bianchezza e la morbidezza, molto apprezzato dai sacerdoti egiziani per queste caratteristiche secondo Plinio il Vecchio che ne parla nella sua “Storia Naturale”.

La frase “ogni giorno si dava a lauti banchetti” è ancora una volta un’interpretazione del letterale “facendo festa ogni giorno splendidamente”, quindi, poiché ben difficilmente una persona può far festa da solo, dava dei ricevimenti che si protraevano per molto tempo e Giovanni Diodati in proposito traduce con “ogni giorno godeva splendidamente” lasciando al lettore di immaginare come. Raccogliendo le diverse traduzioni, quindi, possiamo concludere che la vita di quell’uomo trascorreva senza farsi mancare nulla per i propri piaceri. Quella persona, come tanti oggi anche se non necessariamente hanno le sue ricchezze, viveva ponendo la sua persona al centro del mondo che lo circondava, incurante del suo prossimo visto nel povero Lazzaro, variante di Eleazaro che significa “Dio ha aiutato”, oppure “Aiutato da Dio”. Siamo qui nell’unico caso in cui Gesù dà un nome proprio a un personaggio delle Sue parabole.

Il nostro testo riporta che “stava alla sua porta” (della casa del ricco), ma si tratta di una traduzione troppo blanda: altri traducono “giaceva” dal geco “ebébleto”, letteralmente “era stato gettato”, quindi Lazzaro stava là, come un rifiuto, a margine, e mi sono chiesto come mai quel ricco non avesse dato ordine che fosse portato stonando la sua presenza, le cui piaghe venivano leccate dai cani, con tutta la sontuosità del luogo.

Può essere che l’ego del proprietario fosse giunto a tal punto da compiacersi del fatto che ci fosse qualcuno che desiderasse sfamarsi con gli avanzi che cadevano dalla sua tavola senza poterlo fare.

Infatti il testo non ci dice che Lazzaro si sfamasse, anzi, era “bramoso” di farlo, “ma – avversativo – erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe”, quindi animali impuri che, al contrario di lui, si saziavano davvero con gli avanzi. Il testo non ci dice come venisse trattato quel povero, cioè se qualche servo mosso a compassione gli desse qualcosa da mangiare, ma credo che l’accento sia da porre sul fatto che, là dove la dignità di un uomo veniva costantemente calpestata e oltraggiata senza il minimo senso della carità, ve ne era un altro che soddisfaceva se stesso con tutti i mezzi possibili, senza freni, spendendo il suo denaro.

Si può dire che, sotto il punto di vista dell’esistenza umana, entrambi non avessero un futuro perché Lazzaro non avrebbe mai trovato nessuno disposto a prendersi cura di lui, cioè fasciare le sue piaghe e dargli un lavoro per mantenersi, e il ricco sarebbe stato condannato a continuare con le sue feste e quant’altro per non annoiarsi, condizione che secondo me già provava perché anche le cose più belle e appetibili, quando sono durature, finiscono col generare assuefazione e al tempo stesso quasi infastidire. Si rimane prigionieri del proprio status, protagonisti dell’apparire e cercare una ragione in tutto quel vuoto può condurre a gravi fenomeni nevrotici.

Il povero sogna di avere qualcosa per sfamarsi, il ricco di avere nuovi riempitivi per non essere condannato a ripetere le stesse azioni, né poteva trovare un vero appagamento frequentando i propri simili perché affetti dal suo stesso problema. Di ricchi ne ho conosciuti davvero tanti e posso dire di averli visti soddisfatti solo perché potevano mostrare agli altri cose che questi non avrebbero mai potuto fare. Li ho visti costretti a inventare passatempi, modi di essere, cercare nelle “feste” (come il personaggio della parabola) un senso ad una vita che ne era di per sé priva.

 

Poi arriva la morte per entrambi, come per tutti, quindi più o meno poveri, più o meno ricchi, che pone fine all’esistenza terrena. La morte accomuna, appiattisce, livella, annulla le distanze sociali, economiche, è la negazione dell’esistere, dell’essere in termini umani e infatti la persona cessa di essere tale e si tramuta in cadavere, in salma, qualcosa di cui ci si deve sbarazzare entro un certo limite di tempo. Da persone che erano tanto l’uno, Lazzaro, quanto il ricco innominato, diventano entrambi un peso, qualcosa da chiudere in un sepolcro (fossa comune per l’uno, sepolcro per l’altro) che sarebbe diventato un luogo impuro, contaminante a prescindere dalle sue fattezze.

In realtà però sappiamo che la morte è soltanto una porta attraversata che ci si lascia alle spalle un corpo spento, mentre l’anima e lo spirito restano integre e subiscono un destino che non dipende da Dio, ma è il risultato del vissuto di chi per quella porta obbligatoriamente transita.

E a questo punto nella lettura della parabola occorre prestare attenzione perché parrebbe che Lazzaro abbia un premio solo perché povero mendicante nella vita anteriore e il ricco il tormento solo perché tale un tempo. Gesù, invece, si serve dell’espressione “fu portato dagli angeli accanto ad Abrahamo” (più corretto “nel seno di Abrahamo”) come sinonimo di Paradiso a sottolineare l’importanza del suo atteggiamento interiore confermato dall’operato degli angeli, chiave di lettura della persona di Lazzaro.

In Salmo 34.8 leggiamo “L’angelo del Signore si accampa a coloro che lo temono, e li libera”.  In 91.11,12, che andrebbe comunque letto integralmente, “Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie. Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra”.

Infine aggiungiamo 103.20, “Benedite il Signore, angeli suoi, potenti esecutori dei suoi comandi, attenti alla voce della sua parola”, che ci lasciano concludere che Lazzaro non imputava a Dio la sua condizione, ma viveva attendendo una Sua risposta, certo soffrendo ma, come direbbe Paolo di Tarso, “non come quelli che non hanno speranza”. Ho visto e sentito persone morire gridando e bestemmiando, ne ho viste altre andarsene in silenzio, altre ancora in grande quiete, direi pregustando la liberazione da un corpo di carne a vantaggio di una vita in Cristo.

Lazzaro quindi venne – traduzione più idonea della nostra – “portato dagli angeli nel seno d’Abrahamo” non perché questa è la fine che fanno tutti i poveri, ma per conseguenza di ciò in cui credeva.

Si noti a questo punto cosa si dice dell’altro personaggio, “Morì anche il ricco e fu sepolto”. Fine. La morte di Lazzaro è un fatto naturale come quella del ricco, ma a differenza sua prevede un “oltre” che l’altro non ha: la vita del ricco si ferma al presente, è un fermo fotogramma, si chiude con la sepoltura perché il luogo dove va questa persona è un tumulo, per quanto l’anima e lo spirito continuino a vivere un tormento che sembra essere senza fine.

Il ricco “fu sepolto”, fine per lui; sarebbe vissuto per un altro poco nella memoria dei suoi compagni di feste, per poi venire da loro dimenticato non appena qualcun altro ne avrebbe organizzate di nuove.

Per chi, come l’ignoto personaggio di questa parabola, vive allo stesso modo, valgono queste parole: “Essi confidano nella loro forza, si vantano della loro grande ricchezza. Certo, l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa. Vedrai infatti morire i sapienti – secondo questo mondo -: periranno insieme lo stolto e l’insensato e lasceranno ad altri le loro ricchezze. Il sepolcro sarà la loro eterna dimora, loro tenda di generazione in generazione: eppure a terre hanno dato il proprio nome. Ma nella prosperità l’uomo non dura; è simile alle bestie che muoiono. Questa è la vita di chi confida in se stesso, la fine di chi si compiace nei propri discorsi. Come pecore sono destinati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà di loro ogni traccia, gli inferi saranno la loro dimora” (Salmo 49.7. 15).

Per essere “portato dagli angeli nel seno d’Abrahamo” credo che Lazzaro avesse fatto proprie le parole finali del Salmo appena citato: “Certo – Amen –, Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano degli inferi. Non temere se un uomo arricchisce, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore, infatti, con sé non porta nulla né scende con lui la sua gloria – umana –. Anche se da vivo benediceva se stesso: «Si congratuleranno perché ti è andata bene», andrà con la generazione dei suoi padri, che non vedranno mai più la luce. Nella prosperità l’uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono” (vv. 16-21).

A questo punto, per concludere questa prima parte, se abbiamo visto i meriti di Lazzaro, dobbiamo chiederci quali furono le colpe del ricco. Credo che sia stata una sola, e cioè non avere mai pensato a Dio e conseguentemente agli altri, nella fattispecie Lazzaro: “Ad ogni uomo, al quale Iddio concede ricchezze e beni, egli dà facoltà di mangiarne, prendere la sua parte e godere della sua fatica: anche questo è un dono di Dio. Egli infatti non penserà troppo ai giorni della sua vita, poiché Dio lo occupa con la gioia del suo cuore” (Ecclesiaste 5.13-16).

Per quanto l’ultima parte sia chiaramente appartenente a un tempo diverso dal nostro, va da sé che se la ricchezza è un dono di Dio, è al tempo stesso una prova molto severa e importante perché è da lì che si vede la persona carnale, destinata a finire col suo battito, o spirituale: ci sarà chi capirà il dono e darà e chi invece vorrà tenere tutto per sé, soddisfacendosi fino a morirne. Amen.

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14.17 – FEDELI NEL POCO E NEL MOLTO (Luca 16.10-14)

14.17 – Fedeli nel poco e nel molto (Luca 16.10-14)

 

 

10«Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? 12E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
13Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
14I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. 15Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

 

Sono parole che troviamo a conclusione della parabola dell’amministratore infedele, quando Gesù sposta l’attenzione del suo uditorio tirando le somme di quanto detto mettendo in evidenza l’esistenza di un rapporto fra ciò che facciamo nella vita quotidiana e quanto siamo spiritualmente.

Vediamo che nei versi da 10 a 12 vengono presentati due tipi di persone che vengono entrambe messe di fronte ad un “poco” che viene loro affidato. “Poco” è un aggettivo che a volte è sgradevole perché descrive sempre una quantità ridotta o un numero limitato di qualcosa che ci interessa e sappiamo che la carne aspira sempre al suo esatto contrario, cioè il “molto”, o le “cose importanti” per il cui conseguimento si effondono spesso molte energie.

Ora siccome il “poco” è qualcosa che in genere si sottovaluta, non si ritiene importante e quindi si tratta con sufficienza, è in realtà un significativo metro valutativo della persona che lo usa: è infatti da come si affrontano “cose di poco conto”, o genericamente il “poco” come nell’originale,  che riveliamo ciò che siamo veramente.

“Fedele” significa comportarsi conformemente alla fiducia che ci è stata accordata, dimostrarsi costanti sul piano dei sentimenti e degli affetti o su quello dei comportamenti pratici o dei pensieri, “disonesto”, anche se più propriamente andrebbe tradotto “infedele”, comporta l’essere privi della rettitudine necessaria in tutti i rapporti sociali che sono fondati sulla reciproca fiducia e, come nella nostra parabola, può riferirsi al modo di amministrare e gestire una cosa o un rapporto fra persone; credo, particolarmente adatto per i tempi in cui viviamo, il riferimento possa adattarsi alla Politica indipendentemente dal colore e dalla nazionalità.

Persone superficiali potrebbero guardare con sufficienza la fedeltà (o la disonestà) nel poco, dimenticando che si tratta di azioni solo in scala, che vanno al di là delle aspirazioni personali e che ciò che importa è il principio di base che guida la persona nelle sue scelte e nei suoi criteri d’azione.

Ricordiamo che quanto detto qui da Gesù è spiegato nella parabola dei talenti, quando leggiamo le parole a commento dell’operato dei servi che li avevano fatti fruttare: “Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto” (Matteo 25.21). Notiamo che la frase è la stessa indipendentemente dal risultato raggiunto, poiché il servo che aveva ricevuto cinque unità ne produce altrettante e lo stesso fa quello che ne aveva avute due. Certo, c’è anche ci rimane fermo come quel tale che, invece che far fruttare la moneta, la sotterrò, dimostrando di non aver tenuto in alcun conto i voleri del suo padrone.

Costui verrà definito “malvagio e pigro” perché disubbidiente in modo passivo di fronte alle istruzioni ricevute. La “fedeltà” quindi, come ha rilevato un fratello, “non dipende dall’ammontare dato a uno, ma dal sentimento di responsabilità che ha nel cuore”.

Tornando al nostro testo, i versi 11 e 12 vanno più in profondità: “Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”, parole che mi hanno impegnato molto perché presentano due tipi di averi, quelli “disonesti”, quindi del mondo, e quelli di altri, cioè non nostri, quindi di Dio, comportamenti che richiedono entrambi attenzione e hanno relazione l’uno con l’altro.

Essere “fedeli nella ricchezza disonesta” trova il suo primo riferimento nel protagonista della parabola che abbiamo recentemente esaminato il quale, avendo derubato il proprio datore di lavoro, è figura di quelli che hanno amato “Mammona”, cioè la ricchezza terrena, il “dio denaro”, incompatibile con quello Unico e Vero. E infatti il nostro testo dice “Non potete servire a Dio e alla ricchezza”, “Mammona” nel testo originale. L’amministratore infedele, amando prima di tutto se stesso e quindi la propria carne, con lo sguardo sempre attento ad accrescere le sue sostanze consapevolmente a danno di altri, si precludeva la possibilità di partecipare ad una ricchezza ben diversa, quella spirituale, che mai avrebbe posseduto.

E a questo punto si aprirebbe un capitolo sterminato, perché il paragone fra “ricchezza disonesta” e “ricchezza vera” può benissimo oltrepassare l’esempio appena fatto: la salvezza è già qualcosa di enorme, ma è la base su cui costruire e si pone in relazione a come agiamo su questa terra per cui la “ricchezza vera” sono i doni dello spirito, che sono successivi ad essa e i talenti lo confermano, ricordiamo le parole “Fateli fruttare fino al mio ritorno” (Luca 19.13). E sappiamo che Gesù tornerà.

Ecco allora che la “fedeltà nel poco” e nelle “ricchezze disoneste” si riferiscono a quella gestione elementare tanto della Parola di Dio che ci è affidata, quanto di ciò che abbiamo materialmente volta non ad un arricchimento, ma a un equilibrio complessivo che porta a qualificare la persona come coerente. In altri termini i servi della parabola, per far fruttare i talenti, hanno dovuto seguire un percorso in salita partendo dalle cinque o due monete avute fino al ritorno del padrone, un periodo di tempo non quantificabile anche se tutto lascia supporre che sia stato lungo. Hanno dovuto operare con attenzione, conoscendo giorni di inerzia e giorni di fatica, ma constatando sempre un progresso o rimediando al più presto in caso di stasi.

Così il cristiano che rimane fermo alla salvezza, ragiona su di essa, magari legge la Parola di Dio per avere consolazione ma senza confrontarsi con Lei, non cerca di accrescere la propria conoscenza e comprensione perché si accontenta di ciò che è e ciò che sa, difficilmente otterrà un riconoscimento: “Se non siete fedeli nella ricchezza altrui – quella di Dio come già detto –, chi vi affiderà la vostra – cioè quella che vi aspetta nel Suo regno – ?”. Esiste infatti la ricompensa, meritata, del servo che fa fruttare il talento.

Ecco cosa significa l’essere “fedeli nel poco”, concetto che può anche essere allargato all’uso personale che si fa di quanto di sacro abbiamo davanti, cioè il Vangelo e la Bibbia in genere: sono infatti molti coloro che vorrebbero imitare le gesta dei personaggi importanti dell’Antico o del Nuovo Patto dimenticando che quelle persone sono giunte a conseguire quanto ricevuto prima di tutto per elezione, fatta da Dio e non negoziabile, poi per tutta una serie di contrassegni caratteriali che li hanno portati ad essere ciò che effettivamente furono. Soprattutto, poi, operarono in epoche profondamente diverse dalla nostra.

C’è un’esortazione – che personalmente definisco un ordine – data dall’apostolo Paolo ai credenti di Roma: “Abbiate fra voi un medesimo sentimento; non abbiate l’animo alle cose alte, ma accomodatevi alle basse; non siate savi secondo voi stessi” (21.16). Qui vengono proposti tre livelli, il primo il sentire comune – che comporta rigettare la presunzione, l’ego, il “tu dici, ma io ti dico”, il “fatti più in là perché io sono più santo di te”, ma richiedono comprensione spontanea e reciproca – il secondo è l’accomodarsi “alle basse” perché prima di scalare un monte (terzo livello), ci vuole tutta una preparazione che si acquisisce con gli anni. Chi non fa così appartiene alla categoria di chi è “savio secondo se stesso”.

L’essere “fedeli nella ricchezza altrui” comporta la gestione del talento o dei talenti, anche questa cosa non facile perché, per non avere problemi, andrebbero sotterrati ma sappiamo che il menefreghismo, tanto verso di noi che verso gli altri, non è ammissibile. Ecco, qui per rendere fattive le parole di Gesù in merito dobbiamo esaminare noi stessi e guardarci serenamente, profondamente indietro per vedere se la nostra persona ha fatto progressi nel tempo o se è rimasta quella di prima, cosa abbiamo sviluppato al di là della nostra esperienza, se abbiamo imparato o meno dai nostri errori, se siamo stati perseveranti. Ma il punto nodale non è nemmeno questo: si tratta di crescita e sviluppo, di conoscenza e pratica, di tenersi stretto ciò che si è riusciti a guadagnare prestando la massima attenzione a non perderlo perché, se è vero che farsi un tesoro nel cielo significa avere ricchezze eterne, basta poco per cadere e magari rovinare anni di lavoro.

Scrivendo a Timoteo nella sua seconda lettera, così parla a Timoteo: “Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri” (2.2). Uomini fedeli, che portano e aspirano alle dinamiche dello Spirito, che rifuggono il sentimentalismo religioso, la retorica, esprimersi con lunghi giri di parole che non arrivano da nessuna parte come fanno gli uomini inconcludenti. Il fedele è colui che va oltre e che pone Dio nelle condizioni di agire attraverso di lui.

Tutto questo discorso è specifico per i credenti e per quelle persone che guardano alle proprie sostanze materiali inquadrandole nel loro giusto àmbito e infatti leggiamo al verso 14 che “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui”: pensiamo a cosa ha prodotto in loro quel verbo bellissimo che è “ascoltare”. Refrattari a qualunque richiamo, loro che vedevano simboli ovunque ed erano sempre pronti a studiare a interpretare, di fronte a tutte le verità di Dio dichiarate, lo deridevano.

E riguardo comunque alla nostra attività, al nostro essere davanti a Lui, credo che possa salvarci dal cadere doloroso solo una linea di continuità di studio, assimilazione e ricerca per quella che è la sola condizione idonea ad orientare la persona nel suo naturale percorso di vita, e cioè la dottrina per evitare quei “peccati di inavvertenza” che finiscono per minare il nostro rapporto col Signore senza che ce ne accorgiamo e possono finire per trasformarci in alberi sterili. Magari belli, con tante foglie, ma nessun frutto. Amen.

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14.16 – LA PARABOLA DELL’AMMINISTRATORE INFEDELE (Luca 16.1-9)

14.16 – La parabola dell’amministratore infedele (Luca 16.1-9)

 

 

1 Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». 3L’amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». 6Quello rispose: «Cento barili d’olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». 7Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». 8Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.  9Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

 

Questa parabola, di difficile comprensione anche perché molte versioni in lingua italiana interpretano più che tradurre, fu pronunciata da Gesù in un contesto diverso da quello della pecora, della dramma e del figlio perduti. La precisazione del verso 1, “diceva anche ai discepoli”, la pone in un contesto più riservato e infatti è riferita alla gestione delle nostre sostanze, definite “ricchezza disonesta” secondo la parabola del ricco stolto che termina con la frase “Così avviene a chi accumula tesori per se stesso, e non è ricco in Dio” (Luca 12.21). La “ricchezza disonesta” è quindi quella che possiamo avere non necessariamente perché abbiamo frodato il prossimo, ma anche grazie ai nostri risparmi, perché la professione ci ha portato a guadagnare cifre importanti o perché abbiamo avuto in eredità dei beni, cose che comunque non potremo portare con noi nel mondo a venire.

Questa ricchezza, quindi, è definita “disonesta” paragonandola a quelli vera, che Gesù esorta a cercare nel sermone sul monte quando dice “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6.19-21).

Fatta questa importante premessa, possiamo iniziare l’analisi della parabola che presenta “Un uomo ricco (che) aveva un amministratore” evidentemente disonesto perché viene accusato – senza possibilità di accampare scuse perché il padrone aveva in mano prove certe della sua infedeltà – di frodarlo e per questo di rendere conto della sua amministrazione prima del licenziamento.

Ora qui, come in tutto il resto della parabola, abbiamo un continuo rimando fra la vicenda di questo personaggio, che Gesù prende in prestito dal mondo reale in cui i ricchi cercavano servi onesti o comunque che non rubassero oltre misura, e i due assoluti visti nell’ “uomo ricco” e dell’imperativo “rendi conto della tua amministrazione”. Il primo è facilmente riferibile a Dio Padre che in Salmo 24.1 è definito il proprietario della “terra e quanto contiene: il mondo con i suoi abitanti” e il secondo a qualcosa che spesso imbarazza certi cristiani a tal punto da portarli a rimuovere dentro di sé il fatto che verrà un giorno, come nel caso del personaggio del nostro racconto, in cui saremo chiamati a rispondere di tutto ciò che avremo fatto, “in bene e in male”, dove per “male” intendiamo quei peccati che non avremo confessato e lasciato. Quello del rendiconto è un tema che Nostro Signore espose anche nella parabola dei talenti (Matteo 18.23,24; 25.14), ma che troviamo definito in altri passi in modo molto più “diretto”. Non possiamo infatti ingannare noi stessi crogiolandoci sul fatto che siamo salvati tralasciando tutti gli altri elementi che dobbiamo possedere per definirci come degli appartenenti a Cristo.

Ricordiamo Matteo 12.36,37: “Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” perché “Io vivo, dice il Signore: ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio” (Romani 14.11,12).

Diretta al credente, in base alle responsabilità che gli sono state affidate, è poi 1 Corinti 4.1,2 “Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si chiede agli amministratori, è che ognuno risulti fedele” perché “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere la ricompensa ciascuno delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Corinti 5.10). Se quindi chi ha creduto “non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5.24) dovrà comunque avere un incontro in cui non potrà esimersi dal rispondere del proprio operato.

 

A questo punto Gesù inizia a descrivere il metodo dell’amministratore infedele che non ha nulla a che vedere con il credente, ma si riferisce alla cronaca frequente di quel tempo e non solo: si ruba da sempre come da sempre si cerca di fare di tutto per tamponare i danni che arrivano nel momento in cui si è scoperti. Ciò che premeva a Nostro Signore era descrivere il carattere di questa persona e la sua scaltrezza che, per la tecnica usata, arriva a suscitare nel padrone un riconoscimento non in senso positivo, ma una specie di compiacimento, la stessa che possiamo provare noi quando viene fatta una rapina con ingegno (ad esempio le famose “bande del buco”) alle cui spalle magari c’è uno studio di anni e l’impiego di tecniche specializzate. Certo il reato rimane e non evita la condanna in caso di cattura dei colpevoli, ma resta altrettanto la meraviglia e quel senso di vaga ammirazione per l’intelligenza con cui il fatto è stato commesso. Quando Gesù parla del fatto che “il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza” si riferisce appunto in questo senso e non col fatto che lo avesse tenuto al suo servizio trovandolo meritevole di qualcosa.

L’amministratore disonesto aveva un carattere particolare: fuggiva il lavoro manuale che non aveva mai svolto (“zappare non ne ho la forza”) e la sua disonestà derivava proprio dal fatto che lo aveva sempre evitato: “Chi è già indolente nel suo lavoro è fratello del dissipatore” (Proverbi 18.9) e “Il desiderio del pigro lo porta alla morte perché le sue mani si rifiutano di lavorare” (21.25). Il vergognarsi a mendicare, poi, sentimento comprensibile perché per farlo si è costretti a rinunciare alla propria dignità, sarebbe stato per lui una sconfitta di fronte al suo prossimo che lo avrebbe deriso per la sua caduta, da persona di alto rango (era propriamente una sorta di amministratore unico) a mendicante.

Ciò che però “salva” quest’uomo è la scaltrezza, la capacità di trarre vantaggio anche da una situazione emergenziale come quella in cui si era venuto a trovare: agevola clamorosamente i debitori del suo padrone i quali si sarebbero sicuramente sentiti di ricambiargli il favore. Per far questo, quindi, costui deruba ulteriormente il proprio padrone utilizzando “una sapienza che non discende dall’alto, anzi è terrena, animale, diabolica” (Giacomo 3.15) che, umanamente, lo salva: il primo dà 50 barili d’olio anziché 100, risparmiando 1705 litri, il secondo si trova a tenere per sé 7 quintali su 34 di grano che doveva, certo non poca cosa in entrambi i casi.

Ora Gesù, dopo aver riferito la reazione del padrone che “lodò quell’amministratore disonesto” nelle modalità che abbiamo visto, stabilisce una verità basilare che tendiamo a non considerare, e cioè che “i figli di questo mondo, verso i loro pari – uomini – sono più scaltri dei figli della luce” (v.8). Ancora una volta siamo costretti a considerare gli opposti: da un lato chi vive sulla e per la terra, è costretto a sopravvivere e per questo basa la propria esistenza sull’inganno a cui ricorre, sistematicamente o saltuariamente non importa, agendo a danno degli altri. Ebbene, la conferma del fatto che il cristiano non ha nulla a vedere con loro la dà l’apostolo Paolo quando scrive che Gesù “ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo secolo malvagio” (Galati 1.3,4).

I secondi, invece, vivono sulla terra, ma non per essa perché hanno ubbidito alle parole di Gesù in Giovanni 12.36: “Mentre avete la luce, credete nella luce e diventate figli della luce”. Questa “luce” è importante e chissà quanti versi possono venire in mente al riguardo, che non cito salvo qualcuno che colloca il credente nel suo ambito corretto. Abbiamo infatti un passato di errori che ci è stato cancellato, condonato perché “un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore” (Ef. 5.8). Ancora, “Siete figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre” (1 Tessalonicesi 5.5) e infine 1 Pietro 2.9, “Voi invece siete la stirpe eletta, sacerdozio regale, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le ammirevoli opere di lui, che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua meravigliosa luce”.

 

Infine, arriviamo alla conclusione della parabola: “Fatevi degli amici con – quindi usandola – la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare – cioè non sarà più necessaria perché sarà finita la vita – essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Ecco, quando ho parlato di interpretazione mi riferivo proprio a questo punto nel senso che “essi” è un’aggiunta e sembrerebbe che il soggetto siano gli amici acquistati con la ricchezza terrena. Il testo originale invece ha solo “vi accolgano…”, plurale riferito a tutti coloro che abitano il cielo, in altri termini “perché possiate entrare nelle dimore eterne”.

Farsi “amici con la ricchezza disonesta” a questo punto è chiaro cosa implichi: il non tenere per sé, non per nulla argomento della prossima parabola. Gesù già parlò di chi invitare ai banchetti, del fatto che “chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un mio discepolo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa” (Matteo 10.41,42), di tutte quelle attenzioni che vanno date a quanti, per un motivo o un altro, si ritrovano sofferenti come conclude Giacomo 1.27: “Religione pura e senza macchia – quindi vera – davanti a Dio è questa: visitare gli orfani e le vedove – che allora non avevano di che sostenersi – nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”. Perché, questo è il punto, se non si sta attenti il mondo contamina credo non tanto con la volgarità di cui ha la gestione, ma con quei princìpi che sono buoni solo in apparenza e che in realtà nascondono un rifiuto anche di una solo blanda idea di Dio. Si vuole dimostrare che l’uomo è buono, solidale, è perfettamente in grado di vivere da solo. Come già detto da qualcuno, se si toglie la “D”, rimane l’ “Io”.

Dobbiamo infine chiederci se, come “figli della luce” siamo tutti illuminati oppure abbiamo delle zone d’ombra che magari custodiamo. Il pensiero al rendiconto dovrebbe infatti essere costante, così come la gestione doverosa delle “ricchezze disoneste” se da noi possedute. Amen.

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14.15 – TRE PARABOLE: IL FIGLIO PRODIGO IV (Luca 15.23)

14.15 – Tre parabole – 3, il figlio prodigo 4 (Luca 15.23)

 

 

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».

 

Possiamo affermare che l’ultima parte della parabola è interamente dedicata alle reazioni e al carattere del figlio maggiore che vediamo gran lavoratore (“si trovava nei campi”), fedele ai compiti che gli dava il padre (“ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando”, attento a quanto succedeva in casa (“chiamò i servi e domandò cosa fosse tutto questo”) e, con un comportamento anche al di fuori dell’ambiente “aziendale”, irreprensibile (accusa il fratello minore di avere “divorato le tue sostanze con le prostitute” dimostrandosi estraneo a tale stile di vita).

Eppure, a queste note positive, ve ne sono di negative perché era incapace di provare qualunque forma di empatia, con un concetto del vivere del tutto particolare escludendo qualsiasi forma di distrazione da quello che era il dovere svolto come un obbligo, unica possibilità di espressione che non includeva il piacere, la soddisfazione nell’operare. Il figlio maggiore, quindi, è un rigido osservante di norme, per lui esistono solo quelle. E qui, nonostante la parabola non porti ad identificare inequivocabilmente alcune sue componenti, abbiamo un riferimento ai Giudei che sicuramente fu compreso da tutti i presenti perché anche loro si ritenevano irreprensibili e guardavano gli altri con disprezzo o, nel migliore dei casi, sufficienza.

 

Esaminando la reazione alla risposta di uno dei servi, “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”, vediamo che “si indignò e non voleva entrare”. Qui osserviamo che, quando il fratello minore se ne era andato, oltre a essere in disaccordo con la sua scelta, aveva emesso dentro di sé un decreto di condanna senza possibilità di appello: le parole “Tuo fratello è qui” lo avevano immediatamente allarmato, certo non rallegrato ed il fatto che il padre avesse voluto far festa usando il vitello migliore e soprattutto avesse “riavuto sano e salvo” quel giovane, lo scandalizzò a tal punto che abbiamo letto che “non voleva entrare”, cioè non si riconosceva più in quell’ambiente per il quale aveva certo dato molto, direi tutto se stesso, prestando un’opera continua per il sostentamento e lo sviluppo di quella casa.

Abbiamo qui una reazione stizzita, dettata dall’orgoglio che precludeva qualunque forma di apertura al rinnovamento, a ciò che andava al di fuori della consuetudine. Da quando il fratello minore si era allontanato, evidentemente quell’uomo si era convinto di essere l’unico erede compiacendosene, dicendo dentro di sé “un giorno tutto questo sarà mio” ed il fatto che il padre avesse riaccolto colui che, legalmente, aveva già avuto tutta l’eredità spettantegli, lo offendeva profondamente. Certo, se fosse stato come il figlio maggiore, quel padre avrebbe potuto benissimo dire al minore che tutto quanto gli spettava gli era stato dato per cui non aveva nulla da pretendere e, quindi, che si arrangiasse come meglio potesse. Infatti, nelle intenzioni originali del figlio più giovane, vi era quella di essere trattato come uno dei servi presi a giornata.

Il maggiore, quindi, nonostante tutto il suo desiderio di servire il padre, aveva agito solo per se stesso perché, nonostante avesse vissuto con lui quotidianamente, non ne aveva assorbito il carattere, non aveva imparato nulla da lui, anzi era rimasto schiavo delle sue convinzioni, come fece Eliab, fratello maggiore di Davide, che lo rimproverò di aver abbandonato poche pecore nel deserto per venire a combattere contro il filisteo Golia, accusandolo di essere malizioso e borioso (1 Sam 17.28).

Ancora, ravvisiamo nel comportamento del figlio maggiore lo stesso di quei Giudei che rimproverarono Pietro a Gerusalemme dicendogli “Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme a loro!” (Atti 11.3) ritenendosi superiori. Lo stesso successe con l’apostolo Paolo, quando predicava ad Antiochia (13.45) ed ancor più a Gerusalemme (capp. 21 e 22): qui è interessante quanto avvenne perché fu ascoltato con interesse fino a quando non parlò della sua conversione e del martirio di Stefano.

C’è quindi, in ogni persona religiosa, un punto di non ritorno e proprio lì si scandalizza e cade, proprio come il figlio maggiore della nostra parabola.

C’è un contrasto direi lacerante fra l’ostinazione del maggiore che non vuole entrare e il padre che, con lo stesso amore con il quale aveva accolto l’altro fratello, ora lo prega di partecipare alla mensa.

C’è qualcosa di insanabile nelle parole del figlio “irreprensibile”: al contrario dell’altro, omette di chiamarlo “padre”, ma inizia a autoincensarsi, esattamente come il fariseo della parabola col pubblicano: sicuramente da sottolineare l’ “io” e il “tu” che da sempre, nelle discussioni anche umane, nostre, sono usate automaticamente per dar ragione a una parte e torto all’altra. I versi 29 e 30 mostrano un tragico infantilismo e non potrebbe essere altrimenti perché quando una persona non ha maturato in profondità il vero senso dell’essere, non potrà restare altro se non il bambino capriccioso e insoddisfatto che era un tempo, sempre pronto a vedere soprusi e torti là dove non ci sono, perseguitato dalla sua stessa, inguaribile, insoddisfazione. La frase “tu non mi hai dato nemmeno un capretto per far festa con i miei amici” non solo dimostra che in realtà non aveva mai cercato comunicazione col padre al di là di un arido rapporto di lavoro – perché non chiedergliene uno, quando gliene avrebbe dati certamente di più? –, ma che tutto il suo operare era dettato dall’interesse e non dall’amore e gratitudine per lui.

Poi leggiamo “Ma ora che è tornato questo tuo figlio”, parole che accrescono ulteriormente la distanza da tutto il contesto familiare: quello che poteva essere considerato il figlio buono, irreprensibile, gran lavoratore, ora emerge come una persona insensibile, acida, che in realtà a quella famiglia non era mai appartenuta. E mi viene in mente un’altra parabola, sempre con due figli protagonisti, che troviamo in Matteo 21.28-32 che penso possa raccordarsi a questa: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Risposero: «Il Primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”.

Forma e sostanza sono quindi due cose diverse e la prima si rivela sempre nel momento in cui l’essere umano viene provato, come nel caso della parabola su cui stiamo ragionando: la persona, qualunque persona, appare ciò che è nel momento in cui si trova nelle circostanze che la provano: il figlio maggiore è considerato positivo fino a quando non si ribella al fatto che il minore torni pentito.

Gesù non dice come andò a finire quella faccenda famigliare, né era necessario perché ciò che gli premeva era far emergere due condizioni opposte, quelle di un orgoglio che muore visto nelle vicende del figlio minore, e quello che resiste, alberga nel profondo e si mimetizza nel maggiore, persona che viene posta davanti a parole che è libero di condividere o meno: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

Quindi il maggiore era libero di scegliere se unirsi o meno alla festa per il fratello ritrovato, che qui credo sia un’occasione per Gesù di richiamo a quella per eccellenza, quando tutti i credenti si ritroveranno nel regno di Dio e/o alla gioia perché era venuto il Figlio in mezzo a loro: “Le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome. E ancora: Esultate, o nazioni, insieme al suo popolo. E di nuovo: Genti tutte, lodate il Signore; i popoli tutti lo esaltino. E a sua volta Isaia dice: Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno” (Romani 15.9-12). Amen.

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14.14 – TRE PARABOLE: IL FIGLIO PRODIGO 3/4 (Luca 15.22-24)

14.14 – Tre parabole – 3, il figlio prodigo 3 (Luca 15.22-24)

 

22Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.

 

Questi due versi sono interamente dedicati alla reazione del padre e alle sue parole ed iniziano con l’avversativa “Ma” che introduce qualcosa che il figlio non si aspettava: era convinto di finire un discorso che si era preparato, quello di chiedere un posto tra i servi, e si ritrova accolto con una gioia che lo sorprende. Non è una banalità affermare che, se si vive in un peccato, professionalmente o incidentalmente a causa della propria defettibile natura (persistendo in esso), quando si ritrova il Padre dopo avergli confessato la colpa e averla abbandonata, si scopre un mondo che va al di là delle nostre aspettative.

Ricordando la frase che il giovane avrebbe voluto pronunciare, “Trattami come uno dei tuoi salariati”, vediamo che il riferimento è a quelle persone che venivano prese e pagate a giornata, come insegna la parabola dei lavoratori delle diverse ore. È una frase che andava a rafforzare la precedente, “Ho peccato verso il Cielo e davanti a te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”: conscio del fatto che nella casa paterna non gli apparteneva più nulla, avrebbe voluto dire che da ora in poi avrebbe lavorato per mantenersi.

Il padre non solo non gli lascia finire il discorso, ma ordina che gli fosse fatto indossare “il vestito più bello”, di mettergli “l’anello al dito” – anche se la traduzione corretta è “un” – e “i saldali ai piedi”, anche se vedremo che sandali non erano. Cerchiamo ora di analizzare questi tre elementi.

 

Il vestito più bello

Il vestito, da sempre, qualifica la persona e molto si può capire del suo carattere e condizione osservando come viene indossato e dalla cura con la quale è tenuto. Il vestito a volte rivela la funzione che ha un individuo nella società e in ogni caso serve per renderci presentabili agli altri. Ciò che indossava quel giovane era quanto di più umiliante ci fosse perché non solo si portava addosso lo sporco dei maiali, ma anche il risultato dell’impossibilità di lavarlo decentemente, la polvere, il sudore, insomma tutto quanto si era accumulato nel tempo passato a custodire i porci e a camminare da quel “paese lontano” fino a casa.

Questo ci parla del fatto che quando l’essere umano compare davanti a Dio è sempre impresentabile perché, a prescindere dalla vita che ha vissuto fino a quel punto, si troverà sempre a indossare qualcosa di inadatto: il problema non è cosa si è fatto prima dell’incontro con Lui, ma che il vestito è comunque sporco, impossibile da lavare come leggiamo in Geremia 2.22, “Anche se tu ti lavassi con soda e molta potassa, resterebbe davanti a me la macchia della tua iniquità”. Ecco il perché della parabola degli invitati alle nozze in cui a tutti i convenuti, tranne uno, era stato inviato un vestito dal padrone di casa ed ecco perché proprio quell’uno viene cacciato fuori.

Abbiamo anche Isaia 61.10 che introduce un altro elemento di questa parabola: “Io gioisco pienamente  nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”. Qui abbiamo un soggetto, il Signore, che riveste una persona, cioè toglie un abito inadeguato e ne mette uno nuovo che mai potrebbe comprare coi propri mezzi: è Lui a vestire con le “vesti della salvezza”, ma non solo, avvolge “con il mantello della giustizia”, la persona.

È solo la gioia del padre, e del suo amore per il figlio ritrovato, che lo porta a far sì che quello indossasse “il vestito più bello”: non “uno” dei tanti, ma “il”, vale a dire che, una volta indossato, quel giovane avrebbe potuto essere considerato più di tutti gli altri perché nessuno avrebbe potuto vestire in quel modo senza il consenso del padrone di casa. Per il solo fatto di essere tornato a casa, quindi, il figlio ex prodigo viene posto in una posizione privilegiata, addirittura migliore di quella del fratello maggiore che, mentre accadevano queste cose, era al lavoro nei campi.

 

Un anello al dito

È importante specificare che un conto è tradurre “un” e un conto “lo”: il determinativo infatti allude a un oggetto unico, l’indeterminativo a qualcosa di generico, per quanto importante trattandosi non di un semplice gioiello, ma di un segno di autorità che va ad affiancarsi al vestito. A proposito dell’anello ricordiamo Giuda, che lo diede a Tamar come pegno (Genesi 38.18), quelli che portavano Giuseppe, Jezebel, Aman, Mardocheo. Per capire l’anello vale la citazione di Genesi 41.41,42: “Il faraone disse a Giuseppe: «Ecco, io ti metto a capo di tutta la terra d’Egitto». Il faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe – particolare da tenere a mente perché verrà utile più avanti –; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro”.

Ora quel padre, ordinando ai servi di mettere al figlio minore “un anello al dito” non voleva significare che fosse diventato di punto in bianco la sola autorità – o comunque quella più alta – della casa, ma che gli era stata data una responsabilità e una funzione che prima non aveva. E viene da pensare, credo a ragione, che l’anello lo portassero anche il padre e il fratello.

Altra osservazione che costituisce un eccellente parallelo con Giuseppe: in realtà il genitore non dice ai servi “mettetegli l’anello al dito”, ma “date l’anello nella sua mano” e non è una sottigliezza così tanto per fare della pignoleria perché se l’anello fosse stato messo al dito da uno dei servi avrebbe costituito un’azione passiva da parte del figlio ritornato che, invece, doveva accettare, indossandolo, quanto gli veniva dato in mano. Lo stesso fece Giuseppe: entrambi, mettendosi al dito l’anello, si impegnavano a vivere in modo nuovo, accettando non un ordine, ma una proposta. L’anello era in un certo qual modo la firma che veniva apposta al contratto e possiamo paragonarlo al battesimo, fondamentale per la persona che è stata salvata e ha maturato la sua intenzione di entrare nella famiglia di Dio.

 

I sandali

Ancora una volta va fatta una correzione al testo: personalmente, per l’analisi, faccio riferimento a tre versioni, la Diodati del 1641, quindi non ancora deturpata da interventi a volte molto discutibili, la traduzione letterale di Don Piero Ottaviano sul sito Didaskaleion, e il testo greco. Ebbene, Diodati al posto di “sandali” usa “scarpe” e gli altri due “calzari” a indicare che il terzo elemento dato al figlio tornato a casa era qualcosa che i servi non portavano.

Se i sandali erano un oggetto idoneo al camminare per le strade o per svolgere le attività comuni, i calzari erano sinonimo di una vita diversa, che pochi potevano condurre.

 

Considerando quanto finora esaminato, va fatta una precisazione importante e cioè che questa parabola non va vista, in questa parte del pentimento e della riabilitazione, come qualcosa di immediato, ma, nel momento in cui si desidera decifrarla per portarla al mondo reale, di progressivo, qualcosa che dura nel tempo. A parte tutto ciò che è stato scritto, il vestito più bello che viene dato, per noi, ha attinenza sicuramente con la nuova dignità acquistata vista nella nostra “adozione a figli” (Galati 4.5), ma ancor più con il percorso di santificazione al quale siamo chiamati.

E per indossare un nuovo vestito occorre mettere da parte il vecchio, “La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Romani 13.12). Ancora Efesi 4.20-24: “ma voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare con la sua condotta di prima l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”.

Infine, il passo più impegnativo: “Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine di colui che l’ha creato”. Impegnativo perché non sempre riusciamo a rinnovarci tutti i giorni: fuori dalla meditazione, dalla preghiera personale e dalle riunioni di Chiesa, qualora essa sia degna di tale nome, esiste un mondo dominato da un principe che allarga sempre i più i suoi domìni manifestandosi nel modo che tutti noi constatiamo e restarne fuori non è facile. È un mondo dove l’ingiustizia si traveste da giustizia, in cui se si cerca la giustizia si trova la legge, la dignità è assente e quei sentimenti che, indipendentemente dalla fede, un tempo potevano formare le persone predisponendole alla ricezione di un messaggio anche solo morale, vengono repressi e se possibile cancellati dalla memoria. E questo a volte, quando viene “toccato con mano”, può essere molto disturbante.

Il vestito, l’anello e i calzari sono tutti oggetti che, perdurando la situazione di peccato, quel giovane non avrebbe mai potuto possedere, permettersi; invece, gli sono stati donati gratuitamente. E qui possiamo avere un riferimento a Giosuè, che davanti all’Angelo del Signore “Era rivestito di vesti sporche e stava in piedi davanti all’angelo, il quale prese a dire a coloro che gli stavano intorno: «Toglietegli quelle vesti sporche». Poi disse a Giosuè: «Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato, fatti rivestire di abiti preziosi»” ( Zaccaria 3.3,4).

Al figlio prodigo, successe così. All’umiliazione del peccato, fu sostituita la pienezza della grazia e fu posto in grado, con i tre elementi che gli vennero consegnati, di camminare in novità di vita. Solo una volta vestito con gli elementi che il Padre volle che vengano dati al peccatore pentito questi può essere reso presentabile agli occhi di Dio, a se stesso e agli altri; viceversa potrà essere solo protagonista di una mediocre e noiosa commedia recitata da attori scadenti che, a volte, dimenticano la propria parte.

A noi e a chiunque si pente della propria vita e dei propri errori sono stati offerti il vestito, l’anello e i calzari, doni di cui dovremo un giorno rendere conto e di qui la necessità di pregare e agire per non essere colti in un doloroso rimprovero.

Infine, abbiamo la festa che viene data immediatamente con una motivazione che usa termini contrapposti fra loro, “morto – tornato in vita”, “perduto – ritrovato” che sicuramente colpirono l’uditorio di Gesù perché andavano a completare entrambe le parabole prima esposte e contemporaneamente ampliandole perché, lontani dal Padre, c’è sempre uno stato di morte. “Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete stati salvati” (Efesi 2.4), perché “eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime” (1 Pietro 2.25).

Ultima osservazione credo sia doverosa farla sul cibo che il padre avrebbe offerto al figlio pentito, certo non paragonabile a quello che assumeva in quel “paese lontano”: là, caduto in rovina, non poteva neppure prendere le carrube per i porci; tornato dal padre, però, si trovò nella situazione opposta, soprattutto per la dignità che aveva non solo riacquistato, ma che si era in un certo senso accresciuta. Così è stato anche per me e, non essendo un privilegiato nel senso umano del termine, anche per tutti coloro che del figlio prodigo hanno fatto l’esperienza. Amen.

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14.13 – TRE PARABOLE: IL FIGLIO PRODIGO 2/4 (Luca 15.20-21)

14.13 – Tre parabole – Il figlio prodigo 2/4 (Luca 15.20-21)

 

20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio».

 

In questa seconda parte cercheremo di affrontare il punto centrale della parabola, cioè il comportamento del padre del giovane che, ricordiamo, aveva fatto una spietata disamina della sua situazione e soprattutto di ciò che l’aveva creata.

Il verso 20 ci presenta cinque azioni che compie il padre verso di lui che non vanno certamente ignorate: lo vide, ne ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. La prima è “lo vide” certo non per caso, non perché, per riposarsi magari dal fare dei conti o dall’aver tenuto una lunga riunione coi suoi amministratori, si affacciò alla finestra per snebbiarsi le idee. Piuttosto, questo scorgere e riconoscere il figlio “quando era ancora lontano”, è indice tanto del fatto che quell’uomo era in attesa del suo ritorno, quanto della conoscenza che aveva del suo carattere. Si può dire che, se accettò di dare al secondogenito la parte di eredità che gli chiedeva, fu per consentirgli di fare delle esperienze dolorose che lo maturassero, conoscendo le sue attitudini, il carattere e le intemperanze. Un padre, se tale è, conosce il proprio figlio e imposta per lui la strategia educativa più idonea per renderlo in grado di presentarsi agli altri senza essere umiliato. Quindi, quello della parabola, acconsentendo alla partenza del proprio figlio minore e dotandolo di quanto gli chiedeva, sapeva come avrebbe speso il suo denaro, cosa avrebbe fatto, i legami sbagliati che avrebbe intessuto, le sue cadute perché in un “paese lontano” non avrebbe saputo vivere autonomamente, soprattutto con dignità, nonostante pensasse l’esatto contrario. Quel territorio era per lui sinonimo di libertà fuori dal controllo di qualsiasi precetto anche solo morale cui altrimenti avrebbe dovuto sottostare.

Ora il padre lo vede e lo riconosce “quando era ancora lontano”: cosa vide? Un puntino, una figura umana? E ancora, quanto era “lontano” dalla casa, uno o due centinaia di metri, o chilometri? Fu visto da un territorio pianeggiante, o da un’altura? L’importante è che lo riconobbe e basta, ma fu quasi un sesto senso, oppure lo vide arrivare da una strada o da una direzione presso la quale passavano in pochi?

In mezzo alle cinque azioni che il padre compie, non possiamo dimenticare che ve n’è una del figlio, cioè che torna a piedi perché non aveva più nulla di suo, tanto meno un mezzo di trasporto animale, asino o cavallo che potesse essere. E quel ritorno lo compie da “un paese lontano” non solo per usi e costumi, ma anche quanto a chilometri, quindi con sofferenza questa volta fisica, senza sandali ai piedi e non sappiamo se, casualmente, nel suo lungo percorso abbia incontrato qualcuno, carovana o mercante, che gli abbia consentito di salire su un carro per alleviargli la fatica di un lungo viaggio, ben diverso da quello che aveva fatto all’andata, pieno di sé, convinto di conquistare chissà chi e chissà cosa.

 

Tutti questi elementi ci portano al secondo punto, “ebbe compassione”, cioè si immedesimò nel vissuto più recente del figlio conoscendo la natura umana sempre pronta a cadere, a sbagliare, non calcolare bene ciò che si è in rapporto a che si vuole, a sopravvalutandosi sempre. Certo, per avere “compassione” quell’uomo non si limitò a considerare che suo figlio aveva vissuto tristi esperienze, ma piuttosto le mise in relazione al pentimento, quello che fa più male degli insuccessi e dei piedi che sanguinano perché si tratta di qualcosa che nasce dal dolore di un cuore sconfitto da se stesso. Chi ha provato pentimento sa che è già punizione, non ha bisogno di altra pena. Chi è autenticamente pentito è perché ha già elaborato, pensato, ha già emesso una sentenza su di lui e questa è sempre molto amara.

Terza azione che, se vista sotto il metro dell’orgoglio umano, lascia stupiti, è “gli corse incontro”, che rivela tanto la gioia del padre, quanto il voler risparmiare al figlio ulteriore fatica. Fosse stata una persona animata da risentimento o si fosse offesa, certamente avrebbe aspettato che il figlio bussasse alla porta e si umiliasse, ma invece gli corre incontro. Un fratello ha scritto in proposito che “se il peccatore fa un passo verso di Lui, Dio ne fa dieci per incontrarlo per mostrargli il suo amore” ed è una dinamica che ogni credente ha sperimentato. Attenzione, perché quando parlo di “credente” e di “cristiano” mi riferisco a chi ha avuto una reale esperienza col Signore, non a quelli che frequentano la Chiesa restando sempre se stessi, lasciandolo fuori dal loro cuore e dalla loro vita ricordandosi di Lui quando desiderano “sentirsi buoni” o provare emozioni false, carnali, ipocrite. E penso a quanti magari recitano il “Padre nostro” offendendo quel “rimetti a noi i nostri debiti come li rimettiamo ai nostri debitori” proseguendo a coltivare rancori, invidie, chiudendo non solo ostinatamente il cuore, ma sigillandolo ancora di più.

 

La quarta e la quinta azione sono le più difficili da capire umanamente, “gli si gettò al collo e lo baciò” perché ci aspetteremmo, forse, che la prima iniziativa debba spettare al figlio che ha sbagliato: lui aveva voluto i soldi e andarsene? Lui avrebbe dovuto chiedere perdono, ma non è così, la sua presenza, com’era vestito e la mancanza di sandali ai piedi era già sufficiente e parlava più di mille richieste di scuse. Certo il nostro testo non potrà mai descrivere gli occhi dell’uno e quelli dell’altro o il linguaggio non verbale che spesso dice molto di più di tante parole. Quel padre, poi, non badò allo stato di impresentabilità in cui il figlio si presentava ed altrettanto fa con chiunque ritorni a lui poiché il peccato rende sempre la persona in tali condizioni che, come vedremo ma comunque già sappiamo, dovrà essere vestita a nuovo.

Nello scorso studio abbiamo citato le parole di Geremia 31.18, “Dopo il mio smarrimento, mi sono pentito; quando me lo hai fatto capire, mi sono battuto il petto, mi sono vergognato e ne provo confusione perché porto l’infamia della mia giovinezza”, ma al 19 Iddio dice “…per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza”.

Il gettarsi al collo del figlio e baciarlo costituiscono un segnale di disponibilità e di perdono assoluto talché ogni parola, da entrambe le parti, era superflua e infatti abbiamo solo la prima parte di quanto quel giovane aveva pensato di dire al padre: manca “non sono più degno di essere considerato tuo figlio, trattami come uno dei tuoi salariati”.

Sia il gettarsi al collo di una persona quanto il baciare sono sinonimi di comunione e appartenenza che supera divisioni e rancori, come possiamo leggere in Genesi 33.4 nell’incontro fra Esaù e Giacobbe: il secondo, per le dinamiche accadute negli anni, temeva fortemente che il fratello avesse intenzioni violente nei suoi confronti, ma “Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero”. Possiamo anche ricordare l’incontro in cui Giuseppe si rivelò ai suoi fratelli che lo avevano venduto a una carovana di egiziani: “Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui” (Genesi 45.14,15).

 

Arrivati a questo punto è giusto considerare il significato spirituale delle dinamiche fin qui esposte, cioè andare a reperire, se non tutti, i principali punti di meditazione questa volta offerti, più che ai “pubblicani e peccatori” presenti, all’uditorio colto – e altrettanto indifferente – di Gesù. Parlando la parabola del figlio prodigo di pentimento e perdono, il primo verso cui rivolgersi è reperibile in Salmo 32. 5: “Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa. Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità» e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato”. E infatti il figlio dice “Ho peccato contro il cielo e davanti a te”.

Salmo 103.8-14: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe. Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere”. Quella che avremmo potuto non essere osservando un solo comandamento.

Per la profondità e la stretta attinenza all’episodio è sicuramente da riportare Isaia 57.17,18: “Per l’iniquità della sua avarizia – che è tenere per sé – mi sono adirato, l’ho percosso, mi sono nascosto e sdegnato; eppure egli, voltatosi, se n’è andato per le strade del suo cuore. Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni”.

Ezechiele 18.26-28 è dedicato all’errore, al ripensamento delle proprie azioni e alla conversione: “Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà”. Nello specifico, il “giusto” erano i farisei e il “malvagio” i pubblicani, il cui ravvedimento era molto più vicino che non agli altri.

Michea 7.18,19: “Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità? – Israele –. Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati”.

 

Il perdono del padre umano, quindi, è arrivato al pari di quello soprannaturale del quale è figura, perché il pentimento del figlio era assolutamente sincero, reale, frutto di un’elaborazione interiore profonda, come avviene per chiunque si rivolge a Dio per chiedere la remissione di un peccato: “Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi” (Salmo 51.4,5). Perché? Perché senza il perdóno di Dio, il peccato rimane e tortura. Amen.

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14.11 – TRE PARABOLE: LA MONETA PERDUTA (Luca 15.8-10)

14.11 – Tre parabole – 2, la moneta perduta (Luca 15.8-10)

 

8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E, dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.

 

“La moneta”. Purtroppo nelle traduzioni cosiddette moderne il lettore si trova da un lato agevolato a capire nell’immediato di cosa si tratti, ma penalizzato in tutto quello che è il contorno che consente di capire meglio il messaggio, o contesto che sia. Il greco infatti non ci parla di “dieci monete”, il cui valore è quanto mai indefinito, ma di “dramme”.

La dramma, o dracma, costituiva l’unità monetaria principale presso i popoli ellenici dell’antichità, aveva multipli e sottomultipli oltre a poter essere “pesante” o “leggera” e quindi avere un valore diverso. La moneta che ci interessa è quella d’argento, che era assimilata al “denaro” che costituiva la paga ordinaria giornaliera di un operaio. Da qui possiamo dedurre che le “dieci dramme” costituissero i risparmi della protagonista della parabola.

Da notare poi il personaggio, una donna, che nella precedente era un uomo (il pastore) e nella prossima sarà addirittura un padre, a sottolineare l’universalità del problema quando qualcosa che si ha di caro si perde, sia esso animale, cosa o persona. E Gesù offrì tre esempi proprio perché desiderava che i suoi uditori, a seconda della loro personalità, se non tutti, ne comprendessero almeno uno per fare poi le considerazioni del caso e, ricordandosi degli altri due, giungere ad una piena comprensione del messaggio. Da qui possiamo considerare che il Vangelo, e per riflesso tutta la Scrittura, sono semplici quando devono comunicare ciò che serve all’uomo come primo elemento per giungere alla verità dell’amore di Dio per la propria salvezza: non serve cultura, conoscenza del greco o dell’ebraico, ma un cuore onesto che cerchi perché altrimenti quel “cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” non costituirebbe una verità.

La donna ha “dieci dramme”, anche qui da vedere come numero che esprime la quantità ideale turbata appunto dalla mancanza di quell’ “uno” che rende il “nove”, come il “novantanove” precedente, simbolo dell’incompletezza.

Quelle “dieci dramme” erano il punto di arrivo, il risultato di un risparmio, qualcosa che stava ad indicare una tranquillità raggiunta per poter sopperire a un momento di bisogno che prima o poi sarebbe eventualmente (o certamente) arrivato. Qui sta la chiave di lettura della parabola perché Gesù non avrebbe certo potuto prendere a modello una persona avara, che sì avrebbe cercato la dramma come quella donna, ma unicamente per puro amore di possesso perché quell’ “uno” in meno avrebbe rappresentato qualcosa di intollerabile a fronte di un progetto di arricchimento, cosa che qui non è: la scoperta di un elemento mancante nel gruppo dei dieci e il conseguente accendere la lampada (perché le case dell’epoca erano buie), spazzare la casa e cercare la dramma “accuratamente finché non la trova”, sono tutte azioni che denotano l’importanza che viene dato alla moneta a livello di principio, avendo un valore che, assieme alle altre nove, non è trascurabile.

Ecco allora che Gesù, con la parabola della pecora smarrita, spiega l’amore del pastore per il suo animale e con quella della dramma rivela quanto è prezioso per lui il peccatore. Proviamo a pensare un attimo: entrambe, pecora e dramma, sono ricerche non facili. Il pastore deve rinunciare a starsene in casa, vicino all’ovile, a riposare meritatamente dopo una giornata (o mezza) di lavoro. Per trovare la pecora perduta deve fare della strada, presumibilmente molta, sotto il sole, sa che sarà inutile pensare a una logica nel percorso che può aver fatto il suo animale e per questo deve andare dappertutto, percorrere siepi, fossi, radure, fermarsi ad ascoltare se per caso giunge al suo orecchio qualche belato.

Per la dramma, poi, non so se ci siamo mai trovati nella condizione di cercare qualcosa di piccolo come una moneta, che sappiamo esserci caduta in casa: una moneta, se cade di costa, rotola e può andare a infrattarsi in mille posti. Il principio che quella è preziosa, frutto di un sacrificarsi perché una cosa è il risparmiare e tutt’altra l’accumulare, spinge quella persona a tutta una serie di accorgimenti per il recupero di quell’elemento che si è perso.

Anche qui, come nel caso del pastore, vi è poi il rallegrarsi coi suoi simili a ritrovamento avvenuto: “ho trovato la moneta che avevo perduto”, parole importanti perché quel “che avevo perduto” pone l’accento sull’affanno e la preoccupazione che aveva destato in lei quella perdita. Ha scritto un fratello: “Siccome non è la compassione, ma l’interesse che anima questa donna nella sua ricerca, così l’amore di Dio viene rivelato in una forma tutta nuova. Il peccatore non è più ai Suoi occhi un essere sofferente come la pecora, ma è una creatura preziosa, perché fatta a sua immagine, una sua proprietà la cui perdita provoca un vuoto nel suo tesoro”. Da qui vediamo che anche il peccatore porta dentro di sé come contrassegno il fatto di essere a immagine di Dio, salvo che non sia posseduto da un angelo dell’Avversario, per cui il non credere o peggio porsi in opposizione a lui costituisce un oltraggio che, se non interviene il ravvedimento, comporterà l’essere “gettato di fuori” come i personaggi di parabole che abbiamo incontrato e incontreremo.

Cosa significa allora il ritrovamento della dramma? Il ripristino dell’equilibrio, il ritrovamento di un altro mattone per la costruzione dell’edificio spirituale di Dio, un altro elemento che si aggiungerà ai tanti salvati che costituiranno la Sua Sposa che lo attende.

