17.12 – ORA È GLORIFICATO IL FIGLIO DELL’UOMO (Giovanni 13.31,32)

17.12 – Ora è glorificato il Figlio dell’uomo (Giovanni 13.31-32)

 

31Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

 

Prima di esaminare il testo dobbiamo tenere presente la conclusione del verso 30 in cui leggiamo, a proposito di Giuda Iscariotha, che “…preso il boccone, uscì. Ed era notte”: mi sono infatti chiesto perché Giovanni si preoccupi di specificare quella parte del giorno fosse quando è noto che la cena pasquale iniziava al tramonto e durava molto tempo. L’unica ragione è che con quelle parole l’evangelista abbia voluto evidenziare che il percorso umano di Giuda, dal momento in cui uscì, a prescindere dal fatto che abbia avuto con sé un lume o la notte fosse stellata o con la luna, avvenne nell’oscurità interiore più totale. Citiamo in proposito 11.9,10: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui”. Ancora più significative le parole in 12.35,36: “Ancora per poco tempo la luce è tra voi. Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce”.

Tenendo presente questi versi, quindi, Giuda sceglie di allontanarsi dalla luce per entrare nel buio, va via da quel Maestro e Signore che in realtà non aveva mai conosciuto né riconosciuto. A un processo di rigenerazione e salvezza ne sceglie uno degenerativo e di condanna e se la vita di una persona, tanto in senso orizzontale che verticale, è costituita da una serie di tappe, il suo alzarsi e uscire ne è un’altra verso il non ritorno, quello che raggiungerà definitivamente con il bacio che Gli darà quale segno di riconoscimento concordato coi capi dei sacerdoti.

A parte altre, molte considerazioni possibili sulla persona di quest’uomo, ricordiamo che l’uscita di Giuda fu importante per Gesù che fino a quel momento aveva dovuto sopportare la sua presenza: andandosene, Lo lascia libero di comunicare senza interferenza alcuna ai Suoi discepoli contenuti riservati e fondamentali, di pregare per loro con parole mai riportate prima di allora e di istituire il Memoriale che, da lì in poi, sarebbe stato celebrato nella Chiesa. La presenza del traditore, infatti, sarebbe stata incompatibile con tutte le manifestazioni che si verificarono da lì in poi.

Rileviamo tutto questo dai due avverbi, “Quando”, scritto da Giovanni, e “Ora” pronunciato da Gesù, che credo siano sufficienti a dimostrare la totale estraneità di Giuda rappresentante non solo della totalità del profano, ma anche del rapporto formale e ipocrita in contrapposizione all’unico possibile, quello vero, costruttivo e profondo con il Signore che altro non è se non un rapporto reciproco di amore. Perfetto il Suo, imperfetto il nostro.

 

Leggendo le parole di Nostro Signore al verso 31, dopo “Ora”, consideriamo “il Figlio dell’uomo”, definizione che dà di sé nei Vangeli per un totale di 66 volte in cui il 6, numero dell’imperfezione, viene ripetuto due volte andando così a formare uno dei numeri perfetti della Scrittura, il 12, tutti comunque legati all’uomo. Non leggiamo “Ora sono stato glorificato”, ma “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”, indice del fatto che la gloria sarebbe stata in quanto uomo vero e perfetto perché l’espressione ebraica “figlio di” o “del”, significa comunione di natura e qualità a livello elevato, la stessa che troviamo anche quando si dichiara, o viene definito, come “Figlio di Dio”. In questo senso, il “Figlio dell’uomo” avrebbe raggiunto la Sua perfezione con la morte di croce e resurrezione, un futuro che qui troviamo al passato per una particolare caratteristica del tempo verbale impiegato.

Mi spiego: “è stato glorificato” è una traduzione di comodo da un tempo verbale greco sotto certi aspetti molto particolare perché, pur venendo reso al passato, possiede una vitalità molto difficile da rendere in italiano: indica l’azione pura e semplice, prescinde dalle categorie del tempo e della durata e ha la sottigliezza di essere valido nel presente, nel passato e nel futuro. E a questo punto, chiaramente, credo ci si apra un campo immenso di riflessioni che qui sarebbe dispersivo affrontare. Resta il fatto che, per la frase del verso 31, Gesù pone l’accento sul fatto che è al tempo stesso il “Figlio dell’uomo” e l’ “IO SONO”: per quanto riguarda il Suo secondo attributo certo non aveva bisogno di venire glorificato in quanto già possedeva questa caratteristica, ma quanto alla Sua condizione umana, certamente sì. Solo con una vita senza peccato e morendo innocente come Agnello di Dio in qualità di Figlio dell’uomo avrebbe potuto redimere quanti avrebbero creduto in Lui.