Possiamo poi osservare le due parabole sotto un altro aspetto: la pecora si perde, per quanto sia priva di orientamento, per sua volontà perché decide si andare da sola, la dramma perché è pesante ed inerte e c’è chi ha giustamente sostenuto che “negli uomini caduti il peccato è al tempo stesso attivo e progressivo. In altri termini i peccatori scelgono il proprio corso e vanno errando per loro decisione – ecco la pecora –, ma gravitano verso il male in virtù di una corruzione innata che agisce come legge nelle loro membra”. E qui abbiamo la dramma, che col suo peso non può che cadere a terra a seguito di un trasporto o di uno spostamento anche breve.

Questo comprende tutti gli uomini e ci porta alle parole dell’apostolo Paolo che, meditando sulla sua natura umana e sull’incapacità della Legge a salvare, paragonando le due dispensazioni, Grazia e Legge, scrive: “Sappiamo che la Legge è spirituale – perché proveniente da Dio –, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato – come conseguenza della trasgressione di Adamo –. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. (…) Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla Legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro quella della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra” (Romani 7.14-23).

Ecco spiegato, credo nel modo migliore, gli effetti del peso della dramma, già comunque constatabile nel fatto che si sia perduta.

Se vi fosse stata immobilità, né la pecora né la moneta si sarebbero perse. Non solo, ma la stessa cosa si può dire qualora, nelle nuove dinamiche di Dio con la creazione, Eva non avesse a un certo punto scelto di infrangere il comandamento ricevuto e Adamo non le avesse dato ascolto facendo la stessa cosa. La leggerezza è di Dio, ma il peso è dell’Avversario e con lui si cade, ci si perde, si rimane umiliati sempre. Si rimane col freddo nell’anima perché il sole proposto da Satana è apparente, illusorio, non scalda; si vede l’immediato e non si va oltre, l’archivio delle rivendicazioni si espande, il rancore causato dalla differenza fra ciò che si desidererebbe e ciò che si ha ci fa implodere, l’attaccamento all’idea di ciò che vorremmo essere o avere, che si scontra con la realtà di ciò che siamo o abbiamo, genera un disagio e una paura patologica. Chi non ha soffre perché è mancante, chi ha soffre ugualmente perché teme di perdere. E qui ricordo la frase “Al malvagio sopraggiunge il male che teme” (Proverbi 10.24).

Allo stesso modo, così come la leggerezza appartiene a Dio e il peso a Satana, l’appartenenza e la separazione sono sempre competenza dell’Uno e dell’Altro.

Ma degno di ringraziamento in preghiera è il verso 24, sempre di Romani 7: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!”. Al capitolo successivo poi: “Ora, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte”.

Ecco allora cosa contempla il ritrovamento della pecora e della dramma: la creazione di un nuovo equilibrio. Princìpi e parole che prima sembravano vuoti/e prendono forma, si inizia a leggere correttamente la vita e le sue prospettive, si ha un porto cui approdare, un riparo certo, l’unico possibile proprio perché trovati da Dio.

E allora arriviamo all’esempio della chioccia che tiene i suoi pulcini sotto le ali, comprendiamo Salmo 40.3 “…mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude; ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi”. Che in questa vita ci siano degli incerti o persone assolutamente convinte delle loro scelte, in realtà, senza la mano di Dio su di loro, cammineranno sempre nell’errore, in quello che presto o tardi presenta il conto che non potrà che approdare al “pianto e stridore di denti” perché “Il Signore rende sicuri i passi dell’uomo: come può l’essere umano conoscere la sua strada?” (Proverbi 20.24). Ecco perché si perde, ecco il perché della direzione sbagliata e del peso.

Al contrario è l’esperienza di chi è stato ritrovato che troviamo in Salmo 139 1-12: “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile. Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno le tenebre mi accolgano e la luce intorno a me sia notte»m nemmeno le tenebre sono per te tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce”. Amen.

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14.10 – TRE PARABOLE: LA PECORA SMARRITA (Luca 15.3-7)

14.10 – Tre parabole – 1, la pecora smarrita (Luca 15.3-7)

3Ed egli disse loro questa parabola:4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Può sembrare anomalo trovare un nuovo commento su una parabola già ampiamente affrontata, così come trattare ancora della pecora, animale sviluppato molte volte in questi incontri e citato da Gesù molto spesso. In realtà queste riflessioni daranno per scontato quanto trattato in precedenza andando a sviluppare particolari non affrontati a suo tempo.

Senz’altro è da sottolineare il “disse loro”, ai “pubblicani e peccatori” che “si accostarono a lui per ascoltarlo”, ma anche agli scribi e farisei che stavano comunque in disparte. Altro elemento da notare è che in questa occasione Nostro Signore non espone una parabola, ma tre, tutte in relazione fra loro e sulle quali saremo chiamati a “tirare le somme” alla fine.

C’è poi necessariamente un compito da adempiere, che è quello di considerare le parole della parabola, apparentemente analoga, riportata da Matteo 18.12-14: “Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si era smarrita? In verità vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda”.

In realtà i due evangelisti riportano la stessa parabola con parole diverse perché differenti furono le circostanze in cui fu esposta: secondo Matteo Gesù desidera porre l’accento su quanto siano preziosi i credenti agli occhi di Dio (“è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda”), mentre Luca parla più della perseveranza, fatica e successo del Pastore che ci dà un dettaglio visto nella “allegrezza nel cielo per un solo peccatore che si converte”.

In Matteo Gesù parla ai discepoli, liberi di chiedergli spiegazioni e ulteriori dettagli, in Luca il messaggio è rivolto a una categoria di persone diversa che doveva capire immediatamente il messaggio perché si erano avvicinati a lui “per ascoltarlo”, quindi avevano urgente bisogno di sapere cosa rappresentavano loro per Lui e per il Padre piuttosto che venire ammaestrati attorno alla Legge come, ad esempio, avvenne nel sermone sul monte quando si trattava di presentare, a persone inserite a pieno titolo nella Congregazione di Israele e quindi frequentanti la Sinagoga e i suoi maestri, la Legge e i Profeti.

Qui, il messaggio di Nostro Signore si fa diretto, specifico sulla condizione sociale del suo uditorio, cioè i “perduti”, gli “smarriti”, i “figli bisognosi di un padre misericordioso” più che di un giudice, per quanto giusto. Le parabole sono tre perché dare altri esempi non sarebbe stato possibile in quanto tre è il numero della perfezione di Dio; fossero state quattro, l’accento si sarebbe posto sull’uomo che, nei confronti dell’Eterno, può essere soltanto debitore. Poi, qualora fossero ancora presenti, gli scribi e i farisei avrebbero potuto avere degli elementi in più per capire la loro posizione, fuori tanto dal concetto delle pecore perdute quanto dal numero dei veri “giusti” anche alla luce dei dettagli nascosti nelle parabole, ma che loro avrebbero potuto individuare.

Come già annotato in un precedente capitolo, i numeri 100 e 99 sono figura rispettivamente della completezza e dell’incompletezza, di ciò che si ha e di ciò che viene tolto, della menomazione. La pecora che si perde, una, è un simbolo, cifra che allude al singolo come ce ne sono tanti, ad esempio come l’autore del Salmo 119 che nell’ultimo verso scrive “Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi”, dal quale rileviamo che l’uomo, quando e se si perde, da solo non ha alcuna speranza di ritornare alla via che ha lasciato; ogni suo sforzo in proposito è inutile e solo con l’esaudimento della preghiera, “cerca il tuo servo”, l’ovile può essere ritrovato. “Non ho dimenticato i tuoi comandi”, poi, ha connessione con lo stato di appartenenza a Dio che non può mai essere tolto. Il salmista confessa di essersi “perso come pecora smarrita” per cui ammette tutta la propria fragilità, uno sbaglio di cui non si è forse neppure reso conto, una distrazione che lo ha condotto lontano e per questo comprende tutta la necessità del belare forte per poter essere ritrovato.

Poi, possiamo ricordare Isaia 53 che descrive perché Gesù sia il Pastore per eccellenza: “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”: qui le pecore, certamente più di una, ma comunque “una” perché il gregge è composto da individui ciascuno diverso dall’altro, non sono state in grado di seguire il pastore. La Legge, i suoi maestri, le guide del popolo, avevano fallito e la conseguenza era stata la dispersione degli animali. Era un gregge potenziale, ma ciascun elemento vagava seguendo il proprio istinto che certo non contemplava le capacità di orientamento. La frase “ognuno di noi seguiva la sua strada” allude proprio alla pluralità degli interessi, delle idee, degli intendimenti di ciascuno che, senza la fedeltà alla Parola di Dio, portano alla progressiva lontananza da Lui.

E infatti nel nostro testo quando abbiamo letto “non va in cerca di quella perduta, finché non la trova” altro non abbiamo che la descrizione del ruolo di Gesù che disse in Luca 19.10 “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”. Facciamo caso a come di definisce, “Figlio dell’uomo”, cioè non dice “Io sono venuto (etc.)”, ma Gli preme presentarsi come uno di noi, per quanto diverso perché altrimenti avrebbe potuto magari trovare, ma non certo salvare. E questi due verbi sono fondamentali, totali, mostrano la Sua potenza perché, se in Matteo abbiamo letto che “è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda”, sappiamo che, una volta trovati, è impossibile che possiamo cadere vittime di chiunque e quindi morire: “Le mie pecore ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirla dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Giovanni 10.27-30).

Ricordiamo anche le parole della preghiera di Gesù al Padre in Giovanni 17 a proposito dei discepoli, “Io ho curato coloro che tu mi hai dato e nessuno di loro è perito, se non il figlio della perdizione” (v.12), cioè Giuda Iscariotha.

Tornando al testo, abbiamo “va in cerca di quella perduta, finché non la trova”, cioè si ferma solo una volta raggiunto l’obiettivo e poi la gioia del ritrovamento non gli fa sentire la fatica. E trovare la pecora perduta è figura della sua salvezza perché “Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per la sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effusa da lui su di ni abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza della vita eterna” (Tito 3. 4-7).

Il ritorno all’ovile del pastore è descritto con le parole “pieno di gioia”, dalle quali traspaiono l’amore per quella creatura perduta che, una volta tornata all’ovile, avrebbe ripristinato il numero 100, la pienezza. E qui viene anticipato il tema della “gioia nel cielo” comunque già rivelato in Ezechiele 18.21-23: “Ma se il malvagio si ritrae da tutti i peccati che ha commesso e osserva tutti i miei decreti e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. Nessuna delle colpe commesse sarà ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticata. Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?”.

Iddio, tramite Ezechiele, chiama al ravvedimento lasciando all’uomo l’intera responsabilità di questa operazione, certo difficile, quasi spropositata in quanto alle forze che richiede una simile condotta; nel Nuovo Patto, però, se tutto ciò avviene comunque con sforzo, è lo Spirito a guidare nel cammino ed è il Figlio di Dio che si carica la pecora sulle spalle e la riporta all’ovile nel senso che la libera dalla morte certa nel deserto, ma dovrà comunque continuare la propria vita nel gregge, protetta dalle attenzioni del Pastore che ha dato se stesso per lei.

Ancora, nel caricare la pecora sulle spalle vediamo il prendere su di sé il peccatore con tutta la sua storia e non solo: nella Scrittura avere qualcosa sulle spalle è sinonimo di responsabilità (Isaia 9.5, “Sulle sue spalle è il potere”), e questo ci porta a 53.4-6, “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”. Da notare in questo ultimo verso “Noi tutti”  e “ognuno” che pongono l’accento sul fatto che il gregge è una collettività di individui: è importante tanto l’insieme quanto il singolo.

Dettaglio assente in Matteo è il fatto che il pastore “va a casa, chiama i vicini” e li invita a rallegrarsi con lui “perché ho trovato la mia pecora, che era perduta”: il pastore si rallegra assieme ai suoi simili e questo ci spiega la “gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte”. Alla gioia partecipano tutti gli esseri spirituali perché il “regno dei cieli” è l’insieme di tutte quelle entità che hanno partecipato e gioito non alla creazione, ma a tutte le fasi successive che hanno caratterizzato le dispensazioni. E penso agli Angeli, ai Cherubini, ai Serafini, alle schiere celesti e a tutte le anime dei salvati che troviamo descritte nel libro dell’Apocalisse. Infatti al verso 10 di questo stesso capitolo leggiamo “Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Quindi anche noi, quando ci siamo convertiti, abbiamo provocato gioia in cielo. E il perché di questa gioia è descritta non solo nella pecora, ma anche nella moneta perduta e nella figura detta del “figlio prodigo”. Quindi anche noi, proprio per la gioia portata, abbiamo la responsabilità di mantenerla tale con una condotta pura per quanto soggetti a cadere.

Va bene, ma i “novantanove giusti” chi sono? Per rispondere occorre chiedersi chi può essere definito come tale. Si potrebbe ipotizzare che i “giusti” siano tutti coloro che sono stati salvati, perché “giustificati per fede” secondo Romani 5.1 e questo non sarebbe sbagliato anche se resta comunque aperto il problema dei peccati che commettiamo ogni giorno. In realtà, i novantanove in questo caso sono i farisei non nel senso che siano giusti, ma che tali si ritenessero e per questo erano convinti di essere per il loro Dio motivo di compiacimento e gioia. Ricordiamo qual era l’atteggiamento farisaico nella loro preghiera in Luca 18.11,12: “Il fariseo, stando in piedi, pregava così fra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.

Quindi, con questa frase che conclude la parabola, Gesù pone scribi e farisei in secondo piano e pone l’accento sui peccatori che, ascoltandolo, avevano molte più probabilità di loro di risolvere una volta per tutte il problema della loro destinazione finale spirituale. “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” fu un’altra frase rivolta a loro proprio al convito di Levi Matteo (9.9-13): attenzione a considerarsi dei giusti sempre e comunque, perché così non può essere; tutt’al più, può essere al massimo un’illusione perché “chi crede di stare in piedi, badi di non cadere” (1 Corinti 10.12).

Concludendo, abbiamo cercato di sviluppare la prima parabola. Pecora, moneta (o Dramma) e il figlio prodigo sono tutte figure di chi si è perduto: la pecora dall’ovile, la moneta da un contenitore, il figlio dalla casa del Padre, tre elementi diversi tra loro, ma tutti oggetto di attenzione da parte di Dio. E sulle cure che ha delle pecore, possiamo leggere Ezechiele 34.16: “Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e le farò riposare. Oracolo del Signore. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile la smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”. Amen.

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14.09 – I PUBBLICANI E I PECCATORI ASCOLTANO GESÙ (Luca 15.1,2)

14.09 – I pubblicani e i peccatori ascoltano Gesù (Luca 15.1,2)

 

 

1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

 

Il capitolo 15 di Luca è dedicato al tema del recupero del peccatore attraverso tre parabole: la pecora smarrita, la moneta perduta e il figlio prodigo, ciascuna delle quali si occupa di un aspetto dell’opera di Gesù e di come viene considerato l’uomo da Lui e dal Padre. L’antefatto è simile a quello narrato da Matteo in 9.10-13 che ricordiamo: “Mentre sedeva a tavola nella casa – quella di Matteo che aveva dato un convito per dare l’addio alla sua professione – sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia assieme ai pubblicani e peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: «Misericordia io voglio e non sacrifici». Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori»”.

Lo scenario offertoci da Luca è simile a quello di Matteo anche se, nel suo caso, i “pubblicani e i peccatori” si raccolgono per un profondo interesse sugli insegnamenti di Gesù. Per inquadrare correttamente la scena va specificato che quel “tutti” del verso 1 non vuole comprendere la totalità dei pubblicani e peccatori presenti in città (non ci viene detto quale), ma quelli tra la folla: saputo della Sua presenza, chi di loro era in zona accorse per ascoltarlo e “si avvicinavano a lui”, provocando per reazione il ritrarsi dei farisei e degli scribi che, scandalizzati, Lo accusarono di accogliere i peccatori e mangiare con loro. Sappiamo che era l’esatto contrario che quelle persone facevano nei confronti del loro prossimo, che disprezzavano e dal quale si tenevano accuratamente separati.

Ora, prima di esaminare le tre parabole, credo sia giusto soffermarsi sull’azione dell’ascoltare, verbo che oggi ha perso molto del suo significato originale. In un mondo in cui ciò che è importante è apparire, andare veloci, intuire anziché elaborare, avere una vaga idea di qualcosa (ed è anche troppo), riempire il proprio tempo non importa con cosa ma basta che sia, riesce difficile pensare che l’ascolto coinvolga tutta la persona perché si tratta di un’arte che richiede sforzo. Il vero ascolto si basa attraverso l’analisi, il voler ricordare, è prendere appunti utilizzando la mente come quaderno, è elaborare, mettere da parte alcuni dati per analizzarli immediatamente o dopo a seconda della loro complessità.

Il verso 1 del nostro passo parla dei “pubblicani e peccatori” che “si avvicinarono a lui per ascoltarlo”, non per parlargli, evidentemente ritenendo quanto avevano da dirgli qualcosa di secondario rispetto agli insegnamenti che avrebbero potuto ricevere. Erano lì, consapevoli dell’importanza del personaggio che avevano davanti, che non mandava via nessuno realizzandosi nell’essere servo. Non abbiamo problemi a identificare i pubblicani, riscossori di tasse e tributi per il governo di Roma, ma i “peccatori”? Era un termine che si riferiva a persone che non avevano buona fama, individui che notoriamente trasgredivano la Legge morale o cerimoniale per cui, agli occhi dei farisei e loro accoliti, erano considerati al livello più basso della popolazione che già mal sopportavano. Ebbene queste persone, consapevoli del loro stato, evitate dagli altri, vengono e ascoltano.

L’ascolto è un’azione, una scelta consigliata nei confronti di Dio che porta conseguenze precise: “Sì, lo smarrimento degli inesperti li ucciderà e la spensieratezza degli sciocchi li farà perire; ma chi ascolta me vivrà in pace e sarà sicuro senza temere alcun male” (Proverbi 1.32,33); “Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte – per tendere l’orecchio qualora giunga un ordine –, per custodire gli stipiti della mia soglia. Infatti, chi trova me trova la vita e ottiene il favore del Signore; ma chi pecca contro di me fa male a se stesso: quanti mi odiano amano la morte” (8.34). In questo caso, allora, i “pubblicani e i peccatori” compiono il primo passo verso la loro salvezza.

L’ascolto è l’unico mezzo per imparare ed essere in grado di esprimere pensieri appropriati (21.28) “Il falso testimone perirà, ma chi ascolta potrà parlare sempre”), e, se si tratta delle parole di Dio, porta a una conoscenza reciproca che non potrà portare che benefici: “Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido” (Salmo 40.1). Ancora, Salmo 66.18,19: “Se nel mio cuore avessi cercato il male, il Signore non mi avrebbe ascoltato. Ma Dio ha ascoltato, si è fatto attento alla voce della mia preghiera”. Cercavano quindi una relazione con Gesù quelle persone? Forse rispondere affermativamente è azzardato, ma nei due versi dei Salmi citati è chiaro che l’ascolto della Paola di Dio, certo con l’intenzione di identificarsi in lei e metterla in pratica, porta a quello di Dio nei confronti dell’uomo. Si tratta di una relazione reciproca che si instaura.

L’ascolto è infatti il modo migliore per ottenere, è un aspetto della rinuncia a se stessi: “Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicìnati per ascoltare piuttosto che offrire sacrifici, come fanno gli stolti, i quali non sanno di fare del male” (Ecclesiaste 4.17) dove “ascoltare” e “offrire sacrifici” sono la descrizione di ciò che abita nel cuore dell’uomo: chi si mette all’ascolto di Dio sa di avere solo da imparare, che dovrà accogliere quanto gli verrà detto; chi offre sacrifici porta del suo, adempie a una regola, può farlo anche svogliatamente, sbadatamente perché si tratta di una formalità da adempiere esattamente come fanno oggi quei cristiani che frequentano la Chiesa soltanto la domenica e vivono tutti gli altri giorni come se Dio non esistesse. Entrano in un luogo e ne escono esattamente come prima, nulla è cambiato in loro; al limite, si ritengono soddisfatti di avere adempiuto a un precetto o a un’usanza.

Torniamo un attimo sul nostro versetto 1: Luca scrive che “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”, ma non che, a un certo punto come avvenne con altre persone, si allontanarono da lui scandalizzati, quindi costituiscono un esempio. Non si dice che si convertirono, ma è talmente grande il divario tra il loro comportamento e quello dei farisei da non porli in opposizione a Gesù. Si è parlato dell’ascolto, ma non del suo contrario, l’indifferenza, il proseguire per la propria strada, l’ostinato rifiuto dell’appello al ravvedimento.

Così leggiamo in 2 Re 17.12-14: “…servirono gli idoli dei quali il Signore aveva detto: «Non farete una cosa simile!». Eppure il Signore, per mezzo di tutti i suoi profeti e dei veggenti, aveva ordinato a Israele e a Giuda: «Convertitevi dalle vostre vie malvagie e osservate i miei comandi e i miei decreti secondo tutta la legge che io ho prescritto ai vostri padri e che ho trasmesso a voi per mezzo dei miei servi, i profeti». Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore, loro Dio”.

Ecco, qui abbiamo la descrizione di comportamenti assurdi da parte del popolo: idolatria, percorrere vie diverse da quelle indicate loro, non ascoltare e infine non credere. Potremmo definirli peccati, eppure Geremia 11.19 Iddio dice “Ma è proprio me che offendono, o non piuttosto se stessi, a loro stessa vergogna?”. Al verso 24 “Essi non ascoltarono né prestarono orecchio alla mia parola; anzi, procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio e, invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle”.

Il non ascolto della parola di Dio quindi porta alla rovina che, nell’immediato per Israele di allora, si caratterizzava con eventi negativi ad alta sofferenza se non mortali, ma per l’uomo d’oggi si concreta nell’esclusione dal Regno.

I farisei, gli scribi, i rettori del popolo, avevano la possibilità di ascoltare il Figlio di Dio, come dalla voce dal cielo “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Matteo 3.17) e non lo fecero tranne alcuni di loro che rimasero nell’ombra, ma al loro posto ecco arrivare davvero gli ultimi, magari non per povertà, ma certo per disprezzo.

Il non ascolto porta infatti a prestare attenzione a particolari irrilevanti per una corretta visione, se non dei dettagli, almeno d’insieme che è quella che poi conta per determinare il dunque della persona: il verso 2, “I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»”, non contiene alcun riferimento alle parole che Gesù diceva a tutti, farisei e scribi compresi: le tre parabole furono rivolte anche a loro, non solo ai “pubblicani e ai peccatori” che, ascoltando nel vero senso della parola, avranno capito che non esiste errore e peccato tanto grande da non venire perdonato e che il destino del peccatore, qualora lo voglia davvero, non è quello di “bruciare all’inferno”, ma quello di trovare accoglimento e perdóno. Tutta quella gente raccoltasi attorno a Gesù, stava considerando seriamente se non era il caso di cambiare vita, tornare indietro, diventare membri della famiglia di Dio.

Guardando ai verbi del secondo versetto vediamo il primo, “mormorare”, cioè per l’originale greco “ad alta voce, in crocchi, fra loro”. Anche qui si circondano di un muro ideale e fanno corporativismo facendo leva sul loro stile di vita che ritenevano puro per giudicare chi non potevano, rendendosi in tal modo simili a tutti coloro che, facendo leva sulla loro morale ridotta e su principi assolutamente personali, da sempre si sentono autorizzati a giudicare il loro prossimo senza mai preoccuparsi della loro coerenza.

Il secondo verbo è “dire”. Quando una persona “dice” qualcosa è sempre per esprimere il proprio pensiero o ciò che ha acquisito. Qui possiamo andare a Matteo 12.34 quando, parlando proprio a quella categoria di persone, Gesù così si espresse: “Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.

Gli ultimi due verbi sono “accogliere” e “mangiare”: il primo significa “ricevere presso di sé, ammettere nel proprio gruppo”, quindi non innalzare barriere. Gesù non mandò via i pubblicani dimostrando di non aderire all’orgoglio nazionale e neppure gridò contro “i peccatori” dando per scontato che la loro posizione fosse di impedimento a venire salvati. Quelle due categorie di persone non andavano a lui per curiosità o per vedere qualche miracolo, ma “per ascoltarlo” e questo faceva di loro persone degne di essere accolte. Il “mangiare” poi è qualcosa che non necessariamente si verificò quel giorno, ma può essere una reminiscenza del convito dato da Levi Matteo, quando fu mossa a Gesù un’identica accusa e fu tramandata stante, per gli scribi e farisei, la sua gravità.

Mangiare con qualcuno, infatti, era sinonimo di familiarità, soprattutto condivisione e identificazione. E Gesù si identificò col peccatore, ma non col peccato, cosa che solo Lui poteva fare. Ricordiamo infatti 1 Corinti 5.11: “Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro: con questi tali non dovete neanche mangiare insieme”.

Concludendo, penso a quei pubblicani e peccatori che, accostandosi a Lui per ascoltarlo, fecero il primo, importante passo per il loro destino spirituale; il loro sarebbe stato un ascolto che avrebbe portato a una scelta che difficilmente non si sarebbe verificata, quella dell’accoglienza Sua secondo Giovanni 1.12, “A quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Amen.

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14.04 – IL LAMENTO DI GESÙ SU GERUSALEMME (Luca 13.34,35)

14.04 – Il lamento di Gesù su Gerusalemme (Luca 13.34,35)         

 

34Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 35Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

 

            Direttamente connesso al verso precedente, quando Gesù disse che “non è possibile – o “conveniente” – che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”, il verso 35 è una dichiarazione d’amore alla “Santa Città” che, rimanendo tale nei piani di Dio sotto la prospettiva di quella “celeste”, affidata agli uomini, ha fallito il suo mandato.

Iniziamo allora dal nome, “Gerusalemme”, che tradotto significa “fondazione di pace”, cioè Salem. Questo ci ricorda “Melchidedek, re di Salem” (Genesi 14.18), e soprattutto uno dei due monti su cui essa sorge, sul quale Abrahamo stava per sacrificare Isacco. Altro suo nome è Sion, essenzialmente “Segno”. E “Segno” infatti fu sempre: fu la “Città di Davide” in cui trasportò l’arca dell’alleanza e Salomone vi costruì il Tempio che andò a sostituire la tenda del convegno. L’area del Tempio occupava la cima del monte Moria, quello del sacrificio di Isacco. Sion fu il nome del Moria.

Gerusalemme, proprio in quanto figura spirituale, in un certo senso “Città di Dio” con il Tempio in cui JHWH dimorava, rappresentò sempre il termometro spirituale del popolo di Israele e dei suoi conduttori: fu per giudizio che la città ebbe le mura abbattute e la popolazione fu deportata (2 Re 25.1-21), per perdóno che nel 538 Ciro emanò il famoso editto che autorizzò il ritorno in patria degli ebrei.

Fu retta dai Persiani, occupata da Alessandro Magno (332 a.C.), dai re Tolomei d’Egitto e dai Seleucidi siriani, nel 167 abbiamo la profanazione di Antioco Epifane di cui abbiamo parlato, la riconquista con Giuda Maccabeo e poi nel 63 Pompeo, generale romano, la riconquistò insediandovi come re Erode il Grande.

Quello che è stato definito il “lamento di Gesù su Gerusalemme”, riportato identico da Matteo (13.34,35) anche se probabilmente si verificò in un altro momento, è anche un atto d’accusa: la città che coi suoi abitanti avrebbe dovuto illuminare il mondo, rifiutò questo compito uccidendo i profeti e lapidando quelli che erano stati inviati a lei; tramite loro Dio avrebbe voluto raccogliere il popolo sotto le Sue ali dove avrebbe ricevuto amore e protezione. Nello scorso studio erano stati citati Zaccaria figlio di Ioiadà, ucciso dal re Ioas, ma sono molti di più, come riassume Nehemia 9.25,26 quando leggiamo “Essi si sono impadroniti di città fortificate e di una terra grassa e hanno posseduto case piene di ogni bene, cisterne scavate, vigne, oliveti, alberi da frutto in abbondanza; hanno mangiato e si sono saziati e si sono ingrassati e sono vissuti nelle delizie per la tua grande bontà. Ma poi hanno disobbedito e si sono ribellati contro di te, si sono gettati la tua legge dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti che li ammonivano per farli tornare a te, e ti hanno insultato gravemente”. È comunque raccomandabile la lettura dei versi successivi che testimoniano l’indurimento di cuore del popolo cui si contrappone l’amore di Dio che chiama alla conversione.

L’uccisione dei profeti è riportata da molti passi dell’Antico Patto, ad esempio Geremia 2.30 (“La vostra spada ha divorato i vostri profeti come un leone distruttore”), ma è sufficiente andare alle parole di Gesù nella parabola dei contadini omicidi per capire la portata del misfatto operato dal popolo e dai suoi rettori: “Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo” (Matteo 21-35.36).

È chiaro che l’uccisione di un profeta è il rifiuto più eloquente di ascoltare il messaggio di Dio che lo ha inviato, talché “Il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito: l’ho abbandonato alla durezza del suo cuore. Seguano pure i loro progetti!” (Salmo 81.12,13). Ma dove li avrebbero portati questi progetti, anche quelli di oggi? Nel nostro passo abbiamo parole differenti, ancora più crude perché dicendo “la vostra casa è abbandonata a voi”, che una traduzione migliore riporta con “La vostra casa è lasciata deserta”, si allude chiaramente a ciò che contiene, cioè il Tempio, centro di tutto il Giudaismo, in cui l’Iddio di Israele abitava: questi sarebbe stato lasciato vuoto, la presenza del Signore se ne sarebbe andata per sempre e la dimostrazione di ciò sarebbe stato proprio il fatto che tutta Gerusalemme sarebbe stata data in mano ad altri: nel 70 d.C. le armate di Tito conquistarono la città, ne abbatterono le mura e incendiarono il Tempio. In una guerra avvenuta anni dopo, nel 135, l’imperatore Adriano distrusse sistematicamente la città ricostruendola sul modello delle città coloniali romane e, tra l’altro, cambiò in nome da Gerusalemme a Ælia Capitolina.

Confrontando questi dati con le parole del pianto di Gesù su Gerusalemme in Luca 19.42-44 ne vediamo l’adempimento: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte, distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”.

Ad aggravare poi la drammaticità del tutto è il fatto che il rifiuto dell’ascolto del Figlio di Dio equivaleva a quello di Dio stesso e il libro del Levitico, quindi la Torah, annunciava le medesime, terribili conseguenze: “Se, nonostante tutto questo non vorrete darmi ascolto, ma vi opporrete a me, anch’io mi opporrò a voi con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Mangerete perfino la carne dei vostri figli e mangerete la carne delle vostre figlie. Devasterò le vostre alture, distruggerò i vostri altari per l’incenso, butterò i vostri cadaveri sui cadaveri dei vostri idoli e vi detesterò. Ridurrò le vostre città a deserti, devasterò i vostri santuari e non aspirerò più il profumo dei vostri incensi. Devasterò io stesso la terra, e i vostri nemici, che vi prenderanno dimora, ne saranno stupefatti. Quanto a voi, vi disperderò fra le nazioni e sguainerò la spada dietro di voi; la vostra terra sarà desolata e le vostre città saranno deserte.” (26.27-33). Gerusalemme, allora, qui è un termine che riguarda la città quanto all’uccisione dei profeti, ma tutto Israele quanto a giudizio.

Ebbene, Gesù con le parole “Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i pulcini sotto le sue ali”, parla come Pastore del suo popolo e si riferisce non solo ai suoi tre anni di ministero, ma a tutte le Sue iniziative nella storia, attuate da Lui o dai profeti mandati perché lo riconoscessero una volta nato sulla terra. Come dice l’apostolo Pietro nella sua prima lettera (1.11), “essi cercavano di sapere quale momento o quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che le avrebbero seguite”. Le “volte” in cui Gesù volle raccogliere i figli di Gerusalemme (come simbolo e destinazione finale) furono davvero innumerevoli.

Il riferimento alle ali, poi, non è una forma poetica, ma la descrizione degli intendimenti di protezione come avvenuto con Giacobbe, poi chiamato Israele di cui è detto “Egli – il Signore – lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali” (Deuteronomio 32.10,11). Vediamo che alla “chioccia” qui è sostituita l’ “aquila” non perché rapace, ma per le altezze che è in grado di raggiungere oltre alla vista acuta, mentre il concetto di “nidiata” rimane intatto. Inoltre, la metafora delle ali non era certo sconosciuta: ricordiamo le parole di Booz a Rut in 2.12 del libro omonimo: “…sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti”. Anche Salmo 36.8 e molti altri passi che non riporto alludono alla stessa situazione: “Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali”.

Eppure Gesù dice “e non avete voluto!”. Qui l’attenzione da prestare è grande perché coinvolge anche gli uomini di ogni tempo: non è detto “…e non avete capito”, o “avete frainteso”, ma chiama in causa una volontà cosciente e lucida, una scelta paragonabile a Giovanni 5.40, “Voi non volete venire a me per cambiare vita”. La volontà infatti nasce dal cuore, dall’anima e dallo spirito dell’essere umano che, purtroppo, nella maggioranza dei casi preferisce fare affidamento alle proprie forze, convinto di scegliere e decidere da sé il proprio destino, convinto di vivere sempre un eterno presente e realizzando purtroppo quando ormai è tardi che così non è. E possiamo ricordare Proverbi 1. 28-31: “Allora mi invocheranno, ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno. Perché hanno odiato la sapienza e non hanno preferito il timore del Signore, non hanno accettato il mio consiglio e hanno disprezzato ogni mio rimprovero; mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno delle loro trame”.

Proseguendo nella lettura del nostro passo abbiamo l’ ”Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi”, su cui torno ancora un attimo: abbiamo il motivo nel senso che “Ecco” qui ci da la modalità dell’abbandono: “Da ora innanzi non mi vedrete” nel senso che Gesù, Uno col Padre, con la Sua assenza provocherà l’invisibilità di Dio a quello che era il Suo popolo. Il rifiuto del Cristo quale Dio invisibile, “Padre per sempre” secondo Isaia, sarebbe stata cosa ben peggiore rispetto a quando Israele abbracciò l’idolatria e servì dèi stranieri.

A questo punto però vediamo che l’abbandono non sarà definitivo come rilevabile dal “finché diciate”, cioè “non mi riconoscerete per quello che sono”, cioè “Colui che viene nel nome del Signore”, parole tratte da Salmo 118.26 e che, per quanto dette dalla folla quando Gesù fece il suo ingresso trionfale in Gerusalemme (Matteo 21.9), hanno connessione al tempo della fine, quando Israele riconoscerà proprio in Lui il Messia promesso: quando Nostro Signore morì, Giovanni nel suo Vangelo fece due annotazioni in 19.36: “Questo avvenne perché si compisse la scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Guarderanno a colui che hanno trafitto»”.

Ora, se la prima è chiara perché il colpo di lancia del soldato romano non spezzò nessun osso e a Gesù non furono rotte le gambe perché era già morto, la seconda va oltre alla semplice constatazione del popolo della Sua morte, coinvolgendolo nel futuro: infatti “Non voglio che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi – disprezzando Israele –: l’ostinazione di una parte di Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte le genti – cioè non sarà compiuto il numero dei salvati –. Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: «Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l’empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati». Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio – nel senso che, se non lo avessero rifiutato, le dinamiche della salvezza sarebbero state differenti –; ma quanto alla scelta di Dio, essi sono amati a causa dei padri, infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché essi ottengano misericordia.” (Romani 11.25-32).

Sarà cura del prossimo studio esaminare, per quanto consentito dallo Spirito, le modalità del ritorno di Israele a Cristo: lo faremo esaminando il capitolo 14 del libro di Zaccaria.

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14.03 – DITE A QUELLA VOLPE (Luca 13.31-33)

14.03 – Dite a quella volpe (Luca 13.31-33)

 

31In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 32Egli rispose loro: “Andate a dire a quella volpe: «Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. 33Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme»”.

 

            L’episodio si apre con un gruppo di Farisei che esortano Gesù ad andarsene stante le intenzioni ostili di Erode. Ciò avvenne “in quel momento” secondo la nostra traduzione, o “In quello stesso giorno” stando ad altre, dopo la risposta alla domanda “Signore, sono pochi coloro che si salvano?”.

A questo punto, per analizzare il nostro passo, coi Farisei che si avvicinano a Nostro Signore e lo invitano ad andarsene perché Erode voleva ucciderlo, occorre ragionare sulle condizioni che si erano venute a creare: partendo dal “re”, è chiaro che la presenza di Gesù nei suoi territori, la Transgiordania, lo infastidiva anche perché gli rammentava l’omicidio di Giovanni Battista. Ricordiamo infatti Matteo 14.2, “Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi»”, ma anche Marco 6.16 “Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto»”.

Una persona superstiziosa come Erode, quindi, preferì fare in modo che si allontanasse da quei territori utilizzando i Farisei di cui, come abbiamo già avuto modo di considerare, si era già servito per attirare Giovanni nella sua giurisdizione per poterlo catturare.

L’invito ad andarsene da quei luoghi “perché Erode ti vuole uccidere”, poi, rivela come i Giudei non avessero capito nulla di Gesù, essendo convinti che quella frase fosse sufficiente a intimorirlo quasi che fosse un uomo qualunque, desideroso di prolungare la propria vita il più possibile.

La risposta che questi ebbero, “Andate a dire a quella volpe”, conferma i rapporti che intercorrevano tra loro ed Erode: li tratta cioè come suoi agenti e al tempo stesso ne rivela la profonda inadeguatezza davanti alla morale di Dio, essendosi alleati con un uomo sanguinario, un “malvagio” sul quale è “la maledizione del Signore” (Prov. 3.33).

In uno scorso studio ci siamo occupati della “volpe” e ne abbiamo sviluppato il significato; qui possiamo affrontare brevemente il tema della persona calcolatrice e operante a danno degli altri: il malvagio è colui che prova piacere nel fare il male restando indifferente alle conseguenze che esso provoca, ma anche colui che è avverso, cattivo, spiacevole, porta dolore, ha forza negativa. E da queste caratteristiche è facile individuare una relazione con l’Avversario. C’è però un particolare visto nell’indifferenza alle altrui sofferenze, nel disinteresse alle esigenze del nostro simile che è il peccato di Sodoma e dei suoi territori: pensando alla soddisfazione della propria persona e pur di raggiungere la soddisfazione individuale, non si fa caso agli altri né tantomeno a ciò che Dio si aspetta da noi. Il peccato di Sodoma fu proprio l’indifferenza, la sopraffazione, la santificazione dell’egoismo che portò, tra le altre cose, ad esercitare la promiscuità sessuale, omosessualità compresa.

E infatti leggiamo in Romani 1. 18-32: “…L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e rettili – l’idolatria –. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto in eterno, amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti, le loro femmine hanno cambiato i loro rapporti naturali in quelli contro natura. Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento. E poiché non ritennero di conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne: sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E, pur conoscendo il iudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche aprovano chi le fa”.

Un passo lungo che era doveroso riportare e che andrebbe meditato frase per frase per i rimandi che contiene.

 

Rientrando ora al nostro testo i Farisei, che avrebbero dovuto essere le guide spirituali del popolo, intrattenevano cordiali rapporti con una persona, Erode, che apparteneva alla categoria dei malvagi verso i quali la Scrittura ha parole di ferma condanna. Abbiamo poc’anzi citato il libro dei Proverbi: vediamo che “Il malvagio nel suo cuore trama cose perverse” (6.14), quindi non è solo banale cattiveria, su di lui “sopraggiunge il male che teme” (11.8), “non resterà impunito” (11.21), è “travolto dalla propria cattiveria” (14.32), la sua via “è retta ai propri occhi” (12.15), è stato “fatto per il giorno della sventura” (16.4), “non cerca altro che la ribellione, ma gli sarà mandato contro un messaggero senza pietà” (17.11). Interiormente e senza saperlo, poi, “fugge anche se nessuno lo insegue” (28.1) e un fratello un giorno disse che “sta male anche quando sta bene”, tutto questo anche se “vive a lungo nonostante la sua iniquità” (Ecclesiaste 7.15). Infine, per quanto deuterocanonico, Siracide 11.33, “Guàrdati dal malvagio, perché egli prepara il male: che non disonori per sempre anche te”. Ecco il rimprovero, o se preferiamo la realtà, che Gesù dichiara con il “Dite a quella volpe”: possiamo dire che “ce n’è” per Erode, ma anche per i Farisei che con lui formano un tutt’uno.

 

Fatta questa premessa, giungiamo al messaggio di Gesù al verso 32 e 33, che divideremo in due parti. La prima: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta”. Qui Nostro Signore dà la descrizione più visibile, immediata, del Suo operare, cioè ridare la dignità all’uomo visibilmente, oggettivamente schiavo dell’Avversario tanto nelle forme più gravi della possessione, quanto in quelle più “lievi” ma moralmente non meno penose della malattia e del peccato. Poi parla anche di un’ “opera compiuta”, quindi di tutto quello che aveva fatto e farà perché non uno “iota” della Legge passasse, fosse adempiuto.

C’è poi ”oggi”, “domani” e “il terzo giorno la mia opera è compiuta”, espressione proverbiale per indicare un tempo molto breve, ma anche quelli di Dio che non si possono conoscere.

I giorni cui Gesù fa riferimento qui sono i due mesi e mezzo che mancano alla Sua morte, a quel “Tutto è compiuto” che costituisce, in pratica, la firma al Suo testamento, poi sigillato dalla risurrezione.

 

Questa frase di Gesù, poi, è anche un riferimento al fatto che né Erode né i farisei suoi alleati avrebbero potuto fare alcunché per interferire in quel periodo rappresentato da “oggi, domani e il terzo giorno”.

La seconda parte del messaggio ad Erode, quella al verso 33, riprende inizialmente il tema dei tre giorni: era necessario che Gesù continuasse nel Suo cammino “Oggi, domani e il giorno seguente”, il suo ultimo periodo di cui il numero tre attesta la perfezione del compiuto soprattutto alla luce della Sua divinità e partecipazione del Padre e dello Spirito Santo. Sarebbero stati giorni in cui Nostro Signore avrebbe proseguito “nel cammino”, cioè nelle ultime fasi di quell’itinerario preparato per Lui e per Lui solo. La nostra attenzione qui si sposta proprio sul “cammino” che, per quanto abbia attinenza con la geografia, ha comunque le stesse caratteristiche di quello compiuto fino ad allora, cioè di guarigione, insegnamento, liberazione.

Infine abbiamo letto “…perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”: altri più propriamente traducono “non sarebbe conveniente” e si tratta di una frase che ha due significati, il primo che, per quanto Antipa potesse essere crudele, non poteva eguagliare il Sinedrio e i Sommi Sacerdoti che avrebbero istigato il popolo a che fosse condannato, il secondo che proprio Gerusalemme, la “Santa Città” era quella che uccideva i profeti e lapidava coloro che gli erano mandati (Luca 13.34,35) come vedremo nel prossimo studio.

Abbiamo infatti il caso di Zaccaria figlio di Gioiadà, lapidato nel cortile del tempio per ordine del re, reo di aver detto “Perché trasgredite i comandi del Signore? Per questo non avete successo: poiché avete abbandonato il Signore, anch’egli vi abbandona” (2 Cronache 24.20-22), di Uria, figlio di Semaià, passato a fil di spada e gettato nelle fosse della gente comune (Geremia 26.20-23). Ricordiamo anche 2 Cronache 36.15 che ricorda la deportazione babilonese: “Il Signore, il Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

Altro episodio che possiamo ricordare è in Matteo 23.29-35 quando Gesù ricorda che lo stesso odio contro i messaggeri di Dio viveva ancora nel cuore dei rettori del popolo del suo tempo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: «Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo loro complici nel versare il sangue dei profeti». Così testimoniate contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri. Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geenna? Perciò ecco, io mando o voi i profeti, sapienti e scrivi: di questi, alcuni li ucciderete  – Stefano, ad esempio – e crocifiggerete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia – o Gioiadà – che avete ucciso tra il santuario e l’altare. In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione”.

Il sacrificio di Gesù il Cristo, sarebbe stato di liberazione e santificazione per pochi, di condanna senza possibilità di appello per molti. Amen.

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14.02 – COLORO CHE SI SALVANO II/II (Luca 13.26-30)

13.19 – Quelli che si salvano II/II (Luca 13.26-30) 

 

26Allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». 27Ma egli vi dichiarerà: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!». 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

 

            Il verso 26 esprime una prima reazione alla risposta “Non so di dove siete” (che verrà ripetuta due volte). Anche qui il Padrone di casa viene trattato dagli esclusi come uno smemorato e un ingrato stante il fatto che disconosceva la relazione di familiarità intercorsa un tempo tra di loro: fanno riferimento all’aver “mangiato e bevuto alla tua presenza” e al fatto che Lui avesse “insegnato nelle nostre piazze”, privilegi di fronte ai quali non avevano però saputo trarre alcun vantaggio spirituale. Di quel mangiare e bere e di quell’insegnamento era rimasto il ricordo formale, ma non l’immedesimazione, il partecipare, la vera appartenenza. E anche qui ci ricolleghiamo al sermone sul monte: “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma chiunque fa la volontà del padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo noi forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità»” (Matteo 7.21-23).

Da queste ultime parole, che vanno ad ampliare quelle su cui stiamo meditando e viceversa, vediamo un fatto nuovo e cioè che la categoria di persone che vuole entrare nel regno è differente dalla quella riportata da Luca: in Matteo abbiamo “profetato nel tuo nome”, cioè predicato, parlato di Lui e operato apparentemente per il bene, “scacciato demòni” e “compiuto molti prodigi” a conferma del fatto che il miracolo non sempre è detto che provenga da Dio, ma sia qualcosa di ambivalente nel senso che può attrarre un’anima alla vera fede, o distoglierla. E questa è una prima interpretazione; in realtà, l’ ”abbiamo”, è riferito alla storia di tutto il popolo di cui quei richiedenti si appropriano in quanto a lui appartenenti. Per quanto riguarda i miracoli, invece, a parte che molti furono quelli di cui Israele fu protagonista nella sua storia, credo che sia molto semplice stabilire se un discorrere di Dio o qualsiasi altra manifestazione provenga da Lui o dall’Avversario: basta vedere dove o a chi essa porta, se a Cristo oppure no, è sufficiente non limitarsi al vivere secondo una coscienza cristiana generica, ma a crescere nella dottrina, fondamentale per orientare le scelte della persona per non subire gli effetti di un pressapochismo sempre pericoloso perché, il più delle volte, si affida al semplice, immediato sentimentalismo.

Aprendo una brevissima parentesi, proprio il Vangelo, paradossalmente, si presta ad interpretazioni facili perché non si pensa che le parole di Gesù furono pronunciate stante la necessità di fornire un insegnamento essenziale ai presenti e sarà solo più avanti che gli apostoli, costituita la Chiesa, forniranno istruzioni dettagliate perché quelle fossero comprese ed inquadrate nella giusta misura. Viceversa Pietro, Giovanni, Giacomo, Giuda e Paolo non avrebbero scritto nulla. Senza dottrina non si cresce, non si va da nessuna parte, non è possibile praticare né tantomeno insegnare la Parola, leggere correttamente gli avvenimenti che riguardano noi o altri.

Vagliare gli spiriti, poi, è qualcosa che siamo chiamati a fare quotidianamente, per non cadere vittima di falsi “amici” o “fratelli”, come scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio, perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo” (4.1-6). Sono parole terribili se pensiamo al pressapochismo con il quale a volte valutiamo le persone che hanno a che fare con noi. Ecco perché, nelle nostre relazioni con il prossimo non credente e soprattutto non convertito nei fatti, non dovremmo mai lasciare che, al di là della cordialità e disponibilità comunque dovuta, questa persona diventi dominante su di noi finendo per condizionare le nostre scelte e la nostra vita.

 

Ora, concludendo il verso 26, è facile identificare nei postulanti gli ebrei non cristiani che ipocritamente, trovandosi la porta chiusa, ricorrono alla loro appartenenza formale al Popolo di Dio, mentre quelli di Matteo 7 sono da individuarsi anche nella Chiesa nominale, quella sterile, che sprona alla superstizione, che mira alle masse per scopi diversi dalla salvezza e dalla predicazione del Vangelo, che parla di bontà, pace, fratellanza e solidarietà lasciando accuratamente Cristo fuori da qualsiasi discorso, anteponendo a Lui le opere proprio come abbiamo letto. Infatti, non esiste anima salvata che non conosca Cristo Gesù e viceversa perché “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me; così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore” (Giovanni 10.14). Questo citando il primo verso che mi viene in mente e sul quale ciascuno può fare i propri, ulteriori collegamenti, precisando che il perdóno, il risollevamento dell’uomo dalla propria condizione umiliante non era certo sconosciuto ai tempi di Gesù, perché “Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato. Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto e nel cui spirito non è inganno. (…) Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa. Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità» e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato” (Salmo 32. 1-5).

Facendo un breve inciso, vediamo da questo verso che esisteva comunque un rapporto di conoscenza fra YHWH e il suo popolo ma questo, salvo rari casi, non era reciproco né lo poteva essere per l’assenza di un mediatore che sarebbe venuto dopo nella persona di Nostro Signore che avrebbe portato un’identificazione tra Lui e la creatura.

 

Ebbene, abbiamo al verso 27 il secondo disconoscimento del padrone di casa, al quale vengono aggiunte le stesse parole di Matteo, “Allontanatevi da me, voi tutti operatori d’ingiustizia”, fatto che Gesù aveva avvertito che si sarebbe verificato quando disse “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10.32).

“Operatori d’ingiustizia” in contrapposizione a quelli “di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Matteo 5.9): quindi la “pace” cui allude Nostro Signore non è quella tra uomo e uomo, ma tra uomo e Dio, indispensabile a costruire il rapporto con Lui (e con fratelli e sorelle) altrimenti perduto col peccato dei nostri progenitori. Infatti, “Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Romani 5.1).

La confusione che regna al di fuori di questa regola è enorme e, lasciando scadere la genuinità del principio, lascia il campo aperto a dottrine diverse che portano alla sterilità e alla futura estromissione perché altro non fanno che ampliare l’ingiustizia, la sola che regna nel cuore dell’uomo non rigenerato. Ha scritto Papa Ratzinger: “Per entrare nella giustizia è necessario uscire dall’illusione di autosufficienza, dallo stato profondo di chiusura che caratterizza l’uomo irrigenerato e che è l’origine stessa dell’ingiustizia”.

In opposizione a questo sistema perverso abbiamo la Giustizia di Gesù, che viene dalla Grazia, “Il fatto che l’espiazione avvenga nel sangue di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé la maledizione che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la benedizione che spetta a Dio”. Infatti “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi” (Galati 3.13).

Ecco cosa significa essere “operatori di ingiustizia”: rifiutare l’amore di Dio e ciò che Lui si aspetta dall’uomo perché, agendo così, si rimane vittima della propria condizione umana, si resta unicamente carne, si cresce e si muore senza alcuna prospettiva, si rimane nell’ingiustizia e se ne diventa “operatori”.

Ma c’è di più, perché tutto torna indietro nel senso che viene rispedito al mittente visto nel “pianto e stridore di denti” come reazione a due eventi correlati, cioè il vedere “Abrahamo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori” (v.28): Gesù cita le persone che hanno costruito il Suo Popolo, Abrahamo cui venne fatta la Promessa, Isacco che la rese tangibile, Giacobbe cui fu detto “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto” (Genesi 32.29). Poi i profeti, tramiti di YHWH per rivelare il Suo volere e piani al popolo.

Siccome però tutto è stato fatto in vista della venuta del Cristo, rifiutato da quelli rimasti fuori dalla porta, il “pianto e stridore di denti” è l’unica reazione possibile una volta compresa l’irrimediabilità della situazione e aver preso coscienza che sì, le cose avrebbero potuto essere diverse qualora si fosse accettato Gesù nel cuore.

Abbiamo allora il pianto per ciò che si è perduto e nello stridore la rabbia per non avere approfittato dell’occasione di salvarsi oltre all’invidia per quelli che sono stati accolti. Il loro sarà un assistere impotenti alla mensa del Signore i cui invitati, accolti e degni, verranno da ogni dove, dai quattro punti cardinali in cui vediamo la totalità delle genti senza distinzione di razza e posizione sociale.

Il sedere “a tavola nel regno di Dio” ha riferimento al banchetto nuziale, quando finalmente i credenti saranno riuniti al loro Redentore e non esisterà nient’altro che il piano di Dio finalmente concretato in tutti i suoi punti. Un banchetto in cui ognuno avrà il suo posto e in cui Gesù dice che sarà lui stesso a servire, come abbiamo letto recentemente nel finale della parabola dei servitori vigilanti: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Luca 12.37).

Infine abbiamo il verso 30, divenuto proverbiale anche nel mondo, espresso più volte da Gesù che allude fondamentalmente alla perfetta conoscenza che ha del cuore di ognuno e di giudizio al di là delle apparenze. La frase la esprimerà a conclusione della trattazione sul discepolato, “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli per il mio nome, riceverà ceto volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno i primi” (Matteo 19.29,30; Marco 10.31).

Attenzione al “lasciare” che non ha nulla a che vedere con l’abbandono come purtroppo interpretato dalla maggioranza, ma è semplicemente uno spostamento affettivo come per Genesi 2.24: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e insieme saranno una sola carne”.

Un’altra volta la distinzione ultimi-primi la troviamo alla fine della parabola degli operai delle diverse ore al capitolo 20 dello stesso Vangelo e in tutti i casi, comunque, si tratta di un avvertimento/invito a non adattarsi alle apparenze, all’esteriorità tanto da parte di chi fa distinzione fra “primo” e “ultimo” quando di chi invece si adopera per figurare tra i “primi” o gli “ultimi” per un proprio tornaconto personale.

Credo però che nel caso di specie Gesù, parlando a degli israeliti, voglia far riferimento ai capi religiosi che aspiravano “ai primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti” (Marco 12.39), “i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze” (Luca 11.43) e, per riflesso, anche a tutti coloro che, nel campo cristiano, agiscono per lo stesso tornaconto personale.

Per concludere, credo che la risposta di Gesù all’anonimo che gli chiese se fossero “pochi coloro che si salvano” sia di una consolazione unica da un lato, ma di una massima drammaticità dall’altro perché l’uomo abituato a pensare che vi siano rimedi e scappatoie per ogni cosa, o che fino ad allora era stato indifferente a qualsiasi richiamo alla conversione, alla fine si troverà nella condizione di non poter tornare indietro da un’esclusione che avrà scelto, responsabilmente, lui stesso. Amen.

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14.01 – COLORO CHE SI SALVANO I/II (Luca 13.22-25)

14.01 – Coloro che si salvano I/II (Luca 13.22-25)      

 

22Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete».

 

            Poco dopo la festa della Dedicazione, sappiamo da Giovanni che Gesù si recò nella Perea (10.40-42), nei territori in cui Giovanni Battista aveva svolto il suo ministero. Riprende così l’ultimo viaggio di Gesù prima di tornare a Gerusalemme, anche qui, per l’ultima volta.

Il tema della “porta stretta” fu uno dei primi sviluppati da Nostro Signore e lo abbiamo incontrato nel sermone sul monte quando Matteo così lo condensò: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e pochi sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!” (7.13,14). Se però nel passo di Matteo ci troviamo di fronte a un messaggio universale, pronunciato davanti alla folla venuta per ascoltare, qui abbiamo una risposta (quasi) individuale a fronte di una specifica domanda, oltre ad un panorama più ampio rispetto a quello dato sul monte.

Lasciato il verso 22, che ci parla di quanto siano stati numerosi gli eventi di cui i Dodici furono testimoni e di cui non hanno scritto, troviamo questo “tale” che, per la domanda rivoltagli e alcuni particolari della risposta, non era una persona del popolo, ma un cólto che, udito Gesù parlare, aveva fatto un collegamento con quanto esposto nel IV libro di Esdra, risalente al V secolo a.C. detto anche «Apocalisse di Esdra», in cui si legge che “L’Altissimo ha fatto questa età per molti, ma quella futura per pochi” (8.1), “Molti sono quelli che sono stati creati, ma pochi coloro che si salveranno” (v.3), “Tu non essere curioso sul modo con cui gli empi verranno tormentati, ma chiedi di come saranno salvati i giusti, e di chi sarà il mondo e per chi” (9.15).

Ricordiamo, a parte Matteo 7.13,14, anche il principio secondo cui “Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (20.16), senza contare le numerose parabole che parlano di premio per i servi fedeli e di castigo per gli infedeli, come le ultime su cui abbiamo riflettuto ed altre ancora da sviluppare.

 

Al verso 24 notiamo che alla domanda di un singolo corrisponde una risposta data a molti – “Disse loro” – ed occupa quattro spazi precisi divisi in blocchi di due: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta” è il primo e contiene un preciso invito ad agire verso qualcosa, appunto la porta che, in una riflessione precedente, abbiamo individuato come primo riferimento nella “cruna dell’ago” perché tutti noi la connettiamo con la parabola del “cammello”, ma poteva essere anche quella porticina che, nei palazzi dei potenti, serviva anche a far passare gli invitati alle feste per essere sicuri che non entrassero estranei. In pratica, i servi posti all’ingresso verificavano l’identità dei convenuti che si presentavano lì col vestito che il padrone aveva spedito loro precedentemente.

Il verbo utilizzato per “sforzatevi” è “agonìzomai” che ha tra i suoi significati “gareggiare, lottare, combattere, contendere” non solo a livello strettamente fisico, ma anche teorico, come nel caso del dibattere una questione in pubblico o all’impegno per difendersi in un processo. Si tratta comunque di uno sforzo che ben conosceva l’apostolo Paolo che, scrivendo ai Corinti, parla proprio delle fatiche sostenute per il Vangelo: “Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventare partecipe con loro. Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, non venga squalificato” (1a, 9.22-27).

Queste parole, che vanno oltre l’insegnamento specifico di Gesù, rivelano quale sia il senso del combattimento e dello sforzo cristiano e quell’ “uno solo” certo non si riferisce al fatto che sarà salvata una sola persona per l’impegno che ha messo, ma è un richiamo a non dare la salvezza per scontata, cioè garantita a prescindere da ciò che facciamo e pensiamo. Poi, parte difficile, al non guardare alla condotta degli altri perché ciascuno deve agire vigilando su se stesso, facendo attenzione a non appartenere alla categoria di quelli che, con la trave nell’occhio, desiderano togliere la pagliuzza da quello degli altri. Di fronte alla necessità di dare un consiglio o un’esortazione, infatti, dobbiamo sempre chiederci se abbiamo il diritto di esprimerlo/a verificando la nostra condotta in proposito.

Lo “sforzatevi” di Gesù implica quindi, sotto l’aspetto del verbo, un totale coinvolgimento del corpo e della mente perché si tratta, certo non da soli ma con l’aiuto dello Spirito Santo, di “gettare via tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato” (Colossesi 3.9,10). Se allora l’uomo vecchio è stato “svestito”, certo non senza “sforzo”, allora va da sé che non saremo, né potremo essere, quelli di prima.

 

Dobbiamo chiederci però, nonostante la correttezza di queste applicazioni, se fosse quello il messaggio di Gesù ai presenti, e la risposta è negativa: se mai quanto letto, coi riferimenti che abbiamo proposto, vale oggi per noi, cioè i versi citati saranno del tutto attuali e veri in un contesto differente, quello della Chiesa che, quando Nostro Signore parlava, non era ancora nata. Lo sforzo cui Gesù allude sì a un combattimento interno ed esterno ma, ancora una volta, contro la religione e il cuore umano indurito, contro le facili scappatoie che da sempre essi propongono, sempre pronti a giustificare e quindi dare una falsa innocenza perché, purtroppo, per ogni crimine esiste sempre una giustificazione, per quanto aberrante essa sia. È il famoso falso buonismo, che purtroppo si è ormai diffuso anche nel cristianesimo, dove la pietà non è più per le vittime, ma per gli autori dei crimini, dove gli aiuti vengono dati ad alcuni a discapito di altri, dove si cerca una solidarietà sociale in realtà totalmente svuotata d’amore e soprattutto giustizia.

Quindi, nel “Regno dei Cieli” entrano tutti coloro che vanno contro corrente, che combattono per far tacere “l’uomo vecchio”, rifiutano la facile filosofia del mondo per incamminarsi per un sentiero diverso. Infatti “Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Matteo 11.12), certo non quelli della terra.

 

Venendo ora alla seconda parte del verso 24, “Molti cercheranno di entrare, ma non vi riusciranno”, è un passaggio che suggerisce l’idea di una calca, di confusione e disordine, tutte cose che si contrappongono in antitesi a Dio che non è “un Dio di confusione, ma di ordine” (1 Corinti 14.33), tradotto da altri anche con “pace”.

Altro punto importante è poi la differenza tra lo “Sforzatevi”, che abbiamo sviluppato brevemente,  e il “cercheranno”, verbo “Zetéo” che, se confrontato col precedente, può avere gli stessi significati, ma in modo più blando: abbiamo infatti “andare in cerca di qualcosa, investigare, cercare di ottenere, bramare, chiedere, sentire desiderio di qualcosa”. Nello “sforzarsi” c’è tutta una volontà sostenuta dal voler raggiungere a tutti costi un obiettivo, nel “cercare” c’è un “tendere a” più generico, direi poco convinto. Guardando al tempo in cui visse Gesù, pensiamo a quelli che avevano accolto l’invito di Giovanni Battista “Ravvedetevi perché il Regno dei Cieli è vicino” facendosi battezzare, confessando i loro peccati – e qui abbiamo lo “Sforzatevi” – e quanti invece erano lì, testimoni non coinvolti, tranquilli e convinti di aver già trovato nella Legge e nei loro riti e tradizioni il senso della loro esistenza. Chi non si lasciava coinvolgere dalla conversione o dal pentimento rientrava comunque in quelli che “cercheranno”: infatti avevano tutta la loro cerimonialità in cui rifugiarsi. Avevano preghiere ad orari fissi, abluzioni, letture, frequentavano la Sinagoga e, quando potevano se non distanti da Gerusalemme, il Tempio. Anche queste manifestazioni, per quanto in modo differente e al tempo stesso così simile, le abbiamo nel cristianesimo che ha standardizzato comportamenti, preghiere e funzioni svuotandole completamente di significato. O, meglio, questo c’è, ma rimane occultato da un incedere monotono, da una recitazione sterile che rende molto difficile in cambiamento interiore, la rivoluzione cristiana. E così tutto resta come prima, come sempre, nulla cambia.

Lo “sforzo” allora, è appunto lo spogliarsi dell’uomo vecchio, quello che da sempre rivendica un Ego che non può né deve avere perché, se presente, lo fa dipendere come uno schiavo da tutto ciò che possiede senza essere mai in grado di dire “basta”, come nella parabola di Proverbi 30.15,16 sulle “Tre cose che non si saziano mai, anzi quattro non dicono mai «Basta!»: gli inferi, il grembo sterile, la terra mai sazia d’acqua e il fuoco”.

Come in molti insegnamenti di Gesù, però, c’è una scadenza, qui vista nel “padrone di casa” che “si alzerà e chiuderà la porta” (v. 25), immagine che non lascia adito a dubbi sul fatto che si tratta di un gesto cui le persone di fuori non possono porre più alcun rimedio. In proposito possiamo fare la connessione con Apocalisse 3.7, “Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre”, o “può aprire” secondo altre traduzioni.

A questo punto dobbiamo necessariamente pensare a quelli che restano fuori dalla porta che, dai versi che seguono il nostro passo, sono convinti in un primo momento di essere stati esclusi per una sorta di errore, avendo dato al “Signore” una confidenza che non spettava loro instaurare. Solo per il fatto che avessero “Mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”, come vedremo, ritenevano di aver diritto ad entrare. E qui vediamo quanto sia mirato il messaggio di Gesù, proprio agli israeliti che ritenevano l’appartenenza al popolo di Dio come qualcosa di acquisto, di automatico e che fosse sufficiente comportarsi così come avveniva da sempre. Del resto, non erano tutti figli di Abrahamo?

Giungiamo così alla fine di questa prima parte, con “Signore, aprici!”, che denota tutta la presunzione dei richiedenti: lo accusano di impazienza, di aver chiuso la porta troppo presto quindi, secondo loro, doveva tornare sui suoi passi perché si era sbagliato. Invece l’essere umano, procrastinatore per natura, che vorrebbe ogni cosa fatta a sua misura come ricordo dell’Eden perduto, non accetta l’idea che quando una cosa è trascorsa, passata, lo è per sempre. Così, in questo caso, lo è per la porta chiusa alla quale i personaggi della parabola bussano, ma il tempo del “bussate e vi sarà aperto”, che resta valido fino a quando proprio il Creatore e Signore di ogni cosa, visibile e invisibile, non ne decreta la fine, è qui concluso. E di tale avvenimento ne aveva ampiamente parlato.

Un fratello ha fatto notare che il passaggio tra il “cercare” e lo “sforzatevi”, nelle persone rimaste fuori, si verifica proprio nel momento in cui la porta viene chiusa: “quando poi quelli che per tutto quel tempo si erano pigramente cullati con l’idea che ci sarebbe sempre stato tempo per entrare, si trovano l’uscio chiuso e la loro energia si risveglia”.

Ultima nota può essere fatta sulla risposta del padrone, “Non so di dove siete”, cioè da dove venite: se quelle persone sono ebree, li dichiara completamente fuori dalla fede e dalla pietà di Abrahamo; se sono cristiani, allora si identificano in quelli rigettati in quanto tiepidi secondo Apocalisse 3. 15,16 che ogni tanto ricordo. Anche qui, abbiamo il cristianesimo di nome e non di fatto. Quello che allontana, inconcludente ed ipocrita, da Lui. Amen.

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13.24 – PER SEGUIRE GESÙ (Luca 14.25,26)

13.24 – Per seguire Gesù (Luca 14.25,26)

25Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.il fallimento dell’uomo etico,  

Dalle parole “Si voltò e disse loro”vediamo che Gesù conosceva le ragioni che spingevano quanti si erano messi a seguirlo ovunque andasse. Così come tante erano le opinioni che la gente aveva di Lui, altrettante erano le motivazioni per cui mettersi al suo seguito: alcuni volevano soddisfare la loro curiosità e speravano di vedergli compiere qualche miracolo, altri desideravano ascoltare le sue parole visto che sta scritto che gli riconoscevano un’autorità superiore a quella degli scribi e farisei, altri ancora erano spie dei Giudei, lì unicamente per riferire a chi li aveva inviati. Vi erano poi coloro che si erano interrogati profondamente attorno alla Sua Opera e aspettavano forse l’occasione propizia per presentarsi a Lui e parlargli.

Ebbene Gesù, che conosceva i pensieri di ciascuno, si volta e pronuncia un brevissimo discorso che potremmo definire selettivo perché la pericope “non può essere mio discepolo”esprime il limite, la barriera fra ciò che sono le intenzioni umane e la realtà delle cose perché l’unica condizione per seguirLo oppure, come scrive Matteo 10.37, essere degni di Lui, è “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”, parole che abbiamo analizzato a suo tempo.

Notiamo che la nostra traduzione riporta “…e non mi ama più di quanto ami…”, che offre l’interpretazione corretta dell’originale “…e non odia suo padre…”perché in effetti il termine “odiare” significa proprio, nella Scrittura, “amare meno” rispetto a qualcun altro. Si tratta di un argomento già trattato, ma sul quale torniamo anche se con riflessioni diverse.

Le parole “Se uno viene a me”sono riferite al fatto che la figura di Gesù attrae molti, o per lo meno attraeva visti i tempi che viviamo in cui a Dio si sostituisce una spiritualità generica, artefatta, posticcia; il più delle volte, infatti, la figura del Figlio di Dio oggi è cercata, anche tramite una lettura dei Vangeli, per porlo in ridicolo di fronte a una critica testuale assolutamente priva di conoscenza e radici e soprattutto è usata col fine di abolirne la figura storica, morale e spirituale. Ancora, la figura di Cristo e del cristiano è sostituita da quella dell’ “uomo etico”: è del 28 agosto 2021 la notizia che il nuovo presidente dei cappellani di Harvard è un ateo che coordina le attività di quaranta comunità, tra cui quella cristiana, ebraica, indù e buddista. Costui ha dichiarato: “C’è un gruppo crescente di persone che non si identificano più con alcuna tradizione religiosa, ma sperimentano ancora un reale bisogno di conversazione e sostegno intorno a ciò che significa essere un buon umano e vivere una vita etica”. Alla religione vuota e del vuoto si sostituisce quella di princìpi mutevoli basati sull’inconsistenza.

Comunque, poiché in ogni caso la lettura della Bibbia non è ancora stata proibita e nella Chiesa esistono ancora credenti che svolgono la loro testimonianza, è sempre possibile che vi sia chi desideri porsi, anche se a distanza di secoli, al seguito di Gesù le cui parole sono dirette ai credenti di ogni tempo.

Allora come oggi, abbiamo letto che non è possibile seguirLo senza una profonda rivoluzione interiore che stravolga le priorità affettive di chi Gli si avvicina. Più che analizzare il significato delle categorie rappresentate dalle persone citate, andrei alla radice del problema offertaci da Deuteronomio 13.7-12 che chiarisce il tipo di rapporto che si instaura tra chi intende rimanere fedele a Dio e chi, suo parente o amico, intende traviarlo; certo, tenendo presente la differenza fra Grazia e Legge: “Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o figlio di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che è come te stesso t’istighi in segreto, dicendo: «Andiamo, serviamo altri dèi», dèi che né tu né i tuoi padri avete conosciuto, divinità dei popoli che vi circondano, vicini a te o da te lontani da un’estremità all’altra della terra, tu non dargli retta, non ascoltarlo. Il tuo occhio non ne abbia compassione: non risparmiarlo, non coprire la sua colpa. Tu anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi sarà la mano di tutto il popolo. Lapidalo e muoia, perché ha cercato di trascinarti lontano dal Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile. Tutto Israele verrà a saperlo, ne avrà timore e non commetterà in mezzo a te una tale azione malvagia”. Sono parole molto forti, valide per chi viveva in un tempo lontano con mentalità e usanze profondamente diverse dalle nostre. Soprattutto, era fondamentale che Israele seguisse il Signore dal quale poi sarebbe proceduto il Messia. Rimane però il profondo distacco tra chi rimane fedele a Dio e chi invece, facendo leva sulla presenza di un rapporto affettivo, vuole distogliere la sua attenzione da Lui finendo per porlo in una posizione contraria: “Il tuo occhio non abbia compassione, non risparmiarlo”nel senso di non consentire a questa persona, diventata negativa e pericolosa, di attecchire perché non solo si è traviato, ma anche voleva spingere una terza persona a fare lo stesso, diventando un agente dell’Avversario.

Notiamo che anche in questo passo vengono chiamati in causa gli affetti più cari, “la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che è come te stesso”che, nel momento in cui diventano elementi attivi di svio, andavano addirittura uccisi con il diretto interessato che doveva essere il primo a scagliare la pietra nella lapidazione. Da qui, collegandoci al famoso “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, vediamo l’assoluta responsabilità di chi avrebbe dovuto agire in tal modo, cioè si assumeva un carico d’innocenza che, nel caso della donna adultera, non poteva avere, mentre in quello dello sviamento verso altre divinità a prevalere era il rifiuto dell’idolatria. In questo modo chi agiva così veniva messo duramente alla prova perché non solo si trattava di agire contro chi era comunque una persona cara, ma doveva fare violenza a se stesso privandosi della moglie o dell’amico, o del figlio o della figlia coi quale intercorreva indubbiamente una forte identificazione. Ribadisco, si era in un’altra dispensazione ed oggi rimane il principio di base, quello del porre nella giusta collocazione gli affetti che non possono essere dominanti, quindi impedire, ostacolare, rallentare il percorso spirituale del credente, uomo o donna che sia.

Ecco allora che, alla luce dei testi fin qui raccolti, Gesù fa presente che, se non è messo al primo posto, a nulla serve mettersi al suo seguito così come chi ha creduto è chiamato a “portare la propria croce”e seguirlo, cioè portare dignitosamente le sofferenze provenienti dalla propria fede. Presto o tardi infatti, per tutti, arriva il momento in cui occorre fare una scelta per il Vangelo che non porterà certo benefici nel senso materiale del termine; pensiamo alle persecuzioni che hanno subìto e subiscono, anche del nostro tempo, i veri cristiani. Pensiamo al futuro sistema che non consentirà di comprare o vendere senza il marchio della bestia o anche alle persecuzioni poste in essere da parte di Satana, che tenta e mette alla prova nei modi più svariati. Ed è fuor di dubbio che, in questo tempo, vediamo tutto in embrione. Credere comporta inevitabilmente anche sofferenza, fisica e morale. Il cristiano è infatti allo stesso tempo sacerdote e vittima.

Abbiamo poi, nella seconda parte dell’intervento di Gesù con gli esempi della torre e della pace con il re nemico, un lapidario invito-elogio alla prudenza di cui purtroppo molti credenti non si appropriano basando le loro scelte e imprese sulla speranza, o fede inopportuna, di un intervento di Dio quando questo si renderà necessario. Per molti di loro la prudenza è vista come qualcosa di fuori luogo, dando una lettura a senso unico del significato vero della fede e dell’aiuto di Dio, che nella parabola di Gesù non è chiamato in causa: perché? Perché la persona deve mettere in atto tutte le precauzioni possibili per non cadere vittima di se stesso. Personalmente ho constatato che la gestione fuori luogo della fede, dando per scontato che solo perché cristiano avrei comunque beneficiato dell’aiuto di Dio, mi ha portato in condizioni simili al costruttore della torre che non riesce a finire, la quale implica e coinvolge tanti elementi non necessariamente legati all’orizzontalità della vita. Certo, questo è avvenuto anche per l’eccessiva confidenza cui sono stato spinto nei confronti di Chi, di base, va trattato con rispetto e temuto essendo molto più in alto dell’uomo. Quante esistenze sono state progettate senza prima ponderare accuratamente se erano presenti le risorse, anche spirituali, necessarie! E quante sono rimaste schiacciate da un peso che si è voluto portare quando non si era chiamati a farlo, solo per il letteralismo usato verso certi versi! E questi inconvenienti li hanno sperimentati in tanti, indipendentemente dalle denominazioni, con clausure non richieste, ma auto inflitte. Così, da un “giogo dolce” e di un “carico leggero”ci si è resi schiavi di qualcosa o di qualcuno quando in realtà si era liberi.

 

Nel caso dei due re ho constatato che Nostro Signore si guarda bene dal nominare tutti quegli episodi in cui Israele vinse nemici più forti di lui anche dal punto di vista numerico e mi sono chiesto perché. Sicuramente evitò la citazione perché si trattava di vittorie profetizzate, rivelate da Dio, che sceglie “le cose pazze del mondo per svergognare le savie”, e penso ad esempio a Davide quando, nel primo libro di Samuele, vinse Golia. Ricordiamo il commento umano alla sua proposta di battersi: “Tu non puoi andare contro questo filisteo a combattere con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d’armi fin dalla sua adolescenza”(17.33). Se Davide vinse, non fu perché pensò alla prudenza, ma perché difendeva il nome del Signore: “Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani”(v.45).

La situazione non poteva che volgere a suo favore perché l’Iddio d’Israele avrebbe dato un segno della sua presenza: “Quel filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi”(43).

Nel passo di Luca che stiamo esaminando, quindi, Gesù non promette la riuscita di una nostra impresa a prescindere dalle nostre forze, anzi fa esempi molto concreti quasi a “tenersene fuori” e a dire: “stai attento a quello che fai, ai tuoi limiti, a ciò che puoi permetterti, a non fare il passo più lungo della gamba”. Perché al discepolo non è chiesta né l’inesperienza e nemmeno la stoltezza: “Imparate, inesperti, la prudenza e voi, stolti, fatevi assennati”(Proverbi 8.5). Sono quindi elementi da imparare, perseguire.

Sappiamo che “Il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono scienza e prudenza”(2.6) e, se si accolgono le Sue parole, si concreterà la promessa “La riflessione ti custodirà e la prudenza veglierà su di te, per salvarti dalla via del male, dall’uomo che parla di propositi perversi, da coloro che abbandonano i retti sentieri per camminare nelle vie delle tenebre, che godono nel fare il male e gioiscono dei loro propositi perversi, i cui sentieri sono tortuosi e le cui strade sono distorte; per salvarti dalla donna straniera, dalla sconosciuta che ha parole seducenti, che abbandona il compagno della sua giovinezza e dimentica l’alleanza con il suo Dio”(2.11-17). E credo che, oggi, l’unico modo che abbiamo per custodire le Sue parole, sia uno studio severo di esse, come del resto è sempre stato. Da lì arriva la protezione.

Tornando sui due esempi, vediamo che il primo uomo della parabola, in caso di insuccesso, viene deriso dagli altri, quindi fallisce nella sua testimonianza; il secondo invece, cercando la pace col re nemico e con un esercito superiore, risparmia i suoi soldati e il popolo da una morte inutile ed evita loro la vergogna della sconfitta.

Arriviamo alla frase finale – perché il sale che diventa insipido lo abbiamo già affrontato –: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. “Così”sembra la conclusione dei due esempi precedenti, ma non può essere ed è probabile che Luca abbia voluto ribadire un concetto più volte espresso da Gesù sull’abbandono. Qui vengono chiamati in causa “tutti i suoi averi”, quindi anche i nostri, ma la rinuncia non necessariamente implica l’attuazione di quanto detto al giovane ricco, cioè di vendere tutto ciò che aveva, darlo ai poveri, e poi seguire Gesù: gli apostoli prima e i discepoli poi avevano effettivamente “lasciato ogni cosa”nel senso che ciò che avevano, da punto di arrivo e da gestione egoistica, era diventata solo uno strumento, per di più temporaneo perché, quando le esigenze della predicazione lo richiederanno, gestiranno i loro beni in modo diverso.

Rinunciare a tutti i nostri averi, per noi oggi, implica il non considerarli come fondamentali alla nostra sussistenza e sbarazzarcene nel momento in cui questi diventano vincolanti, di ostacolo al nostro avanzamento spirituale esattamente come gli affetti elencati da Gesù al verso 26 o dal passo di Deuteronomio che abbiamo citato. Sarà poi l’intelligenza della persona, in base a ciò per cui è chiamata da Dio, a stabilire ciò che è necessario per la propria vita e ciò che non lo è, liberato per lo Spirito dai suoi egoismi.

Ricordiamo infatti le dinamiche della Testimonianza iniziata da Nostro Signore, inizialmente benestante con la sua famiglia grazie anche ai doni portati dai Magi: sia lui che i discepoli avevano una casa nella quale dimoravano e a cui tornavano dopo le predicazioni, poi vissero col loro gruppo delle offerte con la cassa comune che teneva Giuda Iscariotha; la Chiesa di Gerusalemme aveva molti credenti che vendevano i loro averi e deponevano ai piedi degli apostoli il ricavato per sovvenire ai fratelli più economicamente deboli, ma più avanti troviamo persone, come Lidia, commerciante di porpora a Tiàtira, che ospitava nella sua casa dei credenti, quindi la Chiesa, e che non risulta si sia sbarazzata dei suoi possedimenti. E il suo nome e persona furono importanti a tal punto da comparire nel testo del libro degli Atti.

La gestione della propria persona e conseguentemente dei propri beni il cristiano deve averla alla luce della prudenza e dell’intelligenza, da “acquistare a costo di tutto ciò che possiedi”(Proverbi 4.7) che ben si raccorda alle parole di Gesù e che, assieme all’essere attenti e accorti, ci fanno capire le posizioni da prendere. Amen.

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13.23 – IL GRAN CONVITO III/III (Luca 14.15-24)

13.23 – Il gran convito III (Luca 14.15-24) 

 

15Uno dei commensali, avendo udito questo, gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, è pronto». 18Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi». 19Un altro disse: «Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi». 20Un altro disse: «Mi sono appena sposato e perciò non posso venire». 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». 22Il servo disse: «Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto». 23Il padrone allora disse al servo: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena»».

 

            In questa terza ed ultima parte ci occuperemo dell’ultima delle tre categorie di invitati, non prima di riportare la versione corretta del testo del verso 21, “Va’ fuori per le vie e per le siepi e costringili ad entrare, affinché la mia casa sia piena”. Una migliore traduzione pone ancora di più l’accento sul “fuori”e riporta “Esci per le campagne”, a sottolineare un territorio che non ha a che vedere con quello cittadino e che simboleggia le popolazioni pagane, raggiunte dal messaggio evangelico dopo il rifiuto dei Giudei.

Ricordiamo ciò che disse Gesù alla donna cananea, “Io non sono mandato se non alle pecore perdute d’Israele”quando ancora non vi era stata l’apertura ad altri popoli, ma poi, progressivamente, furono proprio i pagani a rispondere visti nella pericope di Isaia 42.4 “…le isole attendono il suo insegnamento”. Tutto questo senza contare quanto detto a proposito nell’insegnamento sul buon pastore: “Ho altre pecore che non sono di quest’ovile: anche queste io devo condurre”(Giovanni 10.16).

Nella prima e seconda frase dette al servo una volta ricevuto il rifiuto dei legittimi invitati notiamo che c’è una parte comune e una che diverge: la prima è la categoria di persone a cui il servo passa l’annuncio, “i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”, cioè persone menomate in un modo o in un altro, non necessariamente nel corpo, disprezzati o tollerati dalla società. Ricordiamo fra l’altro anche Levitico 21.16-23: “Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne dicendo: «Nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe che abbia qualche deformità potrà accostarsi ad offrire il pane del suo Dio; perché nessun uomo che abbia qualche deformità potrà accostarsi: né un cieco né uno zoppo né uno sfregiato né un deforme, né chi abbia una frattura al piede o alla mano, né un gobbo né un nano né chi abbia una macchia nell’occhio o la scabbia o piaghe purulente o i testicoli schiacciati. Nessun uomo della stirpe del sacerdote Aronne con qualche deformità si accosterà per presentare i sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore. Ha un difetto: non si accosti quindi per offrire il pane del suo Dio. Potrà mangiare il pane del suo Dio, le cose sacrosante e le cose sante; ma non potrà avvicinarsi al velo né accostarsi all’altare, perché ha una deformità. Non dovrà profanare i miei luoghi santi, perché io sono il Signore che li santifico»”.

 

In questo caso la “società” è proprio quella di coloro che rifiutarono il Vangelo ai tempi di Gesù, quella invitata originariamente al convito, ma se andiamo a considerare i termini impiegati nel verso “Esci subito per le piazze e per le vie della città”, vediamo che i luoghi in cui il servo sarebbe dovuto passare comprendono tanto le vie larghe che conducevano alle piazze (plateias), quando quelle secondarie, quelle strette, le traverse, i sentieri (rumas). Il servo, tramite il Vangelo, raggiunge chiunque, non lascia nulla di intentato per arrivare agli uomini nel senso che nessuno di loro viene escluso. Se mai, lo fa da sé.

Diverso invece è per quelli “fuori”dalla città: viene detto all’inviato di andare “per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare”. Anche lì ci sono strade, ma sono aperte, fuori dalle mura a sottolineare che la residenza in città è preclusa a chi non può entrare, che la vera società è lì e chi non vi abita ne è escluso. Le mura infatti sono certamente una difesa, ma anche la rivendicazione di uno status. Anche la citazione della siepe è importante, perché anche quella ci parla di una proprietà privata che circonda e difende chi l’ha costruita; anche se può simboleggiare la protezione di Dio come in Giobbe 1.10, quando l’Avversario disse a Dio “Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto ciò che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra”, la siepe è qualcosa riferito proprio ad una iniziativa di difesa della proprietà umana, come nella parabola delle vigna di Matteo 21.33 o Marco 12.1 di cui è detto che fu circondata da quella, ma possiamo citare anche Siracide 36.27, “Dove non esiste siepe, la proprietà viene saccheggiata”. Chi sta “lungo la siepe”, solitamente molto spinosa, sa di non poterla oltrepassare, può solo percorrerne il perimetro per trovarne la porta e aspettare o chiedere un aiuto caritatevole che non è detto che arrivi. Stare “lungo la siepe”, allora, è indice di una povertà e un bisogno ancora maggiore rispetto ai poveri e ai menomati di prima che, almeno, potevano trovare rifugio nella città.

 

C’è poi un particolare non da poco nelle parole rivolte al servo per questa seconda missione, cioè “costringili a entrare”, che ci parla non di forza o violenza, ma di persuasione, di richiamo, parole che corrispondono al nostro vissuto. Per quanto mi riguarda, quando ho ricevuto l’annuncio del Vangelo non ho risposto subito, pur non avendolo escluso a priori: ho avuto bisogno di tempo per pensare, per chiedermi se quanto mi veniva prospettato fosse vero, di sperimentare, guardarmi attentamente dentro per valutare se quanto provavo fosse reale o qualcosa che era solo nella mia mente. Solo quando sono stato “convinto”, “costretto”ho accettato, e come me credo tutti quelli che ora sono figli di Dio. Perché nascere “di acqua e di spirito”è qualcosa che non si trasmette ereditariamente.

Il “costringili ad entrare”si raccorda allora con la capacità che ha la Parola di Dio, attraverso lo Spirito Santo, di convincere la persona di peccato, giustizia e giudizio e quindi stravolgerne l’esistenza; ricordiamo infatti la Sua caratteristica: “La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e noi dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4.12,13).

Si potrebbe osservare che ciò vale per tutti gli uomini indipendentemente dalla loro etnia, ma i pagani, a differenza degli ebrei, devono rinunciare a un bagaglio storico penalizzante, anche se la rivoluzione interiore è la stessa. Parlare con un ebreo convertito è un’esperienza molto particolare perché ci si rende conto di quanto per lui sia agevole comprendere la Scrittura, che infatti fu data al suo popolo e non ad altri.

L’esperienza col Dio vivente è stravolgente per chiunque e non per nulla scrive Geremia “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre. Mi hai fatto violenza, e hai prevalso”(20.7). Ecco perché Gesù disse “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”(Matteo 11.22). Chi fu “costretto ad entrare”e subì la violenza di Dio fu Saulo di Tarso quando era diretto a Damasco in Atti 9 e possiamo dire che tutto questo, il costringere, consiste in quella forza d’attrazione che fa Padre sugli uomini in Giovanni 6.44, “Nessuno può venire a me, se il Padre non lo attrae”.

Sotto certi aspetti, la vita stessa del cristiano è fatta di violenza, solo che questa viene esercitata nei confronti dell’ “uomo vecchio”e non certo sul nostro prossimo: nessuno è chiamato ad usare un cilicio o a punizioni corporali, ma a reprimere e gestire gli stimoli della carne che tenderà sempre ad avere il sopravvento; ricordiamo l’amputazione della mano e il cavare l’occhio di cui abbiamo parlato in un precedente capitolo. Ancora meglio, per comprendere il concetto, quanto scrive l’apostolo Paolo ai credenti di Roma: “Quelli che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli che invece vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. (…) Se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (8.5-13).

La costrizione “ad entrare”si verifica proprio nel momento in cui un uomo capitola dinnanzi a Dio facendo morire l’uomo vecchio prima che questo muoia davvero, quando la porta del Regno verrà chiusa e dovrà affrontare quella che è chiamata “la seconda morte”.

Torniamo alla parole del signore al servo: tutto questo mandarlo per la città e fuori ha un solo fine, “perché la mia casa si riempia”. Se ragioniamo secondo il metro umano è qualcosa che non ha senso perché non si capisce per quale ragione una persona altolocata possa desiderare di avere la propria dimora piena di sconosciuti, per di più non certo della sua estrazione sociale. Ho conosciuto rarissime persone che, periodicamente, offrivano pasti a gruppi di indigenti, ma lo facevano sempre fuori dalle proprie abitazioni, senza mangiare con loro; davano incarico ad altri di organizzare la cosa, il pasto avveniva e tutto finiva lì. Oggi abbiamo la Caritas ed altre organizzazioni che si impegnano in tal senso, ma si tratta di qualcosa di ancora diverso: non c’è una festa, ma esistenze che scorrono e si ritrovano il giorno successivo, non c’è una porta che si chiuda per separare i convenuti dagli altri perché è proprio da quel chiudere che comincia una nuova vita.

Nel nostro caso, invece, sì. Un uomo ricco, abitante in una casa immensa come emerge dal contesto, chiama alla sua mensa le categorie di cui abbiamo letto che, senza quell’invito, non solo non sarebbero mai potute entrare, ma tantomeno mangiare cibi che sicuramente non avevano mai gustato. Queste persone vengono prese così come sono e tali entrano nella dimora del padrone: sono sporchi, malvestiti come tutti coloro che vivono a stento, esattamente come qualunque persona che viene invitata ancora oggi da Dio, poiché il tempo della grazia non è finito. Spiritualmente, anche noi non eravamo degni e ci accontentavamo di quel poco d’ombra che poteva offrire una siepe e di mendicare ad altri un nutrimento che non bastava, eppure un giorno è arrivato il Servo e ci ha invitato.

A conclusione viene spontaneo domandarci il perché delle differenti versioni della parabola: questa sicuramente, secondo il costume dei rabbini, fu ripetuta da Gesù più volte e in diverse occasioni, Matteo 22 compresa, stante il fatto che il Suo pubblico non era lo stesso, con varianti che si adattavano alle sfumature che via via Nostro Signore voleva sottolineare.

Qui la parabola termina con parole molto amare che denotano non il fatto che il padrone di casa si sia offeso, ma che è il comportamento di chi rifiuta il suo invito a determinarne l’esclusione: con le parole “Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”, Gesù si mette per la prima volta sullo stesso piano del padrone di casa, anzi, praticamente rivela di essere la stessa cosa come in effetti è, perché “Io e il Padre siamo una cosa sola”(Giovanni 10.30). Possiamo anche fare un raccordo con un passo letto recentemente a conclusione della parabola dei servi che vegliano: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà sedere a tavola e passerà a servirli”(Luca 12.37).

Credo non ci potesse essere modo migliore per finire quell’incontro: Gesù era stato invitato da quel capo dei farisei non per riguardo, ma perché potesse essere studiato, attentamente e da vicino; guardando come le persone si accalcavano per avere i posti migliori, inizia una lezione di umiltà che certo non capirono, poi passa a dare un insegnamento su cosa sia la carità che porta alla “ricompensa alla resurrezione dei giusti”e infine, sempre partendo dalla situazione del banchetto, apre un grosso squarcio sulla prospettiva del regno dei cieli, sull’invito più e più volte fatto dai profeti a un popolo che pareva tanto più allontanarsi quanto più Dio si avvicinava loro. Amen.

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13.22 – IL GRAN CONVITO II (Luca 14.15-24)

13.22 – Il gran convito II (Luca 14.15-24)  

 

15Uno dei commensali, avendo udito questo, gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, è pronto». 18Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi». 19Un altro disse: «Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi». 20Un altro disse: «Mi sono appena sposato e perciò non posso venire». 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». 22Il servo disse: «Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto». 23Il padrone allora disse al servo: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena»».

 

            Siamo così giunti alla seconda parte del verso 21 cioè quando, una volta che il servo riferisce al suo signore la reazione degli invitati alla “grande cena”, la reazione è “adirato, disse al servo”. È questo un particolare che ci consente alcune riflessioni perché il verso ci pone davanti ad una delle caratteristiche di Dio, quella dell’adirarsi, non meno importante dell’amore profondo che nutre per la creatura perché, se fosse solo amore, non sarebbe perfetto. Piuttosto, il Signore Iddio è l’essere Vivente (e in quanto tale datore di vita) in cui convivono in modo assolutamente equo pietà, misericordia, carità, giustizia, ira, vendetta e potenza; possiamo dire che il modo in cui si rivela dipende dall’uomo, dal suo comportamento e da ciò che lo abita, posto che l’agire di Dio sarà sempre volto al recupero della creatura prima di condannarla.

Esemplare in proposito Ezechiele 33.11: “Com’è vero che io vivo (oracolo del Signore Dio), io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva. Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Perché volete morire, o casa d’Israele?”. In questo richiamo di Dio al popolo, uno dei tanti nel corso della sua storia, vediamo che solo dopo un ostinato rifiuto alla conversione arriverà il giudizio, non prima. E l’invito ad abbandonare un’esistenza disordinata per essere ciò per cui si era stati eletti, cioè servire, è, fatte le debite proporzioni, lo stesso della “grande cena” perché in quel “e viva” di Ezechiele non si allude a una sopravvivenza, ma a una vita piena, di benedizione e crescita davanti a Dio, che del convito altro non è che il preludio.

Ancora, guardando agli attributi di Dio che sono stati elencati, ovviamente in parte, poco sopra, si può considerare che ciascuno di essi, se fosse prevalente, andrebbe a turbare il Suo comportamento e non potremmo fidarci di Lui: in altri termini se Dio fosse solo amore, allora perdonerebbe tutti e il “paradiso” sarebbe popolato dalla stessa accozzaglia umana con la quale siamo costretti a convivere. Se Dio fosse solo giustizia, nessuno di noi scamperebbe e il “paradiso” sarebbe desolatamente vuoto, con solo Lui e le schiere celesti; mancherebbe l’uomo creato proprio perché serviva un essere tratto dalla terra che fosse amato e Lo amasse.

So di dire una frase forte, ma è come se Dio avesse avuto bisogno dell’uomo perché al di fuori di lui nessuno poteva dirsi spirituale e al tempo stesso costituito dalla stessa materia che avrebbe dato nome al pianeta, la Terra. E il nome stesso Adamo significa “fatto di terra”. Adamo e sua moglie furono gli unici esseri chiamati ad esercitare il libero arbitrio al contrario dell’Avversario e dei suoi angeli, che scelsero deliberatamente di ribellarsi. Si tratta di due cose diverse.

Tornando in tema, abbiamo visto gli effetti che vi sarebbero se Dio fosse esclusivamente amore, ma se fosse solo – ad esempio – da temere o (ancora) giustizia, certo dovremmo subire i suoi giudizi attimo dopo attimo, senza speranza di riscatto perché non saremmo mai idonei a sostenerne la presenza tanto nella nostra vita terrena quanto in quella futura. E chi ha vissuto o vive con persone irascibili e disturbate sa cosa voglio dire.

Questa è una delle ragioni per le quali fu ordinato il profumo quale parte integrante dell’incontro con Dio: “Prenditi degli aromi, della resina, della conchiglia odorosa, del galbano, degli aromi, con incenso puro e in dosi uguali; ne farai un profumo composto secondo l’arte del profumiere, salato, puro, santo; ne ridurrai una parte in minutissima polvere, e ne porrai davanti alla testimonianza nella tenda del convegno, dove io m’incontrerò con te. Esso vi sarà una cosa santissima” (Esodo 30.34-36). Ora quel profumo, che non a caso doveva essere presente “dove io m’incontrerò con te”, rappresentava ciò che l’uomo avrebbe dovuto essere e che Dio avrebbe fatto per lui dandogli in dono il Figlio, perfetto in ogni cosa come l’incenso suggeriva: anche nel Figlio, infatti, dimoravano in parti uguali le caratteristiche del Padre. Certo fu l’amore e il servizio instancabile per la creatura ad emergere, ma ciò fu in quanto figlio dell’uomo e in modo ben diverso si rivelerà al Suo ritorno.

Il profumo, poi, ci parla anche di come dobbiamo/dovremmo essere noi tanto nei rapporti con la nostra persona, quanto con gli altri per non caderne vittima: la nostra disponibilità non può trasformarsi in servilismo, mai e per nessuno. Il nostro perdono non può essere dato a prescindere dal comportamento che il nostro prossimo ha per noi. La nostra eventuale “ira” non può sfociare nel peccato, la nostra dignità, come figli di Dio, non può essere calpestata da nessuno. E guardando a Gesù, questo fu il suo comportamento, fatto salvo per la crocifissione per quanto, anche lì, esisteva un limite che nessuno avrebbe potuto superare, come testimonia il fatto della lancia e delle gambe che non furono spezzate, come scritto: “Questo avvenne perché si adempisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo dice “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Giovanni 19.36-37).

A volte si dimentica che non esistono qualità più importanti nel credente, ma che devono albergare in modo bilanciato per fare di noi delle persone equilibrate nel servizio e nella testimonianza, posto che sappiamo la carità essere la più importante di tutte, che però viene temperata dalle altre ed è l’essere “bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi” (1 Corinti 14.20).

 

Bene, è stata fatta questa premessa perché non sono pochi quanti, a fronte dell’adirarsi di Dio, si sentono in grado di giudicarlo quasi che fosse – come in effetti vorrebbero – pronto a soddisfare ogni loro desiderio, aspettativa, preghiera. Ma si tratta di un Dio creato dall’uomo, non certo di quello Vivente e Vero.

In questa parabola il “signore” si adira perché tutte le scuse accampate dagli invitati sono un oltraggio non solo a lui, ma alla propria disponibilità: voleva accogliere le persone che conosceva e lo conoscevano, col quale c’erano stati dei rapporti e sapevano della sua disponibilità. Ecco perché abbiamo letto “ti prego di scusarmi” e “non posso venire” usando come pretesto una norma legale interpretata.

Anche qui, ricollegandoci a quanto espresso in precedenza, quelle persone avevano equivocato, scambiato la disponibilità con debolezza nel senso che, secondo loro, chi era stato tanto generoso lo sarebbe sicuramente stato ancora, ma sappiamo, anche per la nostra conoscenza sommaria, che quando nelle parabole c’è un convito questo è il riassunto finale delle esistenze che in Dio si compendiano o meno prima che l’eternità abbia inizio, per cui c’è una porta che si chiude per sempre; chi sarà dentro sarà dentro, chi sarà fuori sarà fuori, chi in un mondo, chi in un altro, senza possibilità di interscambio.

Proseguendo, vediamo che al servo viene dato un altro incarico: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”, la stessa categoria di persone citata da Gesù al capo dei farisei che lo aveva invitato, ma che qui hanno un altro significato perché, paradossalmente, viene chiesto al servo di chiamare proprio quel genere di persone che a quel convito non avrebbero potuto partecipare in quanto si trattava di qualcosa di riservato a chi si conosceva. Viene quindi da pensare che gli invitati da quell’ “uomo” fossero proprio i naturali eredi di quanti avevano tramandato e conservato la Parola di Dio poi trasmessa al popolo insegnandola, queli che per primi avrebbero dovuto riconoscere inequivocabilmente Gesù come l’inviato di Dio, il Messia.

È tra l’altro molto importante tenere presente che chi dà il convito era superiore per rango a tutti gli invitati, che certo non avrebbero mai potuto permettersi di organizzare quanto quel signore aveva apparecchiato per loro.

A questo punto sorge però una questione, e cioè per quale motivo vengono chiamate al banchetto, dopo il rifiuto dei legittimi destinatari, persone che non avevano nulla a che fare con l’ideatore – organizzatore della “gran cena”: escludendo l’ipotesi che ciò sia avvenuto per evitare uno spreco di cibo, non resta altro pensiero se non quello che, adirato con coloro che avevano disprezzato il suo gesto, quell’uomo abbia voluto restare fedele alla sua benignità: prende atto del rifiuto, dell’indifferenza di coloro ai quali l’invito spettava direi “di diritto” per le relazioni con lui, e si rivolge ad altri, sempre però – attenzione – residenti “in città”, quindi all’interno delle mura, quindi sempre, presumiamo con un buon margine di certezza, israeliti benché sprezzati dai loro orgogliosi fratelli in quanto poveri e storpi.

Ecco allora che tutte queste persone rappresentano proprio i disprezzati dai Giudei, cioè quei “pubblicani e peccatori” che invece Gesù accoglieva e lo seguivano, a differenza loro.

Ricordiamo quando avvenne, ad esempio alla chiamata di Levi Matteo, quando offrì anche lui un convito: “Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli, Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli; «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?” (9.10,11). Quasi commovente poi è la nota di Luca che precede l’esposizione della parabola della pecora smarrita: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»” (15.1,2).

 

Tornando al testo, il servo di quel signore fa ancora una volta come ordinato, ma il rapporto che presenta denota che l’intento di avere il convito pieno di partecipanti non era ancora stato raggiunto: “È stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Ecco, qui credo che sia impossibile non collegare queste parole ad un’altra frase di Gesù relativa alla collocazione che avranno i credenti un giorno: “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (Giovanni 14.1-4).

“C’è ancora posto” ci consente di considerare la vastità del luogo in cui avrebbe dovuto celebrarsi la “grande cena” perché, pur non sapendo quanti poveri e menomati ci fossero a Gerusalemme a quei tempi, certo il loro numero doveva essere molto grande. È questa frase del servo, “c’è ancora posto”, che apre le prospettive per tutti coloro che non appartengono al popolo d’Israele e verranno invitati esattamente come tutti gli altri: questa volta, infatti, al servo viene detto di uscire “fuori”, particolare non rilevabile dalla nostra traduzione ma presente in altre, da cui vediamo che a venire raccolti sono quanti erano appunto “fuori dalle mura”, “per le strade lungo le siepi” nei pressi delle quali cercavano riparo.

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13.21 – IL GRAN CONVITO I (Luca 14.15-24)

13.21 – Il gran convito I (Luca 14.15-24)   

 

15Uno dei commensali, avendo udito questo, gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, è pronto». 18Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi». 19Un altro disse: «Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi». 20Un altro disse: «Mi sono appena sposato e perciò non posso venire». 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». 22Il servo disse: «Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto». 23Il padrone allora disse al servo: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena»».

 

            Prima di esaminare il nostro passo, di immediata comprensione ma al tempo stesso impegnativo, occorre ricordare quanto avvenuto pochi attimi prima, cioè Gesù che disse a colui che l’aveva invitato “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (vv. 12-14).

È quindi lecito pensare che a queste parole seguirono momenti di grande imbarazzo e “uno dei commensali”, quindi un altro fariseo, per alleviare la tensione, fece un collegamento tra quel convito e le parole di Gesù sulla “resurrezione dei giusti” dicendo “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!”. È questo un punto delicato da interpretare, ma non credo che quell’intervento fosse dettato da ragioni spirituali; piuttosto fu la conoscenza religiosa di quel fariseo che parlò, buttando lì un principio nel tentativo di cambiare argomento; non credo si riferisse a Isaia 25.6-8 relativo al banchetto celeste dei tempi a venire: “Preparerà il Signore degli eserciti – celesti – per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre – di ignoranza – distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre”.  È proprio questo passo che, pur non citato, viene sviluppato da Gesù, prendendo spunto dalla frase che l’ignoto pronunciò nel tentativo di alleggerire la tensione che si era venuta a creare.

La parabola del convito è riportata, con più dettagli, anche da Matteo 22, ma verrà affrontata separatamente stante la sua indipendenza da quella che stiamo esaminando: qui abbiamo “un uomo”, in Matteo “un re”, ma è evidente che, mentre nel nostro caso Gesù espone un concetto basilare, nell’altra occasione lo approfondirà con più dettagli perché erano differenti le circostanze e l’uditorio.

Bene, l’uomo della nostra parabola “diede una gran cena”: non ci è detto il motivo, ma il racconto, per come si sviluppa, è incentrato (anche) sulla volontà di questa persona di offrirla e soprattutto che questa veda la partecipazione di molti. È anche chiaro che vi sia una preferenza, perché i “molti” che quell’uomo invita rientrano in una categoria di persone precisa, quelli che lo conoscevano, avevano un rapporto con lui e viceversa.

È facile riconoscere in questi il popolo di Israele, quello eletto da Dio ad essere suo; ciò lo vediamo non solo quando fu liberato dalla schiavitù d’Egitto (ricordiamo le parole “Lascia andare il mio popolo perché mi serva” in Esodo), ma anche da molto prima, con Abramo di cui abbiamo dedicato diverse riflessioni. Anche da Abramo comunque possiamo andare a ritroso, con Noè e prima ancora a Set, il cui nome significa “Sostituto”, figlio di Adamo che segnò un punto di partenza spirituale perché in Genesi 4.26 leggiamo “Anche a Set nacque un figlio, che chiamò Enos. A quel tempo si cominciò a invocare il nome del Signore”.

Anche da qui, però, possiamo retrocedere nel tempo e arrivare ad Abele, che nella sua coscienza sapeva che il Creatore andava onorato e ringraziato per i doni che gli arrivavano. Da lui risaliamo ad Adamo, “che fu di Dio” (Luca 3.38), e da Adamo a YHWH stesso, progettista e creatore non solo dell’universo e dell’uomo, ma anche del piano di salvezza che si sarebbe dovuto sviluppare dopo la caduta sotto la prospettiva del recupero non di Eden, ma della vita di comunione con l’uomo da Lui voluta. Ecco chi è/sono, a parte ciò che già sappiamo come credenti e lettori del Vangelo, “l’uomo” e gli invitati, discendenti naturali di quei grandi uomini di Dio grazie anche ai quali possiamo esistere spiritualmente.

La “grande cena” è proprio quella in vista dei “nuovi cieli e nuova terra dove dimora stabile la giustizia”, la dimora eterna di Dio con l’uomo, impossibile da raggiungere senza invito né il vestito dato a ciascuno, ma ancora di più senza conoscere chi è il suo autore e ideatore. Ecco quindi che le parole “fece molti inviti” si riferiscono alle innumerevoli manifestazioni d’amore rivolte al Suo popolo tanto con miracoli che con i Suoi messaggi che i profeti provvedevano a trasmettere. I “molti inviti” si possono intravedere nelle parole del Salmo 68 di Davide, vv.6-11: “O Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo, quando camminavi per il deserto, tremò la terra, i cieli stillarono davanti a Dio, quello del Sinai, davanti a Dio, il Dio d’Israele. Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, la tua esausta eredità tu hai consolidato e in essa ha abitato il tuo popolo, in quella che, nella tua bontà, hai reso sicura per il povero”.

Ora, negli antichi scritti abbiamo la testimonianza che l’essere resi partecipi della sapienza – figura del Figlio la cui accettazione sarà fonte di doni spirituali – equivale all’accettazione di un invito tutto particolare: “La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: «Chi è inesperto venga qui!». A chi è privo di senno elle dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza» (Proverbi 9.1-6).

Infine Isaia 55.1-3 che ogni tanto ricordiamo: “O voi tutti assetati, venite alle acque, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”.

Arriviamo così al nostro verso 17, “all’ora della cena”, quindi quanto è tutto pronto. E qui vediamo i tempi di Dio, che non sono i nostri, ma che ci dicono che tutto è ormai apparecchiato, i cibi stanno finendo di cuocere e stanno per essere serviti. Stante l’imminenza della cosa, ecco che “mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, è pronto!»”: notiamo l’articolo determinativo, “il”, quindi Colui che, per dignità e grado, poteva rappresentarlo, quindi “il Servo del Signore”, quello da Lui sostenuto, che rende l’annuncio del Regno di Dio e su come entrarvi in modo assolutamente perfetto al punto da dire, sulla croce, “tutto è compiuto”, ultima frase pronunciata quando era in vita, umanamente, con il corpo. Ciò secondo Giovanni 19.30.

Non sottovalutiamo il fatto che quel “servo” avrebbe dovuto presentarsi come inequivocabilmente inviato dall’organizzatore del convito perché non fosse confuso con altri e così fu per Gesù che infatti, come Servo ad annunciare che ogni cosa era pronta, arrivò proprio in un momento particolare della storia umana, come scrive l’autore della lettera agli ebrei con versi che ogni tanto amo riportare: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi ha parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante al quale ha fatto anche il mondo” (1.1,2).

Possiamo ricordare anche le parole di Giovanni Battista, che esortava i suoi uditori a ravvedersi perché “il Regno dei cieli è vicino”, ma quello che non si può fare a meno di sottolineare nella parabola è che gli invitati erano informati, sapevano che prima o poi vi sarebbe stata una cena per cui non potevano avere scuse nel rifiutare l’invito. Perché lo sapevano? Perché tutta la Parola loro data, a partire da Mosè, ma anche molto prima, lasciava intendere che il progetto di Dio per il Suo popolo sarebbe giunto un giorno a perfetto compimento.

Tutto lascia intendere, nella parabola, che l’ideatore del convito fosse stata una persona importante, vuoi per dignità e rango, vuoi per la relazione che intercorreva con gli invitati. E infatti la scortesia del rifiuto sembra cogliere quell’uomo di sorpresa e, guardando alle risposte che vengono date, possiamo osservare due cose: la prima è che gli argomenti che adducono per evitare il convito sono di natura esclusivamente egoistica: uno ha “comprato un campo” e deve andare a vederlo, l’altro ha comprato “cinque paia di buoi” e deve andare a provarli, un altro ancora “si è appena sposato”. I primi due, poi, dicono “Ti prego di scusarmi” così, confidenzialmente, quasi a sottintendere che la prossima volta avrebbero accettato stante l’impegno improvviso cui non potevano sottrarsi, ritenendo evidentemente campo e buoi più importanti della relazione con l’autore dell’invito.

Notiamo che, per i primi due personaggi, l’interesse personale viene prima di tutto: il “campo” e i “buoi”hanno riferimento con il denaro e le “cose di questo mondo” in genere, da sempre ostacolo forte, violento per la Parola di Dio: “Quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci. Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1 Timoteo 6.9.10).

L’interesse è quindi ciò che impedisce ai primi due invitati di accettare quanto il servo, inviato a dichiarare aperto il convito, proponeva loro.

Il terzo, invece, che non si scusa neppure a differenza dei precedenti, si trincera dietro un –in questo caso- cavillo legale, poiché sappiamo che la Legge, in Deuteronomio 24.5, esentava l’uomo dalla guerra o altri incarichi perché “…sarà libero per un anno di badare alla sua casa e farà lieta la moglie che ha sposato”, ma in questo caso l’appellarsi al verso citato era chiaramente pretestuoso perché, semplicemente, quell’uomo desiderava starsene tranquillamente in casa propria usando – attenzione – la Legge come giustificazione del rifiuto, cosa che sappiamo fecero molti farisei, scribi e dottori. Dei tre, è l’unico che non si scusa, convinto che la norma citata sia sufficiente.

Credo non sbagli neppure chi ha visto, in quest’ultimo rifiuto, il terzo livello di ostacoli nella parabola dei terreni, quello dei rovi in Matteo 13.22: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma le sollecitudini di questo modo, l’inganno delle ricchezze e i piaceri di questa vita soffocano la parola ed essa non dà frutto”.

Comunque sia, questi tre personaggi che rappresentano i “molti” invitati, hanno tutti di meglio da fare che non partecipare al convito organizzato da quell’ “uomo” che, a differenza di quelli, lo offriva liberamente e nel loro interesse. Esiste una chiara sproporzione, una distanza enorme fra le parti: uno desidera condividere e, pur di avere la mensa piena, inviterà persone che con lui non avevano nulla a che fare; gli altri si vedono bastanti a se stessi, hanno le loro cose, i loro interessi, danno per scontato che l’invito rifiutato sarebbe giunto un’altra volta, quando avrebbero avuto tempo. E ancora di più oggi sono tanti quelli che reputano il tempo come qualcosa che appartenga loro e di cui possano disporre liberamente.

Giungiamo così alla fine di queste riflessioni, con la prima parte del verso 21: “Al suo ritorno, il servo riferì tutto questo al suo padrone”. Ora credo che qui, fra i tanti, abbiamo fondamentalmente due insegnamenti, il primo dei quali è non ancorarsi sempre e necessariamente alla letteralità del testo, perché sembrerebbe che Gesù venga inviato altre due volte sulla terra ad annunciare il convito, cosa chiaramente impossibile. Piuttosto – secondo insegnamento – il suo “riferire tutto al padrone”, tradotto più correttamente come “signore”, ha connessione con le innumerevoli volte in cui pregò il Padre rapportandogli e discutendo con Lui di tutto, in particolar modo sul cosa, come e dove agire. E sappiamo che un giorno disse “Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (Matteo 21.43).

Abbiamo poi altri stimoli di riflessione offertici anche dal fatto che, come Gesù pregava il Padre rapportandogli ogni cosa, lo stesso facevano i discepoli con lui, in particolare al ritorno della loro missione quando leggiamo “Tornati dal loro giro, gli apostoli riferirono a Gesù tutto quello che avevano fatto” (Luca 9.10). Da qui il fatto che la preghiera non è, come purtroppo molti fanno, un elenco di ciò che ci necessita, ma soprattutto un esame, un rapportare quanto da noi operato per avere consigli, indirizzi, trovare soluzioni a problemi che devono essere soprattutto personali, per come affrontare dignitosamente il giorno, per correggere quei difetti e mancanze che sappiamo benissimo di avere e che possono rallentarci nella nostra vita cristiana.

Pregare, allora, non è facile perché prima bisogna essere di un’onestà assoluta prima con noi stessi perché chi ci ascolta non si può ingannare. E infatti, è scritto “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia – due cose –  e le altre cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo 6.19). Amen.

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13.20 – CHI INVITARE (Luca 14.12-14)

13.20 – Chi invitare (Luca 14.12-14)          

 

12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

 

            Siamo giunti al secondo intervento verbale di Gesù che, dopo aver parlato a quelli che cercavano i primi posti in quel convito sabatico, ora si rivolge proprio “a colui che l’aveva invitato” ed è proprio qui che credo risieda la corretta lettura delle parole che verranno.

Così come al gruppo degli invitati viene detto di fare attenzione a dominare la propria vanità spostando il concetto su un terreno spirituale e scritturale, il fariseo viene esortato a rifuggire dalla logica del “do ut des” alla quale non solo lui, ma tutti i presenti oltre a chi aveva alte cariche, erano abituati.

Le normali relazioni interpersonali, solitamente, sono utili a tutti e soddisfano il semplice e disinteressato piacere di stare insieme e condividere, ma raramente questo avviene tra le categorie sociali elevate in cui il ritrovarsi serve a consolidare conoscenze, alleanze o anche il semplice confronto tra pari per alimentare il proprio orgoglio, in altri termini specchiarsi l’uno nell’altro per scoprirsi membri di una stessa “corporazione”. Ricordiamo anche i pranzi o le cene di lavoro in cui perfetti sconosciuti sono costretti a confrontarsi e recitare una parte per ottenere un risultato commerciale.

            Le parole di Gesù che abbiamo letto, poi, rivestono ancora più valenza nel fatto che furono pronunciate ad un uomo che, seppure importante per carica, non viveva in un grosso centro urbano né poteva dirsi particolarmente addentrato nel vero potere, quello che stava a Gerusalemme, ma comunque teneva molto ai “ricchi vicini” (a parte parenti e fratelli, cioè appartenenti alla sua corporazione) per cui, sostanzialmente, il suo atteggiamento si configurava nel modo che abbiamo descritto. In pratica, alla franchezza e alla spontaneità delle relazioni, si era sostituito il calcolo e l’interesse, come prova lo stesso invito a Gesù, rivoltogli evidentemente per poter coglierlo in flagranza di chissà quale reato e non per avere a casa propria qualcuno che avrebbe potuto cambiare radicalmente il proprio destino spirituale.

            La stessa frase “perché a loro volta non t’invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio” rivela questa mancanza di apertura l’uno verso l’altro; “t’invito perché tu m’inviti” era una frase che certo non veniva mai pronunciata, ma che si poteva ascoltare, respirare, vedere in ogni gesto, in ogni sguardo, nella forma stessa del convito. Era una consuetudine che rendeva tutti prigionieri e il pranzo era una formalità da adempiere, come testimonia il fatto stesso che fosse di sabato, giorno in cui si mangiava ciò che era stato preparato il venerdì, quindi non certo lautamente, quindi chi era lì aveva un motivo che andava oltre al semplice piacere per il cibo. Questo motivo non era da ricercare in qualche strategia per ottenere un favore, ma bastava anche solo essere presenti lì, ammessi, invitati da una persona in vista per poter farsi notare o dire «io c’ero».

            Si trattava quantomeno della situazione psicologica (e dei suoi contrari) già descritta in Luca 6.32-35: “Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostro nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi – nel senso che non li tratta come meriterebbero ai nostri occhi-. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Da sottolineare sicuramente “Anche i peccatori fanno lo stesso” a conferma che il comportamento cristiano non può ricordare, avere alcuna parentela con quello del mondo.

            All’organizzatore del convito a questo punto viene detto, al posto dei propri conoscenti altolocati e magari parenti vari, di invitare ben altre categorie di persone: poveri, storpi, zoppi e ciechi, cioè quelli che nella società di allora sopravvivevano con molta fatica dovendo dipendere tutti da altrui interventi caritatevoli che certo erano prescritti dalla Legge, ma che raramente venivano effettuati con amore. Anche la parabola del “buon samaritano” che abbiamo esaminato mette in risalto un amore che non necessariamente sarebbe stato dovuto nei confronti della vittima dei predoni, che pure è alla base della cura di quell’uomo. E qui, come nelle parole di Gesù al fariseo, constatiamo l’amara verità del sistema in cui viviamo: ti assiste o finge di farlo (cassa integrazione, servizi sociali, etc.), ti cura o finge di farlo (medicina di base, ospedali), ma non ti ama o, peggio, in alcuni casi simula un interesse o un sentimento che non prova in alcun modo perché può essere “terapeutico”. La persona è così costretta a mendicare un’attenzione, un interessamento la cui sincerità non potrà mai andare oltre a quella di una frase di circostanza, pronunciata magari con tanto di volto apparentemente adeguato al caso di specie.

            Ecco allora che Nostro Signore sposta tutta la lettura degli intenti umani su un piano che non ha nulla di letterale nel senso che le istruzioni che dà sul modo di organizzare un convito o di curare una persona non hanno alcun valore se non si va alla radice interiore del problema, nostro e altrui perché altrimenti il ”far del bene” potrebbe diventare un alibi per la propria coscienza e finire per generare le stesse relazioni che s’instaurano fra “amici, fratelli, parenti e ricchi vicini”.

            Piuttosto, con l’invito a chiamare quelli che non possono contraccambiare, Gesù intende fare riferimento ancora una volta allo spogliare se stessi, a rinunciare a quanto abbiamo di caro visto nelle consuetudini, nei piaceri egoistici, a tutto ciò che porta al “volere”, “potere” ed “essere” di cui abbiamo accennato nelle scorse riflessioni.

Siamo nulla perché, se fossimo qualcosa, non moriremmo.

Sappiamo che il povero poteva sperare nella benevolenza di chi pranzava perché gli offrisse gli avanzi, ma non è questo di cui parla Gesù, che chiama in causa prima di tutto l’atteggiamento: devi trattare le persone allo stesso modo perché sono tuoi fratelli, in quanto appartenenti al tuo popolo ed è qui che si rivela la figura del “prossimo” che non può essere generalizzata come facciamo nel nostro tempo per cui, a quel tempo, un distacco, un disinteressamento nei confronti dell’altro era davvero una contraddizione: erano tutti figli di Abrahamo.

            Ancora una volta, nella lettura dei Vangeli, emerge quanto sia importante contestualizzare certi eventi o parole di nostro Signore pena un grosso fraintendimento, poiché parrebbe che qui sia in un certo qual modo “proibito” organizzare una cena coi nostri cari e venga “caldeggiato” di fare la stessa cosa con poveri o menomati, ma non è così, altrimenti si incorrerebbe nell’errore commesso da S. Luigi di Francia (Luigi IX, 1200 ca,) o la regina Edwige di Polonia (1300), entrambi santi per la Chiesa di Roma che, in ossequio a queste parole, mantenevano rispettivamente 900 e 1200 poveri senza che facessero nulla.

            Al contrario, Gesù qui parla ad un ebreo e lo invita a coinvolgere nelle sue iniziative altri ebrei che, non ricchi né benestanti, ma privi di un sostentamento, avevano comunque in comune una storia: anche loro, lo abbiamo citato, erano figli di Abrahamo, quindi della promessa del Cristo. Anche loro avevano una tribù d’appartenenza, forse diversa in quanto a nome, ma tutte facenti riferimento a Giacobbe, chiamato da Dio Israele, e ai suoi dodici figli. Tutti, ricchi e poveri, erano i discendenti di coloro che furono chiamati dalla schiavitù d’Egitto e liberati perché facenti parte del popolo che Iddio aveva scelto perché lo servissero e seguissero ed ecco perché non era concepibile che una classe sociale agiata non si occupasse di quelle più deboli, a parte quanto imposto dalla Legge.