Abbiamo parlato di agnello, chiaramente in senso sacrificale per il peccato: doveva essere “senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre” (Esodo 12.5). Era un animale che rappresentava la fragilità e l’innocenza, ma garantiva un perdono temporaneo pur avendo il suo sacrificio un carattere riparatorio. Più che all’agnello sacrificale per i peccati e ai due che venivano offerti durante il giorno, che vanno sempre tenuti presente, il vero riferimento è a quello pasquale, poiché “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1 Corinti 5.7) e siamo stati “liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto né macchia” (1 Pietro 1.19).

L’agnello dell’Antico Patto è una figura di Gesù: per essere offerto non doveva avere alcun “difetto né macchia”, figura del peccato e delle sue conseguenze, umiliando e deturpando la creatura umana di fronte agli occhi di Dio. Per quanto riguarda l’offerta di quello pasquale, poi, la prescrizione relativa era che non gli fosse spezzato alcun osso (Esodo 12.46), che ci parla dell’integrità del corpo intesa come struttura. Lo scheletro è l’intelaiatura che non solo lo sorregge, ma protegge gli organi e i tessuti molli sottostanti (pensiamo solo alla scatola cranica), consente l’equilibrio e il movimento; nel caso di Gesù le Sue ossa non furono spezzate perché era già morto, a conferma del fatto che nessun essere umano avrebbe potuto ucciderlo, avendo deposta la Sua vita volontariamente. Infatti: “Per questo il Padre mi ama, perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla per poi riprenderla di nuovo” (Giovanni 10.17,28).

Visto che stiamo trattando, seppur molto a grandi linee, la simbologia dell’agnello, notiamo che il comandamento relativo a quello pasquale non si limitava al non rompere nessun osso dell’animale, ma la commemorazione e il suo cibarsene era riservata ai circoncisi (Esodo 12.45, “L’ospite e il mercenario non ne mangeranno”). In più, la sua carne non poteva essere portata fuori casa (v. 46), questo, ai tempi, per evitare che una cerimonia così intima e individuale potesse trasformarsi in qualcosa di chiassoso e, per la Chiesa, abbiamo un’allusione al fatto che la partecipazione attiva al Memoriale è di esclusiva pertinenza dei salvati che la compongono.

 

Tutti i versi relativi all’agnello, tanto negli scritti dell’Antico che del nuovo Patto, raccontano la storia di Gesù al passato (l’A.T.), al presente (i Vangeli) e al futuro con l’Apocalisse dell’apostolo Giovanni. E qui ci colleghiamo a quel “Ora è glorificato” coi significati che il tempo aoristo comporta nel greco antico così come nel tempo passato ebraico. La storia dell’agnello è quella del Figlio dell’uomo che muore e risorge, ma anche quella del Dio che salva e, come abbiamo letto recentemente, metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Ed arriviamo così all’Agnello dell’Apocalisse in cui vediamo la gloria che gli viene data in cui il “nome superiore a quello di ogni altro nome” non ha attinenza col Suo essere Dio, ma con il Suo essere stato uomo perché, se Dio è Dio, l’uomo è uomo, ma Gesù Cristo, come Figlio dell’uomo, ha mutato quella condizione di profonda inferiorità in cui li aveva gettati il peccato di Adamo ed Eva per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui.

Solo l’agnello è risultato “degno di aprire il libro e sciogliere i sette sigilli” (Apocalisse 5): questo ci parla del fatto che, senza Gesù, tutto si sarebbe bloccato e sarebbe rimasto senza alcuna prospettiva futura, anzi sarebbe stato impossibile qualsiasi ingresso nell’eternità con Lui. Se non fosse “disceso dal cielo” e non avesse assunto forma umana, sarebbe rimasto in un’eternità svuotata di qualsiasi anima e il “libro” (della vita e non solo) sarebbe stato inutile perché non ci sarebbe stato nessuno da salvare né alcun progetto salvo un’assoluta, eterna autosufficienza delle tre Persone.

Invece il cantico che accompagna l’Agnello è il seguente: “Tu sei degno – il solo – di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra” (vv.9,10). Al verso 6 dello stesso capitolo è visto “un agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra”: si noti la posizione, “in piedi”, quindi nell’atto di presenziare o compiere qualcosa di legalmente importante: poi “come immolato”, che altre traduzioni riportano con “che sembrava essere stato ucciso”. In entrambi i casi il riferimento è al fatto che il Cristo porta sul suo corpo glorificato i segni di quanto affrontato, che rappresentano le credenziali di sofferenza, sacrificio e vittoria. L’agnello è poi rappresentato come dotato di una vista e di un potere perfetto, come Re assoluto per poi concludere in 22.1 in cui viene mostrato all’Apostolo “…un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello”. Acqua viva quindi che ristora davvero, quella che una volta bevuta non dà più sete (Giovanni 4.14). Infatti “Io sono l’alfa e l’omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darà gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita” (21.6).

Ecco, parlando dell’Agnello abbiamo trovato descritto, se pur brevemente, il percorso e la realtà spiegata ai versi 31 e 32 riportati in titolo: è il rapporto fra il Padre e il Figlio, del Dio e dell’uomo che ha vinto là dove noi non avremmo potuto che perdere. Amen.

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