A parte le norme sulla spigolatura, sul raccolto che non doveva essere meticoloso per dare l’opportunità al povero di nutrirsi, ricordiamo la regola della decima annuale e triennale: “Alla fine di ogni triennio metterai da parte tutte le decime del tuo provento in quell’anno e le deporrai entro le tue porte. Il levita, che non ha parte né eredità con te, il forestiero, l’orfano e la vedova che abiteranno le tue città, mangeranno e si sazieranno, perché il Signore, tuo Dio, ti benedica in ogni lavoro a cui avrai messo mano” (Deuteronomio 14.29). Si noti la presenza del “forestiero” che veniva accolto a condizione di integrarsi sul serio cioè accettando non solo le regole del popolo che lo ospitava, ma soprattutto aderendo al patto di Dio attraverso la circoncisione.

            Ricordiamo anche la festa delle Settimane: “Quando si metterà la falce nella messe, comincerai a contare sette settimane e celebrerai la festa delle settimane per il Signore, tuo Dio, offrendo secondo la tua generosità e nella misura in cui il Signore, tuo Dio, ti avrà benedetto. Gioirai davanti al Signore, tuo Dio, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te, nel luogo che il Signore, tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto: osserva e metti in pratica queste leggi” (Deuteronomio 16.9-12).

            L’aiuto ai deboli però andava ben oltre ad una fredda applicazione di una norma, ma doveva essere qualcosa di naturale, che sgorgasse da un cuore disponibile, come dalle parole di Isaia che, facendo da tramite con Dio, ricordò cosa fosse il vero digiuno: “Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” (58.7). Infine Proverbi 14.31 “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero lo onora”.

            C’è però una chiave di lettura, allora come oggi, che in questo episodio resta, ed è rinvenibile nella frase “sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (v.14): all’uomo naturale suona una contraddizione, perché quasi sempre la persona agisce per un tornaconto personale nel senso che, se dà, si aspetta qualcosa in contraccambio e non a caso, quando si dice “grazie”, plurale di “grazia”, si esprime riconoscenza, una amichevole dichiarazione di essere in debito per qualcosa.

            Se allora chi fa un favore, una cortesia, un gesto positivo nei confronti di qualcuno in un certo senso lega a sé la persona cui lo ha rivolto, non così accade per chi non può ricambiare ed è qui che sta la beatitudine nel senso che, se fossimo soli, potremmo ritenere sprecata una buona azione rivolta a chi non può ripagare, ma intervenendo il Dio che vede e che sa, questa persona riceverà la sua “ricompensa alla resurrezione dei giusti”, cioè quando ciascuno verrà giudicato secondo le sue opere perché “tutti dobbiamo comparire davanti al Tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Corinti 5.10).

            E questa frase è per i credenti di grande responsabilità, perché diretta a loro: l’incontro con Cristo non sarà come quello che certi uomini, vissuti ai tempi di Gesù, hanno sperimentato, cioè con una persona “umile e mansueta di cuore”, con Colui che “non è venuto per essere servito, ma per servire” ma con l’ “IO SONO”, “l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine” la cui visione provocò nell’apostolo Giovanni, che con Gesù aveva un rapporto particolare a differenza degli altri undici, un mancamento: “Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto” (Apocalisse 1.17). Sarà al Tribunale di Cristo che molti ultimi saranno primi e viceversa, perché i Suoi occhi, il fuoco “che farà la prova dell’opera di ciascuno” e la “spada a due tagli” che esce dalla Sua bocca selezioneranno, separeranno, vaglieranno in modo assolutamente perfetto nel senso che non sarà possibile, come nella giustizia umana, cercare un secondo o un terzo grado di giudizio per vedersi stornata la decisione del primo Tribunale a nostro favore.

            Notare il possessivo “tua ricompensa”, cioè qualcosa di adatto a te, perché ogni nostra azione ne ha una, nel bene e nel male e qui voglio concludere: se è vero che per ogni nostro sbaglio, errore o peccato più o meno di inavvertenza c’è il perdono di Dio qualora riconosciuto, confessato e lasciato, è altrettanto vero che per ogni volta che veniamo perdonati è richiesto un attento esame su noi stessi perché non abbiamo a ripetere lo stesso errore, ricordando l’esortazione “Va’ e non peccare più, che peggio non ti avvenga”. E per trarre beneficio da un errore occorre valutarsi molto, andando a cercare la genesi, sviluppo e compimento di quell’errore, o peccato. Anche questo rientra in quel processo che porta l’uomo nuovo a rinnovarsi “per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato”(Colossesi 3.10). Amen.

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13.19 – LA PARABOLA DEI PRIMI POSTI (Luca 14.7-11)

13.19 – La parabola dei primi posti (Luca 14.7-11)        

 

7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: «Cedigli il posto!». Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: «Amico, vieni più avanti!». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

 

            Nella precedente riflessione avevamo dedotto che Nostro Signore fosse arrivato con anticipo al pranzo proprio dal particolare espresso al verso settimo, “notando come sceglievano i primi posti”. Abituati a partecipare più o meno occasionalmente a pranzi o a cene di conoscenti più o meno cari, viene istintivo pensare a uno o più tavoli imbanditi con sedie, ma ai tempi e nei territori di Gesù non era così: si stava sdraiati sui triclinii, praticamente dei letti, che contemplavano la possibilità di avere tre posti – ecco la ragione del suffisso “tri” – il cui centrale era quello ritenuto più onorevole. Inoltre, tanto più il triclinio era vicino a quello del padrone di casa, tanto più il posto suscitava l’ambizione dei partecipanti, come osservò Gesù stesso in Matteo 22.6 quando, parlando dei farisei, disse “Si compiacciono nei posti d’onore nei banchetti”. I triclinii erano poi disposti attorno a una tavola centrale sulla quale trovavano posto i cibi e le bevande.

Ebbene, Gesù assisté alla corsa ai “primi posti” da parte di persone attratte dal fatto di sedere a fianco di chi li aveva invitati, illudendosi così di avere un posto importante in quell’occasione, senza pensare che quel capo fariseo non avrebbe consentito a uno qualsiasi di sedere accanto a lui. Di qui l’intervento di Nostro Signore, non certo teso a insegnare le buone maniere sul prender posto a tavola.

E il primo tema che viene trattato è il desiderio di primeggiare, presente da sempre nell’essere umano, in un modo o in un altro. È qualcosa che non ha nulla a vedere con chi ha posizioni di prestigio guadagnate per capacità e meriti – fatto ai nostri giorni sempre più raro –  ma che coinvolge coloro che, senza alcuna qualità, hanno raggiunto posti di riguardo grazie ad artifizi, sotterfugi, raccomandazioni. Qualora ciò accada – e purtroppo soprattutto nella nostra società è la regola –, quando si crea uno squilibrio tra i verbi “volere”, “potere” ed “essere”, il risultato non può essere che devastante.

Il primo insegnamento sulla parabola, allora, si può dire che riguardi l’ambizione, la stessa che avevano tutti quegli scribi e farisei – ad esempio – che non solo, come ricordato poco prima, si compiacevano “nei posti d’onore nei banchetti”, ma amavano farsi vedere pregare dalla gente o a tutti i costi farsi notare quando facevano l’elemosina, esempi proposti da Gesù nel Sermone sul Monte. Proprio in quell’occasione abbiamo l’invito a fare l’esatto contrario perché “Il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà ricompensa”.

Anche nella Chiesa abbiamo chi ambisce a posizioni di prestigio per pura vanità personale, senza interrogarsi se il ministero lo ha avuto da Dio come dono oppure se è un abito che si è cucito addosso, se ha ricevuto davvero dei talenti della cui gestione dovrà rendere conto, oppure è un “semplice” figlio di Dio, salvato per grazia, la cui presenza è importante nei radunamenti di Chiesa e per il quale comunque il Signore ha riservato altri compiti, dove con “altri” non s’intende meno onorevoli. Si tratta, è bene ricordarlo, di quel servitore cui è stata data la gestione di un talento, quindi qualcosa di ben di più di un nulla, da far fruttare esattamente come gli altri suoi colleghi che ne avevano avuti di più. Concettualmente, di base quindi, non ci può essere un credente superiore ad altri perché tutti sono comunque dei peccatori perdonati.

Tornando all’episodio, la ricerca dei primi posti in quel convito denotava la vanità e l’orgoglio dei partecipanti che agivano così senza pensare minimamente alla relazione che avevano col padrone di casa, che avrebbe gradito o meno la vicinanza dei suoi commensali. Entrambi questi sentimenti fanno parte dell’uomo naturale, esistono in maniera più o meno accentuata in base al suo carattere, ma sono alla radice del male; ricordiamo infatti Salmo 10.4 “Nel suo orgoglio il malvagio disprezza il Signore: «Dio non ne chiede conto, non esiste!»; questo è tutto il suo pensiero”. “Tutto” nel senso che, a prescindere da quanto possa fare e dire, la base è quella, priva da qualsiasi originalità e, partendo da essa, non può che proporre argomenti e temi che si riciclano da sempre, situazione che ha fatto scrivere a Salomone “Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole”(Qoelet 1.9,10). Ricordiamo invece Salmo 19.4 “Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere: allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato”.

Ricordiamo poi le censure più o meno velate espresse da Gesù in proposito al voler trasporre il metodo umano alle realtà spirituali ad esempio quando i dodici “discutevano tra loro su chi fosse il più grande”ottenendo da Lui una descrizione esattamente contraria alla visione umana di un “capo” (Luca 9.46), o più ancora, in un episodio che incontreremo, quando Salome, madre di Giacomo e Giovanni, Gli chiese che i suoi figli, nel Regno, potessero sedere l’uno alla Sua destra e l’altro alla Sua sinistra (Matteo 20.21). La risposta di Nostro signore fu “… sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato”(v.23).

E qui allora ci raccordiamo al nostro episodio, dove credo emerga in primo luogo la delicatezza di Gesù che, ai presenti, parla in modo tale da non urtarne la suscettibilità prendendo come esempio un convito nuziale, quindi esponendo una breve parabola. Occorre fare attenzione perché la parabola non è volta ad illustrare il convito nel Regno di Dio – compito che verrà svolto da altre –, ma della necessità dell’umiltà come metodo: chi viene invitato a nozze e sceglie un posto di riguardo senza che gli sia stato indicato, può incorrere nel rischio di magre figure una volta che, giunto qualcuno più importante di lui, costringa chi ha fatto l’invito a entrambi a dire all’usurpatore “Cedigli il posto!”. Infatti “L’orgoglio dell’uomo ne provoca l’umiliazione, l’umile di cuore ottiene onore”(Proverbi 29.23), lo raccordiamo alle parole “dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”(v.11) non come castigo ma perché, mentre l’usurpatore se ne stava seduto compiacendosi della posizione che aveva conquistato, altri più accorti di lui avevano occupato tutti gli altri spazi.

A questo punto possiamo vedere che lo stesso “ultimo posto”causa di umiliazione per l’orgoglioso, torna invece ad onore per chi lo avrà scelto di sua volontà vuoi per umiltà, prudenza o delicatezza nei confronti di chi lo ha invitato: “Va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene chi ti ha invitato ti dica: «Amico, vieni più avanti!». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali”(v.10).

Certo, con queste parole Gesù non intende fare scuola di bon ton ai presenti, che tra l’altro di questo mancavano vistosamente, ma dare loro una traccia per considerare quanto fosse distante quel comportamento dal metodo di ogni vero credente anche del loro tempo, perché “il timore di Dio è scuola di sapienza, prima della gloria c’è l’umiltà”(Proverbi 15.33 ribadito in 18.12 con la premessa “Prima della caduta il cuore dell’uomo s’innalza”) e infine, strettamente raccordato alla contingenza del momento, “Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: «Sali quassù!» piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante” (25.6.7). Ricordiamo che si tratta di versi che gli invitati al convito di quel fariseo dovevano conoscere e probabilmente conoscevano, ma che la religiosità aveva impedito loro di assimilare.

Quindi, se in un’occasione sotto certi aspetti banale come un convito nuziale, vale l’umiltà, quanto più andrà attuata nell’ambito del servizio nella Chiesa dove Gesù, a parte le raccomandazioni e le risposte date ai dodici dietro loro richiesta, proprio dopo l’episodio di Salome e della sua richiesta inopportuna, disse “Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra di voi, sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”(Matteo 20.25-28).

Si noti che con queste parole Gesù tronca sul nascere qualsiasi velleità nel senso che “chi vuole diventare grande”nella Chiesa o vuole essere “il primo”è chiamato a fare qualcosa che certamente non farà mai, farsi servitore e addirittura schiavo, posizioni incompatibili con chi è orgoglioso. Ricordo che quando da bambino leggevo il Vangelo ero molto attratto da come veniva esaltata l’umiltà a dispetto del mondo che mi circondava, certo piccolo, ma popolato da parenti che mi esortavano ad essere ambizioso e si stupivano quando mi sentivano dire che preferivo essere umile, il che non significa farsi calpestare, ma lasciare che fossero altri a seguire sentieri che alla fine li avrebbero umiliati.

Il commento finale di Nostro Signore alla sua breve parabola è lapidario, “perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”(v.11), frase importantissima non solo perché fa da ponte con un’altra parabola che verrà esposta di lì a poco, ma perché conclude in poche parole, nel nostro caso dodici, la fine di tutta l’esistenza della persona indipendentemente dal fatto che creda oppure no. Ha scritto un fratello che c’è nel cuore umano una tendenza naturale ad umiliare l’uomo arrogante e presuntuoso, ma non si trova la tendenza corrispondente ad esaltare chi è modesto e meritevole. Così va il mondo.

Ma “Dio resiste ai superbi e fa grazia agli umili”(Giacomo 4.6), “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri”(1 Pietro 5.5), perché? Perché nulla di ciò di materiale che abbiamo, cose, posizione sociale, meriti eventualmente acquisiti sul lavoro o nella nostra cerchia di conoscenze più o meno grande, potremo utilizzarla per avere una posizione nel mondo a venire. E rimarrà solo quanto avremo fatto e dato al prossimo in quanto figli di Dio. Amen.

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13.18 – L’UOMO IDROPICO (Luca 14.1-6)

13.18 – L’uomo idropico (Luca 14.1-6)      

 

1 Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 2Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. 3Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». 4Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». 6E non potevano rispondere nulla a queste parole.

 

            Non sfugge il fatto che, nel nostro commento, abbiamo tralasciato i versi da 13.21 fino alla fine dello stesso capitolo, che tratteremo più avanti; ciò è dovuto al fatto che Luca predilige una narrazione per quadri non cronologica ed è opinione comune che, all’episodio del miracolo della donna rattrappita, la guarigione dell’uomo idropico avvenne una settimana dopo. Ricordiamo infatti 13.22, “Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme”. Quali furono i contenuti dell’insegnamento di Gesù? Quelli che abbiamo letto e leggeremo, non potendo categoricamente stabilire dove questo venne impartito alle folle o ai singoli.

Ebbene Gesù, giunto in un villaggio innominato, si recò con anticipo rispetto all’ora di pranzo a casa di uno dei capi dei farisei, evidentemente da lui invitato. Certo, costui era una persona importante, poiché il termine “árchon” a lui riferito poteva indicare un membro dei Sinedrio, un capo della sinagoga o un Magistrato, oltre che naturalmente “uno dei capi dei farisei”.

Che il pranzo, frugale essendo sabato, non fosse ancora iniziato lo rileviamo dal verso 7, quando Gesù esporrà la parabola dei posti a sedere: “Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i posti”. Quindi la scena dei nostri primi due versi descrive questo: Gesù viene invitato a pranzo da “uno dei capi dei farisei”, giunge assieme ad altri (parte dei quali assisteranno all’episodio, altri arriveranno dopo) alla spicciolata e nota due cose: da una parte gli sguardi dei religiosi – abbiamo letto “stavano a osservarlo”, presumiamo in modo non amichevole – e dall’altra la presenza un uomo “malato di idropisia”, evidentemente in modo grave poiché la cosa era visibile.

L’idropisia, o anasarca, in realtà, più che una malattia, è il sintomo di una grave infezione interna che si manifesta con un edema generalizzato, cioè con un ristagno di liquido in tutto il corpo.

L’idropico appare come abnormemente rigonfio d’acqua, a tal punto da essere fortemente impedito nei movimenti ed avere bisogno di essere sorretto da altri e potrebbe trovarsi in quelle condizioni, insufficienza renale a parte, per insufficienza cardiocircolatoria, gravi affezioni del fegato, specialmente cirrosi. Possiamo immaginare la sofferenza di quella persona, impossibilitata a condurre una vita dignitosa ancor di più pensando alla calura che pativa più degli altri. Poteva soltanto cercare di sopravvivere, e col tempo aveva imparato a non turbarsi più di tanto per gli sguardi altrui di curiosità e compatimento. Nulla possiamo sapere di lui salvo che soffrisse, ma certo il suo disagio era visibile a chiunque perché si manifestava, appunto, come abbiamo visto.

Dalle parole “stavano a osservarlo”e “davanti a lui vi era un uomo malato”rileviamo che la vera natura dell’invito da parte del “capo dei farisei”poteva essere proprio questa: mettergli di fronte un infermo sperando che lo guarisse per poi usare quell’azione contro di Lui in un giudizio che sicuramente sarebbe avvenuto. Pare singolare, rispetto al precedente miracolo operato in giorno di sabato, che qui l’infermo è “davanti”a Gesù, mentre nella sinagoga “c’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni”: se la presenza di quest’ultima era “ordinaria” nel senso che evidenzia la volontà di partecipare all’assemblea e una frequenza presumiamo assidua, lo stesso non si può dire dell’idropico, che era là per una ragione sulla quale si esprimono due possibilità, cioè che fosse lì di sua volontà per chiedere a Gesù di essere guarito, oppure secondo un piano dei farisei che, sapendo la posizione del loro avversario sul punto, desideravano porre le premesse per un nuovo miracolo in giorno di sabato e quindi accusarlo.

Anche se è giusto porre attenzione a non far dire a Luca ciò che ha omesso, credo che il modo con cui Nostro Signore esordisce, cioè chiedendo proprio ai suoi oppositori “È lecito o no guarire in giorno di sabato?”, sia stato un modo per coglierli di sorpresa e costringerli a dargli un parere. E, infatti, tacciono perché, se avessero risposto di sì, avrebbero annullato tutte le accuse precedenti in proposito, ma se il parere fosse stato negativo, loro che avevano il dovere di spiegare la legge al popolo, avrebbero anche dovuto citare un passo, scritturale e non della loro tradizione, che contenesse la proibizione di guarire qualcuno in quel giorno.

È a questo punto che Gesù fa qualcosa di particolare, prende per mano quell’uomo, un’azione che personalmente mi stupisce molto di più del fatto che lo guarisce e lo licenzia: furono infatti quattro le persone che furono prese in quel modo: la suocera di Pietro, la figlia di Jairo, il ragazzo epilettico di Marco 9.27 e infine l’idropico, un numero importante, il quattro, applicato a persone in balia di forze esterne dalle quali non riuscivano, né avrebbero mai potuto, liberarsi. Possiamo dire, alla luce non solo dell’esperienza di queste persone, che Gesù interviene là dove altrimenti non esisterebbe prospettiva, speranza, soluzione e cammino. E tutte le guarigioni da lui operate si trovano qui riassunte, parlandoci il quattro dell’essere umano e di ciò di cui ha bisogno.

La guarigione dell’uomo idropico – raccontata da Luca che era medico – è un’altra non richiesta dal diretto interessato, per quanto non possiamo escludere che tra i due sia intercorso un dialogo muto, fatto di soli sguardi. Se era là perché aveva saputo della presenza di Gesù e voleva guarire, o perché lì posto dai farisei quale strumento delle loro congiure, fu liberato comunque da una condizione certamente penosa e umiliante.

Dopo averlo preso per mano, Gesù lo guarisce – e non poteva essere altrimenti – e lo congeda: perché, se stava per consumarsi un pasto cui avrebbe potuto partecipare? È una domanda assurda: guarito dalla malattia, che in realtà erano due in quanto l’idropisia era piuttosto un sintomo, una reazione del corpo ad un’altra patologia spirituale, era giusto che stesse da solo a gioire per il proprio ristabilimento in salute, ma soprattutto pensare al privilegio ricevuto; Gesù, come aveva fatto con tanti comunque, lo aveva visto, aveva compreso il suo dolore di vivere, ed era intervenuto prendendolo per mano il tempo strettamente necessario perché guarisse. Era come se avesse voluto percorrere con lui il percorso di guarigione, a dirgli “con me guarisci, senza di me rimani quello che sei, anzi peggiori”. Una volta ciò avvenuto, stava a quell’uomo trarre le conclusioni del caso.

Una nota molto importante va fatta nel modo in cui è stato tradotto il verso 5, “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo…”che si basa su una versione errata del testo in cui l’originale “asino”viene tradotto con “figlio”non per imperizia, ma per un voler enfatizzare il verso dall’anonimo copista del greco che sostituì “uiòs”(figlio) all’originale“ònos”(asino) rendendo così difficile capire il senso del verso che, così composto, porrebbe sullo stesso piano un figlio a un bue, cosa chiaramente impossibile.

In realtà Gesù, con le sue parole, volle mettere in risalto come, se la compassione verso gli animali avrebbe spinto i suoi oppositori ad intervenire a loro vantaggio con un animale di loro proprietà, in giorno di sabato, compiendo certamente degli sforzi da paragonare a un lavoro, Lui avrebbe potuto guarire senza sforzo una persona che, rispetto a quelle creature, era certamente più importante, cioè un essere umano, alle origini fatto a immagine e somiglianza di Dio.

Citando l’asino e il bue Gesù si rifà a Esodo 23.5 e Deuteronomio 23.4, in cui è scritto “Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico”e “Se vedi l’asino di tuo fratello o il suo bue– ecco perché “figlio”non ha senso – caduto lungo la strada, non fingerai di non averli scorti, ma insieme con lui li farai rialzare”.

Abbiano quindi Nostro Signore che cita due passi di Scrittura da una parte, ma i farisei dall’altra che “non potevano rispondere nulla a queste parole”, Diodati aggiunge “in contrario”. Perché alla parola di Dio non possiamo mai opporre qualcosa e perché “IO” trova senso solo se affiancato alla D: toglierla, trascurarla, escluderla, implica uno squilibrio che non può che portare alla rovina.

Credo che vi sia un altro significato alla domanda di Gesù, perché parla di un animale caduto “in un pozzo”e non, come da testo della Legge, oppresso da un peso importabile: se la situazione originaria ci richiama immediatamente al verso in base al quale “il mio gioco è dolce e il mio carico leggero”perché Gesù soccorre sempre l’uomo per primo e lo libera, l’esempio dell’animale caduto suggerisce la sorte che affronta chi si ritrova intrappolato in una condizione senza averla voluta. E, spiritualmente, non esiste essere umano che non assomigli all’animale nel pozzo: per farlo, basta venire al mondo, nascendo inevitabilmente imperfetti e, dopo i pochi anni passati nell’innocenza, s’impara presto a mentire per i propri scopi, a volere, a barare, a cercare una felicità che, al di fuori dell’intervento del Cristo, non può essere raggiunta. Ecco allora che poco importa che quest’uomo sia andato a quel pranzo di sua volontà o fosse stato messo lì dai farisei perché, in ogni caso, cessò di essere una pedina, di se stesso o di altri.

Credo quindi che Gesù, congedando l’uomo idropico, lo abbia voluto porre nelle condizioni di scegliere cosa fare e soprattutto da quale parte stare, quale posto occupare nella sua vita interiore ed esteriore, cosa comunicare, a chi darsi dopo un periodo, che non possiamo quantificare, in cui aveva provato su di sé gli effetti del peccato e dell’imperfezione visto nella malattia che lo aveva afflitto. E sono convinto che il ricordo del calore di quella mano che per un attimo lo aveva preso lo portò con sé per tutta la vita. Amen.

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13.17 – LA DONNA INFERMA (Luca 13.10-17)

13.17 – La donna inferma (Luca 13.10-17)

 

10Stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 11C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. 12Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». 13Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.14Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». 15Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? 16E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?». 17Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

 

            Con questo episodio ci troviamo di fronte al sesto miracolo dei sette operati da Gesù in giorno di sabato. Ricordiamo

  1. L’indemoniato nella Sinagoga di Capernaum (Luca 4.31-37);
  2. La suocera di Pietro (38-41);
  3. L’uomo dalla mano rattrappita (Luca 6.6-11);
  4. Il paralitico di Betesda (Giovanni 5.9-18);
  5. Il cieco nato (Giovanni 9);
  6. La donna inferma;
  7. L’uomo idropico (Luca 14.1-6).

Nulla sappiamo del villaggio in cui avvenne questo miracolo se non che l’itinerario di Nostro Signore prevedeva come destinazione finale Gerusalemme, il suo penultimo poiché, qualche verso più avanti in questo stesso capitolo, leggiamo che “Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme”(22).

Gli argomenti su cui soffermare la nostra attenzione sono tanti a partire dal fatto che Gesù vede la donna inferma soltanto mentre parlava, o alla fine del suo discorso. Certo sapeva che l’avrebbe incontrata e guarita anche prima di entrare nella Sinagoga, essendo il Dio Onnisciente.

Altro elemento importante, così come avvenuto col paralitico di Betesda, malato da 38 anni, è appunto la durata della malattia che Luca quantifica in 18 anni, numero che ci parla prima di tutto del dominio e della potenza distruttrice del peccato sull’uomo, essendo agevole vedere nel 18 il risultato di un 6+6+6. Diciotto è un numero che ci parla di dipendenza, subordinazione e schiavitù, come da Giudici 3.14 che quantifica in questi anni la durata della schiavitù degli israeliti a Eglon, re di Moab. Poi abbiamo il giudizio, sempre su di loro, relativo al fatto che “Gli israeliti continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal, le Astarti, gli dei di Aram, gli dèi di Sidone, gli dèi di Moab, gli dèi degli Ammoniti e quelli dei Filistei, abbandonarono il Signore e non lo servirono più. L’ira del Signore si accese contro Israele e gli consegnò nelle mani dei Filistei e degli Ammoniti. Questi afflissero e oppressero per diciotto anni gli Israeliti e tutti i figli di Israele che erano oltre il Giordano, nella terra degli Amorrei in Galaad”(Giudici 10.6-8).

Diciotto sono gli anni che ebbe Ioachin quando iniziò a regnare su Gerusalemme, ma di lui è scritto che “fece ciò che è male agli occhi del Signore”(2 Re 24.8) e fu solo per tre anni perché Nabucodonosor poi lo deportò a Babilonia: “Deportò tutta  Gerusalemme, cioè tutti i comandanti, tutti i combattenti, in numero di diecimila esuli, tutti i falegnami e i fabbri; non rimase che la gente povera della terra”(v.14). Possiamo ricordare anche le diciotto mogli (e sessanta concubine) di Roboamo, che “Quando il regno fu consolidato ed egli si sentì forte, abbandonò la legge del Signore e tutto Israele lo seguì”(2 Cronache 11.21 e 12.1). Nel Vangelo, infine, abbiamo letto delle “diciotto persone sulle quali crollò la torre di Siloe”(Luca 13,4).

Ecco allora cosa si cela dietro gli anni d’infermità di quella donna che, nella Sinagoga di un villaggio innominato, ascoltava le spiegazioni di Gesù su un passo della Scrittura che Luca non ha specificato.

Abbiamo poi la descrizione dell’innominata che si caratterizza attraverso due situazioni la prima delle quali è che “uno spirito la teneva inferma”e  poi “era curva e non riusciva in alcun modo a stare dritta”(v.11). E qui risiede l’importanza della situazione perché il testo non parla di una persona indemoniata che aveva manifestazioni di squilibrio mentale (infatti non sarebbe stata ammessa all’assemblea), ma del vero motivo della sua infermità: era “uno spirito”, in questo caso una forza ostile facente comunque capo all’Avversario, ricordiamo le parole “Questa figlia di Abrahamo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni”(v.16).

 

La malattia, dal raffreddore alle metastasi, è sempre il frutto del peccato inteso non come qualcosa di specifico, ma della condizione di errore che abbiamo ereditato. Quando i nostri progenitori infransero l’unico comandamento ricevuto, infatti, scoprirono di essere nudi, quindi senza difese in assoluto, anche dagli agenti patogeni che si sarebbero manifestati in futuro. Le malattie, a prescindere dalla loro curabilità, e la morte sono allora gli effetti naturali, la conseguenza di questa infrazione originaria e non di uno spirito che debba per forza manifestarsi sempre e comunque.

Nonostante abbiamo un corpo soggetto ad ammalarsi anche a seguito di un sistema immunitario non sempre efficiente, ciò non toglie che l’uomo possa essere bersaglio di infermità che l’Avversario può gestire, come insegna il libro di Giobbe.

La domanda allora non è se tutte le malattie incurabili siano causate da uno spirito d’infermità né, come abbiamo letto nel Vangelo, cosa possa avere fatto una persona per caderne vittima, ma piuttosto va tenuto presente che ci sono dei casi in cui questo spirito negativo agisce. Il mutismo, la sordità, la cecità o altre gravi patologie possono avere indubbiamente una genesi traumatica, genetica o meccanica, ma la Scrittura ci dice che, in alcuni casi, potrebbero essere causati da una forza negativa attribuibile a Satana che, nel caso della donna del nostro episodio, agiva sui muscoli e le vertebre. E solo lo Spirito Santo può essere in grado di distinguere se le condizioni in cui versa la persona siano dovute a cause squisitamente mediche oppure il motivo dell’infermità sia un altro. Affermare che ogni malattia, anche specifica, sia dovuta ad uno spirito del male, vuol dire banalizzare una verità scritturale e abbracciare così la superstizione e l’incoscienza. In altri termini, se a quei tempi fossero esistite le radiografie, le RMN o le TAC, si sarebbe potuto constatare una condizione del corpo identica a quella che potrebbe avere oggi una persona nelle stesse condizioni, con la differenza che in quel caso, ad agire, era uno spirito impuro che aveva preso possesso di un corpo e, se gli fossero state somministrate le cure di cui possiamo disporre oggi, non avrebbero dato alcun risultato..

La donna guarita da Gesù è figura di tutti coloro che, vivendo senza Cristo nella loro vita, sono incapaci di muoversi dignitosamente a prescindere che siano più o meno sani. Al di là del paralitico, bloccato in ogni movimento o quasi, questa poteva spostarsi, camminare, ma guardando costantemente verso il basso. La visione dell’azzurro le era preclusa. Ecco allora che il significato di questa guarigione è enorme proprio perché ha riferimento col fatto che veramente Cristo Gesù libera non solo dalle infermità gravi, totalmente invalidanti, ma anche quelle che penalizzano in modo “parziale”, tra virgolette perché la sofferenza di quella donna era grande a prescindere.

Il significato di questa guarigione è da ricercare nella costrizione a guardare verso il basso, la terra e nient’altro, come qualunque uomo o donna non liberato/a.

Il testo ci dice che “Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia»”: prendere atto della condizione in cui versava quella persona era cosa che facevano tutti, ma solo Lui la chiama a sé, cioè la invita. Se lei non Lo avesse ascoltato, non avremmo avuto la guarigione. Anche qui, il tutto avviene per iniziativa di Nostro Signore ed è il terzo miracolo in tal senso dopo il figlio della vedova a Nain e il paralitico a Betesda, personaggi per i quali Gesù provò una compassione tutta particolare dovuta al suo leggere le persone andando oltre la sofferenza che provavano per la malattia (e il dolore, per la vedova).

Anche qui degna di sottolineatura è la reazione dell’inferma che, una volta raddrizzata “glorificava Dio”, frase sulla quale ci siamo già soffermati in un altro episodio, ma è bello ribadire come attribuì a Lui, e al Figlio Tramite del Padre, la guarigione. Lei, in quanto “figlia di Abrahamo”, quindi della promessa lui fattagli da Dio, doveva essere “liberata da questo legame”che non aveva scelto e per il quale, forse, aveva smesso di pregare ritenendolo non risolvibile nell’attesa che venisse guarita con modi e in un momento che non si sarebbe mai aspettata.

Il tema dell’episodio è quindi quello dell’incontro con Gesù, purtroppo oggi sempre più raro perché ciò che viene predicato è in gran parte un cristianesimo “sociale”, una religione che fa a gara con quelle umane per attrarre uomini e donne “di buona volontà”, tutti pronti ad apparire sempre, ma mai a guardarsi dentro, a rinnovarsi. In altre parole, viene bandita la fede, quella che contraddistingue il cristianesimo dalle credenze delle religioni e non a caso è scritto “Senza fede è impossibile piacergli” (Ebrei 11.6). “Senza fede”, non “apparenza”.

Papa Ratzinger ebbe a scrivere importanti parole al riguardo, e cioè che la parola “credo” indica “conversione”, “cambiamento di mentalità”, “svolta dell’essere” e così permette agli uomini di condurre una vita “veramente umana”, quella che per quanto mi riguarda oggi è del tutto assente da una società sempre più propensa al precipitare, al collassare all’interno di se stessa. La fede mai è semplicemente una raccolta di dottrine, formule aride e datate da difendere con ostinazione – e qui vediamo la reazione del capo della Sinagoga – perché altrimenti sarebbe senza vita.

E l’incontro di Gesù con la donna inferma rappresenta proprio questo, l’incontro fra il vecchio e il nuovo, fra la religione che tutto vorrebbe stigmatizzare, regolare, rinchiudere in una pratica o un rito, e la libertà, l’eternità, l’immenso. E tutto ciò, quando si verifica, accade con una semplicità disarmante perché – cito sempre Ratzinger – “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Credo sia per questo che vi sia stata la lode, da parte di quella donna ma non dell’arcisinagogo, al Dio Vivente e Vero. Quel miracolo, infatti, ha riferimenti he vanno ben oltre alla terribile malattia in atto da diciotto anni.

Dopo aver letto la replica di Gesù sulla questione del sabato, abbiamo un’altra testimonianza della Parola che libera: gli avversari di Gesù infatti “si vergognavano”– anche se la traduzione corretta sarebbe “furono confusi”–, ma la folla, tanto disprezzata dagli scribi e farisei, “esultava per tutte le meraviglie da lui compiute”.

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13.16 – LA PARABOLA DEL FICO STERILE (Luca 13.5-9)

13.16 – La parabola del fico sterile (Luca 13.5-9)   

 

6Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». 8Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai»».

 

            Viene spontaneo supporre che Nostro Signore, che non lasciò mai nulla d’intentato per recuperare le Sue creature, espose questa parabola per far capire ai presenti cosa significasse la Sua presenza in mezzo a loro e dare la descrizione di quanto avrebbe fatto. Ora credo che l’attenzione del lettore debba per ora concentrarsi sui due alberi citati, perché la presenza del fico in una vigna è per noi anomala: abituati a una mentalità che vede la produzione e il guadagno al primo posto, quindi a una coltivazione intensiva che sfrutti ogni metro quadrato di terra, la presenza di un albero estraneo ci sembra uno spreco. Al contrario, ai tempi di Gesù ma anche prima, era frequente trovare un albero di fichi tra le viti ed era sinonimo di pace e prosperità, come da 1 Re 5.5 quando, sotto Salomone, “Giuda e Israele erano al sicuro; ognuno stava sotto la propria vite e sotto il proprio fico, da Dan fino A Bersabea, per tutti i giorni di Salomone”. Ancora, ricordiamo le parole del re d’Assiria al popolo: “Fate la pace con me e arrendetevi. Allora ognuno potrà mangiare i frutti della propria vigna e del proprio fico e ognuno potrà bere l’acqua della sua cisterna”(2 Re 18.31).

Dando un rapido excursus su ciò che questa pianta rappresenta, vediamo che è la prima, dopo gli alberi “della vita”e “della conoscenza del bene e del male”, a trovarsi in Eden. A differenza dei primi due, però, ci parla di qualcosa di temporaneo e soprattutto non adeguato a risolvere appieno i problemi dell’uomo, come leggiamo in Genesi 3.7: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Questa conoscenza fu per Adamo ed Eva sconvolgente, perché per la prima volta nella loro vita si videro per quello che erano, privati dell’innocenza che li aveva caratterizzati fino ad allora: la loro non fu una vergogna dovuta dal fatto che i loro organi sessuali erano esposti, ma perché il loro corpo aveva perduto lo splendore che aveva. Consci di questo, cercarono di porvi  rimedio prendendo le foglie grandi del primo albero a portata di mano e intrecciandole, ma scoprirono subito che questo serviva a ben poco, del tutto inutile per il recupero dell’identità, nobiltà e soprattutto dignità perduta. Per questo c’è chi ha ipotizzato che fosse stato proprio il fico ad essere l’albero di cui l’Avversario aveva esortato Eva a mangiarne i frutti.

Il fico, inoltre, ci parla di sostituzione, di passaggio da una condizione di inadeguatezza ad un’altra di idoneità a seguito di un intervento di Dio, poiché sappiamo che quelle “cinture”che i nostri progenitori si erano fatte furono sostituite da un vestito fatto con pelli di animali: “il Signore Dio  – Lui e nessun altro – fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì”(3.21).

Accanto quindi all’utilità di questa pianta e dei suoi frutti, che venivano impiegati anche per scopo medicinale (l’impiastro sull’ulcera di Ezechia in 2 Re 20.7 e Isaia 38.21 a lui correlato), il fico è anche sinonimo di riposo, preghiera e studio della Torah come nel caso di Natanaele cui Gesù disse “Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto sotto l’albero di fichi”(Giovanni 1.48), ma per la comprensione della nostra parabola va tenuto presente l’intervento di Dio che può essere in salvezza o in giudizio.

Quanto mai attinente è il capitolo 24 di Geremia cui gli viene spiegato il significato di una visione: “Il Signore mi mostrò due canestri di fichi posti davanti al tempio del Signore dopo che Nabucodonosor, re di Babilonia, aveva deportato da Gerusalemme Ieconia, figlio di Ioakim, re di Giuda. I capi di Giuda, gli artigiani e i fabbri li aveva condotti a Babilonia. Un canestro era pieno di fichi molto buoni, come i fichi primaticci, mentre l’altro canestro era pieno di fichi cattivi, così cattivi che non si potevano mangiare, Il Signore mi disse: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Dei fichi, i fichi buoni sono molto buoni, quelli cattivi sono molto cattivi, tanto che non si possono mangiare»– l’uomo, senza rivelazioni di Dio, non può che constatare l’ovvietà delle cose -. Allora mi fu rivolta questa parola dal Signore: «Così dice il Signore, l’Iddio d’Israele: come si trattano con riguardo i fichi buoni, così io tratterò i deportati di Giuda che ho mandato da questo luogo nel paese dei Caldei.– notare “che ho mandato”, quindi la lettura della storia, di ogni storia umana, ha un suo perché spirituale che va al di là di ciò che accade in sé –. Poserò lo sguardo su di loro per il loro bene; li ricondurrò in questo paese, li edificherò e non li abbatterò, li pianterò e non li sradicherò mai più. Darò loro un cuore per conoscermi, perché io sono il Signore; saranno mio popolo e sarò il loro Dio, se torneranno a me con tutto il cuore. Come invece si trattano i fichi cattivi, che non si possono mangiare tanto sono cattivi, così dice il Signore, così io tratterò Sedecia, re di Giuda, i suoi capi e il resto di Gerusalemme, ossia i superstiti di questo paese, e coloro che abitano nella terra d’Egitto. Li renderò un esempio terrificante per tutti i regni della terra, l’obbrobrio, la favola, lo zimbello e la maledizione in tutti i luoghi dove li scaccerò. Manderò contro di loro la spada, la fame e la peste, finché non saranno eliminati dalla terra che io diedi a loro e ai loro padri”.

 

Il fico e la vigna della parabola stanno in un terreno unico, di proprietà di Dio, accuratamente separato dal resto del podere, la cui cura è stata affidata a una persona di Sua assoluta fiducia e infatti il Figlio, come Parola, ha sempre abitato e coltivato coloro che sono Suoi. È  proprio quest’ultimo albero, la vite, a parlarci di responsabilità, come rileviamo dalla parabola dei contadini omicidi di Luca 20.9-16. Inoltre, la vite-vigna ci parla del progetto e della cura visibile di Dio sul Suo popolo: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai aperto le brecce nella sua cinta e ne ha vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolato le bestie nella campagna” (Salmo 80.9-14).

Da questo passo, sorprendentemente legato a quello di Geremia 24 e al nostro, vediamo che entrambi, fico e vite, non sono autonomi nel loro sviluppo, ma hanno bisogno di cura e assistenza che non può che venire da Dio. E qui è impossibile non pensare a Gesù, in Giovanni 15 1-7 disse “Io sono la vite vera e il Padre mio l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio ce porta frutto, lo pota perché porti più frutto.(…) Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”.

A questo punto è facile vedere nella vite ciò che vive nel e per l’amore di Dio e che da Lui stesso trae nutrimento – Israele prima e la Chiesa poi – e nel fico un albero piantato perché desse frutto senza che ciò avvenisse, quindi simbolicamente l’Israele di allora che da lontano appariva come un fico rigoglioso, ma una volta avvicinatosi il padrone della vigna risultava non avere quei frutti che prometteva in apparenza.

Anche qui è necessaria un’interpretazione che non sia a senso unico perché indubbiamente Gesù parla agli uomini del suo tempo, ma anche a noi e allora il fico va identificato sì nell’Israele che non portò alcun frutto nonostante i tre anni di ministero di Nostro Signore, ma anche in tutti coloro che nella Chiesa appaiono “belli di fuori”, ma dentro non hanno saputo sviluppare nulla nonostante la Sua presenza continua in essa, “tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

Rimanendo però allo stretto argomento della parabola, vediamo che il padrone “Venne a cercarvi dei frutti, ma non ne trovò”, decretando la condanna della pianta: come ha scritto un fratello, “I frutti che Dio si aspettava dai Giudei, e che egli aspetta da ciascuno di noi, sono quelli della giustizia, di un cuore convertito, una volontà rinnovata, degli affetti rivolti a lui e una vita consacrata al suo servizio. Le foglie di professioni di fede e i fiori di promesse non bastano”.

Dalle parole del proprietario della vigna vediamo che questi non mette affatto in dubbio che il vignaiolo non abbia cercato di prendersi cura del fico e infatti non vi è per lui alcun rimprovero, ma solo l’ordine di eliminare la pianta perché avrebbe impoverito il terreno.

Da notare le parole del lavorante, che chiede la possibilità di prendersi cura dell’albero un altro anno nonostante il suo essere sterile: chiede un periodo in cui si occuperà di lui ancora di più, come un medico si prodigherebbe per salvare la vita ad un malato grave. Gli avrebbe zappato attorno e gli avrebbe messo il concime.

Tre anni di Ministero di Gesù non furono sufficienti a che il fico desse frutto? Poco importa, ve ne sarebbe stato un altro, figura del richiamo attraverso inviti continui: “La sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la sua voce; nei clamori della città essa chiama, pronuncia i suoi detti alle porte della città: «Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienza e gli spavaldi si compiaceranno delle loro spavalderie e gli stolti avranno in odio la scienza? Tornate alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il io spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole. Perché vi ho chiamati ma avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno se ne è accorto. Avete trascurato ogni mio consiglio e i miei rimproveri non li avete accolti; anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando come una tempesta vi verrà addosso il terrore, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, quando vi coglieranno angoscia e tribolazione. Perché hanno odiato la sapienza e non hanno preferito il timore del Signore, non hanno accettato il mio consiglio e hanno disprezzato ogni mio rimprovero”(Proverbi 1. 20-30).

L’anno in più che il vignaiolo chiede al padrone del campo, a differenza degli altri tre, credo che non possa venire quantificato altrimenti se non con un periodo dato all’uomo per rinunciare agli inganni che si è autoinflitto, al termine dei quali non potrà che essere gettato nel fuoco. Nel fico, allora, abbiamo non soltanto Israele, ma tutti coloro che, nella Chiesa, non portano frutto accontentandosi delle apparenze, appunto dell’avere rami e foglie quindi frequentare le assemblee, pregare meccanicamente impiegando formule imparate a memoria, magari impegnandosi in opere di carità, ma senza alcuna scintilla in loro, senza rinunciare a nulla di ciò che ritengono li caratterizzi nella vita, sociale o con se stessi non importa.

Per concludere, per quanto possa dirsi concluso un commento alla Scrittura che è infinita, a conferma del comportamento di Dio verso il suo popolo, possono citarsi due passi importanti di Isaia, uno sulla cura e un altro sul giudizio: “Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che si danneggi ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme”(Isaia 27.3,4).

Dal secondo passo, invece, vediamo che se la vigna non riconosce tutte queste attenzioni, subirà il seguente destino: “Che cosa dovevo fare ancora alla mi vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La ridurrò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni”(Isaia 5.5-7).

Ecco allora la severa necessità che abbiamo, sempre, di guardare dentro di noi, perché non possiamo porre resistenza agli interventi di Dio nella nostra vita per poter portare un frutto a Lui gradito e accettevole. Amen.

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13.15 – SE NON VI CONVERTITE (Luca 13.1-5)

13.15 – Se non vi convertite (Luca 13.1-5) 

 

1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

 

            Ci troviamo di fronte a un passo che, concettualmente, potrebbe essere considerato imparentato con quello in cui i discepoli, vedendo un uomo nato cieco e ritenendo la sua condizione dovuta a un’infrazione alla Legge, chiesero a Gesù chi avesse peccato, lui o i suoi genitori. Se però allora la risposta fu “Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”, qui leggiamo “No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”: radice comune, quindi, vista nella negazione dell’opinione diffusa secondo cui un male materiale trovava la sua spiegazione in un male morale a monte. Però la “desinenza” è diversa.

Venendo ai fatti storici che vengono citati, il sangue dei Giudei e la torre di Siloe, va detto che non se ne trova traccia nella storia del tempo nel senso che Giuseppe Flavio non li riporta, ma è certo siano avvenuti perché Luca ne parla come se si trattasse di un fatto noto ai suoi lettori del tempo, primo fra tutti il sommo sacerdote Teofilo cui ha dedicato il Vangelo e gli Atti. Fra le ipotesi formulate in proposito quella che ha maggior credito vede in “quei galilei”degli Zeloti, setta fondata da Giuda il Galileo che, quando Augusto ordinò il pagamento delle tasse, insegnò ai suoi concittadini che non era lecito pagare il tributo a Cesare. Viene spontaneo allora ricordare la domanda posta a Gesù da alcuni farisei ed erodiani che “…vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?»”(Marco 12.14). Sappiamo la risposta, “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”, cose difficili entrambe.

La strage di quei galilei nel Tempio potrebbe allora essere avvenuta nel corso di uno dei numerosi tumulti che si verificavano, prodotti da loro a Gerusalemme per le feste, quando appunto la città era particolarmente sorvegliata dalle truppe di Roma. Invero di tumulti ve n’era stato in particolare uno, di Giudei, che protestarono perché Pilato aveva sottratto del denaro dalla cassa del Tempio per la costruzione di un acquedotto: a quel punto, il prefetto romano ordinò ai suoi soldati di mescolarsi coi dimostranti e di percuoterli con bastoni. Giuseppe Flavio testimonia che molti giudei morirono per i colpi ricevuti o per la calca della folla in tumulto.

Il crollo della torre, poi, è stato individuato nel cedimento di una delle torri costruite a salvaguardia dell’acquedotto che portava l’acqua alla piscina di Siloe a Sud dell’angolo orientale di Gerusalemme.

Riassumendo: Gesù viene interpellato a proposito dei due episodi che Luca ha riportato, in cui delle persone morirono, alcuni – viene a pensare – di spada, altri schiacciati dai massi e detriti della torre; l’importante, come accennato all’inizio, non era tanto lo specificare che ciò che era avvenuto a quelle persone non era una punizione per i loro peccati, ma, parole identiche in entrambi i casi, “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”, quindi di morte violenta che non penso sia riferita a quella del corpo.

“Se non vi convertite”è quindi l’unica indicazione che Gesù dà ai suoi interlocutori per evitare la morte e possiamo dire che la Sua sia una frase che, per quanto già annunciata da Giovanni Battista (“Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino”), sia un tassello importante per comprendere altre Sue parole.

Apriamo una breve parentesi sulla conversione e l’incontro con Gesù e consideriamo ad esempio Giovanni 6.35, “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”: possiamo stabilire che il “viene a me”presume un percorso animato da una ferma volontà di risoluzione. Se così non fosse, infatti, sarebbe tutto inutile, sarebbe un po’ come fanno quelle persone che si rivolgono a un medico, ma poi, quando propone una cura che a loro non sta bene, pretendono di continuarla a modo proprio, chiaramente non guarendo. Ora invece sappiamo dalla storia che ci propone il Vangelo che, prima ancora che Gesù si presentasse ufficialmente al mondo, c’era un invito al ravvedimento tramite la conversione. Appunto, “Se non vi convertirete”, cioè non vi trasformate divenendo qualcosa di diverso da quello che adesso siete.

Un tempo ero convinto che la conversione fosse la rinuncia a tutte quelle abitudini che avevo naturalmente ereditato dal mondo: con sofferenza, ma anche con entusiasmo, ho allora rinunciato a tante cose che purtroppo, presto o tardi, si ripresentavano in tutta la loro forza non avendo io capito che il privarsi di qualcosa può essere fatto solo quando si è compreso nel profondo il vantaggio che questo comporta. Se ci pensiamo, è quello che successo agli apostoli quando, una volta chiamati da Gesù, lasciarono ogni cosa e lo seguirono. E nessuno di loro tornò indietro alle loro vecchie abitudini e alla relativa tranquillità della vita di sempre. Nel mio caso, il “lasciare” degli apostoli lo riferisco all’orgoglio, alla volontà di possedere cose e persone, al valore che davo a quanto mi apparteneva e all’opinione che avevo di me stesso.

“Convertirsi”, per me, era tutto sommato un modo di presentarmi agli altri come qualcosa di diverso, ma era anche purtroppo un vestito che indossavo per non mostrare quello che effettivamente ero, cioè una persona che, per quanto animata da “nobili propositi”, era immatura e si nascondeva sotto quell’abito sperando che gli altri non notassero i disagi o le problematiche nelle quali mi dibattevo. Mi era sconosciuto il concetto che la “conversione” altro non era che diventare un tutt’uno col mio Signore e Salvatore, ferma restando la realtà della carne contrapposta a quella dello Spirito. Se è vero che ci si converte una volta, lo è altrettanto che pressoché quotidianamente si presenterà la scelta se agire in un modo o in un altro, secondo lo spirito o la carne. Ecco perché siamo provati ogni giorno. La conversione allora si basa proprio sulla convinzione, corroborata da prove certe dentro di noi, che non possiamo più essere quelli di prima, né lo vogliamo. È il risultato dell’elaborazione e dell’assimilazione della verità del Vangelo e del fatto che apparteniamo veramente a Gesù Cristo, Nostro Signore.

Ora esaminiamo la realtà degli episodi riferiti a Gesù in questo passo e i morti, chi per spada – ricordiamo “il sangue fatto scorrere”–  chi per schiacciamento sotto il peso della torre: per entrambi i casi è possibile un riferimento spirituale visto nella locuzione “allo stesso modo”; certo non poteva essere che, se gli uditori di Gesù non si fossero convertiti, sarebbero tutti morti uccisi o schiacciati dal crollo di una torre, ma ciò che Egli vuole rivelare è che, senza conversione, la persona è destinata a una fine violenta, qui evidentemente dell’anima.

Il primo strumento di morte è la spada, che troviamo per la prima volta in Genesi 3.24, quando Iddio “…scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita”: quella via nessun essere umano l’avrebbe più potuta trovare. In questo caso la “spada”è figura del limite assoluto imposto all’uomo, che essendo diventato impuro a causa del peccato non avrebbe potuto più avere a che fare tanto con l’eternità quanto con la santità di Dio talché fu detto a Mosè “Tu non potrai vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere”(33.20).

Per il tema del nostro verso, la spada, da sempre strumento di morte, è anche figura del giudizio: “Quanto a voi, vi disperderò tra le nazioni e sguainerò la spada dietro di voi – perché il giudizio arriva sempre quando uno meno se lo aspetta –, la vostra terra sarà desolata e le vostre città saranno deserte”(Levitico 26.33). Quest’arma è sinonimo di sterminio, come avvenne in tutti i casi in cui“a fil di spada”furono passati tutti gli abitanti delle città conquistate o gli eserciti di cui leggiamo negli scritti dell’Antico Patto, ma è anche uno strumento che appartiene al Signore: “Àlzati, Signore, affrontalo, abbattilo; con la tua spada – non la mia – liberami dal malvagio”(Salmo 17.23). Ho citato versi indicativi, che certo non sono i soli nella letteratura antica. Arrivando al Nuovo Testamento, questa è prevalentemente riferita allo Spirito Santo e alla Parola di Dio che separa ciò che è puro da ciò che è impuro, oltre ad essere strumento di difesa dagli attacchi dell’Avversario e dei suoi rappresentanti come da Efesi 6.17 quando si parla della “spada dello Spirito, che è la Parola di Dio”.

Fatte queste premesse, arriviamo così ad Apocalisse 19, quando appare il cavaliere bianco: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero; egli giudica e combatte con giustizia, (…) è avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: il Verbo di Dio. (…) Dalla sua bocca esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni”(vv. 11-15). Riferito alle nazioni pagane che non avranno accolto il Figlio di Dio, è agevole raccordare quanto descritto dall’apostolo Giovanni col giudizio degli ultimi tempi, precisamente quelli che precederanno il Millennio. Illuminante in proposito i versi 20 e 21: “Ma la bestia fu catturata, e con essa il falso profeta, che alla sua presenza aveva operato i prodigi con i quali aveva sedotto quanti avevano ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. Gli altri furono uccisi dalla spada che usciva dalla bocca del cavaliere, e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni”.

“Perirete allo stesso modo”,quindi, perché non avrete la possibilità di salvarvi dalla spada, non essendovi convertiti. Ed ecco, fin da allora Gesù offre ai suoi uditori l’opportunità di scampare da questa morte terribile perché, se certo fa impressione il pensiero di venire uccisi nel corpo tramite quello strumento, la morte seconda in giudizio sarà molto più atroce. In mancanza di conversione, c’è dunque prospettiva di morte certa attraverso la spada.

C’è poi la fine la morte per il crollo della torre, quindi per schiacciamento, come purtroppo accade nei terremoti quando sono le case, che per noi rappresentano un riparo e che cerchiamo di rendere gradevoli alla nostra permanenza per quanto possibile, a collassare. Ebbene, la morte per schiacciamento si verifica quando un peso di notevole portata va a gravare su un corpo vivente. Il peso esiste per la gravità ed è quindi, poiché abitiamo la Terra, a lei strettamente attinente. Ed è sulla Terra che l’uomo pensa, agisce e costruisce la propria vita, non potendo esentarsi in alcun modo dal peccare, cioè agire in modo contrario alle aspettative e alla natura di Dio che lo ha creato e avrebbe voluto che vivesse in un Luogo, Eden, da Lui appositamente creato, circondato e protetto.

Arriviamo così al peso del peccato, di cui Davide scrisse “Mi opprime il peso delle mie colpe, ma Tu perdonerai i miei peccati”quindi liberandolo (Salmo 65.3). Il peccato separa da Dio, riduce l’uomo al fantasma di se stesso, lo priva della dignità che avrebbe se fosse a Lui unito e lo rende schiavo dell’avversario, incapace di qualsiasi forma di elevazione e soprattutto di liberazione da esso. E, soprattutto, resta. Ricordiamo in proposito le parole di Gesù ai Giudei nell’episodio del cieco nato: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane”(Giovanni 9.41).

Infine, è proprio il peccato a uccidere perché ve n’è uno, quello delle origini, che viene individuato nella frase “il salario del peccato è la morte”(Romani 6.23) e al quale tutti devono sottostare, mentre vi è quello per scelta personale che determinerà “la morte seconda”cui scamperanno tutti coloro che, scegliendo di vivere la conversione, non ne saranno colpiti: “Per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e zolfo, che è la morte seconda”(Apocalisse 21.8).

La domanda che si pone credo a questo punto sia: chi uccide? Colui che porrà queste anime nello stagno, o gli stessi uomini che non avranno “aperto il cuore all’amore della verità per essere salvati”(2 Timoteo 2.10)? Credo allora che a uccidere sarà il peccato con il suo peso che le anime dei non salvati avranno voluto tenersi addosso e che solo alla fine, dopo una quantità innumerevoli di segnali in tal senso, li schiaccerà inevitabilmente. Perché “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mansueto e umile di cuore, e troverete ristoro per le anime vostre. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”(Matteo 11.28,29). Amen.

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13.14 – I SEGNI DEI TEMPI (Luca 12.54-59)

13.14 – I segni dei tempi (Luca 12.54-59)  

 

54Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: «Arriva la pioggia», e così accade. 55E quando soffia lo scirocco, dite: «Farà caldo», e così accade. 56Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? 57E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? 58Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. 59Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

 

            “Diceva alle folle”ci lascia intuire che quanto detto da Gesù non sia necessariamente avvenuto dopo il discorso sulla divisione che era venuto a portare. “Folla”, poi, è un sostantivo che già di per sé rende l’idea di una moltitudine e, se Luca lo usa al plurale, può alludere al fatto che il principio qui esposto sia stato ripetuto più volte, a persone e in momenti diversi.

Per descrivere il comportamento dei presenti, fra i quali c’erano persone di ogni categoria e ceto compresi come sempre scribi, farisei e sadducei che lo sorvegliavano, Gesù prende ad esempio un metodo di osservazione in uso in quei territori che consentiva previsioni precise: le nuvole prodotte dall’evaporazione nel Mediterraneo erano portate dai venti su quel Paese e riversavano su di esso la pioggia. Abbiamo testimonianza di questo in 1 Re 18.43-45 quando Elia, dal monte Carmelo dopo avere pregato perché venisse la pioggia, “disse al suo servo: «Sali, presto, guarda in direzione del mare». Quegli salì, guardò e disse: «Non c’è nulla!». Elia disse: «Tornaci ancora per sette volte». La settima volta riferì: «Ecco, una nuvola, piccola come una mano d’uomo, sale dal mare». Elia gli disse: «Va’ a dire ad Acab: «Attacca i cavalli e scendi, perché non ti trattenga la pioggia! D’un tratto il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e vi fu una grande pioggia. Acan montò sul carro e se ne andò a Isreèl.”.

Nel secondo caso abbiamo lo scirocco che, prima di arrivare in Palestina, passa sul deserto arabico e lì arriva molto caldo per cui, quando il vento cambiava, tutti sapevano che le temperature si sarebbero alzate. Non furono questi i soli esempi portati da Gesù al riguardo e in Matteo 16.2-3 leggiamo queste parole rivolte ai farisei e sadducei che “si avvicinarono per metterlo alla prova e chi chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro: «Quando si fa sera, voi dite: «Bel tempo, perché il cielo rosseggia»; e al mattino: «Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo». Sapete dunque interpretare l’aspetto dei cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona». Li lasciò e se ne andò”.

 

Ecco allora la necessità di riflettere sul termine usato da Nostro Signore per qualificare chi era pronto a riconoscere i segni che annunciavano bello o cattivo tempo, ma non era in grado di riconoscere quello spirituale, “Ipocriti!”. Quei giudei infatti fingevano di ignorare i segnali che la Scrittura metteva loro a disposizione a partire dalle parole di Mosè fino a Malachia. C’era tutto un tesoro di conoscenza e profezie che avrebbero potuto mettere tutti, dal minimo del popolo ai sommi sacerdoti, nelle condizioni di riconoscere Gesù come Messia. Ricordiamo la Sua risposta agli inviati di Giovani Battista che gli chiesero da parte sua “«Sei tu quello che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?». In quello stesso momento Gesù guarì molti d malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».” (Luca 7.18-23). Ora la risposta di Gesù a quei discepoli contiene un elenco di quei “segni”che i Giudei non volevano riconoscere.

E il tutto è aggravato dal fatto che gli storici del tempo attestano che proprio gli anni in cui Gesù visse erano quelli in cui era diffusa l’opinione che il Messia sarebbe arrivato. Ma per loro non poteva essere Lui nonostante avessero avuto la visita anche del Suo Precursore. Sappiamo che Mosè, citato poco prima, aveva detto in Deuteronomio 18.15 “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me– cioè YHWH –.A lui darete ascolto”: chi sia questo“profeta pari a me”lo spiega l’apostolo Paolo in Galati 4.4, “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato di donna, nato sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”.

Tornando sulle parole di Gesù ai discepoli di Giovanni Battista, un paralitico che si alza, un indemoniato che viene liberato, un lebbroso guarito e un morto che risuscita non costituivano un caso isolato, ma erano eventi che si verificavano in modo sistematico, non potevano essere attribuiti all’opera di un indemoniato o a quella di un impostore a meno di non rientrare nella categoria degli “Ipocriti”che qui non sono, come siamo abituati a interpretare, quelli che recitano una parte davanti agli altri, ma quelli che ingannano se stessi, quindi una categoria ancora peggiore. E sappiamo l’inganno a chi appartiene, da chi è gestito.

Nelle riflessioni cristiane oggi reperibili si dà spesso risalto all’ipocrisia al suo primo stadio, cioè la finzione verso gli altri, ma poco a quella più subdola in cui è l’uomo a mentire, simulare, fingere proprio con se stesso. Qualcuno scrisse che “solo in noi stessi abita il peggior nemico” e credo sia una verità. In Galati 6.3, ad esempio, leggiamo “Se uno pensa di essere qualcosa, mentre non è nulla, inganna se stesso”e penso a quanti si assumono ruoli e cariche nella Chiesa senza avere una chiamata da Dio, simulandola, o ai danni fatti da tutti coloro che, con quella erroneamente definita “buona fede” agiscono superficialmente in Suo Nome.

Sempre in Galati, ai due versi successivi a quello citato, abbiamo l’antidoto alla presunzione e viene stabilito il fatto che ciò che siamo davanti al Signore non è valutabile guardando al nostro prossimo né ostentando ciò che pretendiamo di essere: “Ciascuno invece esamini la propria condotta e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in rapporto agli altri. Ciascuno infatti porterà il proprio fardello.(…) Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella carne, raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna”(vv.4-8).

La vita cristiana è fatta di ascolto, dedizione, preghiera, ma soprattutto vigilanza su noi stessi, quella che la carne rifugge, che in altri termini altro non è che la “veglia”che abbiamo recentemente affrontato, per quanto in modo sintetico e orientativo. E tutto ciò altro non è che un antidoto, perché l’obiettivo dei cristiani è camminare uniti “…fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. Così non saremo più fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore”(Efesi 4.13,14). Ho scritto “camminare uniti” perché questa è la Chiesa, dove l’unione è data dall’accettazione dei doni: “Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio”(vv. 11-13).

A fronte di questi versi vediamo che il cammino spirituale della persona è facilmente soggetto a interferenze anche importanti perché, se uno fa un percorso isolatamente, può incorrere negli errori di cui Paolo ha trattato e, in una Chiesa in cui i doni sono gestiti da persone mature, quindi sono veri e non presunti, il confronto tra fratelli sarà quello che deve essere e non un braccio di ferro tra fazioni contrapposte, il famoso “tu dici, ma io ti dico” oppure “fatti in là perché io sono più santo di te”.

Abbiamo poi 2 Timoteo 3.12,13: “Tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati. Ma i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio, ingannando gli altri e ingannati essi stessi”, che si riallaccia a quanto detto da Gesù a proposito delle divisioni nello scorso capitolo e al contesto in cui parla nei versi oggetto di esame.

L’ipocrisia che abbiamo visto potrebbe essere definita “di seconda specie” ed è la più subdola perché, se nella prima chi finge ne è pienamente consapevole, chi mente a se stesso a volte non se ne rende neppure conto perché la disonestà – nel caso degli avversari di Gesù di quel tempo, ma anche di questo – arriva a tal punto da venire interamente assorbita dalla persona stessa.

“Come mai questo tempo non sapete valutarlo? Perché non giudicate voi stessi ciò che  giusto?”: con queste parole Nostro Signore pone la questione invitando i suoi detrattori anche a valutare un dato obiettivo e cioè che, come non avrebbero creduto a chi avrebbe voluto convincerli che la nuvola di ponente non era portatrice di pioggia o lo scirocco di caldo essendo segni chiari, avrebbero dovuto credere in Lui con la stessa convinzione perché portatore di un segno annunciato da millenni, la Sua venuta.

La seconda parte dell’intervento di Gesù, dai versi 58 al 59, è già stata affrontata quando abbiamo esaminato il discorso della montagna e contiene un profondo interrogativo ancora una volta preso a prestito dal mondo reale, quando il debitore era interamente nelle mani del creditore (e tale è il peccatore nei confronti di Dio). Senza un accordo, l’unica alternativa era finire davanti al magistrato che avrebbe disposto l’internamento in una prigione dalla quale il debitore sarebbe uscito solo dopo aver pagato “fino all’ultimo spicciolo”. La domanda allora è: se nella vita reale succede questo, in quella spirituale l’uomo potrà mai pagare “fino all’ultimo”il debito che ha con Dio?

L’ “amichevole accordo”contempla invece che le due parti, avverse perché Dio non può sopportare il male, s’incontrino, parlino, e chiaramente il debitore rinuncia ad ogni resistenza o per lo meno discute: “Venite e discutiamo, dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”(Isaia 1.18).  Così è stato per chiunque ha colto i segni dei tempi dello Spirito, ha contemplato il piano di Dio per lui e lo ha accettato. Amen.

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13.13 – NON PACE, MA DIVISIONE (Luca 12.49-53)

13.13 – Non pace, ma divisione (Luca 12.49-53)    

 

49Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 

 

            Per quanto alcuni temi siano stati già sviluppati, o per meglio dire introdotti in un altro studio, trovo sia giusto riproporli tramite alcune varianti. Occupandoci dei primi due versi, per noi nuovi, sono interessanti perché rispecchiano lo stato d’animo di Gesù, “venuto a gettare fuoco sulla terra” inteso non come quello distruttivo che conosciamo, ma lo stesso di cui scrive Malachia 3.3 che, guardando da lontano l’opera di Dio nei riguardi del Suo popolo, riporta: “Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la liscivia dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come l’oro e l’argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”.

Questa profezia è importante anche sotto l’aspetto della prima venuta del Figlio di Dio sulla terra, insopportabile e irresistibile per tutti i suoi avversari nel senso che non potranno avere argomenti di efficace contrasto di fronte a Lui, come in effetti fu e di cui è data testimonianza nei Vangeli. Essendo “come il fuoco del fonditore e la liscivia dei lavandai”, cioè una miscela di acqua bollente e cenere per lavare e sbiancare i panni, inizia la sua attività purificatrice su coloro che avrà scelto: “fondere e purificare” sono azioni che compie su un metallo inerte che, senza un intervento, resterebbe così com’è. Fondendolo e trasponendolo liquido da un recipiente a un altro, invece, l’argento viene purificato dalle scorie fino a raggiungere la purezza voluta. Notare l’elemento scelto, l’argento, sempre utilizzato per indicare l’uomo un tempo fatto a “immagine e somiglianza” di Dio. L’ultima parte del passo, poi, ci dà il fine per cui Nostro Signore venne nel mondo e cioè permettere agli uomini di poter elevare a Lui “un’offerta secondo giustizia”, quella che cioè non avrebbero mai potuto rivolgere, identificando quanti avrebbero creduto nei “figli di Levi” secondo Apocalisse 1.6: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”.

 

Partiamo allora da questa base e occupiamoci del “fuoco”, primo elemento che Nostro Signore è venuto a portare come conseguenza della Sua venuta sulla terra, della Sua morte e resurrezione: è lo Spirito Santo che sarà fonte di illuminazione e guida, ma al tempo stesso causa di odio e divisione; è infatti lo Spirito di Dio che separa davvero i due mondi ai quali appartengono gli uomini, cioè quello dei Suoi figli, che attraverso lo Spirito si caratterizzano, e quello di coloro che si sono dati all’Avversario. Certo, la prima conseguenza di questo “fuoco” è la liberazione dal potere della carne, la capacità di agire in modo a lei assolutamente opposto come vediamo nell’episodio in cui lo Spirito Santo scese sui componenti della Chiesa di Gerusalemme e con la caratterizzazione di ciascuno attraverso i suoi doni, in parte diversi da quelli di un tempo.

La frase “e quanto vorrei che fosse già acceso”, qui così chiara, ha in realtà costituito un problema per tutti i traduttori stante lo stile secco e conciso che la caratterizza. Abbiamo infatti: “e che voglio, se è già acceso?” e “Che posso volere, se non che fosse già acceso?”. Tutte e tre le interpretazioni sono ugualmente degne di considerazione. La seconda, che vede il fuoco “già acceso” vede lo Spirito Santo già pronto per essere dato agli uomini (anticipazione e prospettiva), ma la prima e la terza ci mostrano la realtà del Gesù uomo: “quanto vorrei”. È certo che un Dio vuole, non vorrebbe, ma qui c’è la constatazione di Colui che volontariamente ha scelto di prendere il tempo dell’uomo e viverlo con lui per cui deve sottostare alle dinamiche della terra, dei suoi giorni, del cammino necessario fino alla morte del proprio corpo di carne. Quando Nostro Signore pronuncia questa frase il principio dell’eternità secondo il quale “davanti al Signore un giorno è come come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pietro 3.8) non valeva. “Quanto vorrei che fosse già acceso”, è uno stato d’animo chiaramente da collegare al verso 50 quando, parlando della Sua morte, il “battesimo nel quale sarò battezzato”, dice “e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”.

Sarebbe stato un battesimo di sangue, quello riservato solo a Lui, che consentirà lo svolgersi di avvenimenti prima impossibili: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni – ecco una delle basi della fede –. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice: «Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi” (Atti 2.32-35).

Gesù sapeva che il suo ultimo tempo era vicino e avrebbe voluto anticiparlo. E sappiamo che, quando l’ora di quel battesimo si avvicinava, portò i suoi discepoli a Gerusalemme con una risolutezza tale da lasciarli impressionati: “Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti: coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà” (Marco 10.32-34).

Ancora, teniamo presente che Nostro Signore sapeva che, “disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma quella di Colui che mi ha mandato” (Giovanni 6.38), avrebbe avuto in premio non solo “un nome che è al di sopra di ogni altro”, ma anche tutti coloro che avrebbe resuscitato: “Questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio – di persona come a quel tempo o in spirito come per noi oggi – e crede in lui – precisazione fondamentale – abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6.40).

A questo punto, tornando ai nostri versi, Gesù sa che i discepoli non avevano ancora abbandonato l’idea che fosse un Messia nel senso umano del termine, cioè che avrebbe portato tranquillità e pace al suo popolo; per questo li disillude e li informa che, se sarebbero rimasti con lui, avrebbero certamente avuto “pace con Dio”, ma guerra con gli uomini che si sarebbe manifestata in tanti modi che qui vengono ristretti alla cerchia familiare perché solitamente simbolo di unità. Certo le sue parole riguardano non solo i Dodici, anzi gli Undici, ma tutti quanti sarebbero rientrati nel numero di quelli che avrebbero creduto davvero; la divisione di cui parla Nostro Signore si riferisce proprio all’àmbito ebraico, dove la tradizione religiosa si scontrerà con l’essere liberi da essa; basta ricordare quante volte proprio i Giudei cercarono di uccidere Paolo e tutti i complotti orditi contro di lui e, prima ancora, la lapidazione di Stefano.

Ora chi ha letto gli scritti dell’Antico Patto sa che là dove c’è chi agisce spinto dall’amore per Dio (da Lui ricambiato) e chi il mondo lo vive è sempre esistito un conflitto insanabile. Lo abbiamo visto a partire da Caino e Abele: l’uomo o gli uomini che appartengono profondamente alla carne non tollerano quelli che appartengono allo Spirito, o anche solo tendono verso di esso, e pertanto li combattono. È sufficiente dirsi cristiani e non condividere le loro idee o tendenze per suscitare reazioni negative.

Paolo spiegò molto bene questo stato di cose parlando dei figli di Agar e di Sara: “Voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. Ma come allora colui che era nato secondo la carne – Ismaele, figlio appunto di Agar – perseguitava quello che era nato secondo lo spirito – Isacco –, così accade anche ora” (Galati 4.28,29). Si tratta di un’avversione istintiva, di un nulla in comune tra quella “luce” che venne subito separata dalle “tenebre” fin dal primo giorno della creazione, quando “Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre” (Genesi 1.3). Fu da quel gesto che la vita poté iniziare.

Certo è un principio che non solo l’apostolo Paolo si è limitato ad esporre: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Giovanni 15.18,19). Da notare ciò che disse ai suoi fratelli che non credevano in Lui: “Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono malvage” (7.7). Ancora nella prima lettera di Giovani: “Questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per quel motivo l’uccise? Perché le opere sue erano malvage, mentre quelle di suo fratello erano giuste. Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia” (3.11.12).

Il mondo quindi “ama ciò che è suo” non può che recepire quanti non gli appartengono come qualcosa di estraneo, da eliminare, di ripugnante. Questo modo di reagire raggiungerà il suo culmine nel regime degli ultimi tempi, ma siccome sappiamo che fin dall’antichità è detto che “lo spirito dell’Anticristo viene, anzi è già nel mondo” (1 Giovanni 4.3), possiamo capire il perché incontriamo nel nostro cammino quotidiano persone spinte da uno spirito avverso e soprattutto quale, chi sia e da dove venga questo spirito. Amen.

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13.12 – LA PARABOLA DEL SERVO FIDATO E PRUDENTE (Luca 12.41-48)

13.12 – Il servo fidato e prudente (Luca 12.41-48) 

 

41Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? 43Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45Ma se quel servo dicesse in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
47Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

 

            Sarà necessario tornare in futuro su questa parabola, che verrà riesposta da Gesù in un altro momento divenendo così la penultima di quelle esposte ai Suoi. Guardando alle parabole fin qui esaminate non possiamo notare come vi sia una progressione sempre più alta verso la particolarità del messaggio: quella del “ricco stolto” fu pronunciata davanti a “migliaia di persone al punto che si calpestavano a vicenda”, quella dei servi che vegliano nell’attesa che il loro padrone rientri da una festa di nozze fu detta“ai suoi discepoli”e quest’ultima a Pietro, certo alla presenza degli altri, in vista degli incarichi che avrebbero ricoperto un giorno in seno alla Chiesa. Furono infatti gli apostoli, con la loro predicazione, che consentirono la sua nascita e diffusione nel mondo allora conosciuto e che vegliarono sul gregge loro affidato, come altri dopo la loro morte del corpo fino ad oggi. È altresì opinione dei sostenitori del primato di Pietro che Gesù, con questa parabola, abbia voluto indicargli il ruolo che avrebbe avuto, sottolineando le parole “amministratore”e “a capo della sua servitù”, ma è chiaro che qui il riferimento è a una persona che occupa un ruolo di responsabilità e sia da ritenersi in senso collettivo e non individuale, come vedremo. Se fosse giusta questa teoria, infatti, sarebbero da considerare “valide” solo le Chiese fondate da Pietro, ignorando il lavoro di Paolo, Giovanni e tutti gli altri. Ricordiamo anche Galati 2.9 quando si scrive“Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne”: “le”, non “la”, con Pietro al secondo posto.

Proprio quest’apostolo, che si caratterizzava dagli altri per le molte richieste di spiegazioni a fronte delle parole di Gesù, era già intervenuto a seguito delle parole rivolte al giovane ricco che, quando fu invitato a seguirlo dopo avere abbandonato le proprie ricchezze, se ne andò rattristato. In quell’occasione chiese “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa dunque ne avremo?”(Matteo 19.27). Ora qui si verifica la stessa cosa: Pietro non ha chiaro il concetto non dell’attesa operosa dei “servi”, ma piuttosto chi fossero, se cioè loro, i dodici, o tutti quelli che lo seguivano.

Ora, a una domanda così diretta, sarebbe stato semplice rispondere semplicemente “no, dico per voi”, o “per tutti”, ma Nostro Signore parla in modo tale che ciascuno dei presenti potesse darsi una risposta e soprattutto scegliere in chi identificarsi: “Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente (…)?”, cioè in altri termini “Pensate di essere voi? Se sì, ascoltate cosa può succedere” e a questo punto viene esposta la parabola che abbiamo letto, che riguarda gli apostoli e quelli che sarebbero venuti dopo di loro senza – attenzione perché è molto importante – ereditare in alcun modo il loro ruolo, il loro compito, il loro valore. L’apostolo, infatti, è solo colui che ha vissuto con Nostro Signore e ha ricevuto tale carica-onore direttamente da Lui, come in Atti 1.21,22: “Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione”. Questo è uno dei motivi per cui Pietro non ottiene una risposta diretta, ma una nuova domanda.

Cerchiamo ora di esaminare il personaggio chiave del racconto di Gesù, chiaramente “l’amministratore fidato e prudente”, tradotto anche con “dispensatore leale e avveduto”: si tratta dell’economo, ruolo che nelle grandi case stava fra il maestro di casa e i servi e veniva incaricato, come Eliezer per Abramo o Giuseppe per Potifarre, della gestione della servitù, godendo della totale fiducia del suo signore. Non era un incarico da poco ed è facile pensare che il padrone, dando quella qualifica, dimostrasse la sua stima e onorasse così chi veniva scelto che, proprio per questo, cercava di adempiere nel migliore dei modi l’incarico. È la stessa cosa, per quanto in modo diverso, che avviene nella parabola dei dieci servi quando, dovendosi assentare il loro signore, li chiama perché facciano fruttare ciascuno la moneta d’oro che gli veniva consegnata (Luca 19).

Aggiornato al tempo della Chiesa, quindi dalla discesa dello Spirito Santo in Gerusalemme fino al ritorno di Cristo, è quanto esposto da Paolo agli anziani di Efeso poco prima che partisse:“Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio” (Atti 20.28). Poi ricordiamo 1 Corinti 4.1,2 “Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele”. Non c’è quindi alcun dubbio che Gesù, con questa parabola, si riferisca a chi ha da Lui ricevuto un mandato di responsabilità in mezzo alla Chiesa a prescindere dal o dai doni: se ciò è avvenuto, la persona è stata messa “a capo”da Dio non in senso autoritario, ma ha avuto il compito di dare “la razione di cibo a tempo debito”, naturalmente spirituale, oltre a “vegliare il gregge”, piccolo o grande non importa, che gli è stato affidato. Volendo, la grandezza del gregge può essere vista nei talenti della parabola ad essi relativa.

Purtroppo, una delle piaghe della Chiesa di Dio, a prescindere dalla sua denominazione, è quella dell’avere persone che scambiano il voler avere degli incarichi di responsabilità con l’essere effettivamente in grado di farlo secondo il volere del Signore e, non essendo da Lui costituiti allo scopo, finiscono per inquinare irrimediabilmente tutto il campo in cui operano sostituendo la gestione oculata dei doni, del messaggio e della stessa vita cristiana, con il compromesso, la politica e la gestione della Chiesa esattamente come lo farebbe una persona a lei estranea.

In pratica, anziché pensare alle persone loro affidate, pensano a loro stessi rientrando perfettamente nel secondo personaggio della parabola, quello che dice “in cuor suo”, esattamente come il ricco stolto che parlava a se stesso, “Il mio padrone tarda a venire”. Costoro usano il loro metro umano per valutare, attenti alle loro esigenze e non a quelle del principio dell’attesa che deve avere il subordinato nei confronti di chi a lui è superiore in oltraggio alla libertà che gli è concessa. E sì che si tratta di un servo che all’inizio sembrava essere fidato ed efficiente.

A proposito dell’indifferenza che può sorgere nel cuore di un credente un fratello amava dire che, se l’uomo sentisse male ogni volta che pecca, prima di agire male ci penserebbe. È ciò che scrive Salomone nel Qoèlet,“Poiché non si pronuncia una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male; infatti il peccatore, anche se commette il male cento volte, ha lunga vita”(8.11,12). Tuttavia il testo prosegue “Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Iddio, appunto perché provano timore davanti a lui”.

La caratteristica di chi non è sottomesso alla Parola di Dio, è infatti quella di sottovalutarla, attenendosi al presente, al tangibile, a tutto ciò che passa lasciando un pallido ricordo: “Figlio dell’uomo, che cos’è questo proverbio che si va ripetendo nella terra d’Israele: «Passano i giorni e ogni visione svanisce»? Ebbene, riferisci loro: Così dice il Signore Dio; Farò cessare questo proverbio e non lo si sentirà più ripetere in Israele. Anzi riferisci loro: Si avvicinano i giorni in cui si avvererà ogni visione. Infatti non ci sarà più visione falsa né vaticinio fallace in mezzo alla casa d’Israele, perché io, il Signore, parlerò e attuerò la parola che ho detto; non sarà ritardata. Anzi, ai vostri giorni, o genìa di ribelli, pronuncerò una parola e l’attuerò». Oracolo del Signore Dio.”(Ezechiele 12.22-27).

È anche bello considerare che proprio Pietro, che ascoltò le parole di Gesù a seguito della sua domanda, scrisse nella sua seconda lettera: “Questo anzitutto dovete sapere: negli ultimi giorni si farà avanti gente che si inganna e inganna gli altri e che si lascia dominare dalle proprie passioni. Diranno: «Dovè la sua venuta, che egli ha promesso? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane com’è al principio della creazione».”(3.3,4).

 

Se guardiamo al presente dei giorni, li vediamo passare quasi sempre uguali e apparentemente senza traccia di Dio anche se basta osservare anche superficialmente quanto è complesso e organizzato un organismo per rendersi conto di quanto sia impossibile che si sia strutturato per caso. Non si pensa che il Creatore ha lasciato agli uomini una traccia, dei segni per poterlo conoscere promettendo che, se cercato, si lascia trovare. E se quanto ha detto si è puntualmente avverato nella storia, è impossibile che non si concreti circa quegli avvenimenti che ha preannunciato, come nel caso che ci riguarda il Suo ritorno. E chi non ha acquisito fino in fondo il principio dell’eternità come appartenenza, non potrà che accedere alla constatazione della temporalità, “il mio padrone tarda a venire”, e guardare sempre più ad essa. Attento a curare le malattie del proprio corpo, non si cura di quelle dell’anima e dei pericoli che questa corre.

Il comportamento del servo che non adempie il suo compito nell’attesa del ritorno del suo signore è descritto con parole che alludono al suo egoismo, ma soprattutto al danno che procura a quelli come lui, che però non hanno avuto come un incarico di responsabilità: prima li percuote, cioè li fa soffrire e li umilia, poi mangia, beve e si ubriaca, cioè fa un utilizzo totalmente arbitrario di beni non suoi, e qui è per me facile individuare tutti coloro che torcono la Scrittura a loro vantaggio per avere guadagni o posizioni sociali che altrimenti non avrebbero, facendo leva sull’impreparazione degli altri. E così lo Spirito si spegne: “Non spegnete lo spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male”, che altri traducono “parvenza di male”(2 Tessalonicesi 5.19-22).

Custodire la parola del Signore è dunque ciò a cui sono chiamati tutti i servi, a cominciare da quello che ha ricevuto l’incarico di provvedere agli altri quanto al nutrimento: “Ricorda dunque come hai ricevuto e ascoltato la Parola, custodiscila e convèrtiti perché, se non sarai vigilante, verrò come un ladro, senza che tu sappia a che ora verrò da te”(Apocalisse 3.3).

 

Il nostro testo descrive la punizione del servo. “Lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli”. Qui ci troviamo di fronte a una pericope assolutamente delicata perché altre traduzioni riportano “lo reciderà”, oppure “lo separerà”, espressione che sembra descrivere un’esclusione dal regno di Dio anche se manca quel “pianto e stridore di denti”di cui parla sempre Gesù quando allude alle conseguenze dell’esclusione. C’è anche un’allusione, come vedremo quanto torneremo nel parallelo di Matteo che esamineremo in futuro, alla morte mediante segamento del corpo.

Possiamo fornire qui, per ora, l’interpretazione più corretta, quella espressa al verso 47, quando le “molte percosse”è espressione che viene connessa alle punizioni corporali per reati che non contemplavano la morte, come in Deuteronomio 25.2,3: “Se il colpevole avrà meritato di essere fustigato, il giudice lo farà stendere per terra e fustigare in sua presenza, con un numero di colpi proporzionato alla gravità della sua pena. Gli farà dare non più di quaranta colpi perché, aggiungendo altre battiture a queste, la punizione non risulti troppo grave e il tuo fratello resti infamato ai tuoi occhi”. La “parte con gli infedeli”di cui Gesù parla credo si riferisca a quella dei servi che non hanno ottemperato alla volontà del padrone, che non beneficiano della sua benevolenza e considerazione, ma non vengono esclusi completamente dalla casa. Chi prendeva le battiture certo non moriva, ma soffriva molto e restavano certamente dei segni su di lui, quando non addirittura rimaneva storpio.

Ci sarà sofferenza, quindi, ma non la morte, esattamente come scrive l’apostolo Paolo a proposito del rendiconto: “Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito. Tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco”(1 Corinti 3.14,15). La punizione di Dio, quindi, equivarrà ad una vita ai margini del Regno perché “ciascuno riceverà la sua retribuzione a seconda di come avrà operato”perché “Noi tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che avrà fatto quando era nel corpo, sia in bene, che in male”(2 Corinti 5.10). Credo che di più non possiamo sapere perché la prospettiva cui ogni cristiano deve aspirare è quella del premio e non certo la punizione. E credo anche che comportarsi come se non ci fosse una “retribuzione sia in bene, che in male”equivalga a dire “il mio padrone tarda a venire”e quindi far del male a se stessi.

Per quanto il messaggio della parabola sia rivolto a chi ha compiti di responsabilità nella Chiesa, è l’ultimo verso a costituire un vero monito per tutti: “A chiunque fu dato molto– e cosa può esservi più grande della Grazia? – molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto– ecco gli anziani e coloro che amministrano la Parola – sarà richiesto molto di più”. Da notare che quell’ “affidato molto”nell’originale è “dato in deposito”, che si collega ai talenti e alle dieci monete (mine) d’oro. Preghiera e veglia, attenzione a noi stessi perché, come scritto in 2 Timoteo 1.14, “Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”. Amen.

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13.11 – LA PARABOLA DEI SERVITORI CHE VEGLIANO (LUCA 12.35-40)

13.11 – La parabola dei servi che vegliano (Luca 12.35-40)           

 

35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

 

            C’è una notevole differenza fra la parabola del ricco stolto, pronunciata davanti alla folla, e quella dei servi che vegliano, rivolta da Nostro Signore ai suoi discepoli, quindi a una cerchia di persone più ristretta. Il messaggio qui contenuto possiamo dire allora che è “riservato”, rivolto a quanti hanno già fatto una scelta importante, quella di seguirLo e hanno bisogno di imparare da Lui perché, senza le Sue indicazioni, sarebbero ancora in balìa di loro stessi. Ecco allora che quanto esposto da Gesù, che verrà ricordato loro dallo Spirito Santo una volta risorto e salito al cielo, riguarda il modo che ha il cristiano di condurre la propria vita, “pronto, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”.

Esaminiamo ora quanto avviene nella parabola da un punto di vista storico per poi fare alcuni accostamenti spirituali partendo dalla festa cui il padrone è invitato.

 

La festa di nozze: non esisteva un rito religioso per celebrare il matrimonio perché era considerato un fatto privato certamente fra l’uomo e la donna, ma soprattutto fra le famiglie cui gli sposi appartenevano; queste stabilivano tra loro una vera e propria alleanza organizzata dai rispettivi padri. Si celebrava solitamente dopo un anno di fidanzamento e la festa che lo coinvolgeva era grande a tal punto da durare anche una settimana. Il matrimonio era una questione anche di prestigio sociale talché non mancavano ospiti di riguardo essendo gli invitati scelti con molta attenzione, e qui si possono fare molte applicazioni sull’episodio delle “nozze di Cana” e a tutte le parabole in cui si citano le nozze. Un ruolo importante lo avevano gli amici dello sposo, che si occupavano del buon andamento della festa, di presentare gli invitati coi regali che portavano e di tutto quanto fosse funzionale al banchetto (ricordiamo il vino). Nulla era lasciato al caso.

Ora abbiamo un elemento importante e cioè che il padrone, nella nostra parabola, parte per una festa nuziale la cui durata era assolutamente sconosciuta ai servi: sarebbe potuto tornare tanto a notte inoltrata, quanto dopo più giorni e di qui la necessità di predisporsi ad accoglierlo senza trascurare i compiti loro affidati. Non sappiamo quante fossero le persone addette a quella casa, ma è certo che l’assenza del padrone avesse portato squilibrio nella gestione ordinaria del loro tempo perché restava il problema della notte, dove in condizioni normali tutti andavano a dormire per ritemprarsi dalle fatiche del giorno. Era impensabile che un servo, in quanto tale privo di diritti per quanto non come nel mondo occidentale o presso altri popoli, facesse attendere il proprio signore alla porta.

 

Nella nostra parabola Gesù quindi parla di servitori coscienziosi, quelli che “troverà ancora svegli”, che però in quanto esseri umani possono essere soggetti a stanchezza: come fare? Si tratta di combattere contro un nemico subdolo, cioè il sonno che inevitabilmente cerca di impossessarsi di chiunque affronta una veglia. I testi storici non ci hanno tramandato nei dettagli la vita di chi era preso a servizio, cosa che avveniva a causa della povertà o per ripianare debiti eventualmente contratti. In ogni caso era prevista la possibilità del riscatto e il servo veniva liberato dopo sette anni, al termine dei quali poteva decidere anche se restare presso il padrone per motivi affettivi; così leggiamo in Esodo 21.5,6: “Ma se lo schiavo dice: «Io sono affezionato al mio padrone, a mia moglie, ai miei figli, non voglio andarmene libero», allora il suo padrone lo condurrà davanti a Dio, lo farà accostare al battente o allo stipite della porta e gli forerà l’orecchio con la lesina e quello resterà suo schiavo per sempre”.

Rimane comunque il fatto, tornando alla parabola, che quei servi non sapevano quando il loro padrone sarebbe rientrato e alcuni di loro, volontariamente, per non dispiacergli e onorarlo, decidono di attenderlo. Credo che Gesù non abbia voluto qui porre la questione su come si organizzò il gruppo di persone per far fronte al problema del sonno, cioè se questi decisero di fare dei turni di attesa, se c’era chi dormisse di giorno per stare sveglio di notte o altro, ma piuttosto porre l’accento sulla veglia, che in pratica è il procedere contrario alle elementari esigenze del corpo che ha bisogno di sonno, dalle cinque alle dieci ore a seconda delle condizioni di salute e all’età delle persone. Ciò che rileva è: il padrone deve tornare e va aspettato perché, “quando arriva e bussa, gli aprano subito”.

Si tratta si un’attesa analoga a quella della parabola delle dieci vergini, che, “Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono”(Matteo 25.5), anche se lì l’accento è posto sul fatto che cinque di loro avevano l’olio per le lampade e le altre no.

 

La vita cristiana, quindi, è spiegata ai discepoli di Gesù con questa situazione, in vista del ritorno del Signore che disse “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”(Luca 18.8); di qui la necessità espressa all’inizio del nostro testo, “Siate pronti, con le vesti strette attorno ai fianchi e le lampade accese”. Esser “pronti”significa porsi nelle condizioni di reagire immediatamente a uno stimolo, a un richiamo, e a farlo nel migliore dei modi mettendo in conto tutto quanto possa succedere, essere in grado di fronteggiare qualunque situazione possa verificarsi nell’ambito per cui si è preparati; lo sanno bene coloro che appartengono a reparti particolari, come possono essere i Vigili del Fuoco o di pronto intervento di polizia o sanitario. Il più delle volte chi è “pronto” ha prima studiato, vagliato possibilità, si è preparato attraverso un addestramento specifico.

La prontezza di cui parla Nostro Signore è caratterizzata dall’avere “le vesti strette attorno ai fianchi”, cioè predisporsi al lavoro: a quel tempo, infatti, gli israeliti portavano lunghe tuniche che, quando svolgevano attività impegnative, venivano sollevate in modo che non intralciassero i movimenti e strette con una cintura attorno ai fianchi che, nel Nuovo Testamento, è sinonimo di verità (Ef. 6.14). L’apostolo Pietro poi scrive “perciò, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tuttala vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Cristo si manifesterà”(1°.1.13). La verità del Vangelo, quindi, è quella che consente di operare in modo libero ed efficace per l’avanzamento proprio e di altri nel cammino della vita quotidiana.

È quindi la cintura del tipo appena visto in questi due passi che consente un’operatività esente da biasimo, tanto del prossimo che della Chiesa e quindi di Dio; se il termine “verità”può sembrare eccessivo, va precisato che essa è qualcosa che si costruisce e si scopre giorno per giorno se si è disposti a crescere davanti a Lui e a nessun altro. Alcuni commettono un grosso errore credendo di vivere ancora ai tempi della Chiesa di Gerusalemme, quando lo Spirito Santo si manifestava nei modi che tutti conosciamo: oggi il nostro edificio spirituale viene costruito poco a poco, sull’unica roccia ammissibile che è Gesù Cristo, che disse ai Suoi “Quando però verrà lo Spirito di Verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”(Giovanni 16.13). Notare il termine, “vi guiderà”, che significa “precedere o condurre lungo un percorso” e non rendere di colpo una persona depositaria di chissà quali verità: la prima che l’uomo deve cercare è la propria salvezza in Cristo che “mi ha amato e ha dato se stesso per me”(Galati 2.20).

 

Terzo elemento illustrato da Gesù in questa parabola sono “le lampade accese”. La mancanza di uno solo di questi rende inutile ogni compito perché, se l’essere “pronti”si connette allo stato d’animo che anima la persona, le vesti cinte attorno ai fianchi sono figura del suo operare. Senza la lampada accesa ogni attività è impossibile non essendo nessuno in grado di lavorare al buio. La “lampada”, a parte questo, ha connessione con Matteo 5.16 quando fu detto “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Ecco perché il comportamento del credente dev’essere illuminato dalla Parola di Dio e non da altri elementi.

La lampada, per illuminare tutta la notte, doveva essere piena d’olio, figura dello Spirito Santo e della dignità profonda che conferisce all’uomo, e qui abbiamo un ulteriore richiamo alla parabola delle dieci vergini che abbiamo ricordato. Ancora, a conferma che lo Spirito riveste completamente l’uomo, ricordiamo che “la lampada del corpo è l’occhio. Perciò, se il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!”(Matteo 6.22,23). Ecco allora che, con questi versi, andiamo ben oltre alla semplice divisione fra luce e buio, ma veniamo avvertiti che possiamo scambiare l’una con l’altro perché “la luce che è in te è tenebra”, lungi dall’essere un ossimoro, ci parla di presunzione, arroganza, obiettivi carnali quali unici motori di una vita.

 

I servi della nostra parabola non portano panni e coperte nei pressi del portone di casa, ma restano svegli, attenti al minimo rumore, alla ricerca di quei segnali che possano avvisarli dell’imminente rientro del loro signore che, una volta giunto, compie qualcosa di assolutamente inaspettato: “Beati quei seri che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi – questa volta lui! –, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”. Lui, il signore rispettato e temuto, che fino a poco prima di partire dava ordini e si aspettava che questi fossero rispettati, muta completamente atteggiamento e onora i suoi servi di attenzioni che certamente non si aspettavano: “passerà a servirli”, avvicinandosi ad ognuno di loro.

Di questa azione troviamo traccia in due passi, il primo quando Gesù laverà i piedi ai discepoli (Giovanni 13.3,4) ma ancor più, del tutto consono al nostro episodio, Apocalisse 7.17 “Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e il guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.

Gesù, quindi, con questa parabola dà ai suoi discepoli, a prescindere dal tempo in cui sarebbero vissuti, degli elementi per guidarli nell’attesa tanto del Suo ritorno quanto della Sua chiamata attraverso la morte del corpo che anche lei sopraggiunge quando uno meno se lo aspetta. In ogni caso, però, “Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in un cuore d’uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano”(1 Corinti 2.9). Amen.

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13.10 – LA PARABOLA DEL RICCO STOLTO (LUCA 12.13-21)

13.10 – La parabola del ricco stolto (Luca 12.13-21)         

 

13Uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». 14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». 16Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». 20Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 

            Prima di affrontare questa parabola va dato un breve cenno introduttivo, trattandosi di un racconto inserito solo da Luca. I versi da 1 a 10, che riportano il discorso di Gesù sul “lievito dei farisei”, sul temere non “coloro che possono uccidere il corpo, ma colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna”, la “bestemmia contro lo Spirito Santo”e la Sua assistenza a chi crede, sono già stati affrontati, ma senza sottolineare che furono pronunciati di fronte a una folla di “migliaia ai persone, al punto che si calpestavano a vicenda”(Luca 12.1).

Ebbene, fra tutta questa gente, ammettendo che il fatto sia avvenuto proprio in quel contesto, stava un uomo che non prestava la minima attenzione a quanto veniva detto, ma era angustiato perché aveva un fratello che non ne voleva sapere di dividere con lui un’eredità. Evidentemente, arrovellandosi su come risolvere il problema e considerata l’influenza che Gesù aveva sul popolo, pensò che nessuno meglio di Lui avrebbe potuto convincere quel congiunto ostinato, attaccato a quanto stava per ricevere al punto da rifiutarsi di dividere ciò che legalmente apparteneva ad entrambi. Questa è la lettura più immediata della situazione che stava a monte della richiesta “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”: potrebbe essere stato che il “fratello”in questione fosse un discepolo, che costui fosse un primogenito cui spettava una parte doppia del lascito oppure semplicemente un avido, ma non rileva perché l’importante è che per la prima e unica volta nei Vangeli abbiamo una richiesta a Gesù di intervenire in una questione tipicamente terrena che, nella fattispecie, veniva spesso risolta da un consiglio di famiglia o dal “mediatore”, più propriamente “addetto alla divisione”che solitamente apparteneva alla cerchia di amici comuni più stretti e al quale veniva conferito l’incarico.

Da qui in poi Gesù si rivolge ai presenti – “disse loro”– e all’ignoto che si era rivolto a Lui esponendo una parabola che ha per tema l’avidità e lo sguardo orizzontale, l’ascolto esclusivo di se stessi e, per meglio dire andando alle parole del discorso della montagna, il “servire a Mammona”dove la “servitù” si concreta con l’appartenenza e la dipendenza. Non era infatti contemplata la figura del dipendente prezzolato, che presta il servizio pattuito e se ne va, ma quella del servo che apparteneva al padrone cui spettava il compito di nutrirlo e dargli una dimora. Appartenere e dipendere, quindi; e il rapporto che il servo intratteneva col suo padrone influenzava la sua stessa vita.

 

Abbiamo dunque letto “E disse loro”, non direttamente a chi gli aveva chiesto un intervento su questioni finanziarie, ma a tutti. Il testo, fra l’altro, non specifica se questa persona avesse torto o ragione in quel dividere.

Fate attenzione e guardatevi da ogni cupidigia”, così tradotto da “pleonexìa” che sta ad indicare il desiderio di avere di più di quanto abbiamo diritto “perché – come abbiamo letto –anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”(v.15): ricordiamo come premessa Proverbi 15.16, “È meglio aver poco con il timore di Dio che un grande tesoro con inquietudine”e 16.16 “Possedere la sapienza è molto meglio dell’oro, acquisire l’intelligenza è preferibile all’argento”che estendono il significato delle parole di Gesù in modo tale che “ciò che egli possiede”sono i beni in senso stretto, materiale: se infatti la “vita” vera dipendesse da ciò che una persona ha, il regno di Dio apparterrebbe ai “ricchi” e non ai “poveri” secondo la classificazione spirituale che conosciamo.

 

Venendo alla parabola, mi sono chiesto quale sia il soggetto, cioè se l’uomo ricco o la brama di possedere ed effettivamente la questione si pone poiché abbiamo un agente, appunto il ricco, totalmente succube della propria condizione di sottomesso al proprio spirito avido. Scrivendo agli Efesi l’apostolo Paolo dirà “Sappiatelo bene: nessun fornicatore, o impuro, o avaro, cioè nessun idolatra, ha in eredità il regno di Cristo e di Dio”(5.5). Poi, in Colossesi 3.5, ben sapendo che il credente è un essere umano e in quanto tale soggetto ad impulsi negativi che si porta appresso, scrive “Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è l’idolatria: a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono”.“Non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via”(1 Timoteo 6.7) quanto mai letteralmente consono al nostro episodio, ed Ebrei 13.5,6: “La vostra condotta sia senza avarizia: accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: «Non ti lascerò e non ti abbandonerò». Così possiamo dire con fiducia: Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura. Che cosa può farmi l’uomo?”.

Tenendo a mente questi passi, possiamo esaminare il fatto narrato da Nostro Signore: un uomo già ricco si ritrova di fronte ad “un raccolto abbondante”e questo dà luogo a tutta una serie di ragionamenti che escludono nella maniera più assoluta tanto Dio quanto il suo prossimo. Abbiamo letto “ragionava fra sé”e questa credo sia la chiave di lettura. Mi viene in mente Maria, madre di Gesù, che “da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”, intenta quindi in un percorso di ricerca spirituale, onorata della visita dell’angelo Gabriele.

Nella parabola del ricco stolto, invece, ogni discorso è proiettato ad un futuro che gli apparteneva solo teoricamente, non sapendo quando sarebbe intervenuta la morte a scrivere la parola “fine” al suo percorso esistenziale. È da notare la posizione di quest’uomo: la sua campagna aveva “dato un raccolto abbondante”quindi le sue ricchezze non erano frutto di oppressione, estorsione o frode. Presumiamo fosse una persona onesta, diligente nel coltivare i propri campi e, per la dispensazione in cui viveva, sapeva che tutto questo poteva costituire una benedizione di Dio. Per noi, credo fosse un modo per metterlo alla prova perché, anziché ringraziare Colui che gli aveva consentito quei raccolti e provvedere agli altri come faceva Giobbe che in quello traeva la sua soddisfazione, fu vittima della propria sollecitudine. Possiamo dire che, tanto più crescevano i suoi raccolti, tanto più aumentava il suo desiderio di possesso.

Il nostro testo giustamente traduce “cupidigia”al posto di “avarizia”perché, mentre l’avaro non spende mai – c’è chi ha detto che l’avaro è il miglior custode dei beni degli eredi –, chi è affetto da cupidigia prova un desiderio intenso, una smodata avidità e bramosia, non provando altro che il piacere del possesso. Infatti, nel suo progetto, a un certo punto si apre uno spazio riservato al godimento di ciò che possiede chiamando in causa la propria anima, cioè tutta la sua persona: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divertiti”(v.19).

Sono importanti anche gli altri verbi: “Che farò?”, “Farò così”, “demolirò”, “costruirò”, “raccoglierò”, “dirò– ancora una volta –a me stesso”. Non meno importante è il possessivo “mio”, che il testo riporta per cinque volte, a sostegno di un egoismo che abbraccia tutti gli aspetti della sua persona. Quel ricco era diventato la perfetta dimora di se stesso nel senso che si era totalmente chiuso agli altri che, se li avesse aiutati, lo avrebbero certamente benedetto, come il già citato Giobbe che, in 29.12,13 disse “…soccorrevo il povero che chiedeva aiuto e l’orfano che ne era privo. La benedizione del disperato scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia. Ero rivestito di giustizia come di un abito, come mantello e turbante era la mia equità”.

Mi sono chiesto se la “morale” di quest’uomo contemplasse la morte. Credo di sì, ma la considerava come un evento remoto o, meglio, sul quale sorvolare esattamente come un’altra “morale”, quella del “mangiamo e beviamo, perché domani moriremo”(1 Corinti 15.32) o del “Venite, io prenderò del vino e ci ubriacheremo di bevande inebrianti. Domani sarà come oggi, e molto più ancora”(Isaia 56.12). Occupàti nel cercare soddisfazione nelle cose di questa vita ignorandone il suo senso profondo, passano i giorni, i mesi, gli anni fino a quando non si è costretti ad ammettere che l’evento tanto esorcizzato, inutilmente quanto temuto (ed altrettanto ignorato), è giunto.

Va infine sottolineato non tanto che la morte e il giudizio saranno la fine di tutto, quanto il contrasto fra le parole del ricco e quelle che Dio gli rivolge: “Stolto”in opposizione al giudizio che quell’uomo aveva di se stesso, fiero del risultato raggiunto. “Questa notte”in contrasto ai “molti anni”che si prometteva e infine quella “vita”– meglio da tradurre con “anima”–  che riteneva sua proprietà, che invece gli sarebbe stata “richiesta”perché ogni vita ed ogni anima è sempre data in prestito.

In tutto questo c’è però un elemento che pochi notano e cioè il tempo verbale, “ti sarà richiesta”che, tradotto letteralmente, è “richiedono”: questo rende l’idea di quanto fosse imminente la morte del ricco (e la relativa sentenza), ma pone degli importanti interrogativi su chi fossero quelli che richiedevano quella “vita”, o “anima”. Credo che qui i parallelismi possano essere due, il primo dei quali è ancora una volta nel libro di Giobbe, quando Satana chiese che fosse tentato e gli fu posto come limite di non prendere la sua vita, cosa che nel caso del ricco non avvenne. Facciamo attenzione perché, nel caso del ricco di questa parabola, l’Avversario chiese a Dio ciò che era suo e gli fu concesso di prenderlo. Una seconda soluzione, che poi è parte integrante della prima, riguarda il giudizio finale, chiesto a gran voce come da Apocalisse 6.10, per quanto in un contesto diverso.

Non si può che ammettere come quel “richiedono”, col suo plurale, sia molto più drammatico perché sottintende il fatto che il “rendiconto” avvenga, come in effetti sarà, non solo davanti alla presenza di Dio: “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?”(1 Corinti 6.2).

Gesù termina la parabola con una domanda, “Quello che hai preparato, di chi sarà?”, in cui vediamo che ciò che resiste è il piano di Dio e non quello dell’uomo, perché “Sì, come un’ombra l’uomo che passa. Sì, come un soffio che si affanna, accumula e non sa chi raccolga”(Salmo 39.7). Ricordiamo anche le parole di Salomone “Ho preso in odio ogni lavoro che con fatica ho compiuto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità”(Ecclesiaste 2.18,19).

A conferma poi che ai presenti non è stata raccontata una favola, abbiamo infine il monito “Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”(v.21): ci sono allora due destini, o meglio solo due destinazioni possibili per gli uomini, guardare a se stessi, o arricchirsi “presso Dio”per vivere tutte le conseguenze delle direzioni prese.

E possiamo concludere queste riflessioni con 2 Corinti 4. 16,17: “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”. E più avanti Gesù dirà “Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.Amen.

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13.09 – CONTRO I DOTTORI DELLA LEGGE (Luca 11.45-54)

13.09 – Contro i dottori della Legge (Luca 11.45-54)       

 

45Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». 46Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! 47Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. 49Per questo la sapienza di Dio ha detto: «Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno», 50perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: 51dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».
53Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, 54tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

 

            L’invettiva contro i dottori della Legge fu provocata da uno di loro, che avvertì coinvolta la propria categoria quando Gesù parlò di quanti amavano “i primi posti nella sinagoga e i saluti nelle piazze”. Ora, riconoscendosi nella citazione, quella persona non tollerava di venire paragonata a un sepolcro che non si vedeva e, passandovi sopra la gente, veniva resa impura. Questo è molto significativo perché era chiaro che Nostro Signore, in quel momento come in altri, non attaccava indistintamente tutta la categoria dei Dottori, ma solo quelli che, per comportamento e disposizione d’animo, mettevano in atto quanto da Lui denunciato. È come quando oggi qualcuno, tramite i media, attacca una determinata categoria di persone: chi si offende, non è mai chi svolge la professione correttamente, ma chi si sente punto nel vivo perché ha “la coscienza sporca”.

A questo punto era inevitabile che Gesù continuasse l’elenco delle colpe che coinvolgevano comunque anche gli scribi e farisei, avendo quelle categorie di persone più o meno un denominatore comune. Cito qui le parole usate da Matteo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”.

La “cattedra– o più correttamente “sedia”di Mosè”allude al posto su cui queste persone sedevano nella sinagoga, quella dei maestri, ma anche quella da loro occupata nel Sinedrio o nei tribunali inferiori per applicare la legge. Fossero stati integri, non vi sarebbe stato nulla di male, ma ritenendosi eredi di Mosè a prescindere dalle loro azioni – abbiamo letto la loro replica a Gesù “Noi siamo discepoli di Mosè”– senza possedere alcuna delle sue qualità e soprattutto il mandato, non erano altro che impostori del sacro. Ricordiamo a proposito della “sedia”, come si comportò Esdra che “aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti”(Nehemia 8.5). È detto poi che “i leviti spiegavano la legge al popolo e il popolo stava in piedi. Essi leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”(vv.7,8). Teniamo presente questo far “comprendere”perché verrà utile più avanti. Da quel lodevole, splendido inizio, si era col tempo arrivati al punto descritto da Gesù.

Quando affronteremo il capitolo 23 di Matteo, dove più che in questo passo è analizzato il comportamento degli scribi, farisei e dottori della legge, potremo avere una visone più ampia delle nefandezze di costoro che, nel caso del passo in esame, comprendeva anche il totale disprezzo del debole. Così infatti scrive Isaia: “Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani. Ma che farete nel giorno del castigo, quando da lontano sopraggiungerà la rovina? A chi ricorrerete per protezione? Dove lascerete la vostra ricchezza? Non vi resterà che piegarvi tra i prigionieri o cadere tra i morti. Con tutto ciò non si calma la sua ira e ancora la sua mano rimane stesa”(10.1-4).

Qui vediamo anche come, progressivamente, ci avviciniamo al castigo profetizzato nel passo di Luca che stiamo esaminando cioè la generazione che sarà chiamata a rendere conto del sangue versato di tutti i profeti in quanto omicida dello stesso Gesù. La “rovina”abbiamo letto che sopraggiunge “da lontano”, se ne possono cioè vedere i segnali, ma vengono ignorati.

 

I Dottori della Legge, al tempo di Nostro Signore, sono paragonati poi a quelli che, avendo delle bestie da soma, li caricano di pesi talmente gravosi da sfinire chiunque, riconoscibili nell’infinità di precetti che imponevano al popolo richiedendone la rigida osservanza. Anche l’apostolo Pietro definì quelle usanze “un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare”(Atti 15.10) e che si trattasse di pesi importabili erano loro a saperlo per primi, non volendo “muoverli neppure con un dito”, cioè standosene accuratamente alla larga fingendo però di adempierli. Ancora una volta abbiamo la differenza fra la religione e la fede nuova in Cristo, come scrive Paolo in Galati: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù– quello della Legge cerimoniale –. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge: siete decaduti dalla grazia”(5.1-4).

Queste parole sono state scritte dall’apostolo per avvisare del danno provocato da quei Giudei convertiti che volevano tenere un piede nella Grazia e l’altro nella Legge, apparentemente non capendo che era la prima a far vivere e non la seconda, ma ponendo intoppi assoluti nel progresso degli altri nella fede.

Abbiamo così un’altra faccia dell’ipocrisia, quella più insidiosa che tanto male fa anche oggi nelle Chiese, dove basta assumere l’atteggiamento del rigore nei confronti degli altri per dare l’impressione che si faccia altrettanto con se stessi, ma non è così, come insegna l’episodio della donna adultera. E il modo stringato ed essenziale con cui Nostro Signore parla, lascia pensare che bastarono quelle parole per spiegarsi quanto bastava. E una volta tanto fu capito perfettamente, visto che l’ultimo verso del nostro passo ci parla dell’ostilità e dei tranelli dottrinali che tutti quei religiosi volevano porgli.

 

Altro capo d’imputazione nei confronti dei Dottori era il finto onore che attribuivano ai profeti, illudendosi di essere loro discendenti: consapevoli infatti che i loro avi avevano ucciso effettivamente molti inviati di Dio, ne condannavano le azioni riedificando e abbellendo i loro sepolcri per un tornaconto personale di rispettabilità quando il loro cuore, in proposito, non era affatto cambiato: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quanti sono mandati a te…”.  Ancora, di questi parlò Gesù nella parabola delle nozze, quando, di fronte agli inviati del re, disse “Ma essi, non curandosene, se ne andarono chi ai loro possedimenti, chi ai loro traffici; e gli altri, presi i suoi servitori, li oltraggiarono e li uccisero. E quel re, udito ciò, si adirò e mandò i suoi eserciti e distrusse quegli omicidi, ed arse le loro città”(Matteo 22.5-7).

Ricordiamo ciò che avvenne negli attimi che precedettero la lapidazione di Stefano in Atti 7.51-54: “«O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Cristo, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli, e non l’avete osservata». All’udire queste cose, fremevano nel cuor loro e digrignavano i denti contro di lui”.

Trattando la fede dei profeti uccisi, in Ebrei 11.35-38 leggiamo “Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore resurrezione. Altri infine subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e capra, bisognosi, tribolati, maltrattati. Di loro il mondo non era degno”.

Questo, in sintesi, ciò che è l’eredità dei Giudei e ciò che sarebbe stata la loro sorte, vista sinteticamente in quel “mandò i suoi eserciti e distrusse quegli omicidi ed arse le loro città”di cui abbiamo letto. Furono parole specifiche perché quella cui Gesù parlava era la “generazione”a cui sarebbe stato “ridomandato conto, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria”, entrambi uccisi da persone serve dell’Avversario.

 

Il terzo capo d’imputazione nei confronti dei Dottori è quella di aver “portato via la chiave della conoscenza”, di non esserne entrati e di averne impedito agli altri l’accesso: il parallelo di Matteo riporta “avete chiuso il regno dei cieli davanti agli uomini, di modo che voi non entrate e nemmeno lasciate entrare quelli che stavano per entrarvi”(23.13); qui il regno dei cieli è la nuova economia evangelica rappresentata da un recinto di cui Legge e Profeti sono la porta che, per essere aperta, ha bisogno di una “chiave”che quelli hanno rimosso, rubato. La “chiave”è quella della conoscenza spirituale, quella rivelata “ai piccoli”e non quella letterale dei libri imparati a memoria. Ricordiamo ciò che disse Filippo a Natanaele, nella sua semplicità “Noi abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazareth”(Giovanni 1.45).

La Legge, quindi, non è qualcosa da sottostimare o di chiuso per sempre: lo è se la si considera come unica via o porta per il regno dei cieli quando, come leggiamo in Galati 3.24,25, “è stata per noi un pedagogo fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo”. Infatti “La Legge possiede soltanto l’ombra dei futuri beni e non la realtà stessa delle cose”(Ebrei 10.1): una salvezza “sulla quale indagarono e scrutarono i profeti che preannunciavano la grazia a voi destinata”(1 Pietro 1.10,11).

Gesù però, con le sue parole, denuncia un peccato terribile, quello di avere svuotato totalmente di senso spirituale gli scritti loro affidati, perché insegnavano ed è a loro che il popolo faceva riferimento. Tutto era ridotto all’apparenza, ad un’interpretazione e ad una pratica fuorviante di modo che, qualora vi fosse un cuore onesto, veniva corrotto da un insegnamento perverso. Purtroppo questo accade oggi in molte Chiese, credo soprattutto in quella di Roma e dove, per interessi personali, si antepone il proprio interesse a quello di Dio oppure, nello specifico, ci si adatta al contesto mondano tanto per quanto riguarda le sue superstizioni, quanto per ciò che è il suo concetto di solidarietà, modernità ed equalizzazione delle menti. E il “Vangelo sociale” ne è un esempio. E dalle parole di Nehemia che abbiamo ricordato, confrontate con quelle di Gesù coi leviti che “spiegavano la legge al popolo”, rileviamo il degrado, l’allontanamento dalla parola pura a quella travisata.

L’errore dottrinale si verifica, allora, sempre consapevolmente: se non ameremo il Dio che professiamo di servire, non potremmo che amare noi stessi. Amando noi stessi, seguiremo le strade che la nostra istintività ci porterà a seguire ma, per difendere il nostro status, torceremo la Scrittura a nostro vantaggio e in questo troveremo il nostro riposo provvisorio. Amando però il temporaneo e non l’eterno, saremo inevitabilmente sconfitti senza nessuna prospettiva di luce perché, proprio in quanto avremo fatto della religione vuota il nostro esistere, avremo impedito la salvezza agli altri. Amen.

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13.08 – L’INTERNO PIENO DI AVIDITÀ E CATTIVERIA (Luca 11.37-44

13.08 – L’interno pieno di avidità e cattiveria (Luca 11.37-44)     

 

37Mentre stava parlando,un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. 38Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. 40Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? 41Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. 42Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. 43Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. 44Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».

 

            Nelle scorse riflessioni è stato dato qualche accenno alla pericolosità del metodo o mentalità ”religiosa” e all’influenza negativa che può avere sulla persona che non fa altro che chiudersi in sé stessa privandosi di vere prospettive spirituali. Ecco perché Nostro Signore dirà, in un passo che affronteremo prossimamente, “Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito”(v. 52). Stesso severo ammonimento si ritrova in Matteo 23.13: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarvi”. La religione è fatta di parole stantie mascherate da rivelazione, di usi e riti che possono suscitare anche ammirazione, ma si limitano a gesti accompagnati da espressioni e atteggiamenti di circostanza che durano lo stretto necessario alla funzione, per poi tutto tornare esattamente come prima. Non è stata minimamente coinvolta quella parte del cuore e dell’anima così importante da essere in grado di trasformare la persona accogliendo lo Spirito di Dio.

Bene, leggiamo che Gesù fu invitato a pranzo da un fariseo. Luca non ci dice i motivi che lo spinsero a riceverlo in casa sua; di fatto sappiamo che vi parteciparono anche dei dottori della Legge (v.45), scribi (v.53), quindi il chiamare Nostro Signore in quel gruppo poteva significare o che fosse ritenuto degno di sedere in mezzo a quel gruppo oppure, più probabilmente, per studiarlo onde raccogliere elementi per accusarlo.

La prima cosa che fece Gesù appena entrato fu, appositamente, quella di accomodarsi senza passare attraverso il rito dell’abluzione delle mani. Marco ci informa che “I farisei e tutti i giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alle tradizioni degli antichi (…)e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti”(7.3.4). Va specificato che per “tradizione degli antichi”, si intende più propriamente quella “degli anziani”, cioè dei loro maestri ai cui precetti erano oltremodo attaccati. Leggiamo ad esempio una nota di Rabbi Jose nel Talmud che recita “Colui che mangia del pane con mani non lavate è reo non meno che se fornicasse con una prostituta”.

Nella Legge, invece, il comando riguardava chi doveva officiare all’altare: “Farai per le abluzioni un bacino di bronzo con il piedistallo di bronzo; lo collocherai tra la tenda del convegno e l’altare e vi metterai acqua. Aaronne e i suoi figli vi attingeranno per lavarsi le mani e i piedi. Quando entreranno nella tenda del convegno, faranno un’abluzione con l‘acqua, perché non muoiano; così quando si avvicineranno all’altare per officiare, per bruciare un’offerta da consumare con il fuoco in onore del Signore, si laveranno le mano e i piedi e non moriranno. È una prescrizione rituale perenne per Aaronne e per i suoi discendenti, in tutte le loro generazioni”(Esodo 30.18-21).

Ecco allora che ci troviamo di fronte a un gesto anche provocatorio di Gesù, che ben conosceva la mentalità e il metodo dei suoi detrattori e fa in modo che venga notato: “Si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo”. Da notare che il testo si ferma a questa reazione perché, prima che si tramuti in sdegno, Nostro Signore inizia a parlare e lo fa citando i due recipienti, il bicchiere e il piatto, senza dare spiegazioni del suo mancato lavarsi le mani.

Vediamo ora il primo punto esposto nelle due versioni di Luca e Matteo, sulla quale torneremo: Luca ha “Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e cattiveria”, Matteo“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e intemperanza”(23.25). Il “bicchiere”e il “piatto”sono al tempo stesso un esempio reale e un pretesto per far sì che una eventuale persona onesta lì in mezzo potesse capire il collegamento con l’interezza della persona umana. Bicchiere e piatto, entrambi elementi atti a contenere liquidi e solidi, quindi ciò che nutre, sono al tempo stesso figura del corpo e di ciò che è in esso, altrimenti dire “ma il vostro interno è pieno di avidità e cattiveria”non avrebbe senso. Questa connessione è ancora più chiara in Matteo quando il “sono pieni”sarebbe un evidente errore grammaticale.

Ecco allora il perché dell’epiteto “ipocriti”, cioè “dediti alla finzione”, “attori”: la pulizia dell’esterno è svolta accuratamente perché è lì che gli altri guardano, ma l’interno può essere gestito a piacere e spesso in forte contrasto con ciò che viene simulato. È lo stesso metodo che usano i governi, le strutture pubbliche, i politici, purtroppo molti nella Chiesa a prescindere dalla sua denominazione di cui Paolo nella sua seconda lettera a Timoteo scrive“…gente cha ha una religiosità solo apparente, ma ne disprezza la forza interiore. Guàrdati da costoro!”(3.5). Ancora, a Tito “Tutto è puro per chi è puro, ma per quelli che sono corrotti e senza fede nulla è puro: sono corrotte la loro mente e la loro coscienza”(1.15).

Certo i due versi propongono due ritratti differenti anche se non troppo: da una parte i religiosi, cioè coloro che, come i nostri farisei del testo, curano l’apparenza e così facendo disprezzano la forza interiore della fede. Dall’altro invece, accanto alla semplicità di chi è puro, si contrappone la corruzione di chi è senza fede: si tratta di persone che sospettano sempre il male, si sentono continuamente minacciate da chi non li tratta e non si comporta secondo le loro aspettative, hanno la mente e la coscienza “corrotte”cioè viene da dire “inguaribili”. E la corruzione di mente e coscienza si riferisce all’incapacità di ragionare e provare sentimenti secondo Dio. Credo che se il vero cristiano, quello salvato, redento da Cristo che vuole camminare a Lui unito, tenesse presente questi versi, patirebbe molto meno le conseguenze derivanti da un confronto o frequentazione con simili personaggi.

La frase “Stolti, colui che ha fatto l’esterno non ha anche fatto l’interno?”vuole dimostrare a quegli scribi e farisei che, essendo l’uomo creato spirito, anima e corpo, non ha senso curare un solo elemento, quello peraltro più facile, senza considerare minimamente gli altri due, soggetti a patire molto più del corpo.

“Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro”. Altre traduzioni riportano “quello che è in vostro potere”, ma è comunque evidente la provocazione alla rinuncia, essendo i destinatari del messaggio pieni “di avidità e cattiveria”. Più avanti, in 12.33, Gesù dirà “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma”, frase che pone in evidenza il baratro che divide la carne dallo spirito, tra il tesoro in senso umano e quello spirituale. “Vendere”, sinonimo di guadagno, si annulla nel “dare” a vantaggio di altri.

Con “Date quello che c’è dentro”Gesù esorta così a sbarazzarsi di ciò che, considerato prezioso, ritarda il cammino spirituale. È al tempo stesso un invito ad oltraggiare la parte più interna dell’individuo, quella del bambino mai cresciuto che vorrebbe tenere tutto per sé e si contraria enormemente quando dovrebbe dare o dividere con altri. Possiamo raccordarci in proposito anche al digiuno vero: “Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”(Isaia 58.7).

La gestione del “mio” è la dimostrazione dell’attaccamento che la persona ha di sé. Tanto più un individuo è immaturo, quanto più sarà attaccato ai suoi averi e li difenderà ad oltranza; sul versante opposto abbiamo la prodigalità, che porta alla rovina allo stesso modo, disprezzando ciò che si ha e dilapidando le proprie sostanze. Possiamo dire che quanti difendono ciò che posseggono lo fanno perché sono consapevoli di non avere altro per cui rientrano in quella condizione descritta da Satana nel libro di Giobbe, che disse a Dio “Tutto quello che l’uomo possiede è pronto a darlo per la sua vita”(2.4), la sua e non quella di altri. Vita intesa come centro, averi nel senso più ampio del termine cioè l’indipendenza, la possibilità di agire come lui ha programmato, i propri ambiti d’azione o affettivi su cui ha costruito la propria esistenza. Solo di fronte alla morte o alla malattia grave è disposto a rinunciare ad essi, essendo in gioco la sua sopravvivenza, che poi altro non è che continuare ad agire come ha sempre fatto.

La religione, che non contempla l’ascolto di Dio ma di se stessi oppure del principio in base al quale si debba per forza venire esauditi attraverso un rito, rientra in questo tipo di ragionamento fuorviante e assurdo: “pensano di essere esauditi per la moltitudine delle loro parole”. E “pulire l’esterno”è il metodo per presentarsi agli altri consapevoli del fatto che l’esterno è ciò che si vede, tralasciando l’interno che è quello, immensamente più importante, che Dio vede, valuta e giudica.

“Pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio”era la stretta osservanza di Levitico 27.30 “Ogni decima della terra, cioè delle granaglie del suolo e dei frutti degli alberi, appartiene al Signore: è cosa consacrata al Signore”, per cui pagarne la decima era poca cosa, potendosi trattenere la maggior parte. Ecco un altro modo per sentirsi in pace con la propria coscienza, ma lasciando “da parte la giustizia e l’amore di Dio”. Ricordiamo le parole di Michea 6.8, “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che il Signore richiede da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio”. Il pagare la decima senza considerare questo, equivaleva a dire a YHWH “Hai avuto quello che chiedevi, adesso lasciami in pace”, mentalità che molti hanno ancora oggi ritenendo sufficiente partecipare alle riunioni domenicali della Chiesa che frequentano.

Con la frase “Queste erano le cose da fare, senza trascurare quelle”, poi, Gesù non contesta le usanze che scribi e farisei avevano, ma li riconduce, ancora una volta nel Suo Ministero, all’essenza delle cose.

L’amore nell’occupare i “primi posti”, alla luce di quanto si vede da sempre anche in campo cristiano e non solo nel mondo, credo non abbia bisogno di commento, mentre è l’ultima frase, quella dei sepolcri, ad essere importante perché il sepolcro era ritenuto un terreno contaminato e contaminante, per cui lo si tingeva di bianco soprattutto per fare sì che non venisse calpestato inavvertitamente. Se allora a contaminare era il sepolcro, oggi lo sono le persone che si mascherano, si mimetizzano, ci parlano con scopi che non sono mai quelli diretti, che aspirano al trionfo dei loro secondi fini. Qui dovrebbe aprirsi una grossa parentesi sul peccato appunto di inavvertenza, che rendeva per Legge colpevole colui che, senza saperlo, si rendeva reo di  una trasgressione e tale rimaneva fino a quando quel peccato non fosse stato rivelato. Per ora basta mettere il risalto il fatto che, chi opera come quegli scribi e farisei, anziché essere di aiuto al prossimo è di severo inciampo, dà un esempio che non può che portare un frutto cattivo, impedendo il conseguimento dell’unico obiettivo veramente importante, cioè la pace con Dio e soprattutto il perdurare di essa. Tutte finzioni destinate a venire arse dalla Sua luce, quando verrà in giudizio. Amen.

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13.07 – LA VERA BEATITUDINE (Luca 11.27-29)

13.07 – La vera beatitudine (Luca 11.27-29)          

 

27Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». 28Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

 

            L’episodio in esame è riportato dal solo Luca, che possiamo considerare un’importante variante di ciò che è narrato quando “andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»”(9.19-21). Fu una realtà-verità talmente importante da venire riportata da tutti gli altri sinottici, Matteo 12.46,50 e Marco 3.31-34, tra loro simili ma tutti degni di attenzione: alla notizia dei parenti che lo cercavano, Gesù risponde “«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!»”. Marco scrive, dopo analoga domanda,“Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli, perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”.

Già in quest’occasione Gesù stabilì un importante principio e cioè che se come uomo aveva dei parenti come Dio le relazioni con loro avevano senso soltanto se avessero creduto in Lui perché era quello l’unico modo per stabilire un rapporto, al pari di tutti gli altri uomini e donne. Era finito il tempo in cui, dodicenne di ritorno dal tempo, è detto che “…venne a Nazareth e stava loro sottomesso”(Luca 2.51) cioè a suo padre e sua madre: doveva attendere che quel percorso comune a tutti gli altri israeliti, prima dei trent’anni, fosse concluso e nell’attesa “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”(v.52). Fu così che divenne maggiorenne col Bar Mitwah a tredici anni, dopo di che svolse il mestiere del padre per mantenersi, ma “a circa trent’anni cominciò il suo ministero ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli”(Luca 3.23).

A tredici anni, quindi, Gesù era considerato come tutti gli altri ebrei pienamente responsabile delle sue azioni davanti a Dio e agli uomini. I trenta, poi, erano quelli in cui i Leviti erano ammessi ad effettuare il loro servizio che si protraeva fino al raggiungimento del cinquantesimo (Numeri 4.3). Quando Gesù pronunciò le parole su cui ci stiano soffermando, quindi, aveva una doppia indipendenza dalla sua famiglia di origine, vale a dire quella dell’età responsabile e quella dell’età del servizio.

Ora se nel caso dell’episodio riportato dai sinottici l’anonimo o gli anonimi che lo informarono del fatto che era cercato dalla madre e dai fratelli presumevano che avesse una reazione di riguardo umano, poi smentita dai fatti, qui a parlare è una donna che probabilmente era sua discepola e non poté trattenere il proprio entusiasmo a fronte di un discorso che il suo Maestro fece subito dopo la parabola dell’ “uomo forte”che abbiamo da poco esaminato: “Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: «Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito». Venuto la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima”(Luca 11.24-26).

Dobbiamo tener presente che quanto detto da Gesù fu conseguente alla liberazione dell’indemoniato muto, che secondo la versione di Matteo era anche cieco (12.22-45): evidentemente quella donna era stata sconvolta da quella guarigione ed aveva compreso le parole del Maestro che spiegava le conseguenze cui va incontro chi, beneficiato di un intervento di Dio così specifico, non si converte dandogli modo di entrare in lui. Sappiamo che i Giudei avevano i loro esorcisti ma non se si trattasse, in caso di successo, di un artificio o se effettivamente liberassero persone possedute. In ogni caso certo non erano in grado di spiegare le dinamiche illustrate da Gesù e, a giudicare dagli insuccessi ottenuti con la donna emorroissa, non sempre il risultato dei loro interventi era efficace.

Ecco allora la frase ad alta voce per farsi sentire, “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”, pronunciata dal suo entusiasmo di donna e di madre di uno o più figli che certo non erano come Lui. Si trattò però di una frase infelice nel senso che, ancora una volta, limitava Gesù perché lo legava in qualche modo alle sue radici umane nel senso che, invece di esprimere la gioia come altri che dissero “Un profeta è sorto fra noi”, non vedeva altro che la soddisfazione  e l’orgoglio che secondo lei provava di sua madre Maria, definita dall’angelo Gabriele “favorita dalla grazia”. Nel suo magnificat Maria stessa dirà “d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”non perché “fortunata” ad avere un figlio così, ma per l’onore della scelta che Dio le aveva rivolto e per tutte le attenzioni di cui fu circondata dalla nascita di suo Figlio in poi passando attraverso la crocifissione dove verrà affidata alle cure dell’apostolo Giovanni. Ricordiamo che sicuramente vide Gesù risorto, che su di lei, come sui “circa centoventi”scese lo Spirito Santo a Gerusalemme, credo quindi consolata come pochi da quella “spada che ti trapasserà l’anima”, ancora una volta gli effetti dello Spirito che provò certamente anche in maniera dolorosa.

Credo che la vita di Maria, più che nei tentativi umani di ingerenza nella vita del figlio, sia da ricercarsi in quel suo costante conservare nel proprio cuore gli avvenimenti che si verificavano e non capiva interrogandosi sul loro significato anziché crogiolarsi nel fatto che avrebbe messo al mondo Uno che sarebbe stato “santo”e “chiamato Figlio dell’Altissimo”(Luca 1.35). Certo nel momento in cui guardò alla propria realtà umana, sbagliò, come nel caso in cui, assieme agli altri figli, “…uscirono per andare a prenderlo perché dicevano: «È fuori di sé»”(Marco 3.30).

La frase di quella anonima, quindi, era fuori luogo, non c’entrava nulla né con la realtà di Gesù, “nato di donna”come qualunque essere umano, né con quella di Maria sua madre, che non volle mai avere né mai ebbe un ruolo di rilievo nella Chiesa costituita dalla discesa dello Spirito Santo fino al termine degli scritti che costituiscono il Nuovo Testamento. Sarà poi il progressivo fraintendimento della Scrittura, le aggiunte ad essa e soprattutto le molte influenze pagane e idolatre che porteranno alla sua venerazione, attribuendole ruoli, compiti e funzioni che nulla hanno a che vedere con l’impianto evangelico e dottrinale originario.

La religione, cioè il rifiuto di un metodo serenamente e spiritualmente sano e critico di affrontare il testo sacro, ha fatto il resto. Come ben sappiamo dalle realtà che dovette affrontare e dalle Sue parole, Nostro Signore attaccò sempre il metodo religioso, che è attaccamento a precetti formali e metodi di ragionamento che esaltano la forma e il rito trascurando completamente la carità, l’amore e l’illuminazione che procede da Dio, impossibile se vengono a mancare i presupposti che la determinano.

A questo punto, tornando al nostro testo, le parole di Gesù demoliscono il concetto che la discepola innominata riteneva valido: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e l’osservano”. Va sottolineato che con quel “piuttosto”, che altri traducono “anzi”, sembra che Nostro Signore intenda mettere in secondo piano la figura di Maria, il che non è vero essendo traducibile il termine greco originale anche con “Sì, ma”. Ecco allora che questa risposta racchiude in sé l’esortazione a non pensare agli altri ma, in campo spirituale, fondamentalmente a se stessi perché il lavoro da fare nei nostri confronti è talmente tanto che non dovremmo avere il tempo di fare altro, nello specifico ad esempio di guardare la pagliuzza nell’occhio del nostro fratello perché così facendo ignoreremmo la trave che è nel nostro. Ricordiamo quando Pietro, parlando di Giovanni a Gesù risorto, si sentì dire: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”(Giovanni 21.22): ciascun credente ha una via preparata per lui, è unico come uniche sono le sue sembianze fisiche.

Il primo messaggio, quindi, è la diversificazione dei ruoli, è l’invito-ordine a pensare prima di tutto alla posizione che ogni essere umano ha davanti a Dio: ascolti la Parola di Dio? È il primo passo perché questo determina la considerazione, la valutazione che poi porta alla decisione dell’accoglimento. E Maria queste cose le faceva e come tutti ebbe tanto il suo percorso quanto giunse poi alla propria scelta. Però, abbiamo letto all’inizio che “Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.

Tempo fa ho fatto presente che ci troviamo a meditare dei capitoli di Luca che appartengono al cosiddetto “libro del grande viaggio” in cui l’evangelista include episodi che non necessariamente rispecchiano un ordine cronologico preciso e infatti alcuni studiosi mettono in risalto che le parole di Gesù che stiamo considerando precedono di poco le altre, cioè quelle pronunciate quando arrivarono Maria e gli altri suoi figli a cercarlo e che infatti abbiamo citato.

La messa in pratica è quindi quella che conta, è la dimostrazione che l’ascolto ha portato all’unica conclusione possibile, quella dell’operatività perché “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del padre mio che è nei cieli”(Matteo 7.21). Ancora, “Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica”(Giovanni 13.17) e da qui si può citare Giacomo 1.22-25: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla”. Amen.

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13.06 – CHI NON RACCOGLIE CON ME (Luca 11.21-23)

13.06 – Chi non raccoglie con me (Luca 11.21-23)

 

21Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. 22Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. 23Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde.

 

            Nel testo in grassetto ho omesso i da 14 a 20 perché già affrontati, che comunque ricordiamo:“Gesù stava cacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebul, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e allo stesso modo una casa, divisa in parti contrarie, crolla. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebul. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebul, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio”. Si tratta di un episodio che anche Matteo ha riportato nel suo capitolo dodicesimo, versi 22-30.

Ora l’interessante è che Gesù approfitta dell’impossibilità che ha di sussistere qualunque “regno”, società o “casa”intesa sia come struttura mal progettata che come famiglia, “divisa in parti contrarie”non solo collegandolo a Satana (che organizzato dev’essere per forza), ma proponendosi come unica alternativa ad esso e lo fa con la parabola dell’ “uomo forte, bene armato”che “fa la guardia al suo palazzo”in cui evidentemente sono custoditi dei beni, come dalle parole “ciò che possiede è al sicuro”.

Questa descrizione, però, suggerisce una quiete e una sicurezza solo apparente, cioè destinata a durare fino a quando arriva “uno più forte di lui”col preciso intento di impadronirsi delle sue cose. L’ “uomo forte”combatterà con tutte le sue forze pur di difendere ciò che ha, ma sarà tutto inutile: vero è che l’esito della lotta è espresso al condizionale, “se arriva uno più forte di lui e lo vince”, ma lA storia ci insegna che quando abbiamo una struttura solida, questa non dura per sempre: potrà resistere a guerre e battaglie, ma presto o tardi arriverà qualcuno più potente che riuscirà ad annientarla. La sicurezza, insomma, dura fino a prova contraria e il suo scadere sarà è questione di tempo, luogo e spazio.

Notiamo che la caratteristica della vittoria sull’ “uomo forte”comporterà una cocente umiliazione: “gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino”. È facile trovare una connessione con le due case, quella costruita sulla roccia e quella sulla sabbia in cui in una c’è resistenza all’impetuosità degli elementi e nell’altra no, ma ciò non toglie che entrambe, al loro costruttore, erano sembrate solide. Ciò che infatti difettava non era il materiale da costruzione impiegato, ma le fondamenta su cui poggiavano. Un uomo è quindi “forte”e una casa “solida” fino a prova contraria. La differenza che intercorre fra le due parabole, se mai, è che nel caso dell’ “uomo forte”il suo potere cessa nel momento in cui arriva uno più agguerrito di lui, mentre nelle due case abbiamo a determinare il resistere dell’una e la rovina dell’altra: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti che si abbatterono su quella casa”(Matteo 7.27), quindi una massa di eventi sfavorevoli e avversi.

Il significato della parabola dell’ “uomo forte”è allora diverso, si pone ad un livello parallelo perché nella casa ci si ripara e qui si mette qualcosa al sicuro e sotto custodia. Resta da vedere di e da chi, alla luce della frase del verso 23 “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde”.

Gli scritti dell’Antico Patto riportano innumerevoli vittorie di uomini o di popoli su altri, tutti loro hanno conosciuto i loro tempi di prosperità e di miseria, sia essa materiale, morale e spirituale, ma qui il riferimento da sviluppare è quell’ “uomo più forte di lui”che Gesù fa irrompere nella sua narrazione. Lo colleghiamo – ad esempio – a Isaia 9.5,6 a proposito dello stesso Figlio: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti”.

Se nel verso appena riportato abbiamo l’annuncio della venuta in dono del Figlio di Dio, in 49.24,25 troviamo due domande, con relativa risposta, riferite proprio a una forza che è ritenuta normalmente invincibile, ma che ha una sua scadenza: “Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno? Eppure, dice il Signore: «Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno”.

Dobbiamo poi ricordare la fine del capitolo 53, noto per dare la descrizione delle sofferenze assolute del Figlio di Dio: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli”. “Farà bottino”, stesso termine che compare nel nostro testo di Luca.

Se quindi Isaia in questi scritti mostra ai suoi contemporanei – e chiaramente non solo – ciò che avverrà dalla dispensazione della Grazia e nelle successive, l’apostolo Paolo in Colossesi 2.15 spiega chiaramente la parabola dell’ “uomo forte”nella sua parte finale: “Con lui Dio ha dato vita anche a voi– i pagani – che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi– la Legge – che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo”.

Quindi: la non circoncisione era il simbolo certo formale (ma non per questo meno importante) più evidente della non appartenenza al popolo di Dio e la Legge era quel “documento scritto contro di noi”di cui Satana si è subito impossessato per torcerla a suo vantaggio, tentando l’uomo. Sembra un controsenso quello di un Dio d’amore che dà all’uomo uno scritto che gli è sfavorevole, ma questo è solo in apparenza in quanto, con l’introduzione del peccato nel mondo, altro non poteva fare dal momento in cui decise di rivelare a Mosè il suo piano per farli uscire dall’Egitto e iniziare così a tessere ufficialmente il piano di redenzione per la sua creatura che si sarebbe dipanato di secolo in secolo fino a raggiungere quello della fine.

Ora quel “documento scritto contro di noi”è stato “inchiodato alla croce”, è rimasto lì al contrario di Lui che è risorto; in tal modo ha “privato della loro forza i Principati e le Potenze”, quindi tutte quelle entità la cui forza è anche descritta dal nome stesso, che ci tenevano prigionieri e incapaci di qualsiasi relazione con Dio salvo quella in giudizio e in condanna. Perché “Il nostro Dio è un Dio che salva; al Signore appartengono le porte della morte”(Salmo 68.21) e la prova dell’impotenza alla quale sono stati ridotti “i Principati e le Potenze”risiede proprio sia nella resurrezione che nella sua conseguenza immediata, cioè quei “prigionieri”che ha portato con sé: “Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”, frase sempre appartenente a questo Salmo e di cui Paolo si serve in Efesi 4 trattando di una parte della Persona di Cristo, per poi concludere in 6.12, prima di trattare dell’ armatura del credente, con le parole “La nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”, termine quest’ultimo riferito a quei territori spirituali che sono comunque sopra di noi nel senso che ci sovrastano e tuttora vorrebbero la rovina dell’uomo “per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti”.

Ed ecco allora che, con la parabola che abbiamo cercato di esaminare, Gesù si dichiara come quella persona in grado di contrastare l’ “uomo forte”, vincerlo, strappargli le armi e spartirsi il bottino, figura di una guerra definitivamente vinta contro tutte le forze del male viste, appunto, nei “Principati”e nelle “Potenze”.

La conclusione di tutto questo insegnamento non può essere che lapidaria: “chi non è con me, è contro di me”, cioè: visto che io sono Colui che ha vinto Satana e la morte e l’ho fatto per voi, chi non mi accoglierà, per indifferenza, disinteresse o perché avrà preferito stare con l’ “uomo forte”, mi troverà contro di lui. Non è certo un caso se Matteo, nel riferire la stessa parabola di Luca, utilizza altri termini: “Come può uno entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega? Soltanto allora potrà saccheggiare la sua casa”(12.29) nel legare non è azzardato vedere un forte collegamento con Apocalisse 20.1-3: “E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e Satana, e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni, dopo i quali dev’essere lasciato libero per un po’ di tempo”.

La seconda parte del nostro verso poi descrive un aspetto singolare dell’essere in e con Cristo, cioè il “raccogliere”e qui arriviamo alla gioia della mietitura – che sarà al tempo stesso tragedia per molti – che i credenti di ogni epoca e nazione condivideranno con il loro Signore. Per questo è detto “chi non raccoglie con me, disperde”: la mietitura è quell’azione che precederà l’eternità e l’ingresso in essa della Chiesa di ogni tempo, la Comunità degli Ek-kletoi, i “chiamati fuori” e nel “disperdere” cui Gesù fa riferimento vediamo il non frutto, un’azione inutile, il raccolto della fatica nella fatica. Perché c’è una porta, ora aperta, destinata a chiudersi e chi sarà fuori dimorerà nel “pianto e stridore di denti”. Amen.

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13.05 – L’AMICO IMPORTUNO (Luca 11.5-8)

13.05 – L’amico importuno (Luca 11.5-8)  

 

5Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: «Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli», 7e se quello dall’interno gli risponde: «Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani», 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. 9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

 

 

Il passo riportato viene posto da Luca subito dopo l’insegnamento del “Padre Nostro”; a differenza di Matteo, è da lui collocato dopo l’episodio di Marta e Maria quando leggiamo che, qualche tempo dopo, “Gesù si trovava in un luogo a pregare. Quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli»” (v.1). Il problema a questo punto è se ci troviamo di fronte a una diversa collocazione temporale dell’insegnamento del Padre Nostro, oppure se questa fu ripetuta non ai dodici, presenti nel racconto di Matteo, ma ad altri discepoli che, vistolo pregare in modo totalmente diverso da quanto facevano gli scribi e i farisei, capirono la necessità di venire istruiti anche attorno a questo argomento. Possiamo ricordare le parole dell’anonimo discepolo che chiese “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” (v.1) da cui rileviamo che gli evangelisti hanno riportato solo una parte del messaggio del Battista agli uomini, cioè attinente alle sue funzioni di precursore. È tra l’altro impossibile che Gesù abbia trascurato un argomento così importante come la preghiera per affrontarlo solo negli ultimi mesi del Suo Ministero. Piuttosto possiamo dire che il “Padre Nostro” è talmente importante da essere citato per due volte, in momenti diversi, proposto da Luca in una versione più essenziale: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati. Anche noi infatti perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione” (vv.2-4).

Come nel sermone sul monte, in cui leggiamo “Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!” (Matteo 7.9,10), qui abbiamo l’esposizione di una breve parabola (più altri esempi), quella dell’amico importuno che riflette, attenendoci alla semplice narrazione, la realtà dei paesi caldi in cui non è raro che si scelga di viaggiare, per la maggior parte dell’anno, di notte. In ogni caso, non esistendo allora contenitori in grado di proteggere gli alimenti dalla calura, chi si spostava portava con sé quanto bastava per sfamarsi senza fare provviste, acquistandole poi di volta in volta. Era allora frequente che proprio di notte, capitando nei pressi di abitazioni di persone conosciute come anche di bottegai, il viaggiatore bussasse alla loro casa chiedendo da mangiare. Era una società diversa dalla nostra.

Ora, non avendo la persona interpellata dal viaggiatore da dargli alcunché, si reca da un altro e quindi gli rappresenta il problema. Costui, già addormentato, stanco ma comunque a letto, non si alza neppure ad aprire una finestra, ma risponde “dall’interno” dicendo “non posso alzarmi per darti i pani”: li avrebbe, ma non ha voglia di darli per pigrizia.

Chiaramente siamo chiamati a riflettere sulle parole del verso 8, “vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono”, che potrebbe lasciare intendere che l’insistenza e l’assillare il prossimo (e Dio per relazione) sia la chiave per ottenere le cose. Questa almeno è l’idea del religioso e dei bambini che sanno molto bene, se non hanno genitori responsabili, che possono ottenere dagli adulti ciò che vogliono continuando ad insistere capricciosamente assillandoli. È tra l’altro il motivo per cui i giochi per i bambini, nei grandi magazzini, sono sempre posti in basso o comunque alla loro altezza perché possano prenderli e litigare con gli adulti che il più delle volte, presi dalle necessità del fare compere, pur di farli tacere li accontentano.

In realtà Gesù ricorre a questa parabola, e ad altre di significato analogo, con lo scopo primario di far comprendere la “necessità di pregare senza stancarsi mai” (Luca 18.1) alla luce però dell’intelligenza, che della perseveranza e dell’insistenza dev’essere compagna. Abbiamo letto nella parte finale dei nostri versi la promessa “cercate e troverete”, il cui metodo è illustrato in Proverbi 2. 3-5, “…se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio”. Ecco, il paragone con l’argento è molto calzante perché si tratta di un metallo che si trova sempre legato ad altri, come il piombo da cui viene separato con difficoltà, essendo necessario fonderli, raffreddarli e rifonderli di nuovo con un procedimento complicato che prende il nome di coppellazione, quello usato nell’antichità. Il “cercare” di cui parla l’autore del libro dei Proverbi, e quindi Gesù nel nostro passo, non consiste in un tentativo svogliato o approssimativo, ma in un metodo serio e direi professionale.

Credo che, connesso al nostro racconto di Gesù, siano la tenacia, costanza e infaticabilità sostenute da Giacobbe in Genesi 32.25-29: “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto contro Dio e gli uomini e hai vinto!»”. Giacobbe vuol dire “Colui che precede” e Israele “Colui che lotta con Dio”.

Anche qui abbiamo la presenza del Figlio in forma umana, come dalle parole “contro Dio e gli uomini” che un angelo non avrebbe mai potuto utilizzare: è il Figlio che mette alla prova Giacobbe che lotta con Lui instancabilmente a tal punto da costringerLo a colpirlo all’articolazione femorale non riuscendo nonostante tutto a fermarlo. Mosè non ci ha lasciato nulla di scritto sull’oggetto della contesa, ma dalle parole “Non ti lascerò se non mi avrai benedetto” è chiaro che a quell’uomo premeva di venire benedetto da Dio non accontentandosi delle parole di suo padre Isacco.

Anche l’articolazione con la quale Giacobbe fu colpito è figura della prova che Dio dà agli uomini perché non si inorgogliscano, come fu per l’apostolo Paolo per la “spina nella carne” che inutilmente chiese che gli venisse tolta (2 Corinti 12.7,8). Se quindi Gesù con la parabola oggetto di riflessione avesse voluto alludere a quanto dobbiamo pregare per un problema materiale, certo avrebbe fatto in modo che Paolo fosse guarito; invece scrive “Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»”. Anche qui vediamo che l’apostolo, sperando di venire guarito dal Signore, pregò “per tre volte” e non con richieste continue e petulanti.

Tornando a Giacobbe vediamo che continuò a lottare nonostante il dolore causato dalla slogatura del femore, infortunio caratterizzato dalla fuoriuscita della testa del femore dall’acetabolo dell’osso iliaco: nella classifica delle emergenze mediche occupa un posto di rilievo e comporta spesso, come nel caso di Giacobbe, una lesione al nervo sciatico. Leggiamo infatti che, a conclusione dell’episodio in Genesi, ”Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppiacava all’anca. Per questo gli israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico che è sopra l’articolazione del femore, perché quell’uomo aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico” (32.32,33).

Giacobbe lotta con quell’uomo per tutta la notte fino a quando giunse l’alba, figura del chiarore della consolazione a fronte della notte, immagine dell’afflizione. Dalle parole “Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora” del Figlio di Dio in forma umana (v.27), che avrebbero tranquillizzato chiunque perché annunciavano la fine del combattimento, Giacobbe non si smosse perché, più del riposo, gli premeva essere benedetto e così avvenne. Abbiamo così in questo episodio la figura del combattimento della fede e della preghiera che trova la sua realizzazione, fra l’altro in 1 Giovanni 5.4,5: “Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”.

Ora il senso dell’episodio di Genesi 32 è questo: Giacobbe, se avesse dovuto lottare con Dio nella sua forma spirituale, non sarebbe durato un solo infinitesimale frammento di secondo, ma in quella umana dimostrò tutta la sua volontà a tal punto che poco dopo disse “Io ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita mi è stata risparmiata” (v.30), anche qui figura del futuro, espresso, restando nell’Antico Patto, in Salmo 17.15: “Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine” che anticipa 1 Giovanni 3.2, “Sappiamo però che quando egli sarà  manifestato noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.

Certo, la nostra parabola parla di “pane” chiesto all’amico per cui non possiamo pensare che il Signore non ci conceda anche quanto necessita per il nostro sostentamento, ma credo sia necessario spostare sempre l’attenzione sul significato spirituale delle cose. I nostri problemi materiali rientrano nel “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (meglio tradotto con “necessario”) e col paragone che Gesù fa, nel sermone sul monte, con “i corvi” che “non seminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi!” (Luca 12.24). Fra l’altro, aggiungendo una nota strettamente personale ed altrettanto dolorosa, posso dire che fissarsi ed essere insistenti su cose che riteniamo necessarie senza chiederci davanti al Padre se lo siano davvero, potrebbe anche causare un esaudimento che poi ci si ritorce conto procurandoci sofferenze e fastidi per farci capire l’inopportunità della nostra posizione. Ci sono infatti dei lacci che tende l’Avversario, ma anche altri che, più o meno, siamo noi stessi a costruirci addosso perché siamo vittime della nostra stessa superficialità, o carnalità che dir si voglia.

È vero che l’uomo del nostro episodio chiede i pani, ma tale alimento è comunque figura di ciò che sta oltre, perché sappiamo che “l’uomo non vive di solo pane, ma di tutto ciò che procede dalla bocca di Dio” ed anche la parabola del giudice e della vedova, che solo apparentemente allude all’insistenza per avere qualcosa, termina con parole che vanno al di là dell’esempio: “Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente” (Luca 18.6-7).

Io credo che la prima cosa che abbiamo il diritto-dovere di chiedere in preghiera a Dio è il discernimento, cioè avere la possibilità che la nostra mente, attraverso lo Spirito, esca dalla umana ossessività che ci è propria. Dobbiamo tenere sempre presente che questa filtra tutte le nostre esigenze materiali e spirituali attraverso il nostro ego per cui istintivamente sbaglieremmo: di qui la preghiera per poter essere in grado, cercando alla luce della preghiera e dello Spirito, di poter abbracciare per quanto possibile il vero, reale, necessario alimento destinato a sostenerci per quello che possiamo essere, ricordando che “il Padre sa ciò di cui avete bisogno”: cosa possiamo dire di fronte al “sapere” di Dio che ci ha creati, che ci ha conosciuti prima della fondazione del mondo, che conosce il numero dei capelli del nostro capo?

Ecco perché il nostro episodio si chiude con tre promesse fondamentali, “sarà dato”, “troverete” e “vi sarà aperto” che si concretano nel momento in cui si “chiede”, si “cerca” e si “bussa”, azioni che solo il diretto interessato può intraprendere per ottenere ciò che cerca esattamente come la persona della parabola chiede con insistenza all’amico riluttante. E poiché si tratta di cose che Dio ha promesso, non può non mantenerle. Queste tre azioni vengono portate avanti da chi ha bisogno e riconosce che può trovare esaudimento solo presso di Lui: chiedo ciò che non ho, cerco ciò che mi manca, busso per entrare dove altrimenti non potrei stare sapendo, come dal verso decimo, che “chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto”. Amen.

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13.04 – MARTA E MARIA (LUCA 10.38-42)

13.04 – Marta e Maria (Luca 10.38-42)     

 

38Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

 

Il verso di esordio, apparentemente scritto da Luca per raccordare i due episodi dell’insegnamento su chi fosse il “prossimo”e quello che abbiamo letto, presenta dei punti interessanti: Gesù, non da solo, “entrò in un villaggio”che sappiamo essere Betania, il cui nome significa “casa dei poveri”, oggi chiamato in arabo “Al-Azariyeh”, cioè “casa di Lazzaro”. Entrambi i nomi sono indicativi per quanto succederà: Marta e Maria infatti erano sorelle di Lazzaro, qui non citato, ed erano appunto di quella località come leggiamo in Giovanni 11.1: “Un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato”.

Elemento che dà un significato particolare al racconto e alla località, poi, lo abbiamo nel luogo in cui si verificò, poiché Betania si trovava lungo “la strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico”(era a tre km da Gerusalemme) e quindi possiamo pensare che l’ambiente scelto da Gesù per l’esposizione della parabola del buon samaritano non fu casuale.

Altro elemento offertoci dal verso 38 è poi la citazione di Marta, “Signora”, nominata per prima perché sorella maggiore di Maria e responsabile della casa da loro abitata. Abbiamo poi il verbo, “lo ospitò”, tradotto da altri con “lo accolse in casa sua”: fu questa la prima volta? Fu qui che iniziò il rapporto tra Gesù e quella famiglia, Lazzaro compreso per quanto non nominato? Non possiamo stabilirlo con certezza, poiché è probabile che Nostro Signore fosse passato per Betania altre volte, diretto a Gerusalemme.

I verbi “entrare” e “ospitare”, poi, ci rimandano a come Gesù era solito agire e di come ordinò fare altrettanto ai suoi discepoli: “In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi”(Matteo 10.11-13). Certo la situazione era diversa perché i discepoli avevano il Maestro con loro, che già sapeva quale fosse la casa in cui abitavano persone degne di riceverlo; oramai non era certo uno sconosciuto nemmeno per chi o coloro che non lo conoscevano di persona. Comunque siano andate le cose, visto che quello che propongo è un’interpretazione, un raccordo, certo è che Marta, quale responsabile della casa, “lo accolse”; dire quanti, quali e se vi fossero i discepoli, non è dato perché Luca, il solo che ha riportato l’episodio, potrebbe aver interpellato tanto uno dei dodici, quanto le due sorelle a Betania. Va tenuto però presente il plurale, “Mentre erano in cammino”.

Cercando di analizzare la figura di Marta, è evidente che fosse una persona energica e responsabile che cercava di svolgere al meglio quanto richiedeva la gestione di una casa. Come tutte le persone pratiche, forti di carattere e volenterose, badava al concreto delle cose senza valutarle nella loro globalità o, se preferiamo, considerarne le variabili. Ricordando infatti che, nell’occasione della morte del fratello Lazzaro, andò “incontro”a Gesù mentre sua sorella “stava seduta in casa”(a piangere) e che lo rimproverò: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”, stesse parole che gli dirà poi Maria, ma con significato diverso. Marta, amata da Nostro Signore assieme alla sorella e al fratello (Giovanni 11.5), limitandoci al nostro episodio, è la figura della persona “calata nel proprio ruolo”, in questo caso per fare degna accoglienza all’ospite confondendo però tra il riguardo a lui dovuto umanamente e la profonda attenzione necessaria ai contenuti del messaggio che portava. Possiamo anche pensare che Marta fosse, al pari di sua sorella e del fratello, benestante perché la casa doveva essere grande, ammettendo che non si limitò ad ospitare Gesù, ma anche i dodici o una parte di loro. Il modo con cui il testo greco la presenta, infatti, “in casa sua”allude ad esserne padrona  nel senso di disporne, governarla, occuparsi di lei come vediamo in Giovanni 12.2 quando, sei giorni prima della Pasqua, leggiamo che “…qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali”.

Di tutt’altro carattere la sorella Maria, che viene descritta dai passi di cui disponiamo come una persona profondamente sensibile, che alla praticità delle cose preferisce il loro senso, distinguere ciò che è veramente utile da quanto non lo è; ciò lo vediamo non solo perché qui si pone a sedere ai piedi di Gesù, nella stessa posizione degli studenti ebrei coi loro maestri, ma soprattutto per l’episodio appena ricordato, quello della cena sei giorni prima della Pasqua, in cui viene contrapposta alla sorella che “serviva”: “Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo”(vv.3,4).

Per quanto sarà un episodio che analizzeremo, vediamo che Maria valutò la persona e la presenza di Gesù in mezzo a loro tale da giustificare il versamento di quel profumo “assai prezioso”sulla Sua persona. Ricordiamo anche il comportamento assunto alla morte del fratello: quando Marta andò da lei in casa dicendole “«Il Maestro è qui, e ti chiama», udito questo, ella si alzò subito e andò da lui”(11.28,29) consapevole che solo da Gesù avrebbe potuto trovare consolazione, come effettivamente avvenne. Le parole che poi gli disse, identiche a quelle della sorella, “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”manifestano tutta la sua impotenza di fronte all’umano dolore oltre che alla visione limitata che aveva, ritenendo possibile che Gesù potesse operare solo se fosse stato fisicamente presente sul luogo. Fu una convinzione che corresse presto, visto che il profumo fu versato successivamente alla resurrezione del fratello, ricordandosi le parole “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”(11.40).

Maria, quindi, è la figura dell’ascesa del credente da ciò che prima ignora e che poi sperimenta personalmente: infatti prima la vediamo “seduta ai piedi del Signore”, poi ci fu per lei il tempo della riflessione, dell’elaborazione di quanto ascoltato, quindi la sperimentazione degli effetti della parola di Dio con la risurrezione di Lazzaro, ed infine l’adesione totale a Lui con il versargli addosso il profumo.

Venendo ora all’episodio in esame, va sfatata l’ipotesi che vede in Marta un personaggio negativo. Semplicemente, è apparentemente meno positivo della sorella che sapeva benissimo, come lei, che per ricevere un ospite andavano osservate regole precise, a cominciare dall’acqua per lavare i piedi impolverati e forse a questo aveva adempiuto, ma tutto il resto, alla luce di ciò di cui Gesù parlava, non riteneva avesse ragione di essere. Marta era lieta di avere Gesù come ospite, era la responsabile della casa e in quanto tale era solo lei che poteva accoglierlo, però confonde l’accoglienza formale, diremmo noi “del galateo”, con quella spirituale. Per lei, per lo meno in questo episodio, era importante “fare bella figura” non a livello egoistico, ma non concepiva un atteggiamento diverso, per onorare il proprio ospite, da quello di approntare tutto il meglio per riceverlo e non capisce perché la sorella non debba comportarsi allo stesso modo. Certo che Maria sapeva che avrebbe dovuto comportarsi come Marta, ma non riuscì, c’era qualcosa che la teneva seduta e questo “qualcosa” era “la Parola di Gesù” che “ascoltava”consapevole, come altri del resto, che “nessuno parlò mai come costui”. Gesù non insegnava o parlava a una folla, ma a lei e alla sorella che, credo, ascoltava distrattamente, “distolta per i molti servizi”.

La nostra traduzione ha “Allora si fece avanti”, ma l’originale ha piuttosto “venne”che ci autorizza a pensare da un’altra stanza della casa, convinta che il suo rimprovero – ancora – fosse ben accolto da Gesù: “Non t’importa nulla che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?”. “Mi ha lasciata”lascia intendere che all’inizio i comportamenti delle due furono identici, ma che poi Maria non poté fare a meno che sedersi ad ascoltare. Furono la sua sensibilità e la sua indole a portarla ad assumere quella posizione, null’altro importava. E qui esce una considerazione ovvia e cioè che anche noi, se ascoltiamo i richiami delle convenienze, dei doveri umani, della consuetudine, del “così si fa”, e ci concentriamo su di essi in nome di un nostro presunto dovere, non troviamo il tempo per ascoltare la Parola di Dio che ha per noi un messaggio individuale, preciso, specifico. Così facendo, però, ci priviamo inconsapevolmente di molto, dell’essenziale.

La risposta di Gesù fu questa (ripresa dalla traduzione di Giovanni Diodati che è preferibile): “Marta, Marta, tu sei sollecita e ti travagli intorno a molte cose. Ora di una sola cosa fa bisogno. Ma Maria ha scelto la buona parte, che non le sarà tolta”. I due termini, “essere solleciti” e “travagliarsi” hanno una quantità enorme di riferimenti nella Scrittura, comunque sempre rivolti, considerati come gli effetti che il mondo ha sulla persona. Marta era ansiosa e preoccupata perché i preparativi da lei messi in atto fossero degni della persona che ospitava, ma dimenticava che non poteva esservi accoglienza migliore se non l’ascolto di quanto aveva da dire, la “buona parte”,“di una cosa sola c’è bisogno”.

Possiamo fare un parallelo con Giovanni 14.23 “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio l’amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”, cioè la stessa cosa veniva offerta tanto a Maria quanto a Marta, ma la prima non ebbe bisogno che Gesù glielo spiegasse. Credo che la differenza fra le sue sorelle sia stata spiegata molto bene da un fratello di cui riporto le parole: “Marta e Maria ci sono presentate come esempi di due aspetti diversi del carattere cristiano, cioè la devozione interna e l’attività pratica; quest’ultima è una qualità molto preziosa in un credente, ma tra le diverse occupazioni della vita può, se non si fa attenzione, diventare un tranello, permettendo alle cure e ai fastidi delle cure mondane di indebolire la vita spirituale dell’anima. D’altra parte c’è il pericolo che le sole occupazioni spirituali generino pigrizia e trascuratezza dei doveri che, quali cristiani, abbiamo verso le nostre famiglie, verso la Chiesa visibile e la società in generale. Contro questo pericolo le Marie devono stare in guardia, non meno delle Marte contro le attrazioni del mondo”. Per questo l’apostolo Paolo scelse di non dipendere dalle offerte dei credenti per il suo sostentamento, ma per mantenersi continuò il mestiere che conosceva, quello di tappezziere, e scrisse“Noi non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi”(2 Tessalonicesi 3.7-10).

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13.02 – IL BUON SAMARITANO II: L’UOMO E I BRIGANTI (Luca 10.25-28)

13.02 – Il buon samaritano: l’uomo e i briganti (Luca 10.25-28)          

 

30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

 

Questa parabola, come sappiamo, fu esposta a un dottore della Legge che chiese a Gesù di dargli una definizione di “prossimo”. Il racconto parabolico, che secondo l’uso di quel tempo aveva fine didattico presso i Giudei e tramite il quale Nostro Signore si pone sullo stesso piano dell’interrogante che lo aveva chiamato “Maestro”, viene in realtà esposto per far sì che quel dottore potesse trarre le sue conclusioni e presenta quattro personaggi che cercheremo di analizzare; del primo sappiamo ben poco e viene lasciato volutamente nell’ombra anche se possiamo ipotizzare fosse un israelita che “scendeva da Gerusalemme a Gerico”: quella strada infatti copriva il dislivello di circa un km che intercorreva fra le due città. Si trattava, allora come fino a metà del secolo scorso, di un percorso rischioso perché infestato da bande di criminali che assalivano soprattutto le persone che viaggiavano da sole. Con l’andar del tempo, poi, la criminalità locale si organizzò in modo tale da riuscire ad affrontare e rapinare anche tutti coloro che viaggiassero privi di scorta.

Ebbene al protagonista della parabola “portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”, cioè nelle condizioni di non poter chiedere aiuto perché quel “mezzo morto”ci descrive uno stato di privazione delle forze necessarie per muoversi, rialzarsi. La vittima dei briganti versava quindi in uno stato di immobilità, senza altra possibilità se non rimanere dov’era poiché, proseguendo nella lettura, leggiamo che chi passò vicino a lui “lo vide”, ma non ci è stata trasmesso alcun dialogo fra loro.

Questa è la lettura più immediata della parabola, cioè di quanto probabilmente avvenuto attenendosi ad essa, ma è facile riconoscere nelle azioni dei briganti, cioè nel portare via tutto, percuotere a sangue e lasciare la persona priva di forze, gli effetti del peccato che, quando lo assale, lascia l’individuo nelle stesse condizioni dal punto di vista spirituale. Ricordiamo anche quanto avvenuto alla guarigione di quel giovane indemoniato operata da Gesù quando i discepoli non riuscirono: ”Lo spirito, gridando e straziandolo fortemente, uscì”(Marco 9.36), fatto avvenuto comunque in altri episodi. Questo perché il peccato e la lontananza da Dio straziano sempre, paralizzano, rendono ciechi e sordi. Tutte le applicazioni possibili su questa prima parte della parabola riguardano proprio questa condizione.

A proposito del nostro personaggio leggiamo “gli portarono via tutto”, traduzione dall’originale “spogliatolo”anche qui come il peccato, e quindi l’Avversario, fece con i nostri progenitori che, da esseri rivestiti dalla grazia e luce di Dio (e soprattutto d’innocenza), si ritrovarono soli nel loro corpo di carne; ricordando il giudizio su Adamo sappiamo che non gli rimase nulla se non una vita a termine: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai”(Genesi 3.19). Se non è rivestito di Dio, l’uomo ha ben poco valore. Ecco allora che la creatura per cui esisteva un progetto di vita attiva, partecipe pienamente dell’eternità, sarebbe stato e tornato polvere, cioè la materia che Dio aveva utilizzato per crearlo, ma priva del Suo splendore. Avrebbe dovuto un giorno restituirgli l’anima, o la vita come altri traducono. Così infatti è detto nella parabola del ricco: “Stolto, questa stessa notte l’anima tua ti sarà richiesta. E le cose che hai accumulato, di chi saranno?”  (Luca 12.13-21).

A proposito dell’episodio in Eden va comunque rilevato che, se Satana riuscì a fare in modo che Adamo ed Eva fossero spogliati e decaduti, Dio comunque procurò loro un vestito idoneo (la pelle d’animale al posto delle foglie di fico intrecciate) e che ai cristiani è detto “Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni– e qui dobbiamo verificare se si effettivamente così, visto che sta a noi farlo – e avete rivestito il nuovo– stessa verifica – che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.(…). Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di pazienza”(Colossesi 3.10-13).

I briganti, figura dell’Avversario, dei suoi ministri e del peccato, portano “via tutto”il necessario per vivere alla luce di Dio e ancora una volta il parallelo con Adamo ed Eva è inevitabile perché da loro abbiamo naturalmente ereditato la condizione di persone da Lui lontane e saremmo tuttora incapaci di vivere una vita vera se, a un certo punto, non fosse intervenuto Gesù Cristo. Secondo alcuni passi che conosciamo, infatti, Gesù è definito dall’apostolo Paolo come “ultimo Adamo”. Ricordando le parole “Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti– quelli che lo avranno accolto – riceveranno la vita”(1 Corinti 15.22), “Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita”(v.45).

 

I briganti della parabola non si limitarono a spogliare il malcapitato, ma “lo percossero a sangue”, cioè non si accontentarono di rapinarlo tenendolo sotto la minaccia delle armi e non si fermarono in questa azione violenta fino a quando non videro il sangue e constatarono che la persona era rimasta lesionata a tal punto da non potersi più muovere. Possiamo idealmente paragonare la condizione di quel malcapitato, visto che il termine “parabola” significa appunto “paragone”, al gesto di Giobbe che, pur potendo parlare, subì la stessa sorte. Ricordiamo che anche Giobbe, dietro intervento di Satana, perse tutto: figli e figlie, servi e pecore, quindi fu spogliato di ogni cosa. Poi venne la malattia – ecco le percosse –: “Satana si ritirò dalla presenza del Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere”(2.7,8). E qui probabilmente abbiamo anche il sangue, che esce nel momento in cui si gratta una piaga.

Certo per Giobbe ci fu anche la tortura morale dei tre cosiddetti “amici venuti per consolarlo”che finiranno per affliggerlo con parole indubbiamente buone dal punto di vista morale e religioso, ma non certo spirituali e quindi adatte al suo caso. Di qui la necessità di parlare a chi soffre con parole appropriate, se ne abbiamo. Ricordiamo anche come Giobbe fu trovato da loro: “Alzarono gli occhi da lontano, ma non lo riconobbero. Levarono la loro voce e si misero a piangere. Ognuno si stracciò il mantello e lanciò polvere verso il cielo sul proprio capo. Poi sedettero accanto a lui in terra per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande”(2.12,13).

Gli effetti del peccato sono allora quelli appena descritti; possono essere visibili a tutti qualora si manifesti con la malattia del corpo o della mente – che in Eden non vi erano – oppure tramite una vita sregolata, persa ad inseguire il mito della realizzazione personale, in quale campo non importa; se non interviene Gesù a sanare, l’essere umano resta paralizzato, incapace di chiedere aiuto, non necessariamente si accorge di essere stato “spogliato di tutto”e “percosso a sangue”. O, meglio, quando se ne accorgerà sarà troppo tardi.

La terza condizione in cui versa l’anonimo è “mezzo morto”, espressione che nel nostro linguaggio comune viene intesa come “molto stanco, mal messo, sfinito” ma che Gesù, che non parlò mai usando termini esagerati per far meglio presa sui suoi uditori, intende come in stato di incoscienza, cioè con funzioni vitali minime. Essere incoscienti significa non avere consapevolezza della propria esistenza e non essere in grado di interagire con l’ambiente che ci circonda.

Tutto, dal racconto di Nostro Signore, lascia ipotizzare che il personaggio della parabola non fosse in grado di comunicare: non c’è infatti alcuna traccia di dialogo fra il samaritano e il ferito, ma sappiamo che le sue condizioni erano serie a tal punto da richiedere un ricovero nella speranza che guarisse. Effettuando allora un collegamento spirituale, quel “mezzo morto”è la descrizione dello sfinimento finale provocato dalla lontananza da Dio: avendo interrotti i rapporti con Lui, la persona non può vivere autonomamente in una sorta di limbo dove tanto il Signore che l’Avversario sono assenti, ma cadrà inevitabilmente vittima della seconda entità  come direi insegna tutta la Scrittura. Non abbiamo infatti un solo caso in cui un uomo o una donna abbiano vissuto in una condizione di neutralità, poiché “nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”(Matteo 6.24).

“Mezzo morto”è chiaramente la descrizione di uno stato grave, ma in cui è lasciato spazio alla speranza nel senso che non è ancora intervenuta la morte a scrivere la parola “fine” a quell’esistenza. Se l’uomo assalito dai briganti fosse rimasto privo di un intervento teso a curarlo, sarebbe probabilmente deceduto e qui abbiamo i due riferimenti-significati della parabola perché, se nel primo è descritta la carità di un individuo verso il suo “prossimo”, nel secondo abbiamo l’intervento misericordioso del Cristo nei confronti dell’uomo preda dell’Avversario e quindi della lontananza da Dio, come già anticipato. Se prendiamo come appropriato il primo riferimento, abbiamo la descrizione di un’opera intrapresa nei confronti dell’ “altro” di cui non ci viene rivelato il risultato, cioè non sappiamo se quell’uomo guarì oppure no, ma se ci appropriamo del secondo, cioè l’intervento di Gesù, l’insuccesso non è neppure pensabile.

Perché però la persona si possa ristabilire, deve volerlo nel senso che può accettare o rifiutare le cure che gli vengono applicate e il fatto che il samaritano “lo portò in albergo e si prese cura di lui”ci lascia supporre che restò in quel luogo, un caravanserraglio, dedicandosi a lui per tutta la notte fino a quando non ebbe speranza che il suo paziente potesse riprendersi. Infatti leggiamo “Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore”perché si curasse di quell’uomo nell’attesa che ripassasse a pagare le altre, eventuali cure.

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13.01 – IL BUON SAMARITANO, INTRO (Luca 10.25-28)

13.01 – Il buon samaritano, introduzione (Luca 10.25-28)  

 

Con il discorso di Gesù come “buon pastore”si chiude la Sua permanenza a Gerusalemme. Da lì si porterà nei dintorni, con particolare riguardo per il territorio di Betania, poco distante. Affrontiamo così quello che è definito “il libro del grande viaggio”, cioè quell’insieme di episodi che Luca riporta da 9.57 a 13.9. Secondo questa sua narrazione avremmo così l’invio dei 72 discepoli, già trattato, gli episodi di Marta e Maria, oltre all’insegnamento del Padre Nostro.

Dando una brevissima panoramica, dopo circa due mesi di assenza Gesù ritornerà nuovamente a Gerusalemme per la festa della Dedicazione (novembre-dicembre), che ricordava la riconsacrazione del Tempio dopo la profanazione di Antioco IV; qui riprenderemo la lettura del capitolo 10 di Giovanni che temporaneamente abbandoniamo.

Dove avvenne l’esposizione di questa parabola non ci è dato sapere anche se il fatto che Gesù la inzi dicendo “un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”lasci pensare che si trovasse ancora nei pressi della città. Rimandando l’esame del testo ad un prossimo intervento, occupiamoci delle premesse, cioè del contesto che ne provocò l’esposizione. Leggiamo:

 

25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».28Ma quello, volendo giustificarsi, disse: «E chi è il mio prossimo?»

 

Il contesto, stando a Luca, è apparentemente quello in cui Gesù parlò ai discepoli in disparte dicendo “Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo udirono”(vv. 23,24). È a questo punto che compare“un dottore della Legge”, anche se quel “Ed ecco”, tradotto da altri con“Allora”, non sta ad indicare necessariamente la sua presenza in quel contesto, ma è un modo che ha l’evangelista di collegare due episodi.

Vediamo ora la figura del “Dottore della Legge”, che apparteneva alla corporazione degli scribi, parte dei quali erano anche farisei. Sappiamo che gli scribi arrivavano a quella carica non prima dei quarant’anni e dopo studi severi e si occupavano della Mikrah, cioè delle Scritture. Sopra di loro c’erano i legali che studiavano la Misnah (ripetizione) che conteneva tutte le leggi relative alla vita spirituale, individuale e sociale del popolo disposte in sessantatré trattati. Infine, i dottori della Legge erano gli espositori della Ghemara, parola che deriva da una radice aramaica che significa “concludere, risolvere” e “apprendere”. Studiavano, commentavano, discutevano e ampliavano la Misnah e le loro conclusioni confluivano nel Talmud.

Ora occorre cercare di capire quali fossero le intenzioni di quell’uomo che “si alzò per metterlo alla prova”: era a lui ostile? Quel “metterlo alla prova”, che altri traducono “tentandolo”, era uno dei molti modi che l’autorità religiosa soleva avere nei Suoi confronti per “avere di che accusarlo”, oppure si voleva provare il sapere di Gesù alla luce delle sue conoscenze? Propendo per la seconda ipotesi perché la risposta di nostro Signore “Hai risposto bene, fa’ questo e vivrai” non contiene alcun rimprovero né una risposta criptica, tesa a realizzare quella situazione espressa altre volte, “perché udendo, non comprendano e, vedendo, non vedano”.

Una circostanza simile a questa è riportata altre due volte, rispettivamente da Matteo e Marco dopo una discussione sorta con i sadducei a proposito del “primo di tutti i comandamenti”: “Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detti bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è l’unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”(Marco 12.28-34). Quello scriba non era “lontano dal regno di Dio”; possiamo dire che “una sola cosa”gli mancava, “credere a Colui”che Dio Padre aveva mandato.

Va ora considerato il metodo di Gesù, che risponde alla domanda con un’altra, ribaltando le reciproche posizioni per cui quel dottore della Legge, da interrogante, diventa l’interrogato e colui che viene messo alla prova. La domanda “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”racchiudeva in sé delle applicazioni insormontabili perché la Legge, che trovava il suo punto di espressione più alto nell’amore per Dio e per il prossimo, non riusciva ad applicarla completamente nessuno, per cui chi cercava di adempiere anche quei soli due punti si ritrovava puntualmente sconfitto. Se non si poteva ottenere la vita eterna mediante la Legge, la colpa non era di lei, ma dell’uomo che si ritrovava impotente di fronte ad essa.

L’apostolo Paolo, da fariseo, dà qualche cenno in proposito in Romani 3.20 quando scrive che “In base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio, perché per mezzo della Legge si ha la conoscenza del peccato”, quindi non si ha la possibilità di porvi rimedio nonostante i sacrifici e i riti prescritti, quando non interveniva la pena di morte per quelli più gravi. In 8.3 invece leggiamo che “Ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito”. È quindi il camminare “secondo lo Spirito”che consente la liberazione e la giustizia della Legge “compiuta in noi”: non ci sono tecniche o metodi, ma solo la fede in quel Gesù, che ci ha liberati “dalla legge del peccato e dalla morte”.

In Galati 2.15,16 Paolo chiama poi in causa il suo far parte del popolo eletto: “Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge, poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno”. Nessuno, nemmeno l’apostolo stesso, nemmeno Pietro e neppure quel dottore che interroga Gesù nel nostro passo in esame.

A questo punto emerge però un elemento non trascurabile di quel dottore della Legge, e cioè la sue esperienza e capacità di filtrare, arrivare al nocciolo del problema posto: non parla di quante volte bisognava pregare al giorno, di come, se in piedi dondolando come erano soliti fare, quanti pellegrinaggi compiere o di osservare minuziosamente il sabato, ma si confessa implicitamente come persona di fronte alla quale stava l’irraggiungibilità del grande comandamento che chiamava in causa TUTTO: cuore, anima, forza e mente, elementi che racchiudono appunto la totalità del nostro essere senza lasciare posto ad altro, dove nulla di estraneo può avere spazio.

Certo, le parole da lui pronunciate si trovavano scritte su piccoli pezzi di pergamena chiusi nelle filatterie che i Giudei portavano e che dovevano recitare due volte al giorno nelle loro preghiere, ma ciò non toglie che avrebbe potuto rispondere diversamente, chiamando in causa le tradizioni e le regole minuziose della casta cui apparteneva, cosa che fecero e faranno gli oppositori di Gesù.

Chi ci riusciva ad adempiere quel comandamento, che chiamava in causa il prossimo in cui tutto l’amore per l’Iddio di Israele avrebbe dovuto confluire? Certo, ci si poteva auto illudere chiamando in causa quegli stessi meccanismi che fanno sì che delle nullità si credano qualcuno, che le meschinità della persona si trasformino in giustizia come accade a molti, ma il problema restava: i sepolcri, per quanto imbiancati, tali restano e, soprattutto, “all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume”(Matteo 23.27).

Il “gran comandamento” coinvolgeva il “cuore”, cioè il luogo in cui risiedono gli affetti e i sentimenti, quindi la nostra sensibilità. L’ “anima”è il nostro carattere, ciò a cui tendiamo per natura, l’attenzione naturale e l’attitudine, la “forza”è la volontà che applichiamo nelle nostre occupazioni e la “mente”è il nostro spirito, la parte più profonda della nostra persona e non per nulla è quella di cui può prendere possesso l’Avversario o un suo delegato. E tutto è, come sappiamo se ci conosciamo, fragile. Di qui l’impossibilità a mettere in pratica “Amerai il Signore tuo Dio con…”, parole che troviamo identiche in Deuteronomio 6.5 cui poi si aggiunge nei versi successivi “Questi precetti che io ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.

A questo punto c’è la risposta di Gesù tesa a far concludere al Suo interrogante quanto fosse impossibile per lui ad arrivare a qualsiasi punto risolutivo: “Hai risposto bene, fa’ questo e vivrai”. Era come chiedere ad una persona di bere da una fonte inesistente nel deserto, o gettare un salvagente a una persona esausta in mare, cioè gli ponte dinnanzi qualcosa di impossibile, praticamente gli dice “se riesci, fallo e ti salverai”. La risposta corretta di quel dottore sarebbe stata “ma non posso!”; invece, confuso per aver ricevuto una risposta così semplice alla sua domanda, chiede una spiegazione su un termine molto semplice,“prossimo”, sull’interpretazione della quale neppure lui poteva avere dei dubbi visto che, per gli ebrei, il “prossimo”era chi era a loro vicino, cioè un altro ebreo.

A questo punto, Gesù espone una parabola chiara, parlando di sé, descrivendo quanto farà nei confronti della persona che accetta il suo aiuto.

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12.26 – IL RITORNO DEI SETTANTADUE (Luca 10.17-20)

12.26 – Il ritorno dei settantadue (Luca 10.17-20)

             

17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

 

Ci troviamo di fronte a un episodio impegnativo sia a livello di riflessioni quanto di collocazione temporale. Luca, che ci illustra ciò che avvenne da quando Gesù uscì da Gerusalemme, scrive che “I settantadue tornarono” senza specificare dove e quando. Ora, essendo stati mandati in missione all’atto della Sua partenza dalla Galilea per Gerusalemme, possiamo supporre che fu da loro raggiunto in quella città, ma gli evangelisti non hanno ritenuto opportuno specificare il momento in cui ciò avvenne anche perché non tornarono tutti insieme. Leggendo Giovanni, poiché pare esservi un breve vuoto narrativo tra l’uscita di Gesù dal Tempio e l’incontro con l’uomo cieco dalla nascita – in cui tra l’altro viene posta in risalto la presenza dei discepoli (Giovanni 9.1,2) – , ecco la scelta di inserire qui l’incontro con loro precisando che si tratta di una mia opinione personale che non vuole sminuire quanto ipotizzato da altri nel loro trattare l’argomento.

Il verso 17 contiene diversi momenti degni di sottolineatura, il primo dei quali è “tornarono” che ci parla di fedeltà alle istruzioni ricevute, tra le quali il luogo dell’appuntamento, ma anche del fatto che quei discepoli dimostrarono di non avere alternative a Gesù e il loro ritorno ci rivela che al di fuori del vivere attorno al loro Maestro non avrebbero saputo cosa fare, soprattutto una volta constatati gli effetti del mandato e la differenza col vivere nel mondo. Ricordiamo in proposito quando Pietro disse “Signore, a chi ce ne andremmo noi? Tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Giovanni 6.68,69).

Tornare. In senso generale, tutti noi lo facciamo: a volte è un’abitudine, a volte è una scelta ma comunque, quando lo si fa, è perché il luogo o la/le persone che raggiungiamo costituiscono per noi un centro più o meno importante. In questo caso però la pericope “Tornarono pieni di gioia” esclude la routine, il semplice acquisito, qualcosa che si fa perché non si hanno alternative e allora ci si adegua allo status quo. E qui la “gioia” dei discepoli, che arrivarono da Gesù poco per volta stante i diversi luoghi da loro raggiunti, era diversa da quella che avrebbe potuto procurarne una umana. La loro “gioia” fu quella di chi constata l’adempimento delle promesse di Dio e di avere adempiuto correttamente le istruzioni ricevute; ricordiamole: “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe! Andate, ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: «Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate che il regno di Dio è vicino»” (Luca 10.2-11).

Ora è facile supporre che i settantadue si fossero attenuti scrupolosamente a tutto quanto ordinato, compreso il “pregate”, il non distrarsi per nessun motivo raffigurato nel non salutare “nessuno lungo la strada”; la conseguenza di questo loro comportamento andò al di là della guarigione dalle malattie perché “Anche i demòni si sottomettono nel tuo nome”. Quei discepoli erano consci che da soli non avrebbero mai potuto compiere nulla di quanto era stato ordinato loro. Era dunque la “gioia” del riscontro e della liberazione, dell’elevarsi, del servire con successo perché si erano attenuti alle disposizioni del Maestro senza esitazioni o titubanze ed erano stati premiati con un risultato che andava al di là delle loro aspettative, come rileviamo dall’ “anche” del verso in esame. Se raccordiamo questo successo con l’episodio in cui i dodici non erano riusciti a guarire un indemoniato (Luca 9.40), possiamo capire perché questi discepoli fossero nello stato che ci viene descritto.

La risposta di Gesù si articola su tre punti, il primo dei quali è un’altra dichiarazione della Sua presenza nell’eternità, “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore”, con la quale dà una visione tanto dell’immediatezza del giudizio su questo personaggio, quanto della fine cui è destinato. Leggendo Isaia 14.12-15, infatti, abbiamo la stessa panoramica: “Come sei caduto dal cielo – tua residenza di un tempo –, astro del mattino, figlio dell’aurora? – la dignità che aveva – Come sei stato gettato a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi nel tuo cuore: «Salirò in cielo, sopra le stelle di Dio innalzerò il mio trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nella vera dimora divina. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo» – ricordiamo le parole “sarete come Dio” dette ad Eva . E invece sei stato precipitato negli inferi – cioè nelle assolute regioni inferiori –, nelle profondità dell’abisso! Quanti ti vedono ti guardano fisso, ti osservano attentamente: «È questo l’individuo che sconvolgeva la terra, che faceva tremare i regni, che riduceva il mondo a un deserto, che ne distruggeva le città – con una morale perversa –  che non apriva le porte del carcere ai suoi prigionieri?» – perché se non interviene il Cristo a liberare è impossibile che Satana rinunci a tenere l’uomo per sé – Tutti i re dei popoli, tutti riposano con onore, ognuno nella sua tomba. Tu, invece, sei stato gettato fuori dal sepolcro, come un virgulto spregevole; sei circondato da uccisi trafitti da spada – l’onta della sconfitta –, deposti sulle pietre della fossa, come una carogna calpestata – cioè contaminata, immonda, e contaminante –. Tu non sarai unito a loro nella sepoltura, perché hai rovinato la tua terra, hai assassinato il tuo popolo”.

Le parole di Gesù si raccordano anche a Ezechiele 12-19 di cui riporto la parte dal 17: “Il tuo cuore si era inorgoglito per la tua bellezza, la tua saggezza si era corrotta a causa del tuo splendore: ti ho gettato a terra e ti ho posto davanti ai re, perché ti vedano. Con la gravità dei tuoi delitti, con la disonestà del tuo commercio hai profanato i tuoi santuari; perciò in mezzo a te ho fatto sprigionare un fuoco per divorarti. Ti ho ridotto in cenere sulla terra, sotto gli occhi di quanti ti guardano. Quanti fra i popoli ti hanno conosciuto, sono rimasti attoniti per te, sei divenuto oggetto di terrore, finito per sempre”.

La valenza della parole di Gesù, come tutte del resto, è anche in questo caso enorme perché ci parla al tempo stesso della rapidità del giudizio sull’Avversario che cadde dall’alto dei cieli intesi come dimora di Dio ed elevazione spirituale infinita non tanto sulla terra quanto a pianeta, ma nei suoi abissi, nell’inferiorità assoluta come abbiamo visto nella scorsa riflessione. Scrive l’apostolo Pietro nella sua seconda lettera: “Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò in abissi tenebrosi, tenendoli prigionieri per il giudizio. Ugualmente non risparmiò il mondo antico, ma con altre sette persone salvò Noè, messaggero di giustizia, inondando con il diluvio un mondo di malvagi. Così pure condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, lasciando un segno ammonitore a quelli che sarebbero vissuti senza Dio. Liberò invece Lot, uomo giusto, che era angustiato per la condotta immorale di uomini senza legge. Quel giusto infatti, per quello che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, giorno dopo giorno si tormentava a motivo delle opere malvagie. Il Signore dunque sa liberare dalla prova chi gli è devoto, mentre riserva, per il castigo nel giorno del giudizio, gli iniqui, soprattutto coloro che vanno dietro alla carne con empie passioni e disprezzano il Signore” (4-10).

E sono convinto che nel “giusto Lot” ci possiamo identificare anche noi, testimoni del degrado morale e dell’indottrinamento satanico di questi ultimi tempi che viviamo.

La citazione di questi versi avrebbe potuto limitarsi al quarto, ma riportarli tutti può aiutare nel considerare come l’Avversario e i suoi angeli costituiscono un tutt’uno con l’uomo che li segue esattamente come chi crede è un tutt’uno con Colui che li ha salvati. Infatti: “…ma costoro – gli iniqui –, irragionevoli e istintivi, nati per essere presi e uccisi, bestemmiando quello che ignorano, andranno in perdizione per la loro condotta immorale, subendo il castigo della loro iniquità. (…) Costoro sono come sorgenti senz’acqua e come nuvole agitate dalla tempesta, e a loro è riservata l’oscurità delle tenebre. Con discorsi arroganti e vuoti e mediante sfrenate passioni carnali adescano quelli che da poco si sono allontanati da chi vive nell’errore. Promettono loro libertà, mentre sono essi stessi schiavi della corruzione. L’uomo infatti è schiavo di ciò che lo domina” (vv. 12,13; 17-19).

Oltre a tutti questi versi dei profeti e di Pietro, non possiamo non citare l’atto finale: Satana è stato privato di tutta la sua regalità e dignità, ma se ne è costruita una propria come del resto fa qualunque persona lontana da Dio, ignorando in realtà di rendersi schiavo di chi non lo libererà mai, come abbiamo letto. Satana, “che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli” (Apocalisse 12.9), ma soprattutto sarà gettato “nello stagno di fuoco” assieme alla morte, agli inferi” e a chi non risulterà “scritto nel libro della vita” (20.14,15). E sono convinto che anche qui, cadrà “come una folgore”.

Ora, tornando al nostro episodio, Gesù ricorda a tutti coloro che gli appartengono che, ascoltando e servendo Colui che ha visto “Satana cadere dal cielo come una folgore”, non hanno nulla di cui temere: sono dalla parte di chi è più potente di lui e infatti disse “Nulla potrà danneggiarvi”, certo “se rimanete fedeli alla mia parola” e non, come sostengono alcuni, a prescindere. Ricordiamo Giovanni 8.38,39: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Nostro Signore conclude poi il suo intervento esortando i discepoli a vedere il successo della loro missione non come qualcosa di personale o di umano: certo avevano guarito da malattie e possessioni, ma solo in quanto conseguenza della loro fede e, paradossalmente, i loro risultati andavano ridimensionati, ricondotti all’origine del loro essere figli di Dio. I miracoli, infatti, sono la conseguenza dell’essere vicini a Dio, ma possono anche essere prodotti dall’Avversario per “sedurre se possibile anche gli eletti”. Era quindi importante considerare l’origine, la causa e non l’effetto: “rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”, la vera gioia assoluta. I – presumo tanti – miracoli operati avevano contribuito allo sviluppo del Vangelo da loro annunciato e non era certo poca cosa, ma il motivo della gioia doveva risiedere nel fatto che i nomi di quei discepoli erano scritti nel libro della vita a prescindere dalle loro opere. Se Gesù  non avesse specificato questo, avrebbe lasciato i futuri credenti nella convinzione che solo chi fa miracoli e gira il mondo a predicare sia degno di Lui. La “gioia” che i settantadue provavano, se non correttamente indirizzata, avrebbe potuto col tempo inorgoglirli: i miracoli compiuti, tangibili, incontestabili, saranno infatti usati con parsimonia dagli stessi apostoli nei libro degli Atti e, come tutti quelli dei Vangeli operati da Gesù, rimarranno nella Chiesa a memoria e si diraderanno una volta acquisito il concetto che il vero miracolo è appunto quello del nome scritto nel registro di Dio.

“Molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Filippesi 3.18-20).

Ecco il vero motivo della gioia, la radice: il nostro nome scritto, il nostro corpo di morte che è stato riscattato in vista della resurrezione e dell’ultima chiamata ad unirci a Lui, ora e quando ritornerà per rapire la Sua Chiesa o in giudizio. Amen.

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12.02 – LA MISIONE DEI SETTANTADUE (Luca 10.1-12)

12.02 – La missione dei settantadue (Luca 10.1-12)

1Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi degli operai nella sua messe! 3Andate, ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite «Pace a questa casa!» 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano e dite loro: «È vicino il regno di Dio!». 10Ma quando entrerete e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11«Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». 12Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città”.

            Episodio riportato dal solo Luca, ha una collocazione temporale incerta, ma siccome abbiamo dedicato le precedenti riflessioni al fatto che Gesù, prima di essere respinto da un villaggio Samaritano, aveva inviato “dei messaggeri davanti a sé” (9.52), ho pensato che l’invio dei settantadue discepoli possa essere avvenuto quando, lasciando la Samaria ed entrando nella Galilea, sapendo che avrebbe avuto un’accoglienza diversa, mandò appunto questi discepoli ad annunziarne l’arrivo e organizzare la sosta per il gruppo. Certo, tutto può essere, anche il fatto che questi settantadue siano partiti da Capernaum e avessero raggiunto i villaggi lungo il tragitto che Nostro Signore aveva prestabilito, che fossero anche loro stessi quei “messaggeri” di cui lo stesso evangelista ha scritto nello scorso episodio: semplicemente a lui non interessa la cronologia, ma ciò che avvenne e i discorsi di Gesù che furono letti per la prima volta dal sommo sacerdote Teofilo cui dedica il suo Vangelo.

Sappiamo che i settantadue vennero inviati e che, come poi esamineremo, “…tornarono pieni di gioia dicendo «Signore, anche i demoni si sottomettono nel tuo nome»” (10.17), ma non ci viene detto dove e quando si ritrovarono, per cui in questa ricostruzione temporale ci troviamo soli, essendo i periodi della vita di Gesù a volte tracciati con precisione, altre volte meno perché ciò che è veramente importante è appunto il contenuto, la descrizione e non un racconto biografico che, se lo si vuole ricostruire, avviene con tutte le lacune del caso. Anzi, si corre il rischio di far dire agli autori ciò che non hanno voluto: ecco perché sono prudente e avverto sempre che questo lavoro, portato avanti con fatica, va preso colo beneficio del dubbio là dove le difficoltà sono evidenti.

La stessa pericope “Dopo questi fatti” al verso uno è di interpretazione difficile, perché ci chiediamo quali siano: ammettendo il rifiuto samaritano e i tre incontri descritti in 9.57-62 già affrontati, verrebbe da sé che Gesù avesse inviato i discepoli appena entrato in Giudea, ma avrebbe dovuto dar loro il tempo di agire come ordinato; se invece la missione loro affidata ebbe luogo in Galilea, allora si potrebbe pensare che fu una parte di loro ad essere giunta in Samaria e che poi lo abbia preceduto in Giudea. È una questione credo tuttora aperta alla luce del fatto che l’importanza di quanto Luca racconta risiede in altri particolari, prima di tutto nel numero degli inviati, settantadue, spesso ridotti a settanta forse perché è una cifra più facile a memorizzarsi e interpretare. La stessa cosa si fa con gli anziani destinati ad essere di aiuto a Mosè e con la cosiddetta “tavola dei popoli” di Genesi 10. Inoltre, con riguardo al nostro episodio, alcune traduzioni hanno “ne mandò altri settanta”, dove quell’ “altri” allude al dopo i dodici cui aveva rimesso un mandato simile, ma non si può escludere che questi “altri” siano in aggiunta a quelli mandati nell’innominato villaggio samaritano, che non possiamo dimostrare essere stato gli apostoli, oppure altri. Ancora, per sottolineare la delicatezza del tema, vi è chi ha proposto una lettura diversa e cioè che l’invio di cui stiamo parlando sia avvenuto in un luogo imprecisato all’interno del “grande viaggio” che Luca riporta nei capitoli da 9.57 a 13.9.

La vera domanda allora è come debba essere interpretato il numero, o per meglio dire i numeri. Cominciando dal settanta, è immediato il richiamo alla perfezione e all’infinito, come visto nella quantità delle volte in cui Pietro avrebbe dovuto perdonare al fratello che mancava verso di lui. Probabilmente la domanda dell’apostolo fu rivolta a Gesù consapevole del rimprovero che aveva ricevuto quando gli disse “Ciò non ti accadrà mai” una volta che fu annunciata la Sua morte e risurrezione e di cui chiedeva perdóno. Il 70 è il risultato della moltiplicazione del 7, numero perfetto secondo Dio, con il 10, che in questo caso ha riferimento con ciò che Lui si aspetta dall’uomo e di cui i dieci comandamenti sono l’esempio. Diverso è il 72, ottenuto dalla moltiplicazione del 6, numero perfetto secondo l’uomo come abbiamo già visto, e il 12, altra cifra che allude al progetto di Dio per la Sua creatura di cui troviamo esempio nelle tribù di Israele e nel numero degli apostoli che ritroveremo nel 24 citato nell’Apocalisse a proposito degli anziani “seduti ai loro seggi nel cospetto di Dio” (11.16), 12 per la Grazia più altrettanti per la Legge, ma anche in altri passi.

Gesù quindi inviò in un primo momento i dodici, due a due, perché era ad Israele che si sarebbero dovuti rivolgere, ma qui ne manda settantadue quanti sono i popoli, vicini e lontani, citati in Genesi 10 e, a copertura generale del tutto, ricordiamo il 6×12 a significare che il Suo messaggio era a perfetta misura di ogni uomo a prescindere dalla sua nazione di appartenenza. I settantadue vengono inviati “in ogni luogo dove stava per recarsi”, ma per noi è facile capire, guardando al significato rivestito dal 6×12, che in tutto ciò ancora una volta il Perfetto e il Santo si piega verso l’imperfetto e il contaminato, conosce la sua natura vista nel 6 e si propone di guarirlo perché il 12 è già sinonimo di un piano, appunto visto nelle tribù prima e negli apostoli poi.

Ecco allora che il 70 si riferisce a qualcosa che l’uomo guarda da lontano consapevole di quanto è distante, la stessa sensazione che provò l’apostolo Pietro quando capì l’immensità del perdono che avrebbe dovuto praticare. Anche le 70 settimane riportate in Daniele 9, che danno il tempo fossato da Dio sul mondo, è qualcosa che è stabilita, un periodo assoluto che all’essere umano, piaccia o meno, deve compiersi, come la morte.

A Pietro viene detto “Settanta volte” (sette) e già lì è implicito un imperativo ed ecco perché il numero 70×7, 490 non si riferisce al numero massimo di volte in cui bisogna perdonare perché sarebbe ridicolo tenere la contabilità della remissione del debito e poi fermarsi. Con il 72 è però tutto diverso, non richiede adeguamento, ma abbandono perché così sarà possibile una pace duratura, prima col Dio che si china e poi anche con se stessi. È quella pace che dà Gesù, il Cristo, ben diversa da come la dà il mondo, temporanea, illusoria, ma soprattutto inevitabilmente destinata a non essere più. La “pace” che si raggiunge coi propri mezzi, è possiamo definirla fragile come un castello di carte, senza contare le attinenze con la casa costruita sulla sabbia.

Veniamo ora alle istruzioni che Gesù diede a questi discepoli, simili ma non identiche a quelle precedentemente impartite ai dodici: la prima cosa che ho notato è la mancanza di un componente, cioè il bastone che solo apparentemente ci fa pensare ad un’arma di difesa da eventuali animali o persone violente, o a qualcosa che garantisce sostegno. In realtà, sul “bastone” che gli israeliti portavano era incisa la storia della loro tribù e l’autorità che avevano in seno ad essa, di modo che chiunque avrebbe potuto verificare chi erano i dodici apostoli inviati ad annunciare il Vangelo e a guarire gli infermi. Era allora cominciato un periodo nuovo, diverso, testimoniato anche dalla mancanza di questo strumento oltre che dalla proibizione, come precedentemente detto ai dodici, “Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei samaritani” (Matteo 10).

Ancora, guardando alle istruzioni date nell’occasione dei primo invio e tornando sul bastone, abbiamo tra i testi un’apparente contraddizione: per Marco 6.7 Gesù disse di non portare “nient’altro che un bastone” mentre Luca 9 “Non portate nulla per il viaggio, né bastone, né sacco, né pane, né denari e non portate due tuniche”, dove abbiamo due usi diversi di questo attrezzo nel senso che avrebbe dovuto essere portato l’uno e non l’altro, dove vi sarebbe dovuta essere identità e non offesa.

Differenza fra i due episodi la si riscontra anche nella premessa, non fatta agli apostoli quando furono inviati, “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi degli operai nella sua messe!” (v.2): è una frase non nuova (Matteo 9.37,38), un soggetto di preghiera che verrà rinnovato dall’apostolo Paolo in 2 Tessalonicesi 3.1 con le parole “Pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata” in quanto era fondamentale che il Vangelo della Grazia, allora sconosciuto, fosse rivelato e si sviluppasse, come effettivamente avvenne. Il pregare per “gli operai” non è azione che consiste in un ricordare a Dio di inviarli, ma l’espressione di una volontà di partecipazione al Suo piano: guardando al periodo storico in cui Gesù disse quelle parole, poi riprese da Paolo, c’era un intero mondo da evangelizzare, a differenza di oggi in cui esiste una Chiesa ufficiale che ha operato e opera scandali e sotto certi aspetti anche crimini, allontanando le persone anziché portare luce, ma in cui comunque il Vangelo è lì, alla portata di chiunque voglia leggerlo per poi capirlo e salvarsi. Si tratta di una Chiesa in cui comunque opera ed è presente un “rimanente fedele” nonostante tutto.

Credo che per i tempi bui in cui viviamo la preghiera del cristiano debba essere rivolta al Signore perché possa preservare e aiutare tutti coloro che ancora non hanno ancora fatto una professione di fede nell’Avversario, chiedendogli di essere noi stessi nelle condizioni di diventare degli strumenti idonei. La questione allora non è pregare dicendo “manda degli operai perché io non posso”, ma il pregare perché possiamo essere sempre di più strumenti per la testimonianza del Vangelo e la trasmissione ad altri di ciò che abbiamo ricevuto.

Le parole di Gesù, per i tempi che viviamo, non sono tanto quelle dette ai settantadue, ma piuttosto “Questo vangelo del regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli, e allora verrà la fine” (Matteo 24.14) per cui è responsabilità del credente riconoscere i segni premonitori del ritorno e operare nei confronti del suo prossimo non attraverso una predicazione generalizzata allo scopo di far proseliti, ma una testimonianza diretta là dove incontra degli spiriti non ostili. E se vogliamo, velatamente, un discorso di questo tipo Gesù lo fece tanto ai dodici quanto ai settantadue dicendo loro “Non andate di casa in casa” come fanno i Testimoni di Geova. Al contrario, tanto gli uni che gli altri discepoli si sarebbero dovuti stabilire là dove la loro pace sarebbe stata accolta e scesa sui componenti della famiglia che avrebbe accolto il Vangelo e da lì avrebbe dovuto partire la diffusione del messaggio “il regno dei cieli è vicino”.

Altra raccomandazione data è quella di non fermarsi “a salutare nessuno lungo la strada”, quindi evitare accuratamente le perdite di tempo, parole analoghe a quelle che disse Eliseo a Giezi suo servo: “Se incontrerai qualcuno, non salutarlo; se ti saluta, non rispondergli” (2 Re 4.29), altra occasione in cui ogni secondo era prezioso (il figlio della sunamita in 2 Re 4.8-16).).

Ecco allora che, per il cristiano che si ritiene impegnato nel discepolato, è vitale “non salutare e non rispondere” nel senso di frequentare persone che gli farebbero perdere quel tempo che altrimenti potrebbe dedicare alle opere dello Spirito. Non è questa un’affermazione estremista, discriminatoria, ma va inquadrata da un lato sotto l’ottica del mandato (se ricevuto), dall’altro nel saper individuare il momento in cui agire e quello di fermarsi: i settantadue non avrebbero dovuto fermarsi a salutare per la durata dell’incarico e non a prescindere.

Guardando alla vita dell’uomo Salomone scrisse: “Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire – quindi lo spazio che viviamo dalla culla alla bara di cui dovremo rispondere –, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e uno per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare, un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci, un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace” (Qoèlet 3.1-8).

Sono questi versi molto significativi, che non necessariamente una persona sperimenta tutti assieme nella propria vita, ma che ci parlano, in qualunque situazione ci possiamo venire a trovare, che questo “tempo per” è inevitabile, va accettato e rispettato, che è impossibile provare la gioia senza il dolore, la vita senza la morte perché quello che conta è il percorso, che non può essere subìto, ma richiede una partecipazione attiva e, in ogni caso, questo “tempo” non va perso. Amen.

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12.01 – I SAMARITANI RESPINGONO GESÙ (Luca 9.51-56)

12.01 – I Samaritani respingono Gesù (Luca 9.51-56)

51Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme 52e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. 53Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. 54Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». 55Si voltò e li rimproverò. 56E si misero in cammino verso un altro villaggio.

            Concluso il “discorso ecclesiologico”, inizia un nuovo periodo della vita di Gesù, dalla ricostruzione cronologica non semplice e dove forse l’interpretazione si fa più opinione che dato incontrovertibile. Si tratta di un tempo ricco di episodi e insegnamenti particolari riportati in modo estremamente dettagliato che ci parlano quasi dell’urgenza, stante la vita umana di Gesù che stava per concludersi, di rivelare il maggior numero possibile di contenuti ai credenti che si sarebbero succeduti nella dispensazione della Grazia, ma anche dopo. E qui viene chiamata indirettamente in causa l’utilità e la funzione del Libro che ha guidato e guida gli uomini di Dio di ogni epoca; ricordiamo infatti che “Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome”(Malachia 3.16): questo Libro ha attraversato i secoli e durerà fino a quando non sarà più necessario, cioè con la creazione di quel mondo nuovo, con altri cieli e altra terra, più volte anticipato tanto negli scritti dell’Antico che soprattutto nel Nuovo patto.

Luca stesso, con “la ferma decisione”di Gesù sembra avvertire il suo lettore che ci fu un tempo preciso, un cambiamento, quasi che fosse stato premuto il tasto di un cronometro nella vita del Figlio dell’uomo, e il verso 51 ci dice che stavano “compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto”: viene posto quindi l’accento non sulla Sua morte, ma sulla resurrezione ed ascensione mediante la quale la vinse e con cui viene dimostrato ufficialmente che ogni cosa era stata messa in atto per la salvezza dell’uomo. Certo, anche il fatto che Satana era stato sconfitto perché nulla aveva potuto contro di Lui tranne che ferirlo al “calcagno”. Gesù quindi era entrato nella parte conclusiva del Suo Ministero, anche se da lì alla resurrezione passerà ancora un anno circa.

C’è poi, sempre nello stesso verso lucano, la “ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”, traduzione piuttosto libera che indubbiamente rende il senso di quanto Gesù intendeva fare, ma che il testo originale descrive diversamente, cioè “fermò la sua faccia”, o “indurì il volto”. Pensiamo alla diversità con cui fu descritto il Suo volto alla trasfigurazione, quando “brillò come il sole”(Matteo17.2) che qui è “indurito”nel momento in cui la “ferma decisione”non implica lo stabilire una partenza per raggiungere in fretta un determinato luogo, ma il rinnovare l’accettazione del percorso che il Padre aveva stabilito per Lui sapendo che il tempo a lui dato stava per finire. Il “volto indurito”di Nostro Signore significa questo, è il volto dell’uomo consapevole delle sofferenze che dovrà affrontare, è il volto del Dio fatto uomo che avrebbe “tolto”, cioè preso su di sé, “il peccato del mondo”. Purtroppo la Chiesa ha fatto poco per chiarire il significato di questo “togliere” quando, mutando progressivamente la lingua italiana, è prevalso quello di“portare via qualcosa da un luogo, levare, rimuovere”.

Ma torniamo al volto qui descritto da Luca, che dà l’idea di un’inflessibile risoluzione: troviamo un corrispettivo ebraico del “fermò la faccia”in tre passi, il primo del quali è nei cantici del servo, in Isaia 50.7 “Il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”, dal letterale, dopo “Il Signore mi ha aperto l’orecchio”, “ho reso la mia faccia simile ad un macigno, e so che non sarò svergognato”. Il secondo passo è reperibile in Geremia 21.10, nell’oracolo contro Gerusalemme: “Chi rimane in questa città morirà di spada, di fame e di peste; chi uscirà e si consegnerà ai Caldei che vi cingono d’assedio, vivrà e gli sarà lasciata la vita come bottino, perché io ho volto la faccia contro questa città, per il suo danno e non per il suo bene. Oracolo del Signore. Essa sarà data in mano al re di Babilonia, che la darà alle fiamme”. Infine il terzo lo abbiamo in Ezechiele 6.2: “Figlio dell’uomo, volgiti verso i monti d’Israele e profetizza contro di essi”, anche qui con l’originale “volgi la tua faccia”.

La descrizione del volto di Gesù, allora, da una parte rivela tutto il Suo impegno e dall’altra anticipa sempre di più la divisione netta tra ciò che è santo e ciò che non lo è, tra chi gli appartiene e chi no e infatti, dopo questo episodio secondo la mia lettura, vi saranno i guai profetizzati contro Betsaida, Capernaum e Corazin.

Sappiamo già che Nostro Signore non volle aggregarsi alla carovana coi suoi fratelli, e che partì poco dopo per Gerusalemme, ma troviamo un’azione mai riportata prima di allora, e cioè “mandò messaggeri davanti a sé”la cui identità è sconosciuta: possiamo pensare che fossero alcuni dei “settanta” che invierà di lì a poco tempo, ma non i dodici, per lo meno non Pietro, Giacomo e Giovanni. Il compito di questi inviati era quello di“preparargli l’ingresso”, letteralmente“preparare per lui”in quanto era necessario trattare coi samaritani, come sappiamo tradizionalmente avversi agli ebrei per ragioni che abbiamo già esaminato, per avere ospitalità e non essere confusi con gli altri coi quali c’era un rapporto di ostilità: ricordiamo infatti le parole della donna al pozzo di Giacobbe in Sichar, “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” (Giovanni 4.9).

Gesù e il Suo gruppo, però, erano “chiaramente in cammino verso Gerusalemme” (v.53): per quei samaritani il loro era un viaggio “religioso” data la festa in corso in quella città e, dal momento in cui era aperta la questione del legittimo Tempio, se quello “ufficiale” o il loro sul Gherizim, non acconsentirono ad accoglierli.

Saputo questo, mentre il loro Maestro taceva, Giacomo e Giovanni, soprannominati “Boanerges, cioè figli del tuono”, manifestarono il loro carattere, offesi dal diniego ricevuto, riferendosi all’episodio di 2 Re 1.11,12 quando leggiamo che, davanti a due compagnie di uomini mandati ad arrestarlo, Elia disse“Se sono un uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi uomini”, come effettivamente avvenne. Da notare che i due discepoli sembrano chiedere il permesso di agire in tal modo, ma in realtà si ergono a difensori di Gesù, volendo intervenire al Suo posto, quasi che fosse debole o, secondo loro, non avesse capito la portata dell’offesa. È in sostanza come se gli avessero detto “Vuoi che ci pensiamo noi?”, dimostrando di essere dominati da uno spirito carnale che, di fronte alla non reazione del Maestro secondo i loro parametri, si sente in dovere di intervenire. Giacomo e Giovanni avrebbero dovuto ricordarsi della reazione che avrebbero dovuto avere di fronte al rifiuto ad accoglierli: “E se alcuni non vi ricevono, uscite da quella città, e scuotete la polvere dai vostri piedi, in testimonianza contro di loro”(Luca 9.5). Con quel gesto, infatti, i discepoli avrebbero dichiarato da un lato la loro totale estraneità al rifiuto del messaggio che portavano, lasciando a quella gente l’intera responsabilità della loro opposizione al Vangelo.

Possiamo capire allora che non compete a chi porta il Vangelo chiedere un giudizio di Dio quando una persona gli si oppone, ma solo la consapevolezza del fatto che la pace che vorrebbe portare, una volta rigettata, ritorna a lui: “Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi”(Matteo10.13). Al contrario l’uomo naturale, quello che “non comprende le cose di Dio perché per lui sono follia”, quando si trova di fronte a una non accoglienza delle sue idee o proposte, si offende, si contraria, reagisce in malo modo come un bambino, cosa che appunto fecero Giacomo e Giovanni ed ecco perché Gesù disse loro “Voi non sapete di che spirito siete”, non riportata dalla nostra versione, ma da altre: non avevano capito nulla, confondendo l’intervento di Dio, autonomo, preciso e chirurgico, con il loro volere in quel momento estremamente distante da Lui. Ancora una volta emerge l’incapacità dell’essere umano di fare i raccordi opportuni per poter capire e avere una reazione proporzionata: i due fratelli, memori di aver visto Elia parlare con Gesù alla trasfigurazione, lo citano confondendo il fatto che l’uno apparteneva a una dispensazione e loro ad un’altra e quanto da Lui operato in quella della Legge non poteva trovare applicazione in quella della Grazia.

Il testo che utilizziamo, al verso 55, è generico perché leggiamo “Si voltò e li rimproverò”, ma altre versioni hanno “Voi non sapete di quale spirito siete, poiché il Figlio dell’uomo non è venuto per perdere le anime degli uomini, ma per salvarle”. Ecco allora – aprendo una breve parentesi – quanto è importante dotarsi di una traduzione affidabile operata da persone che tengano conto del testo antico e, sotto l’azione dello Spirito e non solo del tradurre critico come fosse un semplice scritto, possano aiutare chi legge a una comprensione maggiore, che non ometta o riassuma fatti o parole, non informi ma possa formare.

Giovanni, scrivendo il suo Vangelo, dimostrò di aver compreso molto bene le parole di Gesù, poiché leggiamo proprio che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio”(3.17,18). Ancora, in 3.36, “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui”: possiamo sottolineare che abbiamo l’essere “già condannato”,ma è quell’ “incombe su di lui”, non “cade”, che costituisce al tempo stesso un pesante avvertimento e una speranza, poiché una cosa che “incombe” allude a un pericolo imminente, che grava ma può essere rimosso e ciò si verifica nel momento in cui una persona crede.

Il “salvare ciò che era– altrimenti – perito”, significa proprio questo: Gesù vuole salvare, cioè recuperare e la Sua azione è definita come uno strappare, “ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio”(Galati 1.4). È sufficiente quindi che l’uomo si abbandoni a Lui ed in quel momento si verifica il Suo intervento. Paolo di Tarso scrisse nella sua prima lettera a Timoteo “Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”(1.15). Gesù, come Dio, avrebbe potuto far scendere quel “fuoco”di cui gli parlarono Giacomo e Giovanni, ma non lo fece perché quell’avvenimento sarebbe stato incompatibile con la Sua funzione: a quei samaritani sarebbe stato concesso del tempo anche se il loro era “sempre pronto”. Gli abitanti di quel villaggio era impossibile non avessero sentito parlare di Gesù, poiché passare per la Samaria era la via più breve tra la Galilea e la Giudea, ma non Lo presero in considerazione, vedendo in Lui un Giudeo che andando a Gerusalemme, dimostrava di non tenere in alcun conto il loro Tempio né le loro tradizioni. Ma non si scompose e, semplicemente, “andarono in un altro villaggio”, non è detto quale, né se si trovasse in Samaria o in Giudea.

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08.09 – LA PRIMA VISITA A NAZARETH II/II (Luca 4. 24-30)

8.09 – La prima visita a Nazareth 2 (Luca 4.24-30)

 

24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». 28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”.

 

C’è un senso conclusivo nel concetto in base al quale “nessun profeta è bene accetto nella sua patria” e infatti alcuni studiosi sostengono che i richiami ad Elia e Naaman, con tutto quel che seguì, quindi i versi da 25 a 30, appartengano ad una terza visita a Nazareth che Gesù avrebbe compiuto. La frase di Gesù, che poi divenne proverbio tuttora in uso, preceduta dal suo amen, “in verità”, fu pronunciata quale triste commento ai pensieri dei suoi concittadini e denuncia la tendenza umana ad apprezzare più ciò che viene da fuori anziché quanto si ha naturalmente a disposizione. Guardiamo le varianti di questa frase: Matteo scrive “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (13.57), Marco “tra i suoi parenti e in casa sua” (6.4) e Giovanni “Gesù aveva dichiarato che nessun profeta riceve onore nella sua patria” (4.44); se si fosse trattato di un proverbio già esistente, tutti e quattro lo avrebbero riportato identico.

La cerchia familiare stretta e allargata, così come l’ambito sociale in cui una persona cresce, fa sì che nei suoi membri si fissino i ricordi di quello che è stata anziché valutarne i progressi e soprattutto quello che è diventato realmente, spesso a prezzo di esperienze dolorose. Chi “viene da fuori” invece, di cui non si sa nulla e quindi dal quale ci si attende chissà cosa, viene ascoltato proiettando istintivamente su di lui le aspettative che si hanno. In una comunità che ho frequentato ho assistito a questo fenomeno tante volte, ma qualunque “profeta”, cioè chi parla di Dio, ha un messaggio che, una volta udito, occorre valutare indipendentemente dalla provenienza che questo ha.

Gesù, in pratica, per i nazareni era “il figlio di Giuseppe” e tale doveva restare. Le sue “parole di grazia” che avevano ascoltato, anziché venire accolte e metabolizzate, destavano incredulità perché era impossibile che il figlio di un falegname parlasse in quel modo. E il triste è che, nonostante l’affermazione sul profeta non accetto in patria, i Suoi concittadini pensarono ancora peggio in una volta successiva perché coinvolsero Maria, i fratelli e le sorelle di Gesù a sostenere che la Sua conoscenza delle Scritture non poteva essere reale. Quindi, come scrive un importante esegeta, “considerazioni egoistiche, interessi locali e pregiudizi nati da una lunga familiarità, si mescolarono assieme” impedendo loro un giudizio obiettivo.

E arriviamo al verso 25 in cui viene portato il primo esempio, quello di Elia e la vedova di Sarepta. Si tratta di un fatto avvenuto approssimativamente 850 anni prima del nostro episodio, quando regnava Achab che, come diversi suoi predecessori, portò il popolo all’idolatria. Conseguentemente gli fu preannunciato da Elia il castigo consistente in tre anni di carestia, per il quale fu lo stesso profeta a pregare che ciò avvenisse. Da notare che il Re era colui che guidava Israele ed era responsabile della sua condotta, e che il popolo stesso doveva sapere molto bene che non vi era altro dio al di fuori di YHWH: accettando di adorare elementi estranei, si rese colpevole allo stesso modo. Questo era il comportamento degli israeliti che invece erano stati eletti, scelti dal Creatore perché fosse luce alle genti, quelle che guardava – come oggi – con disprezzo.

Ebbene pensiamo alla situazione che dovette verificarsi in quel periodo di carestia, con ricchi che vivevano con difficoltà e poveri nella disperazione, per non parlare delle vedove che si trovavano nell’impossibilità di sostenere anche i loro figli, qualora ne avessero avuti, e trovando disattese le promesse di Dio nei loro confronti proprio a motivo del comportamento idolatra che aveva coinvolto tutti, loro comprese. Vanno tenuti presenti i due significati del termine “idolatria”: da un lato l’adorazione di uno o più idoli, ma dall’altro amore e devozione per elementi che non hanno ragione di averla. Perché ciò accada è necessario abbandonare ciò che si è seguito in precedenza e Israele, scegliendo di adorare dèi estranei, non è che “cambiasse religione” o una moda, ma sostituiva il reale con l’immaginario, rinnegando tutte le esperienze soprannaturali di cui era stato l’unico beneficiario nel corso dei secoli.

Elia, a carestia inoltrata, viene “mandato” a Sarepta, in territorio fenicio, in cui c’era “una vedova alla quale ho dato ordine di sostenerti” (1 Re 17.9): Dio allora aveva parlato a una pagana, una donna povera che fu testimone del miracolo della farina e dell’olio che non si esaurirono e del ritorno in vita del proprio figlio. Quindi, citando l’episodio, Gesù ricorda ai suoi ex concittadini che Dio si serve delle cose “pazze del mondo per svergognare le savie”, cioè davanti a Lui nel confronto tra l’umile e il presuntuoso a vincere è sempre il primo. In più, in questo passo, abbiamo l’abbandono delle attenzioni di un profeta per i suoi connazionali a favore di una donna pagana che tuttavia il Signore lo cercava, per quanto “a tentoni”.

La figura di Naaman, poi, siriano, è altrettanto singolare ed emerge al tempo in cui viveva Eliseo, che di Elia prese il posto. Nonostante la presenza di questo profeta sul territorio, a lui non si rivolse nessun lebbroso israelita, ma fu Joram, re di Siria, dietro suggerimento indiretto di una ragazza ebrea, a inviare Naaman da lui. La lettura del quinto capitolo di 2 Re può aiutarci a capire nel dettaglio la vicenda, ma appare chiaro che la condotta di questo generale, inizialmente, fu caratterizzata dall’incredulità dovuta a ignoranza e non da un ostinato rigetto della luce e della verità come in Israele a quel tempo. La confessione di fede di quest’uomo, “Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele” (v. 19) suona indubbiamente come una condanna nei confronti di tutti quelli che videro i miracoli di Nostro Signore e non si convertirono.

Ebbene quando Gesù, nel portare gli esempi di questi personaggi, pronunciò le parole “ve ne erano tanti… eppure”, scoppiarono i sentimenti dello sdegno e dell’ira nel cuore dei presenti nella Sinagoga. È stato giustamente osservato che con queste parole Nostro Signore accusa i nazareni di indegnità ammonendoli che dovevano fare molta attenzione a che il medesimo abbandono ricordato nei tempi antichi non si verificasse anche per loro, con conseguenze peggiori di quelle che avvennero in quei tre anni di carestia.

È singolare che, per la prima e unica volta nei Vangeli, c’è la testimonianza dell’interruzione di una riunione sacra: i presenti quindi erano talmente sdegnati da perdere ogni controllo e perché feriti nel proprio orgoglio e campanilismo. Non vi fu spazio per un esame di coscienza, per una riflessione, pur breve, ma solo per una reazione violenta: tutti volevano cacciarlo dalla città e, evidentemente la maggioranza, voleva gettarlo giù da uno dei dirupi che allora erano presenti nei pressi della città, essendo costruita sull’orlo di un monte, in una posizione diversa da quella della Nazareth odierna.

Prima di spiegare come fece Gesù a sottrarsi alla loro volontà omicida, ricordiamoci che la reazione violenta a una contestazione verbale appartiene sempre a chi, pur essendo adulto, vuole difendere in modo infantile il proprio modo di pensare e agire senza preoccuparsi del fatto che questo sia giusto o sbagliato. Ciò avviene soprattutto nell’ambito religioso, o politico. Violenza fisica in questo caso, oppure verbale e con metodi altrettanto violenti che prevedono, oggi perché la gente è ritenuta più “civile” senza esserlo, l’umiliazione e l’isolamento fino ad arrivare, se possibile, all’annientamento delle idee e della volontà di chi li rimprovera. Perché chi contesta con argomenti validi e colpisce le coscienze va annichilito, perché chi sceglie la violenza e l’urlo sa che non può controbattere in altro modo.

Ai tempi di Gesù e poco dopo, parlo del libro degli Atti, abbiamo due esempi: il primo si verifica con la lapidazione di Stefano quando viene descritta, al termine dei suo discorso dinnanzi al Sinedrio che si concluse con le parole “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”, la reazione dei suoi membri: “Allora, gridando a gran voce, si turarono le orecchie e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo” (Atti 7.56-58).

Lo stesso apostolo Paolo, allora conosciuto come Saulo di Tarso ai cui piedi avevano deposto i loro mantelli, allora consenziente con quella esecuzione, si troverà a fare i conti con questo atteggiamento quando, dopo aver riferito le parole che Gesù gli disse, “Va’, perché io ti manderò lontano, alle nazioni”, sapiamo che “Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma a questo punto alzarono la voce gridando: «Togli di mezzo costui, non deve più vivere!». E poiché continuavano a urlare, gettare via i mantelli e a lanciare polvere in aria, il comandante lo fece portare nella fortezza, ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli gridassero contro in quel modo”. (Atti 22.21-24). In tutti questi esempi, nazareni compresi, non esiste un solo attimo in cui si dà spazio all’autoesame, ma alla reazione infantile di adulti irrisolti.

Reazione ben diversa vi fu da parte degli ebrei testimoni della discesa dello Spirito Santo al capitolo due, sempre del libro degli Atti: quando infatti Pietro, a conclusione del suo primo discorso pubblico, “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” , leggiamo che “All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che cosa dobbiamo fare?» (2.36,37). Quella volta è scritto che “coloro che accolsero la sua parola  furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone” (v.41).

Tornando al nostro episodio, è una breve frase a concluderlo: “Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Nessuno, nonostante quelle manifestazioni isteriche, poté mettere in atto i suoi propositi. Come già rilevato, non era ancora giunto il momento in cui Gesù doveva essere dato in mano agli uomini e questo sicuramente fu il motivo per cui non poterono fargli nulla e nessuno, visto che è sempre da uno che parte un’azione offensiva, osò affrontarLo per primo, forse perché intimoriti dalla Sua autorità. Gesù era l’ “Io sono”, “lo stesso di ieri, di oggi e di sempre” che ancora oggi chiama e riprende la sua creatura perché lo accetti, lo segua, diventi con Lui figlio del Padre. Amen.

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08.08 – LA PRIMA VISITA A NAZARETH (Luca 4.16-30) I/II

8.08 – La prima visita a Nazareth 1 (Luca 4.16)

 

Premessa

Affrontare la o le visite di Gesù a Nazareth pone problemi sul numero di volte in cui si recò nella città che lo vide diventare adulto, da quando aveva circa tre anni e mezzo fino ai trenta. A parte il ritorno dall’Egitto, la questione di quante furono le volte in cui si recò “nella sua città” è ancora aperta anche se, leggendo i racconti dei sinottici, si possono distinguere due episodi, per quanto vi sia chi sostiene fossero stati tre. Luca, nel passo che esamineremo, introduce quanto avvenne con le parole “Gesù, sospinto dallo Spirito, se ne tornò in Galilea e la sua fama andò per tutta la contrada circonvicina. Ed egli insegnava nelle loro sinagoghe, essendo onorato da tutti. E venne in Nazareth, dove era stato cresciuto” (4.14-16): si tratta di una premessa di ampio respiro al nostro episodio, che comprende molte attività svolte da Nostro Signore e il particolare dei concittadini che volevano buttarlo giù da una rupe, non citato da Matteo e Marco, lascia intendere che i due evangelisti non si riferiscano allo stesso avvenimento.

Considerando il mio metodo d’indagine, lo stesso peraltro di molti, è indubbio che leggere cronologicamente il Vangelo può portare a capire meglio alcuni fatti, evitare una lettura approssimativa e valutare più agevolmente il perché di certe frasi, ma è anche innegabile che la questione dell’esatta disposizione temporale non sia stata considerata rilevante dagli evangelisti che giustamente decisero di scrivere dei libri “aperti”, che parlassero a tutti nell’immediato essendo il “regno dei cieli”, allora come oggi, “vicino”. Luca lascia intendere che Gesù andò una prima volta a Nazareth quando entrò nella Galilea per stabilirvisi; Matteo (13) la colloca dopo l’esposizione delle parabole del Regno e Marco (6) prima dell’invio dei dodici in missione: è il loro racconto, più o meno temporalmente coincidente, a farmi optare per il fatto che quella città fu visitata due volte. Vediamo, sotto questo mio modo di disporre gli episodi, ciò che scrive Luca:

 

16Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».  22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!»». 24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». 28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”.

 

Il verso 16 inizia in modo solo apparentemente banale: la prima pericope “Venne a Nazareth” racchiude uno scopo, un piano per gli abitanti di quella città e lascerebbe intendere, se non conoscessimo ciò che avvenne, uno sviluppo positivo di quell’arrivo in mezzo a loro. “Venne a Nazareth” ci autorizzerebbe a pensare che contenga una speranza, un accoglimento del “lieto annunzio” da parte degli abitanti di quella città che, proprio perché conoscevano Gesù, lo avrebbero accettato. La seconda pericope, “dove era cresciuto”, ne accentua l’idea perché l’essere cresciuto in una cittadina equivale all’avere una reputazione, nel bene o nel male. E sappiamo che proprio a Nazareth è scritto che “…il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui” (Luca 2.40), particolare che dobbiamo tener presente perché quanto detto nel verso non costituiva un fatto privato, ma pubblico nel senso che era impossibile non riconoscere quanto avveniva in quel giovane. Il verso citato si riferisce al Gesù bambino, fino ai dodici anni; ma ciò che fu dopo il suo bar mitzwah, quindi dopo i tredici, è detto che “…cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (v.52). Ora, calcolando che la permanenza in Egitto durò dai due ai tre anni e mezzo, gli abitanti di Nazareth ebbero modo di farsi un’opinione su Gesù per 27 anni circa in cui lo videro lavorare, lo sentirono parlare e lo videro agire non certo a sproposito, frequentare la Sinagoga assiduamente così come prendere la parola come consuetudine nelle sue riunioni. Va ricordato che i bambini erano ammessi nelle Sinagoghe dall’età di sei anni e dovevano frequentarle con assiduità dopo i tredici. Quindi la conoscenza che gli abitanti di Nazareth avevano di Gesù, che lo incontravano ogni sabato nelle assemblee, fu costante per quattordici anni, sempre parlando approssimativamente.

Viene spontaneo pensare che, se quando Gesù era dodicenne parlava in mezzo ai sapienti di Gerusalemme e “…tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte” (Luca 2.47), le volte in cui fu invitato a parlare e commentare dei passi nella Sinagoga in Nazareth non furono poche. Riesce difficile pensare che, fino a quando non iniziò il Suo Ministero, Gesù abbia taciuto sulle verità scritturali nonostante sarà la vittoria sull’Avversario nel deserto a sancire ufficialmente l’inizio del Suo Ministero, che era veramente Lui “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

Non credo sia azzardato pensare che Nostro Signore “si alzò” perché invitato dal responsabile dell’assemblea – come in uso ancora oggi ance se con qualche variante –, ma dobbiamo porre la nostra attenzione su quel “gli fu dato il rotolo…” e “trovò il passo”.

Qui va fatta una premessa, cioè che la lettura della Legge o dei Profeti, come parte del servizio nella Sinagoga, rendeva necessaria la loro divisione in sezioni in modo tale che, nel giro di tre anni, tutta la Scrittura potesse essere letta e commentata interamente. La Chiesa di Roma ha adottato questo stesso metodo nelle letture che vengono proposte nella Messa quotidiana in cui, appunto in tre anni, viene letta tutta la Bibbia anche se, purtroppo, ben pochi se ne accorgono o frequentano le sue assemblee quotidianamente.

Secondo quest’usanza ebraica, allora, Gesù “trovò il passo” richiesto per quel sabato in cui ricorreva il giorno della purificazione, quello dell’espiazione dei peccati che si celebrava il 10 di Tizri (ottobre). Era lo Yom Kippur, considerato il giorno più santo e solenne dell’anno ancora oggi. Credo che in quella Sinagoga stava avvenendo qualcosa di straordinario: nel giorno della purificazione si leggeva Isaia 61.1,2 “Lo spirito del Signore Dio è su di me – come visualizzato al Suo battesimo – perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione – le credenziali del perfetto inviato, il Cristo, il Messia –; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore”.

Oggi” si compiva “questa scrittura” che i presenti avevano “ascoltato”. Si trattava di un annuncio formidabile che avrebbe dovuto riempire di gioia i suoi uditori anche perché molti erano gli elementi che andavano a convergere in un unico punto, cioè Gesù stesso. È fondamentale sottolineare che il verso di Isaia 61.2 è letto parzialmente, essendo nella sua interezza “…a promulgare l’anno di grazia del signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare gli afflitti”: perché Gesù si fermò, nella sua lettura, all’ “anno di grazia”?  Oppure: perché Matteo non scrive interamente il passo? Perché intendeva sottolineare qualcosa che gli israeliti conoscevano molto bene, cioè il Giubileo che ricorreva ogni 50 anni in cui venivano rimessi tutti i debiti, messi i prigionieri in libertà, affrancati gli schiavi e le terre che erano state confiscate venivano restituite ai proprietari (Levitico 25.9-17). Il Giubileo era stato quindi istituito come simbolo per  anticipare le conseguenze della venuta del Cristo. È interessante, nel capitolo citato del Levitico, il fatto della terra restituita: terra dove abitare che rimanda sia a quella promessa, scelta da Dio per il suo popolo, sia a quella nuova, ai famosi “nuovi cieli e nuova terra”; questa almeno è l’applicazione che mi sento di fare attorno al verso 23 di Levitico 25: “Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti. Perciò, in tutta la terra che avete in possesso, concederete il diritto di riscatto per i terreni”. È un verso che allora rivendicava il potere di YHWH sul creato, ma che oggi pone chi crede in una posizione radicalmente diversa: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (Efesi 2.12).

Leggiamo che prima di parlare “Gli occhi di tutti erano fissi su di lui”, cioè sapevano chi era e ancor più come stava operando nelle città a loro vicine e lontane, ma non si soffermarono sulla frase d’esordio, “Oggi si è compiuta questa Scrittura che avete ascoltato”. Ascoltarono, ma non compresero, o non vi dettero peso. Certo Gesù non si limitò a quella, ma il suo discorso fu teso a dimostrare il perché di quelle parole, delle Sue e di quelle del testo, e da ciò che leggiamo, “Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”, è impossibile che non rispondessero emotivamente di fronte a quella predicazione. “Tutti gli davano testimonianza” sta a significare che riconoscevano che le voci che erano giunte a Nazareth sulla forza delle parole e dei ragionamenti del loro concittadino erano vere, che “parlava con autorità” e che era in grado di spiegare la Scrittura meglio di qualunque Scriba o Fariseo. E il responsabile della Sinagoga che Lo invitò a leggere e commentare Lo conosceva.

Purtroppo, alla positività racchiusa nella prima reazione, quella cioè di dargli “testimonianza”, subito se ne aggiunge una negativa vista nel fatto che “erano meravigliati”: i presenti cioè non erano in preda ad un sentimento di stupore entusiasta che porta ad aderire a una posizione precisa, ma erano all’inizio di un tentativo per giustificare razionalmente quanto stava avvenendo in quella Sinagoga. In pratica tutto quanto Gesù diceva loro non veniva accolto nel cuore e nella mente, ma passava attraverso il filtro della diffidenza vanificando le Sue parole. A differenza di ciò che avverrà nella seconda visita in quella città, si chiesero: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, quindi uno di noi, nato qui, uno che ha lavorato il legno fino a poco tempo prima di andarsene a predicare e fare miracoli?

Ecco, è proprio da quella definizione, “il figlio di Giuseppe”, che inizia il processo di screditamento: dimenticavano che Giuseppe discendeva da Davide come Gesù, le promesse ascoltate per chissà quanto tempo nella Sinagoga sul Cristo che sarebbe arrivato, le voci a loro giunte sui miracoli operati e su quanto potente fosse la Sua predicazione. Quella “testimonianza” resta all’inizio si era trasformata in livore perché alla diffidenza cui erano passati si aggiunse l’orgoglio campanilista di cui Gesù si accorse subito e iniziò a parlare dicendo “Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito accadde a Capernaum, fallo anche qui, nella tua patria!»” (v. 23).

Il proverbio citato, “Medico, cura te stesso”, in uso ancora oggi, non sta a sottintendere che gli abitanti di Nazareth vedessero in Gesù un malato che prima di guarire gli altri doveva pensare a curarsi, ma che in quel “te stesso” rientrassero a pieno titolo loro in quanto Suo prossimo storico e diretto. In altri termini, prima di fare miracoli e predicare all’esterno del loro territorio, avrebbe dovuto iniziare da lì, dalla città di Nazareth, per renderla illustre come Capernaum, oppure fermarsi e compiere in mezzo a loro le identiche, potenti operazioni.

Sappiamo però che Gesù non fece mai un miracolo per soddisfare la curiosità della gente o peggio per pubblicizzare un territorio, ma per testimonianza che doveva essere ricevuta di chi voleva comprendere il piano di Dio: “le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Giovanni 5.36).

Il ragionamento dei nazareni, invece, si configurava nelle parole successive a quelle ora riportate: “Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né mai avete visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi: infatti non credete a colui che egli ha mandato” (vv 36,38).

Concludendo questa prima parte: Gesù, come suo solito, predicò con autorità, grazia e verità, elementi che furono riconosciuti da quanti lo ascoltavano. Il suo fu però un seme caduto sulla strada, subito asportato dagli uccelli del cielo, figura in questo caso dell’Avversario che per la prima volta cercò di ucciderlo, spingendo gli abitanti di Nazareth a buttarlo giù “dal ciglio del monte”. Anche questa volta rimase sconfitto.

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08.07 – IL MUTO INDEMONIATO (Matteo 9.32-34; Luca 11.14-20)

8.07 – Il muto indemoniato (Matteo 9.32-34; Luca 11.14-20)

 

32Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. 33E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele». 34Ma i Farisei dicevano: «Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni”.

 

Prima di affrontare l’episodio è giusto sfatare un’opinione errata che purtroppo compare in diversi commentari i cui autori, trovando delle analogie con il racconto del cieco muto (indemoniato) reperibile in 12.22, sostengono essere il medesimo. È però chiaro che Matteo, che non scrisse il suo Vangelo con disattenzione, non poteva ripetersi e per questo distingue il muto dal cieco muto nonostante sia identica la reazione dei Farisei sostenenti che, se i demoni uscivano dalle persone, era perché Gesù li scacciava con l’aiuto del loro principe. Questa frase, una volta escogitata, verrà presa quasi come norma e ripetuta altre volte dagli avversari di Nostro Signore per spiegare gli esorcismi che operava. Loro intento era quello di confondere la folla, ammirata per quello che vedeva quando era Lui a intervenire: “Non si è mai vista una cosa simile il Israele”. Lasciando quindi l’episodio dell’indemoniato cieco muto ad un successivo commento, possiamo occuparci della versione di Luca, più ricca dal punto di vista dei dialoghi coi detrattori del Signore.

 

14Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. 15Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebul, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni». 16Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. 18Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demoni per Beelzebul. 19Ma se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebul, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. 20Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio»”.

 

Venendo all’episodio, è importante partire da Matteo perché leggiamo “Usciti costoro”, ancora una volta traduzione dettata dall’opportunità narrativa dall’originale “venendo fuori” che pone maggiormente l’accento sulla continuità dell’opera di Gesù che aveva appena guarito i due ciechi. Leggiamo poi “gli presentarono” che ci parla della solidarietà, penso di amici e/o parenti, che abbiamo già incontrato nel caso del paralitico che, sempre in quella stessa casa, fu calato dal tetto perché entrarvi era impossibile a causa della folla. A differenza di tutti gli altri infermi che lo avevano preceduto, l’indemoniato muto non sarebbe mai stato in grado di chiedere aiuto da solo. Mi spiego: l’handicap di quella persona era il mutismo e pertanto avrebbe teoricamente potuto andare da Nostro Signore ed esprimersi con Lui a gesti ma, essendo indemoniato, era impedito a farlo dallo spirito impuro che lo abitava. Di qui l’intervento di amici e parenti che glielo portarono.

Poi, in questo miracolo, di singolare c’è la causa del mutismo dovuta non a sordità, cecità o a un grave trauma infantile, ma al demonio che si era impossessato di quella persona lasciandolo così, incapace di comunicare senza che avesse manifestazioni considerate eclatanti come l’aggressività vista a Gherghesa. Da ciò consegue che Satana può servirsi non solo di uomini a lui soggetti per far male ad altri (indipendentemente dalla quantità), ma anche accanirsi su un singolo per danneggiarlo. Nella complessa trattazione dell’indemoniato di Gherghesa ho citato alcuni tipi di spiriti immondi in base a come si caratterizzano senza citare quello muto perché in un certo senso li compendia tutti in quanto rende chi è dipendente da questo spirito nell’impossibilità non solo di formulare qualunque concetto spirituale, ma neppure di concepirlo lontanamente. Si può essere muti anche parlando e si può parlare facendo del male anche senza essere indemoniati: tutto dipende dalla misura in cui si è abitati e da chi si è abitati. Nel caso dell’innominato protagonista dell’episodio lo spirito impuro gli impediva qualsiasi forma di comunicazione perché, se scopo del parlare è manifestare il proprio pensiero e volontà, limitarsi ad impedire il semplice interloquire non avrebbe avuto senso in quanto chi è muto ricorre a gesti, magari scrive o escogita altri sistemi. Oggi ad esempio, nei casi più gravi, ci sono tetraplegici o persone colpite da ictus gravi che riescono a comunicare guardando le lettere su uno schermo.

Tornando all’episodio sta di fatto che il demonio, in presenza di chi è più forte di lui, a un certo punto – e chiaramente dietro ordine di Gesù – non può fare altro che uscire provocando immediatamente una reazione vista nel cominciare a parlare. A questo punto Matteo riassume in poche parole quanto avvenne, mentre Luca dà più spazio alle reazioni dei presenti: ancora una volta le persone “normali” si stupiscono, ma i Farisei, compresi quelli venuti da Gerusalemme, spiegano, come abbiamo letto, il perché di quell’esorcismo. Alcuni di loro addirittura hanno una reazione forse peggiore, cioè chiedono “un segno per metterlo alla prova” o, come altri traducono “tentandolo”, cioè per avere altri elementi per deriderlo, ma ancora di più accusarlo. Da notare che quella gente non chiede un segno generico, ma “dal cielo”, cioè un avvenimento che fosse inequivocabilmente attribuibile a Dio, quale non riesco a comprendere, quasi che tutto quanto avvenuto anche solo quel giorno, cioè la guarigione della donna emorraissa, della giovanissima figlia di Giairo e dei due ciechi, non fosse sufficiente. A costoro Gesù non risponde nemmeno.

Interessante invece è il personaggio nominato, Beelzebul, o Beelzebub, riferentesi ad una divinità filistea da Baal (signore, padrone) e Zebub (mosca). “Zebul”, però, significava anche letame, idoli, oggetti offensivi e abominevoli per cui il nome può significare “Dio delle mosche” o “delle immondizie”. Era diventato il nome che gli ebrei davano a Satana , come in questo caso.

Siccome però l’ebraico, che se ci pensiamo è la lingua che parlava Dio con Adamo ed Eva e quella in uso prima della confusione a Babele, non può non avere una caratteristica spirituale, ecco che “zebul”, secondo un’accezione totalmente diversa, significa anche “casa, abitazione” per cui Baalzebul è anche il “Signore della casa” visto nel corpo della persona che abita. Ecco perché Gesù, dopo l’ovvio richiamo all’impossibilità che ha un regno diviso si resistere, passerà a parlare di un’abitazione, l’uomo, che non può che venire occupata dallo Spirito di Dio o da un demonio cacciato in precedenza.

Rimaniamo però ai nostri versi: “un regno diviso in se stesso va in rovina”. Col termine “regno” possiamo intendere qualunque sistema organizzato, quindi uno Stato indipendentemente dal tipo di governo, ma anche una famiglia oltre alla stessa, singola persona. Tutto ciò che ha una struttura ha bisogno di un’unitarietà di intenti, progetti, aspirazioni, mete. Quando, ad esempio nel rapporto di coppia, l’uomo e la donna agiscono in modo non tanto indipendente, quanto contrario alle esigenze e alle visioni dell’altro, inevitabilmente questo è destinato a sfaldarsi. E così tutti gli altri rapporti umani indipendentemente dal grado di parentela. Allo stesso modo una persona che subisce delle contraddizioni forti e violente, non in grado di gestire la coerenza, che oggi prova una cosa e domani il suo esatto contrario, non può che sdoppiarsi all’estremo e vivere in una condizione meschina che gli precluderà un rapporto sano col prossimo oltre che con se stesso. Questo è uno dei motivi per cui è scritto “Dio non è un dio di confusione, ma di ordine” (1 Corinti 11.33), frase riferita alle assemblee di una Chiesa e alla Chiesa stessa indipendentemente dalla regione in cui si colloca. Anche lei, certo parlando di quella locale, può sfaldarsi e conoscere defezioni fino a estinguersi, spegnersi, trasformarsi in un’organizzazione in cui prevalgono tradizioni, credenze e riti estranei alla fede.

Quindi Gesù, parlando ai Farisei, fa un primo enunciato sul fatto che Satana ha un regno ben organizzato e non può cacciare se stesso; se mai sappiamo che “si traveste da angelo di luce”, altra frase che aprirebbe considerazioni infinite sulle presunte manifestazioni ritenute “sacre” nella storia anche recente. Il regno di Satana, poi, deve sussistere fino a quando non sarà distrutto, per cui questo personaggio non può permettersi che l’uomo possa venire guarito o salvato. E Gesù era ed è l’unico in grado di potersi a lui opporre.

A questo punto ecco una domanda che ammutolì i detrattori di Gesù: “Se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebul, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano?” (v.19). Questa frase ci consente di aprire una parentesi storica. I Padri della Chiesa hanno creduto di riconoscere ne “i vostri figli” gli apostoli in quanto ebrei, ma si tratta di un’ipotesi che non regge anche perché, a quel tempo, nessuno di loro aveva ancora compiuto un miracolo a parte quando furono inviati in missione. Piuttosto sappiamo da Giuseppe Flavio e da un episodio in Atti 19.13 che in Israele a quel tempo c’erano degli esorcisti che ogni tanto qualche risultato lo ottenevano. Si badi bene: ogni tanto, perché altrimenti gli indemoniati li avrebbero portati a loro e non a Gesù. Ebbene questi esorcisti appartenevano alla cerchia degli Scribi e Farisei, più precisamente erano dei loro discepoli che venivano chiamati “figli dei Profeti”.

Gli esorcisti di allora vanno inquadrati nella dispensazione della Legge, in cui la loro efficacia era direttamente proporzionale a quella della Legge stessa paragonata a quella della Grazia che Gesù era venuto ad annunciare non senza adempiere compiutamente quella precedente. Ricordiamoci bene del cortocircuito che si scatenò nel passo di Atti 19.13-16: “Alcuni giudei, che erano esorcisti itineranti, provarono anch’essi a invocare il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica». Così facevano i figli di un certo Sceva, uno dei capi dei sacerdoti, giudeo. Ma lo spirito cattivo rispose loro: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». E l’uomo che aveva lo spirito cattivo si scagliò contro di loro, ebbe il sopravvento su tutti e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite”.

Sta di fatto che comunque Scribi e Farisei avevano i loro esorcisti e che credevano nelle loro imprese, ma a questo punto dovevano spiegare chi stava realmente dietro a tutto: anche “i loro figli” scacciavano i demoni per Beelzebul? Quegli uomini certo non potevano rispondere affermativamente. Non solo, ma sarebbero stati quegli stessi esorcisti a giudicarli, per cui facessero attenzione alle loro parole.

La conclusione quindi è: nel momento in cui Satana non può cacciare se stesso, se Gesù lo mandava via con “il dito di Dio”, espressione che si rifaceva all’intervento persona di YHWH, altro non poteva significare che era giunto a loro quel regno che con estrema ostinazione rifiutavano.

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07.14 – I FACILI ENTUSIASMI DI FRONTE AL VANGELO: TRE PERSONAGGI (3/3) (Luca 9.61-62)

7.14 – I facili entusiasmi di fronte al Vangelo 3/3: il discepolo irrisoluto (Luca 9.61-62)

61Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». 62Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».”

Con questi versi di Luca terminano tre ritratti di discepoli che, secondo una mia classificazione, ho ritenuto dedicati ai facili entusiasmi. Scriba a parte abbiamo avuto il discepolo “temporeggiatore” che si era appellato alla pietas nei confronti del proprio padre, ora è il turno di quello “irrisoluto”, che in comune al precedente ha il voler anteporre qualcosa a Gesù: uno si appella al comandamento “Onora tuo padre e tua madre” dandone un’interpretazione personale e l’altro, se come credo frequentasse la Sinagoga e ne fosse quindi a conoscenza, all’episodio in cui Elia chiama Eliseo a seguirlo di cui troviamo testimonianza in 1 Re 19.19-21: “Partito di lì(dopo un colloquio con Dio sul monte Oreb), Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandovi vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio”.

Capire questo episodio, che presenta una richiesta molto simile a quella raccontata da Luca, è molto importante, non senza sottolineare che in entrambi gli àmbiti viene nominato l’aratro. Prima di tutto Elia non incontrò Eliseo a caso, ma Dio stesso gli aveva parlato di lui: “Ungerai Eliseo (…) come profeta al tuo posto” (Ibid., v.16).

Dal numero dei buoi, importante perché abbiamo il dodici e il ventiquattro, deduciamo che Eliseo apparteneva a una famiglia facoltosa ed era intento nel proprio lavoro, particolarmente impegnativo perché per utilizzare quella quantità di animali l’aratro doveva rivoltare il terreno molto in profondità, altrimenti sarebbero stati sufficienti uno o due animali.

Elia, passando e proseguendo il cammino, getta il proprio mantello su Eliseo che capisce immediatamente il significato di quel gesto: il mantello simboleggiava la personalità e i diritti di chi lo possedeva; quello di pelo dei profeti era il loro abito ufficiale (2 Re 1.8; Zaccaria 13.4) e il gettarlo su un altro costituiva una specie di investitura e iniziazione. Ciò fu subito capito da quel giovane, che fu costretto a lasciare i buoi e correre dietro ad Elia, fermarlo e dirgli che, prima di seguirlo, sarebbe andato a baciare suo padre e sua madre. La risposta del profeta non è tradotta da tutti traducono allo stesso modo: la nostra versione, tratta dalla Bibbia di Gerusalemme, interpreta il senso, “Va’ e torna, perché sai cos’ho fatto per te”, alludendo al gesto del mantello e a ciò che implicava; altri invece hanno:

 

  1. Ricciotti: “Va’ e torna, perché quello che toccava a me io l’ho fatto”;
  2. Luzzi: “Va’ e torna, ma prima pensa a quel che t’ho fatto”;
  3. Diodati 1607:“Va’ e torna, perciocché che t’ho io fatto?”;
  4. Diodati Riv.: “Va’ e torna, perché sai che ti ho fatto?

 

Deduciamo allora dal testo che Eliseo abbia ottenuto il permesso da Elia a recarsi dai suoi, ma tenendo presente l’elezione che aveva appena ricevuto. Elia non aveva gettato il suo mantello a caso, ma in obbedienza a un ordine ricevuto e leggiamo che Eliseo andò non solo ad accomiatarsi dai suoi, ma che sacrificò due buoi, distrusse i suoi attrezzi da lavoro bruciandoli per cuocere le carni degli animali dandole al popolo perché mangiasse, tutti segni inequivocabili coi quali rinunciava alla sua vita passata, ricchezza della sua famiglia compresa, non avendo una moglie e dei figli a cui provvedere.

Sappiamo che anche Matteo, dopo la chiamata di Gesù, offrì un banchetto attraverso il quale dava l’addio alla vita che aveva fino a quel momento condotto. Andrea, Pietro, Giacomo e Giovanni, prima di venire chiamati da Gesù a seguirlo definitivamente, ebbero del tempo per trarre le loro conclusioni su di Lui come del resto il nostro Evangelista, che prima di seguirlo ne sentì molto parlare.

Tornando a Eliseo, un segno eloquente del fatto che avesse compreso l’onore di avere il mantello lo vediamo dalla prontezza con la quale, ricevutolo, abbandonò i buoi: già lì capiva che l’aratura apparteneva ormai al suo passato. Eliseo prese commiato dai suoi non sapendo se avrebbe potuto far ritorno a loro o se per lui ci sarebbero potuti essere altri piani, per cui possiamo notare la docilità e la flessibilità con la quale offerse la propria vita non ad Elia, quanto a Dio che in quel momento era da lui rappresentato. Se ad Eliseo fu concesso di andare a salutare i suoi genitori, ci chiediamo perché Gesù non rispose consentendo a quel discepolo di fare altrettanto.

Evidentemente, conoscendo quello che realmente risiedeva nel cuore dell’uomo, Gesù sapeva che quella persona aveva ancora dei conti in sospeso con il suo passato, non era disposto ad abbandonare ciò che aveva e il desiderio di avere un ultimo contatto coi suoi famigliari era indice di un attaccamento dal quale difficilmente si sarebbe liberato. E il fatto che Nostro Signore stesse per salire sulla barca o andasse verso Gerusalemme secondo Luca, è irrilevante, non c’era tempo: il discepolo irrisoluto era “inadatto al regno di Dio” per tutto questo insieme di motivi.

Ogni vero cristiano ha avuto una chiamata, profondamente diversa l’uno dall’altro e allo stesso tempo comune: un giorno, ha incontrato Gesù e gli ha risposto e subito ha dovuto lasciare qualcosa perché ha scoperto di non essere più quello di prima. Il nocciolo è tutto qui e il resto, l’abbandono di metodi di comportamento, reazioni, azioni che in precedenza erano comuni a tutti gli altri esseri umani, viene col tempo, con la maturità e la pratica perché il credente non è catapultato in un mondo nuovo in cui tutto risulta facile, ma al contrario cresce, come abbiamo visto nella parabola del seminatore, “con sofferenza”. Per questo coloro che hanno compiti di responsabilità nella Chiesa dovrebbero mettere in pratica il discernimento, cercando di raffreddare gli entusiasmi dei giovani anziché agevolarli, invitandoli a tenere i piedi accuratamente per terra affinché possano verificare prima di tutto la loro eventuale vocazione. Ricordiamo l’esortazione, valida per tutti sempre e comunque, ad essere sì “Semplici come colombe”, ma “Prudenti come serpenti” (Matteo 10.16).

Esaminiamo ora le parole di Gesù a quel discepolo, “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto al regno di Dio”: l’aratura è un’operazione più complessa di quanto si creda. Non può essere fatta in qualsiasi stagione, richiede condizioni precise del terreno che non può essere troppo secco, né troppo umido. L’aratura, a prescindere dalla profondità con la quale l’aratro deve scavare, dev’essere uniforme, cosa possibile solo se chi a quell’epoca guidava gli animali non si distraeva perché, lasciando delle zone vuote o irregolari, ne avrebbe risentito la semina successiva. Chi arava il campo poteva fermarsi a riposare, ma poi doveva riprendere dal punto di sosta con la stessa intensità e proseguire.

Notiamo che qui Gesù non parla di distrazione, ma di voltarsi indietro: chi si comporta così è perché rimpiange qualcosa, perché ciò che ha lasciato è ancora per lui vincolante. Voltarsi, significa perdere di vista ciò che è davanti. Se ciò si verifica non sta a significare che alla persona sia preclusa la grazia, ma che questa non è ancora pronta per il discepolato che richiede abnegazione. L’aratro rappresenta ciò che c’è da fare, la missione, il compito che ogni credente ha, fosse anche “solo” quello di pregare, di ascoltare, di frequentare i radunamenti della Comunità alla quale appartiene. In poche parole, compiere il proprio pellegrinaggio.

Spesso mi capita di analizzare ciò che ho fatto: vedo cose positive e negative, gli errori anche gravi che ho commesso per immaturità e perché ciò che il mondo insegna quando si proviene da ambienti non veramente cristiani, penalizza; ho avuto esempi positivi e negativi e spesso ho seguito i secondi anziché i primi. Ma ringraziando il Signore questi appartengono a un passato che non mi è consentito rivisitare a livello nostalgico perché non mi posso voltare indietro, come tutti i miei fratelli e sorelle. O meglio, se lo facessi, rimpiangendo ambienti e persone, perderei quello che ho costruito e poi dovrei ricominciare da capo ritrovandomi profondamente umiliato. Mi rendo conto della complessità del ragionamento e, fortunatamente, non tutti hanno avuto le mie esperienze, frutto comunque di mancati calcoli e irresponsabilità giovanile. E colossali fraintendimenti. Anch’io, quando il Signore mi ha chiamato a seguirlo, penso di aver risposto in modo non adeguato, di non aver lasciato quanto dovevo e di avere fatto dei compromessi. Dico questo per non dare di me, eventualmente, l’impressione di colui che condanna i personaggi negativi narrati nel Vangelo.

Voltarsi indietro è spesso un’azione che implica quella di tornare a ciò che si era, come in Ebrei 10.37,38: “Ancora un poco, un poco appena, e colui che deve venire verrà e non tarderà. Il mio giusto per fede vivrà, ma se cede, non porrò in lui il mio amore”. Sono parole pesanti, rivolti a quelli che “cedono” nel senso di abbandonare volontariamente il percorso stabilito per loro. Si può tornare a vecchie abitudini, usi, modo di ragionare anche solo rimpiangendoli, come fu per la moglie di Lot, evento facile da connettere all’episodio, che nonostante fosse stata avvertita, si voltò indietro quando Sodoma e il suo territorio venivano distrutti. Perché voltarsi è il primo passo, rivelatore di una mancata realizzazione di uno stato, come quello della liberazione dal peccato, dando retta alla carne.

Posso dire che questo episodio parla comunque a tutti i cristiani, indipendentemente dal fatto che siano discepoli, o semplici credenti: quello che abbiamo da compiere, dobbiamo farlo per non venire rimproverati, tenendo sempre a mente le parole di Gesù, “Chi mette mano all’aratro– cioè inizia un cammino di lavoro e fatica per il Signore – e si poi volta indietro, non è adatto al regno di Dio”. Direi che la Scrittura è piena di esempi, positivi e negativi in proposito, ed è bello considerare Romani 15.4: “Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione perché, in virtù della perseveranza e dalla consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza”. Perché non c’è prova, sofferenza o situazione che altri non abbiano provato prima di noi: “Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente va in giro cercando chi possa divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi per il mondo” (1 Pietro 5.8,9). È la vita. Sono scelte fatte sulla terra. Amen.

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07.12 – I FACILI ENTUSIASMI DI FRONTE AL VANGELO: TRE PERSONAGGI (1/3) (Matteo 8.18-22)

7.12 – I facili entusiasmi di fronte al Vangelo (1/3) (Matteo 8.18,22)

 

18Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. 19Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò ovunque tu vada». 20Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 21E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre». 22Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

 

            Questo episodio è riportato da Matteo e da Luca, per quanto in contesti differenti: il primo lo colloca poco prima che Gesù partisse alla volta del territorio di Gadara, il secondo nel corso del Suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Il racconto di Luca è interessante perché, pur riportando le stesse parole di Matteo, aggiunge l’intervento di un terzo discepolo, o aspirante tale (cap. 9).

 

61Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». 62Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».”

 

Se è facile pensare che l’incontro con questi tre personaggi sia effettivamente avvenuto lungo la strada per Gerusalemme come raccontato da Luca, non è neppure da escludere che, tra la folla presente alla partenza di Gesù per “l’altra riva” corrispondente al territorio della Decapoli, quindi Hippos, fossero stati presenti questi uomini che gli si avvicinarono. Il primo è uno scriba, il secondo un discepolo, del terzo non ci è detto quale posizione avesse, ma di certo non era rimasto indifferente al messaggio e allo stile di vita di Gesù a tal punto da dirgli “Ti seguirò, Signore”, frase espressa al futuro, quindi già sottintendendo che prima aveva qualcosa da fare.

 

LO SCRIBA

Abbiamo già avuto modo di parlare di questa categoria di persone: istruivano il popolo nella Legge, rappresentavano accanto ai farisei il potere religioso e, tutti loro assieme sadducei, quello politico nel Sinedrio. Chi di loro si fosse apertamente schierato dalla parte di Gesù, sarebbe stato estromesso dalla Congregazione di Israele e non avrebbe potuto partecipare alle assemblee della sinagoga, nessuno gli avrebbe più parlato, né lo avrebbe salutato, né instaurato rapporti di qualsiasi tipo con lui. “Ti seguirò ovunque tu vada”, era quindi una frase molto impegnativa anche sotto questo aspetto, oltre che rappresentare una confessione esplicita del fatto di non sapere, di voler lasciarsi alle spalle credenze religiose magari belle nella forma, ma inutili per la salvezza.

La risposta di Gesù, “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, è illuminante: dichiarandosi “Figlio dell’uomo”, Gesù, sapendo con chi parlava, ricorda allo scriba la definizione che Daniele diede di Lui in 7.13,14: “Ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è eterno, che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto”. Quindi a quello scriba viene data una rivelazione e al tempo stesso una conferma, nel senso che viene avvisato prima di tutto – o gli si conferma a seconda di come vogliamo interpretare la frase – che Colui che desiderava seguire era il “Figlio dell’uomo” visto da Daniele. Non si dichiarò così solo a lui, ma fu una definizione che usò molto spesso: addirittura, parlando coi Giudei e definendosi in tal modo, quelli non capendolo gli dissero “Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come puoi dire che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?” (Giovanni 12.34). Rivelavano così la loro ignoranza.

Con la frase “…mail Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, allora, Gesù avverte quello scriba che, seguendolo “ovunque” lui fosse andato, avrebbe dovuto accettare di condurre la Sua stessa vita, come avevano fatto i dodici, che ne condivisero l’incessante attività missionaria. Tutto lascia supporre che, dopo quelle parole, anziché montare su una delle barche, se ne sia tornato a casa.

Mi sono chiesto cosa vogliono dire per noi oggi queste parole, “non ha da posare il capo”, partendo dal presupposto che gli evangelisti riportano i detti di Gesù in modo tale che parlino ai credenti di ogni tempo. Vero è che l’attività missionaria non si può fermare, ma va tenuto conto dei doni ricevuti e soprattutto bisogna chiedersi se seguire Cristo debba per forza consistere nel girare il mondo a predicare, oppure non si tratti di perseguire un’attività incessante che consista nell’essere presenti dove occorre e assenti quando la nostra presenza è inutile; in altri termini, selezionare le attività, gli impegni, le compagnie, gli interventi. Chiederci se, dove andiamo o mentre facciamo qualcosa, possiamo portare Cristo con noi o sarebbe “meglio” lasciarlo da parte, anche nei nostri pensieri. Credo che anche questo sia un impegno totale, perché “svestire l’uomo vecchio con i suoi atti e rivestire il nuovo” (Colossesi 3.10) non sempre è facile. Non è poco, nessuno ci obbliga a farlo, è una libera scelta, una pratica che si sviluppa negli anni e dura tutta la vita. È un’attività che conosce successi ed insuccessi.

Per far questo alcuni scelgono di chiudersi in un monastero, altri si fanno eremiti, ma si può sempre portare i germi del mondo dentro di sé e non risolvere nulla, finendo per creare delle comunità, grandi o piccole, in cui si pensano e si fanno le stesse cose degli “altri”, per quanto in pochi. L’apostolo Paolo in 1 Corinti 5.9,10 scrive “Vi ho scritto nella lettera precedente– c’è chi sostiene sia andata perduta – di non mescolarvi con gli impudichi. Non mi riferivo però agli impudichi di questo mondo o agli avari, al ladri o agli idolatri: altrimenti dovreste uscire dal mondo!”. È quindi necessario mantenere il proprio equilibrio, assimilare realmente il concetto del pellegrinaggio, contrastare la carne conoscendo i nostri limiti e andando a combattere là dove siamo sensibili perché, nonostante il mondo sia fondato sul trinomio soldi – sesso – potere, non tutti subiamo le stesse tentazioni.

Infatti Giacomo 1.14 scrive “Ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce”. E l’attrazione è una forza naturale che spinge al contatto, mentre la seduzione consiste nell’indurre una persona a fare qualcosa quasi senza che questa se ne renda conto. Contrastare la “propria concupiscenza” credo sia un’attività incessante come quella di chi deve tenere pulita una casa che si trova a ordinare e togliere una polvere che si riformerà continuamente. Eppure, nonostante la si possa considerare come una battaglia sotto certi aspetti persa in partenza, lo si fa per non avere magari allergie, problemi respiratori, per igiene.

Ancora in 1 Corinti leggiamo “…anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato” (9.27). Nemmeno Paolo aveva “dove posare il capo”. Nessuno che voglia applicarsi seriamente nelle cose di Dio lo ha, e infatti nei versi precedenti viene fatto il paragone con l’atleta che si allena “per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre” (v.25).

Per il cristiano non avere “dove posare il capo” è leggere la propria vita alla luce della Parola, porre una scala di valori, usare il setaccio, accogliere o separare, gettare o mettere da parte, fondare la propria casa su Cristo perché non crolli quando verranno le piogge, strariperanno i torrenti o soffieranno i venti.

Alla luce della frase “Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, non sarebbe giusto parlare solo dell’essere umano perché Gesù accentra prima di tutto quella definizione su di lui ed è rivolta allo scriba – e quindi a noi – per riflesso. Egli infatti era “…cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza da attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Isaia 53.2,5).

Tutto il capitolo sarebbe da studiare, e lo faremo tra breve, ma quanto riportato può bastare ai nostri scopi: Gesù è cresciuto davanti al Padre come un virgulto, cioè un ramoscello sottile, oppure un arbusto; quindi, andando alle parabole, fu anche lui una piantina, una “radice” che dovette crescere e svilupparsi non in un “buon terreno”, ma in una “terra arida”, quindi con sofferenza, patimenti, difficoltà, avversità. Contrariamente alle rappresentazioni che il mondo religioso-pagano ha dato di Lui, non era una persona che si distinguesse per aspetto e fu “disprezzato e reietto dagli uomini” per le realtà così distanti da loro che predicava. Ciò nonostante, non obbligato da qualcuno, ma per libera scelta, si fece carico della nostra condizione di peccato subendone le conseguenze come se ne fosse stato l’agente, il responsabile, portandone il castigo sulla morte infamante della croce.

Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Corinti 8.9): con la sua morte, Gesù ha trasmesso quindi a tutti quelli che avrebbero creduto in Lui la sua ricchezza, rinunciandovi per tutta la sua vita terrena. Un Dio che muore è, per gli ebrei e teoricamente per gli uomini tutti, un controsenso: non credendo alla resurrezione, si fermano alla sua morte, che senza il non risorgere sarebbe stata totalmente inutile come i miracoli, la predicazione, le promesse.

Ecco, fino alla morte Gesù non ebbe dove posare il capo, tutto questo solo per l’interesse degli uomini che in lui avrebbero creduto, perché viceversa i loro nomi non sarebbero mai stati scritti nel libro della vita che non avrebbe mai potuto essere aperto. E qui rimango muto perché trovare le parole è impossibile. Posso solo pensare al silenzio “per circa mezzora” che si fece in cielo “quando l’Agnello aprì il settimo sigillo”, l’ultimo, quello che consentirà la lettura di quel libro (Apocalisse 8.1). Quel “cielo” che fino ad allora si era riempito di lodi, di vita, di anime, di parole, di eventi, di angeli e creature celesti, allora tacque perché l’eternità stava per incontrarsi con il tempo. Perché questo potesse realizzarsi il Figlio dell’uomo non aveva ove posare il capo. Amen.

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07.11 – I PARENTI DI GESÙ (Luca 8.19-21)

7.11 – I parenti di Gesù (Luca 8.19,21)

 

“19E andarono a lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20Gli fecero sapere: «Tua madre e i suoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti» 21Ma egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»”.

 

            Si tratta di un episodio difficilmente collocabile nel tempo: alcuni commentatori che hanno preso in esame il Vangelo da un punto di vista cronologico, prudentemente lo omettono, mentre l’abate Ricciotti lo pone all’interno del capitolo dedicato al “ministero spicciolo” in cui prende in esame le donne al seguito di Gesù, prima della tempesta sedata e dell’indemoniato di Gadara e dell’esposizione delle parabole del regno. La lettura dei sinottici per collocare l’episodio, in effetti, non ci aiuta: Matteo scrive che avvenne dopo una disputa coi farisei, quando “mentre parlava alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».” (12.46-50). Anche Marco ci presenta un contesto simile, che ci potrebbe far pensare al pranzo a casa del fariseo Simone, ma non ciò può essere per un particolare: “Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé»” (3.20,32). Qui l’evangelista Marco prosegue con il principio dell’impossibilità, da parte di Satana, di cacciare se stesso e poi riferisce della madre e dei fratelli di Gesù con parole simili. Luca, come abbiamo letto, pone quest’intervento tra l’ultima parabola del regno e l’ordine ai discepoli di passare “all’altra riva”. Personalmente ritengo che questa collocazione temporale sia preferibile, più agevolmente inquadrabile, poiché all’umanissimo, carnale tentativo da parte dei parenti di Gesù di “farlo ragionare” corrisponde l’inizio del Suo viaggio missionario al seguito degli apostoli e dei discepoli.

Secondo la mia lettura, quindi, avremmo una giornata in cui vi fu il pranzo da Simone con l’episodio della peccatrice innominata, il discorso alla folla in parabole, la spiegazione di esse e l’esposizione di altre in una casa, in privato ai discepoli, l’arrivo dei suoi parenti che lo volevano far desistere dalla sua attività e quindi la partenza verso l’altra riva del mare di Galilea, verso sera. Ciò confermerebbe, a proposito delle giornate molto impegnative di Gesù, quanto avvenne poco prima della loro partenza: “Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò ovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo»” (Matteo 8.18,20).

Venendo all’episodio ed armonizzando i tre racconti, è Marco a rivelarci che la madre e i fratelli di Gesù si mossero quando seppero della folla radunata per ascoltarlo e che lui predicava e insegnava instancabilmente: per la seconda volta abbiamo così una reazione umana soprattutto da parte di Maria nei confronti di un figlio da cui si aspettava un comportamento umanamente comune a quello di tutti gli altri. Ricordiamo quando, dodicenne, lo aveva cercato con seria preoccupazione con Giuseppe quando seppe che non era con la carovana al rientro da Gerusalemme e lo aveva trovato, “dopo tre giorni” di ricerche, “in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava” (Luca 2.46). Già allora, se le avesse realmente acquisite, Maria avrebbe dovuto ricordarsi delle parole dell’angelo Gabriele e delle profezie dell’Antico Patto che riguardavano suo figlio. Ricordiamo le parole: “Rallegrati, o favorita dalla grazia, il Signore è con te.(…) Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio (YHWH)gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Luca 1.28-33). Tutto questo senza contare l’assistenza avuta in Egitto, quando lei, Giuseppe e Gesù scamparono dal progetto omicida di Erode il Grande grazie all’angelo in sogno che li avvertì.

Maria quindi, tornando all’annunciazione, era stata destinataria di un messaggio assolutamente esclusivo da parte di Dio: aveva “trovato grazia” presso di Lui ed era stata “favorita”. Le era stato detto “Non temere” e spiegato chi sarebbe diventato colui che avrebbe partorito, eppure nonostante tutto era stata in angoscia perché non lo trovava, cercandolo sempre più ansiosamente per tre giorni, e adesso chiede aiuto agli altri figli ritenendo Gesù “fuori di sé”. Quindi tutti loro, col comportamento adottato, confermano la nota di Giovanni 7.5 “Neppure i suoi fratelli credevano in lui”, ma non solo: nonostante molti commentatori del ramo cattolico romano abbiano cercato di attenuare il significato della definizione “è fuori di sé”, qui imbarazzante soprattutto perché Maria la condivideva, lo troviamo solo nell’episodio in cui fu definito nello stesso modo dai Giudei: “Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?»” (Giovanni 10.20,21).

Ciò che pensavano Maria e i fratelli di Gesù era quindi frutto di un ragionamento umano, di un metro valutativo che evidentemente aveva concluso che quanto stava avvenendo, cioè tutta quella massa di gente e l’ennesimo predicare, andava fermato o quanto meno ridotto: erano stanchi di quella notorietà, consideravano tutto quanto Gesù faceva come qualcosa di inopportuno perché non si comportava come gli altri, non pensava a condurre quella vita tranquilla e semplice fatta di lavoro e famiglia che conducevano tutti in paese. Omologazione, insomma, sottintendendo che, se proprio voleva, poteva anche predicare e far miracoli, ma a tutto c’era un limite. L’omologazione, il livellarsi alle usanze del “mondo” è però il ragionamento tipico di chi non crede né ha idea di cosa significhi avere un preciso mandato da Dio. L’apostolo Paolo lo evidenzia in una breve frase: “Se siamo stati fuori di senno, era per Dio; se siamo assennati, è per voi” (2 Corinti 5.13), cioè il confronto “fuori di senno” – “assennati” sottolinea la differente lettura tra ciò che viene reputato dal mondo che non ha la minima conoscenza della sfera spirituale e chi invece sì. Al verso successivo infatti leggiamo “L’amore del Cristo ci possiede”.

È infatti l’amore del Cristo, quindi quello che ha provato lui per noi, che spinge inevitabilmente chi crede a comportarsi in modo naturalmente diverso da quello che ha chi non lo conosce. Quanti hanno provato gli effetti della Parola di Dio non possono che testimoniare quanto leggiamo in Ebrei 4.12,13: “…è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture delle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”.

Ebbene Gesù, quale Dio Onnisciente, sapendo della presenza di madre e fratelli prima che una persona premurosa lo informasse, non poteva che rimarcare la divisione tra ciò che appartiene al mondo materiale e a quello spirituale: non caccia via i suoi parenti, non li umilia sgridandoli, ma è cosciente del fatto che, al momento, la loro realtà è quella che è sapendo che alcuni, fra i quali proprio la madre, lo avrebbero in seguito accettato in piena coscienza come loro salvatore. Fino a quando le relazioni umane di parentela avrebbero preso il sopravvento su quelle spirituali, non avrebbero avuto alcun senso, cioè sarebbero state fuori luogo per la vera realtà, per l’essenza, la struttura del rapporto che avrebbe dovuto intercorrere fra creatura e Creatore o, meglio, tra quelli “nati da Dio” e Colui che li ha generati.

Ricordiamo il dialogo con Nicodemo? Fu il primo in cui Gesù pose chiaramente il confine, la netta separazione tra la nascita umana in cui si trasmette la vita “per volontà di carne” e quella nuova, “d’acqua e di spirito” in cui davvero si nasce chiedendolo e non senza subire l’ingresso in un mondo di cui, almeno per quanto mi riguarda, avrei sotto certi aspetti fatto volentieri a meno. Prima di nascere di nuovo, non sapevo che la mia vita poteva avere un senso, una strada, venire costruita su un progetto non transitorio, destinato ad esaurirsi con la mia morte.

Tornando al testo è chiaro che l’ignoto che informò Gesù della presenza dei parenti che volevano parlargli, lo fece ad alta voce, ascoltato dai presenti; questo Gli diede l’occasione per un altro insegnamento: la domanda “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” viene formulata per avere una risposta che sarebbe stata logica per i suoi uditori. Invece Nostro Signore risponde con un atteggiamento particolare: guarda tutte quelle persone sedute girando lo sguardo (Marco), tende la mano verso i discepoli (Matteo) e dice “Ecco mia madre e i miei fratelli!”, parole che fanno irruzione nella mente perché  tradizionalmente si vede nel vincolo famigliare qualcosa di assolutamente preferenziale, riservato, intimo perché in famiglia si cresce, non è detto nell’amore e nella comprensione reciproca, ma comunque a lei si appartiene.

Le parole successive di Gesù spiegano il concetto: “Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”, le due fasi della vita cristiana, ascoltare (ritenendo) e mettere in pratica, impossibile l’una senza l’altra.

Fra l’altro la risposta di Gesù credo risolva una volta per tutte la controversia sul termine “fratello”, con la quale nel mondo antico potevano indicarsi anche i cugini, che poi è “il cavallo di battaglia” di coloro che sostengono che Maria sia rimasta vergine dopo il parto – ma perché avrebbe dovuto, anche dottrinalmente parlando? – e che non abbia avuto altri figli: Gesù è detto spiritualmente “il primogenito di molti fratelli” (Romani 8.29), non cugini che renderebbe il verso assurdo, così come non avrebbe senso che chi ascolta e mette in pratica la Parola sia un cugino del Signore.

Dicotomia ancora maggiore fu espressa in un altro episodio in cui una donna espose un altro concetto che lasciava trasparire un orgoglio tipicamente femminile: “«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano»” (Luca 11.27,28).

Cosa significhi “osservare” lo troviamo spiegato in Romani 12.2: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Abbiamo qui le due basi dalle quali partire per una vita cristiana florida: non conformarsi, cioè “non rendersi come”, quindi non essere quelli di prima, e “lasciarsi trasformare”, cioè seguire senza resistenza quella naturale corrente che Dio attiva in modo naturale col canale dello Spirito. È una corrente che possiamo rallentare e fermare solo noi, e purtroppo lo facciamo quando agiamo più o meno consciamente volendo essere noi a guidare. Se però ci lasciamo condurre dove Lui vuole, il risultato sarà il discernimento tra ciò che è buono oppure no e la sua messa in pratica. Amen.

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07.02 – LE PARABOLE DEL REGNO, INTRODUZIONE

7.02 – Le parabole del regno (Introduzione)

 

            Tutti i sinottici, scrivendo del periodo trascorso da Gesù e i suoi lontano da Capernaum “per città e villaggi predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio”, pongono un accento particolare, nella prima parte della loro cronaca, su quello che Lui disse, sui suoi insegnamenti, esattamente come avvenuto sul sermone sul monte che abbiamo analizzato in Matteo 5. Il viaggio missionario di Nostro Signore, sotto l’aspetto della predicazione, partì proprio dalla città in cui viveva in un contesto preciso riferito da Matteo: “Ora in quello stesso giorno Gesù, uscito di casa, si pose a sedere presso il mare. E grandi folle si radunarono intorno a lui, così che egli, salito su una barca, si pose a sedere, e tutta la folla stava in piedi sulla riva” (Matteo 13.1,2).

La nota “In quello stesso giorno” per Matteo è riferito a discorsi che per ragioni narrative e dottrinali raggruppa in un unico contesto, ma che suppongo fosse lo stesso in cui avvenne il pranzo a casa di Simone il fariseo. Prima di esaminare il gruppo cosiddetto delle “parabole del regno”, dobbiamo vedere cosa effettivamente fosse la parabola e perché Gesù l’utilizzò così frequentemente.

Contrariamente a quanto si possa supporre, il metodo della parabole non fu usato solo da Lui, ma era un genere letterario utilizzato per illustrare, con esempi immaginari ma assolutamente veritieri o possibili, una verità morale e religiosa. La parabola può essere confusa con la favola anche se essa ha per protagonisti animali in situazioni inverosimili e ha per lo più lo scopo di intrattenere le persone. Nel mondo antico entrambi i generi abbondavano, ma soprattutto nel giudaismo esisteva il màshàl, il genere parabolico, che troviamo a volte anche nel Talmud e nella Midrash (insegnamento); anche ai tempi di Gesù i Rabbini ne facevano uso per spiegare le Scritture al popolo che le apprezzava e le ricordava con facilità abbinandole al loro corretto significato spiegato dai maestri.

Attraverso le parabole, soprattutto quelle relative al “Regno”, Nostro Signore cercava di proporre delle verità che andavano a cozzare contro l’idea che il popolo aveva di un regno instaurato sulla terra, che come sappiamo si sarebbe dovuto caratterizzare tramite un Messia potente che, alla guida di un esercito invincibile, avrebbe sottomesso tutte le nazioni e le avrebbe governate assieme al suo popolo. Ecco allora che Gesù non dovette solo rifiutarsi di venire proclamato re quando il popolo voleva farlo, ma soprattutto far capire che il regno che avrebbe instaurato un giorno sarebbe stato profondamente diverso da quello che si aspettavano: fu quindi necessario spiegare le verità di quello non dichiarandole apertamente, dando così l’opportunità ai suoi avversari di attaccarlo più di quanto già non facessero, ma velandole, dicendo le stesse cose in maniera diversa. Se ci pensiamo, riguardo alle verità fruibili a pochi, è quello che non solo Gesù, ma tutta la Scrittura fa continuamente presentando simboli, situazioni, verità e descrizioni che possono essere lette solo per la grazia e l’intercessione dello Spirito Santo, deputato alla rivelazione e mettendo da sempre ogni metodo di lettura a lui estraneo nell’errore.

Il discorso che Nostro Signore tenne sulle rive del lago di Galilea, e in privato coi discepoli, è un aggiornamento del sermone sul monte in cui aveva trattato la Legge perché qui, fondamentalmente, parte dai diversi effetti che ha la Parola sulle persone che l’ascoltano (il seminatore) per arrivare alla fine, quando la zizzania verrà legata in fasce per essere bruciata e il grano “riposto nel granaio” o, nella parabola dei pesci, quando “verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà il pianto e lo stridore dei denti”.

In questo nostro studio ci rifaremo alle parabole così come esposte da Matteo che, a differenza di Marco e Luca, le organizza in modo completo: Luca riporta solo quella del seminatore e Marco vi aggiunge quella del granello di senape, specificando “Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro, ma ai discepoli, in privato, spiegava ogni cosa” (Marco 4.33,34).

Questo contesto può generare un falso interrogativo, a parte quanto già detto sulla necessità di un insegnamento prudente da parte di Gesù: la spiegazione del suo insegnamento “simbolico” non era qualcosa di riservato a degli eletti particolari, ma a quanti erano desiderosi di capire. Infatti proprio al termine dell’esposizione della prima parabola, quella del seminatore per noi neppure tanto complicata, leggiamo che “Allora i discepoli gli domandarono che cosa significasse quella parabola” (Luca 8.9): furono i discepoli a chiederlo e non gli altri, che ascoltavano senza capire e nulla dicevano evidentemente perché mancava loro la volontà di approfondire, la sensibilità per recepire, la possibilità di scegliere tra la vita e la morte come aveva fatto da poco l’innominata peccatrice, che arrivò a comprendere di aver bisogno del perdono di Gesù dopo aver assemblato le Sue parole e raggiunta la consapevolezza che avrebbe potuto guarirla dalla condizione di peccato in cui versava.

Al contrario i presenti, certo non tutti perché alla luce dell’esempio della donna che unse i piedi di Gesù i frutti della Parola raramente sono immediati, avevano un interesse che non andava oltre la curiosità e volevano restare ancorati alle loro convinzioni: infatti leggiamo “A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato.(…) Perché il cuore di questo popolo è divenuto insensibile, essi sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi e non ascoltino con le orecchie, e non intendano col cuore e non si convertano, e io li guarisca” (Matteo 13.11-15).

Si noti che la distinzione “A voi è dato, ma a loro no”, non si riferisce a una scelta arbitraria di Nostro Signore, che in base alle proprie simpatie favorisce alcuni a danno di altri, ma alla condizione spirituale in cui versavano i due gruppi: i discepoli, gli apostoli, chi Lo seguiva e ascoltava dava quotidianamente prova di mettere la propria persona in second’ordine, aveva lasciato ciò che lo legava alla sua quotidianità, rinunciato a ciò che possedeva per seguirlo volendo vivere la vita del Vangelo per capire con le proprie povere forze visto che lo Spirito di Verità non era ancora sceso su di loro. Le altre persone presenti costituivano un grande insieme di estranei al cui interno forse si mescolava qualcuno che sarebbe stato colpito dalle parole di grazia e verità di Gesù e lo avrebbe avvicinato, come effettivamente avvenne. “A loro non è dato” perché non erano “delle sue pecore”.

C’è da precisare che le parole di Nostro Signore sul popolo “diventato insensibile” non sono sue, ma costituiscono un collegamento col profeta Isaia che, in 8.18 e 19.26, scrive le stesse cose. È giusto sottolineare il termine utilizzato, “è diventato insensibile” e “sono diventati duri d’orecchi”, evidentemente riferito a una condizione raggiunta dopo una serie di azioni volontarie, poiché si diventa qualcosa solo con l’esercizio e la pratica, conscia o inconscia. Il fatto che uno divenga insensibile o duro d’orecchi significa che prima non lo era, un po’ quello che avviene con quanti si ammalano dopo una serie di azioni che hanno intossicato il loro organismo. Ecco allora che l’uomo compie sempre, più o meno consapevolmente, un percorso spirituale con azioni che possono giovargli o nuocergli.

Citando poi Giuseppe Ricciotti, a proposito della parabola, scrive “…è chiara, ma anche oscura. È eloquente, ma anche reticente. Per chi la contempli con animo sereno e non preoccupato, è chiara ed eloquente; a chi la scruti con occhio torbido e animo prevenuto, non dice nulla, qualora per lui non dica il contrario di ciò che vuol dire. È dunque non tenebra, ma luce, e luce misericordiosamente adatta per occhi che si trovino in condizioni speciali, cioè puri, non malati”. Occhi che, secondo il testo di Isaia citato, sono stati chiusi deliberatamente, come nel caso dei due sommi sacerdoti che, informati della resurrezione di Lazzaro, anziché aprire gli occhi e voler indagare l’episodio per conoscere i fatti e se necessario riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, decisero di far morire entrambi: “Ora i capi dei sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, poiché a motivo di lui molti lasciavano i Giudei e credevano in Gesù” (Giovanni 12.10,11). Il timore di perdere onorabilità e rispetto, che la loro tradizione umana venisse infangata, prevalse sulla verità che avrebbero dovuto ammettere revisionando tutta la loro vita, mettendo in pratica quel “ravvedimento” di cui lo stesso Giovanni Battista aveva predicato, la metànoia.

Il “non udire” di cui parlò Nostro Signore ai discepoli quindi era riferito al fatto che, per la struttura mentale che si era venuta a creare nel popolo a causa del suo rifiuto continuato al messaggio evangelico, questi udivano parole che non andavano oltre al timpano, l’orecchio esteriore, esattamente ciò che avviene nel primo caso offerto dalla parabola del seminatore: “Quando qualcuno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e rapisce ciò che era stato seminato nel suo cuore” (13.18). Interessante la versione di Marco: “…sono quelli in cui la parola è seminata e, una volta che l’hanno ascoltata, subito viene Satana, e toglie via la parola seminata nei loro cuori” (4.15); qui vediamo che c’è una connessione col non comprendere e l’intervento dell’Avversario che viene “subito” proprio perché la persona la disprezza già a monte, a prescindere. “Subito” perché non fa nessuna fatica: non deve neppure estirpare una piantina, ma semplicemente portar via un seme. La parola non è capita né apprezzata perché il cuore carnale ha già di che soddisfarsi, basta a sé stesso, è già sazio tanto allora quanto oggi. Là dove un cuore basta a se stesso, dove un orecchio non riesce ad udire e dove gli occhi sono chiusi, si ha quindi il verificarsi di quel “…ma a loro non è dato”, che suona come una sentenza.

Ecco allora che tutto torna e, alla fine, è l’uomo stesso che si condanna da solo. Ogni volta che in noi manca una reale volontà di sottomissione allo Spirito di Dio, alla profondità della Sua Parola, subentra la nostra e ci rende incapaci di seguirlo, di essere Suoi strumenti, di vivere pienamente e nella libertà che solo il Vangelo può dare. Amen.

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07.01 – LE DONNE AL SEGUITO DI GESÙ (Luca 8.1-3)

7.01 – Le donne al seguito di Gesù (Luca 8.1-3)

1In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici 2e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; 3Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni”.

            Dopo quanto avvenuto in casa di Simone, Luca ci parla della scelta di Gesù di intraprendere un viaggio missionario “per città e villaggi” della Galilea a predicare: non si accontentava quindi del fatto che venisse a lui l’umanità più varia dai paesi circonvicini, ma andò personalmente a cercare quanti non avevano avuto possibilità di intraprendere un viaggio più o meno lungo per ascoltarlo. Il nostro testo specifica che il gruppo di Gesù era composto dagli apostoli e da donne che parteciparono alla vita di quel gruppo, rientrandone quindi a pieno titolo, condividendone fatiche e testimonianza. Un dettaglio molto significativo lo rileviamo al verso 2 e cioè che si trattava di persone “guarite da spiriti cattivi e da infermità” al pari di molti altri uomini nei cui confronti Nostro Signore aveva operato: dov’erano finiti? Perché non Lo avevano seguito, al pari di quelle donne, che se interpellati avrebbero potuto testimoniare quanto la loro vita fosse stata cambiata da una Sua semplice parola? Ricordiamo quanto dettogli dal centurione di Capernaum, “Di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito” (Matteo 8.8). Queste donne, quindi, non si accontentarono di avere ricevuto una guarigione nel corpo o nella mente, ma decisero di abbandonare quello che il mondo offriva loro per il servizio apostolico nella sua parte nascosta. E tutto il gruppo che partì da Capernaum seguì la strada della rinuncia prima ancora di quella che portava alle varie “città e villaggi” della Galilea che incontreremo.

Soffermiamoci brevemente sugli anni che aveva Gesù: erano trenta quando aveva iniziato il Suo Ministero Pubblico, in ossequio al fatto che i Leviti lo iniziavano proprio a quell’età secondo Numeri 4.3 “Registrate tutti gli uomini, dai trenta ai cinquant’anni: saranno arruolati per prestare servizio alla tenda dell’incontro”; c’è infatti un nesso tra il ministero sacerdotale degli appartenenti alla tribù di Levi e quello di Nostro Signore, poiché anche quegli uomini dipendevano da Dio non solo per le pratiche religiose, ma per il loro sostentamento essendo le altre tribù quelle che, tramite l’istituzione della decima, dovevano provvedere a loro. Infatti leggiamo “I Leviti non riceveranno in possesso un territorio come le altre tribù d’Israele. In cambio io do loro in possesso le decime che gli israeliti mi offriranno” (Numeri 18.24). È quindi giusto sostenere che Gesù e i suoi discepoli abbandonarono tutto per seguirlo e compiere quelle opere che il piano di salvezza per gli uomini contemplava. Ricordiamo Lui stesso, che aveva appreso il mestiere di falegname–carpentiere dal padre, avrebbe potuto tranquillamente vivere dignitosamente nella sua originaria città di residenza, Nazareth.

Altra considerazione poi va fatta guardando quei dodici che lo seguivano: anche loro avevano un lavoro e delle relazioni sociali che lasciarono vivendo come il loro Maestro. Come scrisse una amico, “A volte l’ospitalità risolveva in parte il loro «Dacci oggi il nostro pane necessario», ma anche altre occasioni consentivano la soluzione: ricordiamo ad esempio gli episodi delle necessità più evidenti, le “Nozze di Cana”, il “Convito a casa di Simone il fariseo” ed altri ancora”. Di quel viaggio e non solo abbiamo quindi due atteggiamenti, quello di Gesù e di coloro che lo seguivano: il primo sapeva tutto quel che avrebbe fatto, chi avrebbe incontrato, guarito e cosa avrebbe detto, i secondi altro non potevano fare se non mettere in pratica anzitempo quel metodo che poi stabilirà l’apostolo Paolo in Ebrei 12.2: “Teniamo lo sguardo fisso in Gesù: è lui che ci ha aperto la strada della fede e ci condurrà fino alla fine” che riassume in un solo verso uno degli aspetti fondamentali di quella che dovrebbe essere la nostra vita dall’incontro con Lui all’eterna dimora, la fine, il fine.

Non possiamo non “Tenere fisso lo sguardo in Gesù” quanto ad esempio e parole, che ci consentono di camminare su sentieri di vita e non di morte, di percorrere una strada senza distrarci perché c’è un obiettivo da raggiungere. E infatti la strada che percorriamo oggi è la stessa di quella intrapresa da molti altri fratelli e sorelle che ci hanno preceduti nel tempo e che ora l’hanno conclusa perché è Lui che, appunto, ci conduce “fino alla fine”.

Luca, poi, ci parla di “alcune donne” e ne menziona tre, segno che quelle citate per nome non furono le uniche: che vi fosse anche la peccatrice innominata che abbiamo incontrato recentemente, perdonata per l’amore dimostrato verso Gesù, in cui vedeva colui che la poteva salvare? Non lo sappiamo, certo è che Maria di Magdala, Giovanna e Susanna non erano persone comuni né per carattere, né per posizione.

 

Maria di Magdala

Era una donna indipendente come le altre del gruppo ed era originaria dell’omonima città chiamata anticamente “El Migdel”, cioè “Torre del faro”, posta sulle rive occidentali del Lago di Galilea. È falsamente ricordata dalla tradizione per essere stata una prostituta e, per giustificare il suo mestiere, si è venuto fare una connessione tra i “sette demoni” da cui fu effettivamente liberata, coi “sette peccati capitali” che sempre la tradizione ha estratto “filosoficamente” dalla lettura delle Scritture. I “sette demoni” hanno invece connessione con una totale infermità mentale che la spingeva a compiere azioni sconnesse in quanto l’Avversario era riuscito a soggiogarla totalmente, al punto da poterla mettere in relazione all’indemoniato di Gadara presso il quale dimorava una “legione di demoni”. Di questo innominato leggiamo: “Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre” (Marco 5.3-5). Questo è un aspetto della possessione, non certo la vendita del proprio corpo ad altri.

Credo che di questa Maria non abbiamo nessun racconto riferito alla sua vita passata perché non rileva cos’era un essere umano prima del suo incontro col Cristo, ma quello che ha fatto dopo. Certo è che, con questo accenno ai sette demoni che la possedevano, possiamo capire che Maria seguiva Gesù ed ebbe con lui un rapporto che altre non ebbero proprio perché memore dell’esistenza che conduceva prima del suo incontro con Lui e del suo vecchio stato di miseria morale e spirituale.

È poco probabile che Maria sia stata presente dalla partenza del gruppo da Capernaum soprattutto perché le sue condizioni di indemoniata difficilmente le avrebbero consentito di fare un viaggio, da sola o accompagnata, da Magdala alla città in cui Gesù abitava. Dobbiamo perciò concludere che si aggregò al gruppo quando, dopo la seconda moltiplicazione dei pani, “Dopo aver rimandato a casa la folla, Gesù sì sulla barca e andò nel territorio di Magdala” (Marco 15.39).

La vediamo, a differenza di alcuni discepoli sfiduciati dopo la morte del loro Maestro che iniziavano a dubitare che potesse effettivamente risorgere, andare a visitare il sepolcro con Maria di Cleopa (Matteo 28.1), sappiamo che non temette di essere additata al pubblico disprezzo come sua seguace quando, con Maria madre di Jose, stava ad osservare dove veniva deposto il corpo del Signore. Maria Maddalena, poi, in un passo a me molto caro, è l’unica persona a chiamare Gesù con un possessivo identico, ma diverso a livello spirituale da quello di Tommaso, “Mio Signore”: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto” (Giovanni 20.13). È a lei che Gesù, premiandola, appare per prima una volta risorto: scrive infatti Marco “Risuscitato al mattino del primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni” dandole così anche il privilegio di annunciare ai suoi discepoli l’avvenuta risurrezione. Credo che le si possa attribuire, fatte le proporzioni fra maschile e femminile, la stessa importanza dell’apostolo Pietro, così come Giovanna per Giacomo e Susanna per Giovanni, testimoni di eventi che gli altri discepoli e apostoli non videro.

 

Giovanna

È la conferma del fatto che Gesù non è solo “venuto per i poveri” e che il “Guai a voi, ricchi” non riguarda la quantità dei beni che uno possiede, ma l’uso che se ne fa e l’importanza che questi rivestono nella vita della persona. Giovanna era un’aristocratica, ma se quel “Cuza” fosse stato quell’ ”ufficiale del re” che aveva il figlio che stava per morire, poi guarito da Nostro Signore (Giovanni 4.46-53), spiegherebbe il motivo della sua presenza nel gruppo. Giovanna, il cui nome significa “Amata da Dio”, sarebbe, secondo questa ipotesi, la madre di quel giovane e il marito, per gratitudine, non avrebbe certo posto opposizione di fronte alla sua scelta di seguire Gesù per il tempo che avrebbe voluto. È però doveroso segnalare che non troviamo altre sua notizie nei Vangeli, per cui l’abbinarla a quella guarigione va vista solo come ipotesi. Non si può escludere neppure che frutto della testimonianza di Giovanna fosse la conversione di quel “Menaen, compagno d’infanzia di Erode il Tetrarca” (quindi Antipa) che faceva parte della Comunità di Antiochia in Atti 13.1.

L’importanza dell’opera dello Spirito su Giovanna non è certo da sottovalutare perché pensiamo cos’abbia potuto significare, per una donna abituata alle comodità e agli agi di una corte, patire il caldo, la sete e sicuramente il disprezzo della gente come discepola di Gesù. Anche lei, come Maria di Magdala, Lo seguì perché liberata, anche se non da sette demoni, e comprese che la vera ricchezza e i veri onori non sono quelli che ci tributa il mondo, ma quelli futuri.

 

Susanna

Compare qui per la prima e unica volta. Di lei parla il significato del nome, “Giglio”, fiore importante soprattutto se messo in relazione al “Cantico” di Salomone quando leggiamo “Il mio amore è venuto a godersi il suo giardino, a raccogliere gigli tra aiuole di piante profumate. Io sono del mio amore e il mio amore è mio. Egli si diletta fra i gigli” (6.2). Ora il cantico, definito superficialmente come l’unico testo biblico che celebra l’amore carnale tra uomo e donna, ma che in realtà ha innumerevoli riferimenti al rapporto d’amore tra Cristo e la Chiesa, ha nel giglio un elemento importante perché riassume la bellezza, la purezza, l’innocenza e la fragilità. Il giglio è simbolo di salvezza e dell’intervento di Dio per il Suo popolo: “Sarò come rugiada per Israele, fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del libano” (Osea 14.6).

Susanna, alla luce di questi riferimenti, ritengo sia stata una persona che, per quanto un essere umano lo possa essere, rifletteva le caratteristiche di questo fiore. La sua capacità di distinguersi può essere parafrasata con un’espressione del Siracide: “Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia fra le ragazze” (2.1,2). Ricordiamo le parole di Gesù nel discorso sul monte: “Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come loro” (Matteo 6.28,29).

Certo la Susanna di Luca non era quella prima del suo incontro con Gesù: attenta ascoltatrice nelle assemblee della sinagoga, aveva compreso sicuramente le letture relative all’impurità umana, in particolare di Geremia 2.22 “Anche se continui a lavarti con molto sapone, resterà sempre davanti ai miei occhi la macchia della tua colpa” ed aveva trovato nel perdono di Gesù quella purificazione dal peccato per la quale era venuto nel mondo.

Mi piace a questo punto citare le parole di un caro fratello: “Maria di Magdala, Giovanna e Susanna, sperimentarono e provarono cosa aveva significato e comportava essere del peccato introdotto nel mondo dalla disubbidienza di Eva, subendo quotidianamente tutte le conseguenze che ciò aveva comportato; ebbene come fu per Eva, ora anch’esse si trovavano nella stessa possibilità di scegliere tra l’albero della vita, Gesù Cristo, e l’albero della conoscenza del bene e del male, Satana. Saviamente, grazie anche alle opportunità che Gesù concesse loro, scelsero l’albero della vita sotto le cui fronde la morte non sarà più, come non ci sarà più pianto, cordoglio, dolore e la separazione da lui. Dio Padre e Dio figlio non solo hanno dimostrato la primordiale potenza creatrice formando l’uomo ad immagine e somiglianza divina, ma hanno donato la grazia eterna salvando l’uomo peccatore dall’inferno e dalla morte”, amen.

